Brutte notizie dal Gup anche per babbo Renzi

C’è un passaggio del decreto che dispone il giudizio per Luca Lotti e compagni che potrebbe preoccupare la difesa di Tiziano Renzi: “Sarà il futuro corso del procedimento e di quello attualmente pendente a carico di Renzi Tiziano (per il quale è stata formulata richiesta di archiviazione allo stato non accolta dal Gip) a lumeggiare l’effettivo ruolo rivestito dal Renzi e dal Russo nella vicenda e dunque eventualmente consentire una differente riqualificazione di tale reato”.

Come è noto inizialmente Tiziano e il suo amico Carlo Russo erano indagati insieme per traffico di influenze. L’ipotesi formulata nel 2017 era che Russo avesse tentato di far valere l’influenza di Tiziano Renzi su Luigi Marroni (ex Ad di nomina renziana in Consip) per chieder soldi a Romeo per sé e per Tiziano. La Procura di Roma però aveva chiesto l’archiviazione per Tiziano Renzi e il rinvio a giudizio per il solo Russo ma per un altro reato: il millantato credito.

C’era stato, per dirla con l’avvocato di Renzi, Federico Bagattini, quindi “un abuso del cognome di Renzi” da parte di Russo e Tiziano nulla sapeva.

Il Gip Gaspare Sturzo però non si è detto convinto, ha rigettato la richiesta di archiviazione e ha fissato un’udienza per farsi un’idea. Non a caso l’udienza è stata fissata il 14 ottobre. Ora Sturzo può decidere sapendo cosa pensa dei rapporti Russo-Renzi un altro giudice. Il Gup Clementina Forleo poteva rinviare a giudizio semplicemente Russo come millantatore confermando implicitamente la tesi dei pm romani: Russo è un mentitore, Tiziano Renzi è innocente, quasi vittima del suo amico millantatore.

Il Gip Forleo si è rifiutata di vistare lo schema proposto dai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi. La frase sopra riportata nel decreto di rinvio a giudizio di Russo non era scontata. Il Gup mette in chiaro che lei non vuole dare a Tiziano Renzi la patente di vittima del millantatore Russo. Anzi. Sarà il giudice del dibattimento a stabilire se Russo millanta o se abbia trafficato insieme a Tiziano l’influenza su Marroni. La Forleo ha sentito questa esigenza perché nel frattempo è intervenuta una modifica legislativa con la legge Spazzacorrotti. Ora i due reati contestati a Tiziano e a Russo, così diversi nel fatto, sono stati unificati nel diritto. Chi è accusato di millantare (come Russo) e chi è accusato di trafficare influenza illecita reale sono trattati dal nuovo articolo 346 bis del codice penale allo stesso modo. Quindi il giudice Forleo, nel rinviare a giudizio Russo, ci tiene a precisare che la coincidenza tra richiesta del pm e rinvio a giudizio del gip potrebbe rivelarsi un’illusione ottica al dibattimento. In altri termine il rinvio a giudizio per 346 bis lascia impregiudicata la questione se Russo sia un volgare millantatore all’insaputa di Tiziano. Il Gup Forleo lascia al Tribunale il compito di separare il grano dal loglio e prima ancora lo lascia al Gip. Sarà ora Gaspare Sturzo, un giudice di grande esperienza, tra 10 giorni, a dover analizzare e giudicare i rapporti tra Tiziano Renzi e Russo. Un tema delicato sia da un punto di vista giuridico che politico, visto quel che è successo in questi tre anni.

I due provvedimenti di ieri del Gup sembrano un tentativo di spianare la strada a Sturzo per decidere liberamente, senza l’intralcio di un decreto che desse a Russo la patente del millantatore. Anche nel provvedimento che proscioglie il maggiore Scafarto dall’accusa di falso, il Gup Forleo ci tiene a sottolineare che “va evidenziato come erano stati acquisiti consistenti elementi inerenti al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella vicenda Consip”. Non basta, il Gup aggiunge una frase che non farà piacere a Tiziano Renzi: “Sarà dunque solo il futuro corso del procedimento e di quello connesso pendente a carico di Tiziano Renzi (per il quale è stata formulata richiesta di archiviazione allo stato non accolta dal Gip) a lumeggiare l’effettivo ruolo rivestito da Tiziano Renzi e Carlo Russo nella vicenda”. Questo passaggio, nel provvedimento del Gup, è uno dei pochi sottolineati in neretto. Sarà ora il gip Sturzo a dovere sciogliere questo nodo partendo dai dati di fatto.

L’imprenditore 36 enne di Scandicci (compagno di pellegrinaggi e amico di Tiziano che ha battezzato il figlio) era stato filmato e intercettato una decina di volte nel periodo agosto-ottobre del 2016 mentre entrava negli uffici della Romeo Gestioni e parlava con Romeo di gare e pagamenti per sé e per Tiziano. Secondo l’ipotesi dell’accusa i due trattavano un accordo che prevedeva dazioni di 30 mila euro al mese per Tiziano e di 100 mila nette all’anno per Russo.

Agli atti non ci sono elementi certi come intercettazioni o documenti che provino la consapevolezza di Tiziano Renzi. E così la Procura di Roma ha ritenuto Russo un millantatore e Tiziano Renzi una vittima inconsapevole da prosciogliere. Lo schema ‘assolutorio’ per Tiziano ha retto anche quando i Carabinieri hanno scoperto che i telefonini di Russo, Tiziano e Romeo si trovavano ‘vicini vicini’ a Firenze il 16 luglio 2015. Anche se tutti hanno sempre negato l’incontro. E i pm hanno continuato a voler separare i destini dei due amici anche quando hanno trovato, grazie a periti informatici stranieri le chat di Russo con Tiziano Renzi su Telegram.

Per il pm Palazzi quegli elementi “non mutano punto le convinzioni di questo ufficio”. Dopo la lettura del verdetto del Gup Forleo Palazzi è uscito dall’aula con un volto scuro. Ora la palla passa al Gip Sturzo. Appena dieci giorni e sapremo se gli tornerà il sorriso.

