Mutuo a San Marino, i pm a caccia delle chat di Siri

I magistrati di Milano tornano a bussare al Senato. Per chiedere di poter sequestrare anche le chat telefoniche tra l’ex sottosegretario Armando Siri e il suo più stretto collaboratore Luca Perini. Entrambi indagati per i finanziamenti ottenuti dal parlamentare leghista dalla Banca agricola Commerciale di San Marino a condizioni di particolare favore e che poi ha utilizzato per l’acquisto di un immobile a Bresso (Milano) intestato a sua figlia.

I pm Gaetano Ruta e Sergio Spataro ancora attendono risposta da Palazzo Madama a una precedente istanza con cui hanno chiesto di poter mettere le mani su due pc che potrebbero contenere atti utili all’indagine per autoriciclaggio e che sono stati individuati durante una perquisizione effettuata lo scorso 29 luglio negli uffici di Perini. In quella occasione la Polizia giudiziaria aveva acquisito anche copia forense del suo smartphone e Siri si era immediatamente rivolto alla Procura di Milano perché fosse impedita “in qualunque forma la trascrizione, divulgazione, selezione ed acquisizione al fascicolo delle indagini”. Chiedendo la distruzione delle conversazioni telefoniche, messaggi, email e chat presenti nel telefono di Perini ma di cui fosse lui autore o destinatario in base all’articolo 68 della Costituzione che prescrive per il sequestro di corrispondenza di un parlamentare, la preventiva autorizzazione della Camera a cui appartiene.

Si tratta di materiale che i magistrati hanno molto interesse a utilizzare “al fine di una completa ricostruzione dei fatti di indagine, in particolare per verificare termini e caratteristiche degli accordi retrostanti le operazioni di finanziamento” della banca del Titano. “Come già indicato nel decreto di perquisizione – scrivono Ruta e Spataro alla Giunta per le autorizzazioni del Senato –, per un completo accertamento dei fatti è necessario acquisire tanto gli atti che documentano passaggi formali, quanto e soprattutto quelli che contengono tracce di rapporti e accordi non riversati in forma ufficiale che diano evidenza di rapporti, conversazioni e scambi di informazioni tra i soggetti coinvolti”. E quindi vogliono mettere le mani anche sui 10.742 messaggi, tra sms, mms e chat, scambiati tra Perini e Siri quando quest’ultimo era già diventato senatore.

Ora la Giunta di Palazzo Madama dovrà valutare anche questa seconda richiesta. Intanto oggi dovrà decidere se autorizzazione o meno i magistrati al sequestro dei due pc su cui Siri non intende mollare di un millimetro. Il 30 settembre ha fatto istanza alla Procura di Milano, “di limitazione del perimetro di acquisizione del contenuto della memoria dei computer”: ha chiesto insomma che gli accertamenti siano limitati ai soli documenti pertinenti all’imputazione. Come? “Al fine di contemperare le esigenze investigative sottese al sequestri e le prerogative costituzionali del senatore Siri – si legge nell’istanza vergata dal suo avvocato Fabio Pinelli – la materiale attività di acquisizione del contenuto della memoria dei supporti informatici potrà avvenire attraverso l’estrapolazione dei file a seguito di ricerca tramite parola chiave. Ciò consentirà di evitare l’apprensione di tutto ciò che è inconferente rispetto a quanto oggetto di indagine, scongiurando così un’indebita intrusione nella sua attività istituzionale.

Savoini, l’accordo del Metropol era nel cellulare

Il progetto di acquisto del gasolio russo e i 65 milioni di dollari da piazzare nelle casse della Lega di Matteo Salvini, dopo essere stato discusso all’hotel Metropol di Mosca, è diventato una bozza d’accordo nero su bianco. Il documento manoscritto, oggi a disposizione della Procura di Milano che indaga per corruzione internazionale, è emerso dalle analisi sui telefonini sequestrati ai tre indagati italiani del cosiddetto Russiagate. Si tratta di un elemento nuovissimo in mano ai magistrati e che conferma una volta di più come il dialogo registrato la mattina del 18 ottobre 2018 ai tavolini di quell’albergo fosse tutt’altro che millanteria.

Questa la lettura che viene fatta dagli inquirenti. Il documento è in sostanza un foglio sul quale sono appuntate le percentuali del cosiddetto “discount” rispetto al valore complessivo (1,5 miliardi dollari) della compravendita di gasolio. Così da un lato vi si legge il 4% che nei piani doveva finire alla Lega e dall’altro un valore che oscilla tra il 4 e il 6% da destinare ai pubblici ufficiali russi e ai loro intermediari d’affari.

