Conte, Salvini e Renzi: ne resterà vivo uno solo

 

“Sereno con Renzi?Come potrei. Rischiamo di non andare avanti”

Il premier Giuseppe Conte al Corriere della Sera

 

“Conte e Zingaretti non facciano come me. Non è possibile che una maggioranza vada avanti in un ‘Vietnam’ quotidiano. Facciano con Renzi un patto, nel momento in cui Renzi non lo rispetterà si vada al voto”

Enrico Letta, ex premier

 

Si chiama Leopolda, il Rubicone delle elezioni anticipate che Matteo Salvini decise di attraversare troppo tardi e che Giuseppe Conte minaccia di attraversare molto presto. Non è affatto strano che, trascorsi soltanto due mesi dall’8 agosto del mojito, la questione dell’interruzione anticipata della legislatura si riproponga con lo stesso protagonista, il presidente del Consiglio, e con un antagonista che di nome fa sempre Matteo, ma di cognome Renzi. Non è strano nel momento in cui le sorti della Repubblica dipendono da due giocatori d’azzardo, di segno politico opposto ma entrambi inattendibili, entrambi afflitti da io ipertrofico, entrambi concentrati sul proprio interesse particolare e indifferenti all’interesse generale del Paese. Enrico Letta ha ragione quando ricorda il “Vietnam” a cui fu sottoposto dal bullo di Rignano prima di essere da costui estromesso da Palazzo Chigi. Ha torto però quando consiglia a Conte e Zingaretti un patto con Renzi, pronti ad andare al voto se l’accordo non venisse rispettato. Sbaglia perché Renzi è la slealtà politica fatta persona (mi ha già querelato non si sa bene perché, mi quereli ancora se vuole). Stringere patti con lui significa ficcare la testa nelle fauci di un coccodrillo augurandosi che soffra di inappetenza. Renzi non cerca intese, ma vendette. Dalla sconfitta nel referendum del 4 dicembre 2016 e dai successivi tracolli ha ingoiato tanta di quella bile che la metà basta. Pensare che la sua voglia, anzi fregola, di rivalsa si sia esaurita con la scissione dal Pd è da ingenui.

In Renzi agisce l’istinto di un Joker da cortile che, convinto di aver subito chissà quali torti, gode a portarsi via il pallone. Prima che lo faccia (e lo farà quando meno ce lo aspettiamo), Conte gli dimostri con le maniere forti (altro che patto!) ciò che Renzi sa perfettamente. Che elezioni anticipate a febbraio, subito dopo l’approvazione della legge di Bilancio, trasformerebbero il partitino ologramma Italia Viva in Italia Morta. Un ectoplasma del 3-4 % inservibile per ricatti e ricattini parlamentari. Attendere tremebondi interrogandosi sul quale sarà, il prossimo 20 ottobre, il responso della Leopolda significa solo alimentare le tracotanti pulsioni dell’ex tutto.

Al contrario, è Renzi che dovrebbe stare bene attento a misurare le parole, per non finire come l’altro fallito di successo, dall’identico nome, che ora vegeta all’opposizione con sondaggi calanti. Conte, Salvini, Renzi: ne resterà vivo uno solo. Non è una questione personale, ma riguarda 60 milioni di italiani che vogliono un governo che governi e dei bulli da cortile ne hanno piene le scatole.

La fede in Dio è bifronte: “Nel cuore del credente abita un piccolo ateo”

In quel tempo, gli Apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sràdicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: ‘Vieni subito e mettiti a tavola’? Non gli dirà piuttosto: ‘Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu’? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’” (Luca 17,5-10).

Signore, accresci in noi la fede! È questa l’invocazione con cui gli Apostoli si rivolgono a Gesù e che dovrebbe essere anche il nostro grido di fronte ai mille problemi e difficoltà che quotidianamente travagliano la nostra vita e l’umanità. Anche il profeta Abacuc (prima lettura) garantisce che il giusto vivrà per la sua fede (Ab 2,4). Ma come si misura la fede? È una quantità che si accresce secondo la domanda degli Apostoli? Gesù sembra ribaltare il problema: quello che conta è il frutto che la fede produce, che la rende anche visibile davanti a tutti.

La fede è cara a Dio. Abramo ci è presentato come “nostro padre nella fede”. È Dio stesso che collabora a radicare la fede nel cuore del credente. È Dio che l’accredita come via per una giusta relazione con Lui. Gli Apostoli avvertono la pochezza della loro fede; ma per quanto fragile e titubante, essa è già sufficiente per permettere loro, nonostante tutto, di continuare ad ascoltare Gesù. Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”. Il gelso da piantare nel mare, simbolo quest’ultimo delle forze ostili e della sterilità, è figura della vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, una promessa di fecondità anche nei luoghi più inospitali alla vita.

La piccolezza della fede allude alla sua mescolanza con la nostra inesauribile incredulità. È noto un pensiero dell’amato P. Carlo Maria Martini, cardinale arcivescovo di Milano: nel cuore di un credente abita sempre un piccolo non credente, come nell’animo di un non credente si dibatte sempre un piccolo credente. Quanto più il credente scopre la propria debolezza e la vive nel cordiale affidamento, tanto più sperimenta la forza rinnovatrice di Dio. È nella debolezza della morte del Signore che si manifesta la potente efficacia della Sua risurrezione, della Pasqua! L’arbusto di senape cresce spontaneo e si moltiplica, grazie al vento che ne sparge il seme quasi invisibile per la sua piccolezza, ma carico di una potenza di vita smisurata; l’albero che nasce cresce robusto e frondoso, pieno di fiori gialli, ricco di semi giallo-rossastri o rosso-nerastri finemente zigrinati: le sue chiome offrono riparo agli uccelli.

Una piccola fede e un granello di senape introducono la figura del servo inutile. Non c’è diritto, né merito, né pretesa, né rivendicazione da parte del servo, come non si dà dispotismo da parte del padrone. La fede fa vivere in un regime di gratuità. Servo e padrone vengono legati da una reciproca e profonda fiducia che mette al centro la libera iniziativa di Dio e la libera risposta d’amore del discepolo di Cristo: Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato (2Tm 1,14).

Nell’umiltà dei servi inutili, senza guadagno, né interessi, ma arricchiti del dono della fede, possiamo rivelare le meraviglie dell’amore del Risorto: abbiamo fatto quanto dovevamo fare, nel dono e nella gratuità.

*Arcivescovo emerito di Camerino — San Severino Marche

Bazoli e Del Vecchio insegnano a Greta a guardare al futuro

Non si è fatta attendere la risposta italiana a Greta Thunberg, troppo giovane per avere il diritto di incazzarsi. A 84 anni Leonardo Del Vecchio, che è diventato uno degli uomini più ricchi del mondo producendo occhiali in Cadore, si mette a scalare Mediobanca. Ai tempi del fondatore En- rico Cuccia era il metronomo del capitalismo di relazione, ora è solo la cassaforte del controllo delle Assicurazioni Generali. Per la banda di vecchi spompati che – insieme a giovani complici avidi e senza etica – stanno spingendo nel baratro l’economia italiana, le Generali sono il Sacro Graal, il Vello d’oro, la posta suprema di giochi di potere che potremmo definire infantili se non costassero ogni anno decine di migliaia di posti di lavoro. Le Generali si trascinano in un triste declino. Erano una delle poche vere multinazionali italiane, in grado di affermare la leadership tricolore nel mercato internazionale delle polizze. Per decenni azionisti e manager si sono preoccupati solo di chi comandava e di chi era l’azionista che il manager doveva ringraziare (non osiamo immaginare come) per la nomina. Adesso parliamo di una compagnia di caratura regionale, prossima preda di uno dei veri colossi mondiali. Così ancora di più azionisti, influencer, suggeritori e politici italiani trascurano le strategie industriali della compagnia per curarsi solo delle trame di potere. Per esempio, una cordata sovranista che tenga le Generali lontane dalle grinfie francesi garantendo al Leone di Trieste di agonizzare sotto le insegne nazionali e a lorsignori di continuare a sgraffignare qualcosa fino alla fine.

