Il “metodo biscottiera”, così Fca ha falsato il mercato negli Usa

Fiat come il gruppo Sole 24 Ore. Gonfia le vendite per convincere investitori e analisti di avere vendite sempre in crescita sul mercato americano. La Security Exchange Commission (Sec), che vigila su Wall Street, se ne accorge e Fca patteggia, sborsando 40 milioni di dollari (circa 36,7 milioni di euro). In Italia, invece, la notizia fa poco scalpore. La Consob non interviene. O meglio, “non commenta” l’ipotesi di eventuali procedure in corso sul caso. E, comunque, il reato di falsa comunicazione al mercato è stato commesso in America. Quindi, amen. Poco importa che Fca, pur avendo il quartier generale in Olanda, sia quotata anche a Piazza Affari dove gli investitori italiani sono presenti in forze. I risparmiatori se ne dovranno fare una ragione e mandar giù il fatto che, dalla notizia del patteggiamento, il titolo è scivolato di circa il 3,6 per cento.

La vicenda è sintomatica delle pratiche e della trasparenza nelle comunicazioni sociali delle società quotate. Tutto inizia nel 2012 quando Fca mette a punto la tecnica del “biscotto”, che si trasformerà nel tempo in un boccone amaro per gli investitori. In pratica, come ricostruisce la Sec, “da almeno agosto 2012 a luglio 2016, in maniera fraudolenta Fca Us ha indotto in errore gli investitori sul numero di nuovi veicoli che mensilmente sono stati venduti dai suoi distributori ai clienti”, si legge nella documentazione della Consob americana. Obiettivo “propagandare falsamente” una serie ininterrotta di vendite di nuovi veicoli e conquistarsi così la fiducia del mercato dove, a gennaio 2016, il gruppo totalizza ben 69 mesi consecutivi di crescita annua da quando la parte americana, Chrysler, si è salvata dalla bancarotta. Un record mai realizzato prima da nessuna casa automobilistica.

Dietro ai numeri c’è però un trucco. A denunciarlo, all’inizio del 2016, sono due concessionari Fiat Chrysler dell’Illinois che citano in tribunale Fca accusando l’azienda di aver offerto ingenti somme di denaro ai venditori che accettano di gonfiare le vendite di veicoli nuovi. Come riferiscono i concessionari, il listino Fca è variabile e il denaro incassato per la falsa comunicazione viene mascherato in contabilità come credito sulla pubblicità. Secondo quanto racconta Automotive news, nel caso di Edward Napleton, proprietario dell’omonima concessionaria, la casa automobilistica italo-americana mette sul piatto 20 mila dollari “per riportare falsamente le vendite di 40 nuovi veicoli” alla fine di un mese. Napleton rifiuta, ma pochi mesi dopo ha un’amara sorpresa: scopre che due suoi dipendenti hanno accettato la proposta indecente contabilizzando nei dati mensili sedici auto invendute come vendute.

Su larga scala, secondo la Sec, l’operazione maquillage delle vendite consente ad Fca di conquistare sul mercato americano l’immagine di un gruppo in progressiva e continua crescita. Tutto merito del meccanismo della “biscottiera” che si basa sulla presenza di due contabilità parallele. In pratica, i concessionari pagati da Fca mantengono “una banca dati delle vendite effettive ma non comunicate” come spiega la Sec. I dipendenti la battezzano come la “biscottiera” per via della sua funzione “edulcorante” su eventuali dati “amari” del mese. Ogni qual volta c’è infatti il rischio che la serie progressiva di crescita delle vendite si interrompa, i concessionari attingono alla “biscottiera” trascrivendo vecchie vendite come nuove e gonfiando così i dati finali da comunicare al mercato.

Quando lo scandalo è ormai deflagrato, il responsabile delle vendite statunitensi, nonché amministratore delegato della filiale canadese, Reid Bigland inizia a collaborare con la giustizia denunciando gli illeciti. Dichiara pubblicamente che si rifiuta di diventare il capro espiatorio di una vicenda che ha radici antiche e profonde. Spiega di aver ereditato una “metodologia contabile” che non solo era in vigore dagli anni 80, ma era anche ampiamente conosciuta dai vertici del Lingotto, incluso l’ex amministratore delegato, il compianto Sergio Marchionne. La questione crea non poco imbarazzo. Soprattutto perché Bigland fa sapere che l’azienda gli ha tagliato lo stipendio per finanziare il pagamento delle multe della Sec. La vicenda finisce a carte bollate con Bigland che chiede 1,8 milioni di dollari di danni. Incredibilmente però il manager non viene rimosso dagli incarichi. A oggi, come conferma Fca, Mr. Bigland resta ancora responsabile delle vendite statunitensi e l’amministratore delegato della filiale canadese. Forse per via dei buoni dati commerciali: in Canada Fca ha archiviato il terzo trimestre 2019 con un incremento vendite del 19% piazzando sul mercato 60.928 auto. “Gli aumenti a due cifre di Jeep e Ram dimostrano che stiamo fornendo pick-up e Suv in tutto il Paese”, ha dichiarato Bigland in una nota. Non c’è che dire: davvero dati incredibili.

