Brexit, “alternativo” BoJo. “Due confini per 4 anni”

Londra

Rinvigorito, sicuro di sé, spiritoso. È un Boris Johnson in pieno controllo della platea quello che ieri ha illustrato, a grandi approssimative linee, la sua visione del futuro del Regno Unito, e della Brexit, ai delegati della conferenza annuale dei Tories a Manchester. Si prende gioco del Parlamento, “se fosse una puntata di un reality show a quest’ora saremmo stati tutti buttati fuori dalla giungla… ma almeno avremmo visto lo speaker della Camera costretto mangiare testicoli di canguro”.

Si prende gioco di Jeremy Corbyn per il suo rifiuto di concedere elezioni. Fra proclami nazionalisti e grandi speranze per il futuro del partito e della nazione, continuamente interrotto da applausi e risate, presenta finalmente il suo piano per uscire dall’impasse Brexit: un piano tutto incentrato sull’alternativa alla backstop, la ormai famigerata clausola di salvaguardia concordata fra Bruxelles e il governo May per evitare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande, ma respinta dagli Unionisti irlandesi del Dup e mai approvata dal parlamento britannico. Qual è l’alternativa del governo Johnson? Una proposta “ragionevole e costruttiva” che esclude “controlli sul confine o nelle vicinanze”. Il Telegraph, quotidiano da sempre vicino al primo ministro, ieri sintetizzava così “due confini per 4 anni” dopo la fine del periodo di transizione: uno fra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese e l’altro in mare, fra Irlanda e Gran Bretagna. L’Irlanda del Nord uscirebbe dalla unione doganale con il resto del Regno Unito, ma limitare il numero di controlli manterrebbe libertà di movimento per le persone e rimarrebbe allineata al mercato unico per i beni agricoli e industriali fino al 2025. Poi l’Assemblea parlamentare nord-irlandese potrà decidere liberamente se restare allineata all’Ue o seguire il resto del Regno Unito. È grazie a questa concessione che è stato possibile convincere il Dup.

Johnson insiste nel liquidare il nodo nordirlandese come puramente tecnico: ignora volutamente la questione centrale, cioè la necessità di proteggere il mercato unico europeo, e anche i rischi che in ogni caso, il ritorno di un confine fra le due Irlande pone per la pace in Ulster. Tanto che il premier irlandese Varadkar che ha definito il piano “non promettente”. Più possibilista la Commissione europea, con il presidente Juncker che ha parlato di progressi positivi, ma anche di “punti problematici che richiedono ulteriore lavoro nei prossimi giorni, in particolare rispetto alla governance della backstop”. La Commissione esaminerà il testo, e non resta molto tempo prima del decisivo consiglio europeo del 17 e 18 ottobre. Aperture, chissà se reali o no: e chissà quanto è reale, o solo un bluff, il bivio con cui Johnson ha presentato l’offerta all’Ue: o così o il 31 ottobre siamo pronti ad uscire senza accordo.

Continua a ignorare il fatto che il parlamento britannico ha approvato a maggioranza la legge Benn che lo obbliga a richiedere una estensione di tre mesi all’Ue se un accordo non sarà trovato entro il 19 ottobre. Johnson ha dichiarato che rispetterà la legge ma non chiederà l’estensione: si susseguono le ipotesi su come possa far quadrare il cerchio. Ma la guerra con Westminster non è finita: il governo intende sospendere il Parlamento martedì prossimo e inaugurare una nuova fase legislativa con un nuovo discorso della Regina il 14 ottobre. Elisabetta darà il suo assenso, dopo che la Corte suprema ha dichiarato illegale la sospensione precedente? E poi: ammesso che sia realistico ottenerlo su queste nuove basi negoziali, qualsiasi nuovo accordo con la Ue va approvato dal parlamento britannico. La scommessa al cardiopalma di Boris è che i parlamentari, di fronte all’alternativa di un disastroso no deal, stavolta approvino.

Paura in Normandia. Incoerenze e silenzi sull’incendio di Rouen

Da quando la fabbrica di prodotti chimici Lubrizol è andata a fuoco, nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi, gli abitanti di Rouen escono di casa con le mascherine. Anche diversi giorni dopo l’incendio che ha distrutto l’impianto, da cui è salita una mostruosa nuvola nera che ha coperto tutta la città, l’odore di idrocarburi nell’aria è ancora forte. Un odore intenso e persistente che in chi lo ha respirato nelle prime ore ha causato forti malori, nausee, vomito, mal di testa.

Gli abitanti della città della Normandia hanno la sensazione di vivere in una stazione di servizio. La polvere tossica che ha riempito l’aria si è poi posata a terra, coprendo con uno spessore nero tetti, giardini, campi. Chi quell’aria l’ha respirata e la respira ancora ha paura per la propria salute e per quella dei propri figli. Chi ha potuto, anche per le scuole rimaste chiuse venerdì scorso, ha lasciato la città per il fine settimana ed è andato a respirare un’aria migliore altrove.

