Franza o Spagna

Da quando esistono i 5Stelle, lo sport preferito dei giornaloni è annunciare “rivolte”, sommosse, fughe di massa, esodi biblici, fino alla morte sicura del Movimento, poi regolarmente rinviata a data causa bel tempo. Certo, ogni tanto qualcuno se ne va, spontaneamente o spintaneamente. E chi rimane spesso mugugna a favore di telecamera. L’altro giorno abbiamo intervistato la senatrice Gelsomina Vono, passata senza fare un plissè dal M5S a Renzi perché lei è “oltre Di Maio”, ma già anche “oltre Renzi” e trova appetitose pure le idee di Salvini. Franza o Spagna purché se magna, e lei di certo magnerà meglio, potendo finalmente tenersi lo stipendio intero. Vicenda doppiamente penosa: sia perché fu selezionata da Di Maio (come tutti i 5S all’uninominale) non tra gli iscritti, ma tra gli indipendenti della “società civile” (veniva dall’IdV); sia perché, essendo un’avvocata e non una scappata di casa, sapeva bene di candidarsi nel movimento più incompatibile col renzismo (schiforma costituzionale, giustizia, grandi opere, ambiente, politiche sociali).

Un po’ come il prode capitano Gregorio De Falco, altro indipendente eletto col M5S, poi passato al gruppo misto e firmatario ad agosto della mozione Sì Tav della Bonino, come se avesse scoperto solo allora che i 5Stelle sono No Tav. O come Gianluigi Paragone, che scopre con alti lai la politica delle alleanze annunciata da Di Maio addirittura nel 2017 e non aveva mosso un sopracciglio nel 2018 quando fu offerto un contratto al Pd prima che alla Lega. Per non parlare dei grillini che ora tuonano contro la piattaforma Rousseau, cui devono l’elezione. O contro il capo politico, come se lo eleggessero loro e non gli iscritti, che hanno plebiscitato Di Maio due volte in due anni. O contro le intese col Pd per il governo e per l’Umbria, come se la prima non fosse stata approvata all’unanimità dai gruppi parlamentari e dall’80% degli iscritti e la seconda dal 60%. Chi scrive non s’è mai iscritto neppure a una bocciofila perché già fatica a rispettare il Codice penale e quello della strada, e non sopporta altre regole. Ma chi s’iscrive a una bocciofila, un club, un circolo, un movimento, un partito, ne accetta le regole. Se poi cambia idea, dovrebbe fare mea culpa sul proprio petto, non su quello altrui; e rinunciare ai soldi e ai privilegi che, grazie a quelle regole, ha accumulato. C’è però una lezione anche per chi quelle regole le scrive. Si possono aprire le porte agli esponenti della società civile, poi si può minacciarli con tutte le multe perché non voltino gabbana. Ma resta un problema insormontabile: i candidati saranno sempre italiani.

Ai “Maledetti amici miei” si dà pure il sangue

Il caso spiega meglio di molte immagini o parole. Entrata principale della sede Rai di Roma, viale Mazzini, all’ombra del celebre cavallo rampante. Arrivano Giovanni Veronesi, Rocco Papaleo, Sergio Rubini e Alessandro Haber per presentare il nuovo programma di Rai2, Maledetti amici miei, da domani sera in onda in prima serata e per sette puntate; loro quattro sono i protagonisti, devono o dovrebbero illustrare, appunto, la nuova avventura televisiva (“inedita per noi”).

Veronesi ligio alla grammatica quotidiana apre il portafogli, estrae il documento d’identità e lo consegna alla vigilanza; Papaleo aspetta, Rubini pure, Haber torna sul pianeta terra e tenta di sussurrare, con il suo vocione rauco: “Non ho il portafogli, non pensavo servisse”.

Serve. Al ché non sussurra più e inizia la commedia: “Se volete posso farmi prelevare il sangue”. Eh? “Il sangue, non ho il documento, meglio di niente”. “Ma veramente…”, replicano.

“Ma sono pronto!” e mostra il braccio.

Veronesi interviene, scatta una gag involontaria di chi si conosce da una vita, di chi sa quali sono i tempi giusti e quali note emotive suonare; Papaleo e Rubini ridono, spalle ad hoc, canovaccio infinito, allegria generale, e problema (necessariamente) risolto. C’è pur sempre la presentazione, con tanto di direttore di Rai2, Carlo Freccero, in attesa.

