Sfila la pistola a un agente e uccide lui e il suo collega

Doveva essere un arresto come tanti, roba da strada, uno scooter rubato, due persone accompagnate in Questura. Il verbale, le foto, il fermo in attesa della convalida durante la direttissima del giorno dopo. Insomma, un giro di giostra quotidiano per chi si occupa di sicurezza nelle grandi e piccole città. E invece tutto in pochi minuti è precipitato nella follia. La colluttazione, il criminale che sfila la pistola al poliziotto. Poi gli spari, a bruciapelo, quasi tutto il caricatore. Colpiti, uccisi. Due agenti di polizia, due ragazzi. Succede tutto ieri poco dopo le cinque del pomeriggio negli uffici della Questura di Trieste. Le vittime sono Pierluigi Rotta di 34 anni, agente scelto, e Matteo Demenego, 31 anni, agente semplice. Chi spara è Alejandro Augusto Stephan Meran, dominicano di 29 anni, affetto da turbe psichiche, in Italia con regolare permesso di soggiorno. Con lui c’è anche il fratello, Carlysle Stephan Meran, di 32 anni, il quale, dopo gli spari, fugge nei sotterranei della Questura, si nasconde per un po’, dopodiché viene fermato. Il fratello killer, invece, tenta la fuga pistola in pugno, ma sarà fermato pochi metri fuori dalla Questura, colpito e ferito dagli agenti. C’è un terzo agente ferito lievemente alla mano. In serata il pm di turno ha ascoltato a lungo il fratello del killer che allo stato è indagato solo per il furto e non per il duplice omicidio contestato, invece, ad Augusto Meran.

Ma questa non è la storia di una tragedia annunciata, né il racconto di una sottovalutazione o di qualche mancanza della polizia. È la storia di un rischio continuo e calcolato che a volte, come in questo caso, supera i confini del calcolo. Riavvolgiamo allora il nastro. E torniamo a ieri mattina. Per quanto riferito da fonti della Questura, i fratelli Meran mettono a segno un furto. Al semaforo individuano una signora a bordo di uno scooter. La sbattono a terra e le portano via il motorino. Interviene la volante della polizia. I due vengono bloccati e si procede all’accompagnamento in Questura. In una nota, la polizia spiegherà: “I due fratelli autori della sparatoria erano stati accompagnati in Questura da personale delle Volanti dopo un’attività di ricerca del responsabile della rapina di uno scooter, avvenuta nelle prime ore del mattino”. A bordo della volante ci sono i due agenti e i due fratelli, dietro di loro segue un’auto della Squadra mobile. Non c’è nulla di più. Pierluigi Rotta e Matteo Demenego dopo le cinque di ieri sono con i fermati negli uffici di prevenzione generale e soccorso pubblico (Upgsp). I due fratelli, secondo i testimoni, non hanno le manette e parlano di basket. In quel momento Augusto Meran forse chiede di andare al bagno, forse utilizza un altro stratagemma. Riesce ad allontanarsi accompagnato da uno dei due agenti. A quel punto, l’ordinarietà del fermo esplode in follia. Meran aggredisce l’agente, lo colpisce e subito dopo riesce a estrarre la pistola d’ordinanza dalla fondina.

Operazione in sé non facile, visto che l’arma in dotazione agli agenti è legata con un elastico. La manovra riesce comunque. L’arma non ha inserita la sicura. “Sparava dappertutto”, dirà un altro testimone. “Sembrava Beirut”, dirà un terzo. I colpi sono ravvicinati come in un’esecuzione. Rotta e Demenego restano a terra. A nulla serviranno i soccorsi. Pochi giorni fa Demengo, di Velletri (Roma), aveva compiuto gli anni. Era il 27 settembre. E sul suo profilo Facebook postava: “Un romano che lascia Roma non emigra, va a controlla’ le colonie”. Rotta era di Napoli, figlio di un poliziotto oggi in pensione. Dopo gli spari, Augusto Meran fugge in strada. Spara a un’auto della polizia. Poi viene colpito.

A terra urla al fratello: “Vieni a prendermi, non voglio l’ambulanza, sto morendo”. Non morirà e sarà portato in ospedale. A illuminare meglio quegli attimi terrificanti ci sono poi gli audio di alcuni agenti inviati sulle varie chat. In uno si ascolta: “Ho parlato adesso con i colleghi della Mobile. Hanno smesso di fare il massaggio cardiaco ai due colleghi in atrio, hanno smesso perché son morti tutti e due. Agente scelto e agente. Non superavano i 30 anni, a quanto ricordo. Li conosciamo tutti, sono le ultime notizie, non so, boh”. Un altro agente conferma la rapina: “Questo qui è uno che questa mattina ha fatto una rapina a un semaforo aveva portato via lo scooter a una signora facendola cadere per terra. Dopodiché lo hanno preso e portato in Questura insieme al fratello. Poi sembra che abbia preso la pistola a uno dei colleghi e ha sparato, il fratello è ferito. Sono ancora tutti asserragliati in Questura, perché lui è ancora nascosto all’interno della Questura, dove c’erano le cantine e le celle di sicurezza”. Un terzo spiega: “Siamo in ostaggio, dentro la Questura di Trieste perché sono stati arrestati due, forse dominicani, non lo so, io li visti entrare, e un secondo dopo quando ho aperto il portone di ingresso, ho sentito degli spari”. Ancora una testimonianza: “Praticamente dentro l’ufficio volanti, hanno preso una o due pistole ai colleghi che li hanno arrestati, e hanno cominciato a sparare. Uno è scappato, è uscito dalla Questura con l’arma in mano, l’altro vaga per la Questura e non l’abbiamo ancora trovato probabilmente è dentro lo scantinato e un collega adesso ha detto che si sta cominciando ad arrendere”.

