Cartagine: così vicina così nemica

“Odolci spoglie, finché il destino e il Dio lo permettevano,/ricevete questa vita e scioglietemi da queste pene” grida Didone, regina di Cartagine, nell’ultimo canto che Virgilio ne L’Eneide le fa intonare prima di suicidarsi, folle d’amore per il suo Enea che l’ha abbandonata. “Ho fondato una grande città, ho visto le mie mura,/avendo vendicato il marito, ho fatto pagare la pena al fratello nemico:/felice, ahimè, ero troppo felice, se soltanto le navi troiane/non avessero mai raggiunto le nostre coste”.

La figura mitologica di Didone così come quella (reale) dei condottieri Amilcare Barca e il di lui figlio Annibale – che per le sue vittorie durante la seconda guerra punica venne definito da Theodor Mommsen “il più grande generale dell’antichità” – spiegano solo in minima parte l’imperituro fascino che sempre ha suscitato nei secoli la storia di Cartagine. Oggi, la mostra romana Carthago. Il mito immortale (a cura di Alfonsina Russo, fino al 29 marzo 2020) riannoda con un utilizzo intelligente della interdisciplinarietà questo racconto mediterraneo.

Innanzitutto, il luogo della mostra è proprio: gli spazi del Colosseo e del Foro Romano, il Tempio di Romolo e la Rampa imperiale testimoniano come la storia cartaginese sia legata alla città di Roma. Attraverso 409 opere – corazze in bronzo dorato, rostri di navi ed elmi di guerrieri rinvenuti in fondo al mare, al largo di Capo Grosso di Levanzo; e ancora produzioni artigianali semplici come vasi, anfore e altri utensili, ma anche oggetti d’arredo come le uova di struzzo decorate, le maschere di uomini barbuti, gli oggetti di lusso in pasta vitrea; infine un documentario – l’esposizione riavvolge dall’origine fenicia all’altezza del IX secolo il rapporto culturale e commerciale tra le due città e il processo di romanizzazione che ha spinto l’Urbe ad annientare Carthago nella battaglia delle Egadi (241 a.C.). E dalle Egadi giungono reperti mai esposti prima, risultato delle campagne di ricerca della Soprintendenza siciliana.

A voler trovare una pecca (sia chiaro, un divertissement) alla bella mostra romana, che ha anche la felice intuizione di accogliere il visitatore con la ricostruzione del Moloch del film Cabiria, la terribile divinità legata ai culti fenici e ai cartaginesi, mancherebbe un cesto di fichi per rievocare Catone il censore. Perché? Racconta Plutarco che la prima volta che in Senato pronunciò la celebre frase “Carthago delenda est”, abbia tirato fuori dalla tunica un cesto di fichi proveniente da Cartagine, per dimostrare che se un frutto così delicato poteva resistere al viaggio, la città era troppo vicina a Roma e dunque andava distrutta.

 

Cartagine, il mito immortale

Fino al 29 marzo Colosseo e Foro Romano, Roma

La Catena infernale: per far liberare i figli mamme disperate rapiscono altri bimbi

Rachel ha divorziato da poco e ha scoperto che è ritornato il tumore che aveva combattuto. Per fortuna ha trovato lavoro in un college, come insegnante. Ma il leggendario pessimismo di Schopenhauer è lì che aspetta in agguato, ancora. “La vita è un accumulo di momenti senza scopo né significato”. Così una mattina, alla fermata del bus per la scuola, un uomo mascherato rapisce Kylie, la figlia tredicenne di Rachel. Lei, la madre, riceve la prima telefonata dei rapitori mentre sta andando dall’oncologa.

