La corruzione è il male endemico, la piaga che non guarisce, il vizio nazionale che trafuga ogni anno miliardi di euro. Di corruzione non c’è più traccia nel dibattito politico anche se le mazzette continuano a tener banco, intascate o solo annunciate. Solo pochi anni fa è stata istituita, con grande sfoggio di fanfare, l’Autorità nazionale anticorruzione. Quelle che seguono sono alcune delle vicende giudiziarie giunte sul tavolo di Raffaele Cantone, che poche settimane fa si è dimesso dalla presidenza. Abbiamo scelto di riferire solo delle mazzette a bassa intensità, piccoli traslochi di denaro, favori di variegata e modesta natura. È questo il bancone della tangente prêt-à-porter, la dazione quotidiana che nessuno vede più, che non fa scandalo e quasi quasi nemmeno sporca più. Così fan tutti. E amen.
Il pirata delle terme
Il politico peripatetico. L’arpione, il drago, il pirata delle terme euganee. Chiamatelo come volete, ma Luca Claudio è un asso. È stato sindaco a Montegrotto Terme dal 2001 al 2011. Se ne dice così un gran bene che i cittadini di Abano Terme vogliono vedere cosa riuscirà a combinare di altrettanto meraviglioso nella loro città. Il sindaco si dà da fare e negli anni produce la meraviglia.
Fioccano le inchieste perché troppo si dice su appalti di favore e regalini non proprio occasionali. Il sindaco è un drago, lavori dappertutto, opere e ingegno mostrate. Si fa rieleggere e annuncia: “Non sarò il sindaco di tutti”. Ha nel mirino coloro che lo accusano. Tra di essi anche i magistrati della Procura di Padova e poi i giudici del tribunale che nel 2016 lo condannano a quattro anni di reclusione per corruzione e turbativa d’asta sulla manutenzione del verde. Piccoli e grandi regalini sugli appalti per la manutenzione del verde. Il sindaco, oramai ex, aveva ottenuto di scontare la sua pena ai servizi sociali. Ma si è beccato altri cinque mesi di reclusione per un’inchiesta parallela e accusa andata a segno: tentata induzione. Poi la rovina: la finanza gli ha messo sotto sequestro il patrimonio personale. Il drago si è fatto marmotta, il lupo oggi è agnello. Lontano dalla politica, lotta sicuramente per un mondo migliore.
La cambusa di Taranto
E che dire a Taranto? La cambusa della Marina militare era sempre piena zeppa di ogni bene. Non tanto e non solo fagioli o pomodori, linguine e pesto. Ma combustibile: quintali e quintali per far viaggiare le navi. E olio meccanico e ogni altro ricambio necessario. “Poi dipende da quanto prendo io, perché non è che su undici milioni… su quello che guadagna… penso che minimo minimo un paio di centomila me le porto”.
Era l’anno 2016 e Giovanni Di Guardo, capitano di vascello della Marina militare, il moralizzatore mandato a Taranto dall’allora capo di Stato maggiore per ripulire il volto dell’istituzione militare appena sporcata dall’arresto di undici ufficiali per concussione, faceva al telefono due conti. Su un appalto di undici milioni “minimo minimo” duecentomila euro. Il capitano di vascello, l’uomo del cambiamento, con sul groppone un patteggiamento per truffa, arriva a Taranto e inizia a bonificare scegliendo il fior fiore dei collaboratori. Chiama all’ufficio contratti Francesca Mola, 32 anni: “Ho capito che a questa qua gli piacciono i soldi. E allora l’ho presa e l’ho messa lì apposta”, riferisce in un colloquio telefonico finito agli atti. Furono arrestati.
Intanto sono giunte le prime condanne della prima inchiesta. Otto anni al capitano Roberto La Gioia, cinque anni e quattro mesi all’ex direttore del reparto di approvvigionamento, quasi cinque anni al sottufficiale responsabile del reparto. Concussione consumata e tentata. Dieci per cento netto: diesel per le navi, olio e ogni altro tipo di rifornimento. Tangenti bisettimanali, di varia pezzatura. Un capitano di vascello sorpreso mentre intascava un regalino di 2.500 euro. Niente, rispetto a tutto quel ben di Dio.
Il diesel e l’acqua in Lucania
E vogliamo rilevare la modestia delle richieste dei tecnici dell’ente irriguo di Puglia e Lucania che hanno accettato piccoli rimborsi spese e qualche centinaio di litri di diesel, alcuni pranzi, alcune cene, alcuni pernottamenti, alcuni regali, piccoli e modesti doni anche per i familiari? Associazione a delinquere, corruzione e truffa! Hanno scritto i magistrati di Potenza. E per l’ingegner Giuliano Antonio Cerverizzo e il capo di gabinetto dell’ente che deve badare alla irrigazione della Lucania è iniziata la via crucis. Undici arresti, un fiume di accuse, il processo da affrontare. Troppo stress. Maledetti appalti, e gare. Si cade in tentazione sempre.
Il chirurgo vuole il cash
E vogliamo parlare della incredibile vicenda che ha portato nel maggio di due anni fa all’arresto in flagranza nella città di Assisi, la città di San Francesco, del primario di chirurgia pediatrica dell’ospedale di Perugia, il chiarissimo professor Antonino Appignani? Dodicimila interventi chirurgici all’attivo, e tutti con esiti più che felici e poi quell’annebbiamento, quei dodicimila euro chiesti al collega Alfredo Garzi come un cachet per la docenza da quest’ultimo ottenuta a Perugia. Dodicimila nel 2016, sei mila nel 2017. Il collega, inaspettatamente, ha avvisato i carabinieri e all’atto della consegna, zac!, le manette.
