Il convertito uccide i colleghi. La strage di poliziotti a Parigi

L’assalitore era un funzionario dell’amministrazione francese, 45 anni, un analista informatico della DRPP (Direction du Renseignement de la préfecture de police de Paris). Un collega “della maison con vent’anni d’esperienza”, diceva ieri Loïc Travers, segretario della sezione regionale del sindacato Alliance Police, che lo conosceva. “Un funzionario apparentemente modello, che non ha mai presentato problemi comportamentali”, ha aggiunto il ministro dell’Interno, Christophe Castaner. Non c’è mai stato in lui “il minimo segno di allerta”.

Ma ieri Mickaël Harpon nato a Fort-de-France, nell’isola francese della Martinica, ha accoltellato a sangue freddo quattro colleghi, tre uomini, tutti e tre poliziotti, e una donna, anche lei funzionaria amministrativa, ed è lui stesso morto nella strage, colpito da un agente che gli ha sparato con l’arma di servizio. Una quinta persona, ferita a una spalla, è ricoverata in ospedale. È successo tutto in pochi minuti, intorno alle 13. Il luogo, la sede centrale della prefettura di polizia, una “fortezza”, la definivano ieri i media francesi, nel cuore di Parigi, l’Île de la Cité, proprio vicino alla cattedrale Notre-Dame. L’arma, un grosso coltello di ceramica. E il movente? Un’inchiesta per omicidio e tentato omicidio è stata aperta e affidata alla polizia criminale di Parigi. La casa del funzionario, a Gonesse, nella regione di Parigi, è stata perquisita e la compagna fermata per essere interrogata. Ma cosa sia stato all’origine del raptus omicida ancora non è chiaro.

La pista della radicalizzazione ieri non sembrava quella privilegiata. Stando a Bfm Tv, l’uomo si sarebbe convertito all’Islam un anno e mezzo fa. Si è anche sospettata la presenza di un complice sul posto che sarebbe riuscito a scappare. Secondo molte fonti, gli inquirenti starebbero piuttosto indagando su un “conflitto personale”. Forse degli attriti con un superiore o un diverbio tra colleghi. I fatti si sarebbero svolti in questo modo: l’uomo, che aveva problemi di udito, ha lasciato il suo ufficio e, armato di coltello, è entrato nell’ufficio di una collega e l’ha accoltellata, poi ha continuato a camminare e ha ucciso un primo agente. Nella fuga ha poi colpito a morte altri due poliziotti. In cortile, un poliziotto armato di un fucile mitragliatore gli ha intimato più volte di gettare il coltello, poi ha sparato. Il quartiere, molto turistico, è stato subito isolato, i ponti chiusi, lasciando Parigi nello stupore. Colpisce infatti, che la strage di ieri sia capitata in un momento delicato e di grande tensione per la polizia nazionale francese.

Appena due giorni fa, mercoledì, una grande manifestazione si è tenuta a Parigi, tra la place de la Bastille e la place de la République: la “marcia della collera” che ha riunito più di 20 mila poliziotti e le loro famiglie. Un fatto raro, poiché l’ultima manifestazione di questo tipo risale al 2001. I poliziotti denunciano da tanto tempo il degrado delle condizioni di lavoro, le ore di straordinari non pagate che si accumulano, i turni impossibili, i mezzi e il personale insufficienti, la mancanza di umanità nella gestione del lavoro e nei rapporti con la gerarchia. Ma anche la sofferenza legata al fatto di sapersi bersaglio dei terroristi, dopo gli attacchi di Magnanville e sugli Champs Elysées del 2017. Delle misure sono state annunciate dal governo nei mesi scorsi, dei nuovi planning di lavoro e il reclutamento di personale. Ma dall’inizio dell’anno sono stati 52 i poliziotti che si sono suicidati in Francia.

Nigeria, neonati in vendita: la “fabbrica dei bambini”

La polizia nigeriana ha scoperto e sgominato una banda di criminali che attirava le donne a Lagos, la megalopoli capitale commerciale del Paese, le costringeva a prostituirsi in modo tale che restassero incinte e poi vendeva i neonati a famiglie che non potevano avere figli. Non è la prima volta che nel più popoloso Paese africano viene individuato questo tipo di attività criminale. I piccolini potevano essere acquistati per una cifra intorno ai 1.300 euro per i maschietti e 750 per le femminucce. La polizia del Lagos State domenica ha fatto irruzione in una palazzina e liberato una ventina di ragazze in stato di gravidanza, tra i 15 e i 28 anni. Ma il 1° ottobre un altro gruppo di sette giovani incinte, dai 13 ai 27 anni, è stato individuato mentre si stava recando nella palazzina in attesa del parto.

