Mail Box

 

I penalisti “filantropi” temono lo stop alla prescrizione

Alla definizione dell’ordine andrebbe doverosamente aggiunto un sostantivo umanista: avvocati “filantropici” penalisti. Il grido di dolore professionale, che si è levato nell’imminenza della riforma della prescrizione, nobilmente certificato da uno sciopero a difesa di clienti che “rischiano” di subire processi senza una fine, merita questo e altro. Sembra trattarsi di una rara ed encomiabile dedizione a una causa di civiltà, attuata con grande sprezzo dei propri interessi professionali. Poi, certo, potrebbe anche sorgere lo scellerato dubbio che il vero terrore sia quello che, al contrario, il blocco della prescrizione… i processi li accorci! Che, magari, vengano meno i giochetti procedurali messi in atto proprio per trascinare lungamente le cause verso la santa prescrizione. Che, imputati privati della data di scadenza processuale, tendano a voler e dover sbrigare la “pratica” quanto prima. Ma, forse, questo sciagurato dubbio fa parte di una demagogica deriva populista e giustizialista.

Giovanni Marini

 

Voto ai sedicenni, un diversivo che sembra un sedativo

Il voto ai sedicenni mi sa più di sedazione che di innovazione. “Ok, siete stati tanti a scendere in piazza per l’ambiente ma quello che chiedete metterebbe in crisi un intero sistema di interessi. Non possiamo farlo. Però vi diamo il voto, così intanto vi calmate un po’”. Il diversivo è difensivo dello status quo, in quanto la mancanza di un movimento e di un capo fa ritenere i “ragazzi di Greta” chiassosi, ma politicamente disorganizzati e quindi incapaci di usare un eventuale voto per incidere sulle scelte politiche.

Molto più rivoluzionario sarebbe lo studio della Costituzione nelle scuole; non come “scampolo” nei tempi ritagliati ad altre ore, ma come materia di “Educazione alla sovranità”, per trasformare i ragazzi in cittadini consapevoli dei valori fondativi.

Massimo Marnetto

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo dal titolo “Tutor autostrade, un pasticcio costato allo Stato 200 milioni”, riteniamo opportuno chiarire che, a seguito della sentenza della Corte di Appello di Roma dell’aprile 2018 che portò allo spegnimento del sistema Tutor, Autostrade per l’Italia ha presentato tempestivamente un reclamo alla Corte medesima, evidenziando la necessità di riattivare il sistema di rilevazione della velocità media per ragioni di sicurezza della circolazione.

Tale istanza è stata rigettata dalla Corte, che ha affermato che secondo il Codice della Strada la Concessionaria non ha obblighi né di installazione di sistemi di controllo, né tantomeno di sanzionamento della velocità.

Pur a seguito di tale pronuncia, con la finalità esclusiva di tutelare la sicurezza stradale, Aspi ha subito investito 1,5 milioni di euro per l’acquisto di un primo pacchetto di licenze di un sistema di monitoraggio della velocità media brevettato da un soggetto terzo, con previsione di progressivo aumento dell’investimento sancito nell’accordo di comodato sottoscritto con la Polizia Stradale (aumento interrotto solo a seguito dell’ultima sentenza favorevole della Cassazione).

A distanza di 8 mesi dalla decisione della Corte d’Appello, lo scorso 14 agosto, Aspi ha ottenuto ragione in sede di Cassazione, grazie a una sentenza che di fatto ha stabilito che i princìpi di funzionamento del Tutor (il calcolo della velocità media) non sono brevettabili. Pertanto la Società ha potuto immediatamente riattivare il Tutor su tutta la propria rete.

È importante ribadire che le attività di controllo della velocità e di relativo sanzionamento vengono svolte dalla Polizia Stradale e che ASPI non percepisce assolutamente nulla dal funzionamento del Tutor.

Autostrade per l’Italia

 

Ringrazio l’ufficio stampa della società Autostrade perché offre ai lettori particolari interessanti che arricchiscono ciò che ho scritto sul pasticcio del Tutor. Dopo essere stata condannata ad aprile 2018 dalla Corte di Appello di Roma per aver piratato il brevetto Craft di Romolo Donnini, Autostrade guidata da Giovanni Castellucci spense i suoi 750 Tutor. L’ufficio stampa ci informa che per riaccenderli intraprese percorsi tortuosi che dettero modesti risultati.

Fu pervicacemente scartata la via più semplice di un accordo con Donnini che avrebbe garantito la massima sicurezza permettendo di non interrompere neppure per un attimo l’attività di controllo della velocità evitando i danni sociali ed economici per i cittadini e lo Stato che ci sono stati e ingenti. L’intesa avrebbe comportato per Autostrade l’esborso di un risarcimento, ma avrebbe sanato il contenzioso passato e messo il Tutor al riparo da altre inevitabili diatribe legali future.

Ma forse ad Autostrade interessava e interessa arrivare alla prossima scadenza del brevetto Tutor per chiudere a suo vantaggio tutta la partita.