Questo piccolo cameo racchiude lo spirito di Maledetti amici miei, in cui la complicità, la condivisione, l’esigenza di ridere sempre e comunque, di tutto, anche della morte (“Il primo sarà sicuramente Haber, e vogliamo stargli vicino”, spiega Veronesi). Il sesso non manca mai. E ancora i successi, le disillusioni, il mondo del cinema narrato dietro le quinte (“Sapete qual è la figura più importante di un set? L’autista, perché è lui a prenderti, portarti e riportarti a casa; è lui ad ascoltare le tue conversazioni, a sostenerti nei momenti bassi e a trovarti la cocaina quando serve”, parola di Rubini).

Ma non è solo gag, non solo narrazione aneddotica: è una riflessione su se stessi in chiave “noi stessi”, il desiderio di riannodare, l’esigenza di non perdersi dietro solo lo smartphone, di investire il tempo nel collettivo, non allontanarsi, “perché io, se chiama Haber, esco di casa pure con 39 di febbre” (sempre Veronesi dixit); il potere taumaturgico della condivisione, di recuperare e valorizzare una storia collettiva. Il tutto con una scenografia all’altezza, una fotografia da grande cinema, la presenza di Margherita Buy e Max Tortora, la sigla di Paolo Conte, e una serie di ospiti differenti ogni serata. Insomma, le premesse sono molto buone, ci sono tutte, poi del doman non v’è mai certezza.

Arriva “Joker”: avvisate Batman che è fuorilegge

Chi ha paura del Joker? Tanti, se non tutti. Non Warner Bros., però, che un po’ ci fa (la preoccupata) e un po’ ci è (lusingata). Lo studio pregusta un weekend d’esordio al box office nordamericano da ottanta e passa milioni di dollari – sarebbe un record per una release nel mese di ottobre – e mollati i popcorn alla vigilia dell’uscita si riscopre pompiere, invitando ad abbassare i toni, rasserenare gli animi, lasciar parlare il film: “È stato detto molto al riguardo, ora pensiamo – ha dichiarato un portavoce – sia arrivato il momento che le persone lo vedano”. Prima di trovare accoglienza sul grande schermo, festival a parte, Joker è già un fenomeno – letteralmente – di costume, e un problema di ordine pubblico.

Lontano, eppure non è passato nemmeno un mese, il Leone d’Oro della 76. Mostra di Venezia, non abbastanza vicino l’approdo in sala (il 4 ottobre negli Usa, domani da noi in 800 copie), lo scorso 28 settembre Warner ha messo lo “specifico filmico” dell’eterodosso comic movie dietro un cordone di sicurezza, ovvero ha aperto il red carpet della premiere hollywoodiana ai soli fotografi, tenendo alla larga giornalisti e telecamere. “Se vi piace il film, ditelo a un amico, non abbiamo avuto abbastanza stampa”, ha ironizzato il regista Todd Phillips. Perché è vero il contrario: il Joker ha riempito, e continua a occupare, pagine e spazi televisivi, ma la cronaca ha la meglio sulla critica, il nero potenziale sul “colore” giornalistico, le suggestioni sulle recensioni. Si scrive Joker, si vede non il film ma la minaccia. O, se preferite, la psicosi.

Vai a sapere, se di violenza ce ne sia di più nel gangsteristico The Irishman di Martin Scorsese, il mix di disagio psichico, anarco-insurrezionalismo e clownerie balorda, con Joaquin Phoenix per eccellente comburente, danno di matto al cinema e alla testa fuori: procurati allarmi, proteste preventive, divieti impellenti, di tutto di Joker.

Senza dimenticare il pregresso, anzi, i precedenti. Il 20 luglio 2012 il ventiquattrenne James Holmes uccide dodici persone – 70 i feriti – alla premiere di mezzanotte de Il cavaliere oscuro – Il ritorno al Century Theatre di Aurora, Colorado, intervallando le raffiche di Remington e Glock a una dichiarazione – non confermata – di identità: “I’m Joker”. I parenti delle vittime hanno scritto a Warner stigmatizzando la violenza da armi da fuoco nel film, chiedendo di sostenere programmi d’intervento anti-violenza, di fare lobbying per la “gun reform” e di non finanziare più candidati politici che accettano i contributi della National Rifle Association (NRA). A sottendere le istanze il celebre refrain dei fumetti: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Lo studio ha ribadito che Joker “non sostiene alcun genere di violenza nel mondo reale”, in ogni caso, al Century di Aurora non verrà proiettato.

Proprio dopo quella sparatoria la più grande catena dell’esercizio statunitense, AMC Theatres, decise di proibire nei suoi seicentocinquanta cinema maschere e pittura facciale, un divieto rispolverato ad hoc pochi giorni fa. Ancora più restrittive le misure adottate da Landmark, che con cinquanta strutture è la principale catena indipendente: non solo maschere e trucchi, inibiti anche i costumi, per tacere delle armi giocattolo. Insomma, i cosplayer aiutiamoli a casa loro.