A Brescia Giovanni Bazoli, che ha 71 anni più di Greta, le mostra ciò che una ragazza nata nel terzo millennio non può neppure concepire: come subordinare il futuro delle terza banca italiana, l’Ubi, agli interessi di un’entità spirituale che solo raffinati teologi — oltre all’anziano banchiere — saprebbero definire: i bresciani. Ubi è nata 12 anni fa da un accordo di potere tra i “bresciani” e i “bergamaschi”. Dopo anni di risse – contenute a fatica da patti parasociali talmente sospetti da mandare Bazoli a processo insieme all’amministratore delegato Victor Massiah e a un’altra trentina di bresciani e bergamaschi, oltre a qualche alieno proveniente da altre province lombarde – alcuni della obbedienza bergamasca hanno arruolato qualche “traditore” bresciano e soprattutto quelli di Cuneo (alienissimi ma con i soldi) per mandare in minoranza Bazoli e i suoi cari. Massiah, da 12 anni comandato in remoto, per via telepatica, dagli animal brescian spirits, sarà silurato a stretto giro? Chi se ne frega, direte voi. Ma di questo e solo di questo si parla nel cuore del capitalismo bresciano (che è il cuore del capitalismo italiano). Non del fatto che le azioni Ubi valessero 20 euro all’inizio e 2,5 oggi. Si parla di prossima fusione con Banco Bpm (nata recentemente dalla fusione di Banco Popolare e Banca Popolare di Milano) per evitare il crac di entrambe e loro pensano solo a chi comanderà: i milanesi, i bergamaschi o i veronesi?

Il 25 settembre scorso i lettori del Fatto hanno potuto leggere l’analitica riflessione di Martin Wolf del Financial Times sulla drammatica crisi di un capitalismo in cui “le decisioni delle aziende sono prese sulla base di considerazioni finanziarie personali dei loro manager”. Magari valesse anche per l’Italia. Purtroppo noi siamo già oltre. Mentre la generazione di Greta guarda angosciata al riscaldamento globale che la lesserà, i manager italiani devono farsi gli affari loro anche sulla base degli umori dei bresciani e dei bergamaschi. I capponi di Renzo in confronto erano dei lungimiranti strateghi.

Nel 1997 “votammo” a sedici anni (da soli)

Ho scritto il breve testo di una legge per il voto a sedici anni sul mio banco alla Camera un giorno del 1997 (11 febbraio) a quasi un anno dalla mia elezione. I miei vicini di banco Pisapia, Mussi e Folena si sono passati il foglio e lo hanno firmato. Subito dopo lo abbiamo consegnato al Gruppo dell’Ulivo, di cui facevamo parte, e alla presidenza della Camera. È toccato a me parlare in aula per illustrare la proposta di legge, e leggo nell’archivio della Camera di avere detto queste frasi: “Al di sotto della soglia giuridica dei 18 anni, che delimita adesso la frontiera della maggiore età, avviene una intensa attività pubblica e sociale da parte di persone giovani che sono fisicamente e mentalmente in grado di lasciare un segno nella loro vita e in quella della collettività, ma sono politicamente escluse e ritenute irresponsabili. La proposta è di spostare da diciotto a sedici anni la maggiore età, e quindi l’età per esercitare il diritto attivo di voto. Lo scopo è di evitare sacche di esclusione e di indifferenza legalizzata dei più giovani rispetto al processo politico. Una ragione più profonda è che sempre più materie e questioni che riguardano le generazioni più giovani, sono discusse e decise da generazioni marcatamente più anziane, con una inevitabile diversità di visione e di previsione. Spostare l’età del diritto di voto a sedici anni vuol dire anche prendere atto della evoluzione rapida della tecnologia delle comunicazioni, delle informazioni, e dunque dell’organizzazione sociale, che consente ai giovani presenza e partecipazione che prima erano impossibili. Giovani cittadini, di fatto già socialmente attivi, potranno partecipare da elettori ai grandi dibattiti (e alla scelta dei protagonisti) che li riguardano, come la scuola, il lavoro, la legislazione sulla circolazione delle droghe, i diritti civili e i doveri sociali”.

In aula c’erano poche persone, e non ci sono stati applausi. Nessun collega, da una parte o dall’altra dell’emiciclo ha offerto di aggiungere la sua firma al testo che leggete qui sotto, tratto anch’esso dall’archivio della Camera.

“Proposta di Legge n. 3193 sul voto a sedici anni”. Art. 1- il primo comma dell’articolo 2 del Codice Civile è sostituito dal seguente: “La maggiore età è fissata al compimento del 16° anno di età. Con la maggiore età si acquista la capacità di compiere tutti gli atti per cui non sia stabilita un’età diversa”. Art. 2 “Sono elettori tutti i cittadini che hanno raggiunto la maggiore età”.

Come sapete, le proposte di legge, per essere discusse devono essere “calendarizzate”. Solo dopo vengono inviate alle Commissioni e poi, col voto delle commissioni, in aula.

Non saprei dirvi perché non è avvenuto allora. Posso dirvi che non si è levato neppure un brusio di interesse. Ne ho scritto qui non per esibire il mio lavoro in Parlamento (sarebbe infantile) ma per dire che ci sono dei venti che si levano furiosi in certi momenti (come il taglio del numero di parlamentari in questi giorni) e in altri momenti una calma piatta da Linea d’ombra circonda leggi fondamentali (come quella sul “fine vita”). Nessuno ha visto allora lo spazio vuoto che si stava creando tra coloro che se ne andavano via con la vita che in qualche modo si erano creati in un lungo periodo di benessere, e quelli che arrivavano allora e trovavano nessuno ad accoglierli e nessun interesse.

Adesso? Credo che la legge sul voto giovane, così come nasce ora, sia la sorella gemella del taglio freneticamente invocato del numero di deputati e senatori. Hanno tutte e due la caratteristica di un nuovo modo di governare che si basa sul dispetto. La legge sul voto giovane invecchia di colpo i vanitosi post-quarantenni che hanno un seggio in parlamento e si sentono giovani campioni dei giovani.

La legge sul taglio dei parlamentari (insignificante nel risparmio di spesa e confusissimo nel processo di riadattamento) umilia coloro che dovranno votarlo, dichiarando l’evidente inutilità non di alcuni di essi (nessuno viene personalmente eliminato) ma di tutti. La dichiarazione è: con voi possiamo benissimo lavorare sia se siete 800, sia se siete 80, perchè nessuno di voi, in particolare, fa differenza. Ridurre il tempo di discussione è una buona cosa. Il sottotesto, non felice, è che le decisioni sono o saranno comunque già prese da altre forme di guida e rappresentanza.

Posso dire che la legge sul voto giovane sarebbe comunque una buona cosa, ma arriva tardi?

Farsene campioni dopo la straordinaria prova di leadership di Greta Thunberg e dei ragazzi e ragazzini di Hong Kong non è proprio l’avere visto il futuro. È solo averlo constatato in fatti e persone troppo giovani, di imprevedibile forza.