Daniele Martini

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo di ieri dal titolo “Il Pd ci ripensa e si toglie la multa anti-trasformisti” (pag. 6) a firma Wanda Marra e Giacomo Salvini, la frase “Per me la penale andrebbe estesa anche a livello nazionale” è stata erroneamente attribuita a Giacomo Leonelli anziché a Paolo Coletti. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

FQ

Cagliari. Proposta sepoltura “obbligatoria” dei feti: doppia umiliazione per le madri

 

Ho letto che il centrodestra cagliaritano vorrebbe destinare un’area del cimitero ai bambini non nati: verrebbero seppelliti i feti di meno di 20 settimane, quelli che invece la legge italiana considera “prodotti abortivi” (con una definizione non felice, lo ammetto). Non è il primo caso di “giardino degli angeli”. Mi sembra un’aberrazione. Anzi, mi sembra l’ennesimo inchino di uno Stato laico alla Chiesa cattolica. E non venissero a dirmi che sono insensibile: so bene, da madre mancata, cosa significa non portare a termine una gravidanza. Ma tra un feto e un figlio c’è differenza. Anzi, c’è la legge.

Ilaria Esposito

 

Gentile Ilaria, i cosiddetti “cimiteri degli angeli” esistono da tempo in diverse città, anche a Roma. Sono luoghi che ospitano creature mai nate, le cui madri, consapevolmente, hanno deciso di affidarsi, e affidare memoria. La questione che lei cita è però diversa. A livello nazionale è già stata presentata una legge dal deputato Luca De Carlo (Fratelli d’Italia) che chiede il diritto alla sepoltura di “bambini mai nati” sotto le 28 settimane. Come se questi embrioni, di per sé, avessero il diritto a una degna sepoltura, a prescindere dalla volontà dei genitori. In questo senso, quello che sta accadendo a Cagliari è paradossale: le donne dovrebbero subire non una, ma due umiliazioni, in fase di aborto. La prima, ovviamente, quella di perdere un figlio. La seconda, quella di un luogo dove questa perdita sarà per sempre ricordata, nominata, catalogata, all’interno di un registro specificamente creato, e accessibile a tutti. È questo che propone la presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune Stefania Loi (Fratelli d’Italia), con una mozione – firmata dalla maggioranza del consiglio comunale – che prevede, in primis, il cambiamento del linguaggio (da “prodotti abortivi”, gli embrioni dalle 20 alle 28 settimane diverrebbero “bambini non nati”). La mozione “cagliaritana” prevede inoltre che gli embrioni provenienti da interruzione di gravidanza siano tutti seppelliti a prescindere dal volere del genitore, a spese del Comune. E a questo neppure Formigoni, nel 2007, era mai arrivato in Regione Lombardia.

Loi così commenta su Facebook: “Le solite anime belle della sinistra che attaccano per il solo gusto di farlo”. E infatti, il commento di Camilla Soru, la consigliera di opposizione che ha “scoperto” sulla scrivania del sindaco la mozione, è stato: “Credo che queste proposte, oltre che essere contro la legge, siano un’inopportuna intromissione nelle scelte individuali. Le donne che scelgono per i più svariati motivi di abortire, verrebbero stigmatizzate”.

Cristina Sivieri Tagliabue

L’estremismo di oggi: buttarla in caciara, dall’eutanasia agli snack

Èun peccato che non ci siano in circolazione pensieri estremi, che nessuno rompa la superficie per guardarci sotto, o peggio ancora che nessuno guardi in alto, sognando e progettando cose che sembrano impossibili (Majakovskij: “Ehi, voi! Avanti con il cielo!”). Tutto è medio, tutto è ragionevole, tutto agisce nell’orbita del consentito. Con questo sistema di assoluta e cieca protezione del presente avremmo ancora gli zar, o magari un’app che ci convoca a costruire le piramidi. Ma tant’è: si fa il presente con quello che c’è, per il futuro ci penseremo. Niente estremismo, quindi. Peccato.

Come per quasi tutto, le cose resistono in farsa, in burletta, e così ci stiamo abituando lentamente al più noioso degli estremismi, quello dialettico, che è quasi solo paradosso e provocazione, in sostanza esagerazione e argomento da talk show. Talmente mitridatizzati e assuefatti a certe caricature della realtà – però vendute come vere e assodate – che nemmeno ce ne accorgiamo più.

L’ultimo caso, abbastanza indicativo, è quello delle reazioni degli ultrà cattolici alla recente sentenza della Consulta sul suicidio assistito. Che è lecito solo in pochissimi terribili casi, che prevede paletti rigidi e severissimi. Ed ecco arrivare la caricatura, la visione estrema che polverizza il ragionamento. Nelle incursioni, e scritti, e interventi di chi sostiene un no duro, puro e definitivo a qualunque eutanasia, si presenta una realtà parallela in cui lo Stato autorizza il suicidio di chiunque, in qualunque momento. Cazzo, ho preso quattro in fisica… be’, tranquillo, vai alla Asl e ti fai fare una puntura di curaro. Oh, mi ha mollato la ragazza! E subito il medico pone fine alle tue sofferenze di giovane Werther.