Nessun complotto su Consip. Lotti a processo, Scafarto no

Luca Lotti, ex ministro dello Sport, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e fedelissimo di Matteo Renzi (anche se con la scissione è rimasto nel Pd) adesso ha un processo da affrontare. Quello che lo vede imputato per favoreggiamento nell’ambito del filone dell’indagine Consip che riguarda chi spifferò all’ex amministratore delegato della Centrale acquisti, Luigi Marroni, l’esistenza di un’inchiesta napoletana sulla società pubblica.

Ieri il Gup Clementina Forleo – assecondando le richieste della Procura di Roma (ma solo su questo filone) – ha rinviato a processo Lotti. E con lui in aula il 15 gennaio 2020, ci saranno anche pezzi da novanta dell’Arma, come l’ex comandante generale dei Carabinieri Tullio del Sette (accusato di rivelazione di segreto) e l’ex comandante della Legione Toscana, Emanuele Saltalamacchia, imputato per favoreggiamento. Stesso reato contestato all’ex presidente della fiorentina Publiacqua, Filippo Vannoni, per il quale pure ieri è stato deciso il rinvio a giudizio.

Di una cosa dunque il gip Forleo sembra esser certa: da ambienti vicini a Matteo Renzi, negli anni passati, qualcuno ha cercato di intralciare le indagini. E lo scrive nero su bianco in una parte del decreto motivato di ieri: “Appare evidente” che nell’indagine Consip “vi furono non pochi e non occasionali ‘interessamenti’ di ambienti istituzionali vicini all’allora presidente del Consiglio Renzi, volti a impedire il regolare corso delle indagini ”. E sembra riferirsi a Luca Lotti.

Proprio sul reato di favoreggiamento contestato all’ex ministero e ad altri, la Forleo dedica poche righe per motivare la propria decisione nel decreto che dispone il giudizio. È un fatto eccezionale: quasi mai capita che mandando a processo un imputato il giudice dia anche delle spiegazioni. Eppure stavolta il gup fa un riferimento alle questioni procedurali sollevate dalle difese di alcuni imputati che ritengono come il favoreggiamento non si possa configurare nel caso il cui il favorito (ossia colui che riceve la notizia e in questo caso Luigi Marroni) non sia indagato. Per il giudice, invece, in questo caso è valido un orientamento giurisprudenziale in base al quale – è scritto in sostanza nel decreto – “ai fini della sussistenza del favoreggiamento è sufficiente che la condotta dell’agente abbia l’attitudine, seppur in astratto, ad intralciare il corso della giustizia”. Per il gip – è questo il ragionamento – è “sufficiente una condotta attiva o omissiva che provochi una negativa alterazione del contesto fattuale all’interno del quale le investigazioni sono in corso”. A prescindere quindi dal fatto che il “favorito” sia indagato.

Non solo. La Forleo con la decisione di ieri fissa un ulteriore punto: anche lei ritiene – come i magistrati romani – Luigi Marroni un testimone attendibile. Sono state le sue parole infatti a tirare in ballo i nomi forti della politica e dell’Arma. È il 20 dicembre 2016 quando i carabinieri del Noe entrano nella sede della Consip. Interrogano Marroni, allora Ad, e gli chiedono spiegazioni sul perché avesse fatto bonificare dalle cimici il proprio ufficio. Il manager (silurato dalla politica dopo la sua testimonianza) va dritto al punto: “Ho appreso in quattro differenti occasioni da Vannoni, dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Lotti di essere intercettato”. Ferrara a sua volta, spiega Marroni, lo avrebbe saputo da Del Sette. Tutti hanno respinto le accuse. Non hanno convinto la Procura e neanche il Gup.

Ma se Lotti e gli altri con il nuovo anno dovranno affrontare il processo, è andata diversamente per l’ex capitano del Noe dei carabinieri Gianpaolo Scafarto e il generale ed ex vice comandante dello stesso reparto, Alessandro Sessa. I due sono stati scagionati da tutte le accuse. Decisione contro la quale la Procura presenterà ricorso.

Scafarto è il carabiniere delegato con altri a svolgere le indagini quando il fascicolo si trovava a Napoli (poi spostato per competenza a Roma nel dicembre 2016). Nella Capitale però i pm lo accusano di vari reati. Tra questi due falsi, uno commesso quando in un’informativa attribuisce la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, quando in realtà era stata pronunciata dall’ex parlamentare Italo Bocchino. Questo che i pm ritengono un reato, per il gip è “errore sicuramente involontario”. Da qui il proscioglimento perché il fatto non costituisce reato.

E ancora: Scafarto era accusato anche di due rivelazioni. Una nei confronti del vicedirettore del Fatto, Marco Lillo, che per primo ha pubblicato lo scoop sull’inchiesta Consip, e una nei confronti di due suoi ex colleghi, poi transitati nei servizi segreti esteri (Aise), ai quali Scafarto aveva mandato delle informative dell’indagine che stava svolgendo. Nelle rivelazioni al nostro quotidiano, il carabiniere è stato assolto per non aver commesso il fatto, mentre nel caso di quelle agli 007 perché il fatto non sussiste. E lo stesso vale per il reato di depistaggio e per il quale è stato prosciolto anche il suo collega Sessa. I pm presenteranno il ricorso alla Corte di Appello.

3 anni da buttare

Ci voleva il gup Clementina Forleo per sistemare in un colpo solo la Procura di Roma, il sistema renziano e i sottostanti giornaloni. Chi legge il Fatto non ne sarà stupito, visto che il caso Consip l’abbiamo sempre raccontato per quello che è: una doppia, gigantesca trama per pilotare il più grande appalto d’Europa in cambio di tangenti promesse al padre di Renzi e al suo galoppino; e poi, scoperti quei traffici dai pm napoletani Woodcock e Carrano e dal Noe, per rovinare l’indagine con fughe di notizie dal Giglio Magico ai trafficoni che smisero di trafficare e persino di parlare, facendo sparire le microspie da Consip. Chi invece seguiva lo scandalo sui tg e i giornali, si era fatto l’idea che pm e carabinieri eversivi avessero cospirato col Fatto per rovesciare il governo Renzi a colpi di false accuse, false intercettazioni, falsi verbali e false notizie contro quel martire di babbo Tiziano. Ora l’ordinanza del gup, che rinvia a giudizio i renziani Lotti, Vannoni, Russo e i generali Del Sette e Saltalamacchia per le soffiate sull’inchiesta, ma soprattutto proscioglie l’ex capitano Scafarto dalle accuse di falso e depistaggio, spazza via la più colossale fake news politico-giudiziaria mai vista dai bei tempi di Ruby nipote di Mubarak.