“Imporlo manca di rispetto a storia, religione e Stato”

Ci sono due modi per combattere Salvini: fare il contrario di ciò che farebbe se fosse al governo (per dimostrare che c’è un’alternativa democratica: ma soprattutto per fare ogni volta la cosa giusta), o fare ciò che farebbe lui (per ‘non fargli un favore’, cioè per la paura di far aumentare il suo consenso). Nel governo Conte Bis che annuncia di volersi tenere il primo decreto Sicurezza così com’è – e nel ridicolo silenzio degli intellettuali che giustamente gridavano al fascismo quando fu approvato – prevale la seconda opzione: dimostrabilmente suicida, perché sono decenni che la sinistra fa la destra, col risultato di aver plasmato un senso comune disposto ad accettare l’egemonia culturale di destra che oggi ci domina.

L’ossessione di Salvini intride e stravolge anche questioni che ne precedono di decenni l’affermazione: come quella del crocifisso di Stato, imposto nelle aule (scolastiche e giudiziarie) e in molti uffici pubblici. Colpisce che perfino un arcivescovo (quello di Monreale) arrivi a dire che la (perfino ovvia, e comunque sacrosanta) idea del ministro Fioramonti di dire basta alla presenza della croce nelle scuole della Repubblica sarebbe “un favore a Salvini”: ma davvero la Chiesa ha bisogno di misurare su Salvini il proprio intimo rapporto con l’immagine del suo Sposo che regna dal trono di umiltà del legno della croce?

La sua presenza nelle scuole fu prescritta dalla legge Casati (promulgata nel Regno di Sardegna nel 1859, e poi estesa all’Italia unita) e poi fu duramente ribadita (a colpi di circolari, decreti e ordinanze) durante il fascismo. Dopo che la revisione del Concordato del 1984 aveva esplicitamente recepito la svolta costituzionale per cui il cattolicesimo non è più religione di Stato, è mancata la parola risolutiva della Corte costituzionale: dichiaratasi incompetente perché a imporre i crocifissi sono oggi circolari ministeriali e non leggi.

I vari tentativi di intraprendere la via giudiziaria si sono fermati di fronte a una sentenza della Corte di Strasburgo del marzo 2011, che – ribaltando una sua altra sentenza – ha stabilito che il crocifisso non è, in Italia, un simbolo religioso attivo, ma un elemento culturale e identitario “passivo”, incapace di agire sulla coscienza degli alunni. Mentre la Conferenza episcopale stoltamente esultava per quella (prematura) dichiarazione di morte del cristianesimo italiano, fu il rabbino capo di Roma a osservare che “dire che il crocifisso è simbolo culturale è, a mio parere, mancargli di rispetto”.

La mancanza di rispetto è la chiave. Imporre il crocifisso nelle scuole significa violare la laicità dello Stato e l’articolo 3 della Costituzione. Sostenere che sia un simbolo culturale condiviso significa violare la storia, e concepire l’identità culturale proprio alla maniera di Salvini: come una fiction che esclude con la forza, non come un palinsesto che, accogliendo altre culture, si modifica. Ridurre a simbolo dell’ordine imposto dal potere terreno (quello che obbedisce alle regole del “principe di questo mondo”, il diavolo: come dice il Vangelo) un simbolo che invece grida contro la disumanità di ogni potere significa violare il nucleo più profondo della fede cristiana: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1 Cor, 1, 23).

Lo scontro è oggi tra chi (cristiano, credente in un altro dio, o ateo) sente terribilmente vivo e attivo il segno del crocifisso (e dunque non lo vorrebbe imporre, o subire), e chi lo assimila al panettone, o alla befana. Nel don Milani che tolse la croce dalla scuola di Barbiana, l’amore per il Vangelo e l’amore per la Costituzione erano una cosa sola.

“Ancora una volta la croce è ostaggio della politica”

Nei giorni scorsi hanno fatto molto discutere le parole del ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che a “Un giorno da Pecora” si è detto contrario all’esposizione di simboli religiosi in classe. Si è così riacceso un dibattito “storico” tra chi è favorevole e chi contrario al crocifisso nelle aule delle scuole italiane, sono state ricordate le sentenze che hanno fissato dei primi paletti sull’argomento ma è anche stato fatto notare, dall’arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, che “toglierlo servirebbe solo ad aiutare Matteo Salvini”. Un tema divisivo, come dimostrano le due opinioni contrastanti che pubblichiamo qui sotto.

 

Dalle mie parti, in Campania, ho sentito per quasi due decenni quello che probabilmente è stato lo slogan propagandistico più efficace nei “porta a porta” elettorali di una volta: “Metti la croce sulla croce”. Cioè sul simbolo Scudocrociato della Democrazia Cristiana. Ed è per questo che stupisce come l’antisalvinismo illuminato e la destra clericale e antibergogliana siano unanimi nelle critiche ai vescovi che hanno ribadito una semplice verità contingente. Questa: togliere il crocifisso dalle scuole sarebbe un favore a Matteo Salvini. Soprattutto se a introdurre di nuovo la questione è il ministro dell’Istruzione, di matrice pentastellata.

