Il gelo di Delta, il piano in stallo è l’alibi per tutti

Il piano industriale commissionato dalle Ferrovie dello Stato e pagato oltre 5 milioni di euro, che avrebbe dovuto diventare la leva per risollevare Alitalia, sta funzionando paradossalmente al contrario. Sta diventando, cioè, l’ennesimo scivolone sulla strada del salvataggio della sfortunata compagnia di Fiumicino. I dirigenti di Delta, la compagnia di Atlanta invocata come ultima speranza, hanno accolto con estrema freddezza il progetto Fs su cui, del resto, il marchio della grande azienda americana non appare.

Al Fatto risulta che i dirigenti Delta non hanno neanche mai portato il piano alla discussione del consiglio di amministrazione. L’impianto del progetto Fs che il Fatto ha potuto consultare appare, in realtà, debole fin dai presupposti ipotizzando che possa crescere il fatturato mentre viene ridotta la flotta.

Oggi gli aerei Alitalia sono 118, nel giro di due anni dovrebbero scendere a 102 per poi risalire a 109 negli anni successivi. L’idea che con meno aerei si ottengano più ricavi poggia sulla convinzione che i jet possano essere sfruttati più intensamente con un aumento consistente, ma secondo gli esperti improbabile, di quello che in gergo chiamano block hour. Per mesi Delta ha fatto molta melina con Alitalia nascondendo quella che sarebbe la sua intenzione strategica vera: prendere tempo per sbarrare la strada all’ingresso della temibile concorrente Lufthansa. Alitalia è ormai a un passo dall’ennesimo fallimento, ma conserva una discreta capacità di collegamenti con il ricchissimo mercato del Nord America. Ed è proprio questo aspetto che fa gola alle grandi compagnie mondiali, Lufthansa in testa. Ed è proprio quello che Delta non vuole che si realizzi.

Delta è sempre sembrata poco convinta della bontà dell’affare Alitalia, e molti nell’ambiente dei voli si sono fatti l’opinione che stesse covando il momento buono per tirarsi fuori. La presentazione del debolissimo piano Fs potrebbe essere l’occasione per lo sganciamento finale che diventerebbe la pietra tombale sulla confusa operazione in corso. Ci sono molti fatti che inducono a pensare che Delta non abbia mai avuto molta intenzione di impegnarsi in Alitalia. Il primo e più importante risale a mesi fa, quando la grande compagnia americana decise di estromettere proprio Alitalia da Blu Skies, la joint venture transatlantica che oltre a Delta coinvolge Air France e Virgin, di cui le stesse Delta e Air France detengono l’80% del capitale. Nelle compagnie su cui punta, come la cilena Latam, Delta non esita a investire sul serio centinaia di milioni di dollari.

Se Delta si sfilasse dal piano di salvataggio, Atlantia, che è l’altra azienda privata che dovrebbe partecipare all’operazione, avrebbe più margini di manovra per usare strumentalmente la faccenda. Atlantia è entrata nella partita con l’obiettivo di salvare le sue concessioni autostradali messe in pericolo dal crollo del ponte Morandi, e di fatto sta usando Alitalia come strumento di pressione sul governo. Così come era successo dieci anni fa, quando i Benetton scambiarono con i governi di allora di centrodestra e centrosinistra l’impegno di entrare nell’Alitalia, già a quei tempi in crisi, con condizioni scandalosamente vantaggiose inserite nella convenzione autostradale. Ora Atlantia può scegliere di farsi scudo con lo scetticismo di Delta usandolo come alibi per tirarsi fuori dalla partita. O al contrario può adoperarlo per alzare la posta con il governo essendo diventati i soldi di casa Benetton più indispensabili di prima per tenere artificialmente in vita ancora per un po’ l’agonizzante compagnia di Fiumicino.

Atlantia ricatta il governo per salvare la concessione

Come era prevedibile, dopo mesi di stallo, il futuro di Alitalia è finito ostaggio di una guerra di ricatti incrociati dove solo il governo, e con lui 13 mila lavoratori, rischia di rimanere col cerino in mano. Atlantia, la holding dei Benetton, ha gettato la maschera e minaccia di andarsene se non ottiene rassicurazioni sulla concessione di Autostrade per l’Italia e incolpa Delta per lo stallo sul piano di salvataggio. Delta, dal canto suo, non intende impegnarsi di più, forte del fatto che senza il suo apporto la partita salta.

La bomba l’ha sganciata mercoledì sera Atlantia. Il direttore generale Giancarlo Guenzi e il presidente Fabio Cerchiai hanno inviato al ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, una lettera minacciosa in cui spiegano di non poter presentare un’offerta definitiva entro la scadenza del 15 ottobre viste “le rilevantissime tematiche tutt’ora non risolte”. Apparentemente il bersaglio è il piano industriale, targato Fs-Delta, “che a oggi consente al più un rischioso salvataggio con esiti limitati nel tempo ed è ben lungi dal costituire una piattaforma di rilancio della compagnia”. Serve invece un “percorso diverso caratterizzato da un intervento incisivo e di lungo termine (che Delta non sembra interessata a fare)”.

Il vero obiettivo, però, viene dopo. “Da ultimo – spiegano – Atlantia non potrà non tener conto della situazione complessiva del gruppo”. Quale? “Il permanere di una situazione di incertezza in merito ad Autostrade, o ancor più l’avvio di un provvedimento di caducazione di cui si legge sugli organi di stampa non consentirebbe (…) di impegnarsi in un’operazione onerosa di complessa gestione ed elevato rischio, come testimoniato dai 2 precedenti piani di ristrutturazione falliti ai quali pure abbiamo partecipato”. La lettera termina così: “Desideriamo parteciparLe che sentiremmo il dovere di informare di queste riflessioni anche il presidente Conte”.