È una cosa che fa sempre abbastanza ridere, questo estremismo catastrofista del paradosso. Il “moriremo tutti!”, il “dove andremo a finire”. E il meccanismo, poi, è semplicissimo. Basta prendere l’argomento di cui si discute, stirarlo all’inverosimile come un elastico, e poi lanciarlo, costringendo tutti a prendere per vero ciò che non lo è.

Nel recente dibattito sulla “tassa sulle merendine” (a proposito di guardare il cielo…), che ha occupato ore e ore di dibattiti televisivi, non si discuteva più se fosse giusto o sbagliato mettere un balzello su determinati prodotti, ma si strologava su come una tassa sugli snack avrebbe potuto “risolvere i problemi del Paese”. È un ben strano estremismo, si converrà, ed è anche facile: si pone una situazione paradossale come se fosse vera e si discute su quella. “Pensate di risolvere i problemi del Paese con una tassa sulle merendine?”. Al che la risposta corretta sarebbe “Non diciamo puttanate”, e invece si balbetta, cadendo nel vuoto e nelle sabbie mobili.

Storico esempio mai tramontato: l’estremismo dialettico anti-immigrati e una frase-tipo, ormai accettata nel gergo politico-mediatico. “Non possiamo accoglierli tutti”. È come un interruttore: detto quello (e su quella base: non possiamo accoglierli tutti) parte il dibattito. Nessuno che chieda: tutti chi? Gli africani? I libici? I siriani? Tutti sette miliardi di esseri umani? Nessuno che dica all’interlocutore: ma è sicuro che un miliardo e passa di africani voglia venite qui? E perché, poi?

E invece niente: si parte a discutere di immigrazione, accoglienza, integrazione su una base la cui ovvia risposta è “no” (possiamo accoglierli tutti? No). È il disordine del discorso, insomma. Quello delle chiacchiere, insomma, è l’ultimo estremismo che vediamo all’opera, un banale trucchetto dialettico, polvere alzata e cortina fumogena. Ogni discorso pubblico ne è pieno, se ci fate caso, ogni discussione, o confronto, tende a creare una situazione paradossale, estrema ai limiti del surreale, e poi a discutere di quella, invece che della realtà. Oplà, facile, no?

“Tortellino gate”: non facciamo ridere i polli

“Bologna è una regola” canta Luca Carboni. Ma, come scriveva Achille Campanile (che in questa rubrica c’entra per il genio e pure per il cognome), “ci sono regole fatte di sole eccezioni: sono confermatissime”. Il lettore vorrà conoscere i fatti: tra due giorni a Bologna si celebrerà la festa del patrono, San Petronio, e in piazza Maggiore saranno distribuiti i tradizionali tortellini in brodo e insieme anche i tortellini dell’accoglienza, nel cui ripieno non c’è carne di maiale bensì di pollo. L’idea dell’Arcidiocesi è consentire a tutti di consumare uno dei piatti simbolo della città, anche a chi non può farlo per motivi di salute o religione. Apriti cielo, dunque anche ai musulmani (quelli per motivi di salute non se li è filati nessuno). Così si è scatenato il “tortellino gate”, in una materia già delicata perché in un minuscolo fazzoletto di terra da secoli si consuma un’infuocata disfida. Tortellini contro cappelletti ma anche anolini contro marubini: le varianti sono tantissime, a volte a distanza di dieci chilometri, e ognuno pretende la primazia della bontà o dell’originalità. Ma fin qui è guerra di campanili, la variante proposta dall’Arcidiocesi è straniera (per quanto secondo La cucina italiana nei cappelletti c’è anche carne di pollo o cappone). Matteo Salvini, come facilmente potete immaginare, sui tortellini non poteva lasciar correre: è notoriamente sensibile alla sovranità culinaria e se ne occupa con tanta foga che una volta ha postato un piatto di pasta con il ragù Star (azienda che però è spagnola dal 2006). Questa novità dell’accoglienza, per coerenza, l’ha accolta malissimo: “Vi rendete conto che stanno cercando di cancellare la nostra storia, la nostra cultura?”. Romano Prodi, a cui noi a differenza di Salvini diamo retta più volentieri sui tortellini che sul maggioritario, ha replicato: la scelta tra i due tortellini è facoltativa, quindi “perfetta”. L’importante è che il turtlen accogliente non sia obbligatorio.

Ora voi direte son cose che fan ridere i polli. E invece l’affare è così serio che l’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi ha dovuto precisare di aver appreso la notizia del tortellino di pollo solo dai media. Era all’oscuro dell’iniziativa, ma ha voluto stigmatizzare le reazioni: “È sorprendente che una normale regola di accoglienza e di riguardo verso gli invitati sia interpretata come offesa alla tradizione. Alcune polemiche e strumentalizzazioni non sono accettabili neanche in campagna elettorale”.