Inutile ignorarlo: in Italia per mezzo secolo il crocifisso, meglio la croce è stata prigioniera della politica, non delle pareti, e si è arrivati pure a turarsi il naso per votare la Dc, nonostante lo Scudocrociato coprisse “cose assai diverse dallo spirito cristiano”, per citare Benedetto Croce. Ecco perché l’ennesima crociata, decisamente anti-storica (poi spiegherò il perché), contro il crocifisso rischia di dividere il campo in due e immergere un simbolo universale d’amore in una bagarre partitica. È il principio di realtà: oggi in Italia e in Europa c’è una destra tradizionalista (farisea direbbe Papa Francesco) che vuole di nuovo “privatizzare la Chiesa per il proprio gruppo, la propria nazione e i propri amici”, sempre Bergoglio in un’udienza del 2013. È la destra che impugna rosario e crocifisso solo per motivi elettoralistici, in cui Salvini assomiglia tanto al Mussolini concordatario che diceva fieramente di sé: “Sono cattolico ma anticristiano”.

E adesso allarghiamo il quadro, ma sempre dentro la storia. Ché il crocifisso appeso nei luoghi pubblici non si comprende con le varie sentenze scritte da giuristi (che tristezza verrebbe da dire!) o nell’asfittico schema credenti/non credenti, ma all’interno del flusso della storia e dell’evoluzione della libertà. Altro che imposizione. In questi giorni viene citato da più parti un magnifico articolo di Natalia Ginzburg, ebrea, uscito sull’Unità anni fa. Scriveva che “il crocifisso fa parte della storia del mondo” e che “è il segno del dolore umano, della solitudine della morte, dell’ingiustizia”. Non quindi, un segno di identità guerriera e di tradizione chiusa, come sostengono i farisei di destra che rimpiangono Lepanto, fautori di un clericalismo che tracima nella teocrazia.

Ecco spiegato, allora, il senso anti-storico dell’esternazione del ministro Fioramonti, cui consiglio la lettura di un famoso saggio del citato Croce, peraltro suo illustre predecessore al ministero dell’Istruzione. Il filosofo che risolse l’idealismo nella storia e che come nessun altro seppe rappresentare il pensiero liberale, tenendo presente che non c’è un sapere assoluto, scrisse “Perché non possiamo non dirci cristiani” e annotò, in senso universale: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto, …operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale”. Come a dire: esiste un crocifisso che non è solo simbolo di una Chiesa o di una fede (Croce, ovviamente, non ignorava le secolari polemiche anticlericali o “antichiesastiche”). Ed è forse questo che spinse, nel 1859, il conte di Cavour e il suo fedele Casati a statuire per legge il crocifisso nelle scuole. È la formidabile contraddizione che fa da pietra angolare al dibattito di oggi: come fu possibile che il Risorgimento liberale, massonico e anticlericale, che poi entrò in armi nella Roma papalina, inserì nella legge sul sistema scolastico quella disposizione? Un interrogativo da rivolgere soprattutto a coloro che da decenni lamentano la mancanza di una religione civile nel nostro Paese.

Investimenti immobiliari a Londra. Sospesi 5 funzionari del Vaticano

C’è un’indagine molto delicata in Vaticano. Riguarda una serie di operazioni su immobili di pregio a Londra. È un’inchiesta – rivelata ieri da L’Espresso – che ha già sortito i primi effetti: le perquisizioni di due giorni fa nella segreteria di Stato e presso l’Autorità di informazione finanziaria (Aif), e la sospensione cautelativa dal servizio di tre funzionari e due dirigenti. Tra questi monsignor Maurizio Carlino, capo dell’Ufficio Informazione e Documentazione della segreteria di Stato Vaticano, e in passato segretario del cardinale Angelo Becciu. L’altro dirigente sospeso è Tommaso Di Ruzza, direttore dell’organismo antiriciclaggio Aif e genero dell’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio. Sia lui che Don Carlino potranno entrare in Vaticano solo “per recarsi presso la Direzione Sanità ed Igiene per i servizi connessi, ovvero se autorizzati dalla magistratura vaticana”. Lo stesso vale per gli altri tre funzionari sospesi: Vincenzo Mauriello (Ufficio Protocollo), Fabrizio Tirabassi (Ufficio Amministrativo) e un’addetta all’amministrazione, Caterina Sansone. Tirabassi gestisce gli investimenti finanziari nella Segreteria di Stato, occupandosi tra l’altro dell’Obolo di San Pietro, dove vengono raccolte le donazioni dei fedeli al Papa: la gendarmeria vaticana starebbero passando al setaccio tutti i flussi finanziari.

Le perquisizioni si ricollegano a “denunce – è scritto in una nota della sala stampa vaticana – presentate agli inizi della scorsa estate dallo Ior e dall’Ufficio del Revisore Generale” su alcune operazioni finanziarie. Si tratterebbe di compravendite immobiliari milionarie all’estero attraverso società inglesi. Come detto, gli investigatori si stanno concentrano sui flussi finanziari dei conti su cui transita l’Obolo di San Pietro, che raccoglie le donazioni dei fedeli che poi vengono distribuite oltre che per opere di carità o per il sostentamento dell’apparato vaticano. Le denunce interesserebbero un arco temporale recente, quando gli uffici della Prima Sezione “Affari Generali” della Segreteria di Stato, erano guidati da Becciu, ora prefetto per la Congregazione delle Cause dei Santi e cardinale, personalità molto vicina a Papa Francesco. Proprio Don Carlino, ora sospeso, è stato negli anni scorsi suo segretario personale.