Lo scandalo Consip, come aveva ben capito la Procura di Napoli, erano le trame sugli appalti e le soffiate sull’indagine, non certo gli errori in buona fede di Scafarto né gli scoop di Marco Lillo, come volevano far credere la Procura guidata da Pignatone e i suoi house organ, più impegnati a indagare su chi aveva indagato e informato che su chi aveva trafficato. Ora qualcuno, se proprio non riesce a vergognarsi, dovrebbe almeno scusarsi. Scafarto, che coordinava l’indagine del Noe, fu scippato dell’inchiesta, poi indagato e addirittura interdetto dall’Arma: tutto perché, in un’informativa con migliaia d’intercettazioni, aveva invertito i nomi dell’imprenditore Romeo e del consulente Bocchino. Quella svista, che ora il gup giudica “sicuramente involontaria” (le trascrizioni erano corrette e l’ufficiale raccomandò ai suoi di rileggerle per evitare errori), gli costò l’accusa di falso e depistaggio e la fama di taroccatore di prove per “incastrare” direttamente Tiziano e indirettamente Matteo. I giornaloni abbandonarono i condizionali sempre usati per Lotti e babbo Renzi (anche su fatti assodati) e passarono all’indicativo, dando per certo il dolo del capitano. Repubblica titolò: “Due carte truccate”, “Così hanno manipolato le carte per coinvolgere Palazzo Chigi”. Ed evocò addirittura “la sentina dei giorni peggiori della storia repubblicana”.

Tipo il piano Solo, il golpe Borghese, la strategia della tensione, la P2. Carlo Bonini sentenziò che Scafarto “ha costruito consapevolmente due falsi”, una “velenosa polpetta” per incastrare i Renzis e “alimentare una campagna di stampa che, con perfetta sincronia e sapiente ‘fuga di notizie’ (lo scoop del Fatto, ndr)” doveva costringere la povera Procura di Roma a seguire quella deviata di Napoli. Le stesse fandonie uscirono quando Lillo fu indagato per violazione di segreto in combutta con Woodcock e la Sciarelli (poi prosciolti con tante scuse, anzi senza). Non contenta, Repubblica (col Corriere e il Messaggero) pubblicò un verbale taroccato del procuratore di Modena Lucia Musti contro Scafarto e il capitano Ultimo, che le avrebbero intimato di “far esplodere la bomba” Consip per “arrivare a Renzi”. Poi si scoprì che la Musti aveva detto tutt’altro. Da allora Renzi grida alla congiura contro il suo governo (peraltro caduto da solo, dopo la disfatta referendaria del 4 dicembre 2016, due settimane prima dello scoop del Fatto): “Lo scandalo Consip è nato per colpire me e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il premier. Io lo so bene chi è il mandante”. E i migliori cervelli del Pd a ruota. Orfini: “Questo è il Watergate italiano, un caso di eversione, un attacco alla democrazia”. Zanda, Fassino, Nencini e il duo Andrea Romano-Mario Lavia: “Complotto”. E l’allora direttore di Repubblica, con grave sprezzo del ridicolo: “L’idea che sia possibile disarcionare un primo ministro o chiudere una carriera politica attraverso la manipolazione di intercettazioni e un uso sapiente delle rivelazioni ai giornali è sconvolgente… Resta la necessità di liberare le istituzioni da pezzi di apparati che, come troppe volte nella storia d’Italia, agiscono in modo deviato ed eversivo”. Parole degne di Sallusti, Feltri e Belpietro sui processi a B.: dalle “intercettazioni a strascico” alla giustizia a orologeria di Woodcock e Scafarto che nel “dicembre 2016, un mese politicamente decisivo per il Paese… decidono i tempi” e imbeccano il Fatto, che “avvisa della tempesta che sta per succedere… perché la bomba scoppi”.
Poi la bomba si rivela un’autobomba del Bomba. Il Watergate, un Water closed. Il Piano Solo, un Piano Sòla. E ora il gup scrive che gli unici depistaggi “volti a impedire il regolare corso delle indagini” sono quelli di “ambienti istituzionali vicini all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi”. Ma intanto il polverone ha sortito i suoi effetti, dirottando l’attenzione generale dal vero scandalo Consip a quello falso, consacrando i dogmi dell’Immacolato Pignatone e del peccato originale napoletano, e fiancheggiando la sterilizzazione dell’indagine. Che, per fortuna, è stata sventata dai due gip: la Forleo ha prosciolto Scafarto (salvo ricorsi dei pm in appello); e Gaspare Sturzo ha respinto la richiesta d’archiviazione per Tiziano e Romeo. Intanto si son persi tre anni: l’ordinanza di ieri riporta le lancette dell’orologio al Natale 2016, quando l’indagine passò da Napoli a Roma. Tutto quel che è stato fatto, detto e scritto da allora è carta straccia. Come ha sempre sostenuto il Fatto, in beata solitudine.

Addio a Norman, l’ultima delle soprano wagneriane

Per spiegare perché nutrissi per Jessye Norman una reale venerazione dovrò ricorrere a un fenomeno inspiegabile che si verifica tanto nel teatro d’Opera quanto nella prosa. A un certo punto un artista entra in scena. Possiede una personalità tale ch’è come se tutto attorno a lei si paralizzasse. Elettrizza e diventa il centro del palcoscenico pur se non ha emesso una sola nota. Avveniva così con Maria Callas; meno con Renata Tebaldi, che pure aveva una voce molto più bella e realizzava il testo musicale con autentica perfezione. Jessye Norman era come una fusione delle due, pur se praticasse poco il repertorio cosiddetto “lirico” nel quale Renata eccelleva e fosse un tipico “soprano drammatico” – sebbene non sempre. Oggi che ci ha lasciato possiamo dire fosse uno degli ultimi soprani drammatici viventi e uno dei sommi della storia.