Al diavolo il cancro, allora. Anche perché il ratto di Kylie ha una genesi terrificante. Fa parte della Catena. Kylie è stata presa da due genitori, cui a loro volta è stato rapito il figlio. Per farlo liberare devono versare un riscatto ma soprattutto sequestrare un altro bambino. Rachel deve fare lo stesso. Dapprima paga 25mila dollari indi rapisce Amelia, allergica alle arachidi. Che però ha una crisi, nel luogo dove è prigioniera: “Ma Rachel non chiamerà né il pronto soccorso né un medico né un ospedale. Così ucciderebbe Kylie. Se deve scegliere tra Amelia e Kylie, sceglierà Kylie”. Il meccanismo della catena è infernale. Se Rachel commette errori e si fa scoprire oppure “sbaglia” rapimento, sa che i sequestratori di Kylie saranno costretti a uccidere sua figlia. Siamo sulle coste del Massachusetts, tra Plum Island e Newburyport. Rachel dovrà calarsi in un abisso inimmaginabile. The Chain rientra nella tradizione dei grandi thriller americani, con l’aggiunta di molte citazioni letterarie (primo tra tutti Borges) e presto sarà un film. E l’idea della Catena sta a metà tra le origini irlandesi (e superstiziose) dell’autore e i narcos messicani.

The Chain

Adrian McKinty

Pagine: 345

Prezzo: 19,50

Editore: Longanesi

L’Iliade in trincea di “Pietro e Paolo”

Pietro e Paolo sono apostoli di una “Chiesa” – l’amicizia – che, come ogni Chiesa, vive del conflitto tra fede e dubbio, teologia e morale, terra e cielo. Conflitto perenne, drammatico, insanabile. Una tensione di forze sulla quale si gioca la dilaniante partita del sopravvivere, nell’abisso che separa il “finito” che ci circonda (e ci opprime) da quell’infinito al quale sentiamo (o ci illudiamo) di essere tutti destinati.

Pietro e Paolo: povero, incolto e solido il primo; ricco, “coltivato” e fragile il secondo, crescono in una simbiosi nella quale ognuno è, allo stesso tempo, domande e risposte per l’altro. “A cosa ti serve – chiede Pietro – sapere le cose nei libri se poi non le hai mai viste veramente?”. “Ci sono un sacco di cose – replica Paolo – che si possono conoscere senza vederle. A questo servono i libri”. Simbiosi rispecchiata anche dalla grammatica, che chiede a verbi ausiliari e servili di aiutare gli altri. “Anche nella grammatica, come nella vita – riflette Fois – c’è chi comanda e chi obbedisce”.

Pietro e Paolo condividono la maledizione di essere due “ragazzi del ’99”. La loro amicizia verrà travolta dalla follia assurda di quella che, con aggettivazione impropria e per certi versi immorale, abbiamo battezzato Grande guerra. Guerra di trincea, nella quale “si viveva sepolti pur essendo vivi, e una volta morti si rischiava di imputridire all’aria aperta, senza una tomba, incastrati nei fili spinati”, dove “l’urlare dei feriti e il rantolo dei moribondi”, anche se di fronti e razze opposte, “hanno un linguaggio sorprendentemente identico”.

Con una lingua densa e sapida – ricca di lessico e costrutti non ordinari – che spesso sconfina nella poesia, Marcello Fois firma una piccola Iliade. Un Canto tragico, che mette di fronte al senso stesso della vita (“non è proprio questo che accade nel cammino?”), ricordando come la serenità sia frutto dell’incoscienza (“Più si diventa coscienti e più si diventa adulti. E più si diventa adulti meno si è sereni”) e gli umani debbano “trovare dentro sé stessi le energie per sopravvivere. Per sopportare. Per andare avanti”.

Non dirò della trama. Credo sia altrove il sale di una riflessione. Proverò, invece, a lasciar intuire vertigine e senso di un travolgente conto alla rovescia (dubito sia casuale la numerazione inversa dei capitoli) verso l’inevitabile. Inevitabile, attenzione, non prevedibile. Tutt’altro che prevedibili, infatti, sono tutti gli snodi essenziali di un romanzo nel quale nulla avviene secondo i piani, apparentemente perfetti e in realtà effimeri, di noi umani, mentre ogni cosa ricorda quanto diverso sia ciò che diventiamo rispetto a quello che avevamo pensato di poter essere.