L’inchiesta arriva ad appena due anni di distanza dalla vicenda che nell’estate del 2017 aveva al centro le dimissioni dell’ex Revisore generale dei conti, Libero Milone. In un’intervista al Corriere, Milone disse di esser stato costretto alle dimissioni e che gli fu impedito di vedere il Papa: “Non volevano che gli riferissi alcune cose che avevo visto”. Immediata la smentita della Santa sede, in cui si accusava Milone di aver incaricato “illegalmente una società esterna per svolgere attività investigative sulla vita privata di esponenti della Santa Sede”. Ma questa è un’altra storia. Ora oltretevere c’è un nuovo scandalo.

Vuoi dare la mano al Papa? Devi pagare 250 mila euro

Papa Francesco ha un solido concetto di carità, che fa rima con sobrietà: “Non è una sterile prestazione o un semplice obolo per far tacere la nostra coscienza, ma è l’abbraccio di Dio a ogni uomo, in particolare agli ultimi e ai sofferenti”. Eppure Jorge Mario Bergoglio era la principale attrazione di una cartella patinata, spedita a decine di aziende italiane e straniere, private e statali, di petrolio e di telefoni, per finanziare la manifestazione una “serata di stelle”, in programma il 20 novembre: la festa per i 150 anni del Bambino Gesù, l’ospedale pediatrico che dal ‘24 è l’ospedale dei pontefici. Più che uno spettacolo di beneficenza, la beneficenza che si fa spettacolo, passerella e contatti per multinazionali interessante al benessere spirituale dei manager e ancor più alle loro relazioni: compra uno spazio per il tuo marchio – era il messaggio – e avrai un’udienza privata con Jorge Mario Bergoglio e una cena di gala ai Musei Vaticani. Servono da 120 a 250 mila euro.

La proposta ha suscitato stupore dei clienti e raccolto poche adesioni, così l’ospedale ha annullato l’incontro con Francesco e la festa ai Musei.

Il Bambino Gesù celebra il suo primo secolo e mezzo, per l’appunto il 20 novembre, con un concerto nell’aula Paolo VI, l’auditorium che fu disegnato da Pier Luigi Nervi: presenta Amadeus in diretta sul servizio pubblico Rai, e poi ci sono cantanti, atleti, registi, attori, Jovanotti, Bocelli, Fiorello, Anastacia, Castellitto, un elenco assai vasto e luccicante. La causa è nobile. Però per carpire l’attenzione di aziende che fatturano miliardi di euro e che bramano consenso politico e chissà una dispensa papale, il Bambino Gesù aveva previsto un prologo per il 19 novembre, la vigilia, una giornata speciale per i sostenitori più generosi.

I vertici dell’ospedale hanno reclutato due società del settore, non certo religioso, che si chiamano Master Group Sport e Star Biz di proprietà di Giovanni Carnevali, che è pure amministratore delegato del Sassuolo Calcio. Master Group Sport organizza eventi sportivi, la Star Biz cura l’immagine dei calciatori, come Javier Zanetti, bandiera dell’Inter. Carnevali non ha esperienze vaticane, ma il recente esordio al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

Master Group Sport, su mandato del Bambino Gesù, ha inviato alle principali aziende italiane un documento di 60 pagine con un solo paragrafo dedicato alle attività pediatriche dell’ospedale – di eccellenza, fuor di retorica – e un profluvio di dettagli sul ritorno di immagine dell’investimento. Cinque i “pacchetti” proposti: quelli pregiati – che permettevano a manager, familiari e collaboratori di salutare papa Francesco e di addentare la pasta sotto gli affreschi della Sala Clementina dei Musei Vaticani – erano da 50.000 a 250.000 più Iva. Perché spendere tanto? “Il contesto è ideale per consolidare – spiegava la brochure – i rapporti con i propri stakeholder (intesi come referenti istituzionali e azionisti, ndr) e realizzare attività di pubbliche relazioni”.

Il “contesto” era duplice: ore 18, udienza privata con papa Francesco; ore 20, cena di gala ai Musei Vaticani. Master Group Sport esaltava l’inedito ritrovo in Sala Clementina, al solito utilizzata per ricevere le delegazioni straniere o per rendere omaggio al pontefice defunto: “Sarà una serata unica e raffinata dal profilo esclusivo e istituzionale per un selezionato numero di 300 ospiti, invitati istituzionali e celebrità coinvolte. Ci saranno le più alte cariche dello Stato italiano, quali i presidenti della Repubblica, del Senato, della Camera, del Consiglio, i ministri della Salute, dello Sviluppo economico, il sindaco di Roma e le autorità della Città del Vaticano. Camerieri di eccezione saranno personaggi del mondo dello sport”. Al variare del prezzo variava persino la speculazione all’esterno: c’era bisogno di almeno 120.000 euro per usare foto e video, con la garanzia di “creare iniziative di promozione” da studiare assieme agli uffici marketing. Un pastrocchio, “simonia”, si sarebbe contestato in altre epoche.

Il Vaticano, consultato dal Fatto, ha lasciato la responsabilità al Bambino Gesù: “Era un’ipotesi delle società di comunicazioni”, si giustificano dopo le nostre domande, “ritirata per non rischiare di non strumentalizzare”. Il Papa non avrebbe gradito scoprire dai giornali che le sue strette di mano venivano vendute a 250.000 euro l’una.