Le poche informazioni arrivate col contagocce dal governo nei giorni scorsi, spesso caotiche e contraddittorie, talvolta fin troppo rassicuranti da non sembrare credibili, talvolta più allarmanti, non convincono gli abitanti della città e dei comuni limitrofi coinvolti, almeno un centinaio, che già due volte in meno di una settimana sono scesi nelle strade a migliaia, alcuni con la maschera anti-gas sul viso, per chiedere al governo “tutta la verità”.

In nome della “trasparenza” promessa, la prefettura del dipartimento Seine-Maritime ha pubblicato ieri la lista dei prodotti chimici che sono bruciati con la Lubrizol, uno stabilimento che produce additivi per lubrificanti dal 1954 classificato “Seveso ad alto rischio” per il tipo di materie prime lavorate (sulla base della direttiva Ue del 1982 votata dopo il disastro della Icmesa di Meda nel 1976) e per questo sottoposto a controlli strettissimi. Stando ai dati pubblicati sono andati in fumo 5.253 tonnellate di prodotti tossici, essenzialmente degli “additivi multi uso” (il 60 per cento), tipo solventi e detergenti. Nella lista di diverse pagine figurano anche composti come il benzene e altri idrocarburi potenzialmente cancerogeni. “Non tutti i prodotti sono pericolosi – ha precisato la prefettura – dipende dalla quantità presente, da come si sono trasformate le molecole dopo la combustione e dal tipo di esposizione (contatto con occhi e pelle, inalazione, ingestione)”. Tutti gli specialisti che hanno parlato ai media francesi sostengono che a essere davvero pericoloso per la salute è il “cocktail di sostanze” che è andato in fumo. Per la ministra della Sanità, Agnès Buzyn, “l’inquinamento è reale ma per ora non si registrano rischi per la salute”.

La ministra ha assicurato che l’aria si può respirare e che l’acqua è potabile. “I risultati delle prime analisi sono rassicuranti. Il governo – ha aggiunto – non ha nulla da nascondere”. Anche il rischio amianto, andato in fumo con il tetto della fabbrica, sembra scartato: “Su un raggio di 300 metri intorno al- l’impianto – ha spiegato ancora la Buzyn – non si registrano soglie superiori a quelle ammesse”. Si aspettano invece ancora i risultati delle analisi sul rischio di contaminazione da diossina. All’Ineris, l’istituto per l’industria e rischi ambientali, è stato chiesto di valutare gli effetti reali sulla salute dell’incendio. Una missione d’informazione parlamentare è stata aperta su richiesta di verdi e socialisti. Tutto questo però non sembra bastare a rassicurare le persone. Anzi la diffidenza nei confronti dell’informazione “ufficiale” continua a crescere.

Se non ci sono rischi per la salute, perché si promettono “controlli medici regolari su lungo periodo” per chi è stato esposto? Perché intere produzioni locali, frutta, verdura, ma anche latte, uova, devono essere gettate via?

Il ministero dell’Agricoltura ha reso pubblica una carta delle “misure di restrizione sanitaria” che riguarda un’ampia fascia del nord-ovest della Francia e che coinvolge circa 200 comuni e “almeno 1800 agricoltori”, che quindi non potranno vendere i loro prodotti. Associazioni e Ong stanno raccogliendo fondi per effettuare una campagna di prelievi e analisi “indipendente”.

Più di 40 denunce per “esposizione al pericolo di morte” sono state depositate al Tribunale di Rouen. E si levano ricorsi per chiedere la chiusura delle fabbriche Seveso vicine ai centri urbani. In Francia si contano 1.312 stabilimenti Seveso, di cui 705 ad alto rischio come quello di Rouen, e circa 100 si trovano in zone a alta densità di popolazione.

Un esperto di finanza per sciogliere i nodi Ama

Non si è mai occupato di rifiuti, ma ha una grande esperienza nel settore marketing e nel management di patrimoni immobiliari. Skill che potrebbero essergli moto utili da nuovo presidente dell’Ama Spa. Non è un caso che il primo atto di Stefano Antonio Zaghis sia stato incontrare l’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti e il direttore generale g del Campidoglio, Franco Giampaoletti. Perché più che di “pulire la città”, compito che rimane in capo al direttore operativo Massimo Bagatti, la vera priorità di Ama è il bilancio. Quello del 2017 è stato bocciato dal Comune socio unico ed è finita con le dimissioni del settimo vertice a soli 5 mesi dalla dipartita di Lorenzo Bagnacani.

