Jojo Rabbit, la risata da Oscar per seppellire (ancora) Hitler

Chaplin, Mel Brooks e Tarantino solo per citare i più grandi, perché ci vuole talento a deridere Hitler e soci, materia eternamente scomoda, controcampo di tragedie che esigono memoria costante.

Forse per questo è in arrivo Jojo Rabbit, una nazi-commedia firmata dal neozelandese Taika Waititi, filmmaker capace di spaziare dall’orrido Thor: Ragnarok al buon mockumentary horror What We Do in the Shadows ma che, vis comica indiscussa, non s’ha da accostare fra i signori di cui sopra, benché il suo film sarà una certezza ai prossimi Oscar come ai botteghini planetari.

Le ragioni sono d’istantanea comprensione: il pubblico lo adora (l’ha premiato al Festival di Toronto, il 63° London Film Festival dove l’abbiamo visto ieri l’ha portato in trionfo, e non da meno sarà l’accoglienza al 37° Torino Film Festival che aprirà, prima di uscire nelle sale italiane il 23 gennaio), cavalca un eloquente messaggio storico-educativo per le nuovissime generazioni (il protagonista ha 10 anni), usa tono, linguaggio e look hipster seppur patinato che, deridendo il Male, riesce a divertire superando barriere culturali, sociali e persino politiche.

Gli ingredienti ne fanno inequivocabilmente il prodotto perfetto per tutti, quel cinema commestibile che sfiora la satira e tinge lo humor di nero, ma appena sfumato: perché con di mezzo i bambini il politicamente corretto è d’obbligo.

Ispirato al bestseller di Christine Leunens, Caging Skies, mette al centro il piccolo tedesco Jojo Betzler detto “Rabbit” (esemplare la performance del baby actor Roman Griffin Davis) che orfano di padre scomparso combattendo, vive con mamma Rosie (Scarlett Johansson, brava) e “adotta” il Führer quale miglior amico immaginario.

Questi è interpretato con brio dallo stesso Waititi, un Hitler goffo, codardo e parecchio coglione ancorché simpatico (Monty Python docet…) che fa da pendant al lascivo e gayo capitano SS (Sam Rockwell, un tenero villain sempre sul pezzo) incaricato di addestrare dei baby nazi, fra i quali anche il fierissimo Jojo.

Piccoli nazi crescono, infatti, può essere il titolo della prima parte del film che per stile, centralità d’inquadrature e ritmo sostenuto trasuda del cinema di Wes Anderson, specie di quello animato da protagonisti teenager.

Con l’ingresso sulla scena di Rosie, intimanente contraria al Terzo Reich, e soprattutto della misteriosa giovane ebrea Elsa (Thomasin McKenzie, l’eroina di Senza lasciare traccia) Jojo Rabbit si colora di sentimentale fino a sfociare su dei finali che possono spiazzare.

Teen-family dramedy non privo di intelligenza (e astuzia) che mescola il Bildungsroman anche al war e ghost movie, il film di Waititi sembra dialogare suo malgrado con una tendenza del cinema contemporaneo a mettere in scena le derive violente dei più piccoli: bimbi e teenager ammaestrati alla guerra, esercitati a sviluppare il lato oscuro.

Solo al Festival londinese in corso fino al 13 ottobre, compaiono in programma fra gli altri il disturbante Monos di Alejandro Landes (candidato per la Colombia agli Oscar) e il nostro Giovannesi con La paranza dei bambini.

“La musica mi ha salvato, però non rido quasi mai. E il successo è pericoloso”

Non era già tutto previsto per Riccardo Cocciante perché “non ho mai chiesto di diventare un cantante e di salire su un palco: non ero in grado, troppo timido, chiuso, anche complessato; sono stati gli altri a coinvolgermi e dopo avermi ascoltato e visto; sono gli altri ad avermi portato ai provini, e mi hanno salvato la vita. (ci pensa, abbassa una voce già non squillante) Sì, la musica mi ha salvato”.

Cocciante è a Roma per il ritorno di Notre Dame de Paris (dal 17 ottobre a Milano, poi in giro per l’Italia fino ad aprile), l’opera moderna dei record, da 19 anni sulla scena, decine di migliaia di spettatori e centinaia di repliche (“e all’inizio non ci credevano, né in Francia, tantomeno in Italia”). E quando ne parla non cambia tono in maniera evidente, con lui orgoglio e disperazione vanno quasi di pari passo, sono parti di un percorso ineluttabile, divino, di chi è al centro di un disegno più grande di sé; quindi le emozioni è necessario scovarle altrove, negli ultrasuoni della voce, negli occhi e nelle mani, nelle reazioni della moglie, Catherine Boutet, sempre accanto a lui, o nell’unico sorriso strappato dopo la domanda “cosa le fa ridere?” “Quasi niente”.

Per decifrare la sua storia Spotify aiuta nell’offrire un quadro plastico inatteso: il numero di successi è superiore alla memoria collettiva: “Quando preparo la scaletta dei concerti non so mai cosa togliere: dovrei suonare solo hit”.

È un problema…

Un po’, perché le hit salgono, salgono e mi martirizzano la voce; alla fine dei concerti sono stremato e non solo per lo sforzo fisico, ma per la concentrazione, per la mia attitudine a entrare dentro un globo emozionale differente.

Cioè?

Quando si sta su un palcoscenico si finisce in uno stato mentale particolare che ti porta a superare dei limiti che neanche conoscevi.

Renato Zero sostiene: “Non mi fido di chi non trema prima di salire su un palco”.

È vero; l’ansia è un elemento essenziale e il palcoscenico è una nuvola, quasi un aldilà che richiede uno stato emotivo difficile da gestire.

E il ritorno?

È lungo, per me ci vogliono due o tre ore; è impossibile finire un concerto e andare a dormire e con il passare del tempo è sempre peggio.

Il primo palco lo ha condiviso a Roma con Venditti e De Gregori.

