Le pericolose sacche giacobine e il riformismo col turbo di Lotti
Ma perché? Perché? Erano giorni che una domanda ossessiva risuonava alla nostra coscienza e finalmente ha trovato risposta. E che risposta! Parole chiare, nette, alte. Luca Lotti, essendo un uomo modesto, ha affidato al Foglio i motivi del suo distacco da Matteo Renzi: quello di là a fare l’italiano vivo e lui di qua a fare il democratico. “Il luogo di un’autentica componente riformista è solo il Pd”, scrive Lotti, e tanto più per gente come i renziani, che quando c’era Lui hanno fatto il “turbo-riformismo”. Comunque, col turbo o meno, “è dentro il Pd che dobbiamo fare la battaglia per lo sviluppo, le infrastrutture, un ambientalismo non ideologico e per riaffermare l’impronta garantista nei confronti delle sacche di giustizialismo giacobino che ancora purtroppo restano”. Ecco, soprattutto il garantismo. Una battaglia che il nostro – lo ricordiamo en passant: imputato per aver sputtanato l’inchiesta Consip finendo per favorire Renzi senior – porterà avanti nel Pd e lo farà, ne siamo certi, coi preziosi consigli di Luca Palamara, con cui si vedeva a cena non certo per scegliersi qualche capo delle Procure o influenzare le scelte del Csm, non sia mai, ma per discutere dei giacobini. Quale dolore, lo diciamo col turbo, non poterlo veder condurre pure la battaglia contro i conflitti d’interessi con la Boschi o quella contro l’insider trading con Renzi: e vabbè, ci accontentiamo della lotta al giustizialismo, sperando che il limpido profilo politico del nostro non abbia a soffrire di non voluti cortocircuiti con le scelte del tribunale di Roma.
Un mondo di donne ecco il domani
In che mondo viviamo? Come definire questa società? Quali sono gli attori principali? Che la nuova società sia molto diversa da quella industriale è evidente, eppure non siamo in grado di parlarne con precisione, né in termini di attività economica, né in termini di attori o di conflitti sociali. […]
Le società moderne si caratterizzano per tre elementi fondamentali. Primo: sono fondate su un tipo dominante di risorsa economica. Di conseguenza tutto, o quasi tutto, cambia da un tipo al successivo o da una fase della modernità alla successiva.
Di solito distinguiamo le società in: agrarie, commerciali (come le città greche o come un tempo le città italiane, da Amalfi, da Venezia fino a Genova) e in industriali. La prima società industriale fu l’Inghilterra a partire dalla fine del XVIII secolo, seguita dalle regioni europee che possedevano carbone e minerale di ferro, negli attuali Belgio, Germania, Francia del nord e Italia del nord. Nella seconda metà del XIX secolo, la Germania, il Giappone e la Russia hanno costruito industrie molto potenti. A partire dalla metà del XX secolo, la Cina, conquistata dal Partito comunista, ha conosciuto, almeno a partire dalla morte di Mao Tse-tung, un rapidissimo sviluppo industriale con l’appoggio degli Stati Uniti; più di recente l’India ha seguito lo stesso cammino.
Alla fine del XX secolo, le società industriali si trasformano in società di comunicazione, costruite sul trattamento dell’informazione. Mentre le società industriali erano società di produzione, dominate dalla ricerca della razionalità, le società di comunicazione hanno bisogno anche di sentimenti e di emozioni, oltre alla razionalità, per provocare cambiamenti di comportamento in coloro che ricevono messaggi; ecco perché le donne, preparate dalla loro funzione di educazione e cura dei bambini, vi occupano rapidamente un ruolo importante come o più di quello degli uomini.
Un secondo tratto caratteristico delle società moderne è che, fino a tempi recenti, hanno avuto la forma di società nazionali, ma oggi le nostre società di comunicazione si pensano e agiscono a livello mondiale.
Gli Stati Uniti e la Cina dirigono ciascuno un sistema economico mondiale. Il ruolo di intermediario tra uomini e reti mondiali che è stato giocato dagli Stati nazionali, oggi lo è sempre di più dalle città mondiali. La modernità può essere valutata conoscendo la proporzione della popolazione che viene espressa da una città mondiale in relazione a reti mondiali di qualsiasi tipo. Tale proporzione è molto forte in Germania e in Inghilterra. Di contro, nei Paesi dell’Europa mediterranea ci sono poche città mondiali. L’Italia ha solo Milano, la Spagna solo Madrid, perché Barcellona è più una citta dei consumi.
