La morte è un tabù: non la nominiamo mai

Ha suscitato scalpore e addirittura scandalo la decisione di un’anziana donna di Caserta, testimone di Geova, di rifiutare le trasfusioni di sangue per cui nel giro di pochi giorni è andata consapevolmente a morire. Qui la religione di lei non c’entra. C’entra il diritto individuale a disporre della propria vita. Il diritto al suicidio. E posso suicidarmi anche se sono sanissimo, non ho dolori, non ho sofferenze.

In campo laico questo è ormai pacifico, è scomparsa la concezione che noi non possiamo disporre della nostra vita perché è un bene sociale. Le resistenze vengono dal mondo cattolico secondo il quale la vita è un dono, dono assai bifido a mio parere, di Dio e solo Dio ne è il padrone. In passato, diciamo in era preilluminista dominata dalla visione cattolica del mondo, il suicidio e il tentato suicidio, come ci informa l’Antolisei, “erano puniti, con le sanzioni ordinarie in caso di sopravvivenza dell’individuo o con misure persecutive contro il cadavere e contro il patrimonio in caso di morte”.

Ma il fatto di Caserta schiude la porta a problemi assai più ampi affrontati in una bella e profonda intervista al cardinale Edoardo Menichelli realizzata da Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera. Da questa complessa intervista, che si allarga a molti temi, vogliamo estrapolare il rifiuto, molto moderno, di quelli che i filosofi chiamano “i nuclei tragici dell’esistenza”: il dolore, la vecchiaia, la morte.

Al dolore se si è fortunati si può sfuggire, alla vecchiaia se si è ancora più fortunati anche (“caro agli Dei è chi muore giovane” scrive Menandro) alla morte no. È ineludibile (“Guerriero che in punta di lancia/ dal suol d’Oriente alla Francia/ di stragi menasti gran vanto/ e fra i nemici il lutto e il pianto/ di fronte all’estrema nemica/ non vale coraggio o fatica/ non serve colpirla nel cuore/ perché la morte mai non muore”, De André, La morte). Il cardinale Menichelli sottolinea come la morte sia stata espulsa dalla società contemporanea. Non sta nel quadro della civiltà del benessere che ha dichiarato il diritto alla ricerca della felicità che l’edonismo straccione dei nostri tempi ha tradotto in un vero e proprio diritto alla felicità.

Noi la morte, intendo la morte biologica, quella ineludibile, l’abbiamo scomunicata. Interdetta. Proibita. Dichiarata pornografica. La morte è il Grande Vizio dell’era tecnologica, quello che davvero “non osa dire il suo nome”. Tanto che non azzardiamo nominarla nemmeno nei luoghi, nelle sedi, nelle occasioni in cui non ci si può esimere dal parlarne. Basta leggere i necrologi dei quotidiani: “la scomparsa”, “la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”, “ci ha lasciato”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangono”, fino ai trapezismi di cultura cattolica di “è tornato alla pace del Signore”, “è terminata la giornata terrena”, la parola morte, a indicare ciò che veramente è successo, non c’è mai.

Non c’è la parola, ma la morte c’è. E c’è per tutti, ’a livella come la chiamava Totò, a prescindere dalla vita che abbiamo fatto. In fondo la morte è una cosa pulita che ci libera dalla sofferenza del vivere. Noi, con l’accanimento tecnologico che cerca con tutta una serie di marchingegni di evitare l’inevitabile, riuscendo solo a dilatarlo con modalità raccapriccianti, siamo riusciti a renderla oscena.

Mail box

 

Auguri al “Fatto”: avete salvato la mia idea di giornalismo

Avete salvato la mia idea di decenza del giornalismo. Grazie, grandissimi, miliardi di auguri di compleanno al Fatto.

Piero Maria Leandro Romani

 

Alzi la mano chi a 16 anni aveva idee politiche chiare

Noi docenti conviviamo quotidianamente con i 16enni. Dare loro il diritto di voto? Vediamo il loro grado di informazione.

Tre quarti di una classe non conosce il funzionamento della nostra Repubblica; non sanno che e chi sia il capo dello Stato né la differenza tra governo e Parlamento; cosa accada nel mondo poi…

E tutto questo non per “colpa della scuola”: la scuola da sempre finisce per essere il capro espiatorio per i problemi creati dalla società e la società pretende che i docenti mal pagati e in situazioni d’insegnamento difficili li risolvano (per cui ci si chiede corsi di affettività, di antibullismo, di tabagismo, d’ambientalismo; conferenze su mafia, imprenditoria e chi più ne ha più ne metta). La colpa è innanzitutto dell’età. Alzi la mano chi a 16 anni s’interessava di questioni politiche locali, nazionali o internazionali o pensava, invece, all’amore nascente o finente, alle feste, alle discoteche…

Poi, è anche un fatto familiare. I primi disinformati sono gli adulti (pure fra i docenti) tanto che l’economista Dambisa Moyo asserisce che sarebbe giunto il momento di considerare i limiti del suffragio universale (i danni creati dai disinformati cronici che votano di pancia rischiando di metterci nelle mani di aspiranti “dittatorelli”) e studiare un suffragio ponderato (che nulla c’entra con il grado d’istruzione, ma molto con il grado di informazione).

