La sottomissione maschile dentro la fiera della sposa

La sposa è già sposa dal giorno in cui l’uomo la chiede in sposa. L’uomo da quel giorno è un soggetto finito.

O almeno questo è ciò che accade tra i padiglioni di “Roma Sposa”.

Donne, ragazze, ragazzine, mamme, amiche, amiche delle mamme, lontane parenti, forse anche donne conosciute all’ultimo, non importa, conta la presenza e la condivisione per il giorno più importante della vita. E sono tirate, vestiti importanti, borse scintillanti, tacchi, orecchini e bracciali per entrare nella proiezione mentale giusta e competere con le altre spose: sono io la più bella.

Presenze maschili? Poche, anzi sporadiche, li riconosci solo perché sono l’appendice al braccio della donna intenta a trainarli in una gimcana di offerte e seduzioni, o al massimo diventano perfetti per tenere in mano decine di cataloghi, volantini e preventivi. E sono sudati. Affranti. Spaesati. Terrorizzati. Consci del vuoto intorno a loro, vorrebbero scappare, e la domanda se la pongono a ogni uscita di sicurezza che incrociano, ma restano lì, non trovano lo scatto finale, e frustrati proseguono nel loro peregrinare. E c’è di peggio. La verticale del terrore si raggiunge se con loro c’è pure il suocero, che spesso è la variabile moderna del Mario Brega nel film Borotalco, lo stesso che intimava al povero Sergio Benvenuti, alias Carlo Verdone, “ma ‘sta fija ta sposi oppure no?”. “Sì, sì, ci mancherebbe”. Perché il padre della sposa vive in un limbo emotivo che galleggia tra l’orgoglio e la rabbia, e non manca di manifestarlo in quelli che considera gli ultimi giorni prima del dramma: “Amore de papà, ma dove vuoi andare in viaggio?”.

“Pa’ al mare, lontano, guarda qua! Dicono che è come Laguna Blu!”

“A che? Ma non è troppo lontano? Prenne il cellulare? E poi il viaggio è l’urtima cosa da sceje”.

“Ma no signore, è la prima”, azzarda il tizio dell’agenzia.

“Visto che pago io, ‘o so”. Discorso chiuso.

Confessione di un venditore a un amico: “Io qui rimorchio un botto”.

Camminare tra i padiglioni è come infilarsi in vari imbuti della morte, con i rappresentanti degli stand agguerriti e armati di materiale pubblicitario, lesti a elargire sorrisi e massime, certezze a profusione, soluzioni ineluttabili: “Qui pratichiamo il laser”.

“Cosa?”

“Il laser”.

“Per uomo o donna?”.

“Per tutti; tutti quel giorno devono risultare perfetti”.

“Giusto”.

“E per gli uomini siamo specializzati su addome e maniglie dell’amore. Possiamo sfinare chiunque”.

“Sono tanti a sfruttare questa magia?”

“Sempre di più, anche il maschietto vuole apparire e indossare l’abito giusto”.

Capitolo “abito giusto”. Basta con le concezioni antiche, le regole passate, i dogmi castranti: la parola d’ordine è “emergere”, non si fanno prigionieri, si può ribaltare il giorno con la notte, il pomeriggio con la colazione, e chissà cos’altro: “Lo smoking va bene sempre”.

“Non sarà troppo?”

(Sorriso compiaciuto) “Ma non il solito smoking: guardi che tessuti di pregio, che colori”. Bordeaux, viola, damascato, broccato, spilla al collo, bottoni d’argento, mocassini alla Briatore, mai il calzino”. “No! È antico”.

“Prezzo finale?”

“Circa 20 mila euro, ma qui possiamo farle uno sconto”.

E la donna? Pochi passi oltre arriva la risposta: “La renderemo una regina: noi mettiamo in risalto le sue forme, e le faremo scoprire anche quello che non sa”, ammicca la venditrice a una ragazza non molto alta, un po’ abbondante, ma grintosa per abbigliamento, modi e amiche. “Voglio qualcosa che sbrilluccichi; se non sbrilluccico non sono io”, spiega molto seria. “Quando è il matrimonio?”. “Quindici luglio 2010… no, 2021”.

C’è tempo.

Poco oltre inizia la sfilata degli abiti da sposa, tutte le ragazze sono assiepate ai lati della passerella, più concentrate a demolire le modelle che ad apprezzare i vestiti: “Grazie al cavolo, queste qua pesano du’ etti, ce vole poco, je sta bene qualunque straccetto”.

Non hanno tutti i torti.

Una figlia sgrida la mamma: “Per mia sorella non hai fatto tutte ‘ste storie”.

La mamma: “Dieci anni fa era n’artro vivere”.

E oggi gli sconti vincono, gli outlet vincono, 200 euro per le damigelle 600 per la sposa scontata, e “qui per gli addobbi è meno 50% per tutto l’anno”, poi meno 20 per l’auto importante, e la Rolls Royce è stata in parte rimpiazzata da Ferrari, “astronavi” americane anni Sessanta e altre amenità al costo di 350 euro a salire “e autista italiano”. Straniero no, ed effettivamente il pubblico è rigorosamente nostrano, quasi nostalgico del tempo che fu.

Da un genitore la punta di saggezza finale, sussurrata a un genero fortunato, almeno lui è degno di considerazione: “Se semo rotti le palle, ma se magna”. Verissimo. Dai confetti agli aperitivi se magna, e all’uscita, all’ultimo stand, anche un assaggio di torta con tanto di brindisi brut.

Qui seduti la maggioranza sono uomini. Meglio bere e non pensarci troppo.