Reggerà l’amicizia alla devastazione della guerra? Saprà Pietro mantenere la promessa fatta? Saprà Paolo – se di tradimento si è trattato – capire chi ha davvero tradito chi? Le risposte, nello struggente dialogo finale nel quale silenzi e sguardi contano ancora di più dei fulminanti scambi di verità tra due ragazzi che, a soli vent’anni, portano in fondo all’anima il piombo di uno dei più grandi orrori del Novecento: “Sei tornato?”, “Non me ne sono mai andato”; “Come mi hai trovato?”, “Non ti ho mai perso”.

Pietro e Paolo

Marcello Fois

Pagine: 148

Prezzo: 17,50

Editore: Einaudi

“1994”, la Storia si mangia la storia: B. e Bossi sono più forti dei personaggi

Pronti via ed è subito 1994. Ci sono il famoso discorso della discesa in campo di Berlusconi (“L’Italia è il Paese che amo…”), la sfida in tv con Occhetto e i manifesti del miracolo italiano. Il Polo delle Libertà vincerà le elezioni ma le smanie di Bossi faranno cadere il primo governo Berlusconi nel giro di pochi mesi: niente spoiler, è tutto sui libri di storia!

Con gli otto episodi di1994(dal 4 ottobre su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno) torna la serie “nata da un’idea di Stefano Accorsi” che ricostruisce gli anni che hanno cambiato l’Italia a cavallo tra la Prima e la Seconda Repubblica. Un compito tanto ambizioso quanto complicato, da un lato perché il genere politico non è mai stato davvero esplorato dalla serialità italiana e dall’altro perché raccontare vicende e personaggi di un passato ancora fresco nella memoria non è mai semplice.

La serie è articolata in tre atti: 1992rappresentava la rivoluzione,1993il terrore, ora è arrivato il momento della restaurazione. Solo tre dei protagonisti della prima stagione sono arrivati fino in fondo. La mina vagante della Lega Nord Pietro Bosco, l’ex soubrette ora parlamentare di Forza Italia Veronica Castello e Leonardo Notte, il personaggio interpretato da Accorsi, assurto al ruolo di consigliori di Silvio Berlusconi (“Mai vittima, mai in difesa, attaccare, sempre attaccare” gli dice prima del duello televisivo con Achille Occhetto). Le loro vicende si intersecano con quelle dei veri protagonisti dell’Italia dell’epoca, dal Cavaliere ad Antonio Di Pietro, da Massimo D’Alema a Umberto Bossi, da Marcello Dell’Utri ad Alessandra Mussolini.

Ma l’impressione è che nella terza e ultima stagione si perda la giusta distanza. I protagonisti sono talmente vicini al centro del potere che la loro storia finisce per coincidere con la Storia, i personaggi reali si prendono spesso la scena relegando quelli di fantasia al ruolo di aiutanti. Più che di 1994 si finisce a parlare del 1994: cosa ci ricordiamo di quegli avvenimenti, le somiglianze fra il Berlusconi della serie e il Berlusconi reale, fra il Bossi della serie e il Bossi reale, eccetera eccetera.

 

Quei prevedibili “Crimini coniugali”

Ultima venne la Francia: dopo il Nord Europa degli Ibsen e c. e il Sud dei Pirandelli nostrani, anche le Reza d’Oltralpe si sono finalmente accorte – e appassionate – delle scaramucce coniugal-borghesi. È il Terzo millennio, però: sorge più d’un sospetto che i coniugi e i borghesi si siano estinti nel Novecento. Ma tant’è.

Piccoli crimini coniugali dello scrittore francese Éric-Emmanuel Schmitt è una pièce del 2003, trasposta perfino al cinema nel 2017 da Alex Infascelli, con Sergio Castellitto e Margherita Buy (il film più famoso tratto da un’opera di Schmitt resta, però, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano): ora a dirigerla e interpretarla è Michele Placido, in palco con Anna Bonaiuto e in tour fino a metà novembre.

La trama, in breve: Marco e Lisa sono una vecchia coppia in crisi, aperta ma non troppo. Da bravi bobo (bourgeois-bohème), lui scrive romanzi gialli, lei beve, e occasionalmente dipinge quadri minimalisti. Dopo un misterioso incidente domestico, e un trauma cranico, l’uomo ha perso la memoria, mentre la donna approfitta dell’amnesia per manipolarlo, tentando cioè di riplasmarlo come il marito ideale che non è mai stato.