“Io survivor dell’esercito dei morti invisibili”

“Lei era Marta e ha scelto di morire impiccandosi”. Inizia così, per me, la storia di Marta. Scrollando in velocità l’home page del sito del fattoquotidiano.it. La foto messa a corredo – una ragazza mora, sorridente – aveva fatto il resto. Clic. “Lei era Marta, mia figlia. Il 15 aprile 2019 all’età di 40 anni ha scelto di morire impiccandosi. L’ha fatto in casa sua a Roma. Ci ha lasciato uno scritto sul tavolo della cucina, due mozziconi di sigaretta nel posacenere, il telefono in modalità aerea, una bottiglia di vodka e troppo dolore”. Quella che stavo leggendo era la lettera che la madre di Marta, C., aveva inviato alla sezione “Fatto da Voi” del nostro sito. “Il primo grido di dolore, pur contenuto e dignitoso – mi confesserà lei, poi, durante il nostro primo scambio – al di fuori dello spazio sacro della mia famiglia”.

“Marta non riusciva più ad affrontare la vita. ‘Troppo difficile per me’, come ha testualmente lasciato scritto. Aveva una famiglia che la amava, un lavoro, un ragazzo, tantissimi libri, pensieri profondi e nascosti. Da quel momento io non sono più quella che ero, un tornado mi ha scaraventato in un’altra dimensione sconosciuta e crudele. Ma l’intento di questa mia lettera non sono io né la mia famiglia: i survivor come veniamo definiti dalla poca letteratura in tema. Vi scrivo per denunciare il silenzio degli organi di stampa riguardo alle morti per suicidio, la seconda causa di morte tra gli adolescenti. Spesso per notizie così si spendono quattro parole in un trafiletto che si conclude quasi sempre con ‘soffriva di depressione’. Io non ho la risposta alla grande domanda: perché l’ha fatto? Gli anni che mi resteranno da vivere non saranno sufficienti. Vi ringrazio della vostra attenzione”.

Pensiamo che non ci riguardi, e non vogliamo sentirne parlare. Pensiamo a casi isolati di persone sull’orlo della follia, o caduti nel vortice del disturbo mentale. Ma non discuterne, non leggerne, non è un modo per “proteggersi”, per evitare “contagi”. In Italia ogni anno 3.935 persone si uccidono, 800mila nel mondo (e si calcola che, per ogni tentativo di suicidio andato a fine, ce ne siano almeno 10 volte tanti che invece non riescono). Più di quanti muoiano in guerra o per catastrofi naturali: 1 ogni 40 secondi, per l’Organizzazione mondiale della sanità. Le vittime, 8 su 10 sono uomini, e in maggioranza, più del 70%, hanno dai 45 anni in su. Ma – ed è il primo luogo comune da combattere – si è in presenza di un disturbo mentale diagnosticato solo nel 13% dei casi (dati Istat, 2011-2013).

Come confermano gli studi sulla mente suicida, che dagli anni Sessanta si sono affermati a partire dagli Stati Uniti, chi arriva a compiere questo gesto estremo è profondamente infelice, ma non è necessariamente un malato mentale. Ci possono essere altri “elementi lesivi”: perdita del lavoro, difficoltà abitative o finanziarie o legali, problemi relazionali, abuso e dipendenza da sostanze. “Ma mica ci suicidiamo tutti!”, è quello che ci ripetiamo. Certo. Deve esserci un terreno fertile, in grado di lasciar crescere un dolore dilagante, via via più difficile da contenere. “È ovvio – spiega il prof. Maurizio Pompili, unico suicidiologo in Italia – che nei pazienti affetti da depressione maggiore, disturbo bipolare, distimia e disturbi dell’umore con diagnosi mista, il rischio di suicidio sia maggiore. Se continuiamo però a parlare solo di numeri e statistiche, perdiamo di vista l’assioma fondamentale. Il suicidio, diversamente da quello che pensiamo, non è un movimento verso la morte, è un movimento di allontanamento da un dolore mentale divenuto insopportabile, e che può cessare solo ponendo fine al nostro stato di coscienza, al nostro flusso di idee. I tassi di suicidio pressoché definiti permettono di identificare quella che è solamente la punta dell’iceberg”, scrive Pompili nel suo La prevenzione del suicidio. Le preoccupazioni e i pensieri relativi alla morte come “opzione desiderabile” sono molto più comuni di quanto possiamo immaginare.

“Sono passati poco più di tre mesi. La mia elaborazione è ancora in una fase direi primordiale, giovane, acuta come il pianto di un neonato senza la mamma. Comunque mi rendo disponibile a parlarle”. Non pensavo che C. avrebbe risposto. E invece, “3 mesi e 9 giorni dopo Marta”, io e C. siamo sedute sul suo divano. “Questo è quello che facciamo noi survivor, contiamo il tempo. Adesso mi vedi così, sono qui e parliamo… ma le crisi di dolore quando arrivano sono uno tsunami”. C. è una donna minuta. È fieramente un’insegnante, amante degli animali, di buone letture. Ha una forza – e una lucidità – che non pensi possa stare tutta in quel piccolo corpo. “È Marta. Ha messo in luce la verità sul mondo, sul nostro mondo. Forse lo sapeva che ce l’avrei fatta…”. Mentre lo dice cerca di darsi più forza, di stringersi in quelle spalle. Pensa a lei, Marta. Pensa alle altre sue due figlie. Pensa ai suoi bambini a scuola (che quest’anno per la prima volta non accompagnerà in classe). Pensa a sé, come donna. “Io ero C., la madre di Marta. Chi sono ora? In un certo senso devo ri-partorire. Mi chiedo come ne uscirò. Ma io non ne voglio uscire. Devo scendere a patti col disordine, col dolore. Trovare una nuova armonia”.

Sentendo le sue parole, capisco che potrebbe continuare ancora e ancora per ore. A salire e a discendere, a piangere e – cosa per lei più importante – a ridere delle “tante cose condivise insieme”. Grazie ai racconti, Marta è sempre più a fuoco. I suoi 40 anni. La casa dove abitava con S., la sorella di poco più piccola. Lei che suonava la viola e il pianoforte, che aveva fatto il corso di astrologia con Marco Pesatori, il cammino di Santiago con gli amici, il progetto di matrimonio a Natale… Lei che leggeva e leggeva. Più parla di sua figlia, più comprendo che il suicidio – “il tumore dell’anima”, come lo chiama C. – non è degli ultimi.

“Nella nostra società c’è il cancro, ci sono gli incidenti, ma i morti per suicidio non devono esistere”, sentenzia. “Sai che il prete che ha officiato il funerale non mi ha stretto la mano per le condoglianze? Il famoso “stigma”. Ma io me ne frego, cammino a testa alta. Perché so che accanto ho Marta. Lei è più viva adesso che prima”. C. si ricorda la canzone di Fabrizio De André, Preghiera in gennaio: “Ai suicidi dirà/Baciandoli alla fronte/Venite in Paradiso/Là dove vado anch’io/Perché non c’è l’inferno/Nel mondo del buon Dio…”.

Dove c’è un suicidio c’è un “survivor”. Anzi – secondo Edwin Shneidman, scienziato e padre della suicidiologia moderna – per ogni suicidio ci sono tra 6 e 10 survivor: familiari, amici, fidanzati e mogli che hanno sperimentato questo evento traumatico che ha fatto precipitare d’improvviso le loro vite. Incredulità. Ricerca di spiegazioni. Perché. “Se solo…”. “Dove ho sbagliato?”. Crisi d’ansia, incubi. Depressione. Rabbia. Perdere un proprio caro perché si è tolto la vita è un’esperienza diversa da altri tipi di lutto: per l’American psychiatric association è un evento “catastrofico” simile all’esperienza in un campo di concentramento. “In Italia esiste un solo centro di prevenzione al suicidio e supporto ai survivor: è all’ospedale Sant’ Andrea di Roma, diretto dal prof. Maurizio Pompili. Noi siamo andate. Pompili fa molto con poco: è una goccia lucente nella disperazione. Devi assolutamente andare a conoscerlo”.