Ma a vanificare l’avvertenza degli esercenti stelle & strisce: “Godetevi il Joker per la realizzazione cinematografica che è”, ci ha pensato l’Fbi. Se da Trieste in giù il circuito The Space Cinema ha apparecchiato per la mezzanotte odierna le anteprime di rito, tra New York e Los Angeles è la paranoia a rubare la scena: il Federal Bureau of Investigation, a dare retta ad alcuni ufficiali militari di stanza in Oklahoma, avrebbe scovato in alcune “inquietanti e molto specifiche” discussioni nel dark web gli indizi ritenuti “credibili” di “una potenziale strage”.

Tanto rumore per nulla? Una consolidata speranza, più che una granitica certezza: il Dipartimento di Polizia di Los Angeles, da parte sua, non raccoglie l’allarme dei federali, dichiarando come non ci siano “minacce attendibili nella nostra area”, nondimeno, promette che “manterrà alta la sorveglianza sui cinema” in occasione dell’uscita del comic movie.

Chi vivrà, vedrà? Poco rispettoso, dopo la mass shooting di Aurora, e allora facciamo parlare il Joker, al secolo Arthur Fleck: “Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una commedia”. Da domani in poi, vige il divieto d’inversione.

“Moretti è sciatto, Moravia banale e PPP poeta a metà”

Giovanni Raboni è stato uno dei nostri poeti più illustri (la cui produzione è stata consacrata da un Meridiano nel 2006), traduttore di tutta la Recherche di Proust, e critico militante. La sua pubblicistica è sterminata e copre decenni di attività. Mondadori ha raccolto nel volume Meglio star zitti? una selezione delle sue stroncature. Il poeta milanese, come recita la quarta di copertina, ingaggia “una solitaria e disperata sfida etica”. Disabituati a un discorso critico acuminato, ci siamo presi il gusto di pescare alcune punture di spillo. A cominciare da tre classici del secondo Novecento.

Raboni, nel commentare l’uscita della raccolta delle opere di Moravia dal 1927 al 1947, scrive: “Mi sono sorpreso a pensare: che bello se Moravia si fosse fermato qui! Che vantaggio, per lui e per tutti noi, se la sua mano si fosse rifiutata di vergare le centinaia, le migliaia di pagine sempre più astratte, faticose e banali, sempre meno sorrette dalla necessità e dalla grazia, che formano il ripetitivo ammasso della sua sterminata produzione postbellica!”. Su Pasolini non è meno tenero: “In tutti i suoi scritti analizza, critica, denuncia con estrema lucidità e chiarezza; ma se questo è un grande merito per un intellettuale, non lo è per un poeta. E sta di fatto che dalle Ceneri di Gramsci in poi le poesie di Pasolini sono dei ragionamenti in versi, privi di un concreto e autonomo spessore figurale. Perché lo strano destino di questo grande intellettuale è stato quello d’essere poeta in tutto, nella critica come nel giornalismo, nella filologia come nel cinema, in tutto, tranne che nella poesia”. Impietoso su Sciascia: “La tanto decantata limpidità illuministica del suo stile narrativo, la tanto vantata trasparenza della sua prosa, a me sono sempre sembrate, qualcosa di assai meno positivo: secchezza, aridità, pedanteria, mancanza di spessore fantastico, di profondità verbale, di pluralità di senso”.

Sempre sul fronte della narrativa di casa nostra, ecco altre stilettate. Su Busi: “Disgraziatamente, volersi o credersi Hieronymus Bosch (o François Rabelais, o Louis-Ferdinand Céline, o tutti e tre insieme) non è proprio la stessa cosa che esserlo”. Il nome della rosa di Eco è “l’ingegnosa imitazione in legno di balsa o in polistirolo dei grandi romanzi che una volta si costruivano in pietre e mattoni”. Bevilacqua appartiene “al peggior dilettantismo, quello di chi non ha il coraggio d’essere un dilettante e cerca di nascondere la propria insipienza linguistica fingendo ambizioni che non ha”.

In Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro “non c’è pagina, ma che dico?, non c’è frase, non c’è parola (così come, d’altra parte, non c’è situazione o personaggio) del breve ma interminabile romanzo che non sia intrisa d’ovvietà, che non sia, anzi, l’ovvietà stessa fatta suono e grammatica”. Su Benni: “Certi scrittori che una parte non irrilevante della critica si ostina a considerare barocchi o neogaddiani a me sembrano soltanto mediocri falsari… Non c’è descrizione, frase, sostantivo o aggettivo o avverbio che, nella sua pagina, non siano lì per far ridere; e naturalmente, non ce n’è uno che faccia ridere”.