L’appello al premier rende bene l’obiettivo. Nel 2008 Atlantia riuscì a negoziare a suo esclusivo vantaggio la concessione di Autostrade ripagando Silvio Berlusconi con la partecipazione al salvataggio di Alitalia dei “Capitani coraggiosi”, lo stesso scambio perverso oggi proposto per sanare la ferita del Morandi e i suoi 43 morti. Conte ha in mano il dossier, ma finora lui e il leader M5S Luigi Di Maio si sono limitati a ripetere che “la procedura di revoca va avanti”. L’ultima uscita, nei giorni scorsi, ha provocato il tonfo in Borsa di Atlantia e spinto i Benetton a uscire allo scoperto.

Eppure il bluff era noto a tutti. A ottobre 2018 il governo gialloverde ha deciso di affidare il salvataggio di Alitalia alle Ferrovie guidate da Gianfranco Battisti, insieme al Tesoro. Alla cordata si è aggiunta l’americana Delta, desiderosa soprattutto di evitare che la rivale Lufthansa arricchisse il suo parco voli nel Nord America. Atlantia ha aperto il dossier fin da febbraio 2019. Di Maio si è convinto che fosse l’unica alternativa. A luglio la holding dei Benetton, che controlla Autostrade, è entrata ufficialmente nella partita. La cordata vede Fs e Atlantia con il 35% a testa, Delta con il 10% e il Tesoro con il 15%, per un investimento totale da 900 milioni di euro.

Non senza qualche ragione Atlantia denuncia che Delta non ha interesse a rilanciare Alitalia. Una situazione però nota fin dall’inizio. Buttare 300 milioni per una holding che ne fattura 11 mila – e che controlla gli aeroporti di Roma, di cui il 40% dei ricavi viene dal vettore italiano – non è mai stato un problema. A patto però di incassare una tregua su Autostrade.

Ieri Fs, Atlantia e uomini del ministero si sono riuniti con i commissari del governo. L’ennesima proroga della scadenza, la settima, è esclusa: Alitalia ha in cassa solo 360 milioni. A Palazzo Chigi, Conte ha riunito Di Maio, Patuanelli e i ministri dell’Economia (Gualtieri) e dei Trasporti (De Micheli). Un incontro molto teso. Cedere e unificare i due dossier viene per ora escluso, sarebbe politicamente esplosivo. Ma alternative ad Atlantia, al momento, non ce ne sono.

Dall’uno vale uno al “capo”. Tutte le giravolte a 5 Stelle

In principio era un non partito, anzi una “non associazione” con un “non Statuto”. Una rivoluzione, da scatenare senza soldi, strutture, alleati e con un pugno di regole. Dieci anni dopo, il Movimento ha un capo politico, gerarchie, norme, cavilli e fondi da versare. Un partito magari ancora un po’ meno partito degli altri, ma che con le forze politiche ha governato e governa, disposto a contaminarsi anche nelle Regioni, nei Comuni, ovunque. Tutta un’altra cosa dalla creatura immaginata da Beppe Grillo e soprattutto da Gianroberto Casaleggio, l’architetto della cosmogonia a Cinque Stelle, che era solito dire: “Ogni volta che deroghi a una regola, praticamente la cancelli”. Invece, in un sabato di settembre, il capo politico Luigi Di Maio ha teorizzato l’opposto: “Il Movimento si chiama così perché non è conservatore e si adatta al campo di battaglia”. Ergo, si può cambiare tutto nel M5S che oggi celebra i dieci anni nel giorno di San Francesco, patrono dell’Italia dei mille partiti.

Dal non partito alla struttura

L’utopia se ne stava nella prima riga. “Il Movimento 5 Stelle è una non associazione” spiegava con grinta surrealista il non Statuto del dicembre 2009. Per poi assicurare al punto 4: “Il M5S non è un partito né si intende che lo diventi in futuro”. Lo stesso capoverso dove aborriva “la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi”. Ma già tre anni dopo, in vista delle Politiche del 2013, Grillo rendeva di carne la sua creatura, costituendo l’associazione Movimento a 5Stelle con sede a Genova. Così recitava l’incipit dello Statuto (senza il non davanti) dove l’artista si proclamava presidente, con il nipote a fargli da vice e un commercialista come segretario. Un pezzo di carta che era un atto di proprietà. E salutoni a quella frase del non Statuto, “la sede coincide con l’indirizzo www.beppegrillo.it”, come a dire che il Movimento doveva respirare solo nel suo liquido amniotico, il web. Però il passaggio in un’altra èra lo segna lo Statuto del dicembre 2017, quello in cui Di Maio e il suo sodale Davide Casaleggio ribaltano definitivamente lo schema. “È costituita l’associazione Movimento 5 Stelle con sede legale in Roma”, e significa che il potere si è spostato nella città dei Palazzi. Ormai l’habitat di Di Maio, che il documento eleva a “capo politico”, colui che ha “tutti i necessari poteri di ordinaria amministrazione”, in carica per cinque anni e “rieleggibile per non più di due mandati consecutivi”. È lui a guidare il M5S dove una volta uno valeva uno e dove Grillo si fa di lato, stanco delle fatiche di gestione e della pioggia di cause da dissidenti ed ex iscritti. Ma il fondatore resta comunque come Garante, teoricamente in grado di proporre la destituzione di Di Maio agli iscritti (“l’assemblea”): un altro organo insieme al comitato di garanzia e al collegio dei probiviri. Ma il vero, terzo corno del potere è Casaleggio che controlla la piattaforma web Rousseau, ossia che ha le chiavi della macchina a 5Stelle. Comunque affine al Di Maio che è troppo capo, urlano da tempo certi big, e che quindi deve delegare. Certo, non sarà il Direttorio a cinque che Grillo fece cadere dal cielo nel novembre 2014 perché era “un po’ stanchino”, e già quello fu l’abbattimento dell’uno vale uno e del no agli organismi di mediazione. Adesso il capo promette “una sorta di segreteria con 18 facilitatori, 12 per aree tematiche e 6 per quelle organizzate” come spiegò in luglio al Fatto. E pensa a referenti territoriali in ogni Regione, a una vera e propria struttura. Ma i big non si accontentano, e invocano una stabile cabina di regia. Ovvero vogliono che venga reso organo ufficiale quel “caminetto” fatto di notabili con cui Di Maio si è consultato durante la gestazione del governo giallorosso.