Una pistola rubata, un gesto di follia inaspettata. C’è questo, non altro, non ombre dietro al delitto. Due poliziotti morti, due ragazzi. Dopo che le agenzie hanno dato la notizia, il cordoglio delle istituzioni ieri sera è stato unanime. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e il capo della polizia Franco Gabrielli sono subito partiti alla volta di Trieste. Messaggi sono arrivati anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La città dopo le cinque si è fermata. Il sindaco Roberto Di Piazza ha dichiarato il lutto cittadino.

Così parla il Pd: “Sfregio alla Carta”. “È Stato di polizia”

Èil Pd, ma sembra la Lega. Perché le dichiarazioni dei democratici contrari al blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado ricordano molto da vicino le obiezioni fatte dal Carroccio ai tempi del governo gialloverde. Salvini aveva dovuto digerire la riforma, riuscendo soltanto a posticiparne l’entrata in vigore di un anno. Sentite qui se queste dichiarazioni non vi ricordano qualcosa.

Andrea Orlando, vicesegretario del Pd e già ministro della Giustizia: “Un errore la drastica cancellazione della prescrizione”.

Alfredo Bazoli, capogruppo in commissione Giustizia della Camera del Partito democratico: “Il primo passo da compiere per il nuovo governo è rinviare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione, perché non possiamo lavorare con questa spada di Damocle sulla testa. Dopodiché occorre affrontare in maniera organica la riforma del processo penale e, in seguito a questa discussione, auspichiamo che anche il tema della prescrizione possa essere rivisto in modo diverso da come è stato valutato e concepito dal governo precedente”.

Franco Vazio, vice di Bazoli a Montecitorio: “La prescrizione e la sua sostanziale abrogazione che entrerà in vigore a gennaio è uno sfregio a principi e garanzie costituzionali. Una norma che di fatto elimini l’istituto, può essere valutata solo se i tempi del processo fossero diversi e radicalmente più brevi. Il Pd non può assumere impegni al buio. È una sconfitta della presunzione d’innocenza che colpisce i tanti, troppi, cittadini innocenti che oggi vengono assolti dopo processi inaccettabilmente lunghi”.

Walter Verini, nominato commissario del Pd in Umbria dopo lo scandalo Sanitopoli e a lungo responsabile Giustizia del partito: “I cittadini hanno diritto che i processi abbiano una durata ragionevole, dunque una prescrizione che non scade è inaccettabile. La lotta alla corruzione si può e si deve fare senza violare i diritti soggettivi”.

David Ermini, già parlamentare dem oggi vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura: “Lo stop alla prescrizione è contro il giusto processo”.

Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del Pd, sempre a commento della norma spazza-prescrizione: “Norme incostituzionali da Stato di polizia”.

Cosimo Maria Ferri, deputato e capo indiscusso della corrente di Magistratura Indipendente: “Norme inutili: la priorità deve essere quella di far funzionare la giustizia penale, di investire in risorse, in tecnologia, di assumere personale amministrativo e togato e di far partire il processo penale telematico”.

Così parlò la Lega: “Bomba nucleare”. “No imputati a vita”

Le distanze al momento restano siderali. Ma il ministro della Giustizia, il Cinque Stelle, Alfonso Bonafede non ha alcuna intenzione di posticipare l’entrata in vigore, il prossimo 1º gennaio, della riforma che impone lo stop alla prescrizione. Come invece chiede a gran voce il Pd che si dice strapronto a collaborare per accorciare i tempi dei processi, ma che da subito vuole mettere nel congelatore il blocco del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado prevista dalla legge Spazza-corrotti, approvata nel dicembre 2018 da 5 Stelle e Lega (che poi cambiò idea, ma fuori tempo massimo).

 

L’effetto dejà vu con il Pd fa un po’ impressione. Perché quando era al governo con i 5 stelle pure la Lega e il suo “Capitano” avevano resistito, eccome, sul blocco della prescrizione. Ecco una breve rassegna delle dichiarazioni del Carroccio contro la norma cannoneggiata fin dalla presentazione dell’emendamento da parte dei 5 Stelle nella legge Spazzacorrotti. Divergenze ricordate anche nella mozione di sfiducia che ha posto fine al governo gialloverde.

Riccardo Molinari, capogruppo leghista a Montecitorio: “L’emendamento è stato presentato dai relatori del Movimento 5 Stelle, ma non è concordato a livello di governo: non è passato dal Consiglio dei ministri e ci riserviamo di fare valutazioni”.