Ma non tutti sono d’accordo. Per il regista Pupi Avati il ripieno del tortellino “deve essere rigorosamente di maiale e non si può abolire il maiale per una questione religiosa, mi sembra un tradimento delle peculiarità della nostra cucina e dei nostri sapori”. Alessandra Spisni, sfoglina e secondo noi anche un po’ filosofa, ha detto a ilfattoquotidiano.it: “Il tortellino è una ricetta, non è un pensiero. I tortellini sono quelli classici, tutto il resto è un’altra cosa. Come dice la parola stessa, la tradizione bolognese non può essere diversa dalla tradizione: se vuoi fare un’altra cosa non la chiami tortellino. Bologna è nota per essere accogliente, ospitale, ma la tradizione è questa, non possiamo cambiare per piacere a tutti”. Vero, però qui si tratta di aggiungere e non di togliere: la ricetta, che è stata addirittura depositata nel 2008 alla Camera di commercio, non cambierà. Prendiamola su più dolce, tutti.

Nota a margine: noi comunque siamo di Mantova e riteniamo l’agnolino la forma più sublime di pasta ripiena. Tortellino, levati.

Quei non salviniani che aiutano Salvini

Il governo in carica non entusiasma nessuno, e il merito principale del Mazinga resta quello non tanto d’esser bello, quanto d’esser meno peggio del governo di destra/destra/destra che verrà. Essere critici è il minimo, essere scettici è obbligatorio. È però curioso come, soprattutto in tivù, pullulino gli “scontenti che non sanno il perché”. Ovvero: loro sono contrari al Conte 2, e dalle loro facce ferali parrebbero avere argomentazioni granitiche, solo che poi quando parlano – o scrivono – quelle argomentazioni non si capiscono mica. Lo stupore generato dalla loro aria costantemente malmostosa è acuito dal fatto che non sono certo salviniani. È ovvio che Belpietro o Giordano siano contrari. Ed è anche ovvio che esistano figure di sinistra critiche, come Cacciari, le quali però si concedono quantomeno il lusso tenue della speranza. Al contrario, gli “scontenti che non sanno il perché” (la definizione è di Marco Travaglio) hanno sempre l’aria di chi è sicuro che moriremo tutti. E se osi ricordargli che l’alternativa a questo governo era Salvini, partono con il mirror climbing e asseriscono implacabili: “Sarebbe stato meglio votare subito!”. Ah sì? E perché? Risposta uno: “Perché Zingaretti avrebbe ripulito il partito dai renziani”. Risposta due: “Perché il centrosinistra avrebbe potuto vincere”. Ora: la risposta numero due non è neanche una risposta, bensì l’effetto un sondaggio commissionato a Fassino e Caressa in persona. Quanto alla prima risposta, essa è sintomatica della solita idea “pidicentrica”: non è importante il bene del paese, bensì la salute del “Partito”.

Gli “scontenti senza motivo” sono quasi sempre firme stimate e di talento. Il Corriere della Sera ne schiera almeno tre: Galli della Loggia, Pigi Battista e Panebianco. Il primo, in particolare, ha votato i 5 Stelle nel 2018, e da allora vive tale condizione esistenziale come se dovesse scontare la colpa di aver comprato nell’82 il vinile di Cicale di Heather Parisi. Ancora più tragici i toni in tivù. Marco Damilano ha insistito per mesi col Salvini fascista e razzista, dando spazio a qualsivoglia esagerazione in tema sull’Espresso. Ora dovrebbe essere contento, o anche solo meno vedovile, ma quella sua allegrezza da Fra Tuck in perenne castità è addirittura aumentata. E perché? Non si sa, a meno che non si voglia credere all’ordine dall’alto dell’ingegner De Benedetti (ma significherebbe far torto all’intelligenza di Damilano). Anche Diego Bianchi in arte “Zoro”, che durante il Salvimaio aveva “bazookato” l’ex Ministro dell’Interno, è infastidito per l’incoerenza di Conte e il repentino voltafaccia di Pd e M5S. Come a dire: Conte ha sempre torto, i 5 Stelle han sempre torto. Vecchia scuola di pensiero. Forse però Zoro ama parlare di politica fregandosene delle carte (bruttine) in tavola e sognando Bakunin al Viminale, nel qual caso comprendiamo la sua delusione. Roberto Saviano, il più grande salviniano inconsapevole contemporaneo, sembra un satirico a cui hanno tolto il giocattolo. Così, non potendo più picchiare “il ministro della mala vita”, gira a vuoto, straparla di ius culturae con la Morani (!) e bastona a casaccio Conte. Il presidente del Consiglio piace poco anche a Lucia Annunziata, che di recente si è pure lanciata come novella aruspice: “Tra sei mesi Renzi sarà presidente del Consiglio”. Certo. E Sfera Ebbasta sostituirà Jimmy Page nella reunion dei Led Zeppelin. Non poco tristanzuolo pure Alessandro De Angelis (sempre Huffington Post): un tempo era un bravo retroscenista, branca innocua del giornalismo che piace giusto a Telese e Labate. Ora si è improvvisato politologo e sentenzia che, se fossimo andati a votare subito, il centrosinistra avrebbe vinto (sì, a rubamazzo).