Come mai allora tanti 16enni consapevoli sul cambiamento climatico? Greta, una delle poche ragazzine informate, ha meritoriamente attirato la loro attenzione in quanto una di loro; gli adolescenti (e non tutti) si sono informati, ma su un monotema, pur importantissimo: l’ambiente. Ma per votare ci vuol di più.

Barbara Cinel

 

Caso Vono: i 5 Stelle dovrebbero scegliere meglio i candidati

Leggendo l’intervista alla senatrice Vono mi chiedevo dove fosse l’“oltre” ripetutamente marcato: al di là del bene e del male? Essere una senatrice che accettasse semplicemente e umilmente di attuare il programma per cui è stata eletta, no? Ma come li scelgono i 5 Stelle i candidati? Per me basterebbe dare un’occhiata a Facebook per farsene un’idea. Grillo non potrebbe subordinare le sue candidature al suo assenso? Complimenti per il giornale.

Michele Putignano

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo “L’assemblea – comizio coi dipendenti pagati” del 27 Settembre 2019 a cura del giornalista Salvini Giacomo, precisiamo che l’assemblea sindacale retribuita è un diritto dei lavoratori!

Sono state attivate tutte le procedure previste dalle norme (richiesta assemblea retribuita; comunicazione al datore di lavoro, indicazione che avrebbero partecipato figure istituzionali). Nessuno dei partecipanti è stato invitato nella qualità di candidato. Gli inviti erano rivolti: Commissario Usl 2 Massimo Braganti, Sindaco in carica di Foligno Stefano Zuccarini il quale prima di essere eletto aveva preso l’impegno con Cittadini e Dipendenti dell’Ospedale, il Consigliere Regionale Valerio Mancini che ha presentato interrogazioni in merito al parcheggio, Consigliere comunale Riccardo Polli, che ha presentato mozione al consiglio comunale. Il tema è sempre stato di attualità. Dal 2014 Fsi-Usae affronta il problema sollecitando tutte le forze politiche. Nel Maggio 2019 il sindacato Fsi-Usae si è rivolto a tutti i candidati sindaci chiedendo il loro impegno circa il problema dei parcheggi e sicurezza dell’ospedale. Alla richiesta solo 3 candidati sindaci hanno dato la loro disponibilità ad affrontare il problema, tra questi l’attuale sindaco Zuccarini, che durante l’assemblea ha ribadito il suo impegno ed informato i lavoratori circa le modalità di realizzazione.

L’assemblea è stata fatta per informare i lavoratori che un problema molto sentito dell’ospedale è in via di soluzione. Durante l’assemblea nessun riferimento al voto e alle elezioni è stato fatto (non erano esposti loghi, manifesti politici e non è stata fatta nessuna propaganda politica). Il Segretario Nazionale Fsi-Usae Santi Paride ha dichiarato: “spero che questa amministrazione mantenga le promesse fatte visto che la precedente ci ha solo lasciato promesse e delusioni”.

Paride Santi
Segretario Nazionale FSI-USAE

 

Mi sono assunto già più volte la piena responsabilità di aver votato i 5Stelle, ma l’ho fatto nel 2013 non già nel 2018, come invece scrive Andrea Scanzi sul Fatto di ieri: cioè quando forse era ancora possibile nutrire qualche speranza. Saluti,

Ernesto Galli della Loggia

L’aumento del prezzo. Le lettere di chi ci critica e le spiegazioni della Direzione

 

Sottolineo l’aumento esagerato del prezzo, ben il 20%, del FQ, unico quotidiano che costa 1,80. È anche inopportuno visto il successo di FQ sottolineato dal decennale (…).
Virginio Pretali

 

Sono un vostro decennale lettore, e continuo a comprare il Fatto Quotidiano quasi ogni giorno, poiché ho sempre apprezzato la vostra linea unica nel panorama giornalistico italiano. Siete veramente un’ottima squadra. Ma un appunto mi duole fare: come mai avete aumentato il costo di 30 centesimi del giornale senza darne preventiva notizia? Mi vien da pensare che per fare fronte alle inevitabili denunce scaturite dalle vostre inchieste avete pensato di rifarvi sui lettori: continuerò a comprare il giornale, ma un preavviso l’avremmo gradito tutti noi lettori. Comunque andate avanti col vostro lavoro senza sconti per nessuno.
Domenico

 

Vi siete fatti un regalo di compleanno: 30 centesimi in più, il 20/100! Non male, auguri. Continuo a comprarvi, tranquilli.
Cristina Papini

 

Cari amici (inclusi Adelmo Miari, Giovanni Medri e Orlando Pan, che ci hanno scritto lettere simili), purtroppo l’aumento del prezzo non è stato una scelta, ma un obbligo. Lo abbiamo preannunciato il giorno prima dello scatto, nel numero speciale sui nostri primi 10 anni. Nel 2018 la carta è aumentata del 18% e i costi del personale del 12, oltre a tutte le tariffe che aumentano ogni anno, mentre negli ultimi 5 anni il Fatto è rimasto allo stesso prezzo di 1,50 euro (unico adeguamento decennale, essendo partito nel 2009 a 1 euro e 20: allora le edicole in Italia erano 36 mila, oggi purtroppo sono solo 18 mila, il che aggrava la crisi del nostro settore).

