Gelsomina Vono, neanche Wikipedia conosce nulla di lei

Di Gelsomina Silvia Vono non si era accorto nessuno. Forse nemmeno lei era a conoscenza dell’esistenza di se stessa. E così continuerà a essere, dopo la fugace sbornia di talk-show con cui la tivù saluta – sul momento – le uscite di deputati e senatori dal M5S. Tratteggiandoli va da sé come epurati, martiri e novelli Solzenicyn. Come no. Ce ne fosse stato uno, tranne forse De Falco, che in sei anni e mezzo di transfughi grillini in Parlamento abbia poi fatto una bella fine. E per “fine” intendiamo, qui, non tanto dimostrare un minimo di struttura politica (non esageriamo), ma anche solo un briciolo di coerenza. Macché. Fate mente locale e individuatemi un “martire” che non si sia rivelato meno che Razzi, tra la pletora sommamente impalpabile dei Mastrangeli e delle Gambaro. E poi De Pin, Pinna, Artini, Orellana, Nugnes. Eccetera. Di Gelsomina Silvia Vono son state straordinarie giusto due cose: la sua voce su Wikipedia, comicamente vuota a suggellare un talento conclamato per l’evanescenza. E poi il suo passaggio a “Italia Viva” (sic). Detto che Renzi ribadisce questo suo talento a raccattare (quasi sempre) il peggio del peggio della “politica”, e in questo senso spiace che non abbia ancora messo sotto contratto Er Canaro, il Poro Schifoso e la buonanima di Jimmy Il Fenomeno, un 5 Stelle che passa a Renzi è come Prisco che risorge e diventa ultrà milanista. I grillini sono per antonomasia post-ideologici e trasversali, nonché pure un po’ disinvolti in termini di alleanze (ieri la Lega, oggi il Pd, domani i venusiani). Renzi è però quanto di più distante esista da loro.

Diceva Guido Crosetto l’altro giorno in tivù che talora i trasformismi son leciti, se il partito di cui si fa parte diventa esso stesso voltagabbana. È una chiave di lettura interessante, che valeva per esempio per il Pd renziano (per molti versi opposto a quello bersaniano del 2013). Solo che il M5S, prima del voto del 4 marzo 2018, aveva detto mille e più volte che – se non avesse raggiunto il 40% da solo – avrebbe bussato alla porta prima del Pd e poi della Lega. Non c’è stato quindi nessun rovesciamento non dichiarato. E poi: se tal Vono non gradiva l’accordo col Pd, perché è passata proprio nel “partito” (va be’) fondato da colui che con Grillo ha più voluto il governo Mazinga in carica? La verità è che c’è chi la politica la fa per passione e chi per altro: basterebbe ammetterlo. Esilaranti anche le dichiarazioni di tal Gelsomina, folgorata sulla via di Rignano come una Meli più timida: “Renzi ha dimostrato coraggio, lungimiranza e determinazione”. Certo. E magari Giampaolo vince la Champions League. Non solo: Renzi proseguirebbe le battaglie storiche dei 5 Stelle. Ehilà, addirittura! Tal Silvia deve avere le idee appena confuse, a meno che si sia iscritta al M5S perché eccitata dal difendere Berlusconi, bombardare la Costituzione con riforme vomitevoli e svilire quel che restava della sinistra col sadismo a caso dei tonni lessi. Siamo davvero a un livello di poraccitudine fuori scala. Si potrebbe però dire, a questo punto, che i 5 Stelle siano dunque le vittime di tal situazione. Al contrario: sono i primi colpevoli. Peraltro recidivi. Finché relegheranno il tema della selezione della classe dirigente a tre click, ovvero a poco più di un sorteggio o di una sciarada, i risultati saranno questi: qualche bel prospetto e un esercito di masserizie senza arte né parte. Il problema, per 5 Stelle, non sta nei tradimenti abietti di questo o quel Carneade: sta nel fatto, che a dieci anni dalla loro nascita, raccattino ancora “politici” di tal risma e levatura.

B. e Dell’Utri mandanti? Non mi stupisco

La notizia dell’indagine su B. e Dell’Utri come mandanti esterni delle stragi del ’93 è stata accolta dai politicanti, Renzi in testa, con fastidio o addirittura stupore. Io, al contrario, sono stupito dallo stupore, e quindi provo a fare un’operazione “memoria”, visto che alcuni fatti sono noti da decenni e altri, che hanno imposto la nuova indagine, sono più recenti. La ricostruzione della strategia stragista, emersa da anni di indagini e processi a Palermo, Firenze, Caltanissetta e Reggio Calabria, è quella consacrata in sentenze, anche definitive, che dicono che si trattava di stragi a moventi e mandanti “multipli”, ove la mafia militare ebbe un ruolo non solo esecutivo, ma che un ruolo determinante lo ebbero soprattutto quei “mandanti esterni”, quelle “menti raffinatissime”, come le chiamava Giovanni Falcone, fino a oggi non identificati con sentenze, ma più volte indagati sulla base di elementi probatori che negli anni si sono stratificati.