Al Teatro dei Satiri; Antonello usciva dal locale per controllare quanta gente c’era, poi tornava da noi affranto: “Ma perché non viene nessuno?”. Non funzionavamo. Eppure Antonello aveva già Roma Capoccia e Francesco una hit come Alice…

E lei?

Solo Poesia, ma non era un grande successo, solo dopo sarei uscito con Bella senz’anima e Quando finisce un amore; nonostante questo quel teatro è stato importante per la mia autostima, con il pubblico che scopriva un ufo. Quell’ufo ero io.

Loro due erano musicisti politicamente attivi.

Perfettamente inseriti nel sistema sociale, cantavano spesso ai Festival de

l’Unità; io mi rifiutavo, per questo è stato più difficile, poi tutto è cambiato con Bella senz’anima, un pezzo che mi ha inserito nello stesso filone di Venditti e De Gregori, nonostante non fosse un brano esplicitamente politico.

E invece?

Si è tramutato in un inno di protesta, specialmente in Spagna e Sudamerica ha provocato un movimento di rivolta, di consapevolezza e coraggio contro le dittature del tempo, tanto che in Argentina i colonnelli la proibirono (ci pensa) eppure in origine non aveva alcuna velleità del genere.

Non se lo aspettava.

E neanche la discografia: in Spagna la cantavano nei cortei di protesta, e ancora oggi in Cile mi invitano al Festival di Viña del Mar .

Idolo in Sudamerica.

Lì ho rotto molti tabù: fino ad allora la musica era molto tradizionale, il cantante si presentava vestito bene, con il classico completo; io in jeans e con i capelli lunghi, e poi a quel tempo ci si esibiva per piacere agli altri, mentre già allora salivo su un palco per esprimermi.

“Bella senz’anima” cantata in spagnolo le cambia le sensazioni?

No, perché l’ho interpretata in diverse lingue e sono abituato; ho brani in francese, spagnolo e italiano, più qualcosa in inglese.

Le manca il cinese.

Ancora no, vediamo (ride) ma il cinese è veramente complicato; ma la mia cultura è atipica: sono realmente metà francese e metà italiano, e con gli anni mi sono reso conto che non tutti i brani reggono entrambe le lingue.

Ha discografie differenti?

Alcuni funzionano, altri no e ci sono dei successi in Francia sconosciuti in Italia e viceversa: Bella senz’anima non esiste in francese così voi non conoscete Le coup de soleil (successo del 1980); oppure Il mio rifugio, hit in Francia, è desaparecida qui; il contrario con Cervo a primavera.

De Gregori non riscriverebbe “La Storia”.

Ha dichiarato una cosa simile pure per La donna cannone, eppure è un capolavoro.

A lei succede?

Alcuni pezzi posso ritenerli meno belli, meno importanti, ma rientrano nel mio percorso, quindi non li rifiuto: sono come dei figli (ci pensa) Anche Venditti la pensa come Francesco, e recentemente l’ho sentito cantare una Roma Capoccia totalmente trasformata.

Bob Dylan rende i suoi pezzi irriconoscibili.

Io rispetto come l’ho creata e ogni volta rivivo quel momento, non cerco di cambiarla perché sono oggetti importanti della mia vita.

Sempre Dylan detesta il pubblico che canta.

No! Amo collaborare con loro, parlarci, averli attivi e partecipi; è un dialogo, per questo prima ho detto “mi sono salvato”.

Perché?

Davvero ero chiuso, introverso, silenzioso, incapace a esprimermi (la moglie: “Aveva una forma di autismo”); non, sapevo interagire: la canzone è diventata il mio codice.

Complessato.

Il fisico ha giocato un ruolo importante, soprattutto l’altezza: ero in un guscio.

Insomma, cosa la fa sorridere?

Rido poco, neanche con i film comici; solo ogni tanto scoppio e non so perché.

Ride così poco?

(Risponde la moglie) Giusto qualche accenno.

Che film?

L’inizio di Hollywood party è portentoso, amo il non sense, il comico diretto mi convince poco.

Parole sue: “La popolarità può alterare l’autenticità di una composizione”.

In realtà può alterare in generale l’uomo: essere popolare ha dei vantaggi, ma non assoluti; piano piano, senza accorgersene, la persona inizia a vivere per gli altri e non per se stessa; organizza la vita in funzione della fama e si compiace.

A piccole dosi.

È sbagliato nascondersi quando si esce e mutare le proprie abitudini; è giusta la riconoscenza verso il pubblico, ma ogni tanto è necessario escludersi e vivere in maniera sana e normale, o ne risente il processo compositivo.

Crea per sé.

Esatto, per il mio piacere, e in questo forse sono egoista, ma per riuscirci è esseziale ritirarmi in un posto dove non mi conoscono.

Vive in Irlanda.

Da diciannove anni e spesso evito il centro di Dublino: lì trovo italiani e francesi.

Guida?

Mi piace molto.

Fa la spesa?

Frequentemente.

Com’è arrivato a Dublino?

Per gli arrangiamenti di Notre Dame de Paris: dopo aver ascoltato Riverdance ho capito che avevo bisogno di quei suoni, quasi medioevali.

La sua opera è arrivata in Italia grazie a David Zard.

Una persona atipica, con lui ci siamo scontrati, ma l’importante è stato il risultato finale; siamo stati noi due (indica la moglie) a invitarlo in Francia per mostrargli lo spettacolo, e all’inizio non ne era completamente convinto.

Succede.

Con Notre Dame è stato sempre così, anche in Francia trovammo degli ostacoli perché poco tempo prima Les Misérables si era tramutato in un grosso flop.

In quale lingue sogna?

Entrambe.

In quale lingue litiga?

(Inizia la moglie) Dipende dal motivo (prosegue Cocciante) e dipende da chi ho di fronte; tra i cantanti sono il più francese degli italiani e il più italiano dei francesi e quando sono arrivato in Italia, a soli 11 anni, non conoscevo una parola in italiano, e a Roma mi hanno iscritto in una scuola francese, lo Chateaubriand, dove dominava lo “chateaubrianese”, un miscuglio di francese e italiano con un pizzico di romano.