La polizia ha fatto irruzione nella casa degli orrori dopo che alcuni vicini avevano notato comportamenti sospetti degli abitanti; sono così state arrestate due donne, Happiness Ukwuoma, 40 anni, e Sherifat Ipeya, di 54. Apparentemente infermiere per assistere le donne fino al parto e nei giorni successivi fino alla vendita del loro piccolo. Gli agenti hanno rintracciato anche quattro neonati pronti a essere venduti. La polizia ha annunciato di aver lanciato una caccia all’uomo, anzi alla donna, per arrestare la maggiore sospettata del traffico, l’organizzatrice dell’abietto business: la signora Oluchi, un’anziana madre di cinque figli. I racconti delle donne che venivano da zone anche abbastanza lontane da Lagos sono raccapriccianti. Le malcapitate erano convinte dai loro aguzzini a scendere nella megalopoli con la promessa di un lavoro redditizio.

Una delle ragazze salvate, intervistata dal quotidiano Vanguard che ne ha garantito l’anonimato, ha rivelato: “Un mio amico che ha lasciato il villaggio l’anno scorso per andare a Lagos mi ha telefonato dicendomi che una signora cercava qualcuno che l’aiutasse in casa. Pareva un buon lavoro. Ho preso in prestito del denaro e sono partita.

Una donna mi è venuta a prendere alla fermata dell’autobus e mi ha portato qui (la palazzina degli orrori, ndr). Il giorno dopo, sono stata convocata dalla maitresse. Non avrei lasciato i locali fino al prossimo anno, mi ha detto. Mi sono messa a piangere, ero disperata. I miei clienti venivano di notte per fare sesso con me. Finora ho dormito con sette uomini diversi prima di scoprire di essere incinta”.

“La signora mi ha spiegato – continua il racconto – che dopo la nascita e la vendita di mio figlio sarei stata pagata profumatamente e, se avessi deciso di partire, a qual punto avrei potuto. Sono al sesto mese di gravidanza. Non ho potuto contattare il mio amico perché il telefono mi è stato sequestrato e non ho più potuto contattare nessuno”. Il 1° ottobre invece sette ragazze sono state individuate a una fermata degli autobus extraurbani. Qualcuno ha notato che erano tutte incinte e ha avvisato la polizia. Erano in attesa di qualcuno che avrebbe dovuto venire a prenderle per portarle nella palazzina dove era stato appena scoperto il traffico di neonati. Ma all’appuntamento è arrivata invece la polizia che ora indaga per capire se in quell’edificio non solo ci fosse costrizione e violenza, ma se fungesse anche da centro di raccolta di quelle madri che volontariamente volessero disfarsi del loro bimbo, guadagnandoci qualcosa. Non è la prima volta che in Nigeria e nei Paesi limitrofi vengono scoperte “baby factory”. Fanno affari lucrosi secondi solo alla frode e al traffico di droga. I neonati servono per soddisfare sia il mercato nazionale e che quello internazionale. Se sono fortunati, i piccoli vengono comprati da coppie impossibilitate ad avere un figlio, pronte a pagare cifre esorbitanti. Altre volte i neonati vengano ceduti a sette i cui rituali prevedono perfino mutilazioni e sacrifici umani.

Nel 2014 è stato scoperto un traffico di minori tra Niger e Nigeria. Venne arrestata una delle mogli di Hama Amadou, ex portavoce dell’Assemblea Nazionale del Niger, oggi in esilio tra Francia e Benin. La donna era finita dietro le sbarre insieme ad altre personalità di spicco del mondo degli affari, militari e politici, come l’ex ministro dell’agricoltura di Niamey. Il processo, un anno dopo, si è concluso in un nulla di fatto. La Corte ha lasciato cadere le accuse e si è dichiarata “incompetente a giudicare un caso del genere”.

Gualtieri ha un grosso problema: il telefono

Oggi vorremmo occuparci di Roberto Gualtieri. No, mica per quei numeri ballerini sul rapporto deficit-Pil che a fine 2019 è previsto salire magicamente di tre punti rispetto alle stime di luglio per poi abbassarsi altrettanto magicamente l’anno dopo della stessa cifra. Ma no, neanche per quell’inflazione ringalluzzita che l’anno prossimo dovrebbe spingere il Pil nominale (quello che tiene appunto conto del rialzo dei prezzi) a un lusinghiero +2% che aggiusta tante cose. No, no e no, neanche per quella bizzarria di mettere a bilancio 7 miliardi di recupero dell’evasione ricavata penalizzando chi paga in contanti (ma a chi lo fa in nero che gliene frega?). Vorremmo invece sottolineare un passaggio marginale dell’intervista di ieri al Corriere della Sera. Quello in cui a un certo punto suona un telefono sulla scrivania del ministro e lui chiama un tale Giorgio: “Di nuovo questo criptooo… Squilla un’altra volta!”. Riferisce il cronista: dacché è arrivato al ministero “Gualtieri ha imparato che sul suo tavolo ci sono due telefoni normali e una terza linea così riservata che nessuno ha ancora capito come si risponde. Un gruppo di collaboratori si materializza e prende possesso del telefono. Gualtieri, europarlamentare fino a un mese fa, si rilassa”. Insomma, il ministro e il suo staff stanno lì da un mese e non hanno ancora capito come funziona la linea riservata. È grazie a questa consapevolezza che, da ieri, la veridicità dei numeri della cosiddetta “Nadef” ci pare un problema del tutto secondario.

