Umbria: la Lega frena, Bianconi recupera

Al Nazareno le sensazioni sono più che positive. Nonostante la campagna elettorale di Vincenzo Bianconi sia partita con più di un mese di ritardo rispetto a quella della candidata leghista Donatella Tesei, a venti giorni dalle elezioni regionali umbre del 27 ottobre i due sono appaiati, o quasi. L’ultimo sondaggio riservato commissionato dal Pd nazionale darebbe Bianconi a soli due punti di distanza da Tesei ma, visto il margine di errore, i dem dicono che con i numeri attuali “possiamo dire che i due candidati al momento siano pari”.

Nelle ultime due settimane, Bianconi avrebbe recuperato i 6-7 punti percentuali che lo dividevano dalla Tesei al momento del lancio della candidatura. Il tour de force da qui al 27 ottobre quindi sarà decisivo, considerato che secondo l’ultimo sondaggio di Scenari Politici-Win Poll un elettore umbro su tre (30%) deciderà chi votare solo negli ultimi venti giorni. Questa rilevazione sull’indice di fiducia dei candidati è stata commissionata da Claudio Ricci, l’aspirante governatore terzo incomodo sostenuto da tre liste civiche: Ricci riscuoterebbe una fiducia del 38%, Tesei del 35% e Bianconi del 28%. Ovviamente, il sondaggio non tiene conto delle liste in campo: quelle che sostengono Ricci sono accreditate intorno al 6% ed è probabile che una parte di quegli elettori che hanno fiducia in lui decidano comunque di spostarsi verso l’altro civico, Bianconi, che ha molte più chance di vittoria. Non solo: nell’area del centrodestra umbro stanno emergendo le prime perplessità sul nome di Tesei, finita nel mirino dei suoi avversari per il presunto buco da 1,6 milioni di euro nel bilancio del Comune di Montefalco, che lei ha amministrato fino al 2018: tra i dem sono convinti che Tesei non potrà aumentare ancora i propri consensi rispetto al 47% che le è stato attribuito dal sondaggio di Quorum/Youtrend di fine settembre e proprio per questo Salvini starebbe cercando di oscurarla sfruttando la scia verde a livello nazionale per conquistare anche l’Umbria.

Oggi il segretario dem Nicola Zingaretti arriverà a Perugia e si incontrerà per la prima volta con Bianconi che, nel frattempo, continua a girare regione. Dicono dal suo staff: “L’accoglienza che Bianconi sta raccogliendo nelle piazze, nelle sale e nei circoli è sorprendentemente positiva”. Secondo gli ultimi numeri, l’ex presidente di Federalberghi starebbe riscuotendo un largo consenso tra gli elettori cattolici, molto influenti in Umbria e sostenitori del candidato capolista Andrea Fora. “Gli elettori umbri che incontriamo ci dicono che Bianconi sta rappresentando una novità rispetto al passato”, conferma il commissario dem in Umbria Walter Verini.

Sabato però c’è stata la prima scaramuccia tra Pd e M5S con Luigi Di Maio che dopo le celebrazioni ad Assisi per San Francesco ha incontrato i candidati pentastellati in un hotel di Ponte San Giovanni: “Se vinciamo in giunta non vogliamo politici: questi erano gli accordi con il Pd e vanno rispettati”. Bianconi ha già annunciato che, in caso di vittoria, lancerà un contest nazionale per trovare gli assessori.

“Contro i cambiacasacca basta togliere i soldi ai nuovi gruppi”

È convinto che martedì il taglio dei parlamentari diventerà legge: “Vedo un quadro positivo”. Ricorda che sulla legge elettorale il Movimento ha sempre tifato per il proporzionale “perché garantisce la rappresentatività”. Soprattutto, ha una serie di proposte per “fermare i cambi di casacca” senza introdurre quel vincolo di mandato di cui il Pd non vuole neppure sentire parlare. “L’importante è rendere tutto più efficiente” ripete più volte il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, 5Stelle al secondo mandato.

Martedì alla Camera si voterà in via definitiva la riduzione dei parlamentari. Sicuro che andrà tutto liscio con una maggioranza così agitata?

Non ho timori, perché è un passaggio che definisce la prosecuzione dell’accordo di programma. In questi giorni con i capigruppo abbiamo già cominciato a discutere di come cambiare i regolamenti parlamentari dopo la votazione, adeguandoli a un Parlamento con 600 eletti.

Qualche dissidente grillino potrebbe assentarsi…

Nessuno del Movimento è venuto da me chiedendo spiegazioni o sollevando problemi. È un pilastro del nostro programma.

Se il taglio diventerà legge cosa dovrete cambiare in Parlamento?

C’è la necessità di armonizzare i regolamenti delle Camere, diversi tra loro, e di semplificarli. E si valuterà se accorpare e ridurre di numero le commissioni parlamentari.

Tagliare il numero degli eletti però ridurrà inevitabilmente la rappresentatività del Parlamento. E potrebbe essere una pessima idea, vista anche la disaffezione degli elettori per la politica.

Con 400 deputati e 200 senatori renderemo più efficiente e rapido il lavoro delle due Camere, ed è quello che la gente chiede: tanto più che il bicameralismo perfetto, con la doppia verifica dei disegni di legge, resta intatta. E poi lo diceva già Nilde Iotti negli anni ‘80: con l’aggiunta di altri livelli di governo come le Regioni e successivamente del Parlamento europeo si può ridurre il numero degli eletti.

Ma il tema della rappresentatività resta.

Per garantirla è importante anche una buona legge elettorale.

Il Pd vorrebbe il maggioritario mentre voi 5Stelle il proporzionale, giusto?

Non penso che la legge elettorale sia una delle priorità per il Paese. Dopodiché credo che una buona legge debba dare stabilità al Paese e garantire un rapporto di vicinanza tra i cittadini e i suoi rappresentanti. In questi anni il Movimento ha sempre proposto sistemi proporzionali come il Democratellum, proprio in quest’ottica.