Giudici, Militari, medici e politici è la mazzetta “prêt-à-porter”

La corruzione è il male endemico, la piaga che non guarisce, il vizio nazionale che trafuga ogni anno miliardi di euro. Di corruzione non c’è più traccia nel dibattito politico anche se le mazzette continuano a tener banco, intascate o solo annunciate. Solo pochi anni fa è stata istituita, con grande sfoggio di fanfare, l’Autorità nazionale anticorruzione. Quelle che seguono sono alcune delle vicende giudiziarie giunte sul tavolo di Raffaele Cantone, che poche settimane fa si è dimesso dalla presidenza. Abbiamo scelto di riferire solo delle mazzette a bassa intensità, piccoli traslochi di denaro, favori di variegata e modesta natura. È questo il bancone della tangente prêt-à-porter, la dazione quotidiana che nessuno vede più, che non fa scandalo e quasi quasi nemmeno sporca più. Così fan tutti. E amen.

Il pirata delle terme

Il politico peripatetico. L’arpione, il drago, il pirata delle terme euganee. Chiamatelo come volete, ma Luca Claudio è un asso. È stato sindaco a Montegrotto Terme dal 2001 al 2011. Se ne dice così un gran bene che i cittadini di Abano Terme vogliono vedere cosa riuscirà a combinare di altrettanto meraviglioso nella loro città. Il sindaco si dà da fare e negli anni produce la meraviglia.

Fioccano le inchieste perché troppo si dice su appalti di favore e regalini non proprio occasionali. Il sindaco è un drago, lavori dappertutto, opere e ingegno mostrate. Si fa rieleggere e annuncia: “Non sarò il sindaco di tutti”. Ha nel mirino coloro che lo accusano. Tra di essi anche i magistrati della Procura di Padova e poi i giudici del tribunale che nel 2016 lo condannano a quattro anni di reclusione per corruzione e turbativa d’asta sulla manutenzione del verde. Piccoli e grandi regalini sugli appalti per la manutenzione del verde. Il sindaco, oramai ex, aveva ottenuto di scontare la sua pena ai servizi sociali. Ma si è beccato altri cinque mesi di reclusione per un’inchiesta parallela e accusa andata a segno: tentata induzione. Poi la rovina: la finanza gli ha messo sotto sequestro il patrimonio personale. Il drago si è fatto marmotta, il lupo oggi è agnello. Lontano dalla politica, lotta sicuramente per un mondo migliore.

La cambusa di Taranto

E che dire a Taranto? La cambusa della Marina militare era sempre piena zeppa di ogni bene. Non tanto e non solo fagioli o pomodori, linguine e pesto. Ma combustibile: quintali e quintali per far viaggiare le navi. E olio meccanico e ogni altro ricambio necessario. “Poi dipende da quanto prendo io, perché non è che su undici milioni… su quello che guadagna… penso che minimo minimo un paio di centomila me le porto”.

Era l’anno 2016 e Giovanni Di Guardo, capitano di vascello della Marina militare, il moralizzatore mandato a Taranto dall’allora capo di Stato maggiore per ripulire il volto dell’istituzione militare appena sporcata dall’arresto di undici ufficiali per concussione, faceva al telefono due conti. Su un appalto di undici milioni “minimo minimo” duecentomila euro. Il capitano di vascello, l’uomo del cambiamento, con sul groppone un patteggiamento per truffa, arriva a Taranto e inizia a bonificare scegliendo il fior fiore dei collaboratori. Chiama all’ufficio contratti Francesca Mola, 32 anni: “Ho capito che a questa qua gli piacciono i soldi. E allora l’ho presa e l’ho messa lì apposta”, riferisce in un colloquio telefonico finito agli atti. Furono arrestati.

Intanto sono giunte le prime condanne della prima inchiesta. Otto anni al capitano Roberto La Gioia, cinque anni e quattro mesi all’ex direttore del reparto di approvvigionamento, quasi cinque anni al sottufficiale responsabile del reparto. Concussione consumata e tentata. Dieci per cento netto: diesel per le navi, olio e ogni altro tipo di rifornimento. Tangenti bisettimanali, di varia pezzatura. Un capitano di vascello sorpreso mentre intascava un regalino di 2.500 euro. Niente, rispetto a tutto quel ben di Dio.

Il diesel e l’acqua in Lucania

E vogliamo rilevare la modestia delle richieste dei tecnici dell’ente irriguo di Puglia e Lucania che hanno accettato piccoli rimborsi spese e qualche centinaio di litri di diesel, alcuni pranzi, alcune cene, alcuni pernottamenti, alcuni regali, piccoli e modesti doni anche per i familiari? Associazione a delinquere, corruzione e truffa! Hanno scritto i magistrati di Potenza. E per l’ingegner Giuliano Antonio Cerverizzo e il capo di gabinetto dell’ente che deve badare alla irrigazione della Lucania è iniziata la via crucis. Undici arresti, un fiume di accuse, il processo da affrontare. Troppo stress. Maledetti appalti, e gare. Si cade in tentazione sempre.

Il chirurgo vuole il cash

E vogliamo parlare della incredibile vicenda che ha portato nel maggio di due anni fa all’arresto in flagranza nella città di Assisi, la città di San Francesco, del primario di chirurgia pediatrica dell’ospedale di Perugia, il chiarissimo professor Antonino Appignani? Dodicimila interventi chirurgici all’attivo, e tutti con esiti più che felici e poi quell’annebbiamento, quei dodicimila euro chiesti al collega Alfredo Garzi come un cachet per la docenza da quest’ultimo ottenuta a Perugia. Dodicimila nel 2016, sei mila nel 2017. Il collega, inaspettatamente, ha avvisato i carabinieri e all’atto della consegna, zac!, le manette.