Zaghis, milanese, è un attivista storico del Movimento. Nel 2013 ha coordinato la campagna elettorale di Marcello De Vito, candidato sindaco quando vinse Ignazio Marino. “Ma ho cancellato la mia iscrizione nel 2014”, ha spiegato al sito La Voce delle Voci, che aveva parlato di lui azzardando un collegamento a tre con De Vito e il costruttore Luca Parnasi all’indomani dell’arresto del presidente dell’Assemblea capitolina. La tesi era quella di un legame fra i tre in relazione allo stadio dell’As Roma, visto che Zaghis era stato a capo di Idea Fimit Sgr (poi Dea Capital Sgr) dal 2010 al 2012, società che gestiva il fondo con il quale Parnasi aveva fatto alcuni degli affari su cui la Procura di Roma ha acceso i riflettori, oltre al “fondo Ambiente” che la stessa Ama Spa aveva aperto anni fa per far confluire alcuni edifici di sua proprietà, e che Bagnacani ha chiuso. “Ma il fondo che gestivo investiva in case di riposo per anziani e social housing”, aveva ribattuto lui in una lettera di diffida.

Il presunto collegamento viene ancora oggi utilizzato da chi lo attacca, anche dall’interno della giunta Raggi. Gli stessi che si opposero al suo arrivo in Campidoglio nel febbraio scorso, prima come assessore e poi proprio all’Ama. Nomina solo rimandata, come abbiamo visto. La sua “buona esperienza”, pubblicizzata su Linkedn, “gestionale nella progettazione dei servizi, sia nello sviluppo e management di patrimoni immobiliari”, in società come Mita Resort, Animus srl e R&G Alternative Investments Sgr, potrebbe essere utile su un’altra questione che sta a cuore al Campidoglio: la rivalutazione del Centro carni di viale Togliatti. L’area, che vale 30 milioni, è stata iscritta in bilancio nel 2011 per 135 milioni e fatta confluire in un fondo Bnp Paribas, ma non è mai stato presentato alcun progetto di rivalutazione, fino al tentativo di svalutazione da parte del Cda uscente.

Discarica “a tempo”. La Raggi resiste a Costa e Zingaretti

Una discarica “temporanea” dove far arrivare per un paio d’anni i rifiuti romani. Il tempo di abbattere i costi dello smaltimento, ripulire (per bene) la città e, con i soldi risparmiati, far crescere la raccolta differenziata. L’idea serpeggia da alcune settimane sullo “strano” asse fra Nicola Zingaretti e il ministro M5s dell’Ambiente Sergio Costa, ma non piace per niente alla sindaca Virginia Raggi, che di alzare bandiera bianca sui rifiuti zero non ne vuole sapere. La vera deadline non è tanto il 15 ottobre, quando la fine dell’ordinanza estiva firmata dalla Regione Lazio lascerà spazio al ritorno a pieno regime dei tmb (gli impianti di trattamento biomeccanico dei rifiuti indifferenziati) di Manlio Cerroni a Malagrotta, quanto il 1° gennaio 2020, quando nella discarica di Colleferro non entrerà nemmeno più uno spillo.

È in questa cittadina a sud della Capitale che confluiscono, da un po’ di tempo, gran parte dei rifiuti romani trattati nei tmb: gli altri vengono invece portati nell’inceneritore Acea di San Vittore, in provincia di Frosinone. Alla luce di questa possibile emergenza, a due mesi dalle festività natalizie, l’idea di un commissariamento ministeriale non sembra del tutto campata in aria. Anche se l’obiettivo sarebbe quello di trovare una soluzione che non delegittimi nessuno. A sponsorizzare l’idea della discarica è in particolare la Regione Lazio. Nicola Zingaretti e il suo assessore Massimiliano Valeriani avrebbero dato l’idea di definirla “sito di stoccaggio”: la differenza sta nel fatto che la discarica tradizionale, una volta esaurita, viene tombata e lasciata lì, mentre in questo caso i rifiuti verrebbero portati via per essere smaltiti definitivamente e il sito, in teoria, bonificato.

La questione è già nell’agenda di Stefano Zaghis, nuovo presidente dell’Ama Spa, la società capitolina dei rifiuti appena sconvolta dal settimo cambio al vertice in poco più di tre anni. In attesa della nomina ufficiale prevista per oggi, Zaghis ieri ha fatto un passaggio in Campidoglio con l’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti, e ha fatto sapere che la sua priorità è “ripulire la città”. Per farlo, non basterà il ritorno a pieno regime dal 16 settembre – dopo una lunga manutenzione – dei tmb di Cerroni, quando gli impianti di Malagrotta saranno in grado di trattare 1.000 delle solite 1.250 tonnellate giornaliere di indifferenziato. La Regione Lazio ha già chiuso l’accordo con Marche e Abruzzo per conferire altre 500 tonnellate al giorno. Considerate le 700 lavorate dall’altro tmb di Ama, quello di Rocca Cencia, per chiudere il cerchio e tirare a campare Ama deve noleggiare un tritovagliatore da 750 tonnellate da piazzare in zona Acilia, in sostituzione del tmb Salario andato a fuoco l’11 dicembre 2018.