Niente soldi, tanti soldi

Grillo lo ha ripetuto per anni: “Se togli i soldi alla politica questa diventa veramente gioiosa, brillante, appassionante e onesta”. E così il Movimento non ha mai chiesto una quota di adesione agli iscritti e ha rinunciato da subito a ogni forma di rimborso pubblico, rifiutando decine di milioni di euro. Però di soldi ne servono, alla piattaforma web Rousseau, e infatti Casaleggio ha fatto inserire nel Codice etico l’obolo obbligatorio: “Ciascun parlamentare italiano ed europeo e consigliere regionale eletto si obbliga a erogare un contributo economico destinato al mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività dei gruppi e dei singoli parlamentari e consiglieri”. Nel dettaglio sono 300 euro da ogni eletto e il conto si avvicina ai 4 milioni per una legislatura solo dai parlamentari: che d’altronde hanno poca scelta, visto che “ogni eletto si obbliga a utilizzare la piattaforma Rousseau come principale mezzo di comunicazione”. Ma i versamenti andavano e vanno a rilento, con decine di parlamentari che chiedono spiegazioni sull’utilizzo dei soldi. E i mal di pancia hanno un chiaro legame con il nodo delle restituzioni, che a inizio 2018 costò l’espulsione a quattro parlamentari (tutti rieletti, però) che avevano mentito su scontrini e versamenti. Così, nel giugno di un anno fa, il Movimento ha calato regole quanto meno più semplici, con l’obbligo per ogni eletto di restituire un minimo di 2 mila euro al mese e la disponibilità di 3 mila euro per le spese (2 mila per chi risiede a Roma). Una toppa che non ha fermato il malessere. Per questo dal Movimento hanno interpellato l’Agenzia delle entrate, chiedendo la definizione giuridica delle restituzioni. E pochi giorni fa è arrivato il verdetto: “Non si tratta di donazioni, ma dell’adempimento di un obbligo giuridico che i parlamentari sono tenuti ad assolvere”. Musica per le orecchie dei vertici, che hanno inviato il parere a tutti gli eletti. Come a dire: regolatevi.

Quei due mandati certi come le stagioni

Il limite dei due mandati elettivi è un altro dei cromosomi del Movimento. Ancora nel 2017 Grillo scriveva: “Una delle regole fondanti è quella dei due mandati elettivi a qualunque livello, è una norma che non si cambia e non esisteranno mai deroghe a esse”. Ma Di Maio, che l’aveva definita intoccabile (“e questo è certo come l’alternanza delle stagioni” twittò il 31 dicembre) aveva e ha bisogno come ossigeno di una classe dirigente formata e di tenere buono il corpaccione dei 5Stelle. Così pochi mesi fa ha rimosso il vincolo per consiglieri municipali e comunali con il cosiddetto mandato zero, spiegato così dal ministro: “Se vieni eletto consigliere comunale o di municipio al primo mandato e lo completi, poi decidi di ricandidarti e non diventi né presidente di municipio né sindaco, allora quello precedente non vale”. Però l’innovazione è stata presentata male, e il web ha riso di gusto, con il fondatore Grillo in prima fila a citare Julio Iglesias e la sua “Se mi lasci non vale”. Non proprio una benedizione. Però Di Maio ha tirato dritto, e in caso di voto anticipato era già pronto all’ultimo salto, cioè a ricandidare i parlamentari uscenti dal secondo mandato.

Prima che il giallorosso diventasse il nuovo colore di governo, i vertici riflettevano su un post di spiegazione, in cui avrebbero motivato la deroga con la fine anticipata della legislatura per colpa di Matteo Salvini. Poi è andata diversamente. Ma ai piani alti qualcuno è già tornato alla carica, proponendo di candidare i parlamentari in carica nelle Regionali dei prossimi mesi. Tanto Di Maio ha già cancellato un altro principio cardine, nominando viceministro al Mit Giancarlo Cancelleri, capogruppo in Regione Sicilia. E ciaone all’obbligo per gli eletti di completare il mandato.

Avanti alleati, c’è posto

Il Movimento che in dieci anni si è preso tutto, dal governo alle principali città, è sempre sicuro perdente nelle Regioni. Colpa, dicono i numeri, del divieto sacrale di stringere alleanze. Un obbligo che nel 2018 Di Maio è riuscito ad aggirare con il contratto di governo, inaugurando gli accordi post-elettorali. Ma adesso il capo vuole recuperare terreno anche nelle elezioni locali, e perciò a luglio ha ottenuto dagli iscritti il via libera ad accordi con liste civiche, “da sperimentare” sempre “dietro proposta del capo politico”. Novità sollecitata da tempo anche da diversi big, del resto naturale visto che già nel dicembre 2017 Di Maio aveva candidato “esterni” nei collegi uninominali. Però la politica e il pragmatismo di Di Maio corrono veloci. E così meno di due mesi dopo il capo ha cambiato la regola pur di allearsi con il Pd in Umbria. È bastato il sì degli iscritti al “patto civico”, ovvero alla possibilità di sostenere “un candidato presidente civico con il sostegno di altre forze politiche”.