“Pronto, servizio di prevenzione al suicidio, chi parla?”. Per arrivare al “Servizio di prevenzione al suicidio” dell’azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma, devi – come mi aveva anticipato con un po’ di ironia C. – scendere nei vari gironi giù per le scale fino al seminterrato, tra il reparto di psichiatria e le indicazioni per la camera mortuaria: “Che se non ti sei ancora suicidato ti viene da farci un pensierino…”.

Qui ogni martedì pomeriggio, tra prime visite e controlli, si accolgono e curano in media mille pazienti all’anno (senza contare le diverse migliaia di interazioni con chi telefona o chiede informazioni via email). “Vengono soprattutto per il passaparola, e perché siamo il primo risultato su Google se cerca ‘prevenzione suicidio’. Così qui arriva chi vuole morire, chi ha già tentato di farlo e magari sta vivendo una nuova fase acuta del suo dolore. Arrivano i survivor”. Denise Erbuto è la psicologa e psicoterapeuta che – assieme a Pompili, vero pioniere della struttura, nonché direttore oggi dell’intero reparto di Psichiatria – rappresenta l’anima di questo servizio. “Qui si fa tesoro dell’aiuto di tutti, tra volontari, personale in formazione e colleghi. All’estero ci sono investimenti maggiori per la prevenzione del suicidio, ma forse noi abbiamo l’entusiasmo per qualcosa che abbiamo fondato, e pur di stampare brochure divulgative o sostenere il nostro sito ci arrangiamo. Diciamo che teniamo più a dare continuità del servizio… L’esperienza umana, per noi operatori, è unica e irripetibile. Ci si confronta con una realtà spesso negata persino dalla pratica clinica, impreparata ad accogliere anche uno – figuriamoci decine – di soggetti a rischio suicidio”.

La strada è stata tutta in salita. “La prima conferenza del prof., nel 2005, aveva raccolto 50 persone. Al ‘Convegno internazionale di suicidiologia e salute pubblica’, che abbiamo organizzato alla Sapienza un mese fa, avevamo circa 2.500 richieste di iscrizione e oltre 1.200 partecipanti”. Il dato più impressionante è che 400 persone comuni sono state a seguire questa due-giorni all’università (con panel e interventi di livello scientifico altissimo, per lo più pure in lingua straniera), senza essere medici né accademici né studenti. “Questa è la dimostrazione – prosegue la dottoressa Erbuto – che, negli anni, la cultura della prevenzione del suicidio è cresciuta. C’è un grande bisogno di ascolto e di contatto con la sofferenza”. Il prof. Pompili parte da un principio a suo modo rivoluzionario.

Il suicidio si può prevenire. La prevenzione del suicidio ha a che fare con la vita – e non con la morte – perché dà ragione alla volontà di vivere dei soggetti che, loro malgrado, si trovano a pensare di voler morire.

“Il suicidio non è un atto ineludibile e imprevedibile. Se potessimo chiedere a un suicida che cosa gli avrebbe salvato la vita, con molta probabilità risponderebbe: smettere di pensarci. La sofferenza di questi individui è insita nei loro pensieri. Un tormento della mente a causa del quale l’individuo, non riuscendo a trovare sollievo, giunge suo malgrado, e dopo molte incertezze, a ritenere il suicidio quale unica via di salvezza. Ma coloro che pensano al suicidio, e che tragicamente si suicidano, vogliono vivere!”.

Avere a che fare con la sofferenza intensa non ha scalfito la vitalità entusiasta del professore. Si aggira per le stanze, toglie e mette il camice per le visite, risponde la telefono come fosse l’ultimo dei tirocinanti, prepara gli interventi per le campagne di sensibilizzazione… e va in televisione: “Pur di parlare di prevenzione del suicidio, sono andato in Rai al Cciss-Viaggiare informati. Tra un aggiornamento sul traffico e un altro… La rubrica si chiamava ‘Le strade della mente’. Giuro…!”.

“L’elemento nuovo siamo noi”, prosegue Pompili. “Tra i nostri compiti c’è quello di promuovere consapevolezza e responsabilità nella comunità verso un tema che da sempre rappresenta un tabù”.

Basta pensare che i Paesi che hanno attivato programmi di prevenzione del suicidio sono 38: 38 in tutto il mondo. “Eppure se questa visione venisse condivisa da noi professionisti della salute, fino a toccare la sensibilità della persone comuni, potremmo offrire a quanti pensano alla morte, a quanti si trovano in quel tunnel, un porto sicuro dove rifugiarsi e riflettere con maggiori risorse sulla loro decisione. Dopo una relazione a un convegno – racconta Pompili – si avvicinò un signore con aria un po’ dimessa e gli occhi lucidi. Mi ringraziava calorosamente e mi raccontava la sua storia di survivor per aver perso suo figlio, e quella di tentatore di suicidio in tre occasioni. Mi disse che, parlando della sua sofferenza, lo avevo aiutato. Agli uomini come lui, alle persone comuni che vivono la miseria umana, quella fatta di sconfitte, umiliazioni, vergogna, fino al dolore mentale insopportabile, a questi nuovi poveri noi dobbiamo rivolgere il nostro aiuto. Non mi stancherò di dirlo”.

“La mattina eravamo andate in ospedale assieme perché Marta doveva ritirare il risultato di un esame. Pensavo fosse un po’ assente per quello, l’esame era andato bene però… Era – adesso l’ho capito – perché aveva deciso. Sotto casa mi disse: ‘Lasciami qui, compro le sigarette e faccio un salto in farmacia’”. In farmacia, quella mattina, Marta non c’è mai andata. Alle 10.30 invia un sms alla sorella, come tante altre volte: “Ti voglio bene”. Chiama la madre al telefono. Manda un vocale affettuoso al fidanzato. Alle 11.30 spegne il cellulare.

“Quello che ha fatto a casa…”

S. si interrompe. Non smette di guardarti quando racconta, ma capisci, seguendo i suoi occhi, che è lontano. S. mentre torna a casa dal lavoro e apre la porta di casa. S. mentre trova il diario di Marta aperto sul tavolo (e capisce). S. mentre arriva nella sua camera. E apre…

Si ferma di nuovo.

“Attraverso le sue cose, oggi, cerchiamo di dare un senso… riavvolgendo il filo d’Arianna”. S. ha 37 anni, da poco compiuti. È la sorella di Marta. Due occhi grandi, bellissimi, carichi di un dolore che le ha impresso, oltre l’anima, il volto. È come scrive Cesare Pavese: “Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta”. “Il lavoro mi sta logorando”, era la cosa che Marta ripeteva a S. sempre più spesso. Specie da aprile-maggio 2018, Marta non dormiva più bene la notte. È così che va dal suo medico curante e si porta a casa la prima confezione di En, un farmaco a base di benzodiazepine. “È stata quell’esperienza a Milano ad averla segnata profondamente: si era indebolita, non so spiegare…”. Marta era una manager nel settore digital di una grande azienda, intermediario tra e-commerce e grandi marchi di moda. Ma era come se – sua sorella e sua madre questo lo hanno letto poi nel diario – dopo Milano sentisse di aver fallito. Come se improvvisamente avesse capito, “lei che si sentiva wonder woman”, che il successo non è definitivo, e che ci vuole un sacco di coraggio ad andare avanti. “Lo abbiamo scoperto quando tutto era già finito. Questo e tanto altro. Marta ci nascondeva l’uso di ansiolitici e, nell’ultimo periodo, anche di un antidepressivo. Credeva di avere il controllo della situazione…”.