Non avendo noi alle spalle un “cavaliere bianco” (o nero) miliardario né pubblicità à go-go da grandi gruppi in conflitto d’interessi, ed essendo bersagliati di cause civili (che di solito vinciamo, ma ci obbligano ad accantonare un robusto fondo-rischi), siamo costretti a chiedervi un sacrificio. Come del resto fanno altri quotidiani, variando il prezzo di copertina fino a 2,5-3 euro in occasione di inserti e allegati perlopiù pubblicitari. Ciò che ci conforta, oltre all’espansione multimediale della nostra società editoriale, è che nessuno dei 7-8 lettori che hanno protestato intende rinunciare al Fatto in edicola (o in abbonamento, ora ancor più conveniente). Questo ci commuove e ci responsabilizza: siamo un giornale fortunato, con lettori speciali. Continueremo a mettercela tutta per offrirvi un prodotto sempre più interessante e unico (anche con le nuove iniziative che arriveranno presto) e meritarci ogni giorno la vostra fiducia. Grazie di cuore.
Marco Travaglio

Fioramonti, il dr. Malaussène che governa l’Università

Potremmo chiamarlo “paradosso Fioramonti”, una specie di legge di Murphy della politica italiana. Prende il nome da Lorenzo, ministro dell’Istruzione del novello governo giallorosso (o giallorosa, o come preferite voi). Il paradosso è il seguente: Fioramonti ha faticato una vita all’estero per ottenere quello che in Italia non gli è mai stato riconosciuto; un lavoro stabile, ben retribuito e una reputazione solida presso la comunità accademica internazionale.

Un nome, una bella famiglia, un profilo stimato, uno stipendio cospicuo, una vita felice. Ma assai lontano dai patri confini: in Sudafrica, dove al culmine di un lungo e proficuo percorso di ricerca, il nostro ha avuto la cattedra di professore ordinario di Economia Politica a Pretoria.

Fioramonti, insomma, aveva tutto ma gli mancava qualcosa. La sua sindrome di Stoccolma è Roma: voleva tornare prigioniero dell’Italia. Galeotto fu Luigi Di Maio che una sera di dicembre nel 2017, a pochi mesi dal voto, gli presentò la fatidica proposta: “Vuoi fare il ministro?”. Chi avrebbe risposto di no?

Non Fioramonti. Il professore, per farla breve, si mette in aspettativa a Pretoria, torna in Italia, vince le elezioni nel suo collegio di Roma Est e diventa deputato, entra nel governo gialloverde da viceministro dell’Istruzione, sotto il leghista Marco Bussetti. Per un anno e mezzo la sua figura rimane tutto sommato sotto traccia. Poi, grazie al suicidio politico di Salvini, arriva il grande salto: nell’incontro promiscuo tra Pd e Cinque Stelle Fioramonti resta al Miur ma diventa ministro. Ci sarebbe da esultare e congratularsi, e invece è proprio qui che inizia il “paradosso Fioramonti”: nel momento in cui quest’uomo con un curriculum oggettivamente impressionante raggiunge a rapide falcate una posizione apicale, l’intero sistema mediatico inizia a trattarlo come se fosse un cretino.

Fioramonti parla di sugar tax (volgarmente: tassa sulle merendine) e lo attaccano. Fioramonti appoggia gli scioperi degli studenti per il clima e lo attaccano. Fioramonti dichiara di essere contrario ai crocifissi nelle scuole e lo attaccano. Su tutti i media più o meno antigrillini diventa “il nuovo Toninelli”. Ovvero, come il compianto Danilo, un ministro-Malaussène, di professione capro espiatorio: quello che ogni volta che apre bocca fa riempire articoli ed editoriali di giudizi ironici, irridenti, vergati da giornalisti tanto arguti. Ma perché? Che colpa ha Fioramonti? Cosa c’è di sbagliato in lui?

Nella sua biografia: nulla. Nasce a Roma 42 anni fa. Non studia nelle morbide scuole del centro che hanno sfornato buona parte della nostra meglio classe dirigente. Ma cresce a Tor Bella Monaca, periferia est, estrema marginalità: nota piazza di spaccio, quartiere perfetto per i più macabri e lacrimosi reportage dei cronisti capitolini.

Papà medico, mamma insegnante, famiglia vagamente cattolica e genericamente progressista, Fioramonti si appassiona alla politica da ragazzo. È nota la collaborazione con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro (anni 97-2000), ma Lorenzo è un giovane di sinistra: dai Ds in giù, vota tutti i partiti eredi del Pci. È rappresentante degli studenti al liceo scientifico Amaldi, dal quale esce con un esame di maturità da 60/60 con menzione speciale (e stretta di mano del sindaco Rutelli nella cerimonia che premia i migliori alunni romani).