È Raffaello ad aver inventato la tutela del patrimonio

Raffaello grandissimo pittore e architetto, certo, ma chi parla dell’immenso pioniere della tutela archeologica e architettonica? Non ho notizie di mostre che illustrino questo aspetto più che mai attuale del pensiero e dell’azione di conservazione che egli progettò. Forse disturba i “vandali” odierni, i violatori di paesaggi e centri storici?

Cinquecento anni fa, Raffaello, nominato da Leone X, soprintendente alle antichità di Roma, scrive al papa assieme a un fine politico, Baldassar Castiglione, a lungo alla corte della sua Urbino, una strepitosa “Lettera programmatica”. La valorizzazione di essa è il frutto felice di un dottorato di ricerca del professor Francesco Paolo Di Teodoro alla Sapienza con Marisa Dalai. Merito notevolissimo.

Raffaello vi esprime – in una lingua che probabilmente è quella del Castiglione – concetti di raro coraggio, lucidità e antiveggenza, polemizzando in modo durissimo anche coi pontefici che hanno preceduto Leone X. Ho preferito “tradurre” in un italiano corrente il testo.

Ma sentite cosa scrive: “Guardo alla Roma odierna come al cadavere, quasi di una nobile patria, un tempo regina del mondo e ora così miseramente lacerata (…)”. E prosegue come in una invettiva: “Ma quanti pontefici, Padre Santissimo, che avevano il medesimo vostro ufficio (ma non già come voi sapere, valore, clemenza e grandezza d’animo), sottolineo Pontefici, si sono applicati a distruggere templi antichi, statue, archi e altri edifici gloriosi!”.

Raffaello li enumera “non senza grande commozione”: la Meta in via Alessandrina, l’Arco all’entrata delle Terme di Diocleziano, il Tempio di Cerere nella Via Sacra, una parte del Foro Transitorio, arsa pochi giorni prima per farne calcina, gran parte della Basilica del Foro, e poi colonne, architravi, bei fregi spezzati. “Annibale non avrebbe fatto di peggio”. I responsabili? Per esempio il vescovo Bartolomei della Rovere, “fratello di papa Giulio II e nipote di papa Sisto IV”. E uno storico dell’arte che spopola ovunque ha affermato che Raffaello, uomo pacifico, dedito a continui amori femminili (è vero), “non ha mai litigato con nessuno”. Un pacioccone che non voleva rogne.

Raffaello imposta subito una carta a rilievo di Roma (i primi 40 fogli sono spariti da tempo). E detta regole diventate la base dei primi bandi granducali e pontifici, della prima legge organica di tutela (Pio VII, 1802-1820), delle nostre leggi, almeno fino alla Riforma/Deforma Franceschini: tutelare ogni cosa antica, fare dell’architettura nuova che gareggi in bellezza con essa, ma “senza distruggere più nulla della bellezza” ereditata, che fa “la gloria e la grandezza italiana” (“italiana”, nel 1519). “Questo è il nostro grande, immane compito e intento che perseguiremo con ogni severità ed energia”. Dove sono oggi queste civilissime virtù?

L’anniversario del movimento sopravvivente

Il Movimento 5 Stelle compie dieci anni, durante i quali tante cose sono cambiate e altre no. Resta per esempio immutabile il fatto che, agli occhi di quasi tutti i media, il M5S abbia a prescindere la peste. Era così anche nel 2005, quando il Movimento non esisteva ma il blog di Beppe Grillo era appena nato. E più ancora nel 2007 e 2008 con i primi due V-Day. La stampa, fatte salve rare eccezioni, non ci capì nulla e cadde dal pero. Da qui gli attacchi scriteriati a un nascente movimento definito demente e fascista, ignorante e sfascista, deficiente e qualunquista.