Purtroppo non l’ho mai conosciuta. L’ho vista per la prima volta cantare un’Africaine di Meyerbeer nel 1971 al Maggio Musicale Fiorentino, in italiano e tagliatissima. Aggiungo che quest’Opera, un tempo molto popolare, è l’estremo conato di un compositore sapiente ma pieno di eterogeneità stilistiche, il quale vi lavorò decennî senza riuscire a darle una definitiva fisionomia. A tratti sembra di Rossini (e siamo nel 1864!), a tratti un debole conato di anticipare il Liberty. Ma la protagonista, dotata in più punti di vera statura eroica, diventava una gigantessa morale, quasi una divinità, interpretata da lei. Chissà perché il m° Muti volle eseguire L’Africaine in italiano: la Norman aveva studiato col grande baritono Pierre Bernac, e possedeva una dizione francese superiore a quella di molte cantanti francesi attuali. Infatti, in francese ella ha anche recitato. Come tutti i sommi tragici, era grande anche nel comico. Il modo col quale fa ridere e insieme intenerisce ne La Grande-Duchesse de Gerolstein di Offenbach è strepitoso.

Naturalmente, Jessye era uno dei più importanti soprani wagneriani viventi. L’ultimo film di Karajan, quasi morente, è il finale del Tristan und Isolde cantato da lei in autentica simbiosi col Maestro. Aveva la statura di una gigantessa, ma nulla in comune colle gigantesse wagneriane del Novecento come Kirsten Flagstadt e Birgit Nilsson. Oserò affermare che pronunciava anche il tedesco meglio di loro? Il fatto è che, proveniendo ella da una scuola di canto franco-italiana, e pur se, come ho detto, poco praticasse il repertorio “lirico”, il suo perfetto repertorio tecnico possedeva anche l’arte del canto lirico, ch’ella fondeva con quella del canto “drammatico”. Giungeva così all’esito stesso che Wagner avrebbe preconizzato: egli non amava lo stile di canto tedesco e avrebbe voluto che la sua musica venisse interpretata da cantanti italiani o con tecnica all’italiana. Ciò sovente si dimentica. Ella possedeva voce possente insieme e duttile; dei meravigliosi piano e pianissimo; una dizione e un’intonazione perfette e un accento suadente, non solo imperioso.

Ma la Norman ha cantato di tutto, da Purcell al Novecento, passando per il Lied e passando per Berlioz. La più bella edizione dei Troyens, filmata al Metropolitan in una perfetta regia sotto la bacchetta del grande James Levine, la vede insuperabile Cassandra. Ebbene, immaginate lo sforzo eroico che alla fine degli anni Sessanta una negra pesante un quintale ha dovuto compiere per affermarsi. Immaginate l’intelligenza e la cultura di chi possedeva il repertorio classico europeo più della gran parte delle colleghe bianche. Per me, più che Brühnnilde o Isolde o Kundry, che meno hanno da fare colla civiltà classica, ella resterà la Cassandra e la Didone; insieme con La Grande-Duchesse de Gerolstein.

Battisti su Spotify: non sarà un’avventura (effimera)?

Eppure Bruegel (il Vecchio) ci aveva messo sull’avviso già da un pezzo. Riguardiamolo, il quadro sulla parabola evangelica, dove il corteo di ciechi sta per finire nel fossato. Neanche quello che guida gli altri ha il dono della vista, e allora addio. Tutta questa fanfara esultante sul catalogo Battisti-Mogol disponibile in streaming dal 29 settembre, e quasi nessuno che dimostri lungimiranza.

“Finalmente ora i giovani potranno scoprire le canzoni del leggendario Lucio, che rischiavano l’oblio!”, si legge qui e là. Sicuri? Andiamo a dare un’occhiata alla Top Fifty italiana di Spotify, vale a dire le scelte dei ragazzi che si inoltrano nella zona liquida (e paludosa) del gigante svedese degli ascolti su Internet. In ordine sparso: Capo Plaza, Fred De Palma feat. Ana Mena, Gemitaiz e MadMan, Boro Boro con Don Joe e Mambo Losco, Shiva, Benji e Fede, Irama. Al limite Tommaso Paradiso o Elisa. Di Battisti nessuna traccia.

Gli adolescenti del Terzo millennio confermano un solido attaccamento per i loro teen-idol, e di canzoni del sole e di giardini di marzo non sanno che farsene. Magari avranno prestato distrattamente orecchio a un mini-assaggio campione, giusto quei sette-otto secondi che (stando agli scienziati) sono il massimo livello di concentrazione continua di cui dispone la più recente generazione digitale, a tutti gli effetti una specie umana mutante, distante da quella dei fratelli maggiori o dei genitori. Del resto, come biasimarli? Negli ultimi quindici anni la rivoluzione tecnologica è stata più rapida di quanto i loro cervelli potessero elaborare, paragonabile solo a quella degli albori del Novecento, quando dai calesse si passò alle auto, e il cielo si riempì di aerei. Certo, non avrebbe senso contrastare o rifiutare la realtà della cyber-era. Ma sarebbe sciocco pure finire nel fossato facendo la figura dei ciechi di Bruegel. E il caso-bufala Battisti può esserci d’aiuto, in questo.

Lucio salvato dall’estinzione grazie ai ragazzini? No, se nessuno degli over quaranta che ne ha amato gli album rinuncia a raccontare perché valga la pena infilarlo in una playlist ancora oggi. E lo stesso vale per i Pink Floyd, per i Genesis, per De André o Tenco. Chiunque abbia il privilegio di fare divulgazione davanti a un microfono, una telecamera o una tastiera non può limitarsi a lanciare salve di giubilo per un catalogo online. È una responsabilità culturale, dalla quale giornalisti, speaker, critici e semplici appassionati non possono esimersi. E altrettanto possono fare i padri con i figli: ripristinando rituali condivisi come l’ascolto di dischi “fisici”, magari con un buon impianto, tutti insieme, lungi dall’isolamento delle cuffiette. Servono pazienza, empatia, e comunicazione calda, “orizzontale”, non da dotti altezzosi o da vecchi tromboni.