Torniamo agli anni Settanta a Roma.

Periodo veramente complicato: se non cantavi come volevano loro, alcuni soggetti diventavano aggressivi; un giorno entro al bar di piazza Euclide (quartiere Parioli) , e un tizio mi aggredisce: “Tu canti per la destra!”. “Io? Non mi sembra”. Per fortuna poi arriva un poliziotto e lo allontana; pure durante i concerti non era semplice, venivi accusato di parteggiare per l’una o l’altra parte politica.

Sempre?

Ricordo una tournée con Rino Gaetano: trovavamo gli estremisti a insultarci.

Il malessere di Rino Gaetano lo aveva intuito?

La sua morte non la si poteva totalmente prevedere, ma il suo stato d’animo era evidente: era un ragazzo portato a vivere per estremi

Up e down…

Continui e non c’era mai all’inizio del concerto: lo andavamo a cercare per tutti i bar della zona.

La versione di “A mano a mano” cantata da Rino Gaetano, le piace?

Molto interessante e la nuova generazione non sa neanche che è mia.

C’è una sua immagine al concerto di Vasco a San Siro: tutti ballano, lei no.

Non partecipo molto, non amo gli atteggiamenti troppo manifesti, ed è strano: il pubblico li dedica a me, e io non riesco a ricambiare.

Quindi…

Il punto è sempre lo stesso: sono diventato cantante in quanto era il mio destino, questo era previsto; eppure non ho mai studiato musica, non ho mai scritto niente.

Si è definito “non bravissimo a suonare”.

Appunto, non ho mai studiato il pianoforte, lo suono con dei codici personali, l’armonia me la sono inventata, e il canto è da impressionista.

Impressionista?

Non sono un vocalist che rispecchia il concetto assoluto di bellezza, con me conta cosa c’è dietro; mi potrei paragonare a un pittore naïf, e non amo la perfezione, preferisco l’imperfezione che diventa espressione.

Allora le stava stretto un talent come “The Voice”.

Lì ero dentro una macchina e certe costrizioni non mi sono mai piaciute, poi non ero a mio agio nell’escludere dei ragazzi che esprimevano un certo valore, così ho lasciato ed evitato la seconda edizione (silenzio) In assoluto replico difficilmente, come Sanremo.

Come viveva e vive le critiche?

Sono sempre stato un po’ snobbato, preferivano cantanti più “in”, più ancorati al momento sociale e politico; non sono mai stato inserito sotto la categoria “artista di concetto”, e sul momento ne soffrivo, poi con il tempo ho capito che non venir catalogato è il mio grande pregio.

Successe a Battisti.

Lui si beccò del fascista e come accusa era più pesante di quelle rivolte a me.

Ascolta la sua musica?

Sono allergico sia a vedermi che a sentirmi (la moglie: “Mai e poi mai, e c’è un aspetto incredibile: lui sa tutto di quello che accade del mondo, conosce le novità musicali più strane, e resta sempre in casa per lavorare nel suo studio, anzi la sua grotta”).

Cosa si augura?

Gli artisti devono lottare per non cadere nella seduzione della società, non dobbiamo essere per forza cordiali e piacevoli. L’artista non lo è sempre. Ed è fondamentale restare un po’ bambini, come diceva Il Piccolo principe.

(“Toutes les grandes personnes ont d’abord été des enfants, mais peu d’entre elles s’en souviennent”; “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”).

Baghdad, le rivolte e il “complotto sionista”

Un enorme carnaio, più di 100 morti nelle proteste degli ultimi giorni, e un intrigo internazionale: oltre 16 anni dopo l’invasione americana e il rovesciamento del regime di Saddam Hussein e oltre cinque anni dopo il completo ritiro delle forze straniere dal Paese, l’Iraq resta una piaga che sanguina nel Medio Oriente. Il ministero della Sanità aggiorna il bilancio delle proteste per il carovita: manifestazioni in cui s’intrecciano temi sociali, politici, confessionali, sullo sfondo dell’irrisolta tensione tra gli sciiti (circa i tre quinti della popolazione) e i sunniti (dominanti, fin quando c’era il rais).

Dall’inizio del mese, le dimostrazioni a Baghdad e nel Sud si sono susseguite: morti a parte, ci sono stati 2.500 feriti per il governo, oltre 4.000 per la Suprema commissione per i diritti umani. Nella stragrande maggioranza, le vittime sono manifestanti e attivisti, ma si contano pure tre poliziotti uccisi e un bambino. Mentre il leader sciita Moqtada Sadr chiede le dimissioni del governo ed elezioni anticipate, l’Iran accusa gli Stati Uniti e Israele di fomentare scontri e violenze “allo scopo di minare l’imminente pellegrinaggio sciita”: la tesi del predicatore del venerdì a Teheran, l’ayatollah Mohammad Emami Kashani, appare debole, ma può fare ribollire il sangue agli integralisti iraniani.

Le celebrazioni dell’Arba’een, previste quest’anno il 19 ottobre, sono una ricorrenza sciita: segnano la fine del periodo di lutto di 40 giorni per il martirio dell’imam Hussein, ucciso nel 680 a Kerbala (nell’attuale Iraq). L’ayatollah Kashani accusa gli Usa “e il sionismo di creare problemi perché faticano ad accettare la processione di milioni di pellegrini a Karbala e lo sventolio della bandiera dell’Imam Hussein, che è il vessillo della lotta contro l’oppressione”. Sulle cause della protesta, più facile credere a Moqtada Sadr, leader della maggiore coalizione parlamentare irachena. I suoi deputati hanno sospeso le attività, proclamando una sorta d’aventino, almeno finché il governo non prenderà provvedimenti che tengano conto delle richieste delle piazze. Governo e Parlamento si sono impegnati a venire incontro alle sollecitazioni dei dimostranti: lotta alla corruzione, servizi di base (carenti anche dove c’è abbondanza di petrolio), occupazione. il presidente del parlamento, Muhammad Halbusi ha promesso “misure urgenti” per identificare “i funzionari corrotti e processarli”, per “offrire posti di lavoro e alzare i salari”. La massima autorità religiosa irachena sciita, Ali Sistani, appoggia le richieste dei manifestanti. Monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, giudica “legittime” le proteste, ma chiede che si torni al dialogo. Il premier Adel Abdel Mahdi, che è di Nassiriya, dove sono state incendiate due sedi di partiti locali, riconosce carenze nei servizi e l’esplosione del costo della vita, ma dice: “Non abbiamo la bacchetta magica”. Le misure in discussione in Parlamento sono palliativi populisti: 25 mila posti di lavoro ai laureati — c’è un problema di “disoccupazione intellettuale” — e un taglio degli stipendi degli alti funzionari del 5%, devolvendo il ricavato a disoccupati e indigenti. Si pensa pure a fondi di solidarietà e aumenti delle pensioni.