In dieci anni non è cambiata neanche la propensione a ritenere sempre in punto di morte il M5S, visto ai suoi albori come una sorta di riedizione dell’Uomo Qualunque. I 5 Stelle erano morti dopo lo streaming orrendo di Crimi e Lombardi; erano morti dopo la Waterloo delle Europee 2014, arrivata dopo il ridicolo mantra “vinciamo noi”; erano morti con l’avvento del nostro scontento di Renzi, che giocava al “più grillino dei grillini” e ovviamente gli ha regalato milioni di voti, perché in confronto a lui è preferibile pure una colica di reni. Ed erano morti – stavolta sul serio – dopo l’abbraccio con Salvini, che al governo non ha fatto quasi nulla, ma che gli ha sottratto linfa vitale giocandosi benissimo tutte le carte mediatiche che aveva. Il M5S è stato a un passo dalla decomposizione dopo la sberla delle Europee 2019 e gli osceni mesi successivi, durante i quali – per il terrore che la Lega staccasse la spina – si erano ridotti ad accettare tutto. Uno spettacolo inverecondo e vile. Il Dittatore dello Stato Libero di Papeete, col suo autogol fantozziano, gli ha ridato clamorosamente vita. Per questo, invece di avere sempre la faccia del marito cornuto, Di Maio dovrebbe far cortei per quel tradimento.

Nei dieci anni dei 5 Stelle, vissuti non senza trionfi inauditi (le Politiche di 2013 e 2018, Roma, Torino), non è cambiata neanche quella spocchia grillina di chi si sente unico onesto in mezzo a una selva purulenta di masserizia politica. E men che meno è mutata la (non) selezione della classe dirigente, affidata pressoché unicamente al caso: se hai fortuna becchi quello bravo, se ti va male son dolori. Da qui la galassia di parlamentari improbabili, che a volte finiscono addirittura al governo e – più spesso – fan di tutto per farsi buttare fuori, recitando poi la parte patetica del martire epurato.

Tante altre cose sono invece cambiate. La scomparsa di Gianroberto Casaleggio. Il no alla tivù, che ovviamente è caduto subito. Il limite dei due mandati, per ora saltato solo nei comuni attraverso la trovata aritmeticamente empia del “mandato zero”. Soprattutto: il no alle alleanze. È stato un obbligo e una scelta. Un obbligo, perché non avendo i numeri per governare da soli non potevano che dialogare con Pd o Lega: lo avevano detto mille volte prima del 4 marzo e in questo non c’è alcun “tradimento” o “trasformismo”, perché i 5 Stelle nascono post-ideologici e dunque geneticamente promiscui. Ma è stata anche una scelta, perché con il Pd si è andati oltre: ad esempio in Umbria, e forse più avanti anche in Calabria ed Emilia Romagna. Una mossa coraggiosa e intelligente, che però ha fatto inalberare tanto i massimalisti (gli stessi magari che su Rousseau salvarono vergognosamente Salvini sulla Diciotti) quanto gli anti-grillini di professione, secondo i quali i 5 Stelle han torto tanto se stanno con Salvini quanto se stanno con Zingaretti. È la famosa “teoria Antoine”: “sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre”. Così: a prescindere.

Il M5S festeggia i suoi primi dieci anni né da moribondo né da trionfante: da sopravvivente, piuttosto. Da convalescente che se ne sta – quasi controvoglia – al governo. Forse prossimo a guarire e forse no.

Atlantia, il bluff di Alitalia è svelato

Non sappiamo a chi sia venuta l’idea di utilizzare la crisi di Alitalia non per salvare Alitalia bensì la concessione autostradale di Atlantia. Ma è un’idea fallimentare, in grado di ottenere nessuno dei due obiettivi. Che Atlantia voglia salvare la concessione è un fine certamente non illecito, ma esso ha a che fare con i comportamenti e gli inadempimenti che hanno portato alla caduta del ponte Morandi e alla perdita di 43 vite umane, certo non col trasporto aereo. Solo in un paese con organizzazione pubblica arretrata, ante Max Weber, si può immaginare che un suddito in stato di colpa possa trattare col suo debole sovrano uno scambio per non subire una temuta penalizzazione. Invece in organizzazioni statali a burocrazia evoluta la decisione sulla revoca o la revisione di una concessione di cui è titolare un soggetto inadempiente è interamente amministrativa, non politica. Ed è una decisione interamente amministrativa, ma del tutto separata e indipendente, quella della scelta dell’acquirente migliore di un’impresa privata, temporaneamente commissariata perché in crisi.