Giustizia, Renzi vuole tenere tutti in scacco

Sulla prescrizione, il Pd resta contrario, Italia Viva pure, ma si limita a esprimere delle perplessità tecniche, mentre il M5S la difende a spada tratta. Sul sorteggio per i membri del Csm, M5s e Italia viva sono a favore, il Pd e Leu, contrari. Il vertice di maggioranza di ieri sera sulla giustizia ha registrato lo stato dell’arte, anche se la discussione si è mantenuta il più possibile sulle generali. Un giro di tavolo, con uno scontro evidente, ma congelato, in assenza di accordo. Nel frattempo, si cerca informalmente una soluzione: il Pd sarebbe pronto ad accettare il fatto che la prescrizione si interrompa solo per sentenze di condanna, non di assoluzione.

Politicamente, poi, c’è qualche acquisizione in più. Se l’obiettivo del Partito Democratico era mettere all’angolo Matteo Renzi, costringendo i suoi a esporsi in una sede ufficiale, tale obiettivo è fallito. Il tema, in questo caso, è la giustizia. La formula, il vertice, che si è tenuto ieri sera. Alla Camera, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha illustrato le linee guida della riforma, attraverso due disegni di legge, uno sul civile e l’altro sul penale e il Csm. La priorità a quest’ultimo, che deve essere approvato entro il 31 dicembre.

Ricapitolando. Bonafede vuole ridurre la durata massima dei processi penali a 4 anni e arrivare a una media di 4 anni per il civile. Arrivare a definire un limite massimo serve ai Cinque Stelle per non tornare indietro sulla legge sulla prescrizione che dal prossimo primo gennaio la abolisce dopo la sentenza di primo grado. Mentre il Pd vorrebbe prima la modifica dei processi, per rimandare la scadenza. Il Guardasigilli ieri ha ribadito: “Non capisco perché ritardare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione. Nessun cittadino lo capisce, visto che vogliamo fare una riforma che renda il processo breve”.

Il ministro vuole sorteggiare i membri del Csm, i Dem di nuovo non ci stanno. E Italia viva? È d’accordo. Nell’intervista al Foglio, Renzi se n’è uscito così: “Il problema della giustizia sono innanzitutto i tempi che vanno accorciati, su questo concordo con Bonafede”. Però, poi, di fatto, non è una riforma che può appoggiare. Ancora. “Sul sorteggio per il Csm sono più d’accordo con Bonafede che con Orlando”. Questo mentre Maria Elena Boschi annunciava: “La nostra posizione la scoprirete in aula”. Al Nazareno si sono parecchio agitati. “Non è che noi ci possiamo mettere d’accordo e poi Renzi fa il fenomeno fuori”. Ecco, allora, la decisione di un vertice. Che non è il primo e non sarà l’ultimo. Questo governo ha davanti a sé la strada di continue ed estenuanti riunioni, presumibilmente per non arrivare a decisioni certe.

Ieri alla riunione con Bonafede c’erano una quindicina di persone. I capigruppo di Camera e Senato dei quattro partiti di maggioranza, i responsabili Giustizia dei partiti e pure chi ha incarichi di qualche tipo sul tema.

Per Italia Viva, si sono presentati Boschi, Davide Faraone e Giuseppe Cucca. A quest’ultimo, il compito di illustrare le posizioni del nuovo partito. Generico il più possibile. Sul Csm ha sorvolato, sulla prescrizione ha espresso dubbi, ma tenendosi ben lontano da motivazioni politiche: ha parlato della grande carenza di personale. “Sulle riforme sarà necessario un confronto serrato. Quando il provvedimento sarà portato in Parlamento”, ha spiegato poi il senatore al Fatto. Come dire: Renzi non ha nessuna intenzione di rinunciare al palcoscenico offerto dalle Camere per farsi notare. Né tanto meno, smettere il gioco di sponda con il Guardasigilli allo scopo numero uno di mettere in difficoltà i Dem.

“Sala consapevole del falso Expo, quindi ha mentito”

Giuseppe Sala era consapevole di sottoscrivere un documento falso. Ma lo ha fatto per evitare ulteriori ritardi nei lavori, con il rischio di non aprire in tempo Expo 2015. Questo dicono le motivazioni della sentenza che a luglio ha condannato l’allora commissario e amministratore delegato di Expo spa a 6 mesi di reclusione, convertiti in una multa di 45 mila euro. Sala, in seguito eletto sindaco di Milano, era accusato di falso materiale e ideologico, per aver firmato, nella sua casa di Brera, due atti che cambiavano due commissari della più importante gara d’appalto Expo, quella della “piastra”, valore 272 milioni di euro. Li ha firmati il 31 maggio 2012, ma la data scritta sui due documenti era antecedente e falsa: 17 maggio 2012.

I manager Expo avevano segnalato la probabile incompatibilità dei due commissari. Ma per cambiarli, era necessario ricominciare da capo la procedura, e questo avrebbe allungato i tempi e messo a rischio l’apertura di Expo, il cui cronoprogramma era già in grave ritardo. Sala temeva di non riuscire ad aprire i cancelli il 1° maggio 2015. Ecco dunque che nel 2012 furono forzate le procedure e falsificati i due atti con una firma falsa. Condanna, dunque. Sala, scrivono i giudici, “deve essere ritenuto penalmente responsabile del reato ascrittogli. Integrato sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo”. Ma per lui scatta l’attenuante di aver “agito per motivi di particolare valore morale o sociale”. Secondo il Tribunale, “Sala firmò i verbali per evitare ritardi”, con “l’obiettivo di evitare che la questione della paventata incompatibilità” dei due componenti della commissione di gara potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi mettere in pericolo l’apertura di Expo. “Deve dunque trovare particolare considerazione la volontà di realizzare le infrastrutture in tempo utile, pena il fallimento vero e proprio della manifestazione”.