Prosegue a Tor Vergata (ancora periferia), viaggia tanto, studia pure ebraico antico, combatte a lungo nelle università italiane ma si stufa delle dinamiche trite dei nostri baronati, diventa “cervello in fuga” prima in Germania e poi in Sudafrica. In un’intervista sul sito del Fatto, nel 2016, sancisce un po’ troppo solennemente che da noi “l’università è morta”. Tre anni dopo è ministro della stessa. A proposito di paradossi.

Il suo curriculum è un vorticoso elenco di riconoscimenti: borse di studio, premi, articoli, citazioni, l’assunzione a Pretoria, l’affidamento del Centre for the Study of Governance Innovation (grazie al quale assume altri ricercatori scappati dall’Italia), una cattedra assegnatagli dall’Unione europea, un’altra dall’Unesco, la collaborazione con Joseph Stiglitz, per il quale ha scritto il primo capitolo di un libro sulla “Qualità della crescita in Africa”. A livello internazionale è noto per i suoi studi sui limiti del Pil come indicatore della crescita economica. In Italia invece viene trattato come uno scemo, senza nemmeno il tempo di darne prova.

Perché? Sarà l’aria da alieno con cui è ricalato in un paese che lui stesso percepisce come provinciale, depresso, involuto. Sarà l’inflessione impeccabile ed enfatica con cui pronuncia anche la più semplice delle parole inglesi (provate a sentirgli dire “sugar tax”). Sarà l’aura da primo della classe che lo fa somigliare un po’ al leggendario Stanis La Rochelle di Boris: bella l’Italia, peccato che “è molto, troppo italiana”. Oppure sarà che è un giovane super qualificato in un mondo di steward, odontotecnici, ministri mai diplomati o laureati per miracolo.

Tutti col leghista, salta il convegno sui rifiuti

Venerdì prossimo alla corte dell’avvocato Daniele Carissimi sarebbero dovute arrivare tutte le maggiori istituzioni della città di Terni: dal Procuratore Generale Alberto Liguori al sindaco della Lega Leonardo Latini, passando per i rappresentanti di Provincia, Polizia e aziende pubbliche in tema di rifiuti ed energia, Arpa e Asm. Oggetto del convegno organizzato al PalaSì? “Terni & Ambiente, tra crisi e sviluppo” con particolare accento sulla gestione del ciclo dei rifiuti. Niente di male, se non fosse che Carissimi – fondatore del gruppo Facebook #AmbienteAdesso – è uno dei candidati di punta della Lega alle Regionali umbre del 27 ottobre. E la partecipazione delle istituzioni a un evento organizzato da un politico in campagna elettorale, ha fatto storcere la bocca a molti. Quello di venerdì, è bene precisarlo, non era un incontro elettorale ma a venti giorni dall’apertura delle urne e senza un vero contraddittorio, in molti lo hanno interpretato in questo modo. Così la denuncia del candidato M5S Thomas De Luca ha fatto esplodere le polemiche e, dopo il primo ritiro di Arpa, alla fine l’evento è stato annullato e rinviato a dopo le elezioni. Carissimi, già consulente del sottosegretario all’Ambiente della Lega del governo gialloverde Vannia Gava, però ha rilanciato sfidando De Luca a un confronto pubblico, sempre venerdì: “Sono dispiaciuto che i relatori del convegno si siano trovati sottoposti alla polemica politica del candidato pentastellato – ha detto l’avvocato – che ha condizionato la celebrazione di un convegno nato per informare i cittadini ternani della situazione ambientale”. Intanto però De Luca si dice “soddisfatto” dell’annullamento: “Mi sembra il minimo indispensabile – dice al Fatto – le regole del gioco sono a tutela di tutti, a maggior ragione quando parliamo del potere giudiziario: sono contento che le istituzioni di Terni abbiano dimostrato rispetto per lo Stato”.

Nella città umbra, nel frattempo, le cose per la Lega non si stanno mettendo molto bene: nel mese di settembre il Carroccio ha perso ben quattro consiglieri comunali (due passati a Fratelli d’Italia e due al gruppo misto) per dinamiche interne, legate alle mosse del commissario Barbara Saltamartini accusata di “non conoscere il territorio”. La maggioranza rimane di quattro consiglieri ma non sono esclusi ulteriori scossoni, alla luce dei risultati elettorali. Ma al leader della Lega, Matteo Salvini, le beghe interne al partito interessano poco e lui continua a percorrere in lungo e in largo la regione per riconquistarla dopo decenni di governi “rossi”: “Se vincerà Donatella Tesei gli assessori saranno tutti umbri” ha detto ieri in un videoforum al Corriere dell’Umbria prendendo di mira la proposta del candidato di Pd e M5S, Vincenzo Bianconi, che ha annunciato un contest a livello nazionale.