La lettera inviata da Atlantia al ministro dello sviluppo economico sul tema della cordata e del piano di salvataggio di Alitalia non sembra, a torto o a ragione, consapevole di questi caratteri. Essa pone, per quanto riportato dagli organi di stampa, due questioni chiave. In primo luogo il piano industriale di Alitalia, predisposto da una nutrita e costosa schiera di consulenti di FS e da Delta, non è in alcun modo in grado di rilanciare il vettore e probabilmente neppure di salvarlo. In secondo luogo Atlantia non è in grado di impegnarsi nel progetto in assenza di certezze riguardo alla sua concessione. Da un punto di vista logico si tratta di due proposizioni ineccepibili ma le due condizioni richieste da Atlantia, la revisione sostanziale del piano da un lato e la garanzia del mantenimento della concessione dall’altro, sono entrambe irrealizzabili. La prima richiederebbe infatti alla potente Delta di comportarsi da normale investitore, desideroso di guadagnare in Alitalia e non da Alitalia, e dunque di rinunciare ai vantaggi commerciali che è in grado di estrarre da un accordo fortemente asimmetrico, nel quale la nuova compagnia nazionale altro non è che un piccolo e utile vassallo apportatore di profitti. In sostanza Delta dovrebbe, per soddisfare gli obiettivi di Atlantia, rinunciare ai suoi. Ma in tal caso uscirebbe dal progetto. Invece, restando così le cose, uscirebbe Atlantia. Dunque le due sono reciprocamente incompatibili e l’ipotesi più probabile è che escano entrambe, facendo cadere l’intero progetto come un castello di carte al primo soffio d’aria.

La garanzia del mantenimento della concessione è ancora più irrealizzabile. Chi potrebbe prometterla? La politica, ammesso che sia disponibile? Ma se la decisione è amministrativa e la burocrazia è indipendente dalla politica, chi potrebbe fare questa promessa? Non certo la burocrazia, non è previsto che possa fare promesse, né sarebbe in grado di anticipare l’esito di una procedura amministrativa complessa. In sintesi l’oggetto del desiderio di Atlantia si colloca pienamente nel campo decisionale dell’amministrazione, la quale segue precise procedure che determinano un esito finale non predeterminabile. Invece la politica, che è teleologica e non deontologica, questo oggetto nel suo campo non lo ha proprio e dunque potrebbe eventualmente dire cosa ne farebbe se lo avesse, ma non serve proprio a nulla dato che non può disporne.

A questo punto immagino che il lettore si ponga la seguente domanda: perché Atlantia chiede alla politica qualcosa che essa non può comunque garantire? La risposta è semplice: perché è stata abituata a chiedere, essendo sempre accontentata, e non ha ancora compreso che i tempi sono cambiati. Quando Autostrade per l’Italia fu ceduta dall’Iri nel 1999 vigeva la convenzione con l’Anas del 1997 la quale non prevedeva indennizzo, in caso di revoca della concessione, neppure nel caso di ingiusta causa. Nell’autunno del 2007, sotto il governo Prodi e con Di Pietro ministro delle Infrastrutture, l’Anas sottoscrisse una nuova convenzione che introduceva l’indennizzo per revoca anche in caso di giusta causa. Poiché la burocrazia non l’avrebbe mai approvata in via definitiva, nella primavera del 2008 essa fu esautorata e la convenzione approvata direttamente per legge sotto il nuovo governo Berlusconi. In cambio Atlantia divenne il capitano più coraggioso della cordata che rilevò l’Alitalia di allora. Dieci anni fa la politica, di sinistra e di destra, (si) concedeva con facilità ma ora per fortuna non è più possibile e persino il ministero delle Infrastrutture è diventato, almeno un po’, weberiano. Ma i media nostrani, distratti dalle gaffe vere o presunte di Toninelli, non se ne sono ancora accorti.

Mail box

 

Voto ai 16enni? I politici dovrebbero frequentarli

Finalmente si sta cercando un sistema per ridurre l’astensionismo! Ascoltare la gente? Cercare di fare interventi utili ai pensionati, ai disoccupati, ecc.? No di certo. È o non è il governo del cambiamento?

È quindi emersa una vera novità, far votare i sedicenni! Che, fieri della fiducia loro accordata, andranno a votare sicuramente. A noi, che sedicenni non lo siamo più da tempo, sorgono alcune perplessità e domande: i politici si rendono conto di quello che dicono quando parlano? Mi sembra che a livello elettorale ci siano già abbastanza problemi senza necessità alcuna di peggiorare la situazione. Il voto ai sedicenni? Grazie, no. Pensano che siano tutti come Greta? La maturità politica ha bisogno di un po’ di tempo per palesarsi. Frequentano forse i sedicenni nostrani? Nel pieno delle crisi adolescenziali? Vien da chiedere una cortesia ai politici che nostro malgrado ci rappresentano: per favore lasciateci tranquilli, senza novità, per almeno qualche giorno. Avrete così maggiori possibilità di ricondurci al voto, in caso contrario correte il rischio di essere votati solo dai sedicenni, per l’appunto.

Albarosa Raimondi

 

Il “Fatto” ha creato una comunità di spiriti liberi

Conservo gelosamente la prima uscita del Fatto e anche la sua ristampa. Poi l’ho acquistato quotidianamente. Solo giornalisti liberi potevano mettere in prima pagina l’incriminazione di Letta. E lo affermo con cognizione di causa avendo lavorato per molti anni a Palazzo Chigi e dintorni. Da allora non mi avete mai deluso. Anche quando non sono stato convinto da qualche vostro commento e vi ho manifestato il mio punto di vista avete pubblicato il mio dissenso e lo avete commentato. Così avete creato una comunità di spiriti liberi che è merce rara. Questo è il vostro migliore contributo alla speranza di un’Italia migliore.