Il terzo tratto specifico delle società di comunicazione è che gli attori, i centri di potere, come i movimenti sociali di opposizione, sono totali (che è diverso da “totalitari”), cioè sono contemporaneamente politici, economici e culturali.
Gli attori principali delle società industriali sono state le classi sociali: i capitalisti o gli operai. […] Uscendo dalla società industriale, noi siamo usciti dal campo politico centrale che era animato dalla “lotta di classe” tra padroni e operai, che ha proiettato la sua ombra sull’intera vita politica di queste società, e perfino oltre. Ebbene! Nella società di comunicazione sono degli attori più totali quelli che possono agire contro gli Stati o delle imprese esse stesse totali, e questo spiega l’importanza mondiale assunta dal movimento delle donne da un lato, e, dall’altro, dalle popolazioni un tempo colonizzate, ma che non sono incorporate nei nuovi Stati. […]
Oggi a livello mondiale – come ho indicato chiaramente – i nuovi campi politici sono quelli che riguardano i due sistemi di dominio che sono sopravvissuti all’indebolimento della lotta tra le classi, determinato dal successo delle riforme delle società industrializzate occidentali.
Questa distruzione della dominazione maschile sulle donne non è opera di un partito, ma di un’azione molto più globale, e la stessa cosa è vera anche dei migranti, nel suo significato autentico, della ricerca di un nuovo ordine mondiale realmente post coloniale.
Un domani, i conflitti sociali più importanti saranno al tempo stesso politici e culturali. Cosa che intuiamo facilmente osservando il ruolo sempre più importante delle istituzioni miste, che sono insieme politiche e culturali: come i mass media che sostituiscono il ruolo tradizionale degli intellettuali nell’Europa del XIX e XX secolo, e dall’altra parte, le reti sociali create di recente negli Stati Uniti.
Si può pensare che il monopolio vero e proprio dell’azione politica che era stato conquistato dai partiti politici non si ricostituirà più, data la capacità molto superiore di comunicazione acquisita in pochi anni dai nuovi media. In particolare, bisogna interrogarsi sulla capacità di penetrazione delle reti e dei media nei Paesi non democratici. Già in epoca sovietica avevamo constatato, come ho fatto io stesso in Polonia, la sostituzione della radiotelevisione ufficiale comunista con le trasmissioni provenienti dall’Occidente.
Vorrei insistere su un aspetto di questa trasformazione degli attori politici. Il mondo politico come quello dei movimenti sociali era fortemente maschile. Questa situazione cambia rapidamente a partire dal momento in cui prendiamo coscienza di essere entrati in una società di comunicazione che, per sua natura stessa, rigetta l’opposizione tra razionalità versus emozioni e sentimenti, un’opposizione che le società di produzione avevano apertamente mantenuto e addirittura rinforzato, e che l’idea stessa di società di comunicazione fa scomparire. Ebbene! Questa società, per tale motivo, sarà un “mondo di donne”.
Marcucci, renziano ma monopolista degli emoderivati
Andrea Marcucci, capo dei senatori Pd, non segue nella scissione Renzi, di cui è devoto palafreniere, per impedire che la sagrestia di Nicola Zingaretti sia ripresa dai D’Alema e dai Bersani. L’ha detto: “Resto tra i democratici perché ciò non accada”. Strano partito: Zingaretti invita quelli che con lui acclamavano Enrico Berlinguer a festeggiare l’arrivo della turbo-berlusconiana (obbedienza Paolo Bonaiuti) Beatrice Lorenzin. Bisogna essere inclusivi e plurali, ecologisti e industrialisti, statalisti e liberisti, progressisti e reazionari e anche anti-abortisti ma solo a una certa età. Forse funziona, comunque fatti loro. La figura di Marcucci invece raffigura l’incapacità del sistema politico di esprimere un’idea che vada oltre gli interessi personali. A chi sospetta che non sia andato con Renzi per rimanere a fare la guardia al bidone Pd al Senato, Marcucci ha opposto lacrime di commozione come prova di purezza: “Mi ha ferito il dubbio di qualcuno come se io avessi fatto cose al servizio di qualcuno altro”. Purtroppo è vero ed è la la tragedia della politica italiana: Marcucci non è mai stato al servizio di nessuno se non di se stesso. Più che chiedersi se sia un infiltrato di Renzi, Zingaretti dovrebbe notare che Marcucci è l’unico politico italiano (oltre naturalmente a Berlusconi) coinvolto nell’inchiesta Mani pulite non per aver preso soldi ma per averli dati, essendo un ricchissimo industriale farmaceutico con tanto di elicottero. E gli italiani dovrebbero credere che in Senato guiderà la battaglia del Pd contro le diseguaglianze e le ingiustizie sociali il padrone della Kedrion, 700 milioni di fatturato e centinaia di dipendenti.
