L’avvocato leghista e le consulenze a rischio

Matteo Salvini sta girando l’Umbria gridando all’inciucio tra M5S e Pd, che a suo dire qui è sinonimo di “scandali, arresti e incapacità”. Però, tra i suoi candidati alle Regionali del 27 ottobre c’è qualcuno che potrebbe creargli qualche imbarazzo. In primo luogo la candidata presidente, Donatella Tesei, dal 2009 sindaco di Montefalco, accusata dal centrosinistra di aver lasciato un buco di bilancio da 1,6 milioni di euro in Comune. Ma anche Daniele Carissimi, noto avvocato ambientale e fondatore del gruppo Facebook #AmbienteAdesso. Nei giorni scorsi si è parlato di lui per il convegno sui rifiuti organizzato dalla sua associazione al PalaSì di Terni alla presenza delle principali istituzioni cittadine (Procuratore Generale, sindaco e rappresentanti delle partecipate): alla fine, dopo le polemiche, non se n’è fatto nulla. Eppure, Carissimi continuerà a fare campagna elettorale battendo forte sul tema di cui si occupa da sempre: l’ambiente. Come si legge sul sito del suo studio legale (“Carissimi studio legale ambientale”), l’avvocato 46enne può contare su clienti di peso come Ducati, Ikea e Leonardo Global Solutions ma anche aziende e partecipate legate all’ambiente: Arpa Umbria, Acea acqua, Umbra Acque spa, SII (Servizio Idrico Integrato) e Acque spa. Acea inoltre è la multiutility che possiede anche uno dei due inceneritori di Terni, modello di sviluppo su cui la Lega sta puntando anche qui in Umbria. Nessuna di queste aziende è una partecipata della Regione ma tutte hanno la caratteristica di operare sul territorio: una volta eletto in consiglio regionale, quindi, Carissimi potrebbe doversi trovare a legiferare su temi che riguardano le aziende di cui è consulente. Se non un conflitto d’interessi, un motivo di imbarazzo. Se, poniamo, il consiglio regionale dovesse incentivare la privatizzazione della gestione dell’acqua, cosa farà in quel caso Carissimi? Uscirà dall’aula? Si asterrà? Lui, contattato dal Fatto, replica che “non c’è alcun motivo di conflitto d’interessi”, che esistono regole precise in materia di “incandidabilità e ineleggibilità” e che lui le rispetta tutte: “Ho delle consulenze con delle società che non sono partecipate dalla Regione Umbria – spiega Carissimi – in tal caso ci sarebbe il conflitto di interessi, ma non in questo. Tra l’altro, il conflitto di interessi si verifica per i ruoli esecutivi come quello di assessore ma io sono solo candidato a consigliere regionale”. La lista dei clienti di Carissimi è stata pubblicata sul sito dopo la richiesta del candidato del M5S, Thomas De Luca, che nei giorni scorsi aveva già denunciato le inopportune presenze istituzionali al convegno di Terni: “La Lega anche in Umbria ha un grosso problema di questione morale”, dice De Luca. Ieri intanto alle celebrazioni di San Francesco patrono d’Italia, si sono incontrati per la prima volta il premier Giuseppe Conte e il candidato governatore di Pd e M5S, Vincenzo Bianconi.

La scissione 5 Stelle: caccia grossa ai 20 deputati già in crisi

Forse è un’arma di pressione. Forse sono soprattutto voci diffuse per ottenere di più nell’intricata partita dei capigruppo. Ma di certo ai piani alti del Movimento sono in allarme: tanto da aver consultato nelle ultime ore deputati di varie aree e orientamenti, ascoltato malumori e mezze frasi, valutato indicazioni e umori. Perché lassù vogliono capire se sia davvero possibile che alcuni eletti a 5Stelle alla Camera si stacchino per formare una componente o addirittura un gruppo autonomo. E sarebbe la scissione.

Un incubo lontano, assicura un big: “Per fare un gruppo servono 20 eletti, e finora non ne abbiamo trovato tracce visibili, cadono tutti delle nuvole”. Però le verifiche interne sono in corso, da giorni. Perché da giorni arrivano “strani segnali”, raccontano. Per esempio quattro deputati starebbero cercando un social media manager per gestire in via autonoma la comunicazione, parola che dentro il M5S fa sempre rima con potere. E nella votazione di tre giorni fa per gli incarichi a Montecitorio, fanno notare, c’è stato un flusso di voti verso grillini diversi da quelli spinti ufficialmente dal Movimento e poi eletti: il capogruppo uscente Francesco D’Uva, diventato questore, e Luigi Iovino, dimaiano scelto come segretario d’Aula. E poi ovviamente ci sono le voci, che raccontano un malessere “diffuso”. Un clima plumbeo che trabocca da chat e conciliaboli, e che traspare nelle trattative per arrivare a un nuovo capogruppo. Martedì prossimo il nuovo presidente del gruppo dovrà essere votato dai deputati, ma è assai improbabile che si arrivi a un verdetto, visto che per essere eletti nella prima tornata bisogna superare il 50 per cento dei voti: difficile, con tre candidati in corsa e un gruppo diviso.

Per ora in lizza sono il vicecapogruppo Francesco Silvestri (favorito), l’avvocato barese Anna Macina e Raffaele Trano, membro della commissione Finanze. Ognuno ha dovuto presentare anche una possibile squadra, dal vicecapogruppo al tesoriere. Ma in caso di votazione a vuoto martedì si dovrà ripartire da zero con nuove candidature e nuove squadre. Per questo, è la sensazione dei vertici, le indiscrezioni su una mini-scissione si stanno rafforzando: ossia vengono alimentate da chi sollecita posti e attenzione anche per i malpancisti. Attenti a non esporsi in prima persona, ma attivissimi nel lanciare segnali. Non a caso, il capo politico Luigi Di Maio ha detto più volte in privato di non voler essere “tirato in mezzo” nella questione. Perché vede il gioco di nervi in controluce, più facile in un Movimento squassato da polemiche e rancori. Ieri alcuni dissidenti hanno lanciato “la carta di Firenze” per rifondare il M5S. Ma a pesare è il malumore di ex ministre come Giulia Grillo e Barbara Lezzi, furibonde con Di Maio per l’esclusione dal governo. Mentre diversi tra Camera e Senato che riflettono sul da farsi, con il senatore Ugo Grassi che rimane il primo in bilico.

Però tra sciarade e tatticismi qualcuno ha davvero la tentazione di fare il grande salto con un nuovo gruppo. E probabilmente lo sa anche l’alleato di governo Matteo Renzi. Pochi giorni fa gli hanno chiesto se Di Maio lo abbia davvero pregato di non portarsi grillini in Italia Viva. E l’ex segretario dem ha risposto alla sua maniera: “Boh”. Perché la scissione a 5Stelle per ora è solo una possibilità, ma agli altri fa già paura, e a lui molto comodo.

In quei mesi parte il fiume di soldi alle milizie

Cosa c’è attorno a quell’imbarazzante tavolo nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo (Catania) che ospita, nel maggio 2017, il trafficante di uomini fattosi ufficiale della Guardia costiera libica Abd al-Rahman al-Milad, noto come Bija? In sostanza l’esternalizzazione delle frontiere europee costi quel che costi, che per l’Italia e la Ue vale una drastica diminuzione degli sbarchi e per i trafficanti divenuti controllori un fiume di soldi legali in arrivo dall’Europa.

Tutto inizia il 2 febbraio 2017, quando l’allora premier Paolo Gentiloni firma un accordo col governo di Tripoli preparato dalla visite in Libia del ministro dell’Interno Marco Minniti. Il contesto va ricordato. La guerra in Siria, il caos seguito alla caduta di Gheddafi e la chiusura della cosiddetta “rotta balcanica” (grazie ai miliardi Ue alla Turchia) hanno portato un enorme flusso migratorio dall’Africa all’Italia: 153mila persone nel 2015 e 181mila nel 2016, numeri che – dirà lui in seguito – spingono Minniti “a temere per la tenuta democratica del Paese”. La soluzione del governo, avallata da Bruxelles, è fermare il flusso in Libia.

Problema: in quel momento, come oggi d’altronde, la Libia è uno stato fallito e l’unica soluzione è tentare di mettere in piedi un governo scendendo a patti con le milizie e la criminalità locali. Saranno loro a gestire il problema dei migranti per conto dell’Unione europea. In cambio, ovviamente, chiedono soldi e legittimazione del loro ruolo. E così a metà aprile 2017, ad esempio, parte il programma europeo Managing mixed migration flows in Libya: 90 milioni di euro per metà destinati ai comuni libici per sostenerli nell’integrazione dei migranti (di questi, una parte è andata a formare la Guardia costiera libica).

A fine giugno, poi, il Consiglio europeo si conclude promettendo più impegno per fermare l’immigrazione in Libia: “Addestrare ed equipaggiare la Guardia costiera libica è una chiave fondamentale dell’approccio Ue e andrebbe realizzato più velocemente”.

A luglio 2017 entra in scena il Fondo fiduciario europeo di emergenza per l’Africa da 4,5 miliardi di euro, il quale – nell’ambito del programma Support to integrated border and migration management in Libya, di cui l’Italia è ente attuatore – invia oltremare 46,3 milioni di euro finiti in (buona) parte alla Guardia costiera libica, di cui fa parte il trafficante/poliziotto noto come Bija, che ne è il capo nella zona di Zawyah (a ovest di Tripoli), dove si trova anche uno dei famigerati campi di detenzione per migranti libici generosamente allestiti grazie agli “aiuti” europei: quel campo, peraltro, è tra quelli che la missione Onu in Libia consiglia di chiudere nel suo report del dicembre 2018 per “ragionevoli sospetti di coinvolgimento in violazioni dei diritti umani e corruzione”.

È da allora che va avanti “l’addestramento ed equipaggiamento” dei libici, come si può vedere anche dal sito del Viminale: negli ultimi 12 mesi sono partite gare – ovviamente con procedura d’urgenza – per 10 minibus Iveco (1 milione di euro), 30 Toyota Land Cruiser (2,3 milioni), 20 imbarcazioni (9,3 milioni). La titolare dell’Interno, Luciana Lamorgese, ieri ha risposto alla trasmissione Le Iene che verificherà se fondi del ministero siano andati direttamente ai campi di detenzione.

Come che sia,i libici hanno mantenuto i patti. Da luglio 2017 gli sbarchi in Italia crollano: 95mila persone nei primi sette mesi dell’anno, circa 24mila da agosto a dicembre; 23.300 in tutto il 2018. Nel frattempo, però, l’idea di Minniti di far entrare l’Onu (attraverso l’Unhcr) nei campi libici per migliorarne le condizioni e organizzare “l’evacuazione” dei migranti detenuti s’è rivelata un flop: il controllo è nella migliore delle ipotesi superficiale, i numeri di chi è stato portato in Europa o è tornato a casa sono inferiori alle pur prudentissime attese.

Ora sembra che Luigi Di Maio voglia puntare proprio sulla presenza in Libia dell’Alto commissariato per i rifugiati: difficile abbia sorte migliore dei suoi predecessori.

Il vertice al Cara di Mineo col “re degli scafisti” libico

A maggio 2017, il capo della Guardia costiera di Zawiya, in Libia, ha fatto parte di una delegazione venuta in visita al Cara di Mineo. Il guardacoste Abd al-Rahman Milad detto al-Bija era però già sospettato di essere un trafficante di esseri umani. Lo ha rivelato l’Avvenire, che ha pubblicato le foto dell’incontro. Un mese dopo quel meeting, le Nazioni Unite hanno messo al-Bija sotto sanzioni (passaporto sospeso e beni congelati).

Il guardacoste è uno degli ingranaggi di un sistema criminale che gestisce traffico di migranti e contrabbando di gasolio. Un sistema indagato anche in Italia: a largo di Zawiya, come rivela l’operazione “Dirty Oil” della Guardia di Finanza (ottobre 2017), i guardacoste facevano lavorare senza impedimenti solo le navi – dirette in Italia – di due trafficanti di gasolio maltesi coi quali il clan di al-Bija era in affari. Dopo le sanzioni Onu, il nostro non si era più fatto sentire finché, a settembre, non è apparso in un’inchiesta delle procure di Palermo e Agrigento. L’inchiesta – che scaturisce dalle testimonianze di alcuni migranti, che lo chiamano “Bengi” (fonetico) – ha portato al fermo in Italia di tre presunti “kapò” del centro di detenzione di al Nasr, a Zawiya: picchiavano migranti per ottenere soldi, in cambio della possibilità, un giorno, di lasciare la Libia. I testimoni indicano Bengi/Bija come l’incaricato a raccogliere i migranti sulla spiaggia per decidere chi possa partire.

Incrociando le evidenze dell’indagine siciliana con nuove testimonianze, è possibile individuare i vertici dell’organizzazione: il superiore di al Bija è il capo della struttura detentiva. I migranti lo chiamano “Ossama”. Fonti confidenziali lo identificano in Ossama Milad Rahuma, cugino di al Bija (nome nuovo in Italia). Giulia Tranchina, avvocato di base a Londra, specializzata in diritto d’asilo, è in contatto con altri operatori e migranti passati per Zawiya. Tre diverse persone raccontano che i torturatori di Ossama vengono da diversi Paesi: due marocchini, un pachistano, un bengalese, alcuni egiziani. Uno, un certo Mohammed, è “la sua mano destra”. Il fratello risulta tra i fermati dalle procure di Palermo e Agrigento. L’altro vice, anche lui Mohammed, è un poliziotto libico. “L’ho visto spesso indossare la giacca dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni)”, dice una fonte di Zawiya.

Il particolare torna anche nell’inchiesta siciliana: dentro la prigione ci sarebbe un container Oim dove si svolgerebbero alcuni dei pestaggi. L’agenzia delle Nazioni Unite ha smentito a Redattore sociale ogni coinvolgimento. Le stesse procure siciliane scrivono che “non è dato sapere” se il container Oim “fosse in disuso e utilizzato dalla criminalità locale”. Il boss dell’intera filiera criminale è Mohamed Koshlaf, alias al-Qasab, sotto sanzioni come al Bija. Appartiene al suo stesso gruppo tribale e ha acquisito potere come comandante della brigata Shuhada al-Nasr, formazione che ha sempre sostenuto il governo di Tripoli di Fayez al-Serraj.

Guida anche il servizio di sicurezza della raffineria, le Petroleum facility guards, e decide quanto gasolio immettere nel mercato nero. A dicembre 2018 l’Alto commissariato Onu ai diritti umani aveva chiesto che il centro al Nasr fosse escluso da quelli riconosciuti dall’esecutivo libico. Ma non esistono liste di centri ufficiali.

Chi dimentica e chi dedica poco spazio: i giornali sul caso

Il giornaleche ha sparato a palle incatenate la certezza dell’esistenza di un complotto contro Renzi ordito da infedeli carabinieri del Noe si chiama Repubblica. Ed è lo stesso giornale che ieri ha omesso di ricordare nella titolistica Consip, sia in prima pagina sia all’interno, il proscioglimento del maggiore Scafarto, il presunto artefice di quel complotto raso al suolo da una sentenza che Repubblica non ritiene degna nemmeno di un rigo di occhiello. Al contrario sulle ipotesi della Procura di Roma, Repubblica aprì l’edizione dell’11 aprile 2017: “L’accusa a Tiziano Renzi falsificata da un carabiniere”. Occhiello: “Manipolò le intercettazioni che lo legavano a Romeo. L’ex premier: la verità viene a galla”. È venuta a galla l’altroieri, ma per trovarla su Repubblica ci vuole il lanternino sulle righe centrali del pezzo a pagina 8. A pensar male sembrerebbe un complotto per nasconderla, ma forse è stata solo una dimenticanza. E comunque almeno loro l’hanno scritta. Invece Il Foglio non pubblica una riga. Forse la loro cronista Annalisa Chirico era troppo presa dai preparativi del workshop della sua associazione ‘Fino a prova contraria’, 400 euro a cranio per discutere di giustizia con ministri ed ex ministri e magistrati, in programma a Napoli tra una settimana. Ed è un peccato che una collega ultragarantista venga meno proprio quando c’è da riportare un proscioglimento nel merito. Il Messaggero e Il Mattino non hanno inserito in prima pagina i rinvii a giudizio per Consip e Scafarto scagionato. Che invece meritò la loro prima il 13 dicembre 2017, quando fu interdetto dall’Arma. Il presunto complotto fa più notizia di un complotto inesistente. E infatti scompare anche dalle prime di Libero e Il Giornale. Fa eccezione La Verità: richiamone in prima con titolo “Lotti va a processo, il carabiniere messo alla gogna da Renzi invece è prosciolto dalle accuse”, e due pagine belle dense su questa falsariga all’interno.

Il premier e Franceschini fanno squadra contro Renzi

Da quando Matteo Renzi è uscito, il Pd ha guadagnato 2000 tesserati, di cui 500 nelle ultime 24 ore. Più del dato in sé conta il fatto che Nicola Zingaretti abbia deciso di lanciare un tesseramento straordinario. “Per amore dell’Italia”, si chiama l’iniziativa che si chiude domani e vede i ministri del Pd ai banchetti in giro per l’Italia. E poi si è riaperto anche il reclutamento online dei nuovi iscritti. La maggior parte dei quali arriva da Lombardia, Emilia, Toscana. “Praticamente il tesseramento del 2019 non era mai iniziato davvero”, spiega il responsabile Organizzazione Dem, Teto Vaccari. In genere, si lancia nell’autunno precedente, ma “la vecchia gestione non se n’era molto occupata”. Quella di Renzi, per la cronaca. Poi, ci sono state le primarie. E il resto è storia recente.

La frecciatina di Vaccari è niente rispetto a quelle che ieri si sono mandati Pd e Italia Viva, con un ingresso nella mischia del premier i Giuseppe Conte. Sono giorni che Zingaretti commenta con i suoi: “Matteo la deve smettere di fare il fenomeno”. Parole che ieri ha ripreso pari pari il premier: “Non abbiamo bisogno di fenomeni. Poi se uno vuole andare in tv vada pure, ma si sieda al tavolo”, ha detto durante un comizio ad Assisi. Il riferimento è all’ultima uscita del leader di Italia Viva, che ai tavoli non si siede e dopo aver passato giorni a rivendicare il mancato aumento dell’Iva se l’è presa con la riduzione del cuneo fiscale (sarebbe “un pannicello caldo”). “Manca di rispetto per i lavoratori”, dice Conte. L’ex premier ci era andato giù pesante: “Io ho dato 80 euro al mese per sei anni, e hanno detto che era una mancia. Ora mettono solo 2 miliardi sul cuneo fiscale. Ma mica basta annunciare 15 euro in busta paga per parlare della rivoluzione del proletariato”. Una nota di Palazzo Chigi fornisce i conti: “Il beneficio medio è di 40 euro mensili in busta paga”.

A dare man forte a Conte, interviene il capo delegazione Dem, Dario Franceschini: “Sono d’accordo con Conte”. I due si sentono spesso, inevitabile che ieri abbiano parlato anche delle ultime uscite di Renzi. Al Nazareno raccontano di un gioco di squadra Zingaretti-Conte-Franceschini contro Renzi e Di Maio. La sintesi: “Responsabili contro irresponsabili”. Il ministro degli Esteri, comunque, pure se M5s era sulle posizioni di Renzi, interviene: “Sul taglio del cuneo fiscale, mi fido del lavoro di Conte. Renzi? Non abbiamo bisogno di liti”.

D’altra parte, l’avvertimento è arrivato da una fonte autorevole per trascorsi personali, come Enrico Letta: “Voglio dare un consiglio non richiesto a Conte e a Zingaretti. Non è possibile che una maggioranza vada avanti in un Vietnam quotidiano. Facciano con Renzi un patto, nel momento in cui Renzi non lo rispetterà si vada al voto. Se si va avanti come oggi, il governo non arriva a mangiare il panettone”.

Il maggiore nel bar di Croce e Serao: “Faremo festa coi soldi delle querele”

Gianpaolo Scafarto non ha neppure fatto in tempo a cambiarsi. Indossa ancora la camicia bianca sudata, che aveva a Roma mentre ascoltava la sentenza di proscioglimento nel caso Consip. Il tappo della bottiglia di champagne Taittinger salta pochi secondi dopo la pronuncia di parole dal sapore liberatorio: “Sapevo di essere innocente perché le carte delle indagini le avevo scritte io e sapevo cosa c’era dentro”. Allegria. Via alla bicchierata.

Sono le 21 di giovedì, la notizia ha fatto il giro dei telegiornali e al “Gran Caffè Napoli” di Castellammare di Stabia il 46enne maggiore dei carabinieri del Noe celebra la fine di quasi tre anni che lui definisce “da incubo”. È una festa sobria, tra pochi e selezionati amici e parenti, una trentina di persone in tutto, l’ultimo ad arrivare con una Smart usata è il suo legale Giovanni Annunziata, in maglioncino blu alla Marchionne e il sorriso a 32 denti del vincitore della Champion’s League con una squadra neopromossa. E via con pizzette, fritturine, dolcini e zeppole, in pratica è un’apericena. L’ufficiale dell’Arma ha scelto un locale elegante con 170 anni di storia attraversata dalle frequentazioni illustri di Benedetto Croce, Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio, e che peraltro si trova a un paio di centinaia di metri da casa sua e dal Municipio dove fa l’assessore e dal quale il sindaco Gaetano Cimmino (Forza Italia) si precipita insieme a mezza giunta per abbracciare il festeggiato.

All’epoca Cimmino si mise in pasto a chi gli rinfacciava la contraddizione di assegnare la delega della Legalità a un indagato per reati gravi, e chi suggeriva a Scafarto di non accettare perché avrebbe dato un argomento in più ai nemici e ai teorici del complotto: “Diranno che voleva incastrare i Renzi e il Pd perché era un avversario politico”.

Ragionamenti sbriciolati dalle 24 pagine del Gup Clementina Forleo. “Lo so – ricorda Cimmino – fu un rischio nominare Gianpaolo, ma ero certo della sua innocenza e buona fede”. C’è chi propone di ripetere la festa tra un anno esatto e far diventare la data una ricorrenza, e Scafarto rilancia ottimista: “La faremo coi soldi delle 12 querele che ho presentato”. La sua rassegna stampa su Consip, che dice di custodire personalmente, è parecchio lunga. E tra le risate e i cin cin ricorda anche alcuni brani per i quali chiederà risarcimenti.

“Ne faremo tutte cene”, ride un invitato. Scafarto indossa pantaloni 48, durante le indagini su Alfredo Romeo e compagnia ha perso quasi 20 chili per lo stress “ma ora ne ho ripresi tre o quattro”. Per la gioia, rischia di tornare la taglia forte di prima.

Senza incarichi o emarginati. Le conseguenze della Consip

Il ciclone Consip ha travolto vita e carriere di chiunque ci sia finito dentro. Da allora, per tutti qualcosa è cambiato. A cominciare da Luca Lotti, che quando fu indagato per favoreggiamento (due giorni fa è stato rinviato a giudizio) era ministro del governo Gentiloni. Ora fa il deputato semplice di un Pd derenzizzato. Ma vediamo cosa è cambiato in questi tre anni.

Il maggiore Gianpaolo Scafarto era l’investigatore che svolgeva le indagini quando l’inchiesta era ancora in mano alla Procura di Napoli (poi è stata trasferita a Roma per competenza). Nella Capitale è finito sotto inchiesta per falso, rivelazioni di segreto varie e depistaggio. Accuse dalle quali è stato prosciolto in udienza preliminare (ma non è detta l’ultima parola: la Procura farà ricorso). Nel 2017, quando finì sotto accusa, le conseguenze furono immediate: niente più indagini, spedito alla Legione Campania come ufficiale addetto al reparto comando, a scrivere i rapporti per gli encomi ai carabinieri che catturano i topi d’appartamento. Ora è assessore nel Comune di centro destra di Castellammare.

Il vissuto di Scafarto scorre nel solco di quello del suo ex capo, l’ex vicecomandante del Noe Sergio De Caprio, alias Ultimo, il carabiniere che arrestò Totò Riina. Nel 2015 De Caprio va nei Servizi, che però lo “restituiscono” all’Arma quando emergono i contatti tra Scafarto e gli ex colleghi Noe transitati all’Aise, ai quali il maggiore aveva inviato atti dell’inchiesta Consip “per il capo”, ossia De Caprio. Ultimo così ora sta alla Forestale.

Ancora oggi è invece in un ruolo non operativo Alessandro Sessa, ex vicecomandante del Noe: indagato con Scafarto per depistaggio, anche lui è stato prosciolto in udienza preliminare.

Ma l’inchiesta Consip ha portato guai anche al pm campano Henry John Woodcock: è stato indagato e poi archiviato dall’accusa iniziale di essere la fonte degli scoop di Marco Lillo. Poi si è ritrovato il curriculum macchiato da una censura del Csm per una chiacchierata con una giornalista dalla quale ne è nata un’intervista non autorizzata. Fu Woodcock il primo pm a sentire l’ex Ad di Consip Luigi Marroni: si tratta dell’uomo che mette a verbale di aver saputo dell’indagine napoletana da Lotti, dal suo ex presidente Ferrara (che lo avrebbe saputo a sua volta dall’ex comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette), dal generale Emanuele Saltalamacchia e dall’ex presidente della fiorentina Publiacqua Filippo Vannoni. Così Marroni viene silutato dalla politica. Lascia la Consip a giugno del 2017 e, come da contratto, da quel momento per tre anni non può lavorare neanche con le aziende in passato in contatto con la società pubblica: ora ha trovato impiego nella parte gestionale di un’azienda agricola privata.

Il fiorentino Filippo Vannoni invece da indagato per favoreggiamento è rimasto comunque a presiedere Pubbliacqua fino a marzo scorso: ora lavora come libero professionista, fa il ragioniere.

Altro indagato nell’inchiesta Consip è Carlo Russo, amico di Tiziano Renzi. Oggi Russo lavora come consulente con la sua Rc Consulting Srl. Rc sono le iniziali del suo nome, le stesse che gli investigatori trovano su un bigliettino nella spazzatura della Romeo Gestioni: c’era scritto “5 mila a bimestre per C.R.”, e poi “30 mila al mese per T.”. Gli investigatori del Noe ipotizzarono all’inizio che si trattava di Tiziano Renzi, che ha sempre negato il proprio coinvolgimento. E ha convinto i pm romani, ora certi che Russo abbia millantato e che Tiziano fosse una sua vittima inconsapevole. Per questo hanno chiesto l’archiviazione per Tiziano Renzi, respinta dal gip Gaspare Sturzo che ha fissato un’udienza per il prossimo 14 ottobre. Quel giorno si saprà se la posizione del papà dell’ex premier verrà archiviata o meno. Proprio Tiziano Renzi oggi sembra tenersi lontano dagli affari: secondo fonti a lui vicine, a Rignano Sull’Arno si dedica ai nipoti. Pensionato e nonno, dunque.

E ancora. L’indagine ha toccato anche carriere importanti. Come quelle dei generali Tullio Del Sette ed Emanuele Saltalamacchia. Per entrambi il gup Forleo ha disposto il rinvio a giudizio per favoreggiamento nell’ambito del filone di indagine sulla fuga di notizie in Consip. Tullio Del Sette (accusato anche di rivelazione di segreto) viene indagato il 21 dicembre 2016. In quel momento è comandante generale dell’Arma. Offre le proprie dimissioni, non accettate. Anzi, a gennaio 2017 con il governo Gentiloni arriva una proroga di un altro anno. A gennaio 2018 va in pensione. Anche l’ex comandante della Legione Toscana, Emanuele Saltalamacchia, rinviato a processo per favoreggiamento, è ora in pensione.

Post-Bibbiano, minacce e insulti agli operatori

Email di minacce di morte, 25 telefonate al giorno di insulti, pedinamenti fino a casa, foto della targa della macchina pubblicata sui social. Da quando è esplosa l’inchiesta “Angeli e Demoni” per gli assistenti sociali della Val d’Enza ogni giorno di lavoro è diventato un incubo. Al punto che oggi gli incontri più a rischio vengono fatti con la presenza, in sede, di agenti della polizia municipale.

Dopo essere stati messi alla gogna e additati adesso rischiano anche la propria incolumità. “Una famiglia è venuta in sede, ha fotografato la targa di un dipendente e da quella è risalita alle sue generalità. Hanno trovato il nome e l’indirizzo e sono andati sotto casa sua a insultarlo, inqualificabile”. Per Daniele Marchi, assessore al Welfare di Reggio Emilia, si è sorpassato il limite. Nell’ultimo consiglio comunale reggiano, Marchi ha dato il via libera ai legali per difendere l’immagine dell’ente da attacchi e strumentalizzazioni: “Nel contesto dell’inchiesta presso “Angeli e demoni” – si legge nel documento – il Comune di Reggio Emilia reputa vi possa essere stata una lesione alla propria immagine a fronte di improprie commistioni fra i propri assistenti sociali, in realtà estranei all’inchiesta come riportati e riferiti dai mass media”. Diverse centinaia i messaggi su Facebook con nomi e cognomi di assistenti e personale comunale messi alla berlina e ricoperti di insulti gratuiti sui quali si stanno effettuando verifiche e segnalazioni alle autorità competenti. “Non si può far passare il concetto che qui a Reggio Emilia si rubano i bambini, non si tratta più di minacce rivolte a singoli operatori, che avrebbero potuto presentare querele personalmente, qui ci sono riferimenti a tutto l’ente che deve quindi tutelarsi. Dobbiamo tentare di limitare questo fenomeno che sta mettendo a dura prova gli operatori”.

In uno studio presentato alla Camera lo scorso settembre è emerso che su un campione di oltre 20 mila assistenti sociali il 90% è stato vittima di aggressioni verbali o fisiche. Un mestiere a rischio che ha risentito del cosiddetto effetto Bibbiano. Il rischio, concreto secondo i sindacati, è quello del burnout, letteralmente “surriscaldamento” o esaurimento da lavoro.

“Stiamo lavorando per capire come dare più sicurezza alle procedure, magari inserendo la figura di un assistente giuridico che affianchi il lavori dei servizi e uno sportello psicologico che aiuti i lavoratori a rischio burnout – spiega Rakel Vignali della Cisl – “nel contratto collettivo non c’è la figura dell’assistente sociale, a tutti loro non viene riconosciuta l’indennità di rischio o disagio. In questi mesi sono stati presi di mira anche dipendenti pubblici che nulla hanno a che fare con gli affidi. Tutti loro hanno ricevuto minacce o mail insultanti, alzano il telefono e c’è qualcuno che urla. Abbiamo chiesto anche di spostare temporaneamente la sede di Bibbiano in attesa che la situazione si calmi”.

Vignali è stata sentita in Regione durante la Commissione speciale d’inchiesta sul sistema di tutela dei minori in Emilia-Romagna. Insieme a lei un’altra sindacalista reggiana Carolina Cagossi della Cgil: “Si sta distruggendo quel clima sereno che c’era tra cittadino e ente pubblico, ci preoccupa che venga minato l’impianto totale dei servizi. Le maestre ci hanno segnalato che molti genitori manifestano dubbi al momento dell’iscrizione, temendo che le insegnanti possano far partire segnalazioni contro di loro e che gli vengano tolti i figli. C’è un mondo che sta continuando a lavorare a testa bassa e ha bisogno di sostegno. Le guardie giurate che ‘scortano’ gli operatori durante i colloqui non possono essere la normalità, si è creato un clima di terrore, non si trovano più assistenti o professionisti che vogliano lavorare in zona. Si teme il discredito, l’onta di avere ‘Bibbiano’ sul curriculum e i concorsi di sostituzione o i contratti a tempo determinato vanno deserti o quasi”.

Alpi-Hrovatin, armi e Gladio: la pista che porta a Rostagno

Gladio e traffici illeciti dietro l’omicidio Alpi-Hrovatin e alcuni personaggi legati alla comunità Saman di Mauro Rostagno, ucciso nel 1988 in provincia di Trapani. La Procura di Roma si è arresa ma il gip Andrea Fanelli impone altri sei mesi di indagini per cercare di arrivare a una verità sui depistaggi dell’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio, in Somalia. Fanelli rigetta, per la seconda volta, la richiesta di archiviazione dei pm e dà ragione, invece ai legali di Ordine dei giornalisti, Fnsi e Usigrai Giulio Vasaturo e della famiglia Alpi, gli avvocati Giovanni D’Amati e Carlo Palermo (ex magistrato scampato nel 1985 alla strage di Pizzolungo, nel Trapanese): acquisire gli atti del processo Rostagno.

I legali hanno chiesto, infatti, di portare dentro l’indagine Alpi-Hrovatin: i messaggi di Stay Behind, organizzazione più nota come Gladio, in cui viene citato Vincenzo Li Causi, comandante del famigerato Centro Scorpione di Trapani dal 1987 al 1990; i dispacci interni a Gladio che il 14 marzo 1994 ordinarono a un uomo col nome in codice Jupiter di lasciare Bosaso e Las Koreh, due cittadine sulla costa nord est della Somalia, a causa di “presenze anomale”. Viene ordinato, in quei dispacci anche lo spostamento di tale Condor, per un “possibile intervento”. Le presenze anomale sono Alpi e Hrovatin? “Sì, il riferimento è proprio ai due giornalisti”, rivelò un ex appartente a Gladio, identità segreta, ad Andrea Palladino e Luciano Scalettari, autori di un articolo pubblicato nel 2012 su ilfattoquotidiano.it. Proprio i due cronisti d’inchiesta recuperarono i citati documenti – “pochi fogli, sdruciti dagli anni e con tante parole e nomi anneriti” – in un archivio del Sios Marina, il servizio segreto della Marina militare poi sciolto nel 1997 e confluito nel Sismi/Aise. Sono proprio quelle le carte già acquisite al processo trapanese sull’omicidio di Mauro Rostagno, giornalista fondatore prima di Lotta continua e poi della comunità socioterapeutica Saman.

L’indagine di Scalettari sul traffico di armi s’incrocia, nel 1998, con un pezzo pubblicato da l’Espresso, a firma Peter Gomez. Gomez, dal 2010 direttore de ilfattoquotidiano.it, fece ripetutamente riferimento a Giuseppe Cammisa, alias Jupiter, indicandolo come una delle ultime persone a vedere Ilaria Alpi in vita. Insieme con Palladino, appunto, successivamente Scalettari riesce a mettere le mani sui documenti di Gladio. Così dopo anni dall’inizio della sua inchiesta giornalistica sul traffico di armi legge: “Causa presenze anomale in aree Bos/Lasko ordinasi Jupiter rientro immediato base 1 Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Ma chi è Cammisa? Il braccio destro di Francesco Cardella, guru e fondatore con Rostagno della comunità Saman.

Adesso il gip chiede ai pm romani di approfondire anche la “persistenza del segreto” sull’identità dell’informatore di cui si fa riferimento in una nota del Sisde del 1997. Nella relazione dei servizi segreti, inoltre, “emergerebbe il coinvolgimento dell’imprenditore Giancarlo Marocchino nel duplice omicidio nonché in traffici di armi”. La verità è rinviata, forse ancora lontana. Luciana e Giorgio Alpi, genitori di Ilaria, non ci sono più. Maddalena Rostagno, figlia di Mauro, però commenta amara: “Invito i giornalisti a fare distinzione e chiarezza tra prove e ipotesi”.