Passato il venerdì della preghiera, e del sangue, ieri il governo ha revocato il coprifuoco a Baghdad: secondo i media iracheni, la decisione di rimuovere il divieto di circolazione è stata presa dopo avere constatato il ritorno della situazione alla quasi normalità nella capitale irachena. Il coprifuoco restava in vigore nel Sud, ad Amara, Kut, Nassiriya, gli epicentri della proteste e della repressione.

Parigi, a letto con il nemico: la polizia e gli agenti jihadisti

Dopo l’attentato alla prefettura di polizia di Parigi, la questione della sicurezza e delle sue possibili falle è diventata di primo piano. Come è possibile che un radicalizzato potesse lavorare nella centrale degli apparati di sicurezza francesi e decidere di uccidere quattro colleghi? Ieri il procuratore dell’antiterrorismo, Jean-François Ricard, ha confermato che Mickaël Harpon, informatico alla direzione dell’intelligence della prefettura di Parigi dal 2003, aveva premeditato tutto. Alle 12,18 di giovedì era uscito dal palazzo dell’Ile de la Cité per andare ad acquistare due coltelli, uno di metallo con una lama di 20 cm e un coltello da ostriche.

Poco dopo era rientrato a lavoro nascondendo sotto i vestiti le due lame. Alle 12,53 cominciava il suo piano omicida. In sette minuti, ha sgozzato la prima vittima e ha accoltellato altri tre colleghi. Poi, una volta nel cortile, si è gettato contro l’agente che gli intimava di buttare via il coltello e che gli ha sparato, uccidendolo. Mickaël Harpon, convertito all’Islam da una decina d’anni, si era radicalizzato di recente. Non era schedato. Ma alcuni testimoni hanno confermato che da diversi mesi frequentava una moschea di Gonesse, comune della periferia di Parigi dove abitava, vicina alla corrente salafita. Che indossava sempre più spesso gli abiti tradizionali. Che aveva cominciato a rifiutare di stringere le mani alle colleghe e una volta aveva giustificato la strage al giornale satirico Charlie Hebdo del 2015, rivendicata da Al Qaida. Un testimone a Bfm Tv ha detto che ultimamente si comportava in modo “strano” e che i superiori erano stati avvisati. Nella mezz’ora prima di commettere la strage, Mickaël Harpon ha scambiato 33 sms con la moglie, 38 anni, anche lei con importanti problemi di udito come il marito, che si trova in stato di fermo da giovedì. Degli sms “a connotazione religiosa”, ha spiegato il procuratore Ricard. In uno di questi scriveva “Allah Akbar”. La moglie, il cui ruolo reale nell’attacco deve essere chiarito ed è forse più importante di quanto si è pensato all’inizio, gli ha risposto: “Segui il Corano”. Il rischio di radicalizzazione dentro la polizia non è argomento nuovo. I sindacati dei poliziotti avevano evidenziato che fino al marzo 2019, 15 agenti (sui 43 mila che ne conta la prefettura) sono stati esaminati per una possibile svolta estremista.

L’ultima legge anti-terrorismo dell’ottobre 2017 prevede l’apertura di un’inchiesta amministrativa su un agente che solleva dubbi sulla sua personalità, l’ambiente e le persone che frequenta; l’indagine può prevedere intercettazioni telefoniche. Nel caso di Mickaël Harpon, i “segnali” erano stati sottovalutati? La questione della sicurezza riguarda anche la sede della prefettura che viene descritta come “ultra-sicura”. Ma dove solo le persone esterne vengono sistematicamente controllate e passano sotto il metal detector. Mickaël Harpon, come gli altri dipendenti, entrava con un badge senza attraversare il controllo del metal. Nel 2003, quando è stato assunto come funzionario amministrativo nella direzione dei servizi segreti, di sicuro l’amministrazione ha indagato su di lui. Inoltre gli è stato dato un accesso “secret défense”, il che vuol dire che poteva accedere a fascicoli sensibili, anche in materia di terrorismo islamista, e alle schede dei suoi colleghi. Disponeva di una rete di contatti? Ha prelevato delle informazioni classificate e le ha comunicate a complici? Gli inquirenti dovranno stabilirlo. Intanto diversi esponenti politici di destra e Marine Le Pen del Rassemblement National chiedono le dimissioni del ministro dell’Interno, Christophe Castaner. E gridano allo “scandalo di Stato”.

Hong Kong, caccia al visto d’oro

Hong Kong brucia? I suoi abitanti più ricchi hanno un piano B: diventare cittadini di altri paesi, che diano garanzie di maggiore stabilità politica. A pagamento.

Sono i cosiddetti Golden Visa: passaporti o permessi di residenza in cambio di investimenti nei paesi di emissione. Una nuova frontiera globale della ricchezza, adottata ormai da oltre 20 nazioni del mondo. Frontiera dorata, nata più di 30 anni fa per risollevare l’economia dell’isoletta caraibica di St. Kitts e Nevis, stroncata dalla crisi del settore della canna da zucchero. Ecco l’idea: pompare denaro nell’economia del paese vendendone l’unico vero asset: il suo passaporto, che in cambio di un investimento intorno ai 150 mila dollari garantisce, entro due mesi dalla richiesta, l’accesso a 152 paesi. Nasce così la “cittadinanza per investimento”, geniale intuizione di Cristopher Kalin, avvocato svizzero oggi alla testa dell’impero Henley & Partners, società leader nel mercato multimiliardario della “residenza globale”.