Con la prescrizione del suo medico di base su carta bianca – non tracciabile, e ripetibile in 30 giorni 3 volte – Marta, in quei pochi mesi a Milano, era arrivata a girare 4 farmacie diverse in un giorno. “Ore 14:14 farmacia X, 14:29 farmacia Y… Lo abbiamo ricostruito dopo… In quel periodo era arrivata a comprare il dosaggio mensile – tre, quattro confezioni di En (11,26 euro per una scatola da 20 compresse) – in un giorno solo”. Le indicazioni terapeutiche dell’En riportano: “Il trattamento dell’ansia dovrebbe essere il più breve possibile; il paziente dovrebbe essere rivalutato regolarmente; la durata complessiva del trattamento non dovrebbe superare le 8-12 settimane”. Marta, invece, andava avanti così da due anni. Da sola.

Marta era una high-dose user. Così vengono definite le milioni di persone che assumono alti dosi di benzodiazepine, BZD. Farmaci che da più di 50 anni si sono affermati, prima negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, poi nel resto dei Paesi ad alto sviluppo economico, come sostituti dei barbiturici: principalmente compresse per dormire e agenti anti-ansia. Le benzodiazepine sono tra gli agenti farmacologici più prescritti al mondo, nonostante nei diversi bugiardini sia ripetuto: “Sono indicate soltanto quando il disturbo è grave e disabilitante”. In Italia a farne uso sono 6 milioni di persone (il 10% della popolazione). “L’oppio delle masse”, secondo la celebre definizione dello psichiatria Malcolm Lader (la “miniera d’oro”, per le case farmaceutiche). Spiega il dottor Fabio Lugoboni – responsabile dell’unità operativa “Medicina delle dipendenze” presso il Policlinico Rossi-Aoui di Verona, che dal 2000 ha trattato più di 1.400 grandi abusatori di BZD – “da parte di medici e pazienti, c’è una tacita accettazione, oltre che un imbarazzante silenzio e condiscendenza, dell’uso a lungo termine delle BZD: un fenomeno che coinvolge tra il 2 e il 7,5% della popolazione. Negli anni abbiamo visto come le persone che sviluppano dipendenza da BZD continuino l’assunzione oltre la durata raccomandata perché è proprio il medico a mantenerne l’uso. È così nell’85% dei casi, ecco perché si parla di dipendenza ‘involontaria’ o ‘iatrogena’”. Non si tratta, quindi, di persone con in partenza comportamenti “tossicomani”. Tossici lo diventano. E gli iniziali benefici che si avvertono grazie alle proprietà ansiolitiche e sedative divengono così “specchi per le allodole, inganni generativi di situazioni conflittuali, di sofferenza, di senso di inadeguatezza”.

“Sono droghe legalizzate, di questo parliamo”. C., la madre di Marta, era rimasta in silenzio per lasciare il tempo e lo spazio al dolore dell’altra sua figlia. Tira fuori un quadernino, che aveva tenuto accanto a lei sul divano su cui siamo sedute da ore: “Ho scritto delle cose che voglio che tu dica” (si vede che C. ama essere insegnante, ama la sua scuola, ama il futuro, nonostante tutto). “Ci vogliono vivi ma dipendenti”. Non sta leggendo, ancora. “Sai per quanti mesi, altro che 8 settimane, il medico di base le ha prescritto l’ansiolitico? Quanti farmacisti, che la conoscessero o meno, la vedevano entrare, magari al primo giro la ricetta gliela timbravano pure, ma poi o lei diceva di averla dimenticata o perché era vestita e truccata bene… ma qualcuno le ha mai chiesto qualcosa, si è mai rifiutato di venderle le medicine? E poi tu hai accesso a tutti i superalcolici che vuoi… Torni a casa dal lavoro tardi, una sosta veloce al supermercato, ti addormenti pensando che il giorno seguente sarà uguale a quello appena passato. E silenzi il tuo sintomo, dai un nome al tuo dolore. E allora, aperti perennemente sul teatro del suicidio, affacciati su quel pozzo nero, camminiamo costeggiando un precipizio. Fino a quando, poi, precipiti”.

Ora C. è arrabbiata. Indossa gli occhiali e inizia coi suoi punti: “Non ci sono campagne di prevenzione, a partire dalle scuole. Se il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani quanto vogliamo aspettare? Se non hai i soldi per pagare uno specialista privato o una clinica, sempre che tu ti convinca ad andarci, le strutture più diffuse per il sistema sanitario nazionale sono i Cim-Centri di igiene mentale delle Asl: ci sei mai andata? Non te lo consiglio. I segnali: esiste un’ampia letteratura che dice che il suicidio è prevedibile. Questo lo abbiamo imparato dopo la morte di Marta grazie alla nostra biblioteca del lutto, li vedi tutti quei libri lì di fronte? Da Pompili a Hillman, siamo diventate delle ricercatrici grazie a lei”, si permette un sorriso, mentre parla come un fiume in piena. “Ogni anno è come se sparisse un intero paese… quattromila anime. E tu Stato che fai? Sottodimensioni il fenomeno? Non specializzi i tuoi medici, gli insegnanti, i farmacisti? Ti giri dall’altra parte?”.

C. si alza in piedi. Mi aveva fatto vedere, qualche ora prima, le foto di Marta, le foto di famiglia. Tre figlie femmine, e due genitori che ancora si vogliono bene. “Guarda – mi diceva indicando gli scatti più recenti di Marta – già si vedeva… guarda gli occhi, sempre vestita di nero…”. Ora, in mezzo alla stanza, è come se si trovasse in mezzo a quella gente che in paese la ferma e le dice incredula: “Ma come è possibile, Marta?”. “Sì, Marta! Eh, sì, l’ha fatto Marta! Marta, l’ha fatto”, urla. “L’ha fatto una come Marta”.

“Io le vedo le persone ora per strada. È pieno di zombie, con gli occhi spenti, vitrei, lo sguardo basso. Invisibili. Sono invisibili per tutti. Me la immagino per strada, Marta…”. E C. inizia a camminare ripetendone i gesti e le movenze. “Lei vestita di nero, con i suoi occhialoni da sole. ‘Devi essere performante’. ‘Devi essere felice’. ‘Devi fare i numeri’. ‘Non devi sbagliare’. Ora la vedo. Marta”.

“Ci perdiamo così tanto… Io non so più dove stia la verità”.

1-Continua

“Io sono devoto a Israele, curerò affari e amicizia”

Quando Matteo Renzi non era ancora Matteo Renzi, ma soltanto il giovane sindaco di Firenze irrequieto e ambizioso, Marco Carrai era già Marco Carrai.

A un ricevimento romano con gli amici di Israele, il diplomatico Naor Gilon, allora ambasciatore in Italia, disse stupendo i commensali: “Non sapete neanche il suo nome, ma vi assicuro che è tra gli uomini più importanti del vostro Paese”. E Carrai fu assalito da mani pronte a stringere un potere che verrà e, in effetti, venne. Adesso Dror Eydar, il successore di Gilon, ha consegnato a “Marchino” il cartiglio ufficiale che gli conferisce l’incarico di console onorario di Israele in Toscana, Emilia Romagna e Lombardia.