Raboni guarda anche fuori dai nostri confini e butta dalla torre due mostri sacri. Su Borges l’intemerata è di quelle epocali: “Mi è capitato spesso di pensare che dai futuri studiosi di letteratura il nostro tempo verrà ricordato, con grave e speriamo compassionevole stupore, come quello in cui si è potuto credere che Borges fosse un grande scrittore… un bel palloncino colorato si è trasformato in un pallone aerostatico, in una mongolfiera, in una balena volante”. Su Kundera, dopo il successo dell’Insostenibile leggerezza dell’essere (“spocchia aforismatica che solo in parte riesce a nascondere un sottofondo di banalità da Baci Perugina”), va giù duro: “Da grande scrittore di provincia si è trasformato in un mediocre, brillante scrittore cosmopolita”.

Infine un’incursione nel cinema, perché Raboni ha coraggio da vendere e demolisce due icone progressiste. Woody Allen “non è che un presuntuoso e logorroico specialista del niente, un discreto comico di varietà”. Nanni Moretti è bruciato in effigie: “Non amo il suo minimalismo, il suo frammentismo, il suo autobiografismo; detesto la sua studiata sciatteria formale, il suo rimanere al di qua, al di sotto di qualsiasi sintassi e di qualsiasi metafora. Questa sarebbe la coscienza critica della sinistra? Povera sinistra, povera opposizione, poveri tutti quanti”.

Catalogna, gli indipendentisti rilanciano la lotta mentre Sánchez minaccia il commissariamento

Manifestazioni pacifiche e niente scontri in Catalogna durante il secondo anniversario del referendum per l’indipendenza dell’1 ottobre 2017 e a pochi giorni dalla sentenza con cui il Tribunale supremo giudicherà i leader separatisti in carcere per ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici. Alta invece è stata la tensione politica tra il governo regionale e il governo centrale di Pedro Sánchez in carica fino alle elezioni del 10 novembre: “Pur essendo un esecutivo transitorio possiamo attuare l’articolo 155 della Costituzione”, ha dichiarato senza mezzi termini il premier uscente in un’intervista tv proprio ieri, riferendosi al codice che permette al governo centrale di “commissariare” le regioni autonome, già usato dall’ex esecutivo Popolare di Mariano Rajoy. “La disobbedienza civile e la mobilitazione cittadina pacifica sono i principali strumenti che ha la cittadinanza per rispondere agli abusi di potere e alle situazioni di ingiustizia”, ha risposto il presidente della Generalitat Quim Torra, che il 7 ottobre dovrà affrontare il voto di fiducia. “Continueremo fino a che non avremo ottenuto la libertà dei prigionieri politici e il ritorno degli esiliati” è stata la chiamata del vicepresidente catalano Pere Aragonès, mentre da Bruxelles Carles Puidgemont ha fatto sapere che “siamo preparati a una condanna”. Non altrettanto pacifiche sono le intenzioni del Comitato per la difesa della Repubblica, che dopo l’arresto di 7 membri per terrorismo, ha diffuso ieri un comunicato accusando lo Stato di comportarsi “come un animale ferito disposto ad attaccare ferocemente”, ma “saremo noi a far tremare il nemico”, hanno concluso. Attesa entro il 16 ottobre, termine di due anni dall’arresto degli imputati, la sentenza per i leader separatisti infiamma la campagna elettorale: e la questione catalana peserà ancora una volta.

“Polizia violenta senza controlli, la colpa è di Carrie Lam”

Ho Ka Wai, 24 anni, è membro di uno dei gruppi di attivisti che si oppongono al governo: era in piazza anche durante le proteste di ieri.

Avevate chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle violenze della polizia.

Gli agenti hanno commesso atti gravissimi. Il 31 agosto avevano picchiato i passeggeri della metro in modo indiscriminato. Tutti i manifestanti che sono stati arrestati e poi rilasciati portano segni di ferite ed ematomi.

Come giudichi il comportamento della governatrice Carrie Lam?

È completamente inaffidabile e continua a dimostrare la sua sottomissione al volere del presidente cinese Xi Jinping. Rigetta ogni tipo di dialogo.

Qualche esempio?