Ora il chirurgo con quale serenità affronterà i suoi piccoli pazienti?

La mazzetta super scontata

Che dire allora della tangente davvero minuscola, tanto che nemmeno dovremmo provare a descriverla come tale, che un povero impiegato dell’ufficio dell’esecuzione del Tribunale di Sorveglianza di Palermo richiedeva per veicolare le notizie contenute nei fascicoli processuali.

Claudio Giorgi è finito agli arresti domiciliari per un niente. Banconote dal taglio di cento, nei momenti più difficili anche solo cinquanta euro, per arrotondare e portarsi a casa la pagnotta.

Allo stipendio normale l’aggiunta di un pizzico di mazzette, piccolissime davvero, per dare sapore alla vita.

Due sindaci, due vice e l’escort

A Brindisi, nel buio dell’ottobre di due anni fa, il sindaco e il suo vice del Comune di Torchiarolo, e il sindaco di Villa Castelli, più il vicesindaco di Poggiorsini finiscono in terribili guai per aver risposto affermativamente alla domanda di lavoro dell’azienda chiamata a ripulire le strade delle loro comunità dai rifiuti. L’imprenditore, capace di conoscere le necessità della vita, oltre a libere contribuzioni elettorali (la politica costa!) aveva chiesto a una escort di liberare ogni energia creativa per dare agli amici politici (non tutti, eh?) quel quid di piacere che mancava loro, per togliere (non a tutti, eh?) la noia figlia del tran tran quotidiano. Uno di essi avrebbe ricevuto anche 3 mila euro, come piccola attenzione alle necessità di modica quantità.

Adesso si farà il processo e si vedrà, piano piano, se la luce si accende di nuovo, se la vita tornerà a sorridere e la politica a restituire quelle emozioni interrotte così bruscamente.

La monnezza è oro

La città è molto più grande, si tratta infatti di Genova, ma la questione è identica: la raccolta della nettezza urbana e anche i mezzi per ottenerla dipendono anche dalle qualità femminili. C’è stata una prostituta in mezzo alla acquisizione da parte dell’Ecoge di appalti ottenuti senza gara per quattro milioni di euro. Cinque anni e nove mesi la condanna per un dirigente dell’azienda municipale che aveva chiuso un occhio. Ricordarsi sempre che fornicare è peccato mortale.

Il giudice fantuttone

“Tutto si può ottenere e tutto si può comprare”, scrive un giudice riferendo la summa di vita di un suo collega.

Alberto Capuano, sessant’anni, giudice del Tribunale di Napoli distaccato a Ischia. È il 3 luglio scorso e il dottor Capuano deve intervenire a un convegno antimafia: spiegare come si fa a combattere i cattivi quando sono ben addestrati e organizzati. La polizia giudiziaria lo ferma e gli esibisce un mandato di cattura grande quanto un campo di calcio. Lui – purtroppo – risulta essere il primo dei cattivi. Accusato dalla Procura di Roma, che chiama l’inchiesta “Operazione San Gennaro” di corruzione, traffico di influenze, millantato credito, tentata estorsione e associazione a delinquere. Capuano secondo l’accusa è il giudice tuttofare, che organizza, smista, accoglie o respinge richieste di intercessione. Lavora in proprio o in conto terzi. Sbianchetta di suo pugno, se è lui a essere il protagonista del processo, o intercede presso i colleghi se i lavori di ripristino della immunità sono affidati ad altre sezioni del tribunale. Con perizia chiede l’assoluzione o la garantisce, oppure, in casi più severi, insiste per la prescrizione. Il tariffario, sempre secondo l’accusa, ha una sua linearità ascendente nel valore. Il peso dell’intermediazione consente al giudice di ottenere bottiglie di vino, buonissimi pasticcini (la pastiera di Pasqua, assai apprezzata a Napoli). Con l’aumento delle richieste, aumenta il valore del dono. Ipotesi a: ingresso gratuito allo stabilimento balneare; ipotesi b: biglietti aerei intercontinentali; ipotesi c: somma di denaro.

Capuano è fregato dalle intercettazioni benché i postulanti, avvocati e familiari dei richiedenti i favori, alcuni dei quali legati a clan camorristici, mettessero in atto camuffamenti vocali che il gip considera primitivi. “Sembra un film di Fantozzi”, scrive. Di certo il dottor Capuano aveva tuonato contro le intercettazioni, scrivendo anni prima un articolo in cui denunciava “Il grande orecchio della Procura”. Ci aveva visto giusto.

“La giustizia di Zorro”

L’anno prima, un collega di Capuano, Roberto Bufo in servizio al Tribunale di Pisa, viene arrestato dalla Procura di Genova. Di mezzo ci sono i beni venduti all’asta, lo stadio finale delle esecuzioni giudiziarie, l’esito dei fallimenti familiari, dei crac aziendali, di vite buttate in malora. Qui c’è una triangolazione scolastica ma efficace: Bufo, scrive l’accusa, nomina curatore dell’eredità giacente e tutore per l’amministrazione di sostegno l’avvocato Francesca Ferrandi, figlia di Roberto, commercialista carrarese incaricato delle vendite giudiziarie presso il Tribunale di Massa. Francesca, come ringraziamento per la nomina ricevuta, lascia che Bufo, attraverso prestanomi, acquisisca all’asta quel che desidera (immobili e terreni) con il super sconto. Le intercettazioni danno il segno della fantastica comunella: “Bisogna cercare di rubare il più possibile” dice l’incaricato delle vendite giudiziarie. “Esatto, è la giustizia di Zorro”, sigilla il giudice.