Però l’attuale Rosatellum per certi dem potrebbe anche restare, perché imporrebbe a Matteo Renzi di doversi alleare nelle prossime elezioni.

Noi votammo contro questa legge elettorale, e penso che nessuna legge debba essere costruita a favore o contro un singolo partito. Chi l’ha fatto in passato ne ha sempre pagato le conseguenze. Comunque i tavoli sono aperti e ne discuteremo.

Dopo il passaggio di una senatrice grillina a Italia Viva Luigi Di Maio è tornato a invocare il vincolo di mandato, ma i dem hanno detto no. Lei invece ha detto che si potrebbe intervenire anche cambiando i regolamenti parlamentari. Come?

Ci sono varie possibilità. Ad esempio, si potrebbe aumentare la soglia minima di componenti per i gruppi formati a legislatura in corso, alzando la quota di 20 membri alla Camera e di 10 in Senato. Oppure cancellare le attuali deroghe sul numero necessario. Poi si possono introdurre dei disincentivi sul piano economico come già avviene in altri Paesi europei, prevedendo meno risorse per i nuovi gruppi.

Formare nuovi gruppi è un’altra forma di libertà. Non è anticostituzionale limitarla?

Siamo di fronte a un problema etico, e nessuno vuole toccare libertà e prerogative del singolo parlamentare. Ma ognuno deve assumersi la responsabilità del cambio di gruppo, e non farlo per motivi di pura convenienza.

Ne ha parlato con il Pd? Anche Graziano Delrio ha fatto cenno a “vie alternative” contro i cambi di casacca.

Ho un ottimo rapporto con lui. Ma dobbiamo ancora entrare nel merito.

Il premier Conte lo ha detto nel discorso di insediamento: “Basta con l’abuso della decretazione d’urgenza”. Siete in grado di accontentarlo?

Bisogna far lavorare di più i due rami del Parlamento, e limitare decreti che talvolta non sono così urgenti. E anche per questo sarà essenziale migliorare i regolamenti.

Il Senato ai piedi della Casellati per il vitalizio da 200 mila euro

Il segreto meglio custodito del Senato. Almeno sinora. Con tutti i dettagli su come è stato possibile elargire a Maria Elisabetta Alberti Casellati il vitalizio anche per i tre anni e spicci in cui è stata membro laico del Consiglio superiore della magistratura. E questo nonostante il divieto di cumulo tra la pensione da senatrice e lo stipendio che gli ha versato ogni mese il Csm dove era stata eletta in quota Forza Italia nel 2014 e dove ha seduto fino alle sue dimissioni anticipate decise per potersi ricandidare alle politiche nel 2018.

Una sentenza, che Il Fatto ha potuto leggere, arrivata quando la Casellati era già divenuta presidente del Senato. Sette pagine intestate Consiglio di Garanzia, uno degli organi di giustizia interna di Palazzo Madama (peraltro quello della legislatura precedente, prorogato per mesi), che porta la firma di due eletti dello stesso partito della Casellati, Bruno Alicata (presidente) e Salvatore Torrisi (poi passato con Angelino Alfano, estensore della sentenza); due rappresentanti del Pd, Giuseppe Cucca e Rosanna Filippini; e infine, un grillino poi passato a Italia dei Valori, Francesco Molinari. È questa la decisione che ha permesso alla Casellati di mettere le mani su un assegno a molti zeri: secondo calcoli approssimativi circa 200mila euro netti che in primo grado le erano stati negati.

I fatti. Alberti Casellati nel 2014 viene eletta dal Parlamento come membro del Csm e lascia per incompatibilità con la nuova carica la sua poltrona da senatrice. Il Csm le paga lo stipendio, che è pari a circa 16 mila euro netti al mese più una ricca buonuscita che spetta a ciascun consigliere, un bonus finale tra i 70 e i 100 mila euro. Ma la ex senatrice pretende di godere, nonostante il nuovo incarico, anche del vitalizio maturato per i suoi anni a Palazzo Madama dal suo debutto in politica con Berlusconi nel 1994 ad oggi, salvo la legislatura 1996-2001.

L’amministrazione di Palazzo Madama, però, non paga e lei incarica un avvocato amministrativo di grido, Luisa Torchia, di presentare ricorso alla Commissione contenziosa, organo di primo grado della giustizia interna (autodichia) del Senato con il quale impugna la decisione dell’allora presidente Pietro Grasso, che le aveva riconosciuto il trattamento pensionistico, ma ne aveva sospeso l’erogazione.

Grasso aveva semplicemente applicato il Regolamento del 2012, che prevede la sospensione della pensione “in caso di elezione o nomina a un incarico per il quale la legge preveda l’incompatibilità con il mandato parlamentare, ove il compenso spettante sia pari o superiore al 50% dell’indennità parlamentare”. È proprio il caso del Csm: e infatti la Commissione dà torto alla Casellati applicando la norma concepita per eliminare ogni disparità tra Camera e Senato. I membri del Csm provenienti dalla Camera (come Michele Vietti ed Enrico La Loggia) si sono sempre visti negare l’erogazione del vitalizio da Montecitorio negli anni passati all’organo di autogoverno dei magistrati. Invece prima della stretta, quelli provenienti da Palazzo Madama avevano ottenuto il vitalizio fino all’ultimo euro: come Guido Calvi che ottenne l’assegno invece negato a Vietti, sebbene fossero stati eletti dal Parlamento al Csm lo stesso giorno.

Ma nonostante la sentenza che non aveva potuto far altro che applicare le nuove regole, Casellati non si dà per vinta: fa ricorso in appello al Consiglio di garanzia del Senato denunciando “l’illegittimità dell’articolo 6 del Regolamento sulle pensioni dei senatori per violazione dei principi di ragionevolezza e logicità”. Non basta: chiede anche la condanna dell’amministrazione del Senato al pagamento delle spese di lite. Palazzo Madama si costituisce per opporsi alle sue richieste.