Ventisette motivi per farsi cacciare

Una radicata convinzione è che nel M5S delle origini bastasse un avviso di garanzia per essere automaticamente cacciati. Ma non è vero. Nel Codice di comportamento dei 5Stelle in Parlamento, varato a ridosso delle Politiche del 2013, è previsto l’obbligo di dimettersi solo in caso di condanna in primo grado, mentre in caso di rinvio a giudizio l’addio è facoltativo. Quattro anni dopo, il Codice etico ha ridefinito i paletti, stabilendo che è “incompatibile con il mantenimento della carica la condanna per qualsiasi reato commesso con dolo” e precisando che “il patteggiamento” e la sopravvenuta prescrizione del reato valgono come una condanna. Però il Collegio dei probiviri può decidere per l’espulsione anche in caso di semplice avviso di garanzia di fronte a condotte reputate gravi. D’altronde nel Movimento si rischia di finire fuori anche per tanti altri motivi, visto che nello Statuto sono previsti 27 differenti obblighi per gli eletti, da quello di votare sempre la fiducia a un governo retto dal M5S ai versamenti a Rousseau, fino “all’astenersi da comportamenti che possano risultare di ostacolo per l’attuazione del programma”. Però non possono essere Di Maio o Grillo a cacciare un eletto. A differenza delle origini, ora bisogna passare per forza dal “processo” interno con passaggi e tempistiche regolate nero su bianco. Perché ricorsi e cause hanno lasciato il segno. E il M5S è diventato un’altra cosa.

Giustizia, è già lite: i dem vogliono un nuovo accordo

Comincia a preoccuparsi il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: per lui la riforma della prescrizione che ne prevede lo stop dopo il primo grado di giudizio (è nella Spazzacorrotti approvata dai gialloverdi ed entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2020) è un limite invalicabile, un dato identitario che non si può toccare. Per il Pd, però, è una questione veramente difficile da mandare giù, con buona pace dell’armonia che i vertici del Nazareno cercano soprattutto di predicare.

Ieri a Montecitorio il capogruppo dem, Graziano Delrio e il capodelegazione del governo, Dario Franceschini hanno riunito i capigruppo del Pd delle varie Commissioni, nel tentativo di portare avanti l’esperienza di governo “con spirito costruttivo”.

Si è parlato un po’ di tutto, dai migranti ai rapporti con la Russia, al taglio dei parlamentari. Nessuno ha voluto alzare i toni o entrare troppo nel dettaglio, ma il tema più spinoso è risultato proprio quello della giustizia. Anche se le questioni di divisione sono anche altre. Per dire, gli stessi Delrio e Franceschini ci hanno tenuto a dire che sullo ius culturae si va avanti. Nonostante le perplessità del Movimento.

La riunione di ieri arriva dopo il vertice di maggioranza di mercoledì sera, che ha evidenziato la distanza dalle posizioni del Guardasigilli sulla prescrizione da Italia Viva, Pd e Leu (a parte Pietro Grasso, che è d’accordo con Bonafede).

E così ieri Alfredo Bazoli, capogruppo in Commissione Giustizia, ha ricordato a tutti che se si mettono le bandierine e i paletti invalicabili su questioni chiave (come quelle della giustizia) non si va avanti. Un appello affinché Franceschini faccia capire al premier Giuseppe Conte le difficoltà del Pd rispetto alla prescrizione. Il capo delegazione dem e Delrio non hanno replicato, ma si sono limitati a prendere nota.

Ma ai piani alti del Nazareno (e del governo), la questione ce l’hanno ben chiara: per loro Bonafede, come gli altri, dovrà capire che il governo giallorosso implica dei compromessi da parte di tutti. E che il nuovo esecutivo non deve per forza subire l’accordo siglato dai gialloverdi.

Ieri l’unico a esprimere pubblicamente la posizione del Pd è stato Franco Vazio: “Non è accettabile assistere a processi che possono durare anche più di venti anni e a innocenti sottoposti a una gogna per tutta la loro vita. Sono quindi d’accordo sulla necessità di lavorare a una profonda riforma del processo penale, che elimini i tempi morti e ampli i riti alternativi. Quando i processi dureranno 4 anni come anticipato dal ministro Bonafede, potremmo anche abrogare la prescrizione. Oggi, con gli attuali tempi della giustizia, ciò non è possibile”.

Su questa linea i dem sono abbastanza compatti e pure Italia viva. In sostanza, la richiesta che fanno al Guardasigilli è una maggiore disponibilità al dialogo. E soprattutto, nella sostanza, fare una nuova legge che fermi la riforma della prescrizione e intanto ridurre i tempi dei processi. E Conte? Per adesso, da Palazzo Chigi si limitano a far filtrare che “la prescrizione è legge”. Ergo non si tocca.

Toccherà ad Andrea Orlando, predecessore di Bonafede a via Arenula, arrivare a una mediazione. I due hanno già fatto un vertice, alla presenza del premier. E l’ex Guardasigilli ha cercato di evidenziare i punti di contatto, piuttosto che quelli di disaccordo. Anche se la dichiarazione fatta alla fine va letta tra le righe: “Impianto condiviso” per migliorare i tempi dei processi e averne la certezza.

Ma intanto, si cercano le soluzioni. La prima ad essere individuata è la modifica sulla norma sulla prescrizione, nel senso di ripristinarla per gli imputati assolti in primo grado. Da via Arenula non sembrano disposti a trattare neanche su questo.

Il Pd sul tavolo potrebbe mettere pure un’altra carta: andare incontro ai Cinque Stelle sulle intercettazioni, modificando il decreto di Orlando. Bonafede intende modificare la norma che vieta la trascrizione delle comunicazioni lesive della privacy o comunque non rilevanti per i fatti oggetto d’indagine. I dem, pur di ottenere qualcosa sulla prescrizione, potrebbero cedere. Per ora, neanche questa sembra un’offerta accettabile per il Movimento.