C’è un clima sempre più teso, da stato di polizia. Inoltre le forze dell’ordine tollerano i pestaggi dei gangsters e dei supporters di Pechino. Un mio amico è stato aggredito da un gruppo di filo-cinesi e poi è stato arrestato dalla polizia, solo per il fatto di essere giovane e di indossare una maglietta nera, considerata uno dei simboli della protesta. Nel mio stesso ambiente di lavoro, la compagnia aerea Cathay Pacific, molti sono stati licenziati per aver pubblicato sui social un commento pro-democrazia, sotto pressione dell’Amministrazione dell’aviazione civile della Cina (CAAC); io stesso ho dovuto rimuovere i miei post per evitare la stessa fine.

Cosa vi spinge da tre mesi a scendere in piazza?

La legge sull’estradizione è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il problema centrale è la mancanza di democrazia nel sistema di Hong Kong. Non è ammissibile che sia solo un gruppo ristretto a decidere il futuro della nostra città.

Pechino fa festa e spara sui ragazzi di Hong Kong

Quando uno sparo in una strada di Hong Kong fa più rumore del rombo dei carri coi super-missili sulla piazza Tienanmen a Pechino. Nel giorno in cui la Cina comunista celebra il 70° anniversario della sua fondazione, sfoggiando una potenza militare inedita, le manifestazioni di Hong Kong sciorinano di fronte al mondo le sue fragilità: la difficoltà di dialogare con il proprio popolo, se non è docile e remissivo; e l’incapacità di evitare che il confronto degeneri in scontro.

La sequenza del poliziotto che spara a bruciapelo, all’altezza del cuore, a un manifestante di 18 anni diventerà un’icona come quella del ‘rivoltoso sconosciuto’ che il 4 giugno 1989 si parò, solo e inerme, davanti alla colonna di blindati giunti a sedare la protesta.

Il video è un condensato di violenza: la rabbia del giovane, la reazione dell’agente in tenuta anti-sommossa. La scena si svolge su Hoi Pa Street, nel distretto di Tsuen Wan, sulla baia, di fronte all’isola di Tsing Yi. Il colpo viene esploso a meno di un metro di distanza: l’intento è di colpire, non di dare un avvertimento. Bilanci ancora provvisori della giornata forse più tesa e drammatica di questa lunga e convulsa stagione di proteste a Hong Kong riferiscono di 100 manifestanti arrestati, 51 persone ricoverate o curate in ospedale, due gravi: uno è lo studente di 18 anni. Gli scontri violenti – la polizia schierava agenti dei corpi speciali – sono maturati in 13 distretti; in nove, sono stati usati più volte gli spray al peperoncino, i lacrimogeni; in molti, i cannoni ad acqua con getti blu per ‘marchiare’ i protagonisti della protesta.

La governatrice Carrie Lam non era in città: guidava a Pechino una delegazione di 240 persone; ed è rientrata solo a tarda sera, via Shenzen. Eppure, c’erano tutti i presupposti perché la giornata fosse calda: le manifestazioni si succedevano da giorni ininterrotte, tiri in aria, arresti, marce di solidarietà dal Giappone all’Australia passando per Taiwan, finita di recente nuovamente nel mirino della Cina.

Le garanzie sull’autonomia di Hong Kong ribadite lunedì dal presidente cinese Xi Jinping non potevano bastare ad acquietare gli animi. E neppure l’appello dei professori agli studenti perché protestassero senza violenze. La polizia aveva preventivamente classificato le proteste di ieri come “molto pericolose”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sceglie di fare lo struzzo davanti a quanto accade: esprime, con un tweet, i suoi rallegramenti al presidente Xi ed a tutto il popolo: “Congratulazioni nel 70° anniversario della Repubblica popolare cinese!”. Non una parola, invece, su quanto avviene a Hong Kong, neppure un appello alla moderazione, al dialogo e al rispetto dei diritti umani, come invece ne vengono dall’Ue, che invita alla ‘de-escalation’, e dalla Gran Bretagna (Londra giudica la reazione della polizia “eccessiva”).

In poche settimane, le forze dell’ordine di stanza a Hong Kong sono raddoppiate. Il capo della polizia, Stephen Lo, definisce “legali e ragionevoli” i comportamenti dei suoi uomini: in una conferenza stampa convocata a mezzanotte, spiega che l’agente che ha sparato s’è sentito in condizioni “di estremo pericolo” e “ha preso la decisione che ha preso. Penso sia legale e ragionevole”. Lo studente colpito al torace è stato sottoposto ad intervento chirurgico. Secondo il South China Morning Post, gli agenti avrebbero sparato in aria colpi di avvertimento a più riprese e in diverse parti della città: un episodio, documentato da un video postato sui social, mostra agenti all’incrocio tra Waterloo Road e Nathan Road che, per sottrarsi all’assedio degli attivisti, esplodono proiettili in aria. Lunedì sera, il presidente Xi, brindando con la governatrice Lam e altri 4.000 suoi ospiti, alla fine della cena di gala nella Grande Sala del Popolo su piazza Tienanmen, aveva detto: “Continueremo ad applicare in pieno il principio ‘un Paese due sistemi’” sia per Hong Kong sia per Macao, mantenendo “un alto livello di autonomia”. “Hong Kong e Macao prospereranno e progrediranno insieme alla madrepatria”: parole di apertura, forse tardive.