Chi spinge per la discarica “temporanea” è convinto che la presenza di un sito nel territorio del Comune di Roma, gestito da Ama, possa abbattere i costi sostenuti dalla società capitolina: dalla trasferenza a Colleferro a quella verso Marche e Abruzzo, passando per la tariffa applicata dal Colari di Cerroni, che si troverebbe a poter conferire in un sito locale piuttosto che in Portogallo, dove attualmente lascia partire i rifiuti trattati a bordo di navi stracolme. Dall’altra parte, Ama potrebbe dare il via libera al suo piano assunzionale, con almeno 300 nuovi addetti alla raccolta, cui aggiungere il rinnovo del parco mezzi, per metà fermo da anni nelle officine.

Ma l’ipotesi non convince per niente Virginia Raggi e sarebbe una sorta di tradimento del piano ‘rifiuti zero’, perseguito sin dal 2016. Nel suo sfogo di domenica al festival Restart, organizzato dall’associazione antimafia DaSud, la “premonizione” della sindaca: “Vogliamo dire che la Raggi è brutta e cattiva perché non raccoglie l’immondizia? Diciamolo, non m’interessa. Ma c’è tutta una catena a valle che non funziona. E l’effetto è che arriverà qualcuno che dirà che per risolvere l’emergenza dei rifiuti serve un impianto fatto velocemente, senza norme e senza regole”.

La ’ndrangheta è la vera avanguardia dei clan

Pubblichiamo la prefazione del Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho al libro “Gotha” di Claudio Cordova (PaperFirst) da oggi in libreria.

È ormai un’affermazione comunemente condivisa che la ’ndrangheta è oggi la più potente, ricca e pericolosa delle organizzazioni criminali che operano in Italia e in Europa e che essa ha il suo nucleo essenziale nella provincia di Reggio Calabria o, comunque, in Calabria.

Dalle plurime acquisizioni investigative risulta confermato che la ’ndrangheta occupa ormai stabilmente una posizione di rilievo nel traffico mondiale di stupefacenti e che il crimine organizzato della Calabria è protagonista di una profonda penetrazione sociale ed economica dell’intera regione con crescenti espansioni nel resto d’Italia e in varie parti del mondo.

È una conferma, che non necessita di ulteriori riscontri, in ordine alla pervasiva e incisiva capacità della ’ndrangheta di proiettarsi quale modello criminale di riferimento a livello internazionale, senza privarsi delle proprie originarie tradizioni, risultando adattabile e flessibile nell’infiltrazione in diversi contesti territoriali e sociali, ma, al tempo stesso, particolarmente resistente alle strategie di prevenzione e di contrasto. (…)

La ’ndrangheta ha raggiunto, ormai, la terza (o quarta) generazione e opera sullo stesso piano di qualunque altro soggetto, senza che le siano frapposti ostacoli di sorta nei settori in cui si insedia. Stringe relazioni di potere, esplica la capacità di infiltrazione o condizionamento della sfera politica e istituzionale, esercita l’impresa mafiosa interferendo sul mercato e condizionandone lo sviluppo locale; la ’ndrangheta ha realizzato un sistema complesso, in cui la struttura militare, dedicata al controllo del territorio e alla consumazione di reati tradizionalmente mafiosi, come l’estorsione e l’usura, è servente rispetto a quella economico-imprenditoriale, fatta non solo di imprenditori collusi, ma anche di commercialisti, avvocati, professionisti, che la sostengono, l’agevolano, la consigliano.

La spiccata capacità espansiva, anche su scala internazionale, le modalità di infiltrazione e la notevole forza corruttiva hanno trasformato l’organizzazione calabrese in una dinamica e spregiudicata holding economico-finanziaria. La ’ndrangheta si presenta come mafia innovatrice, capace di modificare le regole basilari della tradizione criminale per affrontare le sfide del futuro dotandosi finanche di una sovrastruttura occulta e riservata formata da una componente elitaria che assicura alla organizzazione l’attuazione dei programmi criminosi anche negli ambiti strategici della politica, dell’economia e delle istituzioni.

(…) Il libro di Claudio Cordova rappresenta il risultato dell’impegno scientifico di ricostruzione dell’evoluzione della ’ndrangheta in modo da diffondere la conoscenza sulla sua capacità di mimetizzazione nella società, in cui si infiltra generando aggregazione in quella parte apparentemente sana, che è al tempo stesso la più pericolosa e responsabile della sua crescita, la borghesia mafiosa, costituita da quella sfera di persone culturalmente strutturate, professionalmente preparate, imprenditorialmente affermate, apparentemente inserite nel percorso legale che, in realtà, integrano lo schermo protettivo, la copertura delle mafie, l’interfaccia rassicurante, che consente l’infiltrazione invisibile dell’economia legale e della società civile.