È accertato che l’accordo di reciproco supporto stipulato dalla mafia con i referenti tradizionali, la Dc andreottiana in testa, si era usurato e andava ristrutturato, di pari passo al processo di ristrutturazione del quadro politico, a cavallo fra Prima e Seconda Repubblica. E siccome la mafia “ristruttura” i propri rapporti a suon di bombe e omicidi, tutto era iniziato con il delitto Lima e l’azzeramento dei rapporti con la Dc, per proseguire con le stragi di Falcone e Borsellino, premesse per intavolare una “trattativa” e ricontrattare analogo accordo con un soggetto politico “nuovo”. È materia già accertata nel processo Dell’Utri, che ho seguito da pm dal 1997 al 2004, sette lunghi anni di un’istruttoria assai approfondita, che Dell’Utri fin dal 1992 si prodigò per il nuovo soggetto politico che poi fu Forza Italia, naturale approdo nel 1994 col primo governo B.

E siccome bisognava “convincere” con tutti i mezzi B. a scendere in campo per accogliere i desiderata del Sistema Criminale, è più che sostenibile, sulla base delle prove finora acquisite, che la mafia, assieme a Dell’Utri, definito nel processo come “l’ambasciatore di Cosa Nostra alla corte di B.”, abbia ritenuto Maurizio Costanzo come un ostacolo, così come tanti altri consiglieri di B. del tempo contrari alla sua discesa in campo, per realizzare il “piano”. Bisognava dare un segnale a B. perché capisse e un attentato a Costanzo era il modo migliore per farlo: contava che B. capisse, anche perché qualcuno a lui vicino glielo avrebbe spiegato, e che nessun altro comprendesse il vero movente del delitto. E chi meglio dunque di Maurizio Costanzo che aveva dato fastidio con i suoi programmi antimafia? Ed è significativo, come ha dichiarato Costanzo a Marco Lillo, che B., subito dopo l’attentato, gli raccomandò di “stare attento”. Quindi B. aveva ben capito l’avvertimento.

E ci sono poi le rivelazioni di Giuseppe Graviano prima a Gaspare Spatuzza, che le racconta in aula, e poi a un detenuto in carcere mentre viene intercettato, che spiega che le stragi furono “una cortesia” chiesta da B. e che nel gennaio 1994 occorreva il “colpo di grazia” per mettere definitivamente sottosopra il Paese e così favorire B. che qualche giorno dopo, il 26 gennaio, annuncia la sua discesa in campo. A quel punto i giochi sono fatti, e si può rinunciare all’attentato all’Olimpico, il più terribile progettato ma fallito il 23 per un guasto del telecomando. Dopo il 26 non serve più, perché, come diceva trionfalmente Graviano, con B. “loro”, gli stragisti, si stavano “mettendo l’Italia nelle mani”.

Ce n’è abbastanza per riaprire l’indagine su B. e D.U. come mandanti di quella stagione da cui è nata la politica dei decenni successivi. Verrebbe da ridere a sentire le dichiarazioni di Renzi e C., ma non c’è da ridere. È stato versato tanto sangue innocente, che attende giustizia, in quel tragico biennio da cui è nato tutto.

Clima, che bisogno c’è di toccare la carta?

Com’è facile, di questi tempi, essere profeti. Qualche giorno fa in queste pagine (24 settembre), mettevo in guardia dall’idea di un ennesimo “governo costituente”, ed esprimevo il timore che, parlando come ha fatto Conte di una “nuova, risolutiva stagione riformatrice”, si finisca con l’affastellare in un solo maxi-disegno non solo le riforme di cui già si parla, ma altre che fatalmente emergeranno. Incorrendo nella stessa sgrammaticatura istituzionale dei due ultimi tentativi di riforma, 43 articoli da cambiare in un sol colpo secondo Berlusconi, 47 secondo Renzi. Entrambi bocciati dal voto popolare. Ma ora anche Conte fa la lista della spesa, e alle cinque o sei riforme già preannunciate ne aggiunge un’altra, dichiarando a New York che, in risposta allo “stimolo critico che viene dai giovani dei Fridays for Future, dobbiamo cambiare un paradigma culturale”. E come, se non riscrivendo la Costituzione? Secondo il premier, “dobbiamo inserire nella nostra Costituzione, tra i principi fondamentali, la tutela dell’ambiente, della biodiversità, dello sviluppo sostenibile”. Ma per “cambiare paradigma culturale” sul fronte ambientale, c’è davvero bisogno, in Italia, di cambiare la Costituzione? Forse potrà crederlo qualche liceale dei Fridays for Future, certo non un navigato giurista come Giuseppe Conte. Vediamo perché.

Nel testo originario della Costituzione non si parla di ambiente: la cultura ambientalistica si sarebbe diffusa, in Italia come altrove, qualche decennio dopo. Ma quando fu necessario dare consistenza giuridica all’ambiente nessuno pensò di riformare la Carta. Anzi, la Corte costituzionale creò la nozione giuridica di “ambiente” interpretando la Costituzione, e cioè ragionando sulla piena convergenza fra tutela del paesaggio (art. 9) e diritto alla salute (art. 32). Si introdusse così nell’ordinamento quella che è probabilmente la più avanzata concezione costituzionale al mondo di tutela dell’ambiente come “valore costituzionale primario e assoluto” in quanto espressione di un interesse diffuso dei cittadini. Prova, se mai ve ne fosse bisogno, che la Costituzione ha una ricchezza di contenuti che va esplorata a fondo prima di decidere se, su punti singoli, sia veramente necessario modificarla.