Gian Carlo Lo Bianco

 

Scandite la mia settimana, non vi abbandonerò mai

Lunedì! Sveglia ore 6.15. Le Fattucchiere, la Storia di Nando dalla Chiesa, Selvaggia Lucarelli (pungente e simpatica quanto basta), Facce di Casta. Martedì: stamattina c’è Scanzi! Mercoledì: be’ la Truzzi e la Ranieri sono meravigliose. Giovedì: vediamo Piazza Grande cosa ci propina stamane. Venerdì: wow, Tomaso Montanari, quanto vorrei che fosse ai Beni Culturali, altro che Franceschini! Sabato e domenica: la mia mattinata senza gli editoriali del Trava comincerebbero con un vuoto pneumatico.

Da 10 anni scandite le mie stagioni, continuate a lavorare per me e non vi abbandonerò mai.

Anna Giulia Belletti

 

Nessun Tg ha riportato le notizie sull’Air Force Renzi

Per affossare Renzi (valga anche per Salvini-Savoini in pag. 8) basterebbe che qualche Tg nazionale, anche in chiusura di programmazione, riportasse in sintesi quanto pubblicato a pag. 2 e 3 del Fatto del 2 ottobre sull’Air Force Renzi pagato 26 volte tanto.

Trascorrendo molto tempo in casa mi è capitato di scivolare mio malgrado su Pomeriggio 5 di Barbara D’Urso: ogni commento è superfluo. Se il programma è vomitevole, peggio ancora mi preoccupa lo scarso numero di neuroni dello spettatore.

Paolo Mazzucato

 

Per salvare l’ambiente va combattuta la criminalità

Dirò delle “cose” forse banali finora non considerate dai governi che si sono succeduti finora. La difesa dell’ambiente passa per la lotta alla criminalità organizzata e, di conseguenza, la lotta alla criminalità organizzata dovrà passare necessariamente attraverso la difesa dell’ambiente. Non si capisce perché per i nostri politici è così difficile capire e anche solo nominare questo “binomio” antitetico ma indissolubile: criminalità/ambiente! È evidente, infatti, che se si vuole difendere veramente il territorio/paesaggio che ci ospita bisogna recidere, con forza e convinzione, tutte quelle connivenze che a vari livelli permettono alla delinquenza organizzata di distruggere l’ambiente in cui viviamo. Un efficace deterrente sarebbe avere il coraggio di applicare la legge sull’abbattimento dei vari “ecomostri” e case abusive disseminate ovunque dalla criminalità. Bisognerebbe approntare un piano sul ciclo di smaltimento dei rifiuti solidi urbani e speciali che si possa definire tale, ed attuare di conseguenza una rete pervicace di controlli. Anche solo affacciandoci oltralpe potremmo essere ispirati positivamente.

Paola Annicchiarico

 

Salvini, furbo, non ha voluto scontentare i suoi elettori

Siamo sicuri che la scelta di far saltare il governo giallo-verde sia stata un suicidio politico da parte di Salvini e non invece una grande furbata per sottrarsi all’onere di elaborare una legge di bilancio nella quale non avrebbe potuto mantenere le promesse sbandierate a destra e manca (manovra da almeno 50 miliardi, deficit oltre il 3 per cento e flat-tax)? Nel contempo ha anche evitato di approvare l’autonomia delle regioni che l’hanno chiesta, perché con i paletti messi dai 5stelle e da Conte avrebbe scontentato molti suoi elettori del nord e avrebbe abbattuto i consensi nel sud Italia.

Leonardo Mingiacchi

Hong Kong. La Cina è una “grande potenza”, ma non è ancora una democrazia liberale

Caro “Fatto Quotidiano”, ho notato una continua e preconcetta ostilità nei confronti della Cina, culminata nell’occhiello di mercoledì: “A Pechino… e a Hong Kong la polizia spara sui manifestanti”. Sicuramente, è una mia opinione, in Italia sarebbe capitato di peggio… Perché quest’odio preconcetto? Per quello che ci interessa, a noi che non viviamo in Cina, della Cina ci devono interessare soprattutto le manifestazioni “esterne”. La Cina è una grande potenza, assolutamente pacifica, mentre su Hong Kong mi sembra che manchi del tutto un’analisi. Che si rivendichi una maggiore democrazia, è una tesi irrealistica e quasi ridicola. La realtà diventa evidente se si fa il confronto con Macao… Forse i manifestanti stessi non hanno le idee chiare in proposito. Molti saluti e auguri di successo.