La Giunta dice sì al sequestro del pc Siri: “Campagna che mina la mia salute”

L’ex sottosegretario leghista Armando Siri potrà chiedere di essere di nuovo ascoltato dalla Giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama. Che gli ha dato 15 giorni di tempo per le controdeduzioni rispetto alla nuova richiesta formulata dai magistrati di Milano, sempre nell’ambito dell’inchiesta per i mutui che gli sono stati concessi dalla Banca agricola commerciale di San Marino. Questa volta i pm Gaetano Ruta e Sergio Spataro chiedono al Senato di acquisire agli atti dell’indagine in cui Siri è indagato per autoriciclaggio anche le chat con il suo più stretto collaboratore Luca Perini, già capo della sua segreteria alle Infrastrutture.

Intanto ieri l’organismo di Palazzo Madama ha autorizzato il sequestro dei due pc di Siri che potrebbero contenere elementi utili a capire di più sui finanziamenti ottenuti dall’istituto di credito sanmarinese utilizzati per l’acquisto di un immobile a Bresso (Milano) poi intestato a sua figlia: somme – è il sospetto dei magistrati – “generosamente elargite a un personaggio politico di primo piano” utilizzate per investimenti economici e “con il preciso intento di dissimularne l’origine”.

Il via libera della Giunta ai magistrati dovrà essere ora confermato dall’aula del Senato. Intanto però in Giunta ha tenuto l’asse M5S-Leu- Pd-Italia Viva. E questo nonostante le perplessità, in particolare dei senatori del nuovo partito renziano, che avrebbero voluto rinviare il voto. Alla fine di un mini summit di maggioranza si è deciso di votare subito: i 13 i voti a favore dell’autorizzazione hanno prevalso sugli 8 contrari di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Unico astenuto Meinhard Durnwalder delle Autonomie.

“Abbiamo ritenuto di concedere l’autorizzazione nei termini che ci sono stati prospettati dai magistrati che hanno richiesto il sequestro a cui, peraltro, la difesa di Siri non si è opposta”, commenta il relatore della pratica in Giunta Francesco Urraro (M5S). Che lascia intendere come sia stata ritenuta invece irrilevante, ai fini della decisione, l’istanza datata 30 settembre degli avvocati del senatore leghista alla Procura di Milano (e inoltrata per conoscenza anche al Senato) in cui si chiede che l’accesso ai due pc sia selettivo per impedire che si frughi nella memoria indiscriminatamente e che vengano acquisiti documenti estranei al reato per cui si procede. Siri non l’ha presa bene: “Una campagna mediatica quotidiana, accanita e diffamatoria, così violenta e spregiudicata, da minare la salute di chi ne è protagonista”.

Il pugile suonato s’è fregato da solo

Sembrava il pugile suonato de I Mostri di Dino Risi, Matteo Salvini l’altra sera da Lilli Gruber. Quello che più gli menavano e più diceva: “So’ contento!”. Con la differenza che l’Artemio Antinori del film era Vittorio Gassman mentre l’ex ministro degli Interni, stuntman di se stesso, è bollito di suo. Infatti, per quante botte prendesse l’Artemio Salvini di Otto e mezzo non si toglieva dalla faccia la fissità del sorriso beato. Forse una paresi facciale da trauma, forse il suggerimento dei geniali comunicatori al seguito: fai vedere che va tutto alla grandissima. C’è poco da scherzare il nuovo governo è figlio suo, picchiava Massimo Franco ricordando il suicidio politico dell’8 agosto. Con l’autunno la smetterà di fare comizi in braghette, infieriva Lilli. E lui festoso: “Omo de panza omo de sostanza”, e giù risate. Mancava solo il dialogo con Enea Guarnacci (Ugo Tognazzi): “me ricordo”, “vuoi magna?”, “me fa piacere”. Poi, l’uomo che voleva i pieni poteri alla domanda su come possa oggi ricoprire d’insulti Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, gli stessi con cui un tempo amoreggiava, si atteggia a vittima di un malefico inganno: “Ho sbagliato a fidarmi”.

Ora, se l’autore di questo diario si mettesse nei panni di un elettore leghista avrebbe tutte le ragioni per imbufalirsi con il fu Capitano. Ma come, hai fatto cadere un governo dove facevi i comodi tuoi con il bel risultato che oggi ti ritrovi a vegetare all’opposizione (noi con te) e hai fatto ’sto capolavoro perché ti sei fidato delle persone sbagliate? Ma che scusa del cavolo è? Tu eri il leader incontrastato di un partito che veleggiava verso il 40 per cento, oggi i sondaggi ti danno sotto il 30 per cento in costante calo, e ci vieni a raccontare che hai mandato tutto a puttane perché vittima di un complotto del cuore? Trattasi di gigantesca, evidente balla, aggravata dal fatto che in politica l’ingenuità è un peccato gravissimo, imperdonabile, spesso letale. Come se i troiani che si fidarono del famoso cavallo o Lord Chamberlain che diede retta a Hitler venissero oggi a piagnucolare in televisione sentendosi traditi nei sentimenti.