Dalle sentenze della Corte val la pena di spigolare qualche esempio. “La protezione dell’ambiente include (…) anche la tutela del paesaggio, la tutela della salute nonché la difesa del suolo, dell’aria e dell’acqua dall’inquinamento” (sentenza 238/1982). “Il patrimonio paesaggistico e ambientale costituisce eminente valore cui la Costituzione (art. 9) ha conferito spiccato rilievo” (sentenza 167/1987). “La salvaguardia dell’ambiente è diritto fondamentale della persona e interesse fondamentale della collettività (art. 32)”, e impone “una concezione unitaria del bene ambientale comprensiva di tutte le risorse naturali e culturali, al fine di proteggere valori costituzionali primari, che comprendono l’esistenza e la preservazione dei patrimoni genetici terrestri e marini, di tutte le specie animali e vegetali che nell’ambiente vivono” (sentenza 210/1987). “L’ambiente è protetto come elemento determinativo della qualità della vita. La sua protezione non persegue astratte finalità naturalistiche o estetizzanti, ma esprime l’esigenza di un habitat naturale nel quale l’uomo vive e agisce e che è necessario alla collettività secondo valori largamente sentiti. La tutela ambientale è imposta da precetti costituzionali (artt. 9 e 32), per cui assurge a valore primario e assoluto” (sentenza 641/1987).

Di fronte ad affermazioni tanto chiare, che sono l’interpretazione autentica della Carta, che bisogno c’è di modificare la Costituzione per tutelare l’ambiente o la biodiversità? Il professor Conte non sente il bisogno di spiegarcelo? Troppe volte nel recente passato (vedi Renzi) si è usata qualche buona idea, come la riduzione del numero dei parlamentari, come cavallo di Troia per far passare riforme ben più dubbie, ma stavolta non è nemmeno questo il caso, dato che la riforma prospettata da Conte sarebbe semplicemente superflua. La sua retorica della riforma ha una sola conseguenza pratica: se anziché attuare la Costituzione che c’è già, come si potrebbe fare domani (anzi ieri), il premier punta su una riforma costituzionale che richiederebbe anni, vuol dire che sul fronte ambientale il governo non intende agire, ma prendere tempo. Giocare con le parole, anziché passare ai fatti. Dunque non “cambiare paradigma culturale”, ma continuare il tran tran dilatorio dei nostri governi che predicano bene e razzolano male.

Mail box

 

Le regole indecifrabili del nuovo capitalismo

Nella seconda parte del Novecento abbiamo conosciuto un capitalismo che contemperava il suo fine, il profitto, con il welfare, agiva con attori come la classe media e il sindacato, mediava i vari interessi democraticamente. Con la globalizzazione, ma non a causa di essa, intravediamo una nuova forma di capitalismo che fatichiamo a decifrare e di cui il neo-liberismo è solo una inadeguata ideologia. Quanto l’articolo del Financial Times pubblicato sul Fatto del 25 settembre descrive, rappresenta solo alcuni degli esiti di questa nuova e indefinita forma della quale, e qui sta il punto, ci sfuggono gli scopi. Essi, che non sono più il profitto dell’impresa né la libera concorrenza, si mostrano come una “produzione senza scopi” che conduce inevitabilmente (crisi del 2008) a iper produzione, ovvero l’antitesi del capitalismo del secondo Novecento, giacché in questi casi ci sono perdite economiche e non profitti. Tuttavia tale “produzione senza scopi” è essa stessa lo scopo; ovvero è l’esito del dominio degli apparati tecnico-scientifici, dei loro funzionari, delle loro procedure ineluttabili fino alla “disponibilità” dei leader politici. Quei nuovi scopi che il neo capitalismo si è dato da un lato hanno ridotto a mezzi quelli che prima erano scopi (il profitto, la democrazia, etc.) e dall’altro coincidono con produzioni di beni e servizi la cui mera organizzazione tecnica (e quindi i suoi manager, i suoi algoritmi) è già lo scopo.

Paolo Toniolo

 

Greta, non siamo più in grado di distinguere l’essenziale

Leggendo l’altro giorno Massimo Fini mi sono commosso! Finalmente una voce critica sulla beatificazione dei luoghi comuni. Quando ero ragazzino e l’estate andavamo in un paesino di montagna dove non c’era l’acqua corrente né il bagno, si andava nell’orto e si usava al posto della carta ogni tipo di foglia larga. Allora è ovvio che il problema né la sua soluzione siano Greta! Il problema è che nessuno vuole tornare nell’orto con le foglie di vite! (Greta neppure credo!) In questa epoca nichilista e confusa, tutti sposano il pensiero unico acriticamente. Il filosofo Severino ci spiega che la tecnica ha come fine il dominio, tecnica intesa non solo come tecnologia, ma come sistema concettuale che a partire dall’illuminismo ha raggiunto il suo apice con il capitalismo e oggi, epoca post-moderna, sta divenendo da strumento fine ultimo. La conseguenza è che stiamo smarrendo il discernimento sulle cose essenziali. Aveva ragione san Francesco ma anche san Benedetto che non aveva paura dei Goti ma dello smarrimento delle coscienze in Europa.

Roberto Giagnorio

 

Il premier ha sbagliato a intervenire sull’eutanasia

Trovo disdicevole che il primo ministro di un Paese come l’Italia, dopo una raccomandazione della Corte costituzionale sulla futura legge sulla eutanasia, causata dalla immobilità del Parlamento che non ha mai deliberato nulla sull’argomento, si permetta di sollecitare il Parlamento stesso che dovrà legiferare vellicando le parti clericali e cattoliche del paese, che ricordiamolo è laico nelle istituzioni, per consigliare di concedere ampia obiezione di coscienza ai medici nei confronti della applicazione della eutanasia stessa, bissando gli sfracelli fatti con la legge sull’aborto in passato. Su un argomento che vede la sofferenza inimmaginabile di migliaia di persone e di famiglie, Conte, così osannato dagli elettori, qui commette un errore inaccettabile, e non dovrebbe permettersi di calare un carico di questo tipo sulla coscienza di chi dovrà deliberare e decidere sull’argomento. È una ingerenza inaccettabile nelle coscienze dei parlamentari e dei medici.