Modello portoghese. La sinistra alla finestra: provaci ancora Costa

Bisogna spingersi fino all’estremo ovest del Vecchio continente per raggiungere il Portogallo, affacciato sull’oceano Atlantico, l’unico Paese europeo governato dalla sinistra dove non si sia ancora registrato un exploit dei populisti di destra. E la singolarità non dipende soltanto dalla circostanza che qui l’emergenza immigrazione non esiste e, anzi, l’integrazione appartiene alla storia e alla tradizione nazionale. Il merito principale spetta al premier António Costa, ex sindaco di Lisbona e più volte ministro, con la sua variopinta gerinconça che in italiano si può tradurre ammucchiata o più brutalmente accozzaglia. Un esecutivo di minoranza, formato dal glorioso Partito socialista, protagonista della “Rivoluzione dei garofani” che nel 1974 abbatté la dittatura e instaurò la democrazia, salito al potere nel 2015 con l’appoggio esterno di tutta la sinistra: il Bloco de Esquerda della combattiva Catarina Martins insieme ai comunisti e ai Verdi riuniti nella Coalizione democratica unitaria (Cdu).

Uscito dalle ultime elezioni politiche come secondo partito con il 31,5% dei voti, e cresciuto al 35,8 alle Europee del 2018 sull’onda di una ripresa economica sostenuta dalle esportazioni dei prodotti agro-alimentari e dal turismo, fino a qualche settimana fa il Ps puntava a conquistare da solo la maggioranza assoluta nelle urne del 6 ottobre, magari per sbarazzarsi dei suoi “compagni di viaggio”. I sondaggi lo accreditavano al 42%, tre punti sopra la soglia del 39 che – nel sistema proporzionale portoghese – potrebbe assicurargli di governare in completa autonomia. Ma gli sviluppi e i contraccolpi del “caso Tancos”, dal nome di una località che si trova un centinaio di chilometri a nord della Capitale, ha arroventato le battute finali della campagna elettorale: lo scandalo era scoppiato già due anni fa per l’assalto e il furto di armi a un paiol – un magazzino dell’esercito – che ha coinvolto e spinto alle dimissioni l’ex ministro della Difesa Azeredo Lopes, accusato di abuso di potere, favoreggiamento, diniego di giustizia e prevaricazione.

A soffiare sul fuoco delle polemiche, in modo più o meno strumentale, è stata l’opposizione rappresentata dal centrodestra conservatore che si autodefinisce socialdemocratico, sotto la guida dell’abile comunicatore Rui Rio. E infatti il suo partito, lontano ormai dalla maggioranza relativa ottenuta quattro anni fa, ha beneficiato di questa offensiva mediatica, recuperando consensi popolari. Negli ultimi giorni, il sondaggio quotidiano dell’istituto “Pitagorica” ha registrato un’inversione di tendenza, attribuendo la vittoria al Ps con il 35,3% e pronosticando un Psd in ripresa al 28,9%.

Non a caso, durante la campagna, Costa ha predicato ai suoi che “le elezioni si vincono nelle urne” e che “non s’è mai visto nessuno conquistare il governo nei sondaggi”. Ma il suo è sembrato più un esorcismo o un rituale scaramantico che un avvertimento. Sta di fatto che le reticenze e le ambiguità del premier hanno alimentato la preoccupazione dei suoi partner, e soprattutto del Partito comunista di Jerónimo de Sousa, nel timore che il futuro Parlamento si trasformi in “uno studio notarile per timbrare le decisioni di un governo maggioritario”.

Con un’analisi esplicitamente critica sui rapporti instaurati dal Ps con il resto della sinistra, il professor João de Almeida Santos, direttore della Facoltà di Scienze sociali all’Università Lusofona di Lisbona, politologo di orientamento socialista, osserva: “Costa ha applicato ai comunisti portoghesi la stessa conventio ad excludendum che è stata applicata in Italia, ammettendoli nella maggioranza perché gli servivano i loro voti e lasciandoli fuori dal governo. Finora, gli alleati si sono attenuti lealmente a due principi: da una parte, l’etica della convinzione, cioè la fedeltà alle proprie idee e alla propria identità; dall’altra, l’etica della responsabilità per assicurare la stabilità governativa. Ma se lui avrà ancora bisogno di loro per costituire il nuovo esecutivo, gliela faranno pagare a caro prezzo”.