(1.Continua)

Quegli amici “maledetti” non fanno un’orchestra

Cominciamo dalla notizia. Un esperimento in Tv è come un atto di resipiscenza in Salvini, cose pressoché irrintracciabili in natura. Ma il direttore di Rai2 Carlo Freccero non può fare a meno di aprire spazi nuovi nei palinsesti, è la sua natura prima della sua missione. Se non possiamo mettere la seconda serata in seconda serata proviamo a metterla nella prima. L’aveva fatto con Realiti, ora ci riprova con Maledetti amici miei, e a un certo punto abbiamo temuto che la seconda serata dalla prima passasse direttamente alla terza, considerata la curvatura dello spazio-tempo, ma anche quella dello spettatore dopo due ore e mezza. Maledetti amici miei non cerca nuovi talenti, riporta quelli affermati al centro della scena. Era ora; ma il massaggio cardiaco al varietà Tv può farlo la commedia all’italiana che anche lei non si sente tanto bene? Giovanni Veronesi deve studiarsi la differenza tra una regia e una conduzione; Sergio Rubini, Rocco Papaleo e Alessandro Haber sono bravi, ma in un album di figurine rischierebbero di passare per doppioni. Se dai il microfono a un primattore non sai quando te lo restituirà, diventa una gara a chi ce l’ha più lungo (il monologo). Meglio quando arrivano gli ospiti, specie con quelli con cui finalmente si improvvisa (Carlo Verdone) invece del siparietto scritto a tavolino (Margherita Buy). Avere Paolo Conte come sigla vale il prezzo del biglietto, ma resta il fatto che quattro solisti non fanno un’orchestra, al massimo un karaoke.

Riformate la legge più odiata dagli italiani

“Non m’importa nulla di destra e sinistra, a me interessa il buon senso”
(Giovanni Sartori, politologo)

A differenza della ben nota cucina, propagandata dallo slogan pubblicitario, la legge elettorale sarà pure la “più odiata dagli italiani”. Ma resta pur sempre la “madre” di tutte le leggi, perché le genera e ne condiziona la formazione nell’iter parlamentare. E allora, nella patria dei guelfi e dei ghibellini, bisognerebbe riuscire a parlarne senza pregiudizi, al di fuori dei calcoli o degli interessi di parte, non come tifosi di calcio al Bar dello Sport. Anche questa, invece, sta diventando una querelle mediatica che rischia di degenerare in una “guerra di religione”.

Ai suoi tempi, un illustre politologo come Giovanni Sartori predicava che non esiste una legge elettorale valida per tutti i Paesi in ogni tempo. E aveva perfettamente ragione. Tant’è che noi ne abbiamo sperimentate una varietà tra la Prima e la Seconda Repubblica: dal sistema proporzionale puro siamo passati al cosiddetto Mattarellum, per due terzi maggioritario, che prese nome dell’attuale Capo dello Stato; poi al Porcellum, un proporzionale corretto con un cospicuo premio di maggioranza, definito così dal suo stesso artefice, il leghista Roberto Calderoli; fino al compromesso del Rosatellum, un sistema misto per il 60% proporzionale e il 40% maggioritario, tuttora in vigore.

Adesso la Lega di Salvini, in preda ai suoi furori autoritari e alla sindrome della rivincita, promuove attraverso otto Regioni un referendum costituzionale per abolire la parte proporzionale e introdurre un maggioritario secco. Ma bisognerà attendere la pronuncia della Consulta per vedere se il quesito sarà ammesso o meno. Da parte opposta, il M5s punta al proporzionale puro, presumibilmente per tenersi le mani libere e fare l’ago della bilancia, mentre il Pd chiede almeno lo sbarramento.

Al di là delle opinioni e delle preferenze personali, c’è una stella polare che può orientare la scelta fra i due sistemi elettorali. È quella che in una democrazia moderna, obbligata a decidere con rapidità ed efficienza, si chiama stabilità e governabilità in funzione dell’alternanza. E perciò, come avviene nelle amministrative, il maggioritario offre sulla carta la soluzione più efficace per assegnare la vittoria e attribuire la responsabilità di governare. Magari introducendo la preferenza unica, a garanzia della trasparenza, contro il clientelismo e la corruzione.

Tanto più il maggioritario sarebbe utile in un contesto politico come il nostro, per evitare la frammentazione dei partiti e partitini, mentre si riduce il numero dei parlamentari. E si potrebbe aggiungere la cosiddetta sfiducia costruttiva, cioè la regola per cui il governo non cade fino a quando non c’è quello nuovo per sostituirlo. È proprio il proporzionale, infatti, che alimenta le scissioni, il correntismo e il trasformismo, a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi. Una legge maggioritaria favorirebbe Salvini? Può anche darsi. In realtà, favorirebbe la coalizione capace di vincere le elezioni, aggregando le formazioni politiche intorno a due poli distinti e contrapposti.

Nel nostro caso, il Mattarellum ha già funzionato egregiamente tra il 1994 e il 2006, consentendo di vincere sia a Berlusconi sia a Prodi. E non a caso, è stato riproposto nei giorni scorsi dall’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, insieme al voto ai sedicenni. Ma si potrebbe anche adottare il sistema maggioritario alla francese, con il doppio turno e il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiunga la maggioranza al primo turno. Non è una questione di fede. Ma piuttosto di buon senso. O più semplicemente, di senso pratico.