Carrai ha svezzato il Renzi in politica, l’ha lasciato — senza perdere mai il ruolo di ascoltato consigliere — nei primi anni di mandato in Provincia, poi ha aperto numerose aziende, pure in Israele, e aiutato l’amico nel consiglio della fondazione Open, che fu serbatoio degli eventi alla stazione Leopolda. Nell’ultimo periodo di Palazzo Chigi, Renzi tentò invano di affidare a “Marchino” la struttura nazionale che controlla la sicurezza cibernetica. È presidente di Toscana Aeroporti, che gestisce gli scali di Pisa e Peretola. Da Firenze a Tel Aviv c’è il volo diretto.

Dottor Carrai o Signor Console?

Signor Carrai.

Perché Emilia-Romagna e Lombardia, oltre la sua Toscana?

Queste sono scelte del governo israeliano.

La nomina dipende dai suoi rapporti col primo ministro Benjamin Netanyahu?

Ricevo il titolo, penso, per la mia devozione e per il mio impegno economico, culturale e religioso, che anche grazie a mia moglie, Francesca (Campana Comparini, organizza il Festival delle religioni), si è evoluto e formato per il bene di Israele, la mia seconda patria.

Marco Carrai curerà gli affari di Tel Aviv in tre regioni italiane.

Le funzioni del corpo consolare sono quelle descritte dalla convenzione di Vienna e dunque l’impegno a promuovere le relazioni non solo economiche, ma anche culturali tra i due Stati, così come ha detto l’ambasciatore Dror Eydar, che ancora ringrazio, e di sostegno alle necessità dei cittadini israeliani.

Spesso Renzi va in Israele, anche accompagnato da lei: che interessi ha l’ex premier?

Poche volte è venuto con me, rispetto alle innumerevoli e costanti volte che ci sono andato, considerando che io sono lì praticamente ogni mese. Quanto ai suoi interessi, credo che la domanda non debba essere rivolta a me.

Siccome è il migliore amico di Renzi ha accettato di amministrare la DigiStart, società creata per seminari e consulenze, fondata in maggio dal senatore semplice di Firenze?

Basta con questa cosa del migliore amico. Non perché non lo sia, ma come dice mia moglie Francesca sembriamo all’asilo con questa storia del migliore amico. In realtà mi aveva chiesto di occuparmi della partenza della società in attesa che nominasse il suo board definitivo. Era un bel progetto e lo avrei volentieri seguito. Ma quando la DigiStart è stata citata in modo diffamatorio su alcune testate abbiamo preferito stoppare il progetto. Io mi sono dimesso in data 25 settembre (il giorno stesso in cui in Camera di Commercio avviene l’iscrizione ad amministratore unico che subentra all’ex premier dopo l’atto notarile del 9 settembre, ndr) e Renzi ha annunciato in televisione la chiusura della società.

Conte, Trump, Russia, 007: la mappa dei 4 complotti

In questa vicenda di servizi segreti e ricatti, nel quadrilatero tra Stati Uniti, Russia, Ucraina e Italia ci sono quattro complotti. Il premier Giuseppe Conte ha schierato l’intelligence italiana in quello più politicamente incandescente: condizionare le elezioni presidenziali Usa 2020 per favorire Donald Trump. Ecco la mappa dei complotti.

 

Primo complotto, il Russigate: dimostrato

Nella campagna elettorale del 2016 la Russia lavora per favorire Trump. L’inchiesta del procuratore indipendente Robert Mueller lo ha dimostrato, l’unico punto su cui Mueller ha ammesso di non avere abbastanza prove è sul coordinamento tra i russi e la campagna di Trump che quindi risulta un beneficiario delle manovre di Mosca ma non il mandante. Attività che vanno dall’acquisto di spazi pubblicitari su Facebook

per rilanciare contenuti pro-Trump al furto di mail della campagna dei Democratici per Hillary Clinton, a opera dell’intelligence russa Gru. Gli agenti hanno installato un malware nei pc di Washington per succiare migliaia di mail che i russi hanno fatto diffondere a Wikileaks di Julian Assange.

 

2° complotto, Ucraina pro Dem: plausibile

Mentre nel 2016 la Russia si prodiga per Trump, l’Ucraina filo-americana del presidente Petro Poroshenko corre in soccorso dei Democratici che, ai tempi di Obama, erano i garanti del potere di Kiev, argine contro i filorussi. Nel 2016, nel pieno della battaglia elettorale, l’agenzia anti-corruzione di Kiev diffonde informazioni su Paul Manafort, consulente elettorale in quel momento capo della campagna di Trump. Manafort aveva lavorato per politici filo-russi in Ucraina e sui suoi compensi aveva aggirato il fisco. Manafort deve lasciare la campagna di Trump, da allora marchiata dal sospetto di eccessiva vicinanza a Mosca, e nel 2018 viene condannato negli Usa per frode fiscale. Non ci sono prove che la mossa sia un favore di Poroshenko alla Clinton. Ma Trump ha i suoi argomenti: l’Ucraina, da parte sua, non ha mai indagato su Manafort e un tribunale di Kiev ha stabilito a dicembre 2018 che chi ha diffuso informazioni sull’uomo di Trump ha commesso un reato.

 

Terzo complotto, tutti coinvolti: in corso

Tra 2018 e 2019, Trump inizia a preparare la battaglia per la riconferma nel 2020. La sua priorità è distruggere Joe Biden. Vuole abbatterlo ripescando i suoi conflitti di interesse del 2014-2016: mentre Biden, da vice presidente, si occupa di Ucraina, un oligarca filorusso sotto indagine per corruzione assume il figlio di Biden, Hunter. Papà Joe fa pressione su Kiev: a febbraio 2016 il procuratore anti corruzione (sospettato di essere a sua volta corrotto) viene licenziato dal Parlamento, l’inchiesta sul datore di lavoro di Hunter Biden viene archiviata. Tra fine 2018 e settembre 2019, Trump affida al suo avvocato Rudy Giuliani una politica estera parallela intorno al caso Biden: il pilastro su cui si regge è Yuri Lutsenko, il procuratore anti-corruzione nominato dopo la cacciata di quello inviso a Biden. Lutsenko è stato scelto dal governo Poroshenko, quindi rischia il posto con le elezioni politiche 2019. Lutsenko cerca la sponda di Trump, facendo uscire notizie sui Biden, dice anche di essere pronto a riaprire l’inchiesta chiusa due anni prima. Nella famosa telefonata del 25 luglio al neo-presidente Volodymyr Zelensky, Trump chiede di lasciare Lutsenko al suo posto. Perché spera di avere nuove indagini su Biden. Il presidente Usa chiede anche ad Australia e Cina di scavare su Biden. Per queste manovre Trump si trova ora all’inizio di una procedura di impeachment. In questo complotto l’Italia non è coinvolta.

 

Quarto complotto, Italia coinvolta: in corso

Il sabotaggio delle presidenziali 2020. Da quattro anni Trump sostiene una tesi priva di riscontri rilevanti: l’intera operazione di sostegno russo non era una manovra di Vladimir Putin, ma dei servizi segreti occidentali mossi da governi amici di Obama e della Clinton. Tutto, incluso il furto delle mail dei Democratici, era un piano per far sembrare Trump filo-russo e impedirgli di arrivare alla Casa Bianca. Questo piano, secondo Trump, si regge su personaggi equivoci come Josef Mifsud, un professore maltese che lavorava per la Link University a Roma, prima di sparire nel nulla nel 2018. L’altro personaggio è un ex collaboratore della campagna elettorale di Trump, George Papadopulos. Il primo contatto dei russi con la squadra di Trump pare avvenuto tramite Mifsud, che avrebbe detto a Papadopulos di avere materiale “sporco” sui Democratici. Il sospetto di Trump e dei suoi è che Mifsud fosse al servizio degli 007 occidentali, forse anche italiani, che ne avrebbero coperto la sparizione dopo che aveva esaurito la sua missione, intossicare la campagna di Trump nel 2016 e avviare le indagini del procuratore Mueller.