Esclusa comunque, per i giudici, la “volontà di avvantaggiare taluno dei concorrenti alla gara. O danneggiare altri”. È emersa solo la volontà “di assicurare la realizzazione in tempo utile delle infrastrutture necessarie per la realizzazione e il successo dell’Esposizione universale del 2015. Risultato poi effettivamente conseguito e unanimemente riconosciuto”. Il Tribunale sembra ipotizzare una sorta di reato commesso a fin di bene. Anche se le eventuali buone intenzioni di norma non possono addolcire il codice penale.

Eppure nelle motivazioni si legge chiaramente che l’allora numero uno di Expo ha sottoscritto i due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni”. E quindi “della surrettizia creazione in data 31 maggio 2012 di documenti che alla data del 17 maggio 2012 non erano esistenti”.

Sala era certamente consapevole del falso. Dunque ha mentito quando nell’aula del processo e in numerose dichiarazioni fuori dall’aula ha più volte ripetuto di non essersi accorto delle date false e di non ricordare come e quando firmò i due documenti. Ha mentito in aula: e questo a un imputato è concesso. Ma ha mentito da sindaco fuori dall’aula: è questo per un primo cittadino è grave.

I legali di Sala hanno annunciato che ricorreranno in appello contro la sentenza di condanna. Mossa del tutto inutile, perché il reato di falso che gli è stato contestato, a novembre evaporerà, per effetto della prescrizione. Questa potrebbe essere rifiutata dal condannato, che potrebbe difendersi nel merito anche in secondo grado: ma sembra escluso che Sala scelga questa strada.

Frodi carosello, Iva e accise: 6 miliardi di euro bruciati dai carburanti illegali

Dei 7 miliardi che il governo pensa di poter ottenere dalla lotta all’evasione fiscale, tre miliardi sarebbero già stati trovati tra le frodi nella distribuzione dei carburanti. L’ha spiegato l’altro ieri la vice ministro dell’Economia Laura Castelli e l’ha ribadito ieri ai più scettici, addirittura rilanciando: il recupero dell’evasione dell’Iva potrebbe arrivare fino a 6 miliardi se si considerano anche le frodi carosello, le indebite compensazioni e i traffici illeciti di prodotti petroliferi.

Un dossier a cui il Mef sta lavorando da un anno, attraverso un lavoro coordinato con Guardia di finanza, Agenzia delle Entrate e Dogane, e che secondo la “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”, allegata alla Nota di aggiornamento al Def, tra il 2012 e il 2017 ha visto l’evasione stimata delle accise sui carburanti praticamente raddoppiare, passando dal 4,8% all’8,4%, con un dato particolarmente rilevante per quanto riguarda il gasolio, su cui il tax gap (la differenza fra il gettito teorico e quello effettivo che stima l’evasione fiscale) è passato dal 7,1% del 2012 all’11,9% del 2016. E nel 2017 si stima che le accise su benzina e gasolio abbiano fatto incassare 19,4 miliardi in meno rispetto al dovuto, equivalenti al 10,7% del gettito teorico. Nell’ultimo anno e mezzo fiamme gialle e Agenzia dell’Entrate su un totale di 128.497 interventi ispettivi hanno fatto luce su 5.247 interventi solo nel settore delle accise, che hanno portato al sequestro di oltre 6mila tonnellate di carburante.

L’Unione petrolifera, la Confindustria dei principali operatori del settore, denuncia da anni la crescita dell’illegalità nel comparto. Secondo un rapporto del febbraio 2018 ogni anno entrerebbero in Italia 3 miliardi di litri di carburante illegale, circa il 10% del totale. E, ogni anno, si stimano almeno 3 miliardi di evasione dell’Iva sui carburanti (cifra che conferma i dati diffusi dal Mef), che ritraggono un mercato nero da far invidia al narcotraffico. L’ha raccontato Report (Rai3) un paio di mesi fa come durante l’occupazione della Siria da parte dell’Isis, molte società europee, incluse alcune italiane, hanno acquistato grezzo proveniente dai territori del Califfato. Poi ci sono Libia e Malta come canali di rifornimento del contrabbando, attraverso l’intermediazione di Cosa nostra. Ma a fare la parte da leone nel computo delle truffe è il meccanismo delle frodi carosello che ruota intorno alle cosiddette lettera d’intenti. Si tratta di cartiere, vere e proprie scatole vuote, che per acquistare dall’estero un prodotto petrolifero senza Iva emettono dei documenti falsi. “Ci sono finti esportatori abituali – spiega Martino Landi, presidente dei gestori Faib – che avvalendosi della lettera d’intenti prevista dalla legge acquistano merci in regime di esenzione Iva per poi rivenderle con l’Iva senza versarla all’erario. E per sfuggire ai controlli utilizzano una società per brevi periodi per poi cambiarla”. Lo scorso mese la Guardia di finanza di Pistoia ha sgominato una maxi truffa da 30 milioni di euro realizzata proprio attraverso queste false dichiarazioni per evadere l’Iva sull’acquisto dei prodotti petroliferi, in questo caso prevenienti dalla Slovenia. Da qui, anche un’interrogazione presentata prima dell’estate da Luca Squeri di Forza Italia per chiedere l’eliminazione della lettera. “Questo – spiega Landi – non favorisce la trasparenza ed è tra i motivi che ha spinto le multinazionali Esso e Shell ad abbandonare il mercato italiano negli ultimi 5 anni”.