Ostilità, o addirittura odio, per la Cina? Sicuramente no, né da parte mia, né da parte del giornale. Simpatia per chi a Hong Kong manifesta da mesi, soprattutto per chi lo fa senza ricorrere alla violenza? Sicuramente sì, inevitabilmente sì: chiunque ha diritto di dire la sua nel rispetto della sicurezza e della libertà altrui. Ma se la protesta degenera in violenza, e se la protesta s’identifica con la violenza, la simpatia scema: il poliziotto che ha sparato ad altezza d’uomo doveva almeno sparare prima in aria; ma il ragazzo divenuto vittima non doveva aggredirlo brandendo un’asta.

Il problema, però, non è il fatto singolo, che è grave ma è – appunto – singolo. Il problema è il quadro d’insieme: quali che siano le ragioni profonde della protesta di Hong Kong, economiche, sociali, politiche, nostalgiche, o un mix di un po’ di tutto, i cittadini devono essere liberi di esprimerle, ovviamente senza violenza; e le autorità devono volerle e saperle gestire senza reprimerle ed essere disponibili al dialogo.

Ed è qui che la Cina “grande Potenza”, come lei correttamente la descrive, non è ancora “grande Paese”: ha costruito il suo straordinario sviluppo degli ultimi 70 anni su modelli che sacrificano, rispetto ai canoni occidentali, che non sono assoluti, ma che ci servono inevitabilmente di riferimento, la libertà di espressione, più in generale i diritti umani, in sintesi la democrazia.

In Cina non c’è. E magari i cinesi, molti cinesi, la maggioranza dei cinesi, non ne sentono l’urgenza, non ne avvertono la mancanza. I giovani di Hong Kong, però, forse perché ne hanno respirato un’essenza post colonialista, ne esprimono l’istanza. Mica possiamo dar loro torto.

Rifiuti, c’è il compromesso sblocca-riciclo

Spingere il più velocemente possibile sul riciclo dei rifiuti ed evitare nuove emergenze: dopo oltre un anno di tira e molla, il ministero dell’Ambiente sembra aver trovato il compromesso sulla norma cosiddetta End of Waste” che stabilisce in sostanza i criteri e le regole per poter avviare i rifiuti differenziati al riciclo e al riuso riducendo discariche e inceneritori e favorendo gli investimenti in questa direzione.

“L’intesa raggiunta dalla maggioranza parlamentare è una notizia che un’intera filiera di aziende italiane leader nella tecnologia green stava aspettando da troppo tempo– ha detto ieri il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che ha anche risposto alla sindaca di Roma sottolineando che sui rifiuti “non è stata lasciata da sola” e che “la cabina di regia tecnica non si è fermata neanche a Ferragosto. Ci sono gli atti firmati”.

L’emendamento è a prima firma della senatrice Vilma Moronese (M5S), inserito nel decreto sulle crisi aziendali. A bloccare il sistema del riciclo italiano era stata, a febbraio, una sentenza del Consiglio di Stato che aveva stabilito che il potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto (End of waste, appunto) compete solo allo Stato e non anche alle Regioni. A lungo si è quindi attesa una legge nazionale che avrebbe dovuto dare una direzione all’industria del riciclo, soprattutto per tutti quei prodotti non ancora regolati da leggi nazionali. Impossibile trovare un accordo, tra le regioni (e la Lega) che chiedevano una autonomia quasi totale e il ministero che voleva accentrare il più possibile la gestione. In mezzo, le aziende che prima di investire volevano garanzie, una cornice legale o comunque linee guida nazionali su quali rifiuti potessero essere trasformati e quali no. Il tira e molla tra M5s e Lega si era tradotto da un lato in un emendamento della Lega allo Sblocca Cantieri che, nel riportare le decisioni esclusivamente alle regioni, faceva riferimento a tecniche e materiali indicati in un decreto del 1998 e quindi non aggiornato sulle ultime innovazioni e dall’altro in una serie di decreti di Costa per sbloccare determinati trattamenti “urgenti”. Il testo, che dovrà ora essere approvato, trova una via di mezzo e accoglie anche le indicazioni delle associazioni, adeguando la normativa all’ultima direttiva europea.

Dal punto di vista delle Regioni, si affida alle Arpa, le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, il compito di rilasciare “nuovi provvedimenti autorizzatori adottati, riesaminati o rinnovati” sulla trasformazione del rifiuto, ma resta al ministero (ovvero all’Ispra, l’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) il controllo sulle autorizzazioni rilasciate, i criteri e sulla loro applicazione. Inoltre, si istituisce un “registro nazionale deputato alla raccolta delle autorizzazioni rilasciate”.