Marianna Aprile ha sempre il tono aristocraticamente crucciato di una Maria Antonietta ingiustificatamente vezzosa. Le faceva “orrore” Salvini al Viminale, ma non le piace neanche il Mazinga. Forse, per lei, è il mondo a esser sempre troppo plebeo e prosaico. Chissà. La Aprile ci prova pure a spiegarlo, ma le sue arringhe diversamente fluide si rivelano infarcite di confettini sciapi e caramelle dell’ovvio. Chi resta? Massimo Giannini, scuola Repubblica, è bravo a sottolineare tutte le magagne insite nel Mazinga. Ai tempi della conduzione di Ballarò, Giannini si espose coraggiosamente contro Renzi e si beccò la scomunica di “para-grillismo”. L’accordo tra M5S e Pd, benché tardivo e sghembo, è quello su cui Massimo ha sperato per anni: dovrebbe essere quantomeno un po’ sollevato. Macché: muso lungo, mestizia e calvario. Oh ragazzi, va bene tutto, ma l’avete capito o no che così fate il gioco di Salvini?

La dura vita di Annalisa

Annalisa Chirico pensa sempre in grande. Per questo dopo aver fondato l’associazione “Fino a prova contraria” ora si dà pure all’insegnamento: tra l’11 e il 13 ottobre ha organizzato a Napoli la prima edizione della scuola “Giustizia&Crescita”, aperta ai giovani desiderosi di confrontarsi con “i grandi nomi della magistratura, della politica e dell’economia”. Questo è quel che promette la locandina che annuncia la partecipazione dei ministri Giuseppe Provenzano e Paola De Micheli ma non mancherà neppure Matteo Salvini. E nemmeno i manager di Tim, Fincantieri ed Enel che animeranno il talk sugli investimenti che servono alla giustizia. Ma si parlerà anche di intercettazioni, banche, sicurezza: i giovani che si sono iscritti verranno formati attraverso panel organizzati secondo il modulo di lezioni frontali della durata di 45 minuti seguiti da un question time della durata di 15. Prezzi modici: 150 euro per i giovanissimi e 400 per gli over 35. Da versare anticipatamente e in un’unica soluzione. Già radicale, indi renziana, infine simpatizzante sovranista di Matteo Salvini, la rampante Chirico, che firma finanche sul Foglio, deve trovare un modo per arrangiarsi in questi duri tempi giallorosa. Come si dice a Napoli: che bisogna fare per campare.

L’idraulico e il bonus sensi di colpa

Ora l’uomo e l’idraulico sono uno davanti all’altro, in un teso scrutarsi. La tracimazione del brodo di cacca in salotto è stata scongiurata. L’idraulico costituisce sì una seria minaccia al bilancio familiare, ma quanto a sedare cessi colmi che ribollono come geiger è il David Copperfield dello spurgo. Un mago. Uno che smentisce tutte le battutacce sugli idraulici e le casalinghe, uno che non ha tempo da perdere, uno che risolve problemi. Uno che per questo costa come l’arredo di un trivani, non comprato da Ikea. Silenzio. Sergio Leone avrebbe montato il primissimo piano dell’occhio dell’idraulico, anzi dell’iride (l’occhio intero sarebbe stato dispersivo per il maestro della tensione pre-revolverate) poi l’iride dell’uomo, il cristallino che si contrae. Ognuno dei due attende che l’altro faccia la prima mossa.

È ottobre e potrebbero arrivare a Ferragosto se l’uomo non sparasse, si fa per dire, meglio esalasse, un “Quant’è?” , ultrasuono che solo l’orecchio allenato degli idraulici può percepire. E l’idraulico lo dice, quant’è. L’uomo si siede pure se la poltroncina è piena di peli di cane. La botta è da aneurisma, lo sguardo vitreo lo lascia presagire. L’idraulico non si scompone, ha visto rugbysti pelosi tornare bambini e piangere con i pugnetti sugli occhi; recita il mantra degli idraulici, il namerenghenghiò

che protegge e conduce al Bene Supremo idraulici e clienti: “Ma senza Iva le viene molto meno”. Che tradotto vuol dire “che volémo regalà i sòrdi allo Stato?”.

Ma l’uomo è un democratico consapevole legalista antiberlusconiano. In un sussulto d’orgoglio che gli costa molto in bilirubina sibila: “La pago con la carta di credito. Così lo Stato mi viene incontro con le detrazioni. E se accetta la carta di credito e fa fattura, poi lo Stato applica detrazioni anche a lei”. Incredulo di aver solo sfiorato l’aneurisma ed essere riuscito a pensare e articolare un’intera proposizione, l’uomo tace e guarda l’idraulico che guarda lui che guarda l’idraulico che guarda lui.