Oggi il 60% delle pompe di benzina è in mano a 1.200 privati, più difficili da controllare rispetto alle multinazionali. Un’apertura che ha fatto fiorire le pompe bianche, note per offrire forti sconti sul prezzo e ora entrate nel mirino del Mef. La caccia ai ribassi dei gestori, questa è l’accusa mossa, favorirebbe la crescita del mercato illecito.

“Duri con i poveracci, deboli con i furbetti: è una presa in giro”

Pubblichiamo un estratto del discorso sull’evasione fiscale tenuto martedì dal procuratore di Milano Francesco Greco al convegno del Silp Cgil

L’evasione fiscale è uno dei fattori del declino di questo Paese. Rinunciare a 109 miliardi annui di incassi ci rende tutti meno ricchi, perché è evidente che se tutti pagassero le tasse queste potrebbero diminuire, oltre ad avere servizi migliori e creare lavoro.

Abbiamo però un problema culturale enorme: mischiamo spesso la lotta all’evasione con le politiche fiscali, che con la prima non c’entrano niente. Dovrebbe seguire un proprio percorso naturale e nessun governo ci deve mettere le mani. Questo è quello che avviene in tutti i Paesi tranne che in Italia. Non è più possibile continuare a mischiare questi due mondi che sono completamente diversi. E quando poi si affronta il mondo del contrasto all’evasione fiscale ci dobbiamo metter in testa che ci vuole una normalità operativa (…) ci vogliono strumenti, mezzi adeguati, forse riforme ordinamentali e riforme dei reati e del processo. Se si vuole mettere veramente al centro dell’attenzione la lotta all’evasione fiscale occorre fare 5, 6, 7 proposte precise (…).

Bisogna anche tener conto che se non funziona la riscossione si possono fare salti mortali ma non si risolve nulla tant’è che i soldi che vengono indicati come fatturato del “modello Milano”, fatto da GdF e Agenzia delle Entrate, sono entrati perché c’è stata una adesione all’accertamento da parte dei gruppi che hanno pagato. Ad esempio il gruppo Gucci, che ha pagato un miliardo e 250 milioni. Il problema della riscossione in Italia dell’ex Equitalia viaggiava intorno a un non riscosso che varia dai 400 ai 700 miliardi. Il dato di riscossione medio era del 5%. È il mondo della riscossione che non funziona quindi si può partire dall’inizio sul rapporto tra cittadino e fisco, ma poi si deve intervenire sulla fine. (…)

La lotta all’evasione deve essere fatta seriamente, prescindendo da chi sta al governo, da chi sta al Tesoro. In America la lotta all’evasione è una cosa molto seria ed è ritenuta doverosa non tanto per incassare soldi, ma perché l’evasione è il simbolo della rottura del patto democratico tra cittadino e Stato, l’evasore è un ladro di Stato tant’è che le carceri americane sono piene di evasori fiscali e lo stesso succede in Germania. (…) Invece in Italia c’è una cosa strana che colpisce: nei confronti degli evasori fiscali c’è sempre un atteggiamento di “perdonismo”. Distinguiamo, non parliamo di “tartassati”. Le tasse alte le paghiamo tutti, non è che se non voglio pagare una tassa alta evado. Questo perdonismo è insopportabile. Lo Stato deve intervenire verso i soggetti che si trovano in difficoltà, ma se io non pago più l’Iva perché altrimenti non riesco a pagare gli operai la vera domanda che mi devo porre è: ma il tuo business vale la pena che vada avanti o no?(…). Il problema è che dal perdonismo oggi stiamo passando al giustificazionismo. Ho letto alcuni articoli in questi giorni che dicevano “il problema non sono le manette” o “non è il contante”. Il problema è che c’è l’evasione fiscale e io devo trovare tutti i modi per contrastarla. Punto. Se aumentare la pena di un reato è un mezzo per contrastarla la aumento. Se vietare l’uso del contante è un mezzo per contrastarla lo faccio. Io sono stanco di essere preso un po’ in giro da questa storia per cui se sei un extracomunitario che ruba una lattina di birra al supermercato vai in carcere, se sei un evasore fiscale da un milione di euro ti devono anche ringraziare alla fine. (…)

Bisogna cominciare a capire che una quota consistente di quello che si recupera deve essere utilizzata unicamente per abbassare le tasse. Questa storia che parlare di evasione fiscale non porta voti è ridicola, significherebbe che questo è un Paese dove la maggioranza è fatta di evasori fiscali e non è vero.

I dati che possiede la Pa oggi devono essere valorizzati. Non si dice nel dibattito il fatto che da due anni il mondo è più trasparente e c’è lo scambio automatico dei dati fiscali. (…) Questa base dati deve essere valorizzata. La parte più hard dell’evasione fiscale di tutti questi anni è stata quella trasferita all’estero o quella monetizzata in contanti e depositata nelle cassette di sicurezza, cioè il profitto o sta all’estero o nelle cassette di sicurezza. È li che bisogna concentrarsi. Non a caso, la storia italiana degli ultimi vent’anni è attraversata da quattro scudi fiscali, tre voluntary disclosure per un totale emerso di più di mille miliardi, ma che non ha fatto emergere tutto quello che c’è all’estero. Abbiamo assistito negli ultimi 30 anni a un esodo biblico di capitali italiani all’estero.