Gli adolescenti digitali possono essere recuperati all’idea della priorità della musica se al loro fianco troveranno adulti navigati, di quelli che hanno creduto di poter cambiare il mondo arruolandosi nelle legioni del rock e del pop. Non è una battaglia di retroguardia, un’illusione romantica del si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio. Proviamo a spiegarlo pragmaticamente, con i numeri: Spotify, che paga agli autori l’incommentabile cifra di 0,004 centesimi per ogni ascolto di un brano, si avvia a un fatturato globale 2019 che sfiorerà i dieci miliardi di euro praticamente netti, visto che le tasse che gli svedesi pagheranno al nostro erario saranno la miseria di 70-80mila euro. L’agonizzante comparto discografico italiano, che si rallegra per qualche briciola di percentuale al rialzo negli ultimi mesi, non supererà i cento milioni fra entrate e uscite. Le maggiori etichette tricolori, alle prese con bilanci asfittici, si contentano di incassare qualche milioncino quando, come nell’operazione Battisti-Mogol, piazzano i diritti del catalogo online. Mentre, forse, dovrebbero investire di più nel rilancio del disco fisico: si è battuta la grancassa mediatica per il collocamento del tesoretto battistiano sulla Rete, ma sarebbe stato più sensato concentrarsi sui cofanetti antologici pubblicati in contemporanea. Che costano poco più di un abbonamento su Spotify, ma ti restano, e ti ricordano che, fra libretti testi e copertine la musica ha una dimensione più ricca e concreta di una pesca casuale e distratta su un’app.

La grande musica chiede devozione, altrimenti morirà in mano agli speculatori. E Battisti, che dai negozi non è mai uscito, merita di non finire inabissato in quella pozza oscura dove i ragazzi non lo cercherebbero mai.

“Un anarchico da salotto: irrita il mondo dell’arte”

“Banksy è percepito come un Robin Hood, anche perché molte fonti confermano che Robin sia il suo vero nome, ma guadagna da solo 20 milioni di sterline l’anno. La sua genialità? Ha portato nell’arte il principio di medialità, adotta un linguaggio che le persone sono in grado di comprendere e rende ‘notiziabile’ qualunque cosa faccia, usa i media invece di farsi usare”. Stefano Antonelli nel 2016 è stato il curatore – insieme con Acoris Andipa – della prima e più grande mostra mai fatta su Banksy, “Guerra, capitalismo e libertà”. Il 22 novembre inaugurerà, invece, a Genova, un’esposizione dell’artista con opere “mai viste e soprattutto non autenticate. Sarà un’importante novità”. Ma andiamo per gradi. Martedì è sorto a Londra un nuovo “negozio” che espone opere di Banksy: rimarrà allestito per due settimane, nessuno potrà entrarci, ma chi lo vorrà potrà acquistare i lavori su un sito, che per il momento è attivo ma inutilizzabile.

Antonelli, dica la verità: una trovata di marketing?

Inverta la prospettiva: il marketing ha copiato le pratiche di questi artisti, nessuno come i writer sa come ottenere visibilità nello spazio pubblico.

E allora perché l’ha fatto?

Per un contenzioso legale con una società che produce biglietti d’auguri. È stato lui stesso a spiegarlo: ‘La legge stabilisce che se sei proprietario di un marchio ma non lo usi, qualcun altro può sfruttarlo’. Quindi l’ha fatto lui.

Però venderà le sue opere su un sito.

Questa è la chiave: non esiste artista al suo livello che abbia mai venduto i suoi lavori su un sito web. È il suo modo di hackerare il mercato dell’arte, di saltare i mediatori. “Una galleria è il salone dei trofei dei ricchi”, ha scritto in un libro. Ma Banksy non è un radicale, è un anarchico da salotto. Lavora sui principi che regolano il nostro mondo, ma non cerca di sovvertirli. Vuole irritare, dare fastidio, spesso con ironia, è un pungolo più che una bandiera. Il suo negozio si chiama “Gross Domestic Product” (“Prodotto interno lordo”), ma il sottotitolo è Where art irritates life, ‘dove l’arte irrita la vita’. Ha lo spirito dell’hacker; più che rivoluzionare, cracca.

È una forma di democratizzazione dell’arte?

Credo sia populista, non popolare. Cerca il consenso del pubblico, ammicca al pubblico. Ma non trascuriamo un particolare: da oggi a domenica, 160 gallerie mondiali saranno ospitate al Frieze London. Banksy ha aperto il suo negozio proprio questa settimana. Sarà un caso?

Ha rubato la scena.

E vinto mediaticamente. La sua pr è la stessa delle più grandi star di Hollywood. Sono tutte cose già viste: ciò che non si era mai visto è la risposta del grande pubblico, non di quello ristretto delle gallerie. Il lavoro di Banksy tiene conto della medialità del nostro tempo e la usa in maniera economica: nella sua arte non c’è produzione, ma simulazione: riproduce con i mezzi della virtualità e del digitale.

L’anonimato quanto contribuisce al successo?

Molto, ma non sapremo mai se sarebbe andata in maniera diversa con un nome e un volto. Non si svelerà mai, un po’ per motivi pratici – è accusato di aver falsificato denaro e imbrattato muri, quindi è perseguibile – un po’ perché sostiene che l’anonimato sia un privilegio ai giorni nostri.

Eppure ai giorni nostri, nell’era warholiana del “tutti avranno i loro 15 minuti di fama”, ci sono migliaia di persone che lo seguono.

Persone che non solo vanno a vedere le sue mostre, vanno soprattutto a partecipare alla sua idea del mondo.

Che è?