“Quando ce la applicherebbero questa detrazione?”, sono le parole con cui l’idraulico squarcia la cortina di gravido silenzio. “Be’, l’anno prossimo, con la dichiarazione, fatti i conti per bene, glielo dirà il suo commercialista…”, risponde l’uomo, eticamente eccitato dall’apertura possibilista, togliendosi qualche pelo.

“Ma scusi, se lei mi dà i contanti, io non faccio fattura e lei non deve pagare l’Iva e la detrazione ce la facciamo subito da soli, non l’anno prossimo che poi valli a fare i conti, salta sempre fuori qualcosa. E senza stare a perdere tempo dal commercialista”.

L’uomo sussurra: “Ma allora che cambia, è tutto come prima… quanto sarebbe di più con l’Iva?”, non attende la risposta e apre il portafogli. L’idraulico intasca, ricontrolla il cesso perché è onesto e i soldi se li vuole guadagnare fino in fondo, saluta e se ne va, lasciando l’uomo a spelarsi maledendo il cane, in preda ai consueti sensi di colpa ideologici, per i quali non scatterà mai nessuna detrazione.

La parole di Graviano che riaprono la partita

A far ripartire le indagini su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi per le stragi di mafia tentate e riuscite del 1993-94 a Roma, Firenze e Milano, sono state le famose intercettazioni di Giuseppe Graviano. Il 10 aprile del 2016 il boss è a passeggio con il compagno di detenzione Umberto Adinolfi nel carcere di massima sicurezza di Ascoli. Il siciliano ricorda quando era stato chiamato a confermare le accuse del pentito Francesco Di Carlo, che aveva parlato anche di presunti investimenti del padre di Graviano a Milano: “Nel dicembre 2009 al processo Dell’Utri c’erano i giornalisti di tutto il mondo, te lo ricordi che si preoccupava?”. Graviano si era avvalso della facoltà di non rispondere ma leggeva nel pensiero di Marcello Dell’Utri, presente in aula: “si preoccupava, dice … si chistu pa… a mia m’arrestano subito”.

Graviano quel giorno del 2016 poi spiega di essere adirato per il trattamento subito e propone ad Adinolfi di far arrivare un messaggio minaccioso mediante un intermediario. A chi? Il boss non lo dice ma secondo l’accusa del processo Trattativa, si parlerebbe di Berlusconi. Graviano dice ad Adinolfi che bisognerebbe mandare un uomo a portare un messaggio a un terzo soggetto: “all’uomo ci si fa sapere: dici a Tizio che si comincia a presentare con tutto quello che sa lui”. Adinolfi è scettico. Capisce i rischi dell’operazione.

Graviano prima di fargli la proposta di trovare un messaggero spiega al detenuto campano il contesto, partendo da molto lontano.

Graviano spiega che il nonno materno, Filippo Quartararo avrebbe investito nel 1975 insieme a un suo amico e altri soci in un’attività. Nel 1982, quando muore il padre, Michele Graviano, ucciso dai fedeli di Bontate, Giuseppe comincia a esser messo a parte dei segreti di questi investimenti: “morto mio padre io sapevo qualcosa ma non sapevo tutto” finché il nonno vicino alla morte, quando il nipote è già latitante, nel 1985 gli disse tutto.

A questo punto, Graviano dice: “Io avevo i contatti, giusto? Adesso passiamo a una fase molto delicata (…) a Roma lui voleva già scendere, ‘92 già voleva scendere e voleva tutto ed era disturbato per acchianari (cioé per salire, ndr) lo volevano indagare”. Adinolfi lo interrompe e con fare interrogativo dice: “Misi i luglio”, cioè sembra chiedere al boss: ‘La cortesia che ‘lui’ ti ha chiesto è riferita al mese di luglio 1992?’. Graviano (secondo l’interpretazione dei periti della Corte d’Assise, contestata dalla difesa Dell’Utri) dice: “Berlusca mi ha chiesto sta cortesia ….per questo è stata l’urgenza”.

Poi il boss di Brancaccio passa a parlare di un politico: “Io credevo in questa situazione la popolazione era con noialtri, era innamorata” e in dialetto siciliano ripete: “iddru voliva scinniri in quel periodo c’erano i vecchi, elezioni ri vecchi, e iddru mi dissi ci vulissi una bella cosa”. Il senso sarebbe “lui voleva scendere in politica era disturbato dai vecchi e mi disse: ‘ci vorrebbe una bella cosa’”. Nessuno può sapere esattamente quale sia il senso di questa frase, a parte Graviano, ma un’ipotesi formulata dal pm Antonino Di Matteo, è che “quando Graviano parla di cortesia, teoricamente è possibile pensare che si riferisca a un eccidio, via d’Amelio, in cui è stato uno dei protagonisti principali. Mi rendo conto che sono ipotesi”, ammette il magistrato, ricordando però che “tanti tasselli ci fanno ritenere che la strage di via D’Amelio possa essere stata eterodiretta da ambienti e soggetti estranei a Cosa nostra”. La Procura di Caltanissetta, competente sulle stragi del 1992, però non ha iscritto Berlusconi dopo aver acquisito le intercettazioni sulla ‘cortesia del 92’ fatta da Graviano.