Poi lo scenario cambia: a marzo 2018 l’agguerrita ricorrente diventa presidente a Palazzo Madama mentre in tema di vitalizi accadono cose importanti. Alla Camera, nel mese di giugno, il presidente Roberto Fico approva il taglio degli assegni pensionistici dei deputati. E il Senato che fa? Il Senato audisce, chiede pareri agli esperti, insomma prende tempo. Su tutto il fronte, meno che sul vitalizio della sua presidente: il 5 settembre 2018 infatti, ecco l’agognato verdetto del Collegio di garanzia. E che verdetto: pieno accoglimento delle richieste della Casellati grazie a una sentenza che dichiara illegittimo l’articolo 6 del Regolamento.

La motivazione? I senatori che approdano al Csm non si devono considerare collegati alla politica nonostante vengano eletti in quel ruolo in base a accordi tra partiti. Sentite qui cosa scrive il Collegio di Garanzia: “La difformità dell’articolo 6 rispetto ai principi generali di ragionevolezza e logicità scaturisce da una disciplina che accomuna in modo analogo fattispecie eterogenee, riconnettendo la sospensione dell’erogazione della pensione spettante ad un senatore sia nel caso in cui questi assuma un mandato espressione della volontà popolare sia nel caso diverso quale è quello in cui si trova la ricorrente — in cui il Senatore ricopra una carica di altra natura”.

Le regole insomma sarebbero irragionevoli e discriminatorie e per questo “il divieto di cumulo tra l’assegno vitalizio riconosciuto ai senatori cessati dalla carica non può legittimamente operare nel caso in cui l’incarico attribuito all’ex senatore sia privo di connotazione politica e presupponga, invece, l’assoluta indipendenza del soggetto nominato dal potere politico”.

Gioco, partita, incontro per la Casellati. Che comunque ha evitato di firmare il decreto di assegnazione del vitalizio alla sua persona: ha preferito invece che a vergarlo fosse uno dei suoi vicepresidenti, Roberto Calderoli. Quando si dice l’eleganza istituzionale.

Cambio di stagione

Beppe Sala: “Si fa tanta ironia sul Movimento 5 Stelle, ma Grillo ha fatto una rivoluzione straordinaria e qualcuno, anzichè sbeffeggiarlo, dovrebbe imparare”.

Beppe Grillo: “Non mi interessa l’imprimatur sulle cose, non mi dondolo in qualche previsione azzeccata… abbandoniamo il tifoso che c’è in noi e abbracciamo il cittadino… Il mondo, purtroppo, sembra diviso in chi è a caccia di ‘razze inferiori’ e chi di menti più sbrigliate: sono felice che il MoVimento sia fra i secondi e che i buzzurri si siano bene delimitati. E se persino il buon Zeppola (Zingaretti, ndr) se ne esce con un atteggiamento di attenzione a quello che succede nel globo terracqueo, non dirò mai ‘lo abbiamo detto prima noi!’… Se siamo riusciti ad allearci con il Pd (e loro con noi) possiamo vederla in due modi: necessità di poltrone oppure uno step evolutivo della politica… Il paese è spaccato in due, o si è spaccato le due palle? É spaccato in due se è un paese di tifosi, sennò è pieno di gente stanca e avvilita, la nuova sfida è attraversare il confronto con potenze economiche spaventose senza che la gente sia oppressa… Vedo tanti occhi aperti alla nuova realtà e alle nuove sfide, sono entusiasta”.

Carlo Calenda: “Per 30 anni ho scritto e sostenuto le cazzate del liberismo. Ripetevo che non era importante salvare i posti di lavoro, ma il lavoro. Ecco, andate a dire queste cose ai lavoratori Embraco. Per decenni ho rilanciato le banalità del liberismo ideologico. Ma mi sbagliavo. Ora vi chiedete perché gli altri preferiscono i sovranisti a noi? Voterei anch’io i sovranisti”.

Luigi Di Maio: “Ero uno dei più scettici sull’alleanza col Pd, volevo andare al voto. Poi mi sono consultato con il Movimento, anche con Beppe, e quando mi sono seduto al tavolo quelli del Pd mi hanno stupito positivamente”.

Nicola Zingaretti: “Noi e i 5Stelle stiamo facendo tutti uno sforzo. Non è semplice. Ma non si vive contemplando e cristallizzando le differenze, guardandosi in cagnesco e polemizzando su tutto, perchè il prezzo lo paga l’Italia”.

Todo cambia nel mondo, persino in Europa e addirittura nel paese del Gattopardo. Le persone intelligenti e in buona fede, compresi financo alcuni politici, se ne accorgono. Sala riconosce che i 5Stelle sono cambiati, ma hanno anche cambiato l’Italia mentre tutti sghignazzavano sul comico, il guru e il bibitaro. Grillo depone il suo ego e i suoi vaffa per momentanea mancanza di destinatari; rinuncia a ricordare che le sue battaglie anti casta e pro ambiente erano politica, non antipolitica, e a prenderle sul serio per tempo ci avrebbero risparmiato tanti guai.