Consigli pratici per evitare sempre le sbarre

Ho letto sul Fatto Quotidiano che a proposito delle soglie di punibilità per violazioni fiscali tale Luigi Marattin, consigliere economico di Renzi, ha scritto: “Il motivo per cui nella scorsa legislatura depenalizzammo alcune cose è che il modo migliore per far restituire il maltolto alla collettività è aumentare le sanzioni amministrative cosicché lo Stato possa rientrare più velocemente del debito sottratto”. Sono d’accordo. Il ragionamento è corretto, è logico, non fa una grinza (un plissé scriverebbe qualcuno). Ad adiuvandum scriverò alcuni consigli per il suddetto Marattin, che di seguito trascrivo. Spero lui recepisca il messaggio.

1) Furto in appartamento.

Non è punibile chi commette un furto in casa se il valore dei beni sottratti non supera i 100.000 euro se si tratta di ville o case di lusso; 50.000 negli altri casi.

Al colpevole si applica una sanzione amministrativa pari al doppio del valore dei beni sottratti.

(Il colpevole pagherà sicuramente la sanzione utilizzando i proventi dei precedenti furti in appartamento da lui commessi, ma rimasti impuniti)

2) Rapina in banca.

Non è punibile chi commette una rapina ai danni di un Istituto di credito se l’ammontare del denaro asportato non supera 1.000.000 euro (500.000 nel caso di Banca Carige e Monte dei Paschi).

Al colpevole si applica una sanzione amministrativa pari al doppio dell’ammontare del denaro sottratto.

(Il colpevole pagherà sicuramente la sanzione utilizzando le somme giacenti sul suo conto corrente aperto presso l’unica banca che non aveva rapinato).

3) Corruzione.

Non è punibile il Pubblico ufficiale che per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, se l’ammontare del denaro o il controvalore dell’utilità ricevuti non superino 50.000 euro.

Al colpevole si applica una sanzione amministrativa pari al doppio del denaro o delle utilità ricevuti.

La soglia di non punibilità non può essere inferiore a 100.000 euro per sindaci, assessori o consiglieri comunali, a 200.000 euro per governatori, assessori o consiglieri regionali, a 500.000 euro per ministri o parlamentari.

In caso di denaro o utilità corrisposti in più riprese, la soglia di punibilità di cui al comma 1 si applica sull’importo della singola dazione e non sull’intera somma ricevuta.

(Il colpevole pagherà sicuramente la sanzione utilizzando le somme giacenti nelle sue cassette di sicurezza svizzere o sui conti alle Isole Cayman e dintorni).

4) Truffa e appropriazione indebita.

Non è punibile chi ha commesso i fatti di cui agli articoli 640 e 646 c.p. (truffa e appropriazione indebita) se l’ammontare del danno cagionato non supera 49 milioni di euro. Il colpevole è soggetto a una sanzione amministrativa di importo pari al danno cagionato, pagabile in 80 comode rate semestrali.

Con l’entrata in vigore delle suddette disposizioni si potranno così raggiungere almeno i seguenti obiettivi:

1) riduzione del debito pubblico;

2) riduzione dei tempi di durata dei (pochi) processi che resteranno;

3) inutilità della riduzione dei tempi della prescrizione;

4) destinazione dei magistrati in esubero a lavori socialmente utili.

Come scrisse Dante nel Purgatorio, canto VI: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta non siam un paese, ma un bordello!”.

 

L’anti-trumpismo della mozzarella

C’è voluto che gli americani attentassero alla nostra mozzarella perché l’Italia intera si sollevasse ed emettesse un ruggito anti-yankee: dai giornali, la Repubblica, il Corriere, il Giornale, i cattolici Avvenire e il Tempo, ai politici. Persino il tremebondo Di Maio ha fatto la faccia feroce di fronte al gauleiter Mike Pompeo mandato in Italia per rimetterci in riga: “Difenderemo le nostre aziende”. “L’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”.

Finché ci costringono a tenere 800 soldati in Afghanistan, ci impediscono di avere relazioni economiche con l’Iran per noi molto vantaggiose e con la Cina, per noi ancor più vantaggiose, ci coinvolgono in guerre che per noi hanno contraccolpi disastrosi come quella alla Libia di Gheddafi, contano su di noi per l’alleanza col generale tagliagole Abdel Fattah al-Sisi (“un grande statista” secondo Renzi e non solo lui), tengono sul nostro territorio 60 basi militari alcune nucleari, stuprano impunemente le nostre ragazze e un loro rambo fa 20 morti al Cermis, ci tengono insomma in uno stato di minorità politica, militare, economica e alla fine anche culturale oltre che linguistica, “tutto va ben madama la marchesa”, che sarà mai? Ma la mozzarella no, quella non si tocca. Siamo o non siamo un popolo di buongustai, un po’ vigliacchi, va bene, ma buongustai?

Naturalmente le pecore quando cominciano a ruggire si spaventano e riprendono subito a belare. Ci si è affrettati ad affermare che, ovviamente, non sono in discussione “gli indissolubili legami transatlantici”. Ma noi ci chiediamo da tempo in nome di che gli americani possano ricattarci in ogni ambito e con noi ricattare, naturalmente, l’Europa intera. C’è, si dice, il Patto Atlantico, con annessa Nato, che l’Italia insieme ad altri Stati dell’Europa occidentale ha firmato nel 1949. Ma una norma di diritto internazionale recita pacta sunt servanda, rebus sic stantibus. E da allora il panorama internazionale è completamente cambiato: non c’è più l’Unione Sovietica, si sono affacciati all’onor del mondo occidentale grandi Paesi come la Cina e l’India, il Medio Oriente non è più sotto il nostro controllo e i musulmani, dopo l’avvento di Khomeini, sono una realtà della quale non si può non tenere conto e trattarla solo a suon di bombe. Non c’è più alcuna ragione di osservare quel Patto e di inventarsi legami culturali che se mai sono esistiti oggi non ci sono più. È del tutto evidente che l’Europa è diventata da tempo, non da quando c’è Donald Trump come ipocritamente si dice per salvarsi la faccia, un bersaglio per la politica americana. Questo Angela Merkel lo aveva capito benissimo quando un paio d’anni fa affermò: “Noi non possiamo più contare sugli amici di un tempo”. E Merkel divenne immediatamente uno dei bersagli preferiti non solo di Trump ma di tutta l’America, repubblicana o democratica che sia.