Sarebbe eccessivo parlare di “modello portoghese” per una sinistra di governo. Ma è certo comunque che l’esperimento di Costa ha consentito al Portogallo rosa-rosso, dopo aver usufruito sotto il precedente esecutivo di centrodestra dei 78 miliardi erogati dall’Ue e dal Fondo monetario attraverso la “troika” per evitare il default, di azzerare praticamente il deficit senza adottare misure draconiane come la Grecia, crescendo più della media europea e perfino più della Germania.

Rilancio economico e libertà nei diritti civili costituiscono, insomma, il “mix” che può spiegare il consenso di cui gode il governo del leader socialista.

Il rider guadagna 3 mila euro al mese. Vero, ma paga un prezzo altissimo

Come guadagnare 3 mila euro al mese consegnando pizze a domicilio? Primo: entrare nella flotta di Glovo o Deliveroo, o di entrambe. Secondo: dotarsi di un motorino, perché in bici ci si stanca troppo. Terzo: dare la disponibilità per tredici ore al giorno per cinque giorni alla settimana. In alternativa, riposare un solo giorno – meglio non nel weekend – e “fermarsi” a undici ore quotidiane. In questo modo, con un paio di consegne ogni 60 minuti, pagate grossomodo cinque euro l’una, a fine mese l’incasso sarà quello. Problema: non è una somma netta, ma il lordo al quale sottrarre l’imposta. Le piattaforme del food delivery, inoltre, non rimborsano le spese per la benzina, quindi anche i rifornimenti al distributore andranno sottratti dai proventi. E ancora, se il mezzo ha bisogno di manutenzione, al massimo c’è qualche sconto dal meccanico convenzionato, non la copertura dei costi.

Nell’ultima settimana, un gruppo di fattorini si è riunito sotto la sigla “No decreto rider”. L’obiettivo è convincere il Parlamento a non convertire il provvedimento che prevede l’abbandono del pagamento a cottimo totale verso una forma di retribuzione mista, con un salario orario che deve essere prevalente rispetto ai bonus consegna. Secondo un portavoce di questa nuova associazione – che contesta ferocemente le iniziative dei collettivi costituiti in questi anni tra Torino, Milano, Bologna, Firenze e Roma – “il cottimo è il futuro” e le novità introdotte dal governo ridurranno i guadagni dei rider, che oggi sono altissimi. Da giorni circola questa cifra di 3mila euro al mese che ha causato una serie di sospetti tra gli osservatori. Parlando con Il Fatto Quotidiano, l’esponente del gruppo ha ammesso che per avvicinarsi a quel reddito lordo serve “una full immersion”, con orari di lavoro ben al di là di quelli previsti dalle leggi. Naturalmente, bisogna operare in zone centrali di Roma o Milano, ricche di clienti, e farlo nelle ore di punta. Se qualcuno riesce a raggiungere una media di 15 euro all’ora – essendo molto veloce – allora può riposarsi di più e stare in sella per nove ore al giorno.

Il gruppo “No decreto rider”, pur essendosi manifestato con grande ritardo, ieri è stato ascoltato in Senato. Ora vedremo se questo intervento spariglierà le carte. Il fronte dei fattorini è molto diviso e, assieme a quelli che richiedono più protezioni, ce ne sono molti altri felici di essere considerati lavoratori autonomi. Per il momento, l’orientamento del ministro Nunzia Catalfo resta quello di irrobustire le tutele rispetto al testo frutto del compromesso con i precedenti alleati della Lega.

Protezionismo vs concorrenza. Perché è utile il libero mercato

Sovranismo non vuol dire solo “prima gli italiani”, ma anche “prima i prodotti italiani”. Cioè ha anche una forte carica protezionistica, che le imprese italiane hanno colto benissimo, dagli alimentari ai mobili, a ridenominazioni di imprese, tipo Ferrovie dello Stato “per l’Italia” a Autostrade “per l’Italia”.