I requisiti cambiano da paese a paese, ma il business resta uguale: consentire a ricchi cittadini di muoversi liberamente, per lavoro o per piacere, attraverso frontiere sbarrate a molti comuni mortali. Al di là della retorica luccicante, un business al centro di numerose inchieste: secondo gli investigatori, alcuni di questi programmi sono a rischio di sfruttamento da parte di criminali, riciclatori di denaro ed evasori fiscali. La John Hu Migration Consulting è una società di intermediazione basata ad Hong Kong. Sul sito si legge “esperti in Visa processing”, e nella sezione “Ultime notizie” spuntano articoli come “Cogli l’ultima occasione per richiedere la cittadinanza per Cipro a prezzi favorevoli entro metà maggio” o “Perché emigrare in Europa?”. Intervistato dalla Bbc, il fondatore John Hu ha spiegato così il picco di vendite e richieste da giugno scorso, quattro volte più del normale, da parte di cittadini di Hong Kong: “Le proteste sono state il catalizzatore. Stanno diventano più violente e il governo non sembra in grado di controllarle: cresce l’urgenza di comprare una “assicurazione”. Lo conferma, sembra alla Bbc, anche Philippe May, capo della regione asiatica per Arton Capital, altra società attiva nel rutilante mondo della cittadinanza globale: “Dall’inizio delle proteste le richieste sono raddoppiate”. Ad attirare sono soprattutto gli schemi offerti da paesi europei come Portogallo, Irlanda, Malta, Regno Unito. Secondo il South China Morning Post, nel secondo trimestre del 2019 le richieste di investor visas (residenza in cambio di investimento) nel Regno Unito da parte di cittadini di Hong Kong sono state il 10 per centro del totale; il 45% proviene invece dalla Cina. Con almeno 2 milioni di sterline di investimento, passati una serie di controlli personali e sulla provenienza del denaro, si compra il diritto di vivere nel Regno Unito fino a 40 mesi, estendibili per altri 24 se si aumenta l’investimento. Una via privilegiata per ottenere cittadinanza e passaporto britannici.

Ancora più attraente il programma portoghese: in cambio dell’acquisto di proprietà per almeno 350 mila euro si ottiene il diritto di vivere e lavorare in Portogallo. Ciliegina sulla torta: la libertà di movimento nei 26 paesi dell’area Schengen. Secondo il portale juwai.com, solo nel 2018 i cittadini di Hong Kong hanno investito nello schema oltre 300 milioni di dollari, con un incremento negli ultimi mesi. Del resto, secondo Credit Suisse, a Hong Kong i milionari nel 2018 erano 179 mila.

Poi c’è Malta, altra favorita degli investitori di Hong Kong. Il suo Golden Visa program, gestito in esclusiva da Henley & Partners per il governo maltese, è stato in passato oggetto di una risoluzione negativa e di una ispezione del Parlamento europeo ed ha ottenuto l’approvazione dalla Commissione europea solo dopo alcuni cambiamenti nei requisiti. Era al centro delle inchieste anche di Daphne Caruana Galizia, la giornalista saltata in aria alla Valletta nell’esplosione della sua auto, il 16 ottobre 2018. Il mercato dei Golden Visa però potrebbe concludersi a breve; proprio martedì scorso i membri del Parlamento europeo hanno firmato un documento in cui si esortano i paesi dell’Unione europea che gestiscono pratiche di “visti e passaporti d’oro” a mettere un punto alle pratiche. L’indicazione arriva dal comitato speciale per i reati finanziari, l’evasione e l’elusione fiscale del Parlamento, che da oltre un anno elabora possibili contromisure per affrontare i reati fiscali. Una novità che ai milionari di Hong Kong — o almeno quelli che non si sentono più al sicuro — non piace: anche ieri ci sono stati cortei e i dimostranti pro democrazia hanno sfidato il divieto del governo di sfilare con i volti coperti.

A Trieste si piangono i due poliziotti uccisi. Ma c’è il caso fondine

Ventiquattro ore dopo il duplice omicidio di due agenti di polizia in Questura a Trieste, è tempo del cordoglio, ma anche di indagini che inevitabilmente innescano dubbi e polemiche. Non è certo un bel sentire dopo la morte dell’agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni, e dell’agente semplice Matteo Demenego, 31 anni, sui cui destini sarebbe giusto far scendere un amorevole silenzio. Invece tutto si ribalta. E ora sul piatto c’è il tema delle fondine dei due poliziotti. Entrambe sono state sequestrate, come anche le armi. Atto primo di una futura perizia che sarà decisiva per orientare l’inchiesta. Si procede con l’accusa di omicidio plurimo a carico di Alejandro Augusto Stephan Meran, dominicano di 29 anni, il quale ieri non ha risposto al magistrato. Nessuna accusa, invece, a carico del fratello 32enne. È stato lui, venerdì pomeriggio, a chiamare la polizia e a convincere il fratello a consegnarsi.