Di Maio, che a metà luglio aveva confidato ai militanti romani “a volte, quando mi sento parlare e dico cose che un tempo erano da espulsione, mi sto sul cazzo da solo”, comincia ad apprezzare un’alleanza in cui non credeva e che invece sta facendo bene al M5S (risalito sopra il 20% dallo sprofondo delle Europee) e potrebbe farne anche all’Italia: basti pensare che la nuova maggioranza sta superando nei sondaggi il centrodestra, dato per invincibile fino a due mesi fa; insidia il trionfo leghista nelle regioni, date per certo fino all’altroieri, e con candidati civici che aiutano il M5S a riprendere contatto col territorio e il Pd a liberarsi di zavorre impresentabili come la Marini in Umbria, De Luca in Campania, Oliverio in Calabria. Nemmeno Zingaretti ci credeva e ora anche lui scopre che il suo Pd può (e gli conviene pure) andare molto più d’accordo con Conte e i 5Stelle che con Renzi o con altri peli superflui della politica come +Europa e gli altri centrini, per non parlare di zavorre come il berlusconismo nelle più svariate declinazioni. Le distanze sulla giustizia, prescrizione in primis, restano ancora incolmabili e incomprensibili. Ma domani passerà finalmente il taglio dei parlamentari. E l’altroieri Zinga ha riconosciuto che l’idea di Di Maio di sveltire l’iter di identificazione e rimpatrio dei clandestini “sembra buona”: con tanti saluti ai salvinisti di sinistra che gridano al razzismo anche quando si tenta di espellere chi non ha diritto di stare né in Italia né nel resto d’Europa o — come il Verano Illustrato — tentano di regalare alla Lega una bella rimonta azzerando subito i decreti Sicurezza. Calenda, dopo aver fatto autocritica persino sul Dl Dignità, riconosce che i dogmi del neoliberismo (neo poi si fa per dire: nulla di più decrepito e superato) erano “cazzate”, al cospetto di quella sete di protezione e sicurezza che Bersani segnalava da anni (la famosa “mucca nel corridoio”) e tutto il mainstream non vedeva, accecato dalle ideologie, dalle ubbie e dalle antipatie.

Basta guardarsi intorno, tendere l’orecchio alla gente normale, per scoprire che la gran parte degli italiani è stufa di urlatori, ruttatori, guastatori, sabotatori, rivendicatori, sparafucile, piromani, bulli, guappi di cartone, ghini e ghigni di tacco, tipi da spiaggia e da mojito, modello Papeete e modello Leopolda. Il che non vuol dire che la sete di cambiamento vero, radicale e post-ideologico esplosa dalle urne del 4 marzo 2018 e demonizzata come populismo e sovranismo sia archiviata, anzi: solo si spera di incanalarla in forme più civili e soprattutto più concrete, produttive e inclusive, visto il fallimento di quelle violente, becere ed isolazioniste, troppo ideologiche per portare risultati. L’interprete ideale di questa nuova stagione di cambiamento pragmatico e di cose giuste da fare senza curarsi se siano di destra o di sinistra, è Giuseppe Conte. Che infatti rimane altissimo nei sondaggi: non più perchè parla poco, veste bene e non sporca, ma perché qualche risultato lo ottiene senza romperci le palle e i timpani. Infatti è il nemico comune degli unici due politici che non hanno capito il cambio di stagione: i due Matteo.

I bimbi devono conoscere tutto. Basta trovare il linguaggio giusto

Non c’è un argomento che non possa essere spiegato ai bambini, basta usare le parole giuste. I bambini sono già immersi nelle notizie, ascoltano quelle che passano ai telegiornali, ma non è scontato che capiscano i contenuti di quelle informazioni, e questo perché non sono loro i principali destinatari di quei contenuti. Il compito di noi giornalisti è dare loro le stesse informazioni di qualità che forniamo ai lettori adulti, anche intervistando gli stessi esperti e trattando gli stessi temi, ma adattando il linguaggio alla loro età.

A tutti i giornalisti, ma anche divulgatori e comunicatori (e perché no, ai genitori) che volessero cominciare a fare informazione per bambini darei quattro consigli fondamentali: coinvolgerli attraverso storie di vita quotidiana, di persone comuni, che permettano loro di comprendere meglio l’argomento; farsi domande molto elementari per spiegare concetti complessi; usare un vocabolario semplice e fornire sempre le definizioni di termini nuovi che possono apparire complicati per un bambino; usare illustrazioni e giochi per consentire bambino di leggere divertendosi.

Le P’tit Libé, la versione settimanale per bambini di 8-13 anni di Libération, si rivolge a bambini che devono ancora capire il mondo che li circonda e farsi una loro opinione, costruire il proprio punto di vista, ecco perché cerca di essere neutrale. Ogni settimana diamo ai nostri giovani lettori una notizia importante, locale o internazionale. Per fornire ai bambini le stesse informazioni di qualità a cui hanno accesso gli adulti, la redazione di Le P’tit Libé collabora molto con altri giornalisti di Libération: i corrispondenti, gli esperti di un tema specifico e i fotografi per selezionare le immagini giuste. Dentro Le P’tit Libé si può trovare di tutto: un incidente in uno stabilimento chimico in Francia, le manifestazioni di protesta nel mondo, gli incendi nella foresta pluviale amazzonica, notizie di diplomazia mondiale o persino pedofilia. Per spiegare questi argomenti è essenziale personificarli. Noi lo facciamo in ogni numero, iniziando ogni volta con il racconto della storia di un personaggio: può essere quella di uno studente di medicina che racconta la sua vita quotidiana in ospedale, quella di un giovane che vive a Hong Kong e che spiega quanto è differente la vita di chi vive lì rispetto a chi vive nel resto della Cina. Così facendo permettiamo ai bambini di entrare nell’argomento e di comprenderne meglio le sfumature e i problemi.