“La mafia? Non è plausibile”. Lite sull’attentato ad Antoci

“Il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile” delle ipotesi. Lo scrive la Commissione antimafia siciliana, presieduta da Claudio Fava, sull’agguato all’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, avvenuto nella notte tra il 17 e 18 maggio 2018. Da allora Antoci ha assunto un ruolo importante nel fronte antimafia non solo regionale. Ieri la commissione ha formulato tre ipotesi dopo cinque mesi di studio degli atti d’inchiesta e le audizioni di giornalisti, magistrati, investigatori e testimoni. Un attentato mafioso fallito, un atto dimostrativo e una simulazione. In tutti i casi Antoci sarebbe vittima, “bersaglio della mafia nelle prime due” e “strumento inconsapevole di una messa in scena nella terza”.

“Per una serie di anomalie, contraddizioni e opacità la pista mafiosa è la meno plausibile”, spiega Fava. Antoci protesta, si dice “basito”, denuncia “mascariamento e delegittimazione”; lo difendono i 5S siciliani e il deputato Pd dell’Antimafia nazionale, Franco Mirabelli. Fava però è chiaro: “La relazione dice che Antoci è un soggetto inconsapevole, non c’è nessun mascariamento nei suoi confronti”.

La relazione indica incongruenze nella ricostruzione degli inquirenti, anomalie sulla scena dell’agguato e le procedure disattese della “scorta di terzo livello” che proteggeva Antoci dopo le minacce che aveva ricevuto anche a seguito del suo protocollo di legalità. La commissione non si spiega perché il commando, sui “35 chilometri di statale a disposizione tra Cesaro e San Fratello (Messina)”, avrebbe sferrato l’attacco a “due chilometri dal rifugio della forestale, presidiato anche di notte da personale armato”. Parte della carreggiata era bloccata da alcune pietre, ma l’auto blindata del presidente del parco invece di superare gli ostacoli, si ferma e viene crivellata. Antoci viene trasferito su una seconda auto non blindata, quella del commissario di polizia Daniele Manganaro che sopraggiunge pochi istanti dopo.

La commissione aggiunge che Manganaro ha reso versioni “diverse da quelle che aveva fornito ai magistrati”. A questi ha confidato “preoccupazioni” su strani movimenti durante la cena prima dell’agguato, ma non ne avrebbe fatto parola con gli agenti di scorta ad Antoci che da lui dipendevano. Li avrebbe poi raggiunti “senza nemmeno tentare di mettersi in contatto telefonico”. Alla commissione ha detto che “non poteva mai pensare che sarebbe successo un attentato”.

Per la commissione è inusuale che per “un attentato ritenuto mafioso con finalità stragista”, l’indagine sia affidata “alla Squadra mobile di Messina e al commissariato di provenienza dei quattro poliziotti protagonisti”, cioè presenti la sera dell’agguato, guidati da Manganaro, a eccezione di un intervento tecnico dello Sco e della scientifica di Roma. Se è stato un attentato mafioso, “è impensabile che nulla sapesse la criminalità locale, né le famiglie di Cosa Nostra interessate al territorio” dei Nebrodi.

“È una pagina buia, solo io so quello che è successo quella notte, sono vivo grazie agli uomini della scorta – spiega Antoci –. La relazione è basata sulle dichiarazioni di alcuni giornalisti, che non citano le fonti, e su alcuni esposti anonimi, sono amareggiato, si gioca con la vita della gente”. Dal 2018 Antoci non è più alla guida del parco dei Nebrodi, è stato responsabile nazionale Legalità del Pd e quasi candidato all’Europarlamento, ora presiede la fondazione Antonino Caponnetto.

La Procura di Messina ha archiviato l’indagine su 14 presunti mafiosi locali, non trovando riscontri alle accuse. Per la commissione restano dubbi sul numero e sulla fuga degli aggressori, sui colpi esplosi dopo l’agguato. Ancora una volta l’antimafia finisce per indagare su se stessa. Forse qualcuno non ha detto tutta la verità. Ma se è stato un finto attentato, bisognerà capire chi ne ha tratto benefici.

Graviano, Dell’Utri & C. La sera andavamo da “Gigi”

I fratelli Giuseppe e Filippo Graviano non sono i boss della Comasina. Sono stati per anni i re incontrastati del mandamento di Brancaccio, sono stati condannati in via definitiva per le stragi del 1992, soprattutto avrebbero avuto un ruolo in via D’Amelio e per gli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Eppure non sono stati arrestati a via Oreto mentre indossavano una maglietta rosanero per andare allo stadio della Favorita.

I carabinieri del Nucleo di Palermo gli hanno messo i ferri ai polsi in un ristorante allora alla moda di Milano: Gigi il Cacciatore in via Procaccini. Non stavano in compagnia di qualche feroce killer, ma di un inoffensivo e simpatico venditore ambulante che era appena giunto sotto la Madunina per portare il figlio a giocare. Ovviamente al Milan, squadra prediletta di Giuseppe Graviano.