Enrico Costantini

 

L’unico obiettivo di Renzi: far parlare di sé

Ebbene sì, è riuscito a far parlare di sé: obnubilato e dimenticato per mesi, anni, il senatore Renzi ha finalmente portato a termine l’unico, vero scopo della sua vita. Essere sulla ribalta. Adesso con il suo partitello si sente appagato: non c’è stato bisogno di spiegare i motivi della diaspora. Non saprebbe articolarli: la protervia e l’arroganza sono state le vere molle. Aspettiamo di vedere il prossimo “state sereni” con cui cercherà altra ribalta. Per ora si limita, senza nessuna cognizione di causa, a straparlare di pubblici ministeri, da cui potrebbe solo imparare. Senza provare un minimo di rispetto e un po’ di vergogna.

Susanna Di Ronzo

 

Tassare i prodotti dannosi per recuperare miliardi

Ho sempre pensato che per trovare miliardi per mandare avanti la barca Italia con l’enorme debito sia possibile far pagare il giusto di tasse a tutti e stanare gli evasori. Ma penso che sia giusto anche tassare quei prodotti che sappiamo dannosi alla salute: sigarette, superalcolici e, perché no, anche i combustibili benzine e gasolio per incentivare i trasporti pubblici, togliere le famose polveri sottili PM 10; 2,5 e 1 finissime, responsabili di asme, bronchiti e malattie cardiovascolari, che colpiscono maggiormente bambini e anziani. Questo governo ha il vero senso di eguaglianza verso i cittadini onesti sostenitori di nuove norme, che mettano l’Italia sulla giusta rotta?

Romano

Non è una fake news, i ghiacciai scompariranno dalle nostre montagne

Allarme o allarmismo? Ho sentito distrattamente alla radio che il ghiacciaio del Monte Bianco si sta sciogliendo, anzi è in corso una accelerazione: ogni giorno il blocco di ghiaccio frana di quasi 60 centimetri a valle. Come mai ce ne accorgiamo solo ora? Non è un caso di allarmismo green, molto di moda oggi?

Oggi tutti i ghiacciai crollano. Così come talvolta d’improvviso pare che tutti i pit bull mordano. Vero, l’informazione va spesso come la marea, monta e poi sparisce. Dimentica. Però capita anche che i giornali si accorgano giustamente di un fenomeno che era stato troppo a lungo ignorato. Accade per i ghiacciai, perché in questo caso l’emergenza esiste davvero. Se non vi fidate di noi giornalisti, andate a farvi una camminata sulle nostre Alpi. Secondo le ricerche del Cnr, entro il 2050 tutti i ghiacciai sotto i 3.600 metri spariranno. Le Dolomiti non ne avranno più. Sparirà anche quello della Marmolada da tempo assediato dagli impianti sciistici. Ma entro la fine del secolo rischiano di sparire tutti i ghiacciai delle Alpi.

Elvira Perrone

Allarmismo? Se andate a vedere il massiccio del Bianco, vi rendete conto con i vostri occhi della situazione. Almeno quattro ghiacciai sono malati. Tre rischiano il crollo e uno sta scomparendo.

C’è il Planpincieux di cui si parla tanto in queste ore: 250 mila metri cubi di ghiaccio appesi al nulla. In questo caso è innegabile che la causa del crollo siano i mutamenti climatici. Si tratta di un ghiacciaio che sta sotto i 3.600 metri. E d’estate ormai lo zero termico si è spostato a quota 4.000 metri. Cosa significa? Che il Planpincieux per mesi è intriso d’acqua che scorre tra la roccia e il ghiaccio facendolo scivolare a valle. Esattamente quello che sta succedendo in queste ore, per fortuna senza pericolo per le persone. Subito a destra – stanno nello stesso colpo d’occhio – c’è il seracco Whymper, altri 170 mila metri cubi che dovrebbero cadere entro ottobre. In questo caso si tratta di un crollo più ‘fisiologico’ (era già avvenuto nel 1993 e nel 1997). Intanto sul versante francese c’è il Taconnaz che con i frequenti crolli innesca valanghe di neve in inverno. Per questo il Taconnaz è monitorato dal Laboratorio di glaciologia di Grenoble. Non è finita: a poche centinaia di metri dal Planpincieux c’è il Pré de Bar che fino a pochi anni fa scendeva quasi a lambire il sentiero. Ormai si è ritirato centinaia di metri. Lo vedi lassù sulle Grandes Jorasses, lontano e irraggiungibile.

Ferruccio Sansa

96 pugnalate a Hollywood: l’ordine del Diavolo Manson

La sera che “mette fine agli anni Sessanta” è quella del 9 agosto 1969. Sharon Tate, starlet in ascesa, moglie di Roman Polanski e incinta di otto mesi, viene uccisa insieme a tre amici e a uno sconosciuto dai membri della “Family” di Charles Manson. Quella notte Polanski è a Londra, al lavoro al suo nuovo film. La strage avviene nella casa della coppia, un cottage in cima a una collina al 10050 di Cielo Drive. Nel 1994, la casa è abbattuta e ricostruita. Cancellano tutto, anche il numero civico. Il crimine più sconvolgente di Hollywood sopravvive da allora soltanto nella memoria.