Bonomi & C. contro il governo: parte la guerra del dopo Boccia

Appena spenti gli echi dell’Inno di Mameli e dei lunghissimi applausi che hanno accolto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sul palcoscenico del Teatro alla Scala sale Carlo Bonomi, il presidente dell’Assolombarda. Si rivolge direttamente al presidente Giuseppe Conte, seduto in platea: “Mi rivolgo a lei, signor presidente del Consiglio. Sappia che noi apprezziamo vivamente l’impegno che ha assunto nel suo discorso parlamentare per la fiducia. Ma non dimentichiamo quello che abbiamo visto e sentito nei 14 mesi precedenti. Non possiamo dimenticare che quel governo ci ha promesso di cancellare la povertà, invece ci ha restituito alla stagnazione”.

È l’assemblea annuale dell’associazione che riunisce gli industriali di Milano. Bonomi la apre con una dura requisitoria contro la politica economica romana. “A ogni assemblea ci siamo ritrovati un governo che ci diceva che per Alitalia dietro l’angolo c’era una soluzione di mercato. Sono passati più di 28 mesi, il prestito ponte è diventato permanente e la soluzione non c’è ancora”. Alitalia, “che i partiti di destra e di sinistra chissà perché vogliono ristatalizzare”, è solo il primo esempio “per sottolineare le discontinuità vere che ci attendiamo”. No a “costose misure che non alzano il Pil, come Quota 100 e Reddito di cittadinanza”. No ad “azioni di unilaterale favore verso Russia e Cina”. No a “finte flat tax”. No all’aumento di debito e deficit, che vanno ridotti “non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché conviene a noi e ai nostri figli”. No “all’idea di tassare il contante”. No agli “aumenti retributivi uguali per tutti i lavoratori pubblici, quando nel privato la contrattazione responsabile premia” invece chi produce di più. No alla detassazione “del sapone sfuso o della pasta alla spina”, quando il problema è semmai “smettere di esportare rifiuti nel mondo pagando miliardi” e cominciare a costruire in Italia “gli impianti per trattarli, i rifiuti”.

C’è molta politica e poca impresa, nel “discorso della corona” di Bonomi, che potrebbe decidere di candidarsi come successore di Vincenzo Boccia alla guida di Confindustria. “La politica ha deciso di non ascoltarci”, scandisce Bonomi. “Non si guida un Paese da un balcone o da una spiaggia”: e qui scatta l’applauso a scena aperta. “Presidente Conte, non parlateci di nuovo umanesimo e di nuovo rinascimento. L’Italia è ferma. L’appello che le rivolgiamo è uno solo: questa volta, con la legge di Bilancio, stupiteci!”.

Unico tema davvero industriale toccato da Bonomi: le difficoltà del settore automobilistico, “cuore dell’industria”, con 6 mila imprese e oltre 159 mila addetti. La “crisi dell’automotive rischia di diventare la vera crisi industriale dell’Italia”: sia Conte, chiede Bonomi, ad avocare quel dossier e a scongiurare “un gap che potrebbe diventare incolmabile con il resto del mondo”. Il presidente di Assolombarda poi chiede opere pubbliche, cantieri da riavviare: “Non solo Tav, Gronda di Genova, Alta velocità nel Nordest e al Sud, Passante dell’A1 a Bologna”. Chiede il “ripristino integrale del piano industria 4.0” e un “sostegno strutturale alla ricerca e sviluppo”. Chiede tagli al cuneo fiscale di almeno 13 o 14 miliardi, “non certo i 2 miliardi di cui leggiamo”.

Le valutazioni positive sono per il presidente Mattarella e per il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, “un grande italiano”. Citato Aldo Moro: “Dobbiamo riscoprire una nuova stagione dei doveri”. Gli esempi virtuosi? Quelli che hanno portato l’Italia a vincere Expo 2015 e poi, a Losanna, le Olimpiadi invernali del 2026: “Ecco”, conclude Bonomi, “quello di Losanna è il presidente del Consiglio che ci piace”.

Conte ha letto dritto il suo discorso, dopo Bonomi, senza dialogo sui temi proposti, né polemica. Ha ricordato che “siamo la seconda manifattura d’Europa” e che “ogni euro sottratto all’evasione fiscale sarà impegnato per ridurre le tasse ai cittadini e alle imprese”. Le infrastrutture saranno potenziate, le opere pubbliche ci saranno, non solo strade e ferrovie, ma anche asili nido. Ha evocato un “Green New Deal”. Ha escluso “ogni forma di patrimoniale”. Ha promesso “un tavolo a Palazzo Chigi per il rilancio dell’edilizia”.

Bonomi, alla fine, posa per la foto con la tradizionale stretta di mano a Conte. Forse oggi comincia la sua campagna per la presidenza di Confindustria. Ha il sostegno del “sistema Milano”, ma è più manager che industriale e ha un concorrente di peso (per ora unico candidato ufficiale): Giuseppe Pasini, grande siderurgico, presidente degli industriali bresciani.