“Odolci spoglie, finché il destino e il Dio lo permettevano,/ricevete questa vita e scioglietemi da queste pene” grida Didone, regina di Cartagine, nell’ultimo canto che Virgilio ne L’Eneide le fa intonare prima di suicidarsi, folle d’amore per il suo Enea che l’ha abbandonata. “Ho fondato una grande città, ho visto le mie mura,/avendo vendicato il marito, ho fatto pagare la pena al fratello nemico:/felice, ahimè, ero troppo felice, se soltanto le navi troiane/non avessero mai raggiunto le nostre coste”.
La figura mitologica di Didone così come quella (reale) dei condottieri Amilcare Barca e il di lui figlio Annibale – che per le sue vittorie durante la seconda guerra punica venne definito da Theodor Mommsen “il più grande generale dell’antichità” – spiegano solo in minima parte l’imperituro fascino che sempre ha suscitato nei secoli la storia di Cartagine. Oggi, la mostra romana Carthago. Il mito immortale (a cura di Alfonsina Russo, fino al 29 marzo 2020) riannoda con un utilizzo intelligente della interdisciplinarietà questo racconto mediterraneo.
Innanzitutto, il luogo della mostra è proprio: gli spazi del Colosseo e del Foro Romano, il Tempio di Romolo e la Rampa imperiale testimoniano come la storia cartaginese sia legata alla città di Roma. Attraverso 409 opere – corazze in bronzo dorato, rostri di navi ed elmi di guerrieri rinvenuti in fondo al mare, al largo di Capo Grosso di Levanzo; e ancora produzioni artigianali semplici come vasi, anfore e altri utensili, ma anche oggetti d’arredo come le uova di struzzo decorate, le maschere di uomini barbuti, gli oggetti di lusso in pasta vitrea; infine un documentario – l’esposizione riavvolge dall’origine fenicia all’altezza del IX secolo il rapporto culturale e commerciale tra le due città e il processo di romanizzazione che ha spinto l’Urbe ad annientare Carthago nella battaglia delle Egadi (241 a.C.). E dalle Egadi giungono reperti mai esposti prima, risultato delle campagne di ricerca della Soprintendenza siciliana.
A voler trovare una pecca (sia chiaro, un divertissement) alla bella mostra romana, che ha anche la felice intuizione di accogliere il visitatore con la ricostruzione del Moloch del film Cabiria, la terribile divinità legata ai culti fenici e ai cartaginesi, mancherebbe un cesto di fichi per rievocare Catone il censore. Perché? Racconta Plutarco che la prima volta che in Senato pronunciò la celebre frase “Carthago delenda est”, abbia tirato fuori dalla tunica un cesto di fichi proveniente da Cartagine, per dimostrare che se un frutto così delicato poteva resistere al viaggio, la città era troppo vicina a Roma e dunque andava distrutta.
Cartagine, il mito immortale
Fino al 29 marzo Colosseo e Foro Romano, Roma