“Non penso di recitare Shakespeare, però…”

Sharon “era bellissima. Forse la donna più bella del mondo. Ma qualcuno di voi ha mai scritto di quanto era gentile?” Roman Polanski, sconvolto, si rivolge così ai giornalisti che nei giorni successivi alla strage cercano dettagli scabrosi sulla moglie. Lui l’aveva sposata con in mente un matrimonio aperto, “con una hippie, non una casalinga”; lei sperava in qualcosa di più tradizionale. Tate era nata in una famiglia texana, figlia di un colonnello dell’esercito. Parlava un perfetto italiano, avendo seguito il padre di stanza con le truppe USA a Vicenza. Quando aveva conosciuto Polanski, era una delle tante stelline in cerca di fortuna a Hollywood. Cercava di mostrarsi brava, oltre che un viso perfetto. Non sempre ci riusciva. Il suo film più celebre, La valle delle bambole, venne ridicolizzato da molti recensori. “Non riesco a considerarla seriamente, non è altro che un sex-symbol”, scrisse cattivissimo il critico del Chicago Sun. Tate voleva essere qualcosa di più di un sex-symbol. In un’intervista disse che “certo, non penso di recitare Shakespeare. Ma mi vedo come una commediante leggera, alla Carole Lombard”.

La notte in cui i destini di molti si incrociano su una collina di Bel Air, Tate va a cena nel suo ristorante preferito, il Coyote Cafe. Con lei ci sono Jay Sebring, parrucchiere delle star ed ex-fidanzato di Tate; Wojciech Frykowski, uno sceneggiatore amico di Polanski; la donna di Frykowki, Abigail Folger, della dinastia dei magnati del caffè. Tate è triste: mancano due settimane al parto e non sa quando Polanski rientrerà da Londra. Alle dieci e mezzo i quattro tornano a casa. Nessuna ha voglia di far tardi. Le feste dai Polanski/Tate erano diventate leggendarie. Centinaia tra amici e sconosciuti le frequentavano e Sharon aveva detto che non le importava chi capitava a casa; il suo motto era “vivi e lascia vivere”, quello in fondo era lo spirito del tempo. La sera del 9 agosto le luci al 10050 di Cielo Drive restano però volutamente basse. I quattro amici pensano di bere qualcosa e andarsene a letto.

Sulla porta della casa la scritta “PIG”, maiale

Qualche minuto dopo le undici l’auto dei quattro membri della “Famiglia” di Charles Manson sale per Cielo Drive. A bordo ci sono Tex Watson, Susan Atkins, Linda Kasabian, Patricia Krenwinkel. Hanno ricevuto da Manson – avventuriero con ambizioni musicali, un po’ santone e un po’ magnaccia, che ha messo in piedi una comune dedita a sesso libero e allucinogeni in un ranch deserto della San Fernando Valley – un ordine preciso. Distruggere chiunque si trovi nella casa al 10050, “nel modo più macabro possibile”. Non sono gli occupanti della casa a tormentare Manson, bensì il luogo, i muri dove aveva vissuto Terry Melcher, un produttore musicale che dopo un iniziale interesse aveva negato a Manson un contratto. Quel villino, in stile da campagna francese, era diventato un monumento al fallimento di Manson e doveva essere distrutto.

I discepoli della “Famiglia” sono strafatti di acidi; agiscono veloci, con una precisione efferata e brutale. Per strada ammazzano senza pietà Steven Parent, un ragazzo di 18 anni che li incrocia dopo aver fatto visita al custode della proprietà Polanski/Tate. Steven chiede pietà, giura che terrà la bocca chiusa. Lo accoltellano a una mano, gli scaricano quattro pallottole nell’addome. Si dirigono poi verso l’edificio principale. Entrano da una finestra e, dopo aver svegliato Frykovski che dorme sul divano del soggiorno, gli dicono di “essere il diavolo”. Lo sceneggiatore cerca di scappare; viene raggiunto, pugnalato 51 volte, colpito con due proiettili al petto. Anche Abigail Folger cerca una fuga disperata. Viene uccisa con 28 coltellate ai bordi della piscina. Tate e Sebring sono legati insieme tramite una corda che li stringe al collo. Il parrucchiere delle dive è freddato con un colpo di pistola al petto. Sedici pugnalate sferrate da Watson uccidono Tate. Prima di morire, l’attrice implora i suoi assassini di lasciarla in vita per far nascere la creatura che porta in grembo. Prima di andarsene, una degli omicidi intinge un asciugamano nel sangue di Tate e scrive, sulla porta di casa “PIG”, maiale.

McQueen ai funerali con il fucile

È la cameriera, il mattino seguente, a scoprire le vittime. Inizia la fase convulsa delle indagini, delle false piste, delle polemiche. Polanski viene massacrato dalla stampa per un’intervista alla rivista “Life” in cui si fa fotografare accanto alla scritta “PIG”. Paranoia e terrore soffocano Hollywood. Alcuni temono che sia in corso una caccia mortale ai ricchi e famosi: si assumono nuove guardie del corpo e Steve McQueen si presenta al funerale di Sebring armato di un fucile. Solo a dicembre, dopo altri omicidi, una serie di piccoli crimini e lo spostamento della setta nel deserto del Nevada, i colpevoli verranno arrestati. Il processo che segue, nel 1970, è una sarabanda mediatica mai vista che si conclude con la condanna a morte dei colpevoli – poi commutata in ergastolo. Per allora, Sharon Tate ha smesso di essere una stellina in cerca di fortuna ed è diventata – come Martin Luther King, come Bob Kennedy – il simbolo tragico della caduta del Sogno americano. Sul suo corpo sfigurato si infrange il decennio della liberazione sessuale e delle utopie. La promessa di nuova vita precipita, di colpo, in un horror show senza senso.