Giuseppe e Filippo Graviano non hanno nulla a che fare con lo stereotipo del boss lupara e coppola. Quando giravano nelle città più belle del Nord Italia frequentavano solo ristoranti e boutique alla moda. Viaggiavano come insospettabili trentenni girelloni. Si facevano affittare le ville da armatori, imprenditori e amici di sindaci del novarese, rigorosamente ben vestiti e con accento del Nord. La Dia ha tracciato la loro presenza in tutti i casino più importanti, da Venezia a Campione. I camerieri interrogati riferivano con dovizia di particolari sui loro orologi e abiti vistosi. Per capire dove erano stati a Padova, Verona o Milano, gli investigatori non andavano a interrogare i criminali di strada ma le belle commesse delle gioiellerie e dei negozi del centro, in testa Versace, la griffe preferita dai fratelli di Brancaccio e dalle fidanzate.

Non deve stupire se, quando la figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta, va in carcere a Terni per parlare con Giuseppe Graviano, invece di ascoltare parole di pentimento, (come abbiamo scritto ieri) si sente dire: “Mi sono trasferito al Nord (…) frequentavo commercianti, familiari e avvocati e personaggi politici” per poi sparare: “tra cui anche quello … lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi più che io era mio cugino che lo frequentava … facevo una vita normale, salotti”. Già abbiamo riportato la netta smentita sul punto dell’avvocato Niccolò Ghedini: Berlusconi non ha mai avuto contatti indiretti con nessuno della cerchia dei Graviano, spiega il legale del leader di FI. E poi questo “cugino” di Graviano non è mai esistito nemmeno nei verbali dei pentiti più “arditi”.

La sfinge di Brancaccio si è sempre avvalsa della facoltà di non rispondere nei processi. L’unica possibile interpretazione sensata di quella frase su Berlusconi è quella che vede nel cugino una persona legata a Giuseppe Graviano come Cesare Lupo. Alcuni collaboratori di giustizia come Tullio Cannella hanno raccontato di avere ricevuto da Lupo vanterie su rapporti con l’ambiente di Marcello Dell’Utri a Milano. Lupo non è cugino di Graviano, anche se il boss lo considera un fedelissimo e gira sempre con lui e la moglie insieme al fratello e alle rispettive fidanzate quando è latitante durante l’anno chiave del 1993, quello delle stragi e della presunta Trattativa.

Lupo viaggiava con i fratelli e le rispettive mogli tra il Veneto e il lago d’Orta. Il cognato di Lupo, Fabio Tranchina, era l’autista di Graviano, poi si è pentito. Secondo gli investigatori, Lupo poi diventa il reggente e cassiere del mandamento quando i fratelli Graviano vanno in carcere. Dopo la condanna è stato recluso anche lui al 41 bis e si è laureato con una tesi sull’estorsione aggravata dal metodo mafioso voto 106. Faceva il costruttore e prima il funzionario ben pagato (3 milioni di vecchie lire al mese) di una società di telefonia. Non era un killer.

Graviano potrebbe mentire su tutta la linea quando parla di Berlusconi. In più forse si è pure inventato un cugino. O forse si riferiva a Lupo nelle sue vanterie. D’altro canto “cugino” è un termine che talvolta si usa al sud nel linguaggio colloquiale per definire un amico strettissimo. Cugino o non cugino, Lupo o non Lupo, Berlusconi o non Berlusconi, tornando a Graviano, comunque il suo racconto a Fiammetta Borsellino prosegue così: “Andavo a divertirmi … al Teatro Manzoni”. Al compagno di detenzione Umberto Adinolfi, Graviano rincara: “Quando sono stato arrestato a Milano avevo in tasca 18 biglietti per lo spettacolo di Dorelli”. Il favoreggiatore arrestato con lui era stato invitato la sera dopo al Teatro Manzoni a vedere Aggiungi un posto a tavola con Johnny Dorelli per coincidenza nel teatro che allora era di Berlusconi. A Graviano piaceva sentire il profumo di Berlusconi e del Milan. Quando lo arrestano era seduto a un tavolo da sei: c’era il fratello e il favoreggiatore, con le compagne. Il favoreggiatore stava portando il figlio di 11 anni a fare il provino al Milan. Il ragazzo era stato raccomandato due anni prima al Milan proprio da Marcello dell’Utri.