Glielo spiego con la mostra di Genova: opere non autenticate, dicevo, a differenza di quelle viste finora. Per chiedere l’autentica di un’opera di Banksy, bisogna scrivere all’email che si trova su un sito, pestcontroloffice.com. Se lo ritengono, ti mandano un certificato in cui c’è la metà di una banconota con il volto di Lady Diana e un numero. Loro si tengono l’altra metà. Un’opera è autenticata solo se le due metà combaciano.

E se sono autenticate, valgono denaro.

Se non lo sono, il loro valore crolla drasticamente. Ma la faccio sorridere: il sito specifica che ‘numerose opere sono state create in avanzato stato di intossicazione’ e che l’autentica ‘non ha a che fare con attività illegali’, cioè le opere sui muri.

Quindi quelli che esporrete a Genova sono falsi?

È questo il punto, Banksy introduce nell’arte l’idea di opera originale non commerciabile, sono di Banksy e ci assumiamo la responsabilità della provenienza. È la sua “rivoluzione”: se espongo un Mirò non autenticato, commetto un crimine; invece posso esporre un Banksy non autenticato senza che esso sia un falso. È una terza via, l’indeterminatezza del vero e del falso, le idee che sono alla base della nostra visione del mondo. Non è ipocrisia, ma speculazione artistica.

Banksy legge così le contraddizioni del presente?

Nel libro Wall and piece, scrive: ‘Se vuoi dire qualcosa e vuoi che la gente ti ascolti, indossa una maschera. Se vuoi dire la verità, devi mentire’.

Il candidato dem Sanders ai box: arteria occlusa, campagna ferma

C’era una volta la maledizione di Tecumseh, potente capo indiano che, dal 1840 al 1960, per oltre 120 anni, colpì tutti i presidenti degli Stati Uniti eletti in un anno che finiva per zero: tutti morti, ammazzati o per cause naturali, nell’esercizio delle proprie funzioni. Adesso c’è la maledizione, meno drastica, ma efficace, di Donald Trump: vittime, i candidati alla nomination democratica a Usa 2020: dopo Joe Biden, tocca a Bernie Sanders. E, per la legge del non c’è il due senza il tre, Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che completa la triade dei “grandi vecchi” democratici, comincia a preoccuparsi.

Sanders, protagonista della campagna 2016, quando fu capace di contestare fino all’ultimo la nomination alla favoritissima Hillary Clinton, alfiere della sinistra al punto da definirsi “socialista”: il senatore del Vermont è finito sotto i ferri per l’occlusione a un’arteria.

La sua campagna è sospesa. Jeff Weaver, consigliere del senatore, ha riferito che Sanders ha avvertito un fastidio al petto, dopo un evento martedì nel Nevada. Una visita medica e alcune analisi hanno accertato l’occlusione.

“Gli sono stati messi due stent, l’intervento è andato bene, il senatore parla ed è di buon umore”.

Nei prossimi giorni, il candidato si riposerà: ha cancellato tutti gli eventi che aveva in programma, cominciando da un forum sulle armi cui – secondo l’Abc – doveva partecipare in queste ore.

Corsa finita per Nonno Sanders? Il rischio c’è, ma nessuna decisione è stata presa. Il senatore si porta dietro l’handicap dell’età – 78 anni – ed era finora apparso, in questa campagna, meno brillante che quattro anni or sono e meno capace di suscitare l’entusiasmo di giovani e “liberal” (anche perché la Warren gli fa concorrenza su quello che era il popolo di “Occupy Wall Street” e semina ansia e paura negli ambienti finanziari).

Perché il Sinodo va in Amazzonia

Il prossimo Sinodo per l’Amazzonia è chiamato a essere un’occasione di “conversione”. È necessario riflettere e fare una lettura storica degli eventi ecclesiali, percependo come Dio irrompa nella storia anche in condizioni contraddittorie, e sperimentare con forza questa azione nell’attuale momento ecclesiale. Una lettura sapiente dei segni dei tempi conferma che la chiamata alla conversione spesso viene dalle “periferie”, anche geografiche. In questo caso può provenire dai popoli amazzonici.

Nella Chiesa stiamo vivendo un vero kairos, cioè un tempo favorevole dello Spirito: la Chiesa è chiamata ad ascoltare la sua voce e ad assumere l’impegno della conversione. Il volto della “periferia” amazzonica, immensa e maestosa nel suo territorio, esprime in certo qual modo il mistero di Dio che abita nella Chiesa e la apre alla novità. Francesco, nel suo discernimento come pastore universale della Chiesa e come “leader morale” con un impatto globale, ci parla di un processo in cui la periferia illumina il centro senza pretendere di prenderne il posto, ma contribuendo a trasformarlo, purificarlo e rinnovarlo. Vale a dire, la periferia contribuisce alla conversione di questo centro, che ha perso, in un certo senso, parte della sua capacità di ascolto e di meraviglia di fronte alla voce sempre nuova e rinnovata dello Spirito. E la periferia può contribuire alla trasformazione del centro nella misura in cui non perde la propria identità. È da quell’esistenza marginale che Cristo si è fatto strada, e continua a farlo anche oggi nel nostro mondo, pieno di tensioni e ricco di contrasti, per redimerlo.

(…) Occorre preparare il cuore in un mondo tanto ferito e frammentato, quanto diversificato e plurale, affinché il regno di Dio sia una verità più vicina. Per questo è necessario vivere una profonda riconciliazione con la nostra origine dal “fango”, dall’argilla: è indispensabile integrare la sorella-madre Terra come la realtà da cui dipendono la nostra vita e il nostro futuro. Se il sogno di Dio è la redenzione dell’umanità, oggi più che mai siamo consapevoli che l’appartenenza e il rapporto di reciprocità con il creato fanno parte del cammino verso la costruzione del Regno. In questo senso serve una parola profetica chiara e forte. Papa Francesco ci chiede oggi di essere coraggiosi, di fare proposte coraggiose. In Amazzonia ci sono così tanti segni di sfruttamento, morte, martirio contemporaneo ed esclusione che anche questo Sinodo è chiamato a essere profondamente profetico.

(…) Nel magistero di Francesco è possibile riconoscere un deciso impegno per incoraggiare la conversione ad almeno tre livelli: conversione pastorale (Evangelii gaudium), conversione ecologica (Laudato si’) e conversione alla sinodalità ecclesiale (Episcopalis communio).