Giancarlo Giorgetti, maggiorente del Carroccio all’epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: “Non mi intendo di diritto penale, ma non credo che nel contratto di governo ci sia il provvedimento nei termini proposti dai relatori della legge”.

Giulia Bongiorno, aspirante Guardasigilli del governo gialloverde: “Lo stop alla prescrizione è una bomba nucleare sul processo. Sono molto preoccupata. La prescrizione ha un’etica non si può tenere in ostaggio un imputato tutta la vita”.

Matteo Salvini: “Ci stiamo battendo per dare garanzia agli innocenti che non possono essere sotto inchiesta a vita”. Salvo poi bocciare le proposte di Bonafede per tagliare i tempi del processo: “La Lega non vota una non riforma, vuota e inutile”.

Armando Siri, ex sottosegretario leghista alla Infrastrutture sotto inchiesta a Roma e a Milano: “La giustizia è un tema estremamente delicato. Quando si parla di un valore così inestimabile come la libertà dell’individuo bisogna pensarci non una, ma centomila volte”.

Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, condannato in primo grado per la Rimborsopoli in Lombardia, disse sulla sentenza della Cassazione sui 49 milioni alla Lega: “Contento per la prescrizione di Umberto Bossi, non si merita tutto il linciaggio fatto nei suoi confronti”.

Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia del Senato, a proposito della entrata in vigore posticipata del blocco della prescrizione. “Macché trucchetti. Se le regole e i tempi del processo funzionano a dovere il problema neppure si pone, perché all’estinzione del reato non si arriva. Non ci interessa allontanare uno spauracchio, eliminare la legge sulla prescrizione: intendiamo offrire ai cittadini il servizio giustizia efficiente e rapido che legittimamente si aspettano”. E infatti.

I Graviano e quel provino nel Milan grazie a Dell’Utri

L’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano avviene il 27 gennaio del 1994 a Milano. La notizia esce sul Corriere della Sera in un articoletto di taglio basso in cronaca: “Traditi dalla cena con le fidanzate”. Effettivamente da “Gigi il cacciatore” con i due boss di Brancaccio poco più che trentenni c’erano le due fidanzate insieme al favoreggiatore Giuseppe D’Agostino (salito a Milano perché il figlio di 11 anni voleva entrare al Milan) con la moglie.

La fidanzata di Giuseppe Graviano aveva in borsa un telefonino Motorola Microtac II. Nell’anno precedente aveva fatto e ricevuto appena 13 telefonate, quasi tutte con soggetti vicini al boss e sospetti. Tranne tre contatti concentrati il 10 e 11 dicembre 1993, con il cellulare di un incensurato trentenne di Misilmeri (Palermo) di nome Giovanni Lalia. Quando i Carabinieri lo chiamano, Lalia non ricorda nulla delle telefonate. Gli chiedono la sua professione e replica: “Sono in attesa di occupazione al momento svolgo l’incarico di presidente del club di Forza Italia di Misilmeri, costituito il 2 febbraio 1994”.

Lalia aveva partecipato anche alla prima riunione dei circoli siciliani, a Palermo, al San Paolo Palace, dove in quel periodo aveva preso una suite la madre dei Graviano, hotel poi confiscato per mafia. Lalia comunque ai Carabinieri disse di non conoscere Dell’Utri. Il telefonino di Lalia (forse in uso a terzi) ha avuto contatti nel 1993 con il numero di Gaspare Spatuzza e anche con l’utenza di Salvatore Benigno, poi condannato per le stragi del 1993. Lalia oggi vive al Nord. Un anno fa per il documentario Sekret trasmesso su www.iloft.it abbiamo tentato di intervistarlo per chiedergli di quei contatti del suo cellulare. Prima ha negato di essere lui, poi non ci ha risposto.

In quei giorni di gennaio l’Italia era attraversata da una febbre politica nuova. Il giorno prima dell’arresto c’era stato il discorso televisivo di Silvio Berlusconi: “L’Italia è il Paese che amo”. Il Cavaliere era entrato in politica e i sondaggi annunciavano già il trionfo di Forza Italia. Un mese e mezzo prima di quelle elezioni, il 10 febbraio del 1994, fu convocato dai Carabinieri come testimone nelle indagini seguite all’arresto dei Graviano proprio l’ideatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri.

I Carabinieri di Palermo erano arrivati a Milano seguendo due favoreggiatori dei boss che avevano preso il treno con le famiglie alle 13 e 50 del 25 gennaio alla stazione di Palermo. Il capitano Andrea Brancadoro, che guidava il Nucleo Territoriale di Palermo, spedì il maresciallo Vincenzo Costantino al seguito e poi due rinforzi in aereo per il pedinamento a Milano.

Dei due favoreggiatori quello che aveva l’appuntamento con Giuseppe Graviano era l’insospettabile Giuseppe D’Agostino, un innocuo e simpatico venditore ambulante. Proprio insieme a lui, con le mogli, il boss andò a pranzo al ristorante alla moda Giannino. Dopo essersi riuniti alla comitiva alle 15 e 30 al Duomo, tutti a passeggio in galleria a far compere, in Rinascente, via Montenapoleone, poi un té a Corso Matteotti al Saint Honorè e aperitivo al Camparino in galleria.