(3 continua)

Leonardo da Vinci batte pure la De Filippi

L’Alberto Angela Fan Club della rete è in festa; con un solo concorrente, Leonardo da Vinci, sabato sera il loro eroe ha sconfitto Maria De Filippi e lo squadrone dei suoi Amici Celebrities, Davide contro Golia non avrebbe saputo fare di meglio. Ma allora con la cultura si mangia, anzi, ci si abboffa di auditel. Sì, però Maria ci ha messo del suo; il Da Vinci sa fare tante cose, mentre queste sedicenti celebrietes rispondenti ai nomi di Fabrizio Bisciglia o Pamela Camassa sanno fare ancora meno dei vecchi Vip, che notoriamente non sanno fare nulla. Per forza hanno reso meno dei debuttanti, gli unici in Tv a farsi un mazzo così nella speranza di diventare anche loro Vip e non fare più un beato cavolo.

E poi, diciamolo, da Dan Brown in poi anche Leonardo è un Vip, forse il primo Vip della storia, risalente all’epoca in cui i Vip si davano da fare, e ha trovato in Angela il miglior mentore televisivo dai tempi del maestro Manzi. Se “Leonardo da Vip” fosse stato invitato che so, da Barbara D’Urso, le cose sarebbero andate diversamente, non avrebbe scampato un terzo grado ESCLUSIVO sulle sue inclinazioni sessuali, finché in studio sarebbe entrata a sorpresa Monna Lisa. Se lo avesse accolto, che so, Nicola Porro, qualcuno gli avrebbe chiesto se non si sente manovrato da Soros; se poi fosse finito da Marzullo, da un quarto di secolo dominus della cultura Rai, “Leonardo, si faccia una domanda e si dia una risposta…”. Diciamo la verità: bravo è bravo, ma gli è pure andata di culo.

Finisce l’èra Bazoli, non in Tribunale ma nei “patti” di Ubi

Il tramonto di Giovanni Bazoli è arrivato, a sorpresa, prima della fine del processo in cui è imputato a Bergamo. A Milano resta “presidente emerito” di Banca Intesa, ma a casa sua, a Brescia, è stato ruvidamente estromesso dalla cabina di regia di Ubi Banca. È crollato in una notte, dopo dodici anni, il castello di carte che aveva costruito per tenere insieme le due “famiglie” che nel 2007 avevano fondato Ubi, quella bresciana della Banca Lombarda e quella bergamasca della Popolare di Bergamo. La guida dell’istituto nato dalla fusione e la nomina delle cariche sociali e del management sono sempre state nelle mani del patto raffinatissimo stretto dalle due associazioni di azionisti che riunivano i soci fondatori: i bergamaschi “Amici di Ubi” guidati da Emilio Zanetti; e i bresciani dell’“Associazione Banca lombarda e piemontese” presieduta da Bazoli, assistito dalla figlia Francesca. “Patto occulto”, secondo la Procura di Bergamo, che ha messo sotto processo Bazoli e l’intero gruppo dirigente di Ubi. Occulto o no, ora quel patto si è dissolto. All’equilibrio dei “territori” si è sostituito il peso dei soldi.

Che cos’è successo? Cinque grandi azionisti bergamaschi, le famiglie Bombassei (Brembo), Bosatelli (Gewiss), Pilenga (Fonderie Pilenga), Radici (Radici group) e Andreoletti (Cospa), ciascuno con una quota pari o superiore all’1% di azioni, sono usciti dal precedente “Patto dei Mille” e hanno costituito il Car (Comitato azionisti di riferimento), a cui hanno aderito la Fondazione Banca Monte di Lombardia (4,95%) e la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (6%). Il Car ha riunito così il 16,7% di azioni Ubi, che supererà il 17% con l’ingresso, già annunciato, della famiglia bresciana Gussalli Beretta (quella delle armi). Restano fuori i bresciani che erano riuniti attorno a Bazoli; e anche il bergamasco Zanetti, che di Bazoli è stato il grande partner, tagliato fuori dall’entry level: è accettato nel Car solo chi ha più dell’1% (valore: 29 milioni di euro).

Gli uomini designati a rappresentare il Car sono Gianni Genta – che non è né di Bergamo, né di Brescia, ma viene dalla Fondazione di Cuneo, il terzo “territorio” di Ubi –, il “pavese” Mario Cera e il bergamasco Armando Santus, entrambi coimputati di Bazoli nel processo sul “patto occulto”.

Brescia e il mondo di Bazoli protestano: “La nascita del nuovo Patto di consultazione di Ubi mina alle fondamenta il bergamasco Patto dei Mille e mette in discussione l’apporto centenario di matrice bresciana alla storia della banca”, scrive allarmatissimo Il giornale di Brescia. Il pericolo è quello di “dissipare il patrimonio di radicamento nei diversi territori”. Sotto accusa anche il “tradimento” della famiglia Beretta, “che si smarca dalla storia centenaria della banca a forte radicamento territoriale”. Conclusione: “Brescia non può restare indifferente. Se ritiene di avere ancora qualcosa da dire, lo faccia ora”.