Ma torniamo all’inchiesta e alle fondine delle pistole. Per quanto risulta dalla ricostruzione, Meran uscito dal bagno ingaggia una colluttazione con Rotta, riesce poi a rubargli l’arma e fa fuoco. Demenego allertato dagli spari si avvicina e viene colpito. Quando è a terra, Meran addirittura gli strappa dal cinturone l’intera fondina con la Beretta inserita. Su questo si innesta la polemica sollevata dal Sindacato autonomo di polizia (Sap) per il quale “al primo agente è stata sfilata la pistola perché aveva una fondina vecchia, in quanto quella in dotazione gli si era rotta. Al secondo agente ucciso, la fondina sarebbe stata strappata dalla cintura”. Fondine vecchie o difettose, questo giustificherebbe l’intera vicenda? Nemmeno per sogno e ne sono convinte anche nei sindacati, a cominciare dall’Associazione funzionari (Anfp). La risposta del Dipartimento di pubblica sicurezza è stata netta: “Speculazioni odiose” e forse anche premature. Secondo fonti sindacali, Rotta aveva in dotazione una fondina in cordura, quella classica che viene fornita assieme al cinturone. Questo tipo di fondina ha una sicura per l’arma costituita da una semplice linguetta che in molti casi l’agente toglie senza nemmeno accorgersene. Ancora prima di questa fondina, c’era la classica in pelle bianca senza sicura se non una semplice clip. Demenego, invece, avrebbe avuto in dotazione la fondina nuova con un sistema rotante per quando l’agente si siede nella Volante.

Queste fondine sono state denunciate dal Sap perché ritenute difettose e in molti casi sono state ritirate. Che le armi dei due agenti fossero o meno legate al correggiolo è ancor meno rilevante. Fatta la storia delle fondine, nulla cambia. Sicura o non sicura, fondina nuova o vecchia, tutto nasce dalla follia di Meran, il cui disagio psichico confermato ancora ieri dalla madre non era mai stato certificato. Nel momento in cui il dominicano ruba la pistola si trova in mano con buona probabilità un’arma con il colpo in canna, altrimenti avrebbe dovuto armarla perdendo tempo prezioso. Ma anche questa è polemica sterile. Tenere il colpo in canna con o senza sicura all’arma è, a oggi, a totale discrezionalità dell’operatore. Qualche vecchio agente poi ha sollevato il problema delle manette che non sono state usate. Va detto però che il dominicano non era stato fermato in flagranza. Meran non è uno spacciatore inseguito e ammanettato come capita di vedere spesso nelle nostre città.

Meran chiama la polizia e si consegna. Quando arriva in Questura c’è anche il fratello. Addirittura scherzano con gli agenti. La situazione è chiaramente rilassata, il che giustifica in tutto e per tutto il non utilizzo delle manette. E così torniamo al punto di partenza. Alla fatalità di un evento che semmai, ci spiega un importante dirigente della Polizia di Stato, “dimostra quanto sia pericoloso il nostro mestiere, ogni giorno, per ogni banale accompagnamento”. È il calcolo del rischio che corre sempre su un crinale pericoloso. Il questore Giuseppe Petronzi, poliziotto di grande esperienza, ha spiegato che “la dinamica è chiara, ma fare ipotesi al momento non è serio”. Dagli ultimi rilievi emerge che Meran ha esploso 23 colpi usando entrambe le pistole. Il duplice omicidio è avvenuto in uno spazio chiuso dove erano presenti solamente le due vittime e Meran. Ieri sia la madre che il fratello dell’assassino hanno chiesto scusa ai parenti delle vittime. “Non so come chiedere perdono a queste famiglie”, ha detto la madre Betania. Prego Dio che dia loro la pace e che un giorno possano perdonare”. “Mi dispiace tanto — ha aggiunto Carlysle Stephan Meran — mio fratello ha fatto un disastro”. Venerdì pomeriggio al telefono con la polizia lui aveva detto che Alejandro “era molto agitato”. Un’agitazione che, però, è rimasta sotto traccia fino a quando è esplosa all’improvviso.

Eliminare le franchigie e aumentare le royalty: la vera lotta al petrolio

Il governo è alla canna del gas. Cerca risorse per scongiurare l’aumento dell’Iva ed evitare una manovra recessiva. Una cosa che potrebbe fare immediatamente, senza timore di scontentare consumatori e mondo produttivo, è aumentare le royalties su gas e petrolio estratti in Italia. Ne ricaverebbe cospicue risorse finanziarie (si stima almeno 250 milioni in più l’anno) e darebbe un segnale al “popolo di Greta” che invoca concrete misure contro il capitalismo delle fonti fossili.

Cosa sonole royalties? Non tasse. Per estrarre risorse minerarie, siano diamanti o petrolio, bisogna pagare un corrispettivo al proprietario del terreno dove si trovano, ripagandolo per aver messo a disposizione risorse naturali esauribili. Le royalties si pagano in percentuale al valore di una determinata quantità di minerale estratto, un costo che l’investitore deve sostenere prima del pagamento delle imposte. Negli Stati Uniti, dove è cominciata l’industria petrolifera moderna a metà XIX secolo, le royalties sono state fissate al 12,5 % del prezzo di un barile di petrolio. Le società petrolifere pagano la royalty al proprietario delle risorse minerarie (negli Usa è di solito un privato, nel resto del mondo è lo Stato); poi versano separatamente allo Stato le tasse sugli utili dalla vendita. Il livello delle royalties sul petrolio varia da Paese a Paese ed è cambiato nel tempo, ma molto raramente è sceso al di sotto del 12,5%, e quasi sempre è un valore più alto (per esempio in Texas è al 25%, in Germania più del 20%).

In Italia la produzione di gas naturale e petrolio è stata avviata tra gli anni 50 e 60 e ha dato un contributo importante (specie con la “metanizzazione” guidata da Mattei) allo sviluppo industriale. Alla fine degli anni 80 sono stati scoperti importanti giacimenti in Basilicata, tanto che oggi la regione è il principale produttore di petrolio su terraferma nell’intera Ue. Le royalties che le società petrolifere pagano su gas e petrolio italiani variano tra il 4 e il 10 %, ma significative quote di produzione ne sono del tutto esenti. La produzione nazionale di idrocarburi, non impedisce che l’Italia sia quasi del tutto dipendente dalle importazioni che coprono oltre il 90 % del fabbisogno ed è sempre più insidiosa dal punto di vista ambientale: si pensi al recente sversamento di 400 mila tonnellate di greggio in Basilicata con rischio di contaminazione del Pertusillo, il principale bacino idrico dell’Italia meridionale.