Davvero Salvini ritiene seriamente che fare politica consista nel continuare a ripetere la solfa dell’assalto giallorosso alle poltrone (abitudine conclamata di ogni governo), oppure denunciando il triplo degli sbarchi (in un quadro di immigrazione clandestina che resta sotto controllo)? Una ritrita propaganda elettorale che al più gli consentirà di vincere in Umbria il prossimo 27 ottobre, soprattutto per effetto dei casini giudiziari del Pd.

Al di là delle frasi rituali saremmo curiosi di sapere cosa ne pensano realmente di questo vuoto (a perdere) di politica i governatori leghisti del nord e le centinaia di amministratori locali verdi. Privi di un orizzonte che non può essere soltanto legato al successo (e non è detto) in future elezioni quando sarà. Certo, il prossimo 19 ottobre saranno tutti a Roma a fare la ola a Salvini. Ritrovandosi, smaltita la sbornia, con il solito interrogativo: circa un terzo degli italiani votano per noi, ma non sappiamo cosa farne visto che quelli al governo almeno per un po’ non li schioda nessuno. Un problema che riguarda anche il Conte Due, perché davanti a opposizioni forti e provviste di idee forti, i governi, in genere, si danno da fare e fanno quadrato: simul stabunt simul cadent. Ma se l’avversario è un pugile rintronato l’unica visibilità possibile è menarsi tra ministri, a colpi di merendine e crocifissi. Infatti.

“Salvini è stato lento, Conte ha avuto 7 giorni e 7 notti…”

“Nella libreria di Matteo Salvini forse manca Sun Tsu. ‘Sii veloce come il vento, immobile come una montagna, rapido come il tuono…’. Se avesse letto L’arte della guerra (tra l’altro uno dei testi preferiti di Massimo D’Alema, ndr) forse ora il governo giallorosso non esisterebbe…”. A parlare è Roberto Maroni.

Due volte ministro dell’Interno, poi ministro del Lavoro, ex segretario della Lega subito dopo Umberto Bossi ed ex governatore della Lombardia, Maroni si è preso un periodo sabbatico. Va in barca a vela (ha fatto la traversata dell’Atlantico), tiene una rubrica sul Foglio e un anno fa ha dato alle stampe Il rito ambrosiano. Per una politica della concretezza (Rizzoli), saggio che esalta il modus operandi del capoluogo lombardo in contrapposizione alle mollezze della città eterna. “Rapidità ed efficienza contro autoreferenzialità, liturgia e burocrazia”, spiega Maroni.

Roma però è una grande matrona che sa stare al gioco e accetta le critiche, anche se con qualche sussulto d’orgoglio. Del libro di Maroni si è discusso lunedì pomeriggio nella magnifica sede della Treccani, in piazza dell’Enciclopedia Italiana, alla presenza di Massimo Bray (presidente della Treccani) e Gianni Letta, cui è toccata la difesa d’ufficio del rito romano.

Alla fine l’ex ministro accetta di scambiare due chiacchiere: “Salvini si è fatto fagocitare dal rito romano. Ha concesso sette giorni e sette notti a Giuseppe Conte, ma in politica in una settimana può succedere di tutto. Una volta annunciata la sfiducia al premier, avrebbe dovuto ritirare la delegazione dei ministri, così da obbligare il presidente del Consiglio a presentarsi subito dimissionario al Quirinale. Invece ha voluto attendere la famosa seduta in Senato del 20 agosto, dando tempo al sistema di riorganizzarsi et voilà: un’altra maggioranza si era già formata. Ha cincischiato, temporeggiato, si è mosso lentamente e senza un piano B, fidandosi di Zingaretti e di chissà chi altri, ma in politica la situazione è cangiante per definizione. Mi ha ricordato il Bersani post voto del 2013. È stato indeciso pure sul commissario europeo: avrebbe dovuto scegliere subito, magari Luca Zaia”, fa notare Maroni.

La montatura degli occhiali è sempre rossonera (“non parliamo del Milan per carità!”) e la cravatta sempre verde Padania. “Salvini ha avuto il merito di portare la Lega ai suoi massimi storici, ma in questo caso ha dimostrato scarse capacità di leadership. Io l’ho sentito alla fine di luglio, poi deve essere successo qualcosa, un black out: c’è stata un’auto esaltazione e ha ceduto alle pressioni per rompere. Ma un leader deve ascoltare tutti e decidere da solo. Come Umberto Bossi quando, nel 1994, dopo nemmeno un anno di governo, decise di far cadere Berlusconi: fu un’azione fulminea che non lasciò scampo al Cavaliere. E arrivò il governo Dini…”, ricorda Maroni, che a quella rottura era contrario.

Dopo il successo alle Europee “avevo consigliato a Salvini di andare all’incasso con un rimpasto di governo per prendersi Economia e Infrastrutture, per poi votare nella primavera del 2020 dopo aver portato a casa autonomia e taglio dei parlamentari. Avrebbe vinto sul velluto. E invece…”.