Perché tanta confidenza con D’Agostino, invitato dal boss anche al teatro Manzoni per vedere Johnny Dorelli con le mogli la sera dopo? D’Agostino non è affatto un mafioso. Però gli avevano chiesto “un favore che non si può rifiutare” e dall’8 dicembre 1993 aveva dovuto ospitare Graviano a casa sua. Durante quelle serate confidò al suo ospite ingombrante il suo sogno: trasferirsi a Milano per seguire il figlio che voleva giocare nel Milan. Alla parola Milan, a Graviano si accesero gli occhi. Il boss tifa rossonero e deve avere una predilezione per ambienti frequentati da quella squadra, come allora era il ristorante Giannino o come un altro ristorante da lui amato e ora chiuso: l’Assassino in via Amadei.

Graviano così si appassiona al ragazzino che aveva 11 anni. Quando il padre gli dice che ha bisogno di un lavoro lì per seguirlo, il boss, che ha trascorso parte della sua latitanza tra Milano e la provincia di Novara, lo rassicura: “Non c’è problema”. Poi gli dà appuntamento all’hotel Quark di Milano per il 27 gennaio mattina.

Il figlio di D’Agostino era già stato al Milan a fare un provino nel 1992. Allora era stato “raccomandato” da un imprenditore palermitano di nome Carmelo Barone a Marcello Dell’Utri. Il dirigente delle giovanili rossonere, Francesco Zagatti, al processo Dell’Utri ricordò: “Era stato caldeggiato anche da Dell’Utri”. Nel 1994 ormai Barone era morto e il ragazzo era in grado di entrare al Milan con le sue gambe. Gaetano D’Agostino, oltre a essere un ragazzo e poi un uomo cresciuto nel rispetto di valori opposti a quelli della mafia, era un gran giocatore, come testimonia la sua carriera in serie A all’Udinese e in nazionale. Nel 2009 lo volevano anche la Juventus e il Real Madrid, poi non se ne fece nulla forse perché proprio quell’anno uscirono sui giornali le dichiarazioni su Dell’Utri e Berlusconi di Gaspare Spatuzza e la storia dell’arresto dei Graviano riemerse sui giornali. D’Agostino ha poi smesso presto di giocare e ora fa l’allenatore: è stato una vittima delle conseguenze della mafia.

Comunque, quando Dell’Utri va dai Carabinieri il 10 febbraio 1994 dice di non conoscere nessun Carmelo Barone. Le annotazioni delle sue agende che poi saranno sequestrate nelle indagini, riportano il cognome D’Agostino e il nome di Barone. Il braccio destro di Silvio Berlusconi era stato avvertito sull’argomento del suo esame. Sull’agenda infatti si legge “D’Agostino Giuseppe che due anni fa è venuto insieme a Carmelo Barone interessarsi per lavoro a MI tramite MDU”. Comunque per i giudici della Corte di Appello del processo Dell’Utri la coincidenza dell’arresto dei Graviano a Milano con il padre dell’aspirante milanista, raccomandato due anni prima da Dell’Utri, non prova un rapporto tra i Graviano e Dell’Utri. Tanto che la condanna per concorso con la mafia si ferma al 1992.

4. (continua)

Non umiliateci con il Perdonismo

L’Associazione vittime del dovere, a fronte del prossimo pronunciamento della Grande Camera (Grande Chambre), intende proporre alcune riflessioni in merito alla posizione assunta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) in relazione al ricorso presentato da Marcello Viola, ergastolano condannato per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti, in prigione da inizio anni Novanta, il quale sostiene che la pena a lui comminata sia inumana, degradante e non riducibile. Il sistema penale italiano non prevede la pena perpetua, ma il divieto di accesso ai benefici penitenziari e la verifica della pericolosità sociale per una determinata categoria di detenuti (art. 4 bis). Ora nella sentenza non si fa questione sulla sproporzione della pena dell’ergastolo ma della incomprimibilità di questa pena. In passato la Corte ha sostenuto che la reclusione a vita resta compatibile con l’art. 3 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo. Deve essere dunque sgombrato il campo dall’equivoco secondo cui sotto il giudizio della Cedu sia l’istituto dell’ergastolo ostativo. La stessa Corte osserva che la legislazione dell’Italia non vieta in modo assoluto e con effetto automatico l’accesso alla liberazione condizionale e agli altri istituti del sistema penitenziario, ma li subordina alla collaborazione con la giustizia. Ciò che la sentenza mette in discussione è la immediata equivalenza tra l’assenza di collaborazione e la presunzione assoluta di pericolosità sociale. La Cedu nel caso specifico conclude che, pur mettendo in discussione l’automatismo “collaborazione di giustizia-assenza di pericolosità sociale” , il detenuto non debba essere rimesso in libertà, negandogli contestualmente anche il richiesto risarcimento in denaro.