Aumentare le royalties ed eliminare ogni esenzione avrebbe tre vantaggi rilevanti. In primo luogo rappresenterebbe una boccata di ossigeno per le casse statali in un momento critico. Mentre nel 2017 le royalties incassate erano 167 milioni di euro (ultimo dato disponibile), con un moderato aumento al 12,5% l’incasso sarebbe stato di circa 430 milioni. In secondo luogo sarebbe una misura in linea con la sbandierata volontà di ridurre i “sussidi” alle fossili, senza le controindicazioni di opzioni come la riduzione degli aiuti sul gasolio agricolo che metterebbe in difficoltà un settore strategico. Sarebbero poi il segnale di un ritorno dello Stato nella gestione delle risorse naturali, contro politiche estrattiviste che hanno troppo a lungo dominato il mondo occidentale, secondo le quali più si sfrutta risorse e territorio e meglio è.

Una politica lungimirante eviterebbe di riversare queste nuove entrate direttamente nella spesa corrente, isolandole invece in un apposito fondo dal quale trarre risorse per finanziare progetti nella ricerca nelle rinnovabili, nella riconversione e nella cura del territorio. Il privilegio di rendita alle società petrolifere non ha più ragion d’essere. La maggior parte ha recuperato i propri investimenti da decenni. Assomineraria lamenta che tra royalties e altre forme di imposizione fiscale, la tassazione sugli idrocarburi supererebbe il 60 %. In altre parti del mondo, una suddivisione della rendita che lascia allo Stato il 90 % delle entrate e il 10% alle società private garantisce comunque loro margini di profitto adeguati.

È passata l’era nella quale l’Eni, società totalmente pubblica con il compito di garantire la sicurezza energetica del Paese ed energia a basso prezzo, aveva il monopolio della produzione. Oggi estraggono idrocarburi in Italia società da tutto il mondo. Eni è una spa che ha come principale obiettivo macinare profitti e continua a investire quasi per intero le sue risorse finanziare nelle fonti fossili. Non c’è ragione di regalare quote di rendita statale. La politica energetica del futuro dovrà implicare una progressiva limitazione alla produzione di idrocarburi e un’imposizione fiscale che incentivi la riduzione delle emissioni di CO2 da fonte fossile. Questo governo può dimostrare di non essere con la “generazione Greta” solo a parole: faccia valere i suo diritti di proprietario delle risorse naturali e domandi alle società petrolifere quanto gli spetta.

Trivelle, dai canoni più cari nemmeno un euro in più

A un certo punto sembrava che tutto dipendesse da quella decisione: fermare una volta per tutte le trivelle e aumentare le imposizioni ai petrolieri. Era febbraio e l’emendamento al dl Semplificazioni che doveva mettere a punto il nuovo sistema anti-fonti fossili in Italia ha cambiato forma svariate volte prima di raggiungere un compromesso gialloverde: l’aumento di 25 volte dei canoni annuali di coltivazione e stoccaggio degli idrocarburi per tutte le compagnie petrolifere e uno stop alle ricerche di 18 mesi per realizzare il “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”. A oggi non c’è traccia né dell’uno (che comunque è previsto sia pronto per il 2021) né dell’altro, nonostante secondo la norma l’aumento sarebbe dovuto entrare in vigore dal 1° giugno del 2019. Finora, infatti, gli operatori non hanno ancora pagato nessuna maggiorazione sui canoni, né su quelli di ricerca né su quelli di coltivazione e stoccaggio.

Le riscossioni per le ricerche sono in effetti ferme perché essendoci una moratoria che blocca quelle già autorizzate (in attesa del piano) non sarebbe equo chiedere tanto i canoni quanto un loro aumento. Per coltivazione e stoccaggio, invece, la situazione è diversa: in quei casi non c’è stato alcuno stop produttivo ma le compagnie petrolifere non hanno ancora avuto nessun aumento sulla quota perché manca un decreto (che risulta essere in fase di finalizzazione) emesso dal ministero dell’Economia di concerto con quello dello Sviluppo Economico che, come previsto dalla norma sulle trivelle, stabilisca i modi e i tempi per corrispondere gli oneri concessori maggiorati. In particolare, il decreto di febbraio prevedeva che per queste zone le aziende dovessero corrispondere 1.481 euro per chilometro quadrato per la concessione di coltivazione (prima era di 59 euro), 2.221 per chilometro quadrato per la concessione di coltivazione in proroga (invece di 88 euro).

Secondo la relazione tecnica alla norma, la rimodulazione anche solo di questi due tipi di canoni produrrebbe “complessivamente maggiori entrate per il bilancio dello Stato nell’ordine di circa 16 milioni di euro per l’anno 2019 e 28 milioni per ciascuno degli anni successivi”. Un aumento importante se si tiene conto che il gettito del 2018 è indicato a 1,3 milioni e che il decreto assegna alla realizzazione del piano una dotazione di un milione che dovrebbe proprio arrivare dal gettito del 2019. Sempre la stessa norma identifica poi, in queste maggiori entrate, la fonte di risarcimento per tutte le eventuali cause e richieste di risarcimento qualora aree già produttive dovessero rientrare in quelle indicate dal piano come non idonee alla coltivazione di idrocarburi. Una cifra che nella migliore delle ipotesi si aggirerebbe intorno a 282 milioni di euro. È il costo della transizione: ogni entrata in più può solo essere un vantaggio.

Mail Box

 

Da dieci anni siete la mia lettura mattutina

Quando uscì il primo numero del Fatto ero a Bologna. Ospite di mia figlia, che studiava Lettere all’Alma Mater, ero venuto dalla Sicilia per seguire la Fiera del libro antico. Proprio vicino a casa di mia figlia c’era un’edicola.

Ma, quando mi recai – saranno state le 8.30 – per acquistare una copia del Fatto, l’edicolante mi rispose che non ne aveva più, che tutte le copie si erano esaurite in un baleno.

Aggiunse, però, forse avvertendo il mio disappunto, che aveva già provveduto a richiederne altre. Così, mentre salutavo mia figlia per andare alla Fiera, le raccomandai di prendere una copia del Fatto che l’edicolante mi avrebbe messo da parte. E così fu. Tornato a casa a ora di pranzo, mia figlia mi consegnò la copia del Fatto.