Se volessimo spiegare Brexit a un bambino dovremmo sicuramente rispondere a domande come: “Cosa sta succedendo nel Regno Unito?”, “Cos’è Brexit?”, “Qual è il problema con l’Irlanda?” e “Cosa cambierà con Brexit?”. Le risposte a queste domande sono complicate ed è qui che inizia la nostra sfida: spiegare argomenti complessi in modo semplice senza semplificare. Come giornalisti dobbiamo usare un vocabolario semplice che non dia nulla per scontato. Parole come governo, democrazia o Stato hanno bisogno di essere accompagnate da una definizione, di essere ben contestualizzate. Per adattare contenuti complessi all’intelligenza dei piccoli lettori, bisogna comunicare anche attraverso le immagini. Bisogna scegliere foto adattate alla loro età dei e illustrazioni che siano in grado di divertire e allo stesso tempo capaci di fornire altre informazioni. Penso a contenuti come mappe, infografiche, utili a chiarire argomento anche molto complessi. Ai bambini piace essere lettori attivi. Ed è possibile offrire loro contenuti interattivi anche su carta, inventare piccoli giochi e quiz.

 

La Festa di Roma sorride, nonostante le spogliarelliste

Il budget è quello dell’anno scorso (3 milioni e 419 mila euro), o poco più: 3 milioni e 800 mila, tra finanziamenti pubblici e fondi privati. La ricetta anche: qualche anteprima mondiale, più di qualche film passato altrove ma assai atteso, gli incontri ravvicinati con star cinematografiche e – in altre edizioni – non. Il programma, vedremo, non è affatto male, ma se la presidente Laura Delli Colli è di buonumore, il direttore artistico Antonio Monda meno.

Problema, Roma è una Festa – “chi cerca un festival rimarrà deluso”, ipse dixit – e come si conviene a una festa bisognerebbe sorridere. Non Monda: sul palco dell’Auditorium Parco della Musica è accigliato, e dicunt il motivo vada ricercato dietro le quinte. Sussurri e grida: la convivenza difficile con la sezione autonoma e parallela Alice nella Città, e non è una novità; le spese elevate per gli ospiti internazionali, e non è una novità; il correlato spauracchio delle dimissioni, e forse è una novità. Monda non riesce a fare buon viso, l’affabulatore affabula meno, il re è nudo, almeno di riflesso: “Jennifer Lopez (stripper in Hustlers, ndr) non verrà, ma ci sono tante spogliarelliste”. Un fallo di reazione, dopo aver decantato “le diciannove registe donne in cartellone”, e la Delli Colli entra in campo: “Prendiamola come una battuta”. Monda ne ha anche un’altra, dall’Amleto, “More matter, with less art”, e questa è buona: la sostanza c’è.

Non nella certificazione dell’usato sicuro di Roma XIV – “Chi di voi è stato a Toronto? E a Londra? E a San Sebastian?” – né nel mantra “i talent qui non vengono a promuovere, ma a condividere”, bensì nei numeri – 25 Paesi diversi, 37 prime mondiali, 3 internazionali – e nelle occorrenze: “Negli ultimi tre anni due film della Festa, Moonlight e Green Book, hanno vinto l’Oscar, prima lo facevano altri festival. Nessuno come noi: + 6% di pubblico l’anno scorso, + 30% negli ultimi quattro anni”. Una Festa più che le torte la fanno gli invitati. Due verranno premiati alla carriera: Viola Davis, la prima attrice nera a mettersi in testa la triple crown of acting (Emmy, Tony, Oscar), e Bill Murray, “un grande attore che fa il comico”, pronto a essere insignito il 19 ottobre dal sodale Wes Anderson. A incontrare il pubblico anche Fanny Ardant; Olivier Assayas, che discetterà di Nouvelle Vague; Bertrand Tavernier, che riabiliterà il vituperato cinéma de papa; Ethan Coen; Benicio Del Toro; lo scrittore e sceneggiatore Bret Easton Ellis; Ron Howard, che porta il doc Pavarotti; il giapponese Kore-eda Hirokazu, protagonista di una retrospettiva; Edward Norton, che aprirà il 17 ottobre con la regia Motherless Brooklyn; John Travolta; la coppia cinese Jia Zhangke (regista) e Zhao Tao (attrice).

Per la Delli Colli la manifestazione ha “una doppia anima: il fascino e l’eleganza di Greta Garbo, scelta per il poster, e la curiosità della quattordicenne che è”. Avrà a che fare, l’adolescente, con tanti cari estinti: Max Ophuls, nella seconda retrospettiva, e negli omaggi Piero Tosi; Carlo Vanzina, celebrato nel doc di Antonello Sarno; Pontecorvo, nel decennale della morte, con Kapò; Zeffirelli, con La bisbetica domata; Ugo & Andrea, nel doc di Rocco Mortelliti, ovvero Gregoretti e Camilleri.

Tra i restauri Fellini Satyricon, Gruppo di famiglia in un interno di Visconti, Il mestiere delle armi di Olmi, in mostra e nel doc di Marco Spagnoli la famiglia Cecchi Gori, Monda non dissimula “l’orgoglio” per The Irishman di Martin Scorsese, “il film dell’anno” che passerà il 21 ottobre, presente il regista e, forse, Al Pacino dato “papabile per l’Oscar”.

La musica si farà sentire: trattamento rockumentary per Bruce Springsteen (Western Stars) e Nick Drake, con show case di Manuel Agnelli, i Nirvana in concerto a Marino con I wish I was like you, e pure i nostrani Negramaro. Già, l’Italia? Il polso preso da Monda è buono, rivela “segni di rinascita”, ma i battiti sono pochi: Cristina Comencini chiude la Selezione ufficiale con Tornare, starring Vittoria Mezzogiono; Alessandro Piva con Santa subito filma un caso di femminicidio; Guido Lombardi adatta Il ladro di giorni, protagonista Riccardo Scamarcio. Nella collaterale Riflessi anche Bar Giuseppe di Giulio Base e Il terremoto di Vanja di Vinicio Marchioni, l’internazionalità ha i titoli di Downton Abbey, Judy con Renée Zellweger (non ci sarà) nei panni della Garland, Vrba di Milcho Manchevski, Il peccato di Andrei Konchalovsky, Nomad di Werner Herzog su Bruce Chatwin.

