Fiat come il gruppo Sole 24 Ore. Gonfia le vendite per convincere investitori e analisti di avere vendite sempre in crescita sul mercato americano. La Security Exchange Commission (Sec), che vigila su Wall Street, se ne accorge e Fca patteggia, sborsando 40 milioni di dollari (circa 36,7 milioni di euro). In Italia, invece, la notizia fa poco scalpore. La Consob non interviene. O meglio, “non commenta” l’ipotesi di eventuali procedure in corso sul caso. E, comunque, il reato di falsa comunicazione al mercato è stato commesso in America. Quindi, amen. Poco importa che Fca, pur avendo il quartier generale in Olanda, sia quotata anche a Piazza Affari dove gli investitori italiani sono presenti in forze. I risparmiatori se ne dovranno fare una ragione e mandar giù il fatto che, dalla notizia del patteggiamento, il titolo è scivolato di circa il 3,6 per cento.
La vicenda è sintomatica delle pratiche e della trasparenza nelle comunicazioni sociali delle società quotate. Tutto inizia nel 2012 quando Fca mette a punto la tecnica del “biscotto”, che si trasformerà nel tempo in un boccone amaro per gli investitori. In pratica, come ricostruisce la Sec, “da almeno agosto 2012 a luglio 2016, in maniera fraudolenta Fca Us ha indotto in errore gli investitori sul numero di nuovi veicoli che mensilmente sono stati venduti dai suoi distributori ai clienti”, si legge nella documentazione della Consob americana. Obiettivo “propagandare falsamente” una serie ininterrotta di vendite di nuovi veicoli e conquistarsi così la fiducia del mercato dove, a gennaio 2016, il gruppo totalizza ben 69 mesi consecutivi di crescita annua da quando la parte americana, Chrysler, si è salvata dalla bancarotta. Un record mai realizzato prima da nessuna casa automobilistica.
Dietro ai numeri c’è però un trucco. A denunciarlo, all’inizio del 2016, sono due concessionari Fiat Chrysler dell’Illinois che citano in tribunale Fca accusando l’azienda di aver offerto ingenti somme di denaro ai venditori che accettano di gonfiare le vendite di veicoli nuovi. Come riferiscono i concessionari, il listino Fca è variabile e il denaro incassato per la falsa comunicazione viene mascherato in contabilità come credito sulla pubblicità. Secondo quanto racconta Automotive news, nel caso di Edward Napleton, proprietario dell’omonima concessionaria, la casa automobilistica italo-americana mette sul piatto 20 mila dollari “per riportare falsamente le vendite di 40 nuovi veicoli” alla fine di un mese. Napleton rifiuta, ma pochi mesi dopo ha un’amara sorpresa: scopre che due suoi dipendenti hanno accettato la proposta indecente contabilizzando nei dati mensili sedici auto invendute come vendute.
Su larga scala, secondo la Sec, l’operazione maquillage delle vendite consente ad Fca di conquistare sul mercato americano l’immagine di un gruppo in progressiva e continua crescita. Tutto merito del meccanismo della “biscottiera” che si basa sulla presenza di due contabilità parallele. In pratica, i concessionari pagati da Fca mantengono “una banca dati delle vendite effettive ma non comunicate” come spiega la Sec. I dipendenti la battezzano come la “biscottiera” per via della sua funzione “edulcorante” su eventuali dati “amari” del mese. Ogni qual volta c’è infatti il rischio che la serie progressiva di crescita delle vendite si interrompa, i concessionari attingono alla “biscottiera” trascrivendo vecchie vendite come nuove e gonfiando così i dati finali da comunicare al mercato.
Quando lo scandalo è ormai deflagrato, il responsabile delle vendite statunitensi, nonché amministratore delegato della filiale canadese, Reid Bigland inizia a collaborare con la giustizia denunciando gli illeciti. Dichiara pubblicamente che si rifiuta di diventare il capro espiatorio di una vicenda che ha radici antiche e profonde. Spiega di aver ereditato una “metodologia contabile” che non solo era in vigore dagli anni 80, ma era anche ampiamente conosciuta dai vertici del Lingotto, incluso l’ex amministratore delegato, il compianto Sergio Marchionne. La questione crea non poco imbarazzo. Soprattutto perché Bigland fa sapere che l’azienda gli ha tagliato lo stipendio per finanziare il pagamento delle multe della Sec. La vicenda finisce a carte bollate con Bigland che chiede 1,8 milioni di dollari di danni. Incredibilmente però il manager non viene rimosso dagli incarichi. A oggi, come conferma Fca, Mr. Bigland resta ancora responsabile delle vendite statunitensi e l’amministratore delegato della filiale canadese. Forse per via dei buoni dati commerciali: in Canada Fca ha archiviato il terzo trimestre 2019 con un incremento vendite del 19% piazzando sul mercato 60.928 auto. “Gli aumenti a due cifre di Jeep e Ram dimostrano che stiamo fornendo pick-up e Suv in tutto il Paese”, ha dichiarato Bigland in una nota. Non c’è che dire: davvero dati incredibili.