Qualunque sia il ruolo di Mifsud, l’indagine su di lui serve a sabotare la campagna 2020: per questo obiettivo Trump ha mobilitato il suo ministro della Giustizia, William Barr, venuto a Roma due volte, a metà agosto e a fine settembre. Il premier Giuseppe Conte, forse per un eccesso di dedizione al suo principale sostenitore internazionale (Trump), forse per scarsa esperienza, ha messo a disposizione di Barr l’intero apparato dell’intelligence italiana di cui è unico responsabile nel governo. Da quel poco che sappiamo, i prudenti capi di Aisi (Mario Parente) e Aise (Luciano Carta) hanno incontrato Barr soltanto dopo una convocazione per iscritto da parte del coordinatore dei servizi (Dis) Gennaro Vecchione, vicinissimo a Conte. Agli incontri si sarebbero presentati senza dossier e hanno garantito solo quel minimo di collaborazione necessaria a non irritare il vertice politico. Perché non è una cosa da poco partecipare a un’operazione per alterare il risultato delle elezioni presidenziali degli Usa. Ora che i giornali americani hanno rivelato le mosse di Conte, il posto di Vecchione vacilla, ma anche il premier dovrà spiegare parecchie cose al Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, e al resto del governo, mai informato di una scelta di campo così impegnativa.

Quelle regole spezzano la forza dei clan. Farne a meno significa armarli di nuovo

Il 13 giugno la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha accolto un ricorso contro l’ergastolo “ostativo”. Tutti gli ergastolani, anche i mafiosi al 41 bis in quanto “irriducibili”, potrebbero così fruire di benefici come lavoro esterno, permessi premio o misure alternative. Di fatto sarebbero messi in condizione di poter facilmente fuggire, recuperando piena libertà di azione criminale. L’ultima parola spetta ancora alla Grande chambre. Sinceramente, spero che gli autorevoli giuristi che la compongono decidano non in vitro, ma immergendosi nella realtà concreta della mafia. Calzando i mocassini delle persone interessate prima di giudicarle, come i pellerossa invocavano da Manitou.

Emergerebbe così un primo dato, storicamente e culturalmente certo, confermato da tutte le esperienze giudiziarie (su Cosa nostra in particolare). La qualità di “uomo d’onore”, una volta acquisita, cessa soltanto con la morte. Anche se si trasferisce in luoghi lontani, e quindi non viene impiegato attivamente negli affari della sua “famiglia”, l’affiliato deve sempre essere disponibile a soddisfare qualunque richiesta dell’organizzazione. Ciò perché (come dimostrano studiosi tra i più qualificati) il modello culturale del comportamento mafioso si manifesta come dipendenza assoluta dell’individuo dal “clan”. Dipendenza che funziona come una “cintura di sicurezza” capace di fornire protezione; e come un apparato ideologico che dà un senso di “appartenenza” ed è garanzia di segretezza, coesione e forza. In sostanza, il mafioso viene educato a sentirsi e divenire un “suddito” , attraverso una duplice equazione: da un lato “individuo = debolezza-fragilità-soccombenza”; dall’altro: “gruppo = forza-potere-status” ( così gli psicologi e psicoterapeuti che hanno analizzato la “identità mafiosa”).

Questa duplice equazione ha storicamente trovato un preciso e concreto riscontro proprio negli effetti dell’articolo 41 bis. La norma venne introdotta con la specifica finalità di interrompere le comunicazioni (prima scandalosamente facili) dei mafiosi detenuti fra loro e con l’esterno, e dunque la possibilità di decidere e organizzare ancora delitti, sia dentro che fuori del carcere. La sua applicazione ebbe però un importante effetto “aggiuntivo”: l’isolamento materiale e psicologico mediante la brusca privazione del sostegno informativo e assistenziale dell’organizzazione (la “forza del gruppo”). Col risultato che vi fu una massiccia “diserzione” da Cosa nostra di mafiosi detenuti che scelsero di collaborare con lo Stato. E la perniciosa interazione tra 41 bis e pentitismo non sfuggì di certo al “capo dei capi”, Totò Riina, che la commentò dicendo che si sarebbe “giocato anche i denti” per far annullare la legge sui pentiti e l’articolo 41 bis.

Un riscontro della evidente peculiarità della “identità mafiosa” è dato poi da alcune costanti che si riscontrano nella psicologia dei killer. Da un lato, la totale immedesimazione con il collettivo Cosa nostra, vissuto come l’unico mondo in cui vi siano individui degni di essere riconosciuti come “persone”. E nel contempo la rappresentazione del mondo esterno come una realtà “nemica”, oggetto di predazione, nella quale vivono individui destinati a essere assoggettati, che non hanno dignità di persone, quasi fossero oggetti disumanizzati. Di qui la comprovata, assoluta mancanza di senso di colpa da parte dei killer, convinti di appartenere a una entità speciale, con un totale distacco emotivo che disattiva la sfera dei sentimenti. Un distacco che emerge dallo stesso linguaggio usato, dove — per fare un esempio — l’informazione giusta per localizzare la vittima si chiama “avere la battuta”, termine che richiama la caccia: caccia di persone considerate alla stregua di viventi non umani.

Quanto meno con fortissime e tremende probabilità, stravolgere l’ergastolo ostativo, per i mafiosi che pentendosi non hanno spezzato le catene che li vincolano in perpetuo al clan, equivarrebbe quindi (ontologicamente!) ad armarli di nuovo, inceppando nel contempo lo schema che facilita le collaborazioni. Un pericolo concreto per l’Italia e un rischio che l’Europa (stante la penetrazione della mafia ovunque) non si può permettere. Se non a prezzo di una “dimissione dalla realtà” che causerebbe un pernicioso “summum ius, summa iniuria”.

“È la grande battaglia dei boss stragisti e della mafia silente”

Sebastiano Ardita attualmente è consigliere del Csm, fino all’anno scorso era procuratore aggiunto di Catania. Pm antimafia e anti corruzione, è un conoscitore del mondo delle carceri: è stato direttore generale dell’Ufficio detenuti dell’amministrazione penitenziaria (Dap).

Quanto conta per Cosa Nostra, per la ‘Ndrangheta e per le altre mafie ottenere la fine dell’ergastolo ostativo?

Ne va della sopravvivenza del sistema mafioso tradizionale, che ha patito la crisi più grave in conseguenza della reazione dello Stato dopo le stragi del 1992-93. Ma sarebbe il successo più importante — non so quanto voluto in termini di risultato — della nuova mafia silente, impegnata a reinvestire nell’economia più che nelle azioni criminali visibili. Attenuatasi la paura di nuove stragi, l’effetto potrebbe essere quello del ritorno in libertà di alcuni boss irriducibili. È facile immaginare che tornerebbero a guidare compagini che avevano deciso di abbandonare i sistemi tradizionali, in qualche caso disinteressandosi di chi stava sepolto dagli ergastoli e dal carcere duro, il 41 bis. Non è facile prevedere cosa potrebbe accadere sul territorio.

Dall’osservatorio “privilegiato” del Dap cosa ha appreso rispetto al sentire dei capimafia ergastolani e al 41 bis?