La questione ci induce a sperare in un esame più approfondito da parte della Grande Camera del complesso di norme presenti nell’ordinamento penitenziario italiano, che formano un muro di opposizione alla mafia e al terrorismo. Vorremmo precisare che noi vittime in questi ultimi anni abbiamo molto lottato e continueremo a batterci con argomentazioni giuridiche ed etiche affinché tali norme vengano mantenute nel nostro ordinamento e nonostante forze contrarie stiano tentando di smantellare il regime detentivo 41 bis. Riteniamo che il compito dello Stato italiano dovrebbe essere quello di tutelare i propri cittadini dalle più gravi forme di crimine organizzato e di stampo terroristico e contestualmente sostenere le vittime di tali atroci reati. La necessità di tutelare i diritti fondamentali della persona non può non tenere conto delle finalità di garantire la sicurezza nazionale, la prevenzione dei reati e la tutela della collettività. Vuoti normativi, incompletezza delle disposizioni di leggi, trascuratezza e superficialità di disciplina, interpretazioni ambigue e capziose vengono percepite dalle vittime e dai cittadini, come una sconfitta delle Istituzioni e come concessioni di spazi di manovra alla criminalità. Noi chiediamo soltanto di non essere umiliati da un perdonismo troppo spesso strumentale che potrebbe essere inteso dalla mafia come un messaggio di debolezza e di dialogo. Non vogliamo correre il rischio di svuotare di efficacia e di significato uno strumento costato il sangue di numerosi servitori dello Stato mettendo a repentaglio la sicurezza e l’ordinamento democratico del nostro Paese.

*Presidente dell’Associazione vittime del dovere, figlia del maresciallo dei carabinieri Stefano Piantadosi ucciso a Opera (Milano) il 15 giugno 1980 da un ergastolano in permesso premio

“Chi li conosce lo sa: solo il carcere a vita terrorizza i mafiosi”

Nino Di Matteo, attualmente pm della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, è stato pm antimafia a Caltanissetta e per la maggior parte della sua carriera professionale a Palermo. Gli ultimi anni li ha dedicati al processo sulla trattativa Stato-mafia. Magistrato da quasi trent’anni, è tra i maggiori conoscitori di Cosa Nostra.

Dottor Di Matteo, vado dritta al punto: quanto è importante nella lotta a Cosa Nostra e alle altre organizzazioni criminali l’ergastolo ostativo?

Chi conosce storicamente Cosa Nostra sa bene che l’unica vera preoccupazione per i mafiosi è proprio l’ergastolo, inteso come effettiva reclusione senza alcuna possibilità di accedere ai benefici. Come ha detto lei, si tratta di ergastolo ostativo.

A proposito di conoscenza storica, non si può non andare indietro nel tempo, a metà degli anni 80 quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino divennero i nemici numero 1 dei mafiosi per via del maxi-processo…

Infatti, Cosa Nostra cercò con i suoi agganci politici di aggiustare il maxi-processo arrivato in Cassazione all’inizio degli anni 90. Quell’operazione, guarda caso, mirava essenzialmente a evitare l’ergastolo ostativo. Mi viene in mente a questo proposito una frase di Totò Riina di quel tempo. Diceva ai suoi gregari: ‘Sei-otto anni di carcere me li faccio pure legato a una branda. Invece, ci dobbiamo giocare i denti per evitare gli ergastoli’. Da allora in poi l’abrogazione dell’ergastolo o comunque l’attenuazione attraverso la concessione di benefici è uno degli scopi criminali più alti delle organizzazioni mafiose. Ne abbiamo avuto prova in molti processi.

Le stragi di Capaci, di via D’Amelio, le autobombe del 1993 a Roma, Firenze e Milano hanno a che fare pure con la mancata abolizione dell’ergastolo ostativo?

La stagione delle stragi ’92-’93, la minaccia allo Stato, la trattativa Stato-mafia sono stati tutti modi per eliminare anche gli effetti dell’ergastolo e del carcere duro, il 41-bis, per i mafiosi davvero insopportabili.

Lei è stato pm del processo Trattativa. Può puntualizzare quello che ha appena detto?

Attenuazione dell’ergastolo e 41-bis, come provato da dichiarazioni concordanti di collaboratori di giustizia e da intercettazioni erano i punti principali del cosiddetto ‘papello’ di richieste che Totò Riina fece avere allo Stato subito dopo la strage di Capaci. Anche dopo l’arresto di Riina, quelle richieste indussero Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e gli altri boss “oltranzisti” a spostare la strategia del terrore in Continente per piegare lo Stato e indurlo ad accettare i loro diktat.

E siamo al 1993. Le risulta che i tentativi siano proseguiti anche dopo?

Sì, anche in tempi più recenti. Lo provano le intercettazioni dei capi mafia detenuti all’ergastolo e al 41 bis, del calibro di Giuseppe Graviano. Attenuare la portata dell’ergastolo costituisce un chiodo fisso dei vertici dell’organizzazione.

Quali sarebbero le conseguenze?

La concessione dei benefici aumenterebbe il rischio che i capimafia ergastolani continuino a comandare e sarebbe un segnale di possibile riaffermazione anche simbolica del loro potere. Da magistrato che per decenni si è occupato delle vicende stragiste e che ha il dovere di ricordare le loro vittime e i motivi che hanno scatenato la mano di Cosa Nostra, spero che l’efficacia dell’ergastolo non venga vanificata da decisioni che inconsapevolmente rischiano di far realizzare alle organizzazioni mafiose un obiettivo pe loro fondamentale. Se ciò si verificasse, si realizzerebbe un passo indietro complessivo nel sistema di contrasto alle organizzazioni criminali

I boss hanno anche sperato nell’Europa che non conosce il sistema mafioso?