Sfuriate, sceneggiate, scenate di gelosia, pianti, ricatti, tradimenti, logorio, noia, amplessi mancati: dal corredo matrimoniale non manca nulla, nemmeno le riconciliazioni dopo le tempeste nei bicchieri d’acqua perché la coppia è “condivisione del mistero” (?) e “ci tengo tanto a questo inferno. Almeno si sta al caldo”. Apperò, il matrimonio è un inferno: fine dell’idea, peraltro sempre la stessa.

Schmitt, tuttavia, è un autore sottile e fa rotolare in avanti l’intreccio grazie al piccolo giallo sull’incidente domestico: piccolo perché prevedibile e piccolo perché piccoli, appunto, sono i “crimini coniugali”, come il titolo di un romanzo noir del protagonista (l’escamotage metalinguistico non poteva mancare). Ma se i coniugi sono “due assassini”, in gara l’un l’altro per uccidersi, perché non lo fanno? Perché – metaforicamente – compare la pistola, ma non spara mai, come insegna il maestro Cechov? Sono davvero troppo piccoli questi crimini: psicologici, sentimentali, cerebrali, noiosetti.

L’allestimento è pulito ed elegante, dalle scene (Gianluca Amodio) alle luci (Pasquale Mari); viceversa le musiche di Mauro Di Maggio e Luna Vincenti suonano un poco didascaliche, enfatizzando una suspense non sempre credibile. Tutto si regge sulla magistrale interpretazione degli attori, l’autoironico Placido e l’intensa Bonaiuto, ma il canovaccio – pur appollaiato sulle spalle di due giganti – piccolo è, e piccolo resta. Quasi nano.

Piccoli crimini coniugali (di Éric-Emmanuel Schmitt), Roma, Teatro Quirino, fino al 13 ottobre; poi in tour fino al 12 novembre (a Carrara, Scandiano, Carate Brianza, Savigliano, Vercelli, Alba)

 

“Gli indifferenti” nuova versione con Pesce e Bruni Tedeschi

Dopo aver rivelato il suo talento brillante come conduttrice di vari programmi in tv e in radio, Andrea Delogu sta per debuttare nel cinema recitando in Divorzio a Las Vegas, una commedia prodotta da Rodeo Drive e diretta da Umberto Carteni tra Roma e il Nevada che ha come protagonista maschile Giampaolo Morelli accanto, tra gli altri, a Ricky Memphis e Gianmarco Tognazzi.

Sono iniziate tra Napoli e Gaeta le riprese di Lacci, il nuovo film di Daniele Luchetti tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone – qui anche sceneggiatore con il regista e con Francesco Piccolo – interpretato da Silvio Orlando, Laura Morante, Alba Rohrwacher e Luigi lo Cascio per Oplon Film e Rai Cinema. In scena le vicende di Aldo e Vanda che si sposano e hanno due figli, fino a quando l’uomo cerca di liberarsi dai “lacci” che lo imprigionano in un matrimonio al capolinea. Dopo il ritorno a casa del marito “traditore” a distanza di anni, i due protagonisti anziani si trovano a fare un bilancio amaro della propria esistenza.

A 55 anni dalla celebre trasposizione di Francesco Maselli, il romanzo Gli indifferenti di Alberto Moravia viene riproposto al cinema da Leonardo Guerra Seràgnoli in una nuova versione prodotta da Indiana e Vision con Edoardo Pesce, Valeria Bruni Tedeschi, Giovanna Mezzogiorno, Vincenzo Crea e Blu Yoshimi come interpreti principali.

Reduce dal successo del recente Sette giorni senza mamma Valentina Lodovini è tornata sul set come protagonista di una nuova commedia diretta da Guido Chiesa e prodotta da Colorado Film per Medusa. Si intitola Cambio tutto, è interpretata anche da Libero De Rienzo, Neri Marcorè e Nicola Nocella e racconta tutto quello che succederebbe se una donna sempre educata e rispettosa iniziasse a dire tutto quello che pensa davvero.