Alla fine sull’evasione fiscale vorrei far notare una cosa banale che poi banale non è: perché i reati tributari gravi non diventano di competenza del collegio? I reati meno gravi in Italia li giudica un giudice monocratico e la giustizia viene “assicurata” dalla presenza del vice procuratore onorario anziché del pm togato “professionista”. (…) Lo Stato, al di là dell’aumento delle pene, darebbe un segnale di svolta.

Con Renzi l’evasione è salita e si recupera sempre meno

Nonostante gli annunci roboanti dell’epoca, la gestione del governo Renzi ha lasciato in eredità ai successori un’evasione fiscale in crescita e un recupero di gettito dal contrasto all’evasione che in gran parte esiste solo sulla carta. La plastica rappresentazione dell’inefficienza della nostra macchina fiscale emerge incrociando i dati contenuti in due documenti allegati come previsto dalla legge alla nota di aggiornamento del Def, presentata nei giorni scorsi dal governo: il “Rapporto sulle misure di contrasto all’evasione fiscale e contributiva” evidenzia i risultati del recupero di gettito fiscale e contributivo. L’altro, la “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”, predisposto da una Commissione presieduta dall’ex ministro Enrico Giovannini. Nel tempo il “tax gap”, la perdita di gettito rispetto alle imposte che si potrebbero incassare, è passato dai 107,1 miliardi del 2013 ai 112,5 del 2014, per toccare un minimo di 107,3 miliardi nel 2015. Nel 2016 si ritorna a salire. Sono mancati all’appello 109 miliardi e 113 milioni di entrate tributarie e contributive, poco meno di due miliardi in più rispetto all’anno precedente. È l’anno della piena efficacia della riforma fiscale voluta dal fiorentino, che alzava ha alzato le soglie penali per l’evasione Irpef e Iva e il tetto all’uso del contante.

Non va bene neanche dal lato della lotta all’evasione. Nel 2018 – spiega il rapporto – sono stati recuperati grazie al contrasto all’evasione 19,2 miliardi, ma in flessione del 4,5% rispetto ai 20,1 miliardi di euro incassati nel 2017. Come negli anni precedenti, la fetta più consistente viene dai versamenti diretti effettuati dai contribuenti, pari a 11,3 miliardi mentre solo 5,7 miliardi derivano dalla riscossione coattiva. Una vecchia storia. Nel 2016 il titolare del Tesoro e il direttore delle Entrate pro tempore annunciavano i 19 miliardi di euro incassati come “un nuovo record”. Anche allora per la maggior parte si trattava di soldi pagati di propria volontà da persone o società che avevano fatto errori o dimenticato qualcosa nella dichiarazione dei redditi. Nel 2015 il recupero si era fermato a quota 14,5 miliardi, di cui oltre 10 da versamenti spontanei. Nei conteggi del 2018, 400 milioni provengono dalla “coda” di incassi connessi “a misure straordinarie e una tantum” come il condono sui capitali esteri (voluntary disclosure 1 e 2) e la definizione delle controversie tributarie, altre vecchie conoscenze della lotta mediatica all’evasione.

Nel dettaglio la propensione al gap d’imposta Irpef nel lavoro dipendente è in media al 3,7% mentre nel lavoro autonomo e d’impresa si arriva al 68,3% (33,9 miliardi). Per l’Iva gli oltre 36 miliardi che risultano non versati segnano una propensione al gap del 26,4%. La Commissione presieduta da Giovannini effettua una misurazione del divario tra le imposte e i contributi effettivamente versati e le imposte e i contributi che i contribuenti avrebbero dovuto versare in un regime di perfetto adempimento degli obblighi a legislazione vigente. La stima viene calcolata utilizzando una metodologia per la quale è necessaria una misurazione macroeconomica, rappresentata dai flussi di Contabilità nazionale, che incorpori al suo interno una stima dell’economia non osservata fatta dall’Istat. La stima del tax gap non riesce a intercettare però tutto il complesso del gettito soggetto a evasione ma solo l’87,5% di esso.

Le previsioni di incremento di recupero dell’evasione nei vari anni viene utilizzata per determinare la quota del gettito incassato destinata al Fondo chiamato pomposamente “per la riduzione della pressione fiscale” ma che anche quest’anno, visti i magri risultati, si preannuncia assai scarsa. A conti fatti nel disegno di legge di Bilancio 2020, saranno iscritti nel fondo 370 milioni. In attesa di conoscere – al di là degli annunci mediatici – le proposte concrete del governo per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di bilancio nel contrasto all’evasione, la Relazione fa il punto su uno degli strumenti da cui ci si aspetta di più: la fatturazione elettronica. Le prime stime mostrano un incremento delle entrate che oscilla tra 0,9 e gli 1,4 miliardi di euro, “non spiegato dalla congiuntura economica e da altri interventi normativi”. Sulla base dell’analisi svolta si valuta che dai soli soggetti che hanno effettuato invii telematici nel 2018 (2.235), si sia verificata un’emersione di operazioni attive per più di 100 milioni di euro. Ma gli ultimi flussi starebbero dando già segnali di rallentamento, a dimostrazione della necessità della messa a punto di una tecnologia informatica complessa.