Sono convinto che molti boss stragisti condannati definitivamente all’ergastolo non hanno preso la decisione di collaborare con la giustizia proprio perché in fondo ancora sperano che in un modo o nell’altro ci sia l’eliminazione degli effetti dell’ergastolo ostativo e che possano un giorno anche loro accedere ai benefici carcerari. Ancora oggi credono sia possibile.

Strasburgo, ultima sentenza: ora i boss sperano di uscire

Tra 48 ore una sentenza europea potrebbe sconvolgere il sistema antimafia (e antiterrorismo) italiano. È attesa infatti per lunedì la decisione degli organi giudicanti della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che potrebbe aprire la strada all’eliminazione del cosiddetto “ergastolo ostativo” per mafiosi e terroristi, porre fine all’esperienza dei collaboratori di giustizia e far saltare di fatto il 41 bis, cioè il carcere duro per i mafiosi. I boss condannati all’ergastolo potrebbero uscire dal carcere e sarebbero messe a rischio le norme antimafia volute da Giovanni Falcone.

La vicenda ha una data d’inizio: 13 giugno 2019. Quel giorno la Cedu – a maggioranza, con l’opinione contraria di un giudice – ha dato ragione al ricorso di un boss mafioso, Marcello Viola, e torto allo Stato italiano. Viola è il capo di una ’ndrina calabrese di Taurianova, condannato a quattro ergastoli per omicidi plurimi, occultamento di cadavere, sequestro di persona e detenzione di armi. La sentenza Cedu censura come “trattamento inumano e degradante” l’istituto giuridico del cosiddetto “ergastolo ostativo”. È la prassi italiana che esclude dai benefici penitenziari (lavoro fuori dal carcere, permessi premio, misure alternative alla detenzione) alcuni condannati all’ergastolo: 957 persone, condannate per reati di mafia, terrorismo, traffico di droga, pedopornografia, prostituzione minorile.

Anche i condannati all’“ergastolo ostativo” hanno un modo per tornare a godere, come gli altri, dei benefici penitenziari: dimostrare di essersi incamminati sulla strada della riabilitazione a cui ogni pena deve puntare, avendo tagliato i ponti con l’ambiente criminale e collaborando con la giustizia. La sentenza Viola, se confermata, provocherebbe invece la fine delle collaborazioni. Contro quella decisione, ha fatto ricorso il governo italiano, che l’ha ritenuta dirompente rispetto a un sistema di contrasto alla criminalità che si è dimostrato collaudato ed efficace. Al ricorso italiano dovrà rispondere la Grande Camera, una sorta di Cassazione della Corte europea. Per accedervi, il ricorso deve prima essere dichiarato ammissibile da un collegio di cinque giudici: lunedì questi si riuniranno per esaminare la questione. Se riterranno inammissibile la richiesta del governo italiano, varrà la sentenza del giugno scorso. Se la riterranno invece ammissibile, la Grande Camera la esaminerà e darà il suo verdetto, finale e inappellabile, prevedibilmente entro qualche mese.

Intanto altri 12 condannati hanno già depositato il loro ricorso, simile a quello di Viola, davanti alla Corte europea. E ben 250 ergastolani lo hanno presentato a un altro organismo internazionale, il Comitato delle Nazioni Unite.

Si è detto preoccupato della situazione il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. In un incontro con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, Bonafede ha espresso la sua preoccupazione “per il possibile impatto che la decisione di Strasburgo potrebbe avere sulla lotta alla mafia e al terrorismo”. Il non accoglimento del ricorso dell’Italia “avrebbe conseguenze sulle politiche antimafia e antiterrorismo italiane”. Se infatti, tra qualche mese, la Grande Camera respingerà il ricorso italiano e dunque confermerà il giudizio Cedu espresso a giugno, l’Italia sarà obbligata a risarcire il danno ai singoli che ne faranno richiesta. Ma più in generale, sarà sollecitata a modificare le sue leggi smontando il “sistema Falcone” e riconoscendo i benefici carcerari (compresi i permessi per uscire) anche ai boss che non hanno alcuna intenzione di collaborare.

La decisione europea di lunedì potrebbe avere influenza anche sulla Corte costituzionale italiana, che il 22 ottobre si dovrà pronunciare su una questione simile: dopo aver già dichiarato costituzionale il cosiddetto “ergastolo ostativo”, la Consulta a fine mese deciderà sul caso di Sebastiano Cannizzaro, condannato per associazione mafiosa. La questione sollevata davanti alla Corte: è incostituzionale privarlo dei permessi premio?