La vita animale non è questione di lana caprina

Li avevamo lasciati, nella loro prima avventura extra-televisiva del 2015, a saltare staccionate, addormentare fattori e scimmiottare Il silenzio degli innocenti, che in originale è The Silence of the Lambs e così si capisce meglio l’impiego. Quattro anni più tardi, sempre serviti dalla mesmerizzante Aardman Animations, Shaun e gregge tornano a brucare il grande schermo, facendo di codice binario – plastilina e stop-motion – fantasia al potere, sebbene non alla parola: belati, grugniti e rumori assortiti a mo’ di Esperanto, e più non dimandare. Non è questione di lana caprina, ma di slapstick pecorino: Shaun e compagni seguitano a combinarne di ogni, mandando ai matti il cane da pastore Bitzer, turlupinando il fattore ipovedente e preparandosi a incontri ravvicinati del terzo tipo.

Già, alla fattoria di Mossy Bottom arriva dallo spazio profondo Lu-La, una creatura aliena che di incontenibile non ha solo la simpatia ma pure i ruttini: riusciranno Shaun, Bitzer e armenti vari a tenerla lontana dalle grinfie dell’Agente Red e dei suoi scagnozzi governativi chiamati a sincerarsi dell’esistenza di forme di vita extraterrestri?

E.T. telefono casa, il canovaccio è quello, ma a ventiquattro anni dall’esordio nel corto Una tosatura perfetta (1995) la pecora col muso a latere continua a eseguire il proprio lavoro in maniera impeccabile: far ridere all’unisono grandi e piccini, gettando il cuore oltre l’ostacolo, il buonumore oltre lo steccato, la luce oltre la siepe. Quanto abbiamo bisogno di personaggi così, vivi, dirompenti, mai posticci, nel deserto di immagini e immaginario dell’animazione, e non, contemporanea?

Nata al soldo di Wallace & Gromit, ben pasciuta dalla mangiatoia televisiva, ora si può perfino permettere un sequel cinematografico che ampliandone gli orizzonti in chiave fantascientifica, in realtà, non fa che confermarne la forza elementare, terragna, cinetica: alieni e agenti governativi lasciano il tempo che trovano – Lu-La ha le stimmate del marketing, siamo seri – è ancora e sempre Shaun a rubare la scena, facendo di vita da pecora divertimento per umani.

Ovvio, il citazionismo spinto non mancherà di eccitare gli adulti più cinefili, ma i registi Will Becher e Richard Phelan trovano le cose migliori quando rimangono attaccati al vello di Shaun: gli Ufo allettano, gli alieni stupiscono (?), i parchi a tema – l’eponimo Farmageddon – giganteggiano, al pecorino nostro basta esistere per avvincere. Può mettere la testa a posto, solidarizzare col cane e alternarsi tra angelo e monello, gli concediamo tutto, perché l’alieno de facto è lui.

Non il solito cartoon, dunque, non le solite pecore da contare per addormentarsi, tra “lo stile compositivo di Kubrick e la tecnica che Spielberg usa per coreografare i movimenti della macchina da presa” gli umili geniacci della Aardman hanno risvelato l’arcano: un belato ci seppellirà.

Da Urbino a Londra: viaggio alla riscoperta del genio – 500 volte RAFFAELLO

Urbino. Al numero 55 di quella che oggi si chiama Via Giuseppe Mazzini, la casa natale di Raffaello Sanzio (1483-1520) a 500 anni dalla sua morte è ancora qui. È un palazzetto di due piani trasformato in museo nella seconda metà dell’800 che ospita l’Accademia Raffaello.

Al piano terra, dove oggi persiane di legno ben serrate confinano con gli ingressi di un supermercato e un esercizio di souvenir (a tema artistico, ça va sans dire), si trovava la bottega del padre, il meno noto pittore Giuseppe Santi, umanista attivo alla corte urbinate. E se non fu il maestro del figlio – non ne ebbe, e anche quando scoprì Leonardo e Michelangelo, gli servirono da modelli che poi rielaborò – fu il suo demiurgo nell’arte del disegno. Il poco di Raffaello conservato in casa annovera l’affresco realizzato da giovanissimo Madonna col bambino e un disegno preparatorio al Mosé salvato dalle acque. Insieme a tele del padre, disegni di Bramante, copie di dipinti raffaelleschi, la famosa statua Raffaello Giovinetto di Alessandro Massarenti vi sono anche memorabilia come un calco del teschio del pittore donato dai Virtuosi del Pantheon (dove il sommo è sepolto).