Dell’esistenza di questo importante documento si ha una prima conferma riascoltando l’audio registrato al Metropol. Al tavolo quella mattina ci sono sei persone: tre russi, tutti legati all’entourage politico del presidente Vladimir Putin. E tre italiani: Gianluca Savoini, l’uomo di Matteo Salvini per gli affari a Mosca, l’avvocato Gianluca Meranda e il consulente finanziario Francesco Vannucci. I tre italiani sono oggi indagati per corruzione internazionale. I sei discutono di una compravendita di gasolio da 1,5 miliardi. Vende una società russa (Gazprom o Rosneft), acquista il colosso italiano Eni, dopo un passaggio intermedio con una banca d’affari londinese. Si tratta della Euro-Ib (non indagata) nella quale Meranda all’epoca dei fatti ricopre il ruolo di general counsel. È qui a Londra, secondo i documenti acquisiti dalla Procura, che viene preparata una proposta di acquisto da inviare a Rosneft. Si tratta di una proposta in tutto simile a quella discussa al Metropol. È da questo affare che i tre italiani progettano di far uscire i 65 milioni di dollari da dare alla Lega per finanziare le europee dello scorso maggio. Spiega, infatti, Gianluca Meranda: “La pianificazione fatta dai nostri ragazzi politici è che dato uno sconto del 4% possono sostenere una campagna”.

Il papello di Savoini e soci, così come viene chiamato dagli inquirenti, viene messo a punto dopo l’incontro del Metropol. Scritto, poi fotografato e infine inviato. Chi invia e chi riceve sono sempre i tre italiani coinvolti nell’inchiesta. Il dato emerge dall’analisi delle chat dei telefonini sequestrati. E mostra, secondo chi indaga, la serietà dell’accordo.

Dopo le percentuali scritte, l’estensore, con buona probabilità l’avvocato d’affari Meranda, scrive un “nota bene”, di seguito si legge: “Il 4% forse più alto da restituire”. Si tratta, è la lettura che viene data in Procura, della percentuale che dovrà rimanere in Russia. Sono due poi i passaggi dell’audio che, secondo i magistrati, annunciano l’esistenza del documento. A parlare è sempre Meranda. Nel primo dice: “Solo per averlo chiaro, aspetterò che tu confermi il prodotto, le quantità e qualunque cosa tu sia in grado di fare”. Poi aggiunge: “Farò solo uno screenshot qui e te lo invierò solo per essere sulla stessa pagina. Ok signori, penso che stia andando nella giusta direzione”, quindi conclude annunciando un prossimo incontro: “Magari a Roma o in banca o a Eni”.

Il colosso petrolifero italiano ha sempre negato ogni coinvolgimento nella vicenda. Secondo quanto risulta al Fatto, dopo il Metropol, nella primavera scorsa, l’ad di Eni Claudio Descalzi ha incontrato sia Salvini sia Savoini. Cosa definita falsa da Eni stessa. Nella prima settimana di settembre, poi, la Procura ha chiesto e ottenuto di acquisire documenti nella sede centrale della società del cane a sei zampe che non è ad oggi indagata. Al momento, la Procura mantiene il più stretto riserbo. L’obiettivo è dare la caccia ai rapporti finanziari con la banca d’affari londinese. Sono stati trovati? Su questo i magistrati non confermano né smentiscono.

E se da un lato, poi, l’analisi dei cellulari ha portato alla scoperta della bozza d’accordo, dall’altro ha fatto emergere una seconda chat segretissima di Gianluca Savoini. La scorsa settimana, durante un incidente probatorio con le parti presenti, i tecnici della Guardia di finanza hanno recuperato i contenuti di una prima chat. Ne esiste, però un’altra. Si tratta dell’applicazione Wickr che permette una messaggistica istantanea, segreta e con la distruzione delle conversazioni. Per aprirla però è necessaria una password che Savoini al momento non ha consegnato agli investigatori.

Ponte, la pista dei premi assicurativi

La quarta cerimonia in otto mesi. Del nuovo ponte si vedono solo alcuni piloni, ma ieri il cantiere è stato invaso ancora dalle autorità: stavolta si è celebrata la posa del primo impalcato. A febbraio premier e ministri erano arrivati per l’inizio della demolizione, poi c’è stata la prima pietra e quindi il grande evento della demolizione totale del Morandi. Con ieri fanno quattro. Intanto è cambiato il Governo. Al posto di Danilo Toninelli c’era Paola De Micheli che si aggirava emozionata tra gli operai: “Chiamami Paola”, diceva. Poi porgeva sorridente il cellulare a un ufficiale di Marina con tre chili di mostrine: “Dai, facci una foto!”.

Una cerimonia per celebrare la ricostruzione. Eppure a fare notizia è stata una frase di Giuseppe Conte che parla di ‘caducazione’: “Il procedimento sulle concessioni autostradali – dichiara il Premier a margine dell’evento– è in corso, è un procedimento per la caducazione. Non faremo sconti ai privati, perseguiremo l’interesse pubblico”. Ieri in borsa il titolo Atlantia, la holding Benetton, è sceso. Pesano le dispute sulla concessione e l’inchiesta sul ponte. Perché nelle stesse ore è arrivata la notizia che la Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici milanesi di Spea, la controllata che si occupa delle verifiche di sicurezza. Un filone che è nato dall’inchiesta sul crollo del Morandi. Venti giorni fa erano arrivati gli arresti domiciliari per tre dirigenti Spea e Aspi (Autostrade) e le misure interdittive per altri sei. Scrive il gip Angela Maria Nutini nell’ordinanza: “Lo zelo di Spea durante le indagini si è tradotto in attività di bonifica dei pc, nell’installazione di telecamere per impedire l’attivazione di intercettazioni e nell’utilizzo di disturbatori delle intercettazioni”.

La perquisizione di ieri è stata compiuta per ricostruire chi a Spea abbia deciso di munirsi dei jammer, apparecchi che disturbano le frequenze dei telefonini rendendo quasi impossibili le intercettazioni. Intanto si affaccia una nuova pista investigativa, quella dei premi assicurativi. I pm vogliono capire se le criticità della sicurezza delle infrastrutture siano state taciute per non alzare le spese assicurative.

Intanto, è vero, i lavori procedono giorno e notte. Operai e ingegneri sono ottimisti: “Rispetteremo le scadenze”. Il sindaco commissario Marco Bucci si dà un gran da fare e giura: “Dimostreremo che a Genova e in Italia si possono realizzare opere belle e all’avanguardia. Con i tempi e la spesa giusti”. L’architetto Renzo Piano, che ha firmato il nuovo ponte, ieri è stato il più applaudito: “Nel costruire nasce la solidarietà. Costruire significa fare qualcosa insieme. È un gesto di speranza, di fiducia. Questo accade soprattutto per un ponte che unisce”. Poi, rivolto agli operai, ha aggiunto: “C’è un esercito di mille persone che sta costruendo il ponte. Noi abbiamo lavorato tranquilli nel nostro studio, mentre voi siete qui appesi come equilibristi. Il mio saluto, come usa in Giappone, è ‘Lavorate in sicurezza, state attenti’”. Genovesi e turisti da oggi potranno seguire la ricostruzione anche dallo Spazio Ponte inaugurato a poca distanza dall’Acquario con modellini e simulazioni. In attesa che l’opera sia ultimata. Sarà fondamentale per la città e, c’è chi pensa, giocherà un ruolo importante sull’esito delle prossime elezioni regionali di primavera 2020.

Eni, chiuse le indagini Usa sugli scandali in Nigeria e Algeria

Eni comunica (“con soddisfazione”) la chiusura dell’inchiesta svolta dal Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti su possibili corruzioni internazionali negli affari della compagnia petrolifera italiana (quotata anche alla Borsa di New York) in Algeria e in Nigeria. “Il Dipartimento di giustizia americano”, scrive Eni, “ha concluso le proprie indagini ai sensi della normativa anticorruzione Usa in relazione ai procedimenti Algeria e Nigeria, disponendone l’archiviazione”.

“Eni tiene a ribadire la correttezza del proprio operato e di quella del suo management”, continua la nota, “in relazione all’acquisizione del blocco Opl 245 in Nigeria, rispetto alla quale le verifiche interne condotte da consulenti indipendenti su delibera degli organi di controllo non hanno evidenziato alcuna condotta illecita”. Sul caso è in corso un processo a Milano, in cui l’accusa ipotizza il pagamento di una mega-tangente da 1,092 miliardi di dollari. Imputati, tra gli altri, la società Eni, l’amministratore delegato Claudio Descalzi (nella foto) e il suo predecessore Paolo Scaroni. “La società confida che il processo in corso presso il Tribunale di Milano possa fare chiarezza quanto prima sull’infondatezza delle accuse”.

Sulle operazioni in Algeria, “Eni ricorda che nel settembre 2018 il Tribunale di Milano aveva assolto la società e il suo management perché il fatto non sussiste, sancendone l’estraneità alle presunte condotte illecite oggetto del processo”. A essere condannati erano stati alcuni manager della allora controllata Saipem.

La Procura di Milano non commenta la nota di Eni. Ricorda soltanto che nel sistema Usa non esiste l’archiviazione, che l’indagine è stata chiusa sulla base delle conoscenze acquisite finora, ma che, per dichiarazione esplicita delle stesse autorità americane, “può essere riaperta in qualunque momento”.

Guerra sui crediti Ama, via anche i nuovi vertici

Ama Spa non trova pace. Ancora un avvicendamento ai vertici della società capitolina che si occupa della raccolta dei rifiuti a Roma. Dopo appena 104 giorni, la presidente Luisa Melara e i consiglieri d’amministrazione Paolo Longoni e Massimo Ranieri hanno rassegnato le dimissioni alla sindaca Virginia Raggi. Al loro posto è stato nominato come amministratore unico Stefano Zaghis, storico attivista M5S a Milano e già al fianco della prima cittadina durante la campagna elettorale del 2016.

Come ampiamente anticipato dal Fatto , gli amministratori uscenti sono andati in rotta di collisione con il Campidoglio nell’ultimo mese, a causa di una serie di partite contabili iscritte nel bilancio 2017, ma ritenute “non corrette” dal Comune di Roma, che è anche il socio unico dell’azienda. Il casus belli riguarda i 18,3 milioni di crediti sui servizi cimiteriali che Ama dice di vantare nei confronti di Roma Capitale, ma che da Palazzo Senatorio ritengono inesistenti. Esattamente lo stesso motivo per il quale si è arrivati allo scontro totale, appena 6 mesi fa, con l’ex presidente Lorenzo Bagnacani. Un déjà-vu che si porta via il quinto management in meno di 3 anni e mezzo dopo quelli guidati da Daniele Fortini, Alessandro Solidoro, Antonella Giglio e lo stesso Bagnacani, senza considerare i “reggenti” Stefano Bina (anche lui allontanato) e Massimo Bagatti.

Gli amministratori uscenti hanno inviato alla sindaca una durissima lettera di dimissioni, sei pagine di j’accuse in cui incolpano il Campidoglio di “assoluta inerzia” e “mancanza di una fattiva e concreta collaborazione con Ama per superare le situazioni di criticità riscontrate su più piani”. Un’inerzia “stigmatizzata non tanto per questioni di merito, perché le emergenze di Ama e la corretta esecuzione dei servizi, senza la partecipazione di Roma Capitale non possono essere affrontate e risolte”. La lettera è stata scritta su carta intestata dello studio legale Melara.

Il braccio di ferro fra Comune e municipalizzata è iniziato quando a Palazzo Senatorio si è deciso di mettere mano al confusionario bilancio di Ama, che in totale dice di vantare oltre 600 milioni di crediti nei confronti del proprio socio unico. Poste contabili che gli uffici dell’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti, e del direttore generale capitolino Franco Giampaoletti, hanno passato al setaccio. Una due diligence da cui via via stanno uscendo errori e disallineamenti macroscopici. Ci sono i crediti per i servizi cimiteriali, che in totale sono 60 milioni, ma di cui una metà non viene riconosciuta dal Comune: Melara ha deciso di riproporli in bilancio, proprio come aveva fatto Bagnacani, scatenando la rabbia dei vertici capitolini. Poi c’è la svalutazione dell’area del Centro carni, operata due anni prima della scadenza del fondo immobiliare che lo aveva preso in custodia: oltre 100 milioni di euro. E, non ultimi, i crediti sul contratto di servizio relativi al 2014, ben 104,4 milioni, che però a giudizio del Comune farebbero riferimento a banali errori di schedatura da parte di Ama delle lettere di compensazione sui contributi Tari. Partita comunque richiamata dal cda nella lettera di congedo.

Al vertice di Ama arriva Zaghis, interno al M5S, che non dovrebbe avere difficoltà a lavorare in sintonia con la sindaca: a febbraio era già stato fatto il suo nome come possibile assessore, ma non fu trovata la quadratura politica. Il neo-manager milanese si troverà subito ad affrontare una serie di sfide non indifferenti: la “continuità aziendale a rischio”, come sottolineato dal revisore Ernst & Young e con i bilanci 2017 e 2018 ancora non approvati e in potenziale perdita per oltre 100 milioni.

“Brenda”, Nardella e i sindaci puntano su di lei

“Non la chiamate la nuova Debora Serracchiani perché porta male, ma le assomiglia molto…”, sussurra uno dei 64 sindaci Pd che sabato si sono riuniti a Livorno per fare fronte contro l’avanzata della Lega in Toscana. Lei, Brenda Barnini da Empoli, i crismi per fare la candidata del Pd alle Regionali di maggio li ha tutti: giovane (38 anni), donna e soprattutto amministratrice di una di quelle zone della Toscana (Empoli e il Valdarno) in cui la buona amministrazione spesso fa spiccare il volo a livello nazionale. Quello di sabato ai bagni Pancaldi a Livorno doveva essere una convention organizzata dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, per lanciare “Fronte civico toscano”, la famosa lista dei sindaci da affiancare a quella del Pd prima di esportarla a livello nazionale. E invece no, perché se non è ancora chiaro quando e se nascerà questa lista, la convention livornese ha fatto emergere il volto della giovane sindaca.

Il problema è che in Toscana un candidato ufficiale il Pd e Matteo Renzi con “Italia Viva” ce lo avrebbero già: il presidente del Consiglio regionale, Eugenio Giani, che da mesi batte gli angoli più remoti della regione per allargare il proprio bacino elettorale. E così la candidatura di “Brenda” sarebbe il colpo di coda dei post-renziani rimasti nel partito come Nardella e il sindaco di Prato, Matteo Biffoni, per far capire all’ex premier che ormai anche qui, nella patria del renzismo, il giglio magico non può più fare il bello e il cattivo tempo. Sabato mattina a conquistare i sindaci, sul modello della Serracchiani nel 2009, è stato proprio l’intervento di Barnini: “Il partito non riesce più a rappresentare tutta la società – ha detto – quindi dobbiamo allargarci al civismo. Dobbiamo ispirarci alla strategia che nei comuni ci ha consentito di fermare le destre: mettere davanti alle logiche di partito e coalizione i bisogni dei cittadini. Dobbiamo partire dal programma perché senza proposte forti, nessun candidato potrà fare il salvatore della patria”. Applausi scroscianti. Dopo l’intervento, all’ora di pranzo, i sindaci toscani facevano la fila per conoscerla e stringerle la mano. E in diversi sarebbero andati direttamente da Nardella e dal sindaco di Livorno, Luca Salvetti, per chiedere loro di proporre Barnini come nome forte per il Pd regionale, magari “evitando le primarie che spaccherebbero il partito”. Lei, che a maggio è stata rieletta a furor di popolo, vola basso ma sa benissimo che nel Pd c’è un forte movimento che spinge su di lei: “So solo che non sono candidata a nulla – spiega Barnini – ma che molti sindaci hanno apprezzato il mio intervento”. Quella di Barnini potrebbe essere la mossa di quel Pd toscano che non ha seguito Matteo Renzi dopo la scissione con “Italia Viva” (con lui non è andato alcun consigliere regionale ma solo qualche sindaco e consigliere comunale): il governatore uscente Enrico Rossi infatti nelle scorse settimane ha chiesto al Pd di trovare un nome “alternativo a Giani” e ieri i due big renziani che sono rimasti nel partito, Luca Lotti e Dario Nardella, si sono visti davanti a un caffè per parlare di Barnini: una decisione definitiva non c’è ancora ma il nome e il profilo piacciono. Ma c’è di più: la Barnini piacerebbe anche agli zingarettiani. “Siamo finalmente riusciti a impostare un percorso – dice al Fatto, l’ex candidato alle primarie toscane Valerio Fabiani – e questo lo dimostra l’attivismo dei nostri amministratori, con figure nuove come la Barnini”.

Lamentele e nemici: per il Pd si avvicina il “congresso” Emilia

Alle 17 e 30 di ieri pomeriggio “fonti” di Palazzo Chigi fanno sapere che c’è una forte irritazione “per una comunicazione che mistifica la realtà” in merito alla questione dell’Iva. La cosa viene notata con soddisfazione da Nicola Zingaretti e da Dario Franceschini. D’altra parte, il capo delegazione del Pd è furibondo perché escono i contenuti riservati dei vertici: “Si fanno delle proposte di partenza, si esaminano delle ipotesi, che vengono diffuse strumentalmente”, è quello che va dicendo. Palazzo Chigi fa filtrare: “Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi dell’aumento dell’Iva. L’unica ipotesi, poi scartata era un aumento di 1,5 punti per l’uso del contante con una corrispondente diminuzione di 3 punti se si usava la carta di credito”.

È il segno di quello che nel Pd leggono come un gioco di sponda tra Giuseppe Conte e lo stesso Franceschini. Necessario evidentemente, mentre l’accusa di “guastatori” viene portata a Luigi Di Maio e Matteo Renzi. “Renzi dice che il suo obiettivo è Salvini, ma non fa altro che attaccare il Pd”, è il commento più gettonato tra i Dem. Zingaretti chiede “per favore”, “meno polemiche più fatti, più fiducia”.

Il Pd si trova in oggettiva difficoltà. Prima di tutto come conseguenza di una battaglia persa. Franceschini ha sì ottenuto una stanza a Palazzo Chigi, dove riunisce anche la delegazione del Pd, ma il partito non ha alcun ruolo formale alla Presidenza del Consiglio. Né un vicepremier, né un sottosegretario. Andrea Martella, sottosegretario all’Editoria, ha ottenuto la delega all’Attuazione del programma nell’ultimo Cdm. Potrebbe essere un’occasione per giocare un ruolo tra premier, Parlamento e governo. Ma è tutto da vedere.

Poi, ci sono i malumori dentro al partito per quelli che sono considerati i cedimenti a M5s. Ieri la Commissione Affari costituzionali ha votato la riforma che taglia i parlamentari. Martedì toccherà all’aula. Nel frattempo, i “contrappesi” in termini di legge elettorale e di Regolamenti parlamentari, non ci sono. Pd e Leu hanno chiesto un vertice prima del voto finale. Difficile comunque che possano dettare condizioni chiare. “Si tratta di una riforma difettosa. Il Pd voterà a favore, personalmente a malincuore”, ha detto Andrea Marcucci, capogruppo in Senato, saldamente lottiano (e quindi per ora in minoranza). E il Def appare a molti, anche in maggioranza, come un’operazione di piccolo cabotaggio. Zingaretti si trova in una sorta di cono d’ombra, soprattutto mediatico. Con un’incognita: le Regionali. Se dovessero andare male l’Umbria e l’Emilia Romagna e poi magari a seguire pure la Calabria, la sua leadership ne uscirebbe indebolita. Con Renzi che guadagnerebbe terreno e il governo che si troverebbe con una delle sue due gambe fondamentali traballante.

Non a caso sono settimane che al Nazareno si pensa a un congresso straordinario. Già da prima della scissione. A favore, Franceschini e Gentiloni. Contrari, Goffredo Bettini, Andrea Orlando, Massimiliano Smeriglio. “Dobbiamo cambiare radicalmente il Pd. Io non voglio conservare nulla, ma trasformare la ragione sociale di quel partito. Farlo diventare attrattivo per attivisti sociali, innovatori, ecologisti, giovani e femministe. Innovare, cambiare, superare il patto di sindacato tra correnti che rischia di tenerlo fermo, mentre Renzi proverà a correre e a prendersi tutto il campo”, spiega quest’ultimo.

L’ipotesi è quella di una sorta di “congresso sulle idee”. Cioè, senza mettere in discussione la leadership e senza i gazebo. Sembra una contraddizione in termini. Ma il segretario aspetta il voto in Emilia: “Sarà quello il nostro congresso”. Per questo incrocio di tensioni, c’è chi ipotizza una rapida fine del Conte 2, dopo le Regionali.

La manovra che per ora piace ai mercati e piacerà all’Europa

Il primo apprezzamento dei mercati per la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanzia (Nadef) presentato dal governo Conte, è giunto con il calo dello spread tra Btp e Bund tedeschi: intorno alle 15 di ieri pomeriggio era sceso a 137,5 punti base. Se poi lo spread è salito fino a 142 punti, è in larga parte dovuto al clima di agitazione che si è verificato nelle Borse mondiali in seguito ai dati sul manifatturiero Usa, che segnalano rischi di rallentamento importanti dell’economia statunitense.

Deficit, debito e Ue. Eppure, a essere pignoli, la manovra presentata dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, viola le regole fiscali europee, perché, come dice la stessa Nadef, “la regola del debito non sarebbe soddisfatta in nessuna delle sue configurazioni”. Anche per quanto riguarda il deficit, cioè il saldo tra entrate e uscite nel corso dell’anno, si sale al 2,2% rispetto all’obiettivo fissato lo scorso anno e soprattutto rispetto a quell’1,4% che si sarebbe avuto senza l’intervento sull’Iva.

Tutto questo, però, non comporterà probabilmente nessun rimbrotto da parte della Commissione – che attende di leggere le misure effettive – e non tanto perché c’è Paolo Gentiloni, che domani sarà valutato dalla commissione dell’Europarlamento, ma perché il governo beneficia di un sostegno politico. Oggi all’Italia è permesso quello che un po’ di tempo fa non sarebbe stato permesso.

Anche in termini di flessibilità, cioè di sconto sul deficit, si torna al 2016, quando il governo Renzi ottenne uno “sconto” pari a 0,83 punti percentuali di Pil, circa 14 miliardi. Oggi, anche se la Nadef indica una flessibilità dello 0,2%, il governo Conte ha chiesto una flessibilità dello 0,8%, pari a circa 14,4 miliardi.

Coperture da evasione.Questa flessibilità consente di coprire la sterilizzazione dell’Iva e le altre spese grazie a una serie di interventi, pari a circa 14 miliardi e che si basano su: “Misure di efficientamento della spesa pubblica per un risparmio di oltre 0,1 punti percentuali di Pil” cioè tagli per 1,8 miliardi (poca roba). “Riduzione delle spese fiscali e dei sussidi dannosi per l’ambiente e nuove imposte ambientali” anche qui per altri 1,8 miliardi. Misure fiscali come “la proroga dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione di terreni” per ulteriori 1,8 miliardi. E poi la cifra più impalpabile, quella che al momento è difficile da definire se non come “misure di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali, nonché interventi per il recupero del gettito tributario anche attraverso una maggiore diffusione dell’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili”. Si tratta dello 0,4% del Pil, cioè 7,4 miliardi che non si può dire oggi se entreranno davvero – la Nadef spiega nel dettaglio perché invece accadrà – e su cui si giocherà la credibilità della manovra.

L’Iva però non aumenta. Su questo punto la decisione finale appare chiara: “La manovra di finanza pubblica per il 2020 comprende la completa disattivazione dell’aumento dell’Iva”.

Si tratta del risultato minimo che ha consentito la nascita del governo, che ha un piccolo impatto espansivo perché non deprime i consumi – la crescita del 2020 è stimata nello 0,6% – ma certamente non è una “botta di vita”.

Altre misure concrete. La misura più chiara all’attivo della Nadef è, al momento, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, cioè sull’insieme della tassazione fiscale e contributiva che grava sulle buste paga.

Non è ancora chiaro come avverrà, forse con un credito di imposta da incassare in luglio, e soprattutto come inciderà sulla contribuzione – chi paga l’eventuale sconto? Sarà un ammanco sulla contribuzione individuale o diverrà figurativa? – ma la misura è quantificata in circa 2,7 miliardi nel 2020 che saliranno a 5,4 nel 2021. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, l’ha tradotta, a regime, in mille euro in più per ogni lavoratore (ma la soglia di reddito per beneficiarne dovrebbe essere fissata a 26 mila euro, come per gli 80 euro di Renzi). Per il 2020 saranno comunque 500 euro.

Da segnalare, infine, come spiegato ieri da alcuni ministri e viceministri competenti, che per quanto riguarda il ticket sanitario, il costo sarà in base al reddito e al nucleo familiare – “pagherà di più chi ha di più”, dice il ministro Roberto Speranza – mentre dai collegati presentati l’altra sera è scomparso quello relativo alla riforma del Catasto.

L’Air Force Matteo tra il wi-fi e “l’invidia dell’ala”

Era il luglio del 2015 quando iniziammo a occuparci di quello che avremmo poi ribattezzato “Air Force Renzi”. D’altra parte la notizia, indirettamente, ci arrivava direttamente dall’interessato, che al culmine del suo potere, che – dopo il 40% alle Europee e poco prima di farsi padre costituente – amava vantarsi del mezzo di trasporto di cui aspettava la consegna.

Era l’allora presidente del Consiglio, in quelle settimane, a spiegare a imprenditori, amici e interlocutori casuali la meraviglia della sua pensata: un grosso aereo in grado di fare voli “a raggio ultra-lungo” (superiori alle 12 ore) e che avrebbe avuto tutti i comfort, compresa la connessione wi-fi invece del misero telefono vocale dei normali “aerei blu”.

Stare senza internet per qualche ora era un dramma per la macchina della comunicazione renziana, senza contare che il nostro non gradiva, arrivando ai grandi vertici internazionali, il paragone coi mega-aerei degli altri leader mondiali tipo Obama o la Merkel: la flotta italiana, disse la presidenza del Consiglio, non è adeguata. Insomma, una classica questione di misure, per così dire, o un caso che allora definimmo di “invidia dell’ala”.

Quella notizia, però, non uscì a luglio, Il Fatto la pubblicò solo due mesi dopo, il 12 settembre 2015. In assenza di carte e testimoni diretti, infatti, chiedemmo conferma a Palazzo Chigi e l’ufficio stampa rispose (dopo molte ore di silenzio) con un messaggio: “Non abbiamo ordinato nessun aereo”. Una bugia, come ormai è chiaro, al posto del “no comment” che si usa in casi come questi.

Poco male, la pubblicazione fu solo rimandata, ma questo particolare racconta in modo plastico la procedura particolarmente oscura adottata per l’acquisto in leasing dell’Air Force Renzi: tutto fu gestito attraverso trattativa privata e direttamente da Palazzo Chigi, senza coinvolgere l’Aeronautica militare, che gestisce gli aerei a disposizione delle alte cariche dello Stato. Zero trasparenza, nessun controllo preventivo sulla procedura (e come leggete qui accanto ce n’era assai bisogno) e pochi pure ex post: sul contratto multi-milionario con Etihad-Alitalia fu incredibilmente apposto il segreto di Stato e questo nonostante il velivolo fosse stato registrato come civile e non militare.

Lo stile dell’uomo, d’altra parte, è assai disinvolto. Basti dire che il giorno della pubblicazione della notizia, non contento delle polemiche sollevate dall’Air Force Renzi (persino da Enrico #staisereno Letta), il giovine di Rignano se ne volò a New York con un aereo di Stato insieme a Giovanni Malagò (Coni), Angelo Binaghi (Federtennis) e un bel pezzo del suo staff per godersi dal vivo la finale degli Us Open di tennis tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci.

Il triste balletto tra gli hangar e adesso l’abbandono totale

Triste, solitario y final, al povero Air Force Renzi non rimane più nemmeno l’etichetta dell’aereo di Stato. È l’ultima novità, nella malinconica degenza del velivolo più inutile del mondo: la grande scritta “Repubblica Italiana” e la bandiera tricolore che adornavano i suoi fianchi sono state rimosse. Il mastodontico corpaccione di metallo bianco adesso è completamente spoglio, se si fa eccezione per le due strisce blu zigrinate che lo attraversano sulla fusoliera e le coperture rosse sulle gondole dei motori. È abbandonato da settimane all’aperto, immobile, “al prato” come si dice nel gergo degli addetti ai lavori (anche se non c’è un filo d’erba sull’asfalto degli hangar di Alitalia a Fiumicino).

Non ci si cura più nemmeno di fingere di proteggerlo dalle intemperie, né di credere che prima o poi possa tornare a volare: il costosissimo Airbus A340-500, preso in leasing da Etihad, è stato ceduto a titolo definitivo alla ruggine, che ha già aggredito le ali e minato il suo baricentro e il suo equilibrio.

Prima, certi giorni, si poteva ancora scorgere il suo profilo dalla strada. Se si seguiva la via che parte da piazza Almerico da Schio, quella che ospita l’enorme Palazzina Bravo che ospita gli uffici della compagnia, ci si poteva fermare a scrutare gli aerei parcheggiati al di là delle reti, fuori dagli hangar, per qualche servizio di manutenzione. Tra di loro, spesso c’era proprio lui, l’Air Force Renzi, anche se non aveva nessuna riparazione da compiere: era buttato lì perché non si sapeva dove metterlo altrimenti.

Le sue giornate erano scandite da un tragicomico balletto: il velivolo veniva spostato da una parte all’altra. Un aviorimessa, poi in un’altra, poi un’altra ancora; poi all’aperto, poi di nuovo al chiuso. Per un periodo è stato tenuto in un hangar che era dedicato ai mastodontici Boeing 747 (che la compagnia di bandiera non ha più da tempo): in quel caso l’Air Force Renzi rimaneva completamente al riparo.

Altre volte veniva trasferito in un altro hangar di dimensioni ridotte, proprio vicino alla piazza degli uffici Alitalia. Lì però l’Airbus A340 arruolato dall’ex premier non poteva essere contenuto per intero: la coda e una parte della fusoliera rimanevano fuori, impudicamente esposte agli occhi dei passanti.

Su e giù, a destra e sinistra, da un hangar all’altro, trainato all’indietro con un trattorino di servizio per qualche decina di metri in push back, la retromarcia dei velivoli. La vita dell’“Air Force Renzi” è stata tutta in queste tristi, umilianti passeggiate, come un anziano scortato ai giardinetti da un parente senza amore o riconoscenza.

Ora nemmeno più quello: da qualche settimana l’Air Force Renzi è “al prato”. Abbandonato a se stesso, all’aperto, da giorni e giorni: di lui semplicemente non si cura più nessuno.

Cosa ci si fa con un tale enorme, ingombrante ammasso di metallo? Una volta risolto il contenzioso Etihad-Alitalia, lo si potrebbe forse smembrare per rivenderne i pezzi sul mercato – “cannibalizzarlo”, nel gergo di Fiumicino – ma la verità è che l’Air Force Renzi è figlio unico di madre vedova: è l’ultimo aereo della sua specie. Nemmeno le sue spoglie hanno mercato. È completamente inutile.