Scelta diversa ha fatto Firenze per le stragi del 1993. Le parole di Graviano sono difficili da interpretare. Il boss potrebbe mentire volutamente per inviare messaggi depistanti. Nato nel 1963, Graviano è stato arrestato il 27 gennaio del 1994 a Milano con il fratello maggiore Filippo e da allora entrambi sono reclusi in isolamento. Boss precoce, scelto come capo del mandamento di Brancaccio scavalcando il primo e il secondogenito, era nel cuore del corleonese Riina nonostante fosse un palermitano.

Il padre, Michele Graviano, era diventato ricco quando i suoi terreni agricoli avevano cambiato destinazione. A Fiammetta Borsellino, che andò a trovarlo a Terni in carcere nel dicembre 2017 sperando di riuscire a smuoverlo, Graviano si raccontò così: “Vengo da una famiglia di possidenti, avevamo una concessionaria Renault a Brancaccio, Motel Agip, attività e terreni. Io andavo a scuola e contemporaneamente lavoravo, avevamo un terreno per costruire, eravamo una famiglia benestante, a 48 anni è morto mio padre … avevo 18 anni”. Fiammetta Borsellino gli chiede: “Come trascorreva la sua vita?”. Il boss replica “io ero latitante (…) non voglio raccontare cose… mi sono trasferito al Nord”. Sostiene che faceva “commercio di carne con dei prestanomi”. Poi spara: “Frequentavo delle persone tra cui Baiardo Salvatore di Omegna sul lago D’Orta dove trascorrevo la latitanza. Frequentavo anche commercianti, familiari e avvocati e personaggi politici, tra cui anche quello … lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi ….. più che io era mio cugino che lo frequentava … facevo una vita normale”. Come se fosse normale per un boss stragista frequentare Berlusconi. L’avvocato Niccolò Ghedini, quando svelammo l’intercettazione su www.iloft.it ci disse: “Nessuno ci ha mostrato questa conversazione. Comunque sapeva di essere registrato e potrebbe avere depistato. Non risulta nessun incontro di Berlusconi con Graviano o con qualcuno legato a lui. Tanto meno con un suo cugino”. 2. (continua)

La polizia forza il blocco, ferito Fassina

Il cordone dei lavoratori che viene forzato, un parlamentare contuso e un’inchiesta aperta al ministero dell’Interno. Diventa un caso il ferimento di Stefano Fassina, avvenuto ieri pomeriggio durante la manifestazione dei dipendenti della società Roma Metropolitane, per la quale è prevista la messa in liquidazione. Il parlamentare è stato trasportato al pronto soccorso “in codice rosso” a causa di un trauma da schiacciamento: i medici sospettano abbia riportato l’incrinamento di una costola.

Il deputato e consigliere capitolino di LeU era davanti alla sede di via Tuscolana 171 per solidarizzare con i 45 dipendenti della società comunale, perlopiù impiegati e funzionari, per i quali sta per iniziare la procedura di licenziamento. I lavoratori avevano formato un cordone all’ingresso degli uffici in modo da bloccare qualsiasi ingresso dall’esterno. L’attesa era per l’arrivo del dirigente capitolino Luca Pasqualino, che i manifestanti avevano intenzione di bloccare prima di permettergli di arrivare all’appuntamento con il presidente Marco Santulli.

L’emissario dell’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti è stato così scortato dalla polizia, in assetto antisommossa, che ha forzato il cordone per permettere a Pasqualino di entrare. Dal video pubblicato dall’agenzia Dire si vede chiaramente come Fassina rimanga schiacciato fra il corpo di un poliziotto e la porta d’ingresso, non riuscendo a divincolarsi nonostante le urla di dolore. Ad alcuni soccorritori ha poi spiegato di essere caduto e, una volta a terra, alcune persone gli sarebbero passate addosso. Nel caos ricevono colpi anche il capogruppo capitolino del Pd Giulio Pelonzi e i sindacalisti Cgil e Uil Natale Di Cola e Alberto Civica.

Quanto accaduto ha scatenato la polemica politica. “Non c’è stata nessuna carica”, ha subito specificato la Questura di Roma, confermando che l’operazione si è resa necessaria per “scortare un funzionario comunale all’interno dell’edificio”. Da San Vitale, poi, confermano l’apertura di un’indagine interna, annunciata dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, che ha dato indicazione al capo della Polizia Franco Gabrielli di accertare “se l’intervento delle forze di polizia presenti sia stato svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge”. “Quanto è avvenuto davanti alla sede di Roma Metropolitane è molto grave. Si faccia immediata chiarezza, siamo vicini a lavoratori, sindacalisti, consiglieri e deputati”, ha detto il segretario del Pd Zingaretti, cui ha fatto eco il ministro della Salute, in quota LeU, Roberto Speranza: “Mando un caro abbraccio a Stefano Fassina”.