Che questi temi sono seguiti con grande interesse da coloro che rappresentano l’unico vero vertice di Cosa nostra e che attualmente sono pressoché tutti detenuti. E mi sembra evidente che, dal loro punto di vista, trent’anni senza stragi cominciano a provocare i primi effetti sulla sensibilità della opinione pubblica. Quindi sperano o credono che ora ci sia spazio per ottenere benefici.

C’è chi pensa sia inaccettabile il “fine pena mai”…

Ma stiamo riferendoci alle associazioni di tipo mafioso, dove i singoli operano nel quadro di compagini organizzate che pianificano delitti – anche se non necessariamente di sangue. È rischioso confondere questo tema con quello della rieducazione di condannati, anche a pene severe, che però non operano all’interno della criminalità organizzata. Il mafioso militante, una volta uscito dal carcere, dovrà tornare a servire l’organizzazione fino alla morte.

Le risulta che i tentativi mafiosi di far rivedere l’ergastolo siano continuati anche dopo le stragi e non solo da parte di Cosa Nostra?

Certo che mi risulta. Dal famoso “papello” di Riina in poi esiste una attenzione fondamentale a questo tema che sembra passo dopo passo avvicinarsi all’obiettivo finale del superamento dell’ergastolo anche per i boss .

Quali sarebbero le conseguenze di un’abolizione dell’ergastolo ostativo?

L’esclusione dai benefici ai mafiosi militanti, anche se filtrata da una legge, è prevista per chi nega alla radice ogni dialogo con lo Stato e dunque la possibilità di una risocializzazione. Qui parliamo della possibilità di far uscire dal carcere i mafiosi stragisti o coloro che ne hanno seguito le strategie.

I boss hanno anche sperato nell’Europa che non conosce il sistema mafioso?

Possono contare sulla buona fede di tutti coloro che non conoscono la capacità delle organizzazioni mafiose di rigenerarsi in pochissimo tempo con la sola presenza dei loro capi storici. Sono anni che assistiamo a cronache giudiziarie che ci rappresentano l’arresto di capi mafia un po’ da tutte le parti, ma si tratta di luogotenenti, sostituti dei sostituti dei veri capi che furono arrestati negli anni 90. Ci vogliono decine di anni perché nasca un nuovo Riina o Santapaola o Bagarella. Tutto quello che è venuto dopo è solo la copia sbiadita dei grandi boss. Quindi il loro rilascio sarebbe molto pericoloso.

Ergastolo: in attesa dell’Europa 250 detenuti ricorrono all’Onu

È allarmato, il procuratore nazionale antimafia: “La nostra attuale legislazione sulla criminalità organizzata ha avuto risultati positivi e ha consentito le collaborazioni di giustizia”, dichiara Federico Cafiero De Raho. “Nel momento in cui dovesse venir meno, se l’ergastolo si trasformasse in una pena diversa, è certo che tutti i risultati positivi fino a ora conseguiti non si avrebbero più”.

Il problema è il cosiddetto “ergastolo ostativo”, cioè quello regolato dall’articolo 4 dell’ordinamento penitenziario, che esclude dai benefici (lavoro fuori dal carcere, permessi premio, misure alternative alla detenzione) i condannati per reati di mafia e terrorismo, ma anche di traffico di droga, pedopornografia e prostituzione minorile, che non diano segnali di aver rotto davvero con l’ambiente criminale collaborando con la giustizia. Sono, al momento, 957.

Tra domani e martedì, un’articolazione della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) deciderà sul ricorso che l’Italia ha presentato contro una sentenza Cedu del 13 giugno 2019. Quel giorno la Corte ha dato ragione, a maggioranza, al boss mafioso Marcello Viola e condannato l’Italia, ritenendo che l’ergastolo “ostativo” sia contrario all’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani che vieta la tortura, i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti. La sentenza mette in discussione che la collaborazione con la giustizia sia un indice efficace di avvenuto ravvedimento del detenuto: secondo i giudici, “l’equivalenza tra l’assenza di collaborazione e la presunzione assoluta di pericolosità sociale finisce per non corrispondere al reale percorso rieducativo”.

Lo Stato italiano ha fatto ricorso contro la sentenza Viola e domani o dopo un collegio di cinque giudici deciderà se è ammissibile. In questo caso, a pronunciarsi sarà, entro qualche mese, la Grande Camera, giudice di ultima istanza della Corte europea. Se la decisione finale dovesse essere contraria al cosiddetto “ergastolo ostativo”, l’Italia dovrà risarcire il danno ai singoli ergastolani esclusi dai benefici penitenziari che ne faranno richiesta. Già altri 12 condannati hanno depositato il loro ricorso, simile a quello di Viola, davanti alla Corte europea. Ma, più in generale, l’Italia sarà sollecitata – non obbligata – a modificare le sue leggi e a non considerare più la collaborazione con la giustizia condizione necessaria per i benefici carcerari. Anche i boss più irriducibili potrebbero così ottenerli.

A questo si oppone il procuratore antimafia: “Per valutare l’esigenza di mantenere l’ergastolo nei confronti dei mafiosi e dei terroristi”, spiega, “bisogna rivivere quella che è stata la nostra storia e i meccanismi di funzionamento delle organizzazioni mafiose. Chi è mafioso non smette mai di esserlo e la sua pericolosità va calibrata rispetto ai ruoli che ha avuto”. Cafiero De Raho considera l’attuale disciplina italiana sull’ergastolo “un deterrente affinché i mafiosi possano ritornare sul territorio e operare anche dopo stragi e omicidi”, ma anche “l’unico strumento attraverso cui spingere alcuni mafiosi a trovare una condotta di vita diversa. Le collaborazioni spesso hanno trovato origine in condanne all’ergastolo: modificare questa disposizione finirebbe per affievolire l’esigenza degli stessi mafiosi di rinnegare l’ambiente di provenienza”.

Durissima anche la Commissione parlamentare antimafia: “La Corte europea deve dichiarare da che parte sta nella lotta alla mafia. Siamo veramente perplessi di fronte alla possibilità che piuttosto di ragionare di una legislazione europea, efficace e severa, che non conceda tregua ai mafiosi, gli stessi abbiano la concreta possibilità di fare causa allo Stato. L’Italia ha una delle migliori e più efficaci legislazioni nel contrasto alla criminalità organizzata e l’Europa non può che apprendere da noi”. Sulla questione sono intervenuti Alfonso Bonafede e Luigi Di Maio: “L’ergastolo ostativo — ribadisce il ministro della Giustizia — rappresenta un caposaldo della lotta alla mafia e al terrorismo. “Ne va della sicurezza di tutta l’Europa”, ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri e leader M5s.

A pronunciarsi su questa materia sarà anche la Corte costituzionale italiana, il 22 ottobre: il caso è stato posto a proposito di un condannato per associazione mafiosa, Sebastiano Cannizzaro, e la Corte dovrà decidere se sia incostituzionale la carcerazione che esclude i permessi premio e dunque la possibilità di uscire.

L’associazione Nessuno tocchi Caino, che si batte contro l’“ergastolo ostativo”, ha intanto promosso un ricorso collettivo sottoscritto da oltre 250 condannati con “fine pena: mai” — primo firmatario: Claudio Conte — e l’ha presentato al Comitato diritti umani delle Nazioni Unite. “Il Comitato Onu non emette sentenze vincolanti dal punto di vista giuridico”, spiega l’avvocato Andrea Saccucci, “ma il nostro ricorso dovrà essere preso sul serio perché l’articolo 117 della Costituzione impegna l’Italia a conformare la sua legislazione alle disposizioni internazionali”.