Ma questo sarebbe esattamente il momento per l’Europa di ribellarsi perché la politica dei dazi e delle sanzioni arbitrarie ovviamente non colpisce solo l’Italia, ma l’intera Unione europea. Ma, per tornare a noi, se i dazi sulla mozzarella saranno serviti a ridarci un po’ d’orgoglio nazionale, a noi tutti e non solo alla Meloni e in modo ambiguo a Salvini, ben vengano. Ben vengano la mozzarella, il prosciutto, il Grana Padano. E io, nel mio piccolo, mi sentirò un po’ meno solo perché le cose che ho scritto in questo articolo, meritandomi fama di antiamericanismo irrazionale, illogico e autolesionista, le scrivo da trent’anni.

Mail box

 

Trattativa, anche grazie a voi arriveremo alla verità

Caro Travaglio, desidero ringraziarti moltissimo per il tuo ottimo lavoro anche di questi giorni riguardo l’infame trattativa Stato-mafia con Berlusconi e Dell’Utri. Fate benissimo a scrivere questi fatti e a ricordarli ai vari smemorati di turno, anzi andate avanti così, anche di più, affinché almeno su questi gravissimi fatti venga fatta piena e totale luce. Siamo in molti con te e con il Fatto, vogliamo sapere chi e come ci ha rovinato la vita in questi ultimi trent’anni.

Franco Rinaldin

 

La comunità di lettori si riconosce dall’empatia

Ogni mattina appena esco di casa la prima cosa che faccio è comprare il vostro giornale, anche quando devo andare presto a fare la donazione di sangue o di plasma. È bello vedere anche gli altri donatori e gli infermieri che danno un’occhiata mentre io lo tengo ben aperto. E adesso vi dirò una cosa stupenda: quando hai una copia del Fatto in mano, se trovi un altro lettore, mi sono accorto che ci si guarda con simpatia, quasi come fossimo complici. L’altro giorno al Centro Trasfusionale un sanitario, vedendomi con il Fatto, ha esclamato “ecco un donatore doppiamente intelligente!”. Ero distratto, lì per lì non ho capito e gli ho esclamato “scusi?”. La risposta è stata: “Doppiamente intelligente perché è un donatore di sangue e perché legge il Fatto Quotidiano”.

Salvatore Vinciguerra

 

Fine vita, ora però bisogna fare la legge (senza rinvii)

Si esulta da più parti per la storica sentenza della Consulta.

Ma attenzione: si è già messa in moto, oltre la palese e comprensibile opposizione dei soliti noti, la ben collaudata tecnica dei “distinguo”, delle finte adesioni con mille cavilli e proposte “migliorative”, delle tattiche dilatorie tendenti a sgonfiare la notizia, e a far dormire sonni tranquilli per anni alla originaria proposta di legge, con l’utilizzo nella specie, in caso contrario, dell’arma infallibile: l’obiezione di coscienza.

Sacro e inviolabile diritto quello dei medici, cattolici e non, di non condividere e di “obiettare”, cui dovrebbe però fare da contraltare l’altrettanto sacro dovere di qualunque lavoratore dipendente di una struttura pubblica o privata di fare ciò che, nel rispetto delle leggi vigenti, gli viene in detta struttura ordinato e per cui è retribuito.

Antonello Caput

 

Le Pen non c’era ai funerali di Chirac: nemici, non avversari

A Parigi, i solenni funerali di Jacques Chirac, con la bara avvolta nella bandiera francese, senza Marine Le Pen e il vecchio padreJean-Marie, non graditi ai familiari dell’ex Presidente gollista. In Italia, invece, il segretario del Msi pre-sdoganamento, Giorgio Almirante, nel 1984, andò alle Botteghe Oscure per rendere omaggio alla salma del leader del Pci, Enrico Berlinguer, avversario, non nemico. Quattro anni dopo fu il dirigente comunista, Giancarlo Pajetta, a dare l’estremo, rispettoso saluto ai fondatori del Msi scomparsi a distanza di un giorno l’uno dall’altro.

Pietro Mancini

 

Mercato libero. Di stalkerare nuovi possibili clienti

Non so più che santi chiamare. Qualche anno fa, in un’intervista, l’onorevole Mucchini consigliava di passare al libero mercato dell’energia luce e gas. Così pensavo anch’io. Beh, è finita la pace: ricevo anche dieci telefonate a tutte le ore sul cellulare dai vari call center, oltre ai vari giovani, in media 9 o10 alla settimana. Ho 73 anni, faccio alcune considerazioni: io nella mia vita mi sono dato un codice di comportamento, non dovrebbero averlo anche loro? Se è mercato libero non dovrei essere io scegliere chi fa per me?

Giorgio dal Ponte

 

Pochi politici italiani avrebbero fatto come Strache

A seguito del flop politico alle elezioni austriache, il leader sovranista Strache dà l’addio alla politica. Dopo gli scandali non ha retto a questa débâcle elettorale. Resta comunque un gesto forte e coerente che pochi politici italiani avrebbero fatto.