@fpontiggia1

“Pure Maria Antonietta fu vittima di bullismo”

“Maria Antonietta è stata vittima di bullismo e di fake news, un po’ come Sissi e Lady Diana. Ma quello che vogliamo ricordare è soprattutto il suo riscatto: nel momento in cui perde tutto, conquista la propria identità, diventa potente e tiene alta la testa persino sulla ghigliottina. È la forza della donna moderna”. Alberto Angela torna questa sera su Rai Uno con il suo Ulisse, forte del risultato di ascolti della settimana scorsa, quando ha battuto niente meno che la signora del sabato, Maria De Filippi, con tre milioni e 600 mila spettatori contro i tre milioni e basta.

Angela, dica la verità: ha festeggiato?

Non facciamo questi programmi per il risultato, il nostro successo è già andare in onda in prima serata. Dall’altra parte ci sono gruppi di altissima professionalità, leader del sabato sera. I dati, certo, vanno considerati, ma per me quello che conta è far arrivare la divulgazione scientifica a più persone possibile: sono loro il mio interlocutore. Ed è un risultato che si misura negli anni, non nelle singole puntate. I dirigenti Rai hanno avuto grande coraggio e l’affezione del pubblico dimostra che abbiamo avuto ragione. Siamo l’unico Paese al mondo che ha lanciato e vinto questa sfida.

Alla faccia di chi sostiene che con la cultura non si mangia.

È la mente che mangia. Si crea una cultura della cultura. E l’Italia in questo è speciale: ci nutriamo di cultura in ogni cosa che facciamo, dalla ricetta nel piatto alla piazza in cui incontriamo gli amici al parente che ti racconta la storia di un luogo. La cultura è come l’aria: la respiriamo tutti, ricchi e poveri. Basta aprire la finestra.

Però c’è modo e modo di portare la cultura in tv.

I programmi devi farli bene, scendendo dal piedistallo, con la convinzione che la cultura è di tutti. Ottieni i risultati soltanto se c’è qualcuno dall’altra parte. Ho una grande squadra di lavoro (autori, collaboratori, il regista), ma il successo si deve alle persone che ci seguono. La tv è uno specchio: diamo cibo a chi ha fame.

Il suo libro appena uscito, Meraviglie. Alla scoperta della penisola dei tesori – un viaggio dalla civiltà nuragica all’Ottocento, fino al terremoto de L’Aquila e alla riscoperta di Matera – parte dalla stessa filosofia?

Parte dalla consapevolezza che l’Italia costituisce un unicum nel mondo, perché declina la Storia, tutta la Storia. All’estero non è così. Molte delle nostre città potrebbero essere capitali di intere nazioni, e infatti in passato lo sono state. Per questo non ho un ‘luogo del cuore’: ogni posto che visito o che racconto sembra il più bello, perché unico.

Con i proventi del libro si contribuirà al restauro della Madonna Adorante di Castelluccio di Norcia, salvata dal sisma del 2016.

La scrittura aiuta la pittura o la scultura, anche in questo caso è un gioco di squadra. La cultura è come un figlio: lo crei, lo cresci e lo devi proteggere.

E crede che da noi lo si faccia abbastanza?

Quest’anno cadono i 50 anni del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale: siamo l’unico Paese al mondo ad avere una forza di polizia dedicata. Anche i Caschi blu della cultura sono un’invenzione italiana.

Sì, ma a livello politico?

Meglio del passato e meno del futuro. Abbiamo un patrimonio che non può essere riprodotto e dobbiamo avere la forza di proteggerlo e valorizzarlo, ma i risultati hanno bisogno di tempo. Il processo di tutela sta andando avanti, a macchia di leopardo in alcuni luoghi, ma abbiamo le giuste professionalità per non mollare e, anzi, per investire sul passato.

Dobbiamo riprenderci i capolavori che si trovano all’estero?

Non mi faccia entrare in questa polemica. Posso dirle che il patrimonio è la nostra identità e perciò va tutelato.

Stasera ci racconterà la storia di Maria Antonietta.

Una mente pura in una gabbia dorata: entra a Versailles adolescente e rimane vittima dei veleni di corte. La facevano passare per una che tramava, ma erano gli altri a farlo contro di lei. Il suo riscatto avviene poco tempo prima di salire al patibolo quando, dopo la morte del re, si toglie la corona e agisce come una donna moderna, trovando addirittura la solidarietà delle donne del popolo. È suo il messaggio che è passato nella Storia.

La svolta jihadista dell’impiegato modello

Sembrano dissiparsi anche gli ultimi dubbi: a spingere Mickaël Harpon a commettere una strage giovedì, nella sede della prefettura di polizia di Parigi, non è stato solo un raptus di follia ma la sua recente radicalizzazione. Ieri, l’inchiesta, finora affidata alla polizia criminale, è stata trasferita all’antiterrorismo sulla base delle testimonianze raccolte, tra cui quelle della moglie di Harpon, ancora in stato di fermo ieri, e l’analisi del cellulare dell’omicida. Agli inquirenti la donna ha detto che la notte prima della strage, il marito aveva avuto delle “allucinazioni”. Che si era svegliato di soprassalto e le aveva detto che “Allah gli aveva parlato”. In un sms, inviato la mattina stessa, il marito, che era informatico della direzione d’intelligence della prefettura dal 2003, le ha scritto che aveva comprato un coltello di ceramica: “Dio ti giudicherà”, ha risposto lei. L’uomo si è dunque recato come sempre al lavoro entrando nella “fortezza” dell’Ile de la Cité, con il suo badge. Ma, intorno alle 13, ha accoltellato quattro colleghi, prima di essere a sua volta abbattuto da un agente. Di Mickaël Harpon, 45 anni, nato in Martinica, sordo al 70 per cento, due figli, si è saputo subito che si era convertito all’Islam un anno e mezzo fa. Lo ha confermato la moglie, anche lei musulmana. Le autorità dicevano di privilegiare la pista del diverbio tra colleghi.