Leclerc e Vettel, quando il nemico è “socio”

Mosca, domenica 29 settembre. Leclerc: “Io ho obbedito, sono stato al patto. Mi avete fatto stare dietro: quand’è che scambiamo le posizioni?”. Vettel: “Patto? Mi sono perso forse qualcosa?”. Il Gran Premio di Russia è cominciato da meno di un minuto. Il ferrarista Charles Leclerc è scattato dalla pole position, spostandosi sul lato sinistro della pista per offrire la scia al compagno Sebastian Vettel, terzo nella griglia di partenza. Vettel ha così superato in tromba Lewis Hamilton. Alla prima curva, affianca Leclerc e lo sorpassa. Leclerc non oppone resistenza. Sembra un’altra domenica trionfale per le Ferrari che guidano la corsa. Ma Leclerc è incazzato nero. Anzi, rosso Maranello. Si sente vittima di un’ingiustizia. Nel briefing pre-gara avevano deciso che la priorità era conquistare la prima e la seconda posizione. Col trucco della scia. Poi, il team avrebbe valutato se restituire a Charles la posizione del via. Vettel, invece, tergiversa. Inanella giri sempre più veloci così che Leclerc non lo talloni.

Leclerc è giovane, tatticamente acerbo, ha un gran talento e quattro pole position. Però Vettel è ancora il più affidabile. Come a Singapore, domenica 22 settembre. Quando il team aveva deciso che a vincere fosse il tedesco e non il ventunenne scalpitante monegasco. Leclerc non l’aveva presa bene. Poi, è successo che a Mosca il motore di Seb sia andato fuori uso. Che la safety car premiasse gli astuti strateghi della Mercedes e che Hamilton, col compagno Bottas, precedesse un furibondo Leclerc: “Non è stato rispettato l’accordo”, ha continuato a rivendicare. Restava il clamoroso risultato di una doppietta regalata alla Mercedes e di una palpabile quanto imbarazzante tensione alle stelle tra i due ferraristi.

Insomma, sit-com in Casa Ferrari. Liti in famiglia. Broncio continuo. Volanti sbattuti. Motori scatenati. Duelli rombanti. Il must dell’autunno sportivo: chissà quante altre puntate ci godremo… Il vaudeville rosso Maranello è una questione sanguigna e tradizionale rivalità. Come quelle che hanno fatto storia sui circuiti di F1: tra Alain Prost e Ayrton Senna, per esempio, quando erano nella stessa scuderia McLaren (1988-1989) e si prendevano a sportellate, provocando incidenti che li mettevano ko (Suzuka 1989). O più di recente, tra Hamilton e Nico Rosberg, costretto a sloggiare dopo qualche disastroso contatto tra le rispettive monoposto che fece perdere più di un Gran Premio al loro team (Hamilton era recidivo: nella McLaren con il compagno Alonso). E ancora: Mansell e Prost in Ferrari…

Quale cosa peggiore se non quella di scoprire che il nemico non sta fuori, ma accanto? Che non è la Mercedes. O la Red Bull. O la McLaren. Ma l’altra Ferrari… Due maschi Alfa (non Romeo), sempre in competizione, possono portare a un inasprimento pericoloso della contesa all’interno del team: sottraendo punti l’uno all’altro fanno solo il gioco delle altre squadre. E tuttavia, qualcuno ci vede anche un tornaconto positivo. La rivalità tanto più è accesa tanto più sollecita il tifo. L’attenzione mediatica. E la popolarità.

Va in scena uno scontro generazionale. Da un lato, l’usato sicuro: il 32enne Vettel, coi suoi 4 titoli mondiali, i 53 Gran Premi vinti, il primato d’essere stato il più giovane pilota ad aver conquistato il campionato. Dall’altro, l’irrequieto Leclerc, 21 anni e già pretese da primadonna. Ha vinto sinora in Belgio e a Monza. È spregiudicato. in corsa, Ha il futuro dalla sua. Per moltissimi, un predestinato. Ai ferraristi ricorda Gilles Villeneuve. Fosse vivo il Drake, ne sarebbe felice. Diceva Enzo Ferrari che avere due piloti così è un lusso. Cioè è da Ferrari.

Doha, Mondiali all’inferno: l’importante è sopravvivere

La verità è che dovrebbero arrivare i Caschi Blu dell’Onu, fare un blitz negli alberghi di Doha, caricare gli atleti su tutti gli aerei disponibili e riportarli a casa. Dalle loro famiglie. Sani e salvi.

A distanza di più di un secolo dai Giochi Olimpici di Londra (1908), quando il maratoneta italiano Dorando Petri, senza più una stilla di energia in corpo, tagliò il traguardo barcollante sorretto da un misericordioso giudice di gara, emozionando il mondo prima di essere squalificato, ci volevano i criminali mondiali di atletica organizzati nel gigantesco forno a microonde del Qatar per rinverdire, stavolta in mondovisione, immagini e drammi dello sport più nobile del mondo. Anche se nessuno ne sentiva il bisogno, a parte i funzionari corrotti che hanno permesso che questo inaudito scempio avvenisse.

Proprio come Dorando Petri, che a dire il vero centoundici anni fa aveva semplicemente finito la benzina, ai Mondiali di Doha, capitale del Qatar cui i banditi della Iaaf (Federazione mondiale di atletica) hanno appaltato l’organizzazione dei mondiali 2019, abbiamo visto in pochi giorni Jonathan Busby di Aruba, colpito da malore nel finale dei 5 mila metri, compiere gli ultimi duecento metri sorretto di peso da Braima Suncar Dabo, della Guinea Bissau, prima di tagliare il traguardo e stramazzare al suolo; abbiamo visto Sara Dossena, maratoneta azzurra ex triathlon e amante degli sport estremi, svenire al km 13 di gara (“Mi è esploso il fisico, non era una maratona, era una corsa alla sopravvivenza”, ha raccontato sconvolta) al pari dell’altra azzurra Giovanna Epis, a sua volta collassata e ritiratasi come il 40 per cento delle partecipanti; abbiamo visto decine di atlete e atleti portati via in sedie a rotelle con borse del ghiaccio sulla testa perché non si corre a 37 gradi con il 73 per cento di umidità se non a rischio della vita; perché non importa che tu sposti la data da agosto a settembre-ottobre, non importa che tu dia il via alle gare di sera o di notte, non importa che tu metta l’aria condizionata allo stadio (Khalifa, dove si giocheranno anche le partite del mondiale di calcio 2022), con tremila bocchettoni a pompare aria all’impazzata per tenere la temperatura media a 25-26° in una cattedrale pur sempre a cielo aperto. Non ci è scappato il morto, per ora; ma il rischio è altissimo, perché questa non è atletica (dove i tempi e le misure sono tutto, e qui sono impossibili da raggiungere), questo è Rollerball.

Il presidente della Iaaf è Sebastian Coe, 63 anni, inglese, leggendario mezzofondista due volte campione olimpico a Mosca 1980 e a Los Angeles 1984. Sul trono Iaaf Coe siede dal 19 agosto 2015 quando, travolto da inchieste e scandali, fu costretto a dimettersi il francese di origini senegalesi Lamine Diack, 82 anni, a sua volta ex atleta di buon livello (nel 1958 fu campione francese di salto in lungo), presidente Iaaf dopo la morte di Primo Nebiolo avvenuta nel 1999. Arrestato nel novembre 2015 per corruzione e riciclaggio (aveva incassato mazzette per coprire il doping di atleti russi), assieme a due dei suoi 15 figli, Khalil e Papa Massata, fatti assumere alla Iaaf unitamente all’amico avvocato Habib Cissè, Diack aveva messo in piedi, a detta degli inquirenti, “una struttura di governo informale che agiva al di fuori della struttura formale di governo Iaaf”.

Così come gli alti papaveri della Fifa, che per denaro hanno venduto al Qatar il mondiale di calcio 2022 (si giocherà dal 21 novembre al 18 dicembre; dopo le centinaia di operai morti per la costruzione degli stadi si punta a non far morire nessun calciatore in campo), Diack fece lo stesso per i mondiali di atletica. Ma se Coe fosse un uomo tutto d’un pezzo, e davvero amasse il suo sport, di fronte a questo inferno dovrebbe urlare: “Fermi tutti, i mondiali 2019 finiscono qui”. D’altronde, l’aveva già detto Sydney Pollack: non si uccidono così anche i cavalli?

Scontro su 300 milioni, cda Ama verso l’addio

A soli 5 mesi dalla nomina, il cda di Ama Spa è a un passo dalle dimissioni. E sarebbe il settimo cambio in meno di tre anni e mezzo. Come raccontato venerdì dal Fatto, i vertici della società capitolina che si occupa della raccolta dei rifiuti a Roma, sono entrati in conflitto con l’amministrazione comunale, dopo la lettera del Campidoglio che chiedeva di riscrivere il progetto di bilancio evitando, in primis, di inserire fra i crediti aziendali i 18 milioni di presunti extra-costi sui servizi cimiteriali. Crediti non riconosciuti da Roma Capitale e su cui si era impuntato, fino allo scontro, anche l’ex presidente Lorenzo Bagnacani.

I rapporti sono precipitati dopo il comunicato di sabato sera del Campidoglio: “Non verrà mai approvato un bilancio non corretto”. Un “plateale attestato di sfiducia”, rumoreggiano da via Calderon de la Barca, brandendo una relazione della società Ernst & Young, giunta ieri mattina negli uffici aziendali – e in possesso anche della Corte dei Conti – dove si dedica un paragrafo a una presunta “incertezza significativa relativa alla continuità aziendale”. Il riferimento è ai 644 milioni di euro che Ama dice di vantare nei confronti di Roma Capitale e che gli uffici di Palazzo Senatorio hanno messo in seria discussione, avviando attraverso la Ragioneria capitolina una due diligence che ne accerti la “congruità”.

Così, fra quanto messo nero su bianco da Ama e quanto contestato dal Comune, c’è una differenza di circa 300 milioni di euro, di cui “solo” 60 milioni riguardano i servizi cimiteriali. L’altra “bomba contabile” è relativa ai 107,4 milioni che, secondo Ama, il Comune non avrebbe mai versato all’azienda. In realtà, quei soldi sono frutto di una semplice compensazione e non di uno spostamento di denaro: Ama raccoglie i soldi dai cittadini, li dovrebbe girare al Comune che per lo stesso importo dovrebbe restituirli ad Ama sotto forma di contratto di servizio; per brevità, gli uffici firmano delle “lettere di compensazione”, alcune delle quali sarebbero sparite o contengono degli errori. E così la società, invece di correggere, avrebbero registrato dei crediti, ovviamente non dovuti, ma in grado di “drogare” il bilancio. Manager e revisori sono stati ascoltati in Procura nei giorni scorsi. Intanto, in città l’immondizia si accumula di nuovo intorno ai cassonetti. Domenica Raggi ha lanciato un fortissimo j’accuse a “tutte le istituzioni”: “Mi hanno lasciata sola dopo l’incendio del Tmb Salario”, l’impianto bruciato nel dicembre 2018. La Regione Lazio ieri pomeriggio ha prorogato di altri 15 giorni l’ordinanza estiva per dare a Roma la precedenza negli impianti del territorio, ma soluzioni a breve termine non ce ne sono. Nei prossimi giorni, l’assessore regionale Valeriani chiederà al ministro Costa un incontro per trovare un accordo su una nuova discarica da realizzare a Roma, da un milione di metri cubi, per “permettere alla città di ripartire con la raccolta differenziata”.

Delitto Meredith, Rudy Guede è in semilibertà

“Sono soddisfatto” è stato il commento di Rudy Guede – il ragazzo ivoriano condannato a 16 anni (dopo un giudizio abbreviato) per l’omicidio della studentessa inglese di 22 anni, Meredith Kercher, avvenuto il 1° novembre 2007 a Perugia, città dove Meredith era arrivata con il progetto Erasmus – non appena gli è stato notificato il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. Guede potrà lavorare nella segreteria del Centro studi di criminologia e dovrà rientrare a dormire in carcere.

Dopo anni di valutazione positiva per buona condotta, la si potrebbe definire una mezza conquista: “Avevamo chiesto l’affidamento ai servizi sociali che avrebbe comportato che Rudy avrebbe potuto dormire fuori dal carcere, ma il Tribunale ha rigettato in quanto i permessi premio sono in essere dal 2016, periodo ritenuto relativamente breve in relazione al trattamento in corso”, spiega il suo difensore, avvocato Fabrizio Ballarini di Viterbo.

In realtà Rudy Guede, che grazie ai benefici previsti terminerà di scontare la pena nel 2022 (fu condannato a 12 anni per l’omicidio di Meredith a cui si aggiunsero 4 anni per un furto compiuto antecedentemente a Milano), lavorava già, ma solo per alcuni giorni alla settimana, come programmatore al Centro Studi di Criminologia di Viterbo, centro inserito nel circuito di recupero dei detenuti, ma ora potrà farlo per tutta la settimana.

Come si ricorderà, la sua condanna per omicidio in concorso lasciò disattesa la domanda “in concorso con chi?” dopo l’assoluzione definitiva della cittadina americana di Seattle Amanda Knox e dell’italiano Raffaele Sollecito, che allora avevano una relazione, entrambi condannati in primo grado come concorrenti all’omicidio.

Un processo quello per l’omicidio Meridith, sgozzata con un’arma, mai ritrovata, nella casa che condivideva con altre studentesse, fra cui Amanda, che ebbe una risonanza mediatica internazionale, per via della nazionalità, appunto, della vittima e dell’imputata. Un processo travagliato, preceduto anche dalla condanna a 4 anni di Amanda Knox per aver calunniato il congolese Patrick Lumumba, gestore del bar in cui la ragazza americana lavorava, accusato dalla Knox di aver ucciso Meredith. Accusa infondata che – secondo Lumumba – nasceva dal risentimento di Amanda per un minacciato licenziamento e che, – secondo la ragazza di Seattle – le era stata estorta durante l’interrogatorio. Aveva 20 anni Rudy quando venne arrestato, adottato da bimbo da una famiglia di Perugia con la quale però aveva già, da qualche tempo, interrotto i rapporti, mentre il legame lo aveva mantenuto con la maestra delle elementari, la signora Tiberi, la cui famiglia ha continuato a frequentare in questi anni di detenzione durante i permessi premio.

Ed è stato anche grazie all’affetto e al sostegno della sua maestra, del marito e dei figli e non meno della professionalità degli educatori del carcere di Viterbo che Rudy è riuscito a ottenere una laurea in Storia e relazioni internazionali all’Università di Roma Tre e a conquistare quell’equilibrio per poter chiudere, a 32 anni, una pagina oscura della sua vita adolescenziale e ricominciare un nuovo cammino. “Non rilascia interviste, non l’ha mai voluto fare e io ho sempre concordato con lui per rispetto alla famiglia della vittima”, ci tiene a sottolineare l’avvocato Ballarini. Anche se Rudy si è sempre professato innocente motivando la sua fuga in Germania subito dopo essere uscito dalla casa di Meredith lasciandola agonizzante, senza chiamare i soccorsi, per il terrore di essere accusato ingiustamente perché “tanto nessuno mi avrebbe creduto”.

Secondo la sua versione, quel giorno era arrivato sul luogo del delitto poco dopo che qualcuno aveva già inferto il taglio alla gola della ragazza.

Di Meredith, sepolta nel cimitero di Croydon, alla periferia sud di Londra, resta la memoria che l’Università per stranieri di Perugia mantiene viva con una borsa di studio, istituita nel 2012, intitolata alla studentessa inglese uccisa nel capoluogo umbro.