Gabriele Salini

 

Le scuole sono abbandonate, ma i crocifissi ancora appesi

Anche il caso del crocifisso nelle scuole mi trova d’accordo con l’autorevole opinione di Tomaso Montanari. Voglio citare una mia esperienza personale che mi pare alquanto sintomatica.

Il mio interesse per le vecchie contrade di montagna, desolatamente e sciaguratamente abbandonate all’incuria nella mia Valtellina (e non solo), mi ha portato di recente in uno di questi affascinanti luoghi.

Qui fino agli anni 70 esisteva una multiclasse elementare facente capo al Comune capoluogo 300 metri di quota più in basso, servita da un’erta mulattiera percorsa ogni mattina, neve vento e acqua, dall’ultima maestrina di valle. Ora, entrando in questo edificio, fatto di porte e finestre scardinate e in un totale e tristissimo abbandono, svuotato di ogni suppellettile, faceva bella mostra di sé un crocifisso abbandonato, appeso alla parete in agghiacciante solitudine. Questo forse dimostra più di tante parole quanto in fondo la religione serva solo alle ragioni politiche.

Alessandro Colombera

Caso Consip. Quelle dei giornaloni erano peggio che fake news: erano depistaggi

Ho seguito in questi tre anni sul Fatto il caso Consip, che riguarda il più grande appalto d’Europa e da subito ho pensato che la famiglia Renzi e tutto il Giglio magico, come viene definito, fosse coinvolto in questo caso giudiziario. Sono d’accordo su tutto quello che il Fatto ha scritto in questi anni, a proposito dei vari depistaggi istituzionali renziani, avvenuti per salvare dalle indagini i vari Lotti, Tiziano Renzi, Russo e i due generali ecc. e per coinvolgere invece persone innocenti o estranee ai fatti. Data la mia età non mi stupisco più di nulla, avendo vissuto i tanti periodi oscuri del nostro Paese, ma una cosa mi fa vergognare di essere un cittadino italiano: il comportamento della cosiddetta stampa libera, i grandi giornali che hanno falsificato la realtà. E qui, caro Travaglio, non sono del tutto d’accordo sul termine da lei usato per definire il comportamento dei vari giornaloni. Lei ha parlato di “fake news”. Una fake news è semplicemente una falsa notizia, inventata e data in pasto all’opinione pubblica per disorientarla; ma qui, da parte della stampa italiana, c’è stato un vero depistaggio volontario per nascondere i veri colpevoli. Una cosa, a mio avviso, gravissima, sulla quale le istituzioni dovrebbero intervenire.
Claudio de Paolis

 

Caro Claudio, concordo su tutto tranne su un particolare. La copertura mediatica dello scandalo Consip è stata fin dall’inizio una campagna unidirezionale per criminalizzare gli inquirenti che l’avevano scoperto (i pm napoletani Woodcock e Carrano e il Noe coordinato dal cap. Scafarto) e i giornalisti che l’avevano raccontato (Marco Lillo del Fatto), ma anche per sviare l’attenzione dal vero oggetto dell’affaire: che non erano gli errori o le sviste di investigatori o giornalisti – sempre possibili, specie in indagini così complesse come questa, e comunque in questo caso del tutto veniali e ininfluenti sul quadro accusatorio –, ma le trame per truccare appalti da 2,7 miliardi, subito coperte dalle balle sul “complotto” per rovesciare il governo Renzi (che fra l’altro si era dimesso 17 giorni prima che scoppiasse lo scandalo). Gli scopi della campagna erano due: preservare in Renzi l’ultimo baluardo del sistema di potere minacciato dai barbari alle porte (indovini un po’ chi erano); e fiancheggiare i tentativi romani di “sterilizzare” l’indagine napoletana. Per fortuna, grazie a due gip indipendenti come Forleo e Sturzo, l’operazione parrebbe fallita. Dissento però sulla necessità che intervengano le “istituzioni”: più le istituzioni stanno lontane dall’informazione, e meglio è. Questo caso dimostra che sono talmente vicine da renderle indistinguibili dalla libera stampa. Che infatti non è libera.
Marco Travaglio

Il fatturato cresce, ma Western Union licenzia

La data di scadenza è fissata al 18 novembre, ma prima daranno battaglia. I 42 lavoratori dei reparti amministrativi, legale e compliance della Western Union di Roma e Milano si sono visti comunicare che per quella data scatterà l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo. “Motivi di razionalizzazione”, scrive il colosso americano che gestisce in tutto il mondo i money transfer, vale a dire il servizio usato soprattutto dai migranti che non hanno un conto in banca e vogliono mandare i risparmi alle famiglie d’origine.

Le ragioni dichiarate per gli esuberi riguardano la riorganizzazione adottata dal Gruppo Western Union (sede centrale negli Usa) che prevede la decentralizzazione di una consistente parte del lavoro in altre sedi, soprattutto a Vilnius (Lituania), nonché una diversa organizzazione del lavoro che raggruppi alcuni servizi, eliminandone altri. Il tutto al fine di affrontare “un mercato altamente competitivo con una scarsa crescita nel corso degli ultimi anni”. Una riorganizzazione, quindi, per il colosso che opera in Italia attraverso due società, Wursi e Wpsil (entrambe con sedi in Irlanda) e che rischia di far restare senza lavoro 38 dipendenti a Roma e 4 a Milano su un totale di 192. Ma per i sindacati la reale motivazione della mobilità è un’altra: “Cavalcare la strada dello sfruttamento nell’immobilismo delle istituzioni italiane”, denuncia Antonio Amoroso della segreteria nazionale Cub che ha chiesto un incontro urgente al Mise e alla Regione Lazio sul caso. “Non è plausibile che mentre il fatturato di questo colosso cresce – dice Amoroso – si consenta di far delocalizzare le attività tra Lituania e India”.