La donna ha del resto confermato che il marito aveva degli attriti con una collega, sua superiore. Che era “frustrato” perché, forse per via del suo handicap, non gli era permesso di fare carriera. Ma il dubbio di una radicalizzazione si era già insinuato anche per il sangue freddo con cui l’uomo ha ucciso i colleghi. Con una modalità e un’arma che ricordano attacchi terroristici come se ne sono già verificati in Francia. Le Figaro ha citato la testimonianza di un vicino di casa di Harpon, anche lui poliziotto, che sostiene di averlo sentito gridare due volte “Allah Akbar” durante la notte. Altri vicini lo hanno visto vestito con la djellaba andare alla moschea di Gonesse, vicino alla corrente salafita. Nel pomeriggio di ieri, la portavoce del governo Sibeth Ndiaye, ha riconosciuto: “L’ipotesi jihadista non è scartata”. Poi in serata, la notizia che l’inchiesta era ormai nelle mani dell’antiterrorismo. É “una tempesta per la nostra istituzione”, ha commentato a caldo su BFM TV Noam Anouar, delegato sindacale Vigi Police. Dagli attentati del 2015 la Francia teme che il jihadismo possa infiltrarsi fin nelle istituzioni. Se il movente terrorista dovesse essere confermato, sarebbe un duro colpo per Emmanuel Macron e per il suo ministro dell’Interno, Christophe Castaner, già molto criticato per la gestione della crisi dei Gilet gialli. La polemica è già iniziata, l’estrema destra attacca il governo. Marine Le Pen: “Se la dimensione terrorista si conferma, vuol dire che un islamista era dentro uno dei luoghi principali per l’intelligente francese. Sarebbe uno scandalo enorme”.

Il baratto ucraino della pazza Casa Bianca di Trump

“Fammi il favore: indaga su Joe Biden e suo figlio”: la frase detta dal presidente Usa Donald Trump al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella galeotta conversazione telefonica del 25 luglio, non fu buttata lì per caso né fu detta inavvertitamente: c’era dietro tutto un lavoro di preparazione, e di pressione, che Kurt Volker, l’ex inviato speciale Usa per l’Ucraina, ha raccontato al Congresso, nella sua deposizione a porte chiuse di giovedì. In parte Trump ha avuto quello che voleva: il nuovo procuratore generale ucraino Ruslan Riaboshapka ha annunciato che riesaminerà l’indagine su Burisma, la società del gas in cui veva interessi il figlio di Joe Biden, Hunter. Le dichiarazioni di Volker, dimessosi una settimana fa, la prima testa a cadere in questa vicenda, sono ricostruite dalla stampa Usa, mettendo insieme notizie filtrate da deputati e senatori presenti all’audizione.

Alcuni media, citando fonti vicine alla Casa Bianca, dicono che Trump parlò al presidente cinese Xi Jinping dei suoi rivali politici, in particolare Joe Biden ed Elizabeth Warren (ma non gli chiese d’indagare su di loro). In una telefonata con Xi a giugno, Trump si sarebbe pure impegnato a tacere sulle proteste di Hong Kong finché durano i negoziati sui dazi con la Cina: cosa che ha finora fatto. I dati della telefonata sarebbero custoditi nello stesso sistema elettronico per dati ‘top secret’ dov’era custodita la trascrizione della chiamata con Zelensky.

Volker è un docente della Arizona State University, per conto della quale è responsabile d’un centro studi intitolato a John McCain, il senatore repubblicano scomparso lo scorso anno, acerrimo rivale del magnate presidente. Secondo quanto da lui riferito, il team di Trump sapeva che le informazioni che stavano arrivando da fonti ucraine su Joe Biden e suo figlio Hunter, in affari con la Burisma, un’azienda energetica ucraina, non erano attendibili: ne era ben al corrente Rudy Giuliani, l’avvocato personale del presidente, che incontrò più volte, anche grazie a Volker, emissari ucraini. Inoltre, dopo la telefonata del 25 luglio, Volker e il rappresentante Usa presso l’Ue Gordon Sonland scrissero, in accordo con Giuliani, una dichiarazione che il presidente ucraino avrebbe dovuto dare come propria, impegnandosi a indagare sui Biden e sulle presunte interferenze ucraine in Usa 2016 pro Hillary Clinton. È una tesi complottistica che Trump cavalca: il Russiagate sarebbe stato tutto una montatura democratica con complicità internazionali. Consegnata a un consigliere del presidente attore ucraino, Andrey Yermak, che era stato coinvolto nella stesura, la dichiarazione non venne mai rilasciata. L’ex inviato speciale Usa per l’Ucraina, il primo teste chiamato a deporre nell’indagine per l’avvio d’una procedura d’impeachment, ha consegnato al Congresso scambi di messaggi con suoi interlocutori: se ne ricava che i diplomatici statunitensi si chiedevano essi stessi se la Casa Bianca stesse organizzando una sorta di baratto con l’Ucraina, l’indagine sui Biden, e le informazioni che ne sarebbero derivate in cambio della ripresa degli aiuti militari da poco sospesi. Una cosa era chiara a Washington e a Kiev: Trump non avrebbe mai concesso a Zelensky l’incontro e gli aiuti se il presidente attore non si fosse impegnato a indagare sui Biden.

La testimonianza di Volker ha ulteriormente compromesso la posizione del presidente, ma anche quella di suoi collaboratori di primo piano: il segretario di Stato Mike Pompeo, che fu testimone della telefonata del 25 luglio, e vari funzionari del Dipartimento di Stato, come l’ambasciatore Usa ad interim a Kiev, Bill Taylor. Secondo il Wall Street Journal l’ambasciatrice Marie Yovanovitch era stata richiamata perché non era in sintonia con i tentativi dell’Amministrazione di convincere Zelensky a indagare sui Biden.