Ma c’è una ragione se per omaggiare il genio di Raffaello – lui che normalmente, come sul bracciale de La Fornarina, si firmava Raphael Urbinas – iniziamo dalla sua Urbino. Perché oltre all’essere figlio d’arte, cruciale gli fu crescere in una patria favorita delle arti che, nella seconda metà del Quattrocento guidata dall’illuminato Duca Federico da Montefeltro, divenne uno dei principali centri del primo Rinascimento. Per dare un’idea del mecenatismo di quest’uomo d’armi e di lettere, basti pensare che la sua celebre biblioteca contava oltre 1.760 manoscritti.

A indagare il legame del pittore con i fatti, la città e i colleghi, ci pensa l’odierna mostra Raffaello e gli amici di Urbino (a cura di Barbara Agosti e Silvia Ginzburg) allestita a non più di duecento metri dalla casa natale, al Palazzo Ducale. Il percorso espositivo mette bene in sinossi 19 opere di Raffaello con altre 60 dei suoi “amici”: la pittura mariana del Sanzio, le luminose Madonna Colonna e Madonna Aldobrandini, sembra specchiarsi nelle pose e nei gesti delle Madonne di Gerolamo Genga e Timoteo Viti, suoi conterranei meno noti cresciuti insieme a lui; e ancora i pacifici volti raffaelleschi dei ritratti La muta, La gravida dialogano con soggetti del Perugino.

Assenti giustificate due opere feticcio di Raffaello, l’Autoritratto e la Madonna del cardellino, che saranno invece prestate dagli Uffizi alle Scuderie del Quirinale per la mostra romana nella primavera del 2020. Anche Milano rammemora l’urbinate con due eventi: già da marzo 2019, il grande cartone di recente restaurato per l’affresco vaticano La Scuola di Atene è esposto alla Pinacoteca Ambrosiana; e da oggi il Museo della Permanente inaugura Raffaello 2020, una mostra multimediale immersiva.

A Londra, la National Gallery (che possiede 11 Raffello, tra cui Madonna dei garofani) ha preposto per l’autunno 2020 l’esposizione Raphael e il Victoria & Albert Museum (che possiede 7 grandi cartoni per gli arazzi dei Santi Pietro e Paolo) riallestirà la Raphael Court. Mentre il Museo del Louvre ha in programma da maggio un percorso sul Rinascimento italiano.

Dunque, al tramonto dell’anno di Leonardo siamo già all’alba dell’anno di Raffaello, artista la cui opera – “che fa parire le cose vive”, scrive Vasari – è sempre attuale. Un esempio? Pensiamo ai famosissimi cherubini ai piedi della Madonna Sistina (conservata alla Pinacoteca di Dresda), a come siano diventati iconici grazie all’evoluzione pop in francobolli o marchi pubblicitari per jeans o porcellane.

Tuttavia, è da Urbino che chi vuol riscoprire Raffaello deve partire. Non soltanto perché sono in preparazione altre due mostre: Raphael ware. I colori del Rinascimento, sulla produzione cinquecentesca di ceramiche, e Sul filo di Raffaello con i cartoni realizzati per gli arazzi della Cappella Sistina.

Ma perché solo seguendo i passi dell’uomo, visitando le stanze della giovinezza e della formazione, si potrà sfiorare il mistero del genio di Raffaello.