Ma una cosa a molti dentro al Pd è chiara: se si continua a cedere in nome delle “ragioni identitarie” dei Cinque stelle (vedi taglio dei parlamentari), il governo rischia di essere un vero e proprio boomerang.

Metropol, “colpo grosso”. E occhio ai “telescopi”

Servono 22 pagine al Tribunale del Riesame di Milano per motivare la regolarità dei sequestri effettuati dalla Procura a carico di Gianluca Savoini, uno dei protagonisti dell’affare russo per far arrivare 65 milioni di dollari nelle casse della Lega di Matteo Salvini. Per i giudici il ricorso della difesa è da respingere perché l’ormai noto audio registrato all’hotel Metropol il 18 ottobre 2018 non è affatto anonimo. Non lo è perché la fonte che lo ha veicolato esiste, solo che il giornalista de l’Espresso correttamente ha opposto il segreto professionale.

Tra il materiale sequestrato, oltre a telefoni e tablet, ci sono appunti manoscritti, agende e il libro “Da Pontida a Mosca, gli accordi fra Putin e la Lega nord”. I giudici per motivare la loro decisione hanno allegato corposi passaggi dell’audio. Emergono così elementi inediti che aiutano a comprendere i contenuti del capo di imputazione contestato a Savoini, all’avvocato Gianluca Meranda e al consulente Francesco Vannucci. L’accusa per loro è di corruzione internazionale. Al centro la compravendita di gasolio con Eni come acquirente finale. Una partita da 1,5 miliardi di dollari dalla quale fare uscire un 4% di “sconto” per la Lega. Il tutto successivamente trascritto in una bozza d’accordo che, come svelato dal Fatto, la Procura ha trovato nei cellulari sequestrati. In quel documento Meranda fa di più: appunta anche la banca di riferimento, ovvero Intesa Russia, nel cui Cda siede l’avvocato Andrea Mascetti, professionista (non indagato) vicino a Salvini e al numero due del Carroccio Giancarlo Giorgetti. Per dimostrare “la natura illecita dell’accordo” i giudici sottolineano il passaggio in cui Meranda dice: “Credo che loro abbiamo interesse a fare il colpo grosso! (…) Qui stai rubando a casa tua”. E che “gli accordi siano illeciti” lo dimostrano anche i passaggi in cui i tre spiegano che non bisogna “destare sospetti sul ritorno del denaro”. In questo caso parla Savoini: “Lì bisogna essere non prudenti, di più (…) perché noi avremo i telescopi addosso”. Dice Meranda: “Sarà Francesco (Vannucci, ndr) a vedere come organizzare il ritorno, bisogna essere prudenti”. Savoini però è ottimista: “Io mi fido dell’abilità di tutti noi, ciascuno per il suo campo (…). Noi abbiamo creato questo triumvirato e deve funzionare così (…). La cosa è proprio il compartimento stagno”. Per la Procura non vi è dubbio che la pianificazione dell’accordo serva per far arrivare i soldi alla Lega. Nel capo d’imputazione si legge che i tre italiani più i russi hanno concordato “l’acquisto da parte di Eni spa di quantitativi di prodotti petroliferi venduti dalla società di stato russa Rosneft, prevedendo che una percentuale del 4% del prezzo pagato da Eni sarebbe stato retrocesso per finanziare la campagna elettorale per le elezioni europee del partito politico Lega, mentre una percentuale del prezzo pagato da Eni – tra il 2% e il 6% – sarebbe stata corrisposta tramite intermediari e studi legali a pubblici ufficiali dell’azienda di Stato Rosneft”. L’accordo prevedeva una proposta di acquisto da parte di una banca inglese che Meranda definisce “gli amici di Londra”. Ma tutto deve essere rapido per arrivare prima delle Europee. Dice Vannucci: “Devono essere veloci loro”.

E che l’accordo sia bene avviato lo si ricava da una frase di Savoini: “La sensazione è buona”. Tanto più che c’è un “ritorno” anche per i russi e questa, dice Savoini, “è una garanzia”. Meranda ha poi in testa i ruoli. Dice: “Io voglio stare in cabina di comando”. Quanto poi, scrive il giudice, “alla necessità di corrispondere delle commissioni ai contatti all’interno delle compagnie petrolifere”, Meranda spiega: “L’attuale presidente che è uno, diciamo satollo, ha fatto i suoi margini, lo mettiamo lì, gli diamo 20 mila sterline al mese”. I pagamenti, spiega il Riesame, avvengono “per il tramite di studi legali incaricati di una consulenza di comodo”.

Favore a Trump, gli 007 si smarcano: decise Chigi

La doppia missione in Italia di William Barr, su mandato di Donald Trump per ribaltare la prospettiva del Russiagate, da favorito a vittima, fa parecchio rumore e promette conseguenze più per la forma che per la sostanza. E stavolta la forma è più rivelatrice della sostanza. Il ministro della Giustizia, cioè il procuratore generale, ha ottenuto un trattamento che va oltre la cortese sinergia tra alleati con accesso a informazioni riservate per un’inchiesta che, secondo le aspirazioni di Trump, può incidere sulla campagna elettorale americana per la rielezione nel novembre 2020: è riuscito a incontrare, in agosto in piena crisi di governo, prima Gennaro Vecchione, nominato da Giuseppe Conte al capo del Dis, il dipartimento che coordina le attività di intelligence, e poi in settembre lo stesso Vecchione e i vertici dei servizi segreti esteri e interni, il generale Luciano Carta (Aise) e il prefetto Mario Parente (Aisi).