C’è solo l’imbarazzo della scelta. La Patria chiama, e il portafoglio anche, e forse di più. Spesso questo protezionismo rasenta il grottesco: la strillata italianità di prodotti e componenti, soprattutto nell’alimentare ma ormai non solo. Ma chi ha mai detto che i prodotti italiani sono i migliori? Avete mai assaggiato latte danese o carne olandese o avuto mobili in pino di Carelia? L’Italia poi brilla per infinite frodi alimentari, più di molti altri paesi europei. Qualcuno si ricorda le mozzarelle blu? Moltissime imprese dunque nei fatti, se non nelle intenzioni, fanno una pubblicità implicita per i portatori politici di questi valori, e sempre implicitamente contro altri valori, quali per esempio quelli europei, visti come minacciosi (ed è vero, la concorrenza fa così male…). Per la sinistra, ci sarebbe anche un po’di internazionalismo proletario da citare. Non sembrerebbe proprio il caso, ma invece ci ritorneremo.

La fratturasui valori, implicita nel protezionismo dei sovranisti, va però ben al di là di considerazioni commerciali. Il capitalismo senza concorrenza sembra davvero un sistema faticoso da difendere sul piano etico. Non possiamo dimenticare che il suo “padre spirituale” Adam Smith, che insegnava non a caso filosofia morale, non solo lo caricava di valori etico-meritocratici rispetto al regime nobiliare precedente, ma scriveva prima dell’avvento della rivoluzione industriale (doveva far esempi con rudimentali fabbriche di spilli e non notò nemmeno le prime macchine a vapore). Cioè il libero mercato, seppur di poco, precede e genera la rivoluzione industriale (“Cerco di innovare solo se posso tenermi i profitti”). Senza concorrenza poi l’economia cresce poco, le rendite di qualsiasi tipo notoriamente non motivano molto chi le percepisce a darsi da fare, si vedano i latifondisti agricoli.

Ma ci sono aspetti etici molto più attuali: l’egoismo verso i paesi più poveri di noi, che sono la stragrande maggioranza.

Siamo passati in 50 anni da quattro miliardi di cui due facevano la fame, a sette di cui uno fa la fame (l’Italia rimane saldamente tra i più ricchi, nonostante i suoi problemi). E questa incredibile riduzione della povertà estrema è avvenuta in seguito alla globalizzazione e all’introduzione del libero mercato in giganti come Cina e India. Si invitano calorosamente i sovranisti di sinistra (ci sono eccome) a trovare spiegazioni diverse.

Chi scrive ha sperimentato l’egoismo sovranista anche a Bruxelles (oltre che in molti paesi poveri), in negoziati per l’apertura del mercato a paesi dell’est-Europa con salari molto più bassi dei nostri. L’argomento era: delocalizzare è un delitto verso gli italiani, chi se ne frega se questi straccioni di rumeni o bulgari starebbero meglio (a proposito di internazionalismo proletario).

L’ipocrisia protezionistica raggiunge poi il massimo con la lotta allo sfruttamento dei lavoratori. “Non bisogna importare prodotti da dove i lavoratori sono sfruttati”. Ottimo, poi ovviamente nessuno può o vuole far nulla, e quei lavoratori, come risultato, avranno solo meno occasioni di lavoro: saranno di fatto più poveri. E noi ci mangiamo tranquilli il nostro riso autarchico, per di più pagandolo molto più caro. Poi mandiamo generosamente qualche euro di aiuti umanitari.

Diverso, ma solo in parte, è il problema ambientale: qui forse qualche reale incentivo a produrre senza distruggere troppo risorse naturali può essere dato, se l’Europa si coordina. Ma attenzione: troppo spesso anche qui le motivazioni profonde sono economiche (“Green marketing” è uno slogan da ricordare sempre).

Infine il protezionismo sovranista ci danneggia anche sul piano delle tecnologie: minori scambi significano minori possibilità di acquisire know how (in molti settori i perfidi stranieri sono più avanti di noi). E questa acquisizione passa anche per la vendita di imprese italiane, esattamente come ci giova che nostre imprese ne acquisiscano all’estero: nessuno ha mai pensato che qualche straniero sappia far volare meglio gli aeroplani dell’italianissima Alitalia? Chi può decidere se è così, i nostri bravi politici sovranisti? I risultati son lì da vedere. Ora, nel pur vastissimo programma del governo Conte due, la parola “concorrenza” è rigorosamente bandita. Ma non è un dettaglio: è rigorosamente bandita da tutti i discorsi politici sia attuali, che del governo passato. I sovranisti (ma c’è da temere, gli italiani) sembrano amare molto più la rendita, cosa tranquilla e sicura, molto più dello scomodo profitto, che richiede gente avida e un sacco di lavoro per ottenerlo, e poi qualche impresa fallisce e sono noie e dispiaceri. Primo valore è una vita tranquilla, no? Peccato che è un tipo di tranquillità che finisce a valere per pochi.