Quello del money transfer è un settore che non conosce crisi e da anni è soggetto ai controlli antiriciclaggio: le singole operazioni segnalate sono, infatti, di importo massimo fino a 999,99 euro ma, per la loro numerosità e frequenza, possono rappresentare componenti di attività altamente rischiose. In Italia spedire soldi con un money transfer si può fare praticamente ovunque: tabaccherie, phone center e persino gli alimentari. Anche se il gruppo Western Union spinge sulle difficoltà di un mercato troppo concorrenziale, il 90% di quello italiano se lo dividono Western Union, MoneyGram e Sigue Global Services. Con case madri tutte registrate nel Delaware, il paradiso fiscale Usa. Inoltre, secondo l’ultimo rapporto Bankitalia pubblicato lo scorso luglio 2019, le rimesse degli immigrati sono aumentate poco più del 22% rispetto al 2018 (6,2 miliardi di euro rispetto ai 5 del 2018). “Un incremento consistente che rende ingiustificabile un taglio occupazionale così pesante”, denuncia Amoroso.

Western Union contattata dal Fatto Quotidiano ha ribadito la sua politica di proseguire verso il piano di esuberi.

C’è l’accordo nel governo. Ecco le tutele per i rider

Se un fattorino che trasporta cibo a domicilio svolge l’attività stabilmente, avrà i diritti dei lavoratori subordinati. Per chi sale in sella solo occasionalmente saranno lo stesso previste tutele, un po’ più deboli, ma con due punti fondamentali. Il primo: i compensi dovranno essere individuati dai contratti collettivi, senza i quali non saranno consentiti pagamenti ancorati al numero di consegne. Il secondo: nessuno dovrà essere discriminato quando rifiuta una consegna. E messo così, sembra un colpo ben assestato al ranking che le piattaforme usano per dare un voto agli addetti in bicicletta, favorendo chi accetta più corse e penalizzando chi le declina.

Ieri il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha annunciato la nuova versione del pacchetto rider, venuta fuori dall’accordo di maggioranza tra M5S, Pd, Italia Viva e LeU. Il testo del decreto approvato ad agosto dal governo Conte-1 era apparso debole, figlio del compromesso con la Lega. Ora, nella forma riveduta e corretta vira a sinistra. E lo fa cambiando una norma del Jobs Act che nel 2015 aveva fatto nascere le collaborazioni organizzate dal committente. Si tratta, legge alla mano, dei “rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”.

Per questa forma, a metà tra il lavoro autonomo e dipendente, la riforma renziana aveva previsto l’applicazione della disciplina sui subordinati. Proprio facendo leva su questa disposizione, a gennaio la Corte di Appello di Torino ha pronunciato una sentenza sui rider, dicendo che sì, si tratta di lavoratori indipendenti, ma che hanno diritto, tra le e altre tutele, ai compensi indicati nei contratti collettivi. La modifica concordata ieri in maggioranza ha reso ancora più forte il concetto: oltre a estenderne la portata alle “prestazioni organizzate mediante piattaforme digitali”, cosa già contenuta nel decreto, ha cancellato il riferimento ai “tempi e al luogo di lavoro”. Per chiarire che non importa se i fattorini operano in strada e non nella sede aziendale: restano equiparabili ai subordinati.

La seconda parte dell’emendamento, riferita anche ai rider occasionali, dice che le retribuzioni devono essere stabilite da contratti collettivi “stipulati dalle associazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale”. Gli accordi potranno prevedere che una parte della paga sia a cottimo. Se il contratto specifico non c’è, scatta il “compenso minimo orario parametrato ai minimi tabellari stabiliti da contratti collettivi nazionali di settori affini o equivalenti”. Insomma, le app non potranno più decidere da sole il trattamento economico dei fattorini. O accettano di concordarlo con i sindacati, o applicano le intese esistenti. Se sindacati e aziende non si accorderanno entro un anno sulle garanzie economiche e sulle altre tutele (malattia, infortuni e previdenza), allora scatterà il lavoro subordinato.

La nuova formula si spinge oltre rispetto al decreto, che non menzionava la contrattazione collettiva e permetteva il cottimo purché non prevalente. L’altra novità riguarda il ranking. Oggi le aziende stilano la classifica dei loro rider: i più efficienti hanno accesso a più opportunità, chi rifiuta tanti ordini viene declassato e guadagna meno. Con la correzione che dovrebbe entrare nel nuovo testo, questo comportamento sarà considerato discriminatorio e sarà vietato.

Assodelivery, che riunisce Deliveroo, Glovo e JustEat, non si è espressa. Rider Union Bologna teme che il nuovo impianto a due velocità spinga le piattaforme a preferire i fattorini saltuari, per non concedere maggiori tutele ai lavoratori.

Secondo Tania Scacchetti della segreteria Cgil “l’utilizzo di contratti di collaborazione autonoma e a partita Iva da parte della maggior parte delle aziende dovrebbe vedere un limite”. Invece, per il gruppo “No decreto rider”, formato da fattorini che rivendicano la natura di lavoratori autonomi e il pagamento a cottimo, si va “dalla padella alla brace” perché il nuovo testo “obbliga le piattaforme a trovare un accordo con i sindacati tradizionali, ma i rider iscritti ai sindacati si contano sulle dita di una mano”.