Da allora, tutti i giorni il Fatto è la mia lettura mattutina.

Infatti, in questi 10 anni di vita del giornale, vi ho sempre trovato il rispetto indefettibile dei valori fondamentali della Costituzione della Repubblica: giustizia, libertà e democrazia, che costituiscono l’ispirazione di tutti i collaboratori (compreso Buttafuoco…) contro i vari tentativi, da Berlusconi a Renzi, di snaturarla se non di demolirla.

Paolo Fai

 

In viaggio in treno mi diverto a chiedere una copia del Fatto

Cari amici del Fatto,

non potete capire con quale soddisfazione in treno, quando passano con il carrello dei giornali e sistematicamente alla mia richiesta rispondono “no spiacente, abbiamo tanti altri giornali ma non il Fatto, rispondo a voce alta “se non avete il Fatto non voglio nessun altro giornale!”.

In realtà sono una vostra abbonata da anni, ma mi diverte troppo vedere i compagni di viaggio che si stupiscono della mia esclamazione decisa e libera. Spero sempre che tra i tanti viaggiatori della mia carrozza ci sia anche qualche “pennivendolo” del Giornale, di Repubblica, di Libero ecc…

Stefania Pasquarelli

 

Dieci anni insieme e fonte di dibattito con mio marito

In questi 10 anni siete stati per me e mio marito molto importanti, anche quando magari, e per fortuna, lui o io non ci siamo trovati d’accordo su alcuni contenuti (del resto anche tra noi usiamo la massima autonomia critica).

Prendiamo tre-quattro quotidiani al giorno e di diverse impostazioni, ma il Fatto quotidiano non manca mai. Per favore, continuate così per altri decenni, chiunque governi questo paese, da troppo tempo maltrattato.

Laura Marinoni

 

Basta con arroganti burocrati alla guida della scuola

La mia idea di scuola: un luogo di confronto pluralistico, in cui i discenti e i docenti possano respirare un clima di libertà e che non sia l’emulazione di modelli aziendali goffi e maldestri, decotti e anacronistici, bensì un ambiente che valorizzi i talenti e le attitudini di ognuno, e soprattutto permetta la partecipazione più ampia alla gestione degli organi collegiali e a una direzione il più possibile democratica.

Ogni realtà scolastica presenta le proprie peculiarità in quanto comunità educativa e di apprendimento e in quanto comunità professionale, per cui ogni singola scuola ha l’esigenza di essere valorizzata nella sua identità particolare. A tale scopo occorre che alla guida della scuola non siano preposti dei burocrati arroganti e ottusi, calati dall’alto, bensì soggetti scelti in modo libero e diretto dalla stessa comunità professionale che vi opera, cioè dei presidi eletti e con scadenza temporale.

Inoltre, è necessario che siano riconosciute la dignità professionale dei docenti e la libertà di insegnamento, da fin troppo tempo umiliate e calpestate da una sequenza devastante di “schiforme” varate dai tanti governi (sia di centro-destra, che di centro-sinistra) che si sono avvicendati negli ultimi decenni.

Lucio Garofalo

 

Non abbiamo bisogno di fenomeni alla Renzi

Ha ragione Giuseppe Conte far presente a Renzi che “non abbiamo bisogno di fenomeni”, ma questo l’ex sindaco di Firenze non lo può capire.

Lui si sente “il Fenomeno” per antonomasia, la realtà non scalfisce questa sua, incrollabile, convinzione, una prova plastica di tale deviazione mentale la abbiamo avuta dopo i risultati del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016: lui non si è mai rimproverato nulla, la colpa, secondo i suoi neuroni, è di chi ha votato contro la sua volontà, ancora adesso gira per i talk show a rivendicare la sua “prodigiosa” azione di governo che ha ridotto il Pd ai minimi termini spalancando le porte al peggior populismo sovranista.

Mauro Chiostri

 

Agire in fretta e con misure efficaci per salvare la Terra

L’emergenza clima ci costerà l’otto per cento del Pil nazionale. Salvare la Terra ha un costo, ma bisogna agire in fretta prima che sia troppo tardi.

Poco importa se siamo noi i responsabili dell’innalzamento delle temperature, quello che conta è intervenire con misure efficaci.

Gabriele Salini

Ricatto su Alitalia dei Benetton? Ma quando mai! Si son capiti male

La gente è così: meschina, prevenuta, volgare. Basta che dici una cosa e subito: ma questo è un ricatto e invece spesso è solo un banale fraintendimento. Prendiamo il caso di Atlantia, la holding controllata dai Benetton che possiede Autostrade per l’Italia. Come ricorderete nell’agosto 2018 a quest’ultima venne giù un ponte a Genova con 43 persone sopra. Il governo dell’epoca, soprattutto il premier e il M5S che al governo ci sono ancora, disse: è inaccettabile, vi leviamo la concessione. Poi lo stesso governo, in particolare il ministero di Luigi Di Maio, disse ad Atlantia: perché non ci dai una mano a salvare Alitalia? Adesso – dopo mesi di tira e molla, col tempo che sta per scadere – la holding dei Benetton scrive al governo: se ci togliete la concessione, non parteciperemo a “un’operazione onerosa di complessa gestione ed elevato rischio” come Alitalia “per senso di responsabilità verso azionisti e dipendenti”. E tutti a dire: è un ricatto. E invece no. Dice Conte: “Non mi permetto di valutare se sia un ricatto, dico solo che il governo è stato molto chiaro sin dall’inizio: Alitalia è una questione, le concessioni autostradali un’altra, no a commistioni”. Pure la ministra De Micheli la pensa così: “Io non l’ho letto come un ricatto: da una parte ci sono gli investimenti per Alitalia, dall’altra le risposte da dare a una procedura”. Visto? Non è un ricatto, è che i Benetton non hanno capito che per il governo erano due questioni separate. Basta spiegarglielo e va tutto a posto. O no?