Non solo il neonato: ecco l’elenco dei vicini-incubo

Buone notizie per tutti coloro che quando salgono sull’aereo e si ritrovano accanto un neonato posseduto da Belzebù, covano pensieri suicidi e sognano un secondo 11 settembre per mettere fine allo strazio dei vagiti disperati. La Japan Airlines ha introdotto l’icona “neonati” per i bimbi fino a due anni e al momento delle prenotazioni online appare sui sedili occupati dai piccoli. In questo modo, si può prenotare un sedile distante dalle belve urlatrici e non dover rispondere alle madri imbarazzate che “Sarà la pressione che fa male alle orecchie…” una cosa del tipo: “Siamo decollati sei ore fa, se fosse ancora colpa della pressurizzazione suo figlio ora sarebbe talmente compresso da essere buco nero e inghiottirci tutti”.

Io sono la prima a rallegrarsi di tale novità e non mi stupisce che sia stata introdotta dai giapponesi: sono un popolo così educato e formale che secondo me più di un bambino urlante, ad oggi, sugli aerei di linea ha finito per sostituire la ricciola nel sushi di bordo. Un mio amico marpione mi ha comunque spiegato che l’idea la trova un miglioramento solo parziale. Secondo lui infatti, bisognerebbe aggiungere, accanto all’icona neonato, anche l’icona “mamma single” a cui associare, eventualmente, l’ulteriore icona “e bona”. In quel caso lui ritiene che il bambino urlante accanto possa essere un valido escamotage per insidiare la madre fingendosi premuroso col piccolo, per poi chiuderlo brutalmente nella cappelliera appena ottenuto il cellulare della mamma single bona. Naturalmente il cinismo del mio amico non mi trova d’accordo, ma mi permetto timidamente di suggerire agli amici nipponici qualche altra categoria di viaggiatori a cui associare un’icona, in modo che chiunque prenoti possa tenersi distante da essa. Vado a stilare una lista di proposte:

a) viaggiatore “icona Ebola”. Solitamente di sesso maschile e di mezza età, il passeggero in questione è quello che dal decollo all’atterraggio starnutisce, tossisce, scatarra, sputa nel fazzoletto, si asciuga il sudore della fronte con lo stesso fazzoletto, emette rantoli simili a quelli del cane che sogna e cambia carnagione in una scala di colori che va da Francesca Dellera a Carlo Conti nella sola tratta Palermo-Lamezia Terme. L’averlo come vicino evoca film su epidemie e stragi batteriologiche su scala mondiale il cui focolaio è sempre il sistema di aria condizionata di un aereo. La paura del vicino di posto si placa solo quando a domanda precisa: “La vedo un po’ ammalata… dove si è preso questo brutto raffreddore?”, il comatoso non risponde, come ci si attendeva, “ero nello Zaire quando un gorilla che aveva appena finito di mangiare la carcassa di un maiale morso da un pipistrello, mi ha posseduto contro natura”, ma “a casa di nonna a Mondello le finestre sono tutte uno spiffero!”.

b) viaggiatore icona “rip”. È quel passeggero dotato di un super potere raro e sovrumano che consiste nel cadere in un sonno simile alla pre-morte non appena la hostess dà il benvenuto a bordo. Da quel momento nulla lo sveglierà. Né l’odore della colazione intercontinentale, né gli avvisi del comandante, né una turbolenza con vuoti d’aria di 800 metri in picchiata, né un dirottamento con lancio di granate tra i sedili. Se siete vicini di posto di un passeggero del genere e avete il posto finestrino, sappiate che in caso di urgenze urinarie, il sacchettino per il vomito ha una capienza di 400 ml.

c) passeggero icona “tarantola”. Appartiene a questa temutissima categoria quel passeggero tarantolato che siede nel sedile dietro di te e, causa ipercinesia devastante, inizia a scalciare tipo montone condotto al macello. Tu inizi a fare le parole crociate e lui ti pianta la rotula tra la nona e la decima vertebra. Tu provi a dormire e tira calci come fosse al nono mese, in odore di espulsione. Tu guardi un film e lui tira su e giù il tavolino facendoti perdere la trama. Di solito la faccenda si risolve con la testa che all’ennesimo calcio sull’osso sacro ruota all’indietro e con un’occhiataccia da incenerire la Fenice senza che possa mai più risorgere.