“Falcone aveva ben compreso che solo con l’ergastolo ostativo e il carcere duro fosse possibile per lo Stato ottenere risultati significativi nel contrasto alle mafie”, sostiene una nota degli europarlamentari del M5s Fabio Massimo Castaldo e Sabrina Pignedoli. “Rimosse queste limitazioni, nessun mafioso avrebbe più interesse a collaborare. La Cedu rischia di esaudire, inconsapevolmente, le richieste dei boss nella Trattativa Stato-mafia e rendere vano il sacrificio di Falcone e Borsellino e di tutti i magistrati e forze dell’ordine che rischiano la vita per combattere le mafie”.

Santa Prescrizione

Vi chiedo un po’ di comprensione, perché sto per tentare di spiegare la posizione di Pd e (Forza) Italia Viva sulla prescrizione. Antefatto: un anno fa la maggioranza M5S-Lega approva la Spazzacorrotti del ministro Bonafede, che contiene lo stop alla prescrizione alla sentenza di primo grado. La Lega tenta di opporre resistenza, ma poi deve arrendersi in ossequio al contratto di governo. Salvini (cioè la Bongiorno, che ci capisce e di prescrizione campa dal processo Andreotti spacciato per assoluzione) ottiene solo che la norma valga per i reati commessi dal 1° gennaio 2020, così da avere un anno per vararne un’altra che fissi regole più precise sulla durata dei processi. Cioè la riforma della Giustizia che Bonafede presenta in luglio: lì però gli equilibri nella maggioranza si sono ribaltati, con la Lega che ha raddoppiato i voti e il M5S che li ha dimezzati alle Europee. E Salvini (cioè la Bongiorno) ha altre priorità, tutte porcate di stampo berlusconiano: “Punire i giudici che sbagliano” (quelli che han beccato Savoini, Siri, Arata, Rixi, Fontana e altri compari col sorcio in bocca), spaventarli con la separazione delle carriere, depenalizzare l’abuso d’ufficio, imbavagliare i giornali sulle intercettazioni e soprattutto annullare la blocca-prescrizione. I 5Stelle e Conte resistono e la riforma della giustizia si arena in un drammatico Consiglio dei ministri: l’ultimo prima delle vacanze e la crisi alcolica del Papeete. Proprio ai “no” del M5S sulla giustizia (cioè sull’ingiustizia) Salvini attribuirà la fine del governo.

A quel punto prima Renzi e poi tutto il Pd si rimangiano un anno e mezzo di pop corn e convolano a giusto governo con i 5Stelle per chiudere – possibilmente – l’èra Salvini. Bonafede resta Guardasigilli e tira un sospiro di sollievo: ora finalmente potrà riformare la giustizia per abbreviare i processi senza il solito Salvini (cioè la Bongiorno) che rompe i coglioni per tornare all’Era B. sulla prescrizione. E invece, sorpresa: il Pd e Renzi iniziano a rompere i coglioni per tornare all’Era B. sulla prescrizione, con le stesse richieste e argomentazioni (si fa per dire) di Salvini (cioè della Bongiorno). La richiesta ufficiale è quella di accorciare prima i processi per evitare che un imputato resti tale a vita, e solo dopo bloccare la prescrizione. Roba da Comma 22: la prescrizione bloccata è già da un anno legge dello Stato, dunque per modificarla ci vorrebbe una nuova legge (che Lega e FI sarebbero felici di approvare); invece la riforma del processo è un ddl mai approvato nemmeno in Consiglio dei ministri (nel Conte-1 per i no della Lega, nel Conte-2 per i no di Pd&Iv).

Se Pd e Iv vogliono approvarlo, non hanno che da approvarlo: invece dicono che non lo approvano perché prima bisogna bloccare il blocco della prescrizione, che però è già legge. Cioè pretendono che Bonafede e tutti i 5Stelle se la rimangino per farne una opposta a quella di un anno fa (approvata persino dalla Lega, che poi ci ripensò fuori tempo massimo). Cioè per fare ora ciò che non vollero fare tre mesi fa, a costo di far cadere il Conte-1 e dar vita al Conte-2 che doveva cancellare le vergogne salviniste e invece si ritrova ricattato da identiche vergogne piddin-renziste. La situazione è talmente surreale che nessuno può credere a ciò che dicono il Pd e Renzi: i quali, diversamente da B. e Lega che la dimezzarono nel 2005 con l’ex Cirielli, hanno sempre tuonato contro la prescrizione. E sempre promesso di bloccarla alla sentenza di primo grado o addirittura al rinvio a giudizio. Nel 2014 Renzi affidò al pm Nicola Gratteri la presidenza della Commissione per la riforma della giustizia (formata anche da Davigo e Di Matteo), che propose di fermare la prescrizione financo alla richiesta di rinvio a giudizio. E il 20 novembre, quando il processo Eternit finì col solito colpo di spugna per il fattore-tempo, Renzi tuonò: “Cambieremo le regole sulla prescrizione, perché non è possibile che le regole facciano saltare la domanda di giustizia. Non ci dev’essere modo di chiudere la partita velocemente perché tanto la domanda di giustizia viene meno: no, la domanda di giustizia non viene meno”. Parole sante, a cui però seguì il nulla, cioè un brodino del ministro Orlando. Nel 2015-2016 il capogruppo Pd in commissione Giustizia, Lumia, e i relatori Cucca e Casson presentarono emendamenti per fermare la prescrizione al rinvio a giudizio o alla sentenza di primo grado. E i 5 Stelle, pur favorevoli alla prima opzione, si dissero disposti a votare la seconda. Ma poi il governo Renzi, agli ordini di Alfano e Verdini (ci siamo capiti), li fece ritirare.

