Londra
Rinvigorito, sicuro di sé, spiritoso. È un Boris Johnson in pieno controllo della platea quello che ieri ha illustrato, a grandi approssimative linee, la sua visione del futuro del Regno Unito, e della Brexit, ai delegati della conferenza annuale dei Tories a Manchester. Si prende gioco del Parlamento, “se fosse una puntata di un reality show a quest’ora saremmo stati tutti buttati fuori dalla giungla… ma almeno avremmo visto lo speaker della Camera costretto mangiare testicoli di canguro”.
Si prende gioco di Jeremy Corbyn per il suo rifiuto di concedere elezioni. Fra proclami nazionalisti e grandi speranze per il futuro del partito e della nazione, continuamente interrotto da applausi e risate, presenta finalmente il suo piano per uscire dall’impasse Brexit: un piano tutto incentrato sull’alternativa alla backstop, la ormai famigerata clausola di salvaguardia concordata fra Bruxelles e il governo May per evitare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande, ma respinta dagli Unionisti irlandesi del Dup e mai approvata dal parlamento britannico. Qual è l’alternativa del governo Johnson? Una proposta “ragionevole e costruttiva” che esclude “controlli sul confine o nelle vicinanze”. Il Telegraph, quotidiano da sempre vicino al primo ministro, ieri sintetizzava così “due confini per 4 anni” dopo la fine del periodo di transizione: uno fra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese e l’altro in mare, fra Irlanda e Gran Bretagna. L’Irlanda del Nord uscirebbe dalla unione doganale con il resto del Regno Unito, ma limitare il numero di controlli manterrebbe libertà di movimento per le persone e rimarrebbe allineata al mercato unico per i beni agricoli e industriali fino al 2025. Poi l’Assemblea parlamentare nord-irlandese potrà decidere liberamente se restare allineata all’Ue o seguire il resto del Regno Unito. È grazie a questa concessione che è stato possibile convincere il Dup.
Johnson insiste nel liquidare il nodo nordirlandese come puramente tecnico: ignora volutamente la questione centrale, cioè la necessità di proteggere il mercato unico europeo, e anche i rischi che in ogni caso, il ritorno di un confine fra le due Irlande pone per la pace in Ulster. Tanto che il premier irlandese Varadkar che ha definito il piano “non promettente”. Più possibilista la Commissione europea, con il presidente Juncker che ha parlato di progressi positivi, ma anche di “punti problematici che richiedono ulteriore lavoro nei prossimi giorni, in particolare rispetto alla governance della backstop”. La Commissione esaminerà il testo, e non resta molto tempo prima del decisivo consiglio europeo del 17 e 18 ottobre. Aperture, chissà se reali o no: e chissà quanto è reale, o solo un bluff, il bivio con cui Johnson ha presentato l’offerta all’Ue: o così o il 31 ottobre siamo pronti ad uscire senza accordo.
Continua a ignorare il fatto che il parlamento britannico ha approvato a maggioranza la legge Benn che lo obbliga a richiedere una estensione di tre mesi all’Ue se un accordo non sarà trovato entro il 19 ottobre. Johnson ha dichiarato che rispetterà la legge ma non chiederà l’estensione: si susseguono le ipotesi su come possa far quadrare il cerchio. Ma la guerra con Westminster non è finita: il governo intende sospendere il Parlamento martedì prossimo e inaugurare una nuova fase legislativa con un nuovo discorso della Regina il 14 ottobre. Elisabetta darà il suo assenso, dopo che la Corte suprema ha dichiarato illegale la sospensione precedente? E poi: ammesso che sia realistico ottenerlo su queste nuove basi negoziali, qualsiasi nuovo accordo con la Ue va approvato dal parlamento britannico. La scommessa al cardiopalma di Boris è che i parlamentari, di fronte all’alternativa di un disastroso no deal, stavolta approvino.