d) passeggero icona “Bolt”. È un evergreen. Si tratta di quel passeggero che non appena l’areo poggia le ruote sulla pista si alza di scatto per avventarsi per primo sulla cappelliera e riappropriarsi del suo bagaglio a mano. Non ho mai capito cosa temano questi passeggeri. Probabilmente che tutti scendano dall’aereo senza di lui, che qualcuno chiuda il portellone mentre lui sta ancora tirando giù la sacca della Nike e che il Boeing su cui si trova finisca in una gigantesca pressa poiché era la sua ultima tratta prima della rottamazione.

e) passeggero “whatsapp”. È quello che al decollo non spegne il telefono e mentre l’aereo accelera in pista tu noti che sta ancora mandando cuoricini alla fidanzata e a quel punto lo odi di un odio profondo e cattivo perché già vedi i pompieri spegnere la carcassa del tuo aereo sulla pista e i titoli dei giornali di tutto il mondo il giorno dopo “236 passengers died because of an emoticon”.

f) passeggero icona “Matteo Renzi”. È un passeggero solo, su un aereo vuoto, con i posti comprati tutti da lui e una monetina da 5 centesimi con cui sta grattando la scritta Easyjet dal sedile davanti per scrivere sopra con l’Uniposca “Air Force One”.

La guerra ai Biden, dopo l’Ucraina Trump vuole chiedere aiuto alla Cina

Diventa una ragnatela mondiale l’intreccio di contatti di Donald Trump per screditare, ieri e oggi, i suoi rivali democratici. L’Italia c’è dentro, come l’Australia, ma i cardini sono la Russia nel 2016 e l’Ucraina verso Usa 2020. Il magnate presidente, però, non esclude di tirarci dentro la Cina, ora che l’Nbc scopre che Hunter, il figlio di Joe Biden, battistrada per la nomination democratica, faceva affari anche lì.

Trump lo showman non è pentito, o almeno non mostra di esserlo, della telefonata fatta il 25 luglio al presidente attore ucraino Volodymyr Zelensky, all’origine del procedimento di impeachment contro di lui: “Se fossi Zelensky, indagherei sui Biden”, dice ai giornalisti lasciando la Casa Bianca per la Florida. E snobba i moniti dei democratici a non cercare d’insabbiare l’inchiesta. Il magnate presidente è iper-attivo: di giorno in giorno inasprisce le posizioni – sui migranti, e acutizza i conflitti sui dazi con l’Ue. Con la Corea del Nord del dittatore amico Kim Jong-un mostra, invece, tolleranza: “Ci vuole parlare e le parleremo”. Una ripresa dei colloqui è prevista domani, nonostante l’ennesimo test missilistico effettuato ieri da Pyongyang.

Gli Usa negoziano pure con la Cina: la prossima settimana, una delegazione di Pechino arriverà a Washington per riprendere le trattative commerciali.

Ma il tono di Trump resta minaccioso: “Se la Cina non farà quello che le chiediamo, abbiamo diverse opzioni”. Ha già chiesto aiuto al presidente cinese Xi Jinping sul ‘caso Biden’? “Non l’ho ancora fatto, ma è qualcosa cui dovremmo pensare”. In Congresso, va avanti l’indagine per l’impeachment di Trump avviata dopo che una talpa, agente della Cia, ha denunciato la richiesta a Zelensky di indagare sui Biden. Depone Kurt Volker, inviato degli Usa in Ucraina, dimessosi il giorno dopo lo scoppio del caso. Volker stabili il contatto tra un consigliere di Zelensky e Rudy Giuliani, l’avvocato di Trump, che voleva promuovere le richieste del magnate con emissari ucraini. Secondo l’Ap, Volker lo scorso anno incontrò un alto dirigente della società energetica per cui lavorava Hunter.

Nella sua ragnatela anti-dem, Trump ha coinvolto un sacco di suoi collaboratori, i responsabili della Giustizia Barr e degli Esteri Pompeo e il suo vice Mike Pence, che non sarebbe però stato consapevole d’essere una pedina del gioco. Giuliani, un protagonista della vicenda, chiese consiglio su come trattare con gli ucraini a Paul Manafort, il manager della campagna di Trump nel 2016, condannato per avere fatto azione di lobby illegale per la Kiev ‘pro russa’.