Ora Alfano e Verdini non sono più al governo, e neppure Salvini e B. Così, non potendo più nascondersi dietro i trompe-l’œil, Pd e renziani escono allo scoperto e dicono coram populo: il Partito della Prescrizione siamo noi. Senza Santa Prescrizione protettrice dei lestofanti, mezza classe dirigente sarebbe in galera e l’altra mezza ci finirebbe presto. Una sola preghiera: non ci raccontino che lo fanno per difendere i poveri imputati assolti in primo grado (che, per la Costituzione, sono “presunti non colpevoli” esattamente come i condannati in primo grado, salvo che si abolisca il grado di appello); o per evitare che qualcuno resti imputato a vita. Lo sanno tutti che i processi sono eterni anche perché i colpevoli la tirano in lungo per strappare la prescrizione: senza quella malsana aspettativa, i colpevoli patteggerebbero pene scontate (in tutti i sensi) senza nemmeno iniziare i processi. Il che sveltirebbe ipso facto la giustizia per tutti: soprattutto per gli innocenti, gli unici che hanno interesse a fare in fretta. Chi difende la prescrizione abbia il coraggio di confessare papale papale che lo fa per i colpevoli: i nomi, anche se non ce li dice, li conosciamo.

L’amore tra “Ettore & Fernanda” passa per l’arte e l’esilio (contro il fascismo)

In Italia si fa sempre un gran parlare di arte, di musei e dei nostri tesori nascosti, ma pochi raccontano come funziona quel mondo di sacerdoti della bellezza che dedicano la loro vita a preservare i capolavori per le generazioni future e fanno enormi sforzi per farli fruire alle masse senza comprometterli.

Nel 1930 Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca di Brera a Milano, caricò 900 capolavori su un piroscafo per portarli a Londra per una grande esposizione. Le tempeste che minacciano di distruggere quanto di meglio l’Italia ha prodotto nei secoli non sono soltanto in mare: il fragile naviglio della democrazia italiana è già stato ribaltato dalle onde del fascismo. E Modigliani, reduce dall’impresa londinese, viene comunque costretto dal regime, che non tollera la sua indipendenza e le origini ebraiche: l’uomo riesce però ad affidare la Pinacoteca a Fernanda Wittgens, la sua assistente, che diventa così la prima donna al vertice di una grande istituzione culturale. Anche Fernanda, come Modigliani, si dedica a salvare la bellezza e la cultura, non soltanto tele e statue, per questo viene anche incarcerata, ma sarà lei a guidare la ricostruzione di Brera dopo la guerra. In questo fumetto dal formato orizzontale, delicato e potente, Paolo Bacilieri racconta una storia d’amore non convenzionale, dove l’amore è dedizione, rispetto, serietà e impegno: verso l’arte, ma anche tra chi ha scelto di dedicare a questa nobile causa la vita, come Ettore e Fernanda. Bacilieri da tempo è uno dei più originali autori di graphic novel in Italia, con il talento raro di recuperare storie dimenticate dal nostro passato e di saperle raccontare con emozioni ma senza retorica, per costruire una nuova epica collettiva e civile di cui abbiamo sempre più bisogno.

Ettore & Fernanda

Paolo Bacilieri

Pagine: 72

Prezzo: 19

Editore: Coconino Press

 

Samu e Badù, il coraggio va oltre l’apparenza

L’apparenza inganna, soprattutto nell’epoca in cui un selfie vale una reputazione. Lo sa bene Sara Rattaro – già Premio Bancarella con Niente è come te nel 2015 –, che stavolta dedica ai bambini una delicatissima storia d’amore tra umani e animali, corredata dalle splendide, e altrettanto delicate, illustrazioni di Roberta Palazzolo. Con te non ho paura racconta l’avventura in Africa di Samu, figlio dell’etologa Sara, scienziata annoverata tra i massimi esperti mondiali di elefanti. E infatti è proprio Badù, un esemplare femmina che vaga da sola, a destare le preoccupazioni degli abitanti di un piccolo villaggio del Botswana: un rinoceronte è stato trovato morto e accanto al suo corpo sono state rinvenute impronte di elefante, lo stesso animane che poi ha provato ad aggredire di notte la capanna in cui vive un cacciatore con la sua famiglia. Il capo-villaggio – che la sera destina ai bambini storie nella storia – teme per le sorti della sua gente ed è convinto che l’unica soluzione sia abbattere Badù. Avrà Sara il compito di spiegare il comportamento anomalo dell’animale, ma sarà Samu a risolvere il caso. Proprio lui, preso in giro dai compagni per la sua mancanza di coraggio, lui che ha paura di tuffarsi dal trampolino, dimostrerà a tutti di essere un cuor di leone. Anzi, un cuor di elefante. E insegnerà ai bambini che non tutto è come sembra.

 

Con te non ho paura

Sara Rattaro

Pagine: 224

Prezzo: 14,90

Editore: DeA Planeta