La vera natura di Marcucci tutti la conoscono ma nessuno ne parla. Eppure è tutto molto chiaro. Nel 1992 il 27enne figlio dell’imprenditore farmaceutico e televisivo Guelfo Marcucci diventa deputato del partito liberale. Subito dopo esplode l’inchiesta Mani pulite, e Giovanni Marone, segretario dell’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, accusa Andrea Marcucci di avergli dato almeno 70 milioni di lire per ottenere la pianificazione sulla sua tv Videomusic degli spot anti-Aids. Marcucci si difende e parla del “contributo di un privato cittadino al proprio partito” che in effetti subito dopo lo fa deputato. Marone insiste: se non pagava la stecca gli spot su Videomusic non li avrebbe visti neppure con il binocolo. La storia sfuma in un nebbione di patteggiamenti e prescrizioni e anche Marcucci svanisce. Sulla scena politica dove gli dà il cambio la sorella Marialina che dal 1995 al 2000 presidia la giunta regionale della Toscana (dove sono le fabbriche di famiglia) come vicepresidente in quota Ds. Poi prosegue il suo sostegno padronale alla sinistra acquistando l’Unità. Con le politiche del 2006 torna in pista Andrea candidandosi nella Margherita, fiducioso che le sue disavventure giudiziarie siano dimenticate. Viene trombato, ma la Margherita non può fare a meno del contributo di uno così dotato e ordina a Romano Prodi di farlo sottosegretario. Stare nel governo per Marcucci è strategico. Pochi mesi prima l’ala operaista del governo Berlusconi ha fatto la norma che pone fine al monopolio della Kedrion sui farmaci emoderivati. La legge per diventare efficace ha bisogno di decreti attuativi che ancora aspettiamo dopo 14 anni durante i quali Marcucci è rimasto granitico membro del governo o del Parlamento e il sistema sanitario ha pagato cifre stellari alla famiglia reale della Garfagnana. L’unico che in questi anni ha provato a sfidare il monopolio dei Marcucci è stato Ignazio Marino, anni fa. Poi è diventato sindaco di Roma e i renziani gliel’hanno fatta pagare come sapete. È il modo del Pd di gestire i suoi rapporti con il capitalismo.
Nessuno può servire due padroni. E la scelta è tra Dio e la ricchezza
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: ‘Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare’. L’amministratore disse tra sé: ‘Che cosa farò ora? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua’. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: ‘Tu quanto devi al mio padrone?’. Quello rispose: ‘Cento barili d’olio’. Gli disse: ‘Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta’. Poi disse a un altro: ‘Tu quanto devi?’. Rispose: ‘Cento misure di grano’. Gli disse: ‘Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta’. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. (Luca 16,1-13).
Dopo le parabole della misericordia, l’evangelista Luca ci fa meditare su quella dell’amministratore infedele. Al primo ascolto si rimane scandalizzati. Veniamo, infatti, sconcertati dal fatto che Gesù sembra proporre ai discepoli un comportamento piuttosto disinvolto. Pur nella palese disonestà, l’amministratore rivela un’attitudine “prudente e saggia” su cui Gesù vuole portare l’attenzione dei figli della luce, cioè dei discepoli. Questi, infatti, debbono mettere al servizio del Regno di Dio e della sua Buona Notizia i comportamenti che si riassumono nella sullodata scaltrezza.
L’amministratore comprende prontamente la realtà dell’attuale situazione in cui viene a trovarsi: con rapida lucidità, senza recriminazioni o sterili giustificazioni, egli si adegua coerentemente alla realtà concreta dell’evento che gli capita. Il suo discernimento prudente lo induce anche a valutare effettivamente i suoi limiti e le sue debolezze, a riconoscerli e a tenerli presenti in rapporto a ciò che gli sta per accadere: zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. Non si deprime, né ipotizza soluzioni improbabili. Anzi, è capace di trasformare i rapporti avuti per mezzo dei beni e delle ricchezze del padrone in relazioni utili per il futuro, farsi amici con la ricchezza disonesta, perché, quando verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Il Signore mette in guardia la comunità cristiana, che si pone al suo seguito, da un attaccamento egoista e sfrenato ai beni di quaggiù, per riconoscere piuttosto che abbiamo bisogno gli uni degli altri per vivere bene. Santa scaltrezza è farci prudenti e saggi usando i beni che ci sono dati come strumenti che ci rendono graditi a Dio. Il profeta Amos ricorda come facilmente viene calpestato il povero e l’umile, e come venga usato il sabato, perché si possa smerciare il frumento. I beni possono essere usati male, ma la ricchezza è disonesta perché porta in sé una promessa illusoria per noi uomini. Essa non può diventare fondamento stabile della nostra vita. La ricchezza può creare buone relazioni nella condivisione e nel servizio fraterno. Questo è il frutto della signoria di Dio che non è condivisibile con quella di mammona. Gesù Cristo ci rivela un Dio Padre che ha cuore più la felicità dei figli che la loro propria fedeltà. Nel poco della vita dobbiamo imparare ad amarla, a servirla, a donarla, a difenderla dov’è minacciata, a vantaggio dei poveri, degli ultimi, degli esclusi.
* Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche
Salvini, Card. Burke, Renzi: gli scismatici
Lo scisma di Salvini, che spacca un governo comodo e flessibile, lo scisma di Renzi, che ha come unico progetto di impedire i progetti degli altri, lo scisma dei cardinali Burke e Viganò, che detestano un Papa umile ed esigono un Papa re, sono parti di uno stesso scisma che, in un vecchio film poliziesco, si sarebbe annunciato con la frase “Fermi tutti!”. Nel mare, in Parlamento, in Chiesa. Se provate il percorso della narrazione, ognuno di questi scismi ha un suo mistero. Perché Salvini ha rinunciato a un potere assoluto (“tutti i poteri”) che aveva già, camuffato da ministro dell’Interno, ma padrone di Difesa, politica estera, Europa, vita e morte di gente in mare, assecondato da imprenditori e prefetti, e prudentemente accontentato dai media?
Perché Renzi ha lasciato la stanza in cui un suo starnuto cambiava l’umore di tutti? Era discutibile il suo futuro dentro un Pd che si risveglia. Ma fuori, nel disorientamento di un popolo che non vuole ricominciare tutto da capo e dal niente, e vorrebbe riprendere il cammino, dopo una sosta che non finiva mai?
Per la Chiesa il mistero è meno fitto. Se non sei d’accordo col Papa dei poveri e dei migranti e delle risorse vaticane rigorosamente controllate, inizi una guerriglia senza scrupoli, e scopri che il Papa, mite e benevolo, è uno che non si piega, non si spaventa e – quando proprio è necessario – dice lui stesso la parola “scisma” per togliere dalle mani degli avversari la maschera della denuncia che dovrebbe spaventare il buon credente. Vediamo benissimo che la danza macabra dei nemici del Papa include madonne che appaiono a orari fissi e rosari che vengono esibiti come talismani per garantire buona salute ai nostri cari in cambio di un voto. Ma sappiamo che la spaccatura è profonda (mi riferisco a tutta la spinta scismatica, non solo all’attacco a Francesco). E che non è rimediabile.
Un carattere di questo scisma che attraversa e scuote il Paese Italia dalla sua religione prevalente alla sua politica dominante è che i tre scismi si incontrano. Solo per poco infatti Salvini ha stupito mostrando madonne e baciando rosari. Si è capito subito che voleva scendere al livello di un popolo turbolento e stralunato che vuole sfogare le sue rabbie e le sue frustrazioni ma vuole farlo (essere illuso di farlo) con Dio accanto, collocandosi in un lato della storia che non ha lasciato buoni ricordi. Guardate la folla di Pontida. Non sono i rider precari e malpagati delle città, o i braccianti che devono ubbidire al caporalato. Se mai ci sono, in verde ordinanza, i caporali, gli arruolatori di rider e un bel po’ di persone in forma a cui non manca nulla, solo la vittima, che deve essere debole, non protetta e con le autorità contro.
Agli scismatici di Renzi dà noia avere ceduto le stanze e non essere, ciascuno di essi, la verità e il potere. Personalmente ne conosco uno, Scalfarotto, che una ventina di anni fa aveva chiesto le mie dimissioni dal Parlamento “perché i giovani sono molto meglio”. Lui, in quelle elezioni, era il primo dei non eletti. Alle elezioni successive non ha avuto più ostacoli ed è andato lontano. Adesso infatti fa parte dello scisma.
Lo scisma di Renzi è fondato su un fine vita assistito del Pd. Il procedimento è sottrarre energia, dare l’impressione di debolezza, in modo che l’ex grande partito di sinistra appaia sempre più esausto e, in tempi ragionevoli, fermo e dimenticato. Pensare che Renzi abbia fatto tutto questo, nel