Conversione pastorale. L’esortazione apostolica Evangelii gaudium è la chiamata a una vera conversione missionaria, ad andare oltre noi stessi per sperimentare la gioia del Vangelo, che cambia tutto in chi incontra Gesù. È lasciare che la gioia nasca e rinasca con Cristo, per dare volto a una Chiesa missionaria rinnovata, seguendo il mandato di uscire da se stessa, con il desiderio di essere evangelizzatrice con lo Spirito e riconoscendo le diversità culturali. In questo Sinodo amazzonico la prima componente è proprio quella delle “nuove vie per la Chiesa”. Se saremo in grado di discernere onestamente e coraggiosamente ciò che l’Amazzonia può insegnarci, sarà possibile scoprire nuovi percorsi per quella novità necessaria e desiderata. Non solo per l’Amazzonia, ma anche come segno della necessità per la Chiesa universale di seguire il suo aggiornamento incompiuto e permanente. È un invito a riconoscerci come popolo, ad avere il gusto di essere vicini alla vita delle persone fino a scoprire che questa è la fonte di una gioia superiore ed è il luogo dove si esprime la parola di Dio, viva e attiva.

Conversione ecologica. La lettera enciclica Laudato si’ è l’incorporazione definitiva del grido di sorella-madre Terra nella dottrina sociale della Chiesa, e quindi l’appello urgente ai credenti e a tutti coloro che abitano il Pianeta perché si prendano cura di questa casa comune. Non si tratta di un elemento complementare: è una chiamata essenziale, che proviene direttamente dalla dottrina sociale, che ci invita a riconoscere il fallimento della società rispetto alla questione socio-ambientale. Occorre rendersi conto che esiste un’unica crisi sociale e ambientale e rendere operativo l’impegno per un’ecologia integrale in tutte le sue dimensioni: sociale, politica, umana, ambientale, culturale, della vita quotidiana, della giustizia tra le generazioni, della spiritualità della cura. In questo Sinodo amazzonico la seconda componente è quella della “ecologia integrale”, nella convinzione che il progetto di Dio sul mondo è a rischio se non si fa una scelta preferenziale e ferma per difendere la vita attraverso la tutela di questo bioma. Ciò significa riconoscere che l’Amazzonia è determinante per il futuro planetario e quindi che se la Chiesa fallisce su questo punto, avrà fallito il compimento della sua missione integrale. L’Amazzonia si rivela un vero e proprio banco di prova per la Chiesa. (…) Si tratta di uno spazio vitale, essenziale nella lotta frontale contro il cambiamento climatico. Ciò che accade in Amazzonia, o non vi accade, avrà serie implicazioni per il futuro dell’intero Pianeta. Siamo profondamente “interconnessi” e negare questa realtà come espressione della dottrina sociale della Chiesa sarebbe un grave errore.

Conversione alla sinodalità ecclesiale. La costituzione apostolica Episcopalis communio e il documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa esprimono bene il cammino da fare insieme, letteralmente il “sinodo”, inteso come kairos. Lo stesso papa Francesco, nel 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi (1965-2015), ha affermato che la via della sinodalità è la via che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo millennio. Infatti, la sinodalità è la dimensione costitutiva della Chiesa, rivela un processo storico ed è espressione connaturale del modo di essere e di strutturarsi della Chiesa. Non ci può essere Chiesa senza un autentico elemento sinodale in essa. Poiché Cristo è la via, la verità e la vita, e noi siamo tutti limitati, è necessario intraprendere questo esercizio di dialogo, di ascolto reciproco, di consenso e soprattutto di discernimento comune per individuare le vie che Dio traccia per noi come Chiesa, come popolo di Dio. L’unico antidoto all’autoreferenzialità e a un verticalismo che soffoca la forza dello Spirito che agisce dal basso è una sinodalità che nasce dal discernimento. Non sorprende che alcuni che vogliono impedire cambiamenti profondi, o vogliono perpetuare il loro bisogno di controllo, siano così fortemente contrari all’idea stessa di sinodalità nella Chiesa e alle sue conseguenze. (…)

Harry va alla guerra contro i tabloid: “La storia si ripete”

“La mia paura più profonda è che la storia si ripeta. So cosa succede quando qualcuno che amo è mercificato al punto da non essere più trattato o percepito come una persona reale. Ho perso mia madre e ora vedo mia moglie vittima delle stesse potenti forze”.

È uno degli estratti più duri della lettera aperta con cui Harry Windsor, duca di Sussex, ieri ha dichiarato la sua guerra ai tabloid. Sostiene così, con una iniziativa inusuale, la ancora più inusuale querela che la moglie Meghan ha deciso di intentare contro il Mail on Sunday, inserto domenicale di uno dei tabloid più spregiudicati del mondo.

Che sulla coppia specula dall’inizio del loro fidanzamento, nella tradizione di quelle pubblicazioni popolari cannibali che proprio dalla vita e dalla morte di Lady Diana hanno ricavato milioni di copie, quote di mercato e ricche carriere. Diana, la madre amatissima, gallina dalle uova d’oro, in vita e in morte, per quel tipo di giornalismo senza scrupoli. Harry lo accenna, e in tutta la lettera trapelano gli anni di sofferenza e il risentimento per il ruolo distruttivo che quella stampa ha avuto nella vita della madre. “C’è un costo umano per questa implacabile propaganda, in particolare quando è consapevolmente falsa e maliziosa, e anche se ci siamo mostrati coraggiosi non posso descrivere quanto sia stato doloroso”.

Fra i due figli, Harry è quello che, per carattere e perché libero dagli obblighi e dalle responsabilità di erede al trono che limitano William, ostenta la continuità con la madre. Pochi giorni fa, durante il viaggio ufficiale della coppia in Africa, si è fatto riprendere mentre attraversava un campo minato in Angola: immagine specchio della camminata con cui nel 1997 Diana aveva lanciato la sua campagna contro le mine anti-uomo.

Su Harry e Meghan i tabloid si sono accaniti in particolare, perché sono la coppia della famiglia reale che più si presta al pettegolezzo: lui con un passato turbolento, anni di eccessi per superare la morte violenta e improvvisa di Diana; lei americana, divorziata, attrice di telefilm e, soprattutto, con una famiglia che non smette di imbarazzarla. Dal loro matrimonio i tabloid la hanno attaccata in molti modi: Meghan la capricciosa, che fa scappare i domestici e piangere di rabbia perfino la sempre impeccabile cognata Kate: Meghan la tiranna, che costringe il marito succube a scelte vegane e salutiste: Meghan l’ipocrita, che sperpera soldi pubblici per rinnovare la residenza dei duchi, e dà lezioni sui rischi del cambiamento climatico mentre va in vacanza su inquinanti jet privati. Pettegolezzi per fermare i quali anche i reali possono fare poco. Ma Schillings, il temutissimo studio legale specializzato in cause di diffamazione, ha trovato la pistola fumante: una lettera scritta da Meghan al padre Thomas, scovata e pubblicata dal Mail on Sunday e tuttora disponibile sul sito. Abbastanza per una querela presso l’Alta Corte, contro il Mail e la conglomerata Associated Newspapers, per abuso della privacy. Azione legale pagata dai fondi privati della coppia, con la premessa che qualsiasi eventuale indennizzo verrà devoluto a una associazione impegnata nella lotta al bullismo.

“Arriva un momento in cui l’unica cosa da fare è opporsi a questo comportamento, perché distrugge persone e vite. Non è altro che bullismo: spaventa e riduce al silenzio. Non è accettabile, a nessun livello”.

Il Mail on Sunday ha reagito definendo la lettera un “attacco alla stampa britannica”, e un suo portavoce ha dichiarato che il giornale “si difenderà vigorosamente” in tribunale. Ma l’iniziativa di Harry è senza precedenti anche nei toni, perché si appella direttamente ai lettori, a cui chiede di distinguere fra una informazione libera e obiettiva, che definisce “indispensabile baluardo della democrazia” e le campagne di stampa senza scrupoli della stampa scandalistica. E conclude ringraziando il pubblico per il sostegno: “Può non sembrare, ma ne abbiamo davvero bisogno”.

Trasparenza e umanità: le stesse che fecero di Diana “la principessa del popolo”.

Netanyahu: niente governo, niente immunità

Quell’aura di vincitore non c’è più, svanita come l’amicizia personale con i potenti della Terra, a cominciare da Donald Trump. Sta per gettare la spugna nelle trattative di governo mentre è iniziata la procedura per metterlo in stato d’accusa. Ieri, mentre gli avvocati del Primo Ministro Benjamin Netanyahu erano al Ministero della Giustizia per convincere il Procuratore Generale che il premier non ha commesso alcun illecito nei suoi tre casi di corruzione, il leader israeliano stava incontrando i suoi alleati, i capi delle fazioni della destra. Con loro ha fatto il punto della situazione a una settimana dall’incarico di governo. Nessun progresso. La sua coalizione è sempre ferma a 55 seggi, ben lontana dai 61 della maggioranza. Il leader di Kahol Lavan Benny Gantz si è ritirato dai colloqui per formare un governo di unità nazionale, come auspicato dal presidente Reuven Rivlin. Netanyahu ha posto delle condizioni inaccettabili per Gantz e i suoi sostenitori; chiedeva un premierato a rotazione, una legge sull’immunità e mantenere i privilegi per i partiti religiosi suoi alleati. Sono bastati due incontri fra gli “sherpa” dei due schieramenti per capire che il negoziato con Bibi è impossibile. Apparentemente i leader della Destra non hanno deciso se Netanyahu debba restituire il mandato per formare il governo al presidente Reuven Rivlin. Le dichiarazioni sono bellicose. La leader di Yamina, Ayelet Shaked, sostiene che il blocco di destra rimane “resistente come il cemento”. Ma lo stallo è evidente, il negoziato è fallito. Di questo fallimento Kahol Lavan incolpa Netanyahu. “Questa non è una trattativa, è un discorso sordo e non ha senso continuare finché le condizioni rimangono le stesse”.

Per una singolare coincidenza l’orario di appuntamento per il nuovo round negoziale, poi cancellato, era lo stesso in cui la squadra di avvocati di Netanyahu entrava a Palazzo di Giustizia per la prima delle udienze preliminari per i casi 4000, 1000 e 2000. Netanyahu potrebbe essere imputato per frode e violazione della fiducia (punibile fino a 3 anni) e corruzione (punibile fino a 10 anni). Bibi sostiene di essere vittima di una “caccia alle streghe” orchestrata dai media e della sinistra per eliminarlo politicamente.

Il case 4000 sostiene che Netanyahu ha concesso favori alla principale società di telecomunicazioni israeliana privata, Bezeq Telecom Israel, in cambio di una copertura positiva per lui e sua moglie Sara su un sito web di notizie controllato dall’’ex presidente della società.

Il case 1000 sostiene che Netanyahu e sua moglie hanno ricevuto ricchi doni da Arnon Milchan, un importante produttore di Hollywood e cittadino israeliano, e dal miliardario australiano James Packer: champagne, sigari, soggiorni in hotel superlusso, viaggi aerei. Nel case 2000, il premier è accusato di aver cercato di negoziare un accordo con il proprietario del quotidiano israeliano più venduto, Yedioth Ahronoth, per una migliore copertura sul suo operato di governo. In cambio ha offerto una legge che avrebbe rallentato la crescita di un quotidiano rivale, Israel Hayom, che tutti in Israele chiamano “la Pravda di Bibi”, di proprietà del miliardario Usa Sheldon Adelson.

Le udienze preliminari offrono alla squadra legale del premier di confutare le potenziali accuse e di convincere il procuratore generale a scartarle o ridurle. Non è chiaro se Netanyahu parteciperà alle prossime audizioni. Il Procuratore dovrebbe decidere entro la fine di dicembre il rinvio a giudizio. Ciò che sembra escluso è un eventuale patteggiamento sulle accuse.