Ora il chirurgo con quale serenità affronterà i suoi piccoli pazienti?
La mazzetta super scontata
Che dire allora della tangente davvero minuscola, tanto che nemmeno dovremmo provare a descriverla come tale, che un povero impiegato dell’ufficio dell’esecuzione del Tribunale di Sorveglianza di Palermo richiedeva per veicolare le notizie contenute nei fascicoli processuali.
Claudio Giorgi è finito agli arresti domiciliari per un niente. Banconote dal taglio di cento, nei momenti più difficili anche solo cinquanta euro, per arrotondare e portarsi a casa la pagnotta.
Allo stipendio normale l’aggiunta di un pizzico di mazzette, piccolissime davvero, per dare sapore alla vita.
Due sindaci, due vice e l’escort
A Brindisi, nel buio dell’ottobre di due anni fa, il sindaco e il suo vice del Comune di Torchiarolo, e il sindaco di Villa Castelli, più il vicesindaco di Poggiorsini finiscono in terribili guai per aver risposto affermativamente alla domanda di lavoro dell’azienda chiamata a ripulire le strade delle loro comunità dai rifiuti. L’imprenditore, capace di conoscere le necessità della vita, oltre a libere contribuzioni elettorali (la politica costa!) aveva chiesto a una escort di liberare ogni energia creativa per dare agli amici politici (non tutti, eh?) quel quid di piacere che mancava loro, per togliere (non a tutti, eh?) la noia figlia del tran tran quotidiano. Uno di essi avrebbe ricevuto anche 3 mila euro, come piccola attenzione alle necessità di modica quantità.
Adesso si farà il processo e si vedrà, piano piano, se la luce si accende di nuovo, se la vita tornerà a sorridere e la politica a restituire quelle emozioni interrotte così bruscamente.
La monnezza è oro
La città è molto più grande, si tratta infatti di Genova, ma la questione è identica: la raccolta della nettezza urbana e anche i mezzi per ottenerla dipendono anche dalle qualità femminili. C’è stata una prostituta in mezzo alla acquisizione da parte dell’Ecoge di appalti ottenuti senza gara per quattro milioni di euro. Cinque anni e nove mesi la condanna per un dirigente dell’azienda municipale che aveva chiuso un occhio. Ricordarsi sempre che fornicare è peccato mortale.
Il giudice fantuttone
“Tutto si può ottenere e tutto si può comprare”, scrive un giudice riferendo la summa di vita di un suo collega.
Alberto Capuano, sessant’anni, giudice del Tribunale di Napoli distaccato a Ischia. È il 3 luglio scorso e il dottor Capuano deve intervenire a un convegno antimafia: spiegare come si fa a combattere i cattivi quando sono ben addestrati e organizzati. La polizia giudiziaria lo ferma e gli esibisce un mandato di cattura grande quanto un campo di calcio. Lui – purtroppo – risulta essere il primo dei cattivi. Accusato dalla Procura di Roma, che chiama l’inchiesta “Operazione San Gennaro” di corruzione, traffico di influenze, millantato credito, tentata estorsione e associazione a delinquere. Capuano secondo l’accusa è il giudice tuttofare, che organizza, smista, accoglie o respinge richieste di intercessione. Lavora in proprio o in conto terzi. Sbianchetta di suo pugno, se è lui a essere il protagonista del processo, o intercede presso i colleghi se i lavori di ripristino della immunità sono affidati ad altre sezioni del tribunale. Con perizia chiede l’assoluzione o la garantisce, oppure, in casi più severi, insiste per la prescrizione. Il tariffario, sempre secondo l’accusa, ha una sua linearità ascendente nel valore. Il peso dell’intermediazione consente al giudice di ottenere bottiglie di vino, buonissimi pasticcini (la pastiera di Pasqua, assai apprezzata a Napoli). Con l’aumento delle richieste, aumenta il valore del dono. Ipotesi a: ingresso gratuito allo stabilimento balneare; ipotesi b: biglietti aerei intercontinentali; ipotesi c: somma di denaro.
Capuano è fregato dalle intercettazioni benché i postulanti, avvocati e familiari dei richiedenti i favori, alcuni dei quali legati a clan camorristici, mettessero in atto camuffamenti vocali che il gip considera primitivi. “Sembra un film di Fantozzi”, scrive. Di certo il dottor Capuano aveva tuonato contro le intercettazioni, scrivendo anni prima un articolo in cui denunciava “Il grande orecchio della Procura”. Ci aveva visto giusto.
“La giustizia di Zorro”
L’anno prima, un collega di Capuano, Roberto Bufo in servizio al Tribunale di Pisa, viene arrestato dalla Procura di Genova. Di mezzo ci sono i beni venduti all’asta, lo stadio finale delle esecuzioni giudiziarie, l’esito dei fallimenti familiari, dei crac aziendali, di vite buttate in malora. Qui c’è una triangolazione scolastica ma efficace: Bufo, scrive l’accusa, nomina curatore dell’eredità giacente e tutore per l’amministrazione di sostegno l’avvocato Francesca Ferrandi, figlia di Roberto, commercialista carrarese incaricato delle vendite giudiziarie presso il Tribunale di Massa. Francesca, come ringraziamento per la nomina ricevuta, lascia che Bufo, attraverso prestanomi, acquisisca all’asta quel che desidera (immobili e terreni) con il super sconto. Le intercettazioni danno il segno della fantastica comunella: “Bisogna cercare di rubare il più possibile” dice l’incaricato delle vendite giudiziarie. “Esatto, è la giustizia di Zorro”, sigilla il giudice.
(1.Continua)