L’aereo di Renzi fu pagato 26 volte il prezzo normale

Le ipotesi sono tre e nessuna di esse è edificante. Prima ipotesi: ci sarebbero strani giri di danaro sulle capienti ali dell’Air Force One caparbiamente voluto da Matteo Renzi quando era capo del governo. Qualcuno ad Abu Dhabi, che era il Paese fornitore dell’aereo, o in Italia o in entrambi i luoghi, potrebbe essersi messo in tasca un bel po’ di soldi.

Seconda ipotesi: i quattrini per il pagamento dello stratosferico contratto di leasing (168 milioni di euro per 8 anni di esercizio) rientrerebbero in una specie di scambio di favori tra Alitalia – che a quel tempo era privata – e una delle parti firmatarie del contratto, Etihad, la compagnia dell’Emiro di Abu Dhabi diventata socia della stessa Alitalia grazie soprattutto all’intervento di Renzi. Poco tempo prima della stipula dell’accordo per l’Air Force, la compagnia di Fiumicino aveva emesso un’obbligazione per un importo quasi identico a quello del leasing, circa 200 milioni di dollari, interamente sottoscritti da Etihad. L’affare dell’aereo sarebbe stato un modo “creativo” per consentire ad Alitalia di restituire agli arabi il sostegno ricevuto facendolo pagare dai contribuenti italiani. Tanto questi ultimi non si sarebbero accorti del giochetto essendo il contratto dell’Air Force inspiegabilmente classificato come segreto di Stato.

La terza e ultima ipotesi è ancora più avvilente: coloro che a Roma trattarono la partita con il fiato sul collo del capo del governo, in particolare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, e il consigliere militare di Renzi, generale Carlo Magrassi, non riuscirono a impedire che Etihad facesse un facilissimo gol a porta vuota.

Gaetano Intrieri fu il manager aeronautico che due anni dopo, nel 2018, bloccò l’affare facendo risparmiare allo Stato italiano 118 milioni di euro essendo già stati pagati 50 milioni per il leasing. Lavorando per il vicecapo del governo, Luigi Di Maio, e del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, entrambi 5 Stelle, egli si imbatté in quella faccenda accorgendosi subito che era un bidone. A distanza di un anno Intrieri ha deciso di mettere a disposizione del Fatto Quotidiano la documentazione e gli appunti degli incontri riservati su quella vicenda.

Il manager scoprì che i contratti in realtà erano due: uno tra Alitalia ed Etihad; il secondo tra Alitalia da una parte e dall’altra il ministero della Difesa, il Segretariato generale della Difesa e Armaereo (la Direzione degli armamenti aeronautici). Di fatto la società privata Alitalia agiva da intermediario tra Etihad e lo Stato italiano tramite un contratto pubblico che però veniva secretato. Lavorando per un lessor (locatore di aerei) americano, Intrieri aveva ricevuto in quel periodo tramite la società inglese EAL l’offerta di due Airbus A340-500 Etihad, proprio lo stesso modello di quello di Renzi, tra cui uno in configurazione Vip prodotto nello stesso anno dell’Air Force. Prezzo: circa 7 milioni di dollari ciascuno (6,4 milioni di euro), cioè la bellezza di 26 volte meno di quello che Etihad stava incassando dallo Stato italiano per l’affitto dell’aereo di Renzi.

Il contratto di leasing operativo dell’Air Force prevedeva inoltre un prepagamento anch’esso assolutamente fuori mercato di 25 milioni di dollari, che Etihad fatturò ad Alitalia (foto in pagina). Attraverso le sue conoscenze negli ambienti aeronautici internazionali, compresi i vertici di Etihad, Intrieri venne a sapere che parte di quella somma era servita alla stessa Etihad per diventare proprietaria dell’Airbus che fino a quel momento la compagnia di Abu Dhabi aveva solo in leasing. Di fatto lo Stato italiano aveva versato tramite Alitalia quattrini dei contribuenti a una società estera perché quest’ultima acquistasse un aereo che poi sarebbe stato preso in affitto e usato dal capo del governo italiano.

Il contratto prevedeva inoltre una serie di “Prestazioni programmate” non comprese nel prezzo e sottratte alla competenza di Armaereo. Per queste prestazioni Alitalia stava fatturando al ministero della Difesa prezzi superiori fino a 3 volte quelli di mercato. Il solo servizio di manutenzione di linea aveva un extracosto per l’erario di 380 mila euro l’anno mentre la semplice custodia dell’aeromobile costava più di 100 mila euro al mese.

Intrieri constatò che per l’aereo non era stata bandita alcuna gara internazionale e che era stato sottoposto a una registrazione civile e non militare, al contrario della norma. A quel punto il manager fece capire a tutti che considerava la faccenda un’enorme truffa con l’aggravio dell’aiuto di Stato a favore di Alitalia (così come poi accertato dalla Corte dei Conti). Poco dopo alcuni giornali cominciarono ad attaccarlo mentre in Parlamento furono presentate 4 interrogazioni a raffica, tutte di esponenti Pd, compresa quella di Enza Bruno Bossio poi indagata per corruzione in Calabria dalla Direzione distrettuale antimafia insieme al presidente Pd della Regione. Anche i dirigenti di Etihad si allarmarono.

Il 9 agosto 2018 il capo della flotta della compagnia araba, Andrew Fisher, volle incontrare Intrieri. La riunione si svolse all’hotel St. George di via Giulia a Roma, presente anche il sottosegretario Andrea Cioffi (5 Stelle). Nelle email di preparazione della riunione, Fisher insistette molto perché fosse presente il generale Magrassi con cui Etihad aveva trattato l’affare in precedenza, ma Magrassi non si presentò. Tentando di parare le obiezioni di Intrieri e volendo evitare in extremis la rescissione del contratto, il dirigente della compagnia araba propose di ridurre di oltre sei volte l’importo del leasing, da una rata di 800 mila euro al mese a 120 mila. Toninelli a quel punto decise di annullare il contratto.

Le ultime resistenze contro la rescissione ci furono da parte del capo staff Alitalia, Carlo Nardello, e poi durante un incontro che si tenne il 10 settembre al ministero di Di Maio da parte del capo di gabinetto, Vito Cozzoli. Nonostante tutto, alla fine il contratto fu finalmente annullato. Ora su di esso indagano la Procura della Repubblica di Civitavecchia e la Corte dei Conti.

Il cappotto e l’asola

Tutto avremmo immaginato, nella vita, fuorché di concordare in pieno con Dario Franceschini: “Avviso ai naviganti: la smania quotidiana di visibilità logora i governi. Già visto tutto. Si inventano litigi sull’Iva, quando nessuno vuole aumentarla, solo per avere qualche riflettore acceso”. Ce l’ha con i renziani e alcuni M5S che han montato una polemica sul nulla, come se qualcuno volesse aumentare l’Iva e loro no. In realtà l’impegno di sterilizzare l’aumento dell’Iva dal 22 al 25% sarà rispettato. Ma, siccome c’è anche quello di tagliare le tasse sul lavoro (sciaguratamente chiamato “cuneo fiscale”) e le coperture non ci sono, Conte e il Tesoro vorrebbero aumentare l’Iva dell’1-1,5% a chi paga in contanti oltre una certa soglia: per dare più soldi ai lavoratori e incentivare i pagamenti con carta (a costo zero), disincentivare il cash e recuperare evasione. L’aumento sarebbe volontario: se tutti pagano “tracciabile”, l’Iva non sale per nessuno. Apriti cielo. Risultato: chi pensava di lucrare per il suo ego e la sua bottega ha convinto milioni di italiani che il neonato governo sia già in crisi e regalato a Salvini&C. il pretesto per strillare al “governo delle tasse”, mentre gli onesti ne pagheranno un po’ meno e i disonesti un po’ di più.

È il morbo della “salvinite”, perché il re della sparata da titolo è Salvini, che però fa solo quelle che gli portano consensi, mentre i giallorosa sono specializzati in quelle che portano consensi a lui. O perché dicono cazzate, o perché dicono cose anche sensate, ma nei tempi e nei modi sbagliati. Fioramonti si candida a nuovo Toninelli con le trovate di tassare le merendine e levare i crocifissi dalle scuole. Che possono avere un senso in tempi normali, ma buttate lì senza prepararle né spiegarle, nel mondo dell’istruzione che ha ben altre urgenze, sono autogol da 2 a 0 per Salvini. Idem per Letta che lancia il voto ai sedicenni, subito cavalcato da 5S, Pd e Lega: davvero bastano un milione di studenti ambientalisti in piazza per abbassare l’età elettorale? Poi c’è l’auto-tripletta di Pisapia, che intima al governo di abolire i dl Sicurezza, approvare lo Ius culturae (altra denominazione assurda) e il suicidio assistito tutto d’un colpo, per la gioia di Salvini e Meloni che non vedono l’ora di farci la campagna elettorale per le Regionali. I diritti sono cruciali, ma nel 2019, con le destre al 45%, un governo d’emergenza dovrebbe prima rassicurare la maggioranza degli italiani su troppe tasse, poco lavoro, immigrazione clandestina incontrollata ecc. e poi dedicarsi alle minoranze. Sabrina Ferilli, donna di sinistra coi piedi ben piantati a terra, lo ripete sempre: “Uno chiede un cappotto e quelli gli parlano dell’àsola”.

Jeff Buckley redivivo grazie a The Niro

“There’s the moon asking to stay/ Long enough for the clouds to fly me away/ Oh, it’s my time coming, I’m not afraid, afraid to die…”. (C’è la luna che mi chiede di restare/ Abbastanza a lungo da permettere alle nuvole di farmi volare via/ Oh, il mio momento sta arrivando, io non ho paura, paura di morire…), cantava in Grace con la sua voce angelica Jeff Buckley. Capolavoro che il cantante statunitense scrisse insieme al chitarrista, Gary Lucas, e su cui tanto si è discusso per la premonizione della sua giovane e tragica morte. Una fortunata collaborazione quella con Gary, che ci ha regalato altre undici canzoni tra cui, Mojo pin. E che oggi, per la prima volta, ritroviamo tutte insieme in The complete Jeff Buckley & Gary Lucas Songbook, ricantate dal cantautore romano, The Niro, in uscita venerdì.

È stato proprio il celebre chitarrista, in Italia per un tour, a proporre a The Niro di dare voce a questo album. Addirittura cinque di queste dodici canzoni sono rimaste nel cassetto per 25 anni: No one must find you here, che apre l’album con un suggestivo riff di chitarra; Story without words; Distortion; Bluebird blues e la rarefatta e intensa In the cantina. Canzoni inedite che Jeff Bucklay cantò solo live e che Davide Combusti, alias The Niro, ha inciso per la prima volta, con personalità e senza alcun timore reverenziale. Praticamente un album americano registrato in Italia e cantato da uno dei cantautori più talentuosi che abbiamo. “Per me – dice The Niro – è stato un grande onore prendere parte a questo straordinario progetto. Ho cercato di trovare la mia chiave espressiva, senza voler ‘clonare’ in nessun modo un mostro sacro come Jeff”. Un album rock che spazia dal country al blues, fino al punk di Malign Fiesta, grazie alla produzione di Francesco Arpino.

È un album permeato dai colori, che si vedono in copertina, e dall’anima di Jeff Buckley, che fortunatamente non viene mai scimmiottato dalla sorprendente voce di The Niro. “Riuscire a registrare in studio – spiega Gary – le nuove versioni di Buckley-Lucas Songbook è stato come far avverare un sogno.”

Un “peccatore” alle prese con Zero, il folle

C’è Renato, e c’è Zero. Un distinguo che è viatico per la pazzia d’artista, quella che alimenta l’illuminata schizofrenia del Sor Fiacchini. “Ormai conviviamo in un unico letto, anche se Zero è ingombrante. All’inizio non andavamo d’accordo: quando andai a Sanremo vestito da ometto era un monito per l’ego. Gli dissi: ‘Datte ‘na regolata che fai ‘na finaccia!’”. Ma si vogliono bene, l’Uomo e il Cantautore: il party di compleanno è per entrambi. Fiacchini ne compie 69: “E festeggio Zero per avermi posseduto a 15 anni e impresso il desiderio di cambiare la vita. Gli ricordo: ‘Hai fatto un bel casino, da quando esisti!’”. Glielo confermano i sorcini calati all’Auditorium di Roma a festeggiare il genetliaco e il nuovo album, in uscita il 4 ottobre, inevitabilmente intitolato “Zero il folle”. Che è uno dei migliori che Renatino abbia sfornato, di recente: produzione sontuosa di Trevor Horn, con l’assistenza marcata Dire Straits di Alan Clark e Phil Palmer. Un progetto messo a fuoco a Londra, tana di Renato sin dagli anni ruggenti, quando alloggiava “accanto a una friggitoria che ti faceva puzzare di rancido, ma poi andavi al Ronnie Scott’s per il miglior jazz”. C’è una robusta venatura rock nelle 13 nuove canzoni, e qui e là il rallentamento del passo, quando c’è da enfatizzare l’ironia feroce più dell’amarezza. Prima dell’elegiaca title-track conclusiva si riflette sulla responsabilità dei padri (“che non devono lasciare i bambini al proprio destino”, ti spiega), sulla centralità della vita (“Spero nel ripopolamento dell’Italia: con l’amore, non come in una catena di montaggio. L’aborto? Non lo metto all’indice se una donna è violentata da un estraneo”), sul viaggio e l’incontro (“Un amico marinaio mi portava i dischi americani: non li facevano passare alla frontiera, forse c’era un Salvini pure allora”, ride), e una meditazione sugli amici scomparsi in Quattro passi nel blu: “Dalla, Graziani, Mango. Loro sono dei vestiti che indosso ogni giorno”. Se deve citarti modelli di trasgressione, mette in fila Kemp, Pasolini, Poli, Van Gogh, i Queen, Lady Gaga e “Gesù, che oggi sarebbe uguale, genio e sregolatezza”. Per sé, Renato riserva la definizione di “peccatore eccellente che non si aspetta nulla dal piano superiore” e di “portatore sano di coraggio”: non accetta un mondo precipitato dentro uno smartphone dove, ci dice, “la gara insana è superare Sara Ferragni”. Se gli fai notare che l’influencer si chiama Chiara, replica sornione: “Noi della giungla non siamo aggiornati”. Renato rivendica fisicità: “I dischi non si fanno davanti allo specchio, ma in mezzo alla popolazione”. Lui continua a sfornarne mettendoci soldi e fatica: “Le multinazionali portano altrove i nostri guadagni. Ridatemi il pizzicagnolo sotto casa, che mi ascoltava quando avevo problemi. Il bancone era meglio del lettino dello psic”. Il nuovo tour (già 13 date sold out) partirà il primo novembre da Roma: “Mortificata da spazzatura e buche. Il suo cielo non è più quello dei miei temporali allegri. Questo è il cielo che la Raggi non pulisce!”.

Mitica Fedra Processo all’amore ai tempi di Instagram

Giovedì arriva in libreria “Le nuove Eroidi”, in cui otto tra le più amate autrici italiane riscrivono il classico di Ovidio che racconta i miti dalla prospettiva femminile. Pubblichiamo un estratto dalla “Fedra” di Antonella Lattanzi. L’eroina si rivolge ai figli Demofonte e Acamante.

Il primo giorno, l’aula del tribunale era piena di sole. Traboccava di gente, curiosi, giornalisti, televisioni. È stato così per tutto il processo. Anche oggi sui giornali scrivono di noi come di Fedra, Teseo e Ippolito come ci conoscessero, nelle trasmissioni ci chiamano per nome, le persone comuni parlano di noi come ci avessero visti mille volte. La gente sa tutto, ha visto tutto, anche quello che non sappiamo noi, anche quello che non abbiamo visto noi.

Io ero seduta defilata, cercavo di non farmi riconoscere. Ma una donna magra, con un lungo naso adunco, accanto a me in aula, ha dato di gomito a un ragazzo dai grandi occhiali e mi ha indicato come non fossi lì: “Hai visto? Quella è Fedra” ha detto, “poveraccia… Falle una foto, mettila su Instagram”. Il ragazzo mi ha squadrato, “Cazzo, hai ragione, è lei”, e ha preso il cellulare. Io volevo alzarmi e urlare, ma poi ho pensato a voi quando ci svegliamo la mattina, e facciamo colazione, e alla faccia che fate quando vi porto un regalo che volevate da sempre, ho chiuso gli occhi, e tutto è scivolato dal mio corpo. Sono rimasta seduta ed è entrato vostro padre, Teseo, scortato dagli agenti.

La gente ha mormorato, si è sporta per guardare meglio, su vostro padre hanno opinioni contrastanti. Vogliono vedere che faccia ha il mostro, se credono che vostro padre sia un mostro, o che faccia ha la vittima, se sono convinti che non potesse fare altrimenti. Vogliono vedere com’è la forma della testa, o il taglio degli occhi, o come sono le mani, e perfino le unghie, di una persona che ha fatto quello che ha fatto vostro padre. Vogliono capire, guardandogli le gambe, le braccia, o la forma del petto, cosa gli è passato per la testa in quel momento. Vogliono conoscere uno che ha passato il limite. Vostro padre ha guardato verso il pubblico, ma non mi ha visto. Si è seduto accanto al suo avvocato.

“Signor Silvestri” il Pm ha chiamato vostro padre al banco degli imputati, “ricorda dov’era il 7 settembre scorso?”.

“Come potrei non ricordare”. Vostro padre si è guardato i palmi delle mani. “Mi sono svegliato a Londra. Ero lì per lavoro”.

“È rimasto a Londra tutta la giornata del 7 settembre?”. “No. Ho preso il primo volo, per tornare subito a casa”. “Viaggia spesso per lavoro?”. “Sì”.

“Era stato via molto?”. “Qualche giorno”. “Sua moglie, Fedra Mattioli, era venuta con lei?”. Quando il Pm mi ha nominato, mi è venuto istintivo mettermi una mano sulla bocca. Sapevo che la gente mi guardava, avrei voluto rimanere immobile sotto i loro sguardi, non far trapelare niente. Ma non ci sono riuscita. “No, è rimasta a casa” ha detto vostro padre scuotendo la testa, come si maledicesse.

“Con chi?”. Il Pm era un uomo di una quarantina d’anni dall’espressione buona. Se l’avessi incontrato per strada mi sarebbe venuto istintivo sorridergli, invece lo odiavo. Bambini miei, dalla condizione in cui vi scrivo adesso ho capito tante cose. Per esempio che odiare è una cosa che succede, non sempre si può combattere, e che la rabbia viene da un senso d’ingiustizia. Vi capiterà di odiare, e di provare rabbia cieca, forse anche verso di me, quando saprete tutto. Quando succederà, ricordatevi di rivolgervi sempre a chi vi ama, soprattutto di aver cura di chi vi ama, perché è così facile perdere, è vero, ma è anche così facile amare.

“Era con Demofonte e Acamante, i nostri figli piccoli” ha detto vostro padre.

“Solo loro?”.

Vostro padre ha preso un respiro, come gli facesse male respirare, e io avrei voluto poter tornare indietro e cancellare tutto, ha preso un respiro e ha detto: “No. Anche con la Nutrice, e con Ippolito, mio figlio”. Ma qui gli si è rotta la voce, e io ho chiuso gli occhi, perché è tutta colpa mia. “Ippolito Silvestri”. Il Pm si è accarezzato la barba, ha tirato fuori un fazzoletto da sotto la tonaca e si è asciugato la fronte con un gesto plateale. Poi ha guardato il giudice e poi di nuovo vostro padre. Si è alzato un mormorio, sentivo gli occhi di tutti sull’uomo che vi ha generato e che mi è stato accanto per tanti anni.

[…] Il Pm ha ripetuto, “Ippolito Silvestri”, come un torero che voglia aizzare il toro. E io vedevo vostro padre diminuire sotto la forza di quel nome. Ma poi si è sentita la voce del giudice: “Signor pubblico ministero, la invito a fare la domanda”. E ci siamo salvati, io e vostro e padre.

“Al tempo, Ippolito Silvestri viveva a casa con voi?”. “Sì”. “Aveva sempre vissuto con voi?”. “Con me e mia moglie da quando siamo sposati. Con me da sempre”.

“Cos’è successo a casa sua mentre lei, signor Silvestri, era fuori per lavoro?”.

“Obiezione, signor giudice”. L’avvocato della difesa ha parlato forte nel microfono. “L’imputato non può sapere cos’è successo mentre lui non c’era”.

 

© 2019 HarperCollins Italia S.p.A., Milano. Pubblicato in accordo con MalaTesta Lit.Ag.

Kievgate, Trump contro la talpa: “Voglio incontrarla”

“Adam Schiff dovrebbe dimettersi per aver tradito gli Stati Uniti”. E ancora: “Vorrei incontrare la talpa di persona”. Il presidente degli Usa, Donald Trump ieri è tornato a minacciare chiunque sia in qualche modo implicato nell’indagine per impeachment che i Democratici stanno portando avanti contro di lui nel caso Kievgate. Dal presidente del comitato di Intelligence, al whistleblower – un funzionario della Cia – che ha denunciato le telefonate fra il magnate e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, esortato a indagare sugli affari nell’Est del figlio dell’ex vicepresidente Usa, Joe Biden. “Così mette in pericolo gli informatori”, hanno denunciato gli avvocati della talpa, che Trump sta facendo di tutto per smascherare dal momento in cui sono state rese note le trascrizioni delle sue telefonate con Zelenksy. E mentre i Dem fanno sapere di voler velocizzare ulteriormente la decisione della messa in stato d’accusa del presidente, uno degli avvocato di Trump, Jay Sekulow, ha sminuito l’inchiesta definendola una “scaramuccia”, soprattutto se paragonata, dice “con la guerra del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate”.

A proposito di interferenze dei russi sulle elezioni Usa, proprio ieri sono scattate le sanzioni a diversi enti e cittadini di Mosca, tra cui Evgeni Prigojine, detto lo “chef di Putin” data la sua vicinanza al Cremlino per aver provato a influenzare, senza successo, le elezioni di midterm del 2018. All’imprenditore, già incriminato da Mueller, sono stati sequestrati beni tra cui tre aerei e uno yacht. Ancora sul rapporto con Mosca, Schiff ha chiesto di conoscere il contenuto delle telefonate fra Trump e Putin; la talpa, infatti, pare abbia svelato che la Casa Bianca ha ordinato di trasferire su un sistema top secret anche queste. Dal Cremlino fanno sapere che si potranno pubblicare solo se ci sarà “reciproco accordo” tra i due Paesi.

Commissari, l’Est viene bocciato

Bocciati senza appello, prima ancora di arrivare alla prova d’esame. Questa la sorte toccata alla romena Rovana Plumb, commissaria designata ai Trasporti, e a Lazlo Trocsanyi, indicato dal governo ungherese come responsabile all’Allargamento. Per loro, la commissione giuridica del Parlamento europeo, incaricata di eseguire una selezione preliminare, ha rilevato il rischio concreto di “conflitto di interessi”. Così, nel giorno in cui cominciano le audizioni dei 26 commissari, Von der Leyen perde in partenza due rappresentanti del proprio governo. L’imbarazzo sollevato dalla bocciatura dei candidati designati appare evidente. La commissione legale dell’europarlamento (Juri) aveva già votato giovedì scorso, respingendo a maggioranza i due candidati dei Paesi dell’Est. Il verdetto è diventato definitivo ieri, quando dopo tentativi di difesa da parte degli interessati e dei loro governi, il voto si è ripetuto in un meeting a porte chiuse. La socialdemocratica romena è stata respinta 13 contro 7, il popolare ungherese 11 contro 9. Trattandosi della prima volta che Juri ha voce in capitolo sulla sopravvivenza dei futuri commissari, non era chiaro se il ‘no’ fosse definitivo e se i governi fossero obbligati a fornire a Von der Leyen un nome di riserva.

Dubbio risolto, con un tweet dal portavoce del Parlamento Jaume Dutch, che chiarisce: “I commissari designati non sono in grado di esercitare le loro funzioni secondo i trattati e il codice di condotta”. Adesso però la palla è passata al presidente dell’eurocamera David Sassoli, che ha comunicato la decisione, certo non equivoca, dei parlamentari, alla presidente designata della Commissione Von der Leyen.

Esponente del partito socialdemocratico in Romania e fedele alleata del leader plurinquisito Liviu Dragnea, Plumb è stata messa sotto accusa per due prestiti dal valore complessivo di u milione di euro, di cui però non ha chiarito la provenienza nella dichiarazione finanziaria fornita ai parlamentari. Nello specifico, le viene contestata una donazione al proprio partito con denaro preso in prestito da “un soggetto che opera nel settore turistico”, mai ripagato tuttavia in modo trasparente. Quanto a Trocsanyi, vicino al premier ungherese Viktor Orban e suo ministro della Giustizia fino a giugno, l’indagine preliminare ha riguardato il rapporto tra lo studio di legale da lui fondato e il lavoro svolto per il governo di Budapest. Trocsanyi, dicono gli europarlamentari contestandogli un caso specifico, ha favorito Mosca, permettendo a cittadini russi accusati di traffico d’armi, di evitare una richiesta di estradizione negli Usa. Da qui il possibile conflitto d’interessi con l’incarico a cui era destinato.

Ma nonostante l’annunciato ricorso alla Corte di Giustizia da parte dell’ex ministro ungherese, Orban ha già scelto di evitare l’eventuale umiliazione – per Budapest, per Von der Leyen o per tutti e due – proponendo al suo posto il profilo più moderato di Oliver Varhelyi, attuale ambasciatore ungherese presso l’Ue. Al contrario, Bucarest insiste nella difesa di Plumb, anche se Von der Leyen ha chiesto la sostituzione del candidato. L’ultima parola stavolta non spetta a Ursula – anche lei sotto esame – bensì agli europarlamentari.

Kurz, il golden boy ammalia senza essere un sovranista

Ministro degli Esteri a 27 anni, leader del Partito popolare a 30, cancelliere a 31: Sebastian Kurz è stato, e continua a essere, il ragazzo prodigio della politica non solo austriaca, ma europea. Prese, nel 2017, la guida dei Popolari quando i sondaggi li davano sotto il 20% e dietro l’estrema destra xenofoba ed euro-tiepida di Heinz-Christian Strache e di Norbert Hofer, cui gli austriaci parevano sul punto di consegnare governo e presidenza della Repubblica.

La ventata di rinnovamento suscitata dall’ambizioso e fotogenico Sebastian e il suo dinamismo accelerarono la fine della grande coalizione fra popolari e socialdemocratici e innescarono, nell’autunno, elezioni politiche anticipate.

In pochi mesi, e spostando a destra l’asse del partito, specie sull’immigrazione, il giovane Kurz ripristinò i rapporti di forza tra Popolari e xenofobi, uscì vincitore dal voto e strinse un’alleanza proprio con l’estrema destra, rompendo, vista la crisi dei socialdemocratici, la tradizione austriaca delle coalizioni rosso-nere tra i due maggiori partiti tradizionali; e già che c’era, cambiò il colore dei Popolari, scegliendo un azzurro molto rassicurante. In quasi 18 mesi di governo, il cancelliere Kurz ha gestito un semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue, ha progressivamente depotenziato e disinnescato l’estrema-destra e, alla prima occasione, ha rotto la coalizione, accettando che il Paese venisse affidato per sei mesi a un governo tecnico: una magistrata, Brigitte Bierlein, è stata la prima donna cancelliere austriaca. In un testa coda apparentemente contraddittorio, il 26 maggio i popolari di Kurz s’imponevano nelle elezioni europee, con il 34,9% dei voti, l’8% in più che nel 2014, il miglior risultato mai ottenuto da un partito austriaco nelle consultazioni Ue. E il giorno dopo il Parlamento di Vienna sfiduciava Kurz, che, avendo estromesso dal suo governo l’estrema destra, non aveva più la maggioranza: l’enfant prodige diventava il primo cancelliere austriaco dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a essere sfiduciato. Ma era un percorso calcolato, verso il voto di domenica scorsa: i Popolari di Kurz ne escono con il 38,4%, quasi 7 punti in più che nel 2017 e meglio che alle europee, mentre i socialdemocratici non arginano la loro emorragia, perdendo un voto su cinque e arrivando poco sopra il 21%; l’estrema destra precipita al 17%, perdendo un voto su tre.

I Verdi, che erano fuori dal Parlamento, ma avevano fornito nel 2017 il presidente della Repubblica, l’europeista Alexander Van der Bellen, salgono al 12,5%, triplicando i voti, e i liberali di sinistra si confermano in crescita, con il 7,4%. A questo punto, Kurz ha l’imbarazzo della scelta: può scegliere fra più coalizioni, a due o multiple, un’opzione che non è nella tradizione austriaca. Unico neo: tra lui e la leader socialdemocratica, Pamela Rendi-Wagner, medico quarantenne, non c’è un buon rapporto.

Sebastian il viennese ha lo charme della sua città: non è un fervente europeista, ma certamente non è un sovranista. Non si è mai messo in contrasto con la Commissione di Bruxelles, né con i leader dei principali Paesi Ue. Ha tenuto aperto il dialogo coi Paesi di Visegrad, ma non s’è mai fatto omologare con quel raggruppamento euro-scettico. Popolare e vicino alla Chiesa cattolica, ma non baciapile, Kurz convive da quando entrambi avevano 18 anni con Susanne Thier, una funzionaria del ministero delle Finanze: la coppia non ha, per ora, intenzione di sposarsi.

Il Dragone compie 70 anni, ma non è così “popolare”

Piazza Tienanmen vedrà oggi sfilare i carri armati e le truppe speciali per il 70° anniversario della Rivoluzione cinese guidata da Mao Zedong. La grande piazza di Pechino vedrà presenti sul palco il presidente Xi Jinping e la nomenclatura di un partito, quello comunista, che rappresenta ancora l’unica autorità politica.  Ma tra i dirigenti che si godranno quella che dovrebbe essere la più grande parata di sempre, lo sguardo sulla piazza non potrà non richiamare alla memoria l’immagine della primavera del 1989 culminata con il massacro degli studenti. La celebrazione di oggi, infatti, giunge solo dopo pochi mesi il trentennale di Piazza Tienanmen, quando la volontà di ricordare la morte del “riformatore” Hu Yaobang, prima amico e poi destituito da Deng Xiaoping, sfociò in una ribellione nazionale.

Piazza Tienanmen resta uno spartiacque della storia cinese e le proteste di Hong Kong, benché non paragonabili in qualità e quantità, consentono di tracciare un filo di continuità in cui la crescita impetuosa del capitalismo sui generis della Cina si lega alle lotte sociali e alle loro dinamiche.

I Tienanmen Papers

Quel che pensava davvero il Partito comunista su Piazza Tienanmen è stato ricostruito nei Tienanmen Papers, pubblicati da Foreign Affairs nel 2001, con i colloqui tra Deng Xiaoping, il personaggio che influenza tutta la politica cinese dopo la morte di Mao Zedong, il primo ministro Li Peng e il segretario generale del Pc, Zhao Ziyang il più dialogante con i manifestanti e che, infatti, verrà rimosso.

“Questo non è un normale movimento studentesco”, diceva Deng: “Gli studenti hanno sollevato un putiferio per dieci giorni e siamo stati tolleranti e moderati. Ma le cose non sono andate a modo nostro. Dobbiamo spiegare a tutto il Partito e alla nazione che stiamo affrontando una lotta politica molto seria”. A Zhao Ziyang che invece invitava a “prestare attenzione” al fatto che gli slogan sostenessero tutti la Costituzione e che occorresse interloquire con la maggioranza della piazza, Deng rispondeva gelido: “Il dialogo va bene, ma il punto è risolvere il problema… Dobbiamo essere decisivi. Io ho detto più volte che abbiamo bisogno di stabilità”.

E stabilità sarà. Dopo aver soffocato la rivolta, la Cina intraprende la seconda tappa di riforme economiche nella “seconda fase” del passaggio al capitalismo. La prima, apertasi con la morte di Mao, prese le mosse nel 1978 e aprì le porte agli investimenti stranieri con un modello basato su esportazioni a bassissimo costo. “La fabbrica del mondo” sul modello delle “tigri asiatiche” a cui Deng si ispira.

Dopo Tienanmen si apre però la “seconda fase” con la proclamazione dell’“economia socialista di mercato” in cui un po’ alla volta la pianificazione cede il passo alle imprese private e il capitale estero si rafforza sempre di più. Si comincia ad affermare un capitalismo autoctono con la vendita a prezzo simbolico di piccole e medie imprese a imprenditori privati che lavorano in sub-fornitura dei grandi marchi mondiali che vengono a produrre a basso costo. Nasce la prima liberalizzazione dei servizi pubblici, sorgono ospedali privati e si privatizza molto.

Via la classe operaia

La dinamica va però di pari passi con quella che la rivista francese dell’Unione sindacale Solidaire (federazione con un peso rilevante nella Pubblica amministrazione, le Poste, le Telecomunicazioni e i Trasporti) interamente dedicata alla Cina chiama “la liquidazione parziale della vecchia classe operaia”. L’effetto immediato di Tienanmen si realizza tra il 1993 e il 2003 quando “la metà dei dipendenti delle imprese di Stato sono cacciati via dal proprio posto di lavoro”. Come spiega uno dei più antichi militanti di sinistra a Hong Kong, contrario al regime di Pechino, Au Loong Yu, “il Partito comunista si era particolarmente allarmato per il numero molto importante di salariati che avevano sostenuto nel 1989 le rivendicazioni democratiche degli studenti. Dopo il massacro del movimento, il partito non si sentiva più sicuro del consenso tacito garantito dagli operai”.

La privatizzazione consente di rimpiazzare la vecchia classe operaia con una nuova forza lavoro rurale che proviene dalle campagne. Tra il 1993 e il 2003, circa 60 milioni di persone perdono il lavoro, solo una parte di loro lo ritrova, molti vengono mandati in pensione anticipata, e la gran parte si arrangia con i soliti “lavoretti” che caratterizzano i periodi bui di ogni salariato (il film Ladri di biciclette, omaggio a De Sica, ma ambientato a Pechino, è del 2001 e racconta molto bene questa realtà).

I colpi inferti alla classe operaia provocano però delle resistenze e la stessa forza lavoro che viene dalle campagne, “la più grande migrazione dalla campagna alla città della storia” (Jijiao Zhang, professore all’Accademia di Scienze sociali di Pechino), producono all’inizio degli anni 2000 nuove resistenze nel mondo del lavoro. La nuova, e giovane, classe operaia, che non aveva mai visto prima una città in vita sua, inizia a rendersi conto della situazione, si accorge che la percentuale dei redditi da lavoro sul Pil è passata dal 56,5% del 1983 al 36,7% del 2005.

Nonostante i numeri molto ridotti, i partecipanti ai conflitti collettivi sui posti di lavoro, passano da meno di 200 mila del 2000 alle quasi 500 mila del 2004, per poi toccare il picco, con 550 mila persone coinvolte, nel 2008, anno della crisi globale. Il simbolo forse più evidente di questa fase sarà lo sciopero vittorioso alla Honda, nel 2010, scatenato per aumenti salariali e democrazia in fabbrica arrivando persino a contestare il sindacato unico Acftu, legato al Partito comunista.

Lavoratori in sciopero

Un’altra protesta, ancora più incisiva, nascerà nel 2016 a Walmart, l’immensa catena di distribuzione statunitense che conta nel 2016 ben 439 stabilimenti in Cina. In questo caso, l’avvio di una mobilitazione comprensiva dello sciopero fa scattare la repressione e gli attacchi contro i lavoratori più attivi fino a dividere in due il movimento di protesta.

Il gruppo dirigente cinese teme come nessun altro al mondo la protesta, tanto più se organizzata. Sono le caratteristiche di quello che l’economista Branko Milanovic chiama “capitalismo politico” con dei tratti “fortemente socialisti” dal punto di vista del potere politico malgrado rapporti sociali analoghi, se non peggiori, proprio le caratteristiche politiche, di quelli in voga nel capitalismo occidentale.

Per stare su dati più solidi è utile un saggio dell’economista francese Thomas Piketty del 2016, Capital Accumulation, Private Property and Rising Inequality in China, 1978-2015, redatto insieme a Li Yang della World Bank and Paris School of Economics e Gabriel Zucman dell’Università di Berkley.

“La Cina – scrivono gli autori – si è mossa in direzione della proprietà privata dal 1978 al 2015, ma il regime proprietario del Paese è ancora molto differente da quello in altre parti del mondo”.

L’affermazione poggia sulla percentuale di proprietà pubblica sulla ricchezza nazionale. “In molti Paesi sviluppati questa percentuale era intorno al 15-25% negli anni 60 e 70 e ora è molto vicina allo 0%”. In alcuni Paesi come Stati Uniti o Gran Bretagna è addirittura negativa. Per dirla altrimenti “la Cina ha smesso di essere comunista ma non è interamente capitalista” perché, ad esempio, la percentuale di proprietà pubblica sulla ricchezza nazionale è ancora intorno al 30-35%”. Certo, era il 70% circa nel 1978 – e forse tra la politica realizzata da Deng Xiaoping e quella precedente di Mao Zedong, generalmente associata al comunismo più deleterio, c’è sempre stata qualche continuità, come segnala Ho-fung Hung della John Hopkins University.

Il problema è che, citiamo ancora i dati dello studio di Piketty, la percentuale del reddito nazionale a disposizione del 10% più ricco della popolazione è cresciuto dal 26% del 1978 al 41% del 2015, mentre la quota per il 50% di popolazione meno agiata è passata dal 28% al 15%. Nello stesso periodo, il reddito per il 40% del ceto medio è rimasto sostanzialmente stabile.

Lo spettro di Hong Kong

La situazione è dunque di grandi contraddizioni da gestire con mano forte, tanto più che dopo la crisi del 2008 il tasso di crescita cinese si è stabilizzato attorno al 6-7%, sempre alto ma molto più basso dei tassi a due cifre dei due decenni precedenti.

La crescita sarà meno rapida in quella che Xi Jinping ha definito la “nuova normalità” e deve fare i conti sia con l’esposizione internazionale della Cina, soprattutto sul fronte finanziario, sia con la necessità di investire enormi surplus, che infatti si stanno rivolgendo verso la “Via della Seta”.

Ma tutto questo avrà bisogno di stabilità. E quanto avviene a Hong Kong non aiuta. Non solo, o non tanto, per le dimensioni di Hong Kong, ma per l’esempio che questa rappresenta. Si pensi soprattutto al nervo scoperto rappresentato da Taiwan, che Pechino punta ancora a riportare sotto i confini della madre patria.

Hong Kong, con i suoi giovani irrefrenabili, e il suo sindacato vivace – come dimostra lo sciopero dei lavoratori aeroportuali, prontamente represso – rappresenta il segno che sotto la cappa cinese c’è una società che si muove, protesta e chiede il conto.

Se non si agisse “decisamente”, come Deng proponeva nel 1989, l’esempio potrebbe essere contagioso e intaccare anche il prestigio di quel capitalismo politico, di Stato e autoritario, che rappresenta il sogno proibito di tanti governi occidentali. Dopo 70 anni, ma soprattutto dopo i 30 da Tienanmen, la Cina resta vicina.

Striscia programma “educational” col Renzi fake

Una volta era tutto più semplice. “Se non vedo non credo”, dice San Tommaso. Ma se il dubitoso apostolo si connettesse in Rete, dovrebbe cambiare idea. Di una notizia è il caso di dubitare proprio quando la vedi, specie se la vedi troppo. “Pardon. Credo solo a quello che non vedo”. Siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, d’altronde quella naturale scarseggia. Il Renzi così finto da essere vero di Striscia la notizia è l’ultima frontiera della manipolazione permanente, proposto in perfetta coerenza con il Tg satirico di Antonio Ricci. Da sempre la vera missione di Striscia è smascherare i fake (la verità è inafferrabile, ma la menzogna no): con le imitazioni, le animazioni, specie con i fuorionda. Tutto sembrava perduto fuorché il fuorionda, che ora si candida a ultimo stadio della messa in scena. Le polemiche stanno a zero, Striscia si conferma il nostro unico programma educational, il solo a metterci sotto gli occhi quello che gli altri fingono di non vedere, o non vedono proprio. L’unico appunto che si può fare è averci mostrato il Renzi più credibile a memoria di telespettatore. Lo sappiamo tutti che in quel fuorionda dove sfida Totò nell’arte del pernacchio c’è il suo vero pensiero. Se il vero finto Bomba avesse tessuto le lodi di Zingaretti leader della sinistra italiana, del grande statista Conte, del leale avversario Salvini, allora sì che si sarebbe potuto gridare allo scoop. Con la benedizione di San Tommaso: “Pardon. Credo solo a quello che è falso”.