Intanto però l’era Bazoli è finita. Non per paura di una possibile condanna penale (gli imputati stanno anche tra i “vincenti” del Car e ai vertici di Ubi, l’amministratore delegato Victor Massiah e la presidente Letizia Moratti), ma per sgretolamento degli antichi patti. Nelle stanze dove si decidono i destini della terza banca italiana si dissolve il profumo d’incenso e di curia e si fa più forte l’odore dei soldi e degli affari. C’è un futuro da costruire: con un’aggregazione di cui si parla da tempo e da realizzare sposando Ubi con Montepaschi, o con Banco Bpm, o con Bper, chissà. Ma questa volta non sarà Bazoli ad accompagnare la sposa all’altare.

 

Lettera da PPP: “Lotto con voi contro la mafia”

Angelo Cannatà ha immaginato una lettera di Pier Paolo Pasolini al “Fatto Quotidiano”.

Ho letto l’editoriale del 29 settembre, caro Direttore, e ho deciso di scriverle. Lei parla di terribili attentati e “coordina fatti anche lontani”: non è poco in un’Italia che dimentica.

Come sa mi sono occupato anch’io di stragi, era un’altra epoca e dirigeva il Corriere della Sera il grande Ottone; pubblicava i miei “pezzi” in prima e Il romanzo delle stragi (con altro titolo) fece clamore nel clima di quegli anni. “Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe”. Denunciavo. I responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969; i responsabili della strage di Brescia e di Bologna; il “vertice” che ha manovrato nell’ombra e ha assicurato protezione politica. Denunciavo, ma – come scrissi – non avevo prove. Non avevo nemmeno indizi. Lei invece ha indizi e fatti, Direttore, e li elenca con logica precisione.

È un fatto che la mafia, dopo il ’92-93, abbia perso il partito di riferimento; che Dell’Utri fosse colluso con la mafia; che siano arrivati a FI, tramite Dell’Utri, i voti di Cosa Nostra. Basterebbe questo per scuotere la coscienza di un essere pensante, ma quanti hanno davvero voglia di sapere? Nel 1974 io sapevo, pur avendo meno dati di lei, e ciò che dissi vale anche oggi: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede… di immaginare ciò che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

Oggi c’è molta follia in Italia, ma il mistero non c’è più. È un fatto che Provenzano e Bagarella fondarono un partito e poi lo sciolsero per appoggiare FI; che nel ’96 il boss Cancemi indicò B. e Dell’Utri come mandanti esterni delle stragi; che Graviano, intercettato in carcere, abbia parlato delle stragi come “cortesia” chiesta da B. Sono atti acclarati, verità storica; arriverà anche la verità processuale? Temo accada come per le stragi del mio tempo: processi infiniti, depistaggi, calo dell’attenzione, oblio. È che troppi giornalisti, politici, intellettuali, coprono e nascondono invece di denunciare.

Renzi s’è precipitato a difendere B. e insultare la magistratura. È una vecchia storia: “giornalisti e politici, pur avendo forse prove e certamente indizi, non fanno i nomi”. Di più: “Credo che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia non è poi così difficile”. Intendiamoci, non è difficile se la si vuol vedere. Ma il punto è questo, mi creda, non si vuol vedere/capire/denunciare in Italia: lo dico dagli anni di Officina, “manca una coscienza civica” e assistiamo inermi a quanto accade nel “Palazzo” e fuori. Renzi, per dire, ha fondato un partito, adora B., e tiene sotto scacco il governo. Calcoli. Progetti. Interessi. E odio verso la magistratura che indaga sulla sua famiglia.

Ma c’è altro: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. Dici la verità, “contro l’omologazione che ottunde”, e arrivano denunce, arresti, processi. Ne so qualcosa. Menti, e la fai franca. Ultima prova è l’ostracismo, oggi, sull’inchiesta “Stato-mafia”. Si nega l’evidenza, come nel ’74, e urge non arrendersi: “Come i poveri povero, mi attacco/ come loro a umilianti speranze,/ come loro per vivere mi batto/ ogni giorno”.

Io non potevo allora – intellettuale “eretico” e “disorganico” – che “pronunciare la mia debole e ideale accusa contro la classe politica italiana”; lei, Direttore, cita invece fatti, indizi, atti: pezzi che s’incastrano con tragica coerenza. “Coincidenze?” No. Il Fatto Quotidiano sta raccontando il nuovo romanzo delle stragi. Le vostre inchieste illuminano anche i fatti che denunciai io, c’è una certa continuità “criminale e politica” tra il terrorismo di un tempo e la mafia odierna: dietro c’è sempre “una mente politica che pensa di utilizzarli” e trarne profitto.

Vorrei essere lì con voi amici del Fatto, in trincea, dentro la battaglia: come nel Corriere di Ottone, oggi è nelle vostre pagine che la denuncia prende forma, ha voce, si fa gesto civile lucido e coraggioso. Buon lavoro e auguri per il vostro decimo anniversario.

Pier Paolo Pasolini