Invece? “Non si andrà a votare prima dell’elezione del capo dello Stato. Se poi nei prossimi mesi l’esecutivo imbrocca due o tre cose, a partire da una gestione meno emergenziale del fenomeno migratorio (per Maroni Lamorgese è “ottima”, ndr), il consenso della Lega potrebbe iniziare a erodersi. E l’alleanza 5 Stelle-Pd complica il quadro anche nelle Regioni. Salvini dovrà tornare a fare i conti con Berlusconi, che lui in questi mesi ha tentato di distruggere, ma il futuro del centrodestra dipenderà anche dall’operazione centrista di Renzi…”.

Critico, Maroni, lo è anche sull’uso dei social network: “Io mi sono iscritto a Facebook e Twitter quando ho smesso di fare il ministro…”, dice. Salvini, dunque, è stato fagocitato dall’eterno rito romano? “È stato ingenuo. E ora tutto si rimette in gioco: Berlusconi, Meloni, Salvini, Grillo, Zingaretti, Di Maio, Renzi. Tra nomine, riforme e Quirinale, la partita sarà interessante”, dice Maroni, assai affascinato, invece, dalle liturgie del potere. “L’importante è avere le armi per combattere”.

E qui l’ex ministro leghista tira in ballo ancora la Cina e questa volta addirittura il presidente Mao Zedong: “Grande la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente…”.

L’export italiano vittima della guerra sugli aiuti di Stato tra Boeing e Airbus

Vista dall’Italia questa storia, iniziata ormai più di 15 anni fa, è paradossale: il nostro export probabilmente subirà i danni di una guerra commerciale nel settore aereo, combattuta anche a suon di aiuti di Stato, a cui non ha partecipato e in cui non ha interessi diretti.

Questo è l’esito del verdetto emesso ieri dai giudici della Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) che quantifica in quasi sette miliardi di euro le contromisure, cioè i dazi, adottabili dagli Stati Uniti entro un mese per i danni causati all’americana Boeing dai sussidi erogati dall’Unione europea al consorzio franco-tedesco-spagnolo-olandese Airbus.

È il più grosso risarcimento mai erogato dalla World Trade Organization, nonostante sia inferiore alla cifra chiesta da Washington: circa 10 miliardi di euro.

Boeing, che non se la passa bene dopo i problemi del suo 737 Max, e Airbus sono i due principali produttori di aerei al mondo: Stati Uniti e Ue si accusano dal 2003 di aver foraggiato e continuare a foraggiare illegittimamente – almeno secondo le regole del Wto – le rispettive aziende e ieri è arrivato il verdetto conclusivo sulla denuncia americana. Problema: all’inizio del 2020 dovrebbe essere quantificato anche il danno denunciato dagli europei (che sarà però inferiore). Come si vede l’Italia non ha partecipato alla guerra, ma probabilmente finirà tra le vittime: 7 miliardi di euro sono una cifra sufficiente a consentire all’amministrazione Trump di colpire non solo l’export Ue nel settore aerospaziale, ma anche in altri, agroalimentare compreso.

D’altra parte ieri sera il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, peraltro in visita in Italia l’ha detto chiaramente: “I dazi potrebbero colpire vini e parmigiano”. Evidentemente Luigi Di Maio – che ieri l’ha incontrato alla Farnesina e, a un certo punto, pure confuso col segretario al Commercio Wilbur Ross – non l’ha convinto, né lo ha fatto Giuseppe Conte martedì a Palazzo Chigi: “Confidiamo di poter ricevere attenzione da parte degli Stati Uniti – ha detto ieri il premier – su alcune nostre produzioni che riteniamo strategiche nell’ambito del commercio internazionale”. A quanto pare sarà, forse, per un’altra volta.

A tremare, come detto, è soprattutto l’agroalimentare: il nostro export verso gli Usa vale oltre 4 miliardi di euro e peraltro con percentuali di crescita rilevantissime. La stima dei danni, ovviamente, dipende da cosa ci sarà nella lista Usa, ma il conto spannometrico di Federalimentare oscilla dentro una forchetta – è il caso di dirlo – che va da 650 milioni (considerando dazi al 30%) fino ai 2 miliardi, cioè il dimezzamento del nostro export, in caso di dazi al 100%.

Un solo esempio: su Parmigiano Reggiano e Grana Padano la tassa potrebbe passare da 2,15 a 15 dollari al chilo portando il prezzo al consumo fino a 60 dollari al kg. Fosse così, dice il Consorzio del Parmigiano Reggiano, il calo dei consumi oltreoceano sarà un vero e proprio crollo (tra l’80 e il 90% del totale) e un danno in termini di fatturato da 360 milioni. “Il tutto – conclude il presidente Nicola Bertinelli – chiedendosi: che c’entriamo noi con gli aiuti ad Airbus? Una diatriba che ora viene fatta pagare a un Paese terzo”.