Come se fosse un dettaglio irrilevante anziché un messaggio circostanziato, attraverso le agenzie di stampa, gli 007 hanno precisato che i vertici di Aise e Aisi hanno partecipato alla riunione con il ministro Barr e la delegazione americana dopo una convocazione per iscritto di Vecchione. Così viene confermata, se non fosse abbastanza lampante, la catena di comando che ha portato al ritorno di Barr a Roma una settimana fa, venerdì, epilogo del contatto agostano con il capo del Dis: il governo italiano ha accolto le richieste americane su ordine del premier Conte che, a sua volta, ha allertato Vecchione e da lì, a spiovere, i direttori di Aise e Aisi.

Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in sigla Copasir, e i capigruppo leghisti di Camera e Senato, per i succitati motivi, chiedono a Conte di riferire e spiegare: perché tanta solerzia e perché tanta irritualità? E ancora qui il fatto è la forma, non la sostanza. Gli inviati di Trump, puntualizzano ancora gli apparati di intelligence, non hanno ascoltato registrazioni audio/video di Joseph Mifsud, professore maltese che insegnava alla Link University, considerato una figura centrale del Russiagate e irreperibile da tempo. Per i servizi italiani, agli americani è stato suggerita la formula della rogatoria.

Altra lettura: al tavolo con Barr e colleghi c’era bisogno, per pratiche simili, semmai del ministro della Giustizia. E fonti vicine all’Aise riferiscono al Fatto che l’intelligence italiana non ha interferito nell’ultima campagna per le Presidenziali americane per danneggiare il repubblicano indipendente Trump contro la democratica Hillary Clinton. Questo ulteriore chiarimento, di per sé banale, serve a scartare l’ipotesi, bizzarra, che Conte avesse risarcito Trump di uno sgarbo ricevuto nel 2016 e anche a derubricare la vicenda a un episodio normale, da prassi, quasi una consuetudine. La caccia alle prove di Barr in Italia era legittima, ma vana per chi conosce l’intelligence. Allora perché esagerare con la “cordialità” verso gli americani? Il leghista Nicola Molteni, malizioso, chiede al premier Conte di svelare “se ha usato i servizi per i suoi interessi”.

Tra una visita e l’altra di Barr, c’è l’investitura mondiale a “Giuseppe” di Trump con un tweet di poche righe. Conte è riuscito a costruirsi un rapporto di simpatia/empatia personale con il titolare della Casa Bianca. Il premier era l’unico referente dei Cinque Stelle, nel marzo scorso, a sostenere il decreto legge ideato da Giancarlo Giorgetti per arginare l’avanzata del 5G cinese in Italia, proprio nel momento di massima tensione per la firma del memorandum per la nuova Via della seta, suggellato dalla trasferta a Roma di Xi Jinping. Palazzo Chigi fa sapere che Conte non è preoccupato dal caso Barr e che non gli risultano anomalie dal comportamento dei servizi segreti, anche perché – va specificato – gli 007 hanno seguito la linea del premier.

Conte è il principale responsabile del pastrocchio diplomatico con gli americani, dall’esordio a Chigi, e poi ancora al ritorno con la maggioranza giallorosa, ha tenuto per sé le deleghe all’intelligence, di solito assegnate a un sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e Vecchione è un uomo di sua assoluta fiducia. Oltre la sostanza, per la forma è l’Italia l’unico Paese che s’è reso disponibile a esaudire un desiderio di Trump da spendere al voto del 2020. Conte dovrà replicare a un’audizione al Copasir e forse in Parlamento, Vecchione pure dovrà parlare e il premier sarà costretto a difendere l’operato di chi guida gli 007 per sopire le voci di una clamorosa sostituzione.

Via D’Amelio, indagato Cinà, “l’uomo del papello”

Che “l’uomo del papello” fosse indagato nella strage di via D’Amelio si è scoperto ora che il gip di Caltanissetta, Valentina Balbo, ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura, fissando l’udienza per il 28 ottobre prossimo. La posizione di Antonino Cinà, medico di Riina e Provenzano condannato a 12 anni nella Trattativa Stato mafia, è il nuovo indagato mafioso della strage le cui indagini posso offrire, come dice l’avvocato Fabio Repici, legale di parte civile di Salvatore Borsellino, “la preziosa opportunità di un importante approfondimento: sulla posizione di Cinà, infatti, possono trovare un formidabile punto di saldatura gli scenari illustrati dalla corte di assise nissena nella sentenza del Borsellino quater e quelli del verdetto della trattativa Stato mafia”.

Condannato per avere consegnato il “papello” di Cosa Nostra a Vito Ciancimino, Cinà viene arrestato per la prima volta nel 1993, e il 19 maggio 2011, venne condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giovanni Bonanno scomparso con la lupara bianca l’11 gennaio 2006. Da allora il medico è in carcere e nel 2012 è condannato a 16 per associazione mafiosa. I pentiti parlano di lui come trait d’union tra i vertici mafiosi e i politici: “Antonino Cinà, il medico di Totò Riina, fu usato come uomo di collegamento con ambienti delle istituzioni. Me lo disse Nino Rotolo” ha rivelato Carmelo D’Amico, Saro Naimo, che ha detto di avere avuto con lui ‘’un legame molto forte” nell’aula bunker ha detto che “Cinà mi disse che era stato lui ad avere i contatti con i politici ai quali avanzare delle richieste tra cui l’eliminazione del 41-bis”.

Trattativa, B. in aula l’11 novembre

Dopo l’assenza di oggi, dovuta a un impegno istituzionale in Europa, Silvio Berlusconi, indagato per strage a Firenze, deporrà il prossimo 11 novembre a Palermo, presumibilmente sul pretorio dell’aula bunker dell’Ucciardone, come teste assistito: lo ha deciso ieri la Corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino – giudice a latere Vittorio Anania – che sta giudicando in secondo grado Dell’Utri, insieme agli ufficiali dei carabinieri e ai boss mafiosi condannati in primo grado nella trattativa Stato-mafia. Il leader di Forza Italia potrà avvalersi della facoltà di non rispondere, ma se lo farà, dovrà dire la verità, confermando o smentendo di avere ricevuto da Marcello Dell’Utri i messaggi diretti nel ’94 al suo governo provenienti da Cosa Nostra che voleva orientare la legislazione giudiziaria.

Sul pretorio dell’aula bunker è salito ieri mattina l’ex pm Antonio Di Pietro, che incrociò l’attività di Falcone e Borsellino nella stagione stragista del ’92, quando Mani Pulite si allarga e “assume una rilevanza nazionale”: “L’elemento predominante del collegamento Nord-Sud o affari e mafia, l’ho avuto quando ho avuto il riscontro della destinazione della tangente Enimont da 150 miliardi di lire – ha esordito Di Pietro – una parte di quel denaro arrivò a Salvo Lima attraverso i Cct che gli girò Cirino Pomicino”.

E ha proseguito: “Io mi confronto con Falcone che mi dice che le rogatorie sono l’unico strumento per individuare le provviste e mi accennò che da lì si arrivava anche in Sicilia”, ha detto Di Pietro, che ha aggiunto: “Ho lavorato con entrambi ma non posso dire di essere stato loro amico; il primo mi disse di controllare gli appalti in Sicilia, e mi fece un po’ da insegnante, se così si può dire, con le autorità giudiziarie internazionali. Il secondo, che incontrai al funerale di Falcone, mi disse di far presto: era un riferimento a coordinare le indagini sul territorio nazionale. In quella occasione della camera ardente siamo rimasti che ci saremmo rivisti da lì a breve”. Quel coordinamento che non riuscì a realizzarsi per il tritolo di via D’Amelio, si concretizzò durante la gestione Caselli della Procura di Palermo: “Dopo uno scontro con Ingroia, entrambi volevamo fare le indagini – ha ricordato Di Pietro – si stabilirono in una cena a casa di Borrelli le regole per poter indagare contemporaneamente in modo efficace sugli appalti”.

E anche se Borsellino non gli parlò mai dell’indagine su mafia e appalti, o delle rivelazioni di Mutolo, l’ex pm di Mani Pulite, citato dalla difesa del generale Mario Mori, ha detto di essere convinto che il giudice fu ucciso in via D’Amelio “perché indagava sulle commistioni tra la mafia e la gestione degli appalti. L’indagine mafia-appalti fu fermata. Come accadde con Mani pulite, sono stato invece fermato con la delegittimazione, attraverso un’attività di dossieraggio messo in atto da uomini dei servizi segreti. Su questo bisognerebbe indagare per capire perché è finita l’inchiesta Mani Pulite”.

E alla fine racconta che il suicidio di Raul Gardini è “un cruccio che mi porto dentro: la notte prima dell’interrogatorio Gardini tornò a casa, che era sotto controllo. La polizia mi chiese se doveva arrestarlo. E io dissi di aspettare. Ma la mattina dopo si uccise con un colpo di pistola. È il dramma che mi porto dentro…”. Per poi concludere: “Ma che c’azzecca con la trattativa?”.

Il pm: “18 anni ai militari che pestarono Stefano”

Il secondo processo per la morte di Stefano Cucchi, è stato un processo per accertare, finalmente, la verità. Non è stato un processo “all’Arma”. Ci ha tenuto a specificarlo in molti passaggi della sua lunga requisitoria, durata due udienze, il pm Giovanni Musarò, in prima fila per cercare di rendere giustizia a quel ragazzo morto di botte sei giorni dopo l’arresto, il 22 ottobre 2009, a Roma.

Erano circa le 13.20 quando il pm ha chiesto le condanne per i carabinieri imputati. Pene anche pesanti per chi ha pestato Stefano, ma pene – ha detto Musarò – non esemplari. Giuste”. Per Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro ha chiesto 18 anni di carcere per omicidio preterintenzionale.

Stessa imputazione, ma richiesta di assoluzione, per non aver commesso il fatto, per Francesco Tedesco, il carabiniere che aveva provato a dire la verità 10 anni fa, ma la sua nota di servizio fu “sbianchettata” e poi, dopo quasi 10 anni, assistito dall’avvocato Eugenio Pini, si è deciso a raccontare il pestaggio dei due colleghi che erano con lui la notte dell’arresto di Cucchi. Sempre per Tedesco, Musarò ha chiesto 3 anni e 6 mesi per l’accusa di falso nella compilazione del verbale di arresto. Per la stessa imputazione, ma attribuendogli una responsabilità maggiore, il pm ha chiesto 8 anni di carcere e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per il maresciallo Roberto Mandolini, ex comandante della stazione Appia mentre per l’altra accusa, calunnia nei confronti di agenti della polizia penitenziaria finti imputati nel primo processo e assolti, Musarò ha chiesto il non luogo a procedere, ma solo per prescrizione. Idem per Tedesco e il collega Vincenzo Nicolardi. In apertura dell’udienza, Musarò ci ha tenuto a fare “una doverosa premessa” in risposta a “un’insinuazione” dell’avvocato Giosuè Naso, difensore di Mandolini: “Questo non è un processo all’Arma dei carabinieri, questo è un processo contro cinque esponenti dell’Arma i quali nel 2009, come altri esponenti dell’Arma, oggi imputati in altro procedimento, violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l’Istituzione di cui facevano e fanno parte. E lo fecero raggiungendo picchi di depistaggio inimmaginabili, da film dell’orrore”. Il chiaro riferimento è al generale Alessandro Casarsa e ad altri ufficiali dei carabinieri imputati per i depistaggi. Musarò, come evidentemente la Procura di Roma, tiene al rapporto con i carabinieri messo a dura prova e insiste: “L’Arma è accanto a noi e contro di voi. È accanto a Procura di Roma e parti civili. Non si può sottacere che straordinaria importanza ha assunto la costituzione di parte civile del Comando generale dei carabinieri” al processo per i depistaggi che inizia il 12 novembre. Il pm, poi, entra nuovamente nel merito dei fatti, e anche a chi li conosce vengono i brividi: Cucchi “al momento dell’arresto pesava 43 chili ed era alto un metro e 62, ma non era una magrezza patologica. Era magro perché gareggiava come pugile nei pesi piuma e doveva tenersi sotto il 44 chili. Impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio subito e la sua morte”.

Subì “un pestaggio violentissimo, in uno stato di minorata difesa. Sono due le persone che lo aggrediscono, colpito quando era già a terra con calci in faccia”. Ma Cucchi venne fatto passare “per un sieropositivo e tossicodipendente in fase avanzata. Nulla era vero. Stava bene prima del pestaggio, ma altro venne fatto credere al Paese, insieme alle accuse agli agenti della polizia penitenziaria”.

Ilaria Cucchi appena dopo le richieste di pena ha detto che mai avrebbe pensato di trovarsi in un’aula di giustizia “e respirare un’aria diversa. Se ci fossero magistrati come il dottor Musarò non ci sarebbe bisogno di cosiddetti eroi o della sorella della vittima che sacrifica dieci anni della sua vita per portare avanti sulle sue spalle quella che è diventata la battaglia della vita”.

“Deputati fate presto, a Siena serve la verità su David Rossi e Mps”

“Mi chiamo Antonella Tognazzi e sono la moglie di David Rossi, ormai ex responsabile dell’area comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, morto precipitando dal suo ufficio della sede dell’istituto la sera del 6 marzo 2013”. Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi, ha scritto così ai capigruppo della Camera. E chiede una cosa semplice: fate presto con la commissione d’inchiesta. Perché? “Io sono solo la moglie, non sono un giudice né un medico legale e Carolina è la figlia, una ragazza che ha perso, troppo giovane, il padre. Con questa breve lettera vi invito a valutare la calendarizzazione della proposta che vede l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta su quella morte, in seno alla quale riteniamo ci siano numerose zone d’ombra ancora non chiarite e che speriamo il Parlamento tutto riesca a decifrare. Vogliamo solo giustizia, non vendetta. La su citata proposta ha ricevuto, e ringraziamo di cuore, l’appoggio e la firma di tutti i gruppi attualmente rappresentati alla Camera dei deputati e quindi confidiamo ci sia un oggettivo interesse nel portarla avanti prima possibile. Vi ringraziamo di cuore, Antonella”.

Ormai sono passati mesi dalla proposta firmata da tutti i partiti presenti in Parlamento…

Esatto, poi c’è stata la crisi politica, il cambio di governo… adesso, però, dal momento che tutti i partiti hanno espresso l’intenzione di procedere devono dar seguito a quanto promesso. Non ci sono più scusanti e non c’è più tempo da perdere.

Dopo più di sei anni non tornano ancora troppe cose rispetto alla morte di suo marito. Non si dà per vinta?

No. Chiedo delle risposte perché al di là della mia tragedia personale le due archiviazioni non hanno chiarito nessuna delle domande emerse. La stessa procura di Siena ha affermato di non aver svolto bene le indagini.

Cosa spera di ottenere?

La verità. È positivo che il procuratore di Siena Salvatore Vitello si sia già reso disponibile a ricominciare le indagini. Un fascicolo andrebbe aperto, però, per omicidio, non per suicidio.

Fra tutti i buchi neri del 6 marzo 2013 quale proprio non le va giù?

Ce ne sono diversi, per esempio non capisco perché non sono stati mai acquisiti i tabulati telefonici della persona che entra nel vicolo, cellulare all’orecchio, e ci resta per cinque minuti mentre David è per terra ma ancora vivo. Non si è chiarito come mai il portiere dell’edificio proprio in quel momento non stesse guardando gli schermi. L’orologio che cade dalla finestra mezz’ora dopo la tragedia? Ci hanno detto che non si trattava di un orologio senza però dirci che oggetto fosse… E poi il pm Aldo Natalini che distrugge reperti importanti come i fazzoletti del cestino della carta prima della chiusura delle indagini. La morte di mio marito è stata classificata come suicidio con troppa fretta.

Secondo lei suo marito era a conoscenza dei festini a luci rosse di cui ipotizzò l’esistenza l’ex sindaco Pierluigi Piccini?

Non so se quei festini hanno una relazione con la morte di mio marito. Mi pare chiaro, però, che stia emergendo un ‘sistema’ marcio che in questa città esiste.

David sapeva delle cose?

David voleva parlare con i pm. Gli altri dirigenti erano stati sentiti tutti nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sulla banca. Ignoti entrarono due volte in casa e nel suo ufficio. Voleva capire perché ci fosse questa ‘attenzione’ su di lui.

Suo marito le aveva mai confidato preoccupazioni? Paure?

No, non era ansioso. Amava il suo lavoro. La sua vita era fatta di cose semplici: la casa, la campagna, la famiglia, il buon cibo e il buon vino. Mai si sarebbe suicidato lasciandomi nel disagio emotivo ed economico in cui mi sono ritrovata in questi anni.

Anche economico?

Avevamo sottoscritto un mutuo con Mps. Per un rudere ristrutturato e divenuto la nostra casa. Duecento metri quadri a Siena che col lavoro di David ci potevamo permettere. La banca non mi ha aiutato per niente. Hanno solo allungato il mutuo a 40 anni, pagherò fino ai miei 92, lo hanno fatto per recuperare i loro soldi. Ho dovuto vendere un’altra abitazione per poter abbassare la rata che oggi è di 915 euro al mese. Io ne guadagno 800 come impiegata part time della Fondazione musei. Se non fosse per la pensione indiretta di mio marito David non potrei permettermi il mutuo. Però sono contenta: non devo ringraziare proprio nessuno, tanto meno Mps.