Il piano di scambiare la dichiarazione di Zelensky con la visita alla Casa Bianca saltò quando Politico rivelò il blocco da parte di Trump di 250 milioni di aiuti militari a Kiev. “Ora stiamo dicendo che l’assistenza sulla sicurezza e la visita alla Casa Bianca sono condizionate alle indagini” sui Biden, scrisse Taylor preoccupato. “Penso sia folle condizionare l’assistenza per la sicurezza all’aiuto a una campagna politica”

Iraq, terra senza pace. “Vi racconto la lotta per la sopravvivenza”

Le proteste di piazza contro la gestione della cosa pubblica da parte del governo iracheno, iniziate a Bassora, hanno raggiunto nei giorni scorsi la capitale, Baghdad, dove la polizia ha reagito in modo violento uccidendo molti manifestanti.

Ieri è stato registrato un numero di vittime ancora più alto a Nassirya, circa 40 persone sono rimaste uccise. In tutto le vittime sarebbero 53. Da due giorni le autorità, per tentare di sedare le manifestazioni, hanno bloccato i collegamenti Internet e radio.

Kadhem Khanjar, fondatore assieme ad altri giovani poeti iracheni del gruppo “La milizia della cultura”, è appena arrivato a Ferrara per presentare al festival della rivista Internazionale la prima antologia di poesia militante del mondo arabo.

Si tratta di una raccolta degli esempi più significativi di questa nuova scrittura lirica emersa durante la cosiddetta “Primavera Araba” pubblicata da Le Monnier e intitolata “In guerra non mi cercate” (Poesia araba delle rivoluzioni e oltre). Khanjar e i poeti della “Milizia” hanno viaggiato, e ancora lo fanno, attraverso l’Iraq per portare la cultura dove la guerra ha lasciato distruzione. Recita i suoi versi tra le automobili fatte saltare in aria, nei campi minati e nelle case bombardate, tra le ambulanze, le gabbie dell’Isis e le fosse comuni.

La sua prima poesia l’ha composta quando aveva tredici anni durante l’invasione americana dell’Iraq.

Il Fatto lo ha incontrato per conoscere il suo parere su quanto sta accadendo nella sua patria senza pace.

“In realtà noi iracheni scendiamo in piazza dal 2011, specialmente durante l’estate quando, nonostante le enormi risorse energetiche del paese, la corrente elettrica salta in continuazione mettendo fuori uso gli elettrodomestici, in particolare i condizionatori d’aria. Questo problema non è banale come può sembrare. In Iraq le temperature arrivano a 50 gradi e con queste temperature la vita dei malati, dei bambini e degli anziani è ancora più a rischio. Inoltre diventa impossibile anche lavorare negli ospedali e negli uffici che diventano torridi. La gente allora, come oggi, scendeva in piazza per chiedere da una parte il ripristino dei trasporti pubblici e delle infrastrutture di base, dall’altra per reclamare equità sociale. Si chiedeva e si chiede il taglio degli stipendi dei parlamentari e dei ministri e un aumento dei salari per la gente comune, oltre a una politica seria per affrontare il dramma della disoccupazione. Questa volta le proteste sono più diffuse e popolate perché la frustrazione si è trasformata in rabbia a causa dell’annosa indifferenza della classe politica e delle mancate risposte a questi problemi. La gente è totalmente disillusa e ha la convinzione che ormai non ci sia altro da fare che protestare a oltranza, Ma le proteste sono pacifiche”.

La più influente autorità sciita , il grande ayatollah Ali al -Sistani, si è espresso ieri in favore delle proteste, criticando le autorità politiche e la polizia per la repressione in corso. Alla domanda se è vero che alle manifestazioni stiano partecipando egualmente i cittadini di tutte le confessioni religiose del paese, Khanjar spiega che non è così. “I sunniti, che sono minoritari nel paese, soprattutto nella zona meridionale, così come i cristiani hanno paura di ulteriori ritorsioni da parte del governo, a guida sciita, e pertanto sono presenti in numero inferiore rispetto agli sciiti che rappresentano la confessione più numerosa. I quaranta morti di Nassirya sono tutti musulmani sciiti”.

Secondo il fondatore della “Milizia della cultura” definire ciò che sta accadendo semplicemente “proteste di piazza” è improprio. “Siamo davanti a una rivoluzione ma non si tratta di una rivoluzione in senso storico, quelle riportate nei libri, al contrario è una rivoluzione semplice, non vanta richieste di tipo politico, non ha un programma politico, non ha un leader che la guidi e non ha come obiettivo il rovesciamento e la conquista del potere. Ha invece come obiettivo il riconoscimento e l’ottenimento dei diritti fondamentali, come il diritto al lavoro”.

Per quanto riguarda l’atteggiamento adottato dal primo ministro, Adil Abdul-Mahdi, Khanjar fa subito una precisazione:

“È un islamista, nel senso di un fautore dell’islam politico, una corrente trasformista che può anche allearsi con i laici ma è foriera, come si è visto anche in altri paesi e contesti, di tragedie”.

Il parlamento iracheno si riunirà oggi in via straordinaria per discutere “misure urgenti”. Tra queste, si discuterà del taglio del 5% dei salari dei funzionari delle più alte istituzioni dello Stato a favore dei “disoccupati” e delle categorie più vulnerabili della società. Secondo fonti parlamentari, fra le misure da prendere anche “25 mila posti di lavoro a chi ha un diploma universitario”.

La situazione però è drammatica e in via precauzionale, tre paesi del Golfo – Qatar, Kuwait e Bahrain – hanno invitato i loro cittadini a non recarsi in Iraq. L’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha chiesto una indagine su tutti gli incidenti in cui le azioni delle forze di sicurezza in Iraq hanno provocato morti e feriti; l’indagine dovrà essere “indipendente e trasparente”.