“Soldi a Messina Denaro”. Nove anni al re dell’eolico

Condannato per mafia a 9 anni di carcere il “signore del vento”, come lo definì il Financial Times: la recente collaborazione avviata con la giustizia che ha smascherato finora due burocrati regionali infedeli, non è servita ad attenuare la condanna a Vito Nicastri, il re dell’eolico, l’imprenditore di Alcamo in affari con Paolo Arata, ex Forza Italia poi consulente (ora ex) di Matteo Salvini. Nicastri è stato condannato dal gup di Palermo Filippo Lo Presti, assieme al fratello ( stessa pena), per concorso esterno in associazione mafiosa. L’aggiunto Paolo Guido e il pm Gianluca De Leo avevano chiesto 12 anni, contestandogli rapporti con le cosche e con il superlatitante Matteo Messina Denaro.

E adesso la condanna per mafia rischia di gettare una luce diversa e più grave sull’intera vicenda giudiziaria che ha coinvolto anche l’ex sottosegretario Armando Siri (poi non riconfermato da Conte) intercettato nell’inchiesta: “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30 mila euro“, diceva a telefono Arata, oggi indagato dalla Procura di Roma per avere corrotto l’ex sottosegretario con una mazzetta da 30 mila euro. Oggetto della corruzione, secondo l’accusa, un emendamento sulle “rinnovabili” che avrebbe aperto al gruppo Arata-Nicastri nuovi e lucrosi affari sul mini eolico in Sicilia e nel resto del Paese. “Guarda che l’emendamento passa”, dice Arata il 10 settembre, aggiungendo: “L’emendamento è importante. Sono milioni per noi l’emendamento, che cazzo”. Secondo le indagini, i due avevano stabilito una sinergia imprenditoriale ramificata in decine di società: “Sono stati acquisiti elementi di prova – scrive la Dia – circa l’esistenza di un reticolo di società, tutte operanti nel mercato delle energie rinnovabili, facenti capo solo formalmente alla famiglia Arata (oltre a Paolo, anche al figlio Francesco e alla moglie Alessandra Rollino), ma di fatto partecipate occultamente da Vito Nicastri, vero regista delle strategie imprenditoriali, considerato dal medesimo Paolo Arata “la persona più brava dell’eolico in Italia”. Negando ogni rapporto con la mafia Nicastri si definisce “sviluppatore”, e ha spiegato che la sua attività consiste nell’accompagnare i grandi gruppi quotati in borsa nella giungla siciliana degli appalti dell’eolico e del fotovoltaico.

Un esempio l’ha fornito alla Dia il geometra Giuseppe Li Pera, vecchia conoscenza degli investigatori dai tempi del patto del “tavolino”, tra mafia, politica e imprenditoria, che con Nicastri ha lavorato rappresentando la Alerion Green Power. Quando gli obiettò che i suoi prezzi erano fuori mercato, Nicastri gli rispose: “Senza di me questi lavori non li farete, perché sul territorio non ve li fanno fare, perché non conoscete u zu Totò e u zu Nicola del posto”.

I rapporti con le cosche sei anni fa gli costarono una maxi-confisca di beni da un miliardo e 300 milioni di euro, il valore delle 43 società utilizzate per gli affari di eolico e fotovoltaico, in Sicilia, Lazio e iCalabria. E oggi passate tutte allo Stato. E se quella misura nel 2013 portò a galla numerosi episodi corruzione persino con gli uffici del demanio e delle servitù militari della Sicilia, a mettere Nicastri oggi nei guai è stata una vicenda di vecchia e nuova mafia: 60 ettari di terreni coltivati a vite acquistati a un’asta giudiziaria per 138 mila euro e rivenduti a mezzo milione, con una busta di denaro arrivata, come ha rivelato il pentito Lorenzo Cimarosa (“Sono sempre più fiero e orgoglioso di mio papà” ha detto il figlio Giuseppe) al superlatitante Messina Denaro.

I terreni erano di Giuseppa Salvo, sposata con Alberto, nipote di Ignazio, il potente esattore di Salemi assassinato dai corleonesi nel settembre del 1992, che su quei fondi ereditati dal padre aveva chiesto alla Regione i contributi sui diritti di reimpianto. “Mi ha detto che praticamente erano i soldi dell’impianto di… di quello degli impianti eolici di Alcamo, e che c’erano stati problemi, ci fai sapere che c’erano stati problemi, perché aveva tutte cose sequestrate e i soldi tutti insieme non glieli poteva dare, perciò glieli avrebbe dati in tante tranches. La busta la portai a Francesco Guttadauro”. Dichiarazioni rafforzate dalle parole di un’avvocata veneziana amica di Alberto Salvo, Chiara Modica Donà delle Rose: “Ricordo distintamente che Salvo ebbe a dirmi che attraverso Nicastri, Messina Denaro avrebbe ottenuto la grande soddisfazione di appropriarsi di beni che appartenevano alla famiglia Salvo, senza aggiungervi altri particolari”.