L’aiutino di Conte a Trump: offre gli 007 per i suoi piani

Le date spiegano sempre tutto: il 27 agosto Donald Trump twitta il suo sostegno al primo ministro italiano “Giuseppi Conte”, che è “molto rispettato” e soprattutto “lavora bene con gli Usa”. Poi la benedizione: “Un uomo di grande talento che speriamo rimanga primo ministro!”. In quel momento Conte è sospeso tra il suo primo governo e il secondo, ancora incerto.

Tanto entusiasmo, nella visione binaria del mondo di Trump, si spiega in un solo modo: “Giuseppi” sta nella lista degli amici e non in quella dei nemici. Cioè in quella di chi può tornare utile per ottenere la riconferma alla Casa Bianca nel 2020. Le notizie uscite in questi due giorni sulla visita estiva a Roma di William Barr, segretario alla Giustizia, offrono una spiegazione del tweet di Trump. Il 15 agosto Barr è a Roma al Grand Flora Hotel. Come ha confermato in via ufficiale anche la Casa Bianca, la sua missione è coordinare una specie di contro-inchiesta sul Russiagate che dovrebbe dimostrare come dall’Ucraina sia partita nel 2016 una manovra per favorire Hillary Clinton ai danni di Trump.

Nella paranoia – anche con qualche argomento fondato – del presidente Usa, il risultato del 2020 dipende da due battaglie parallele: dimostrare che ha subìto un complotto e screditare il suo potenziale sfidante, Joe Biden, costringendo l’Ucraina a riaprire le indagini per corruzione e strane manovre intorno alla società Burisma di un oligarca filorusso che nel 2014 arruolò nel cda il figlio di Biden. L’avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, si occupa di Biden, Barr del resto (ha anche provato a fermare il documento del denunciante anonimo che ha rivelato le pressioni di Trump sull’Ucraina e scatenato l’impeachment).

Secondo quanto hanno riferito i siti Politico.com e Daily Beast, Conte si mette a disposizione e facilita gli incontri tra gli uomini di Barr e i vertici dei servizi segreti. A Barr interessa soprattutto John Mifsud, un misterioso professore maltese che insegnava alla Link University (ateneo romano molto legato ai servizi segreti italiani). È Mifsud a parlare a George Papadopulos, giovane collaboratore un po’ sopra le righe, della campagna di Trump nel 2016 della possibilità di avere accesso a materiali compromettenti su Hillary Clinton, le famose e-mail trafugate da hacker russi. Nella visione di Trump, Mifsud è un agente al servizio dei suoi nemici che stava costruendo lo scandalo per abbattere Trump con le accuse di essere troppo filo-russo. Poco importa ora il merito della vicenda: secondo il Daily Beast, Conte e l’intelligence italiana offrono a Barr l’audio di una deposizione di Mifsud che, dopo essere sparito nel nulla, ha chiesto protezione alla polizia italiana e registrato una deposizione “per spiegare chi voleva colpirlo”.

Nel pieno della crisi di governo, in una situazione di vuoto di potere, il coordinatore dei servizi segreti Gennaro Vecchione (direttore del Dis) aiuta Barr e la sua squadra a condurre una inchiesta che serve al presidente degli Stati Uniti a vincere le elezioni 2020 attaccando i suoi avversari. Vecchione risponde direttamente al presidente del Consiglio che ha tenuto per sé, nel primo come nel secondo governo, la delega all’intelligence (che di solito viene affidata a un apposito sottosegretario). Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, Barr ha contatti diretti con Conte che autorizza la collaborazione dell’intelligence alle verifiche dell’amministrazione Trump. E non è un episodio isolato, sempre secondo quanto riportato dal Corriere non smentito da palazzo Chigi, Barr torna a Roma una settimana fa e incontra i direttori di Aisi (Mario Parente) e Aise (Luciano Carta). Secondo quanto riferiscono al Fatto fonti vicine ai servizi segreti, mai nella storia dell’Aise (l’agenzia che ha rapporti con l’estero) era capitato qualcosa di simile. È normale la collaborazione tra alleati, meno il metodo – seppur in un sistema non convenzionale – adottato: troppa gente coinvolta, per una vicenda che si risolve tra apparati.

Il rischio, e presto Conte dovrà rispondere al comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), è che l’intelligence possa ricevere la contestazione di aver partecipato a un progetto che ha l’unico scopo di garantire la rielezione di Trump riscrivendo la storia del 2016, per frenare la rincorsa dei Democratici. Senza che nessuno ne sappia nulla, in Italia o negli Stati Uniti, dove questo genere di operazioni sono ora considerate dai Democratici e da alcuni Repubblicani un tradimento della Costituzione che legittima l’impeachment.

Per sollecitare la collaborazione del nuovo presidente dell’Ucraina Zelensky all’inchiesta su Biden, Trump ha congelato centinaia di milioni di euro di aiuti miliari. Per avere l’appoggio dell’Italia, a quanto sappiamo al momento, è bastato un tweet. Ma se fra un anno alla Casa Bianca dovesse arrivare un democratico, chi ha dimostrato tanta sollecitudine a sostenere la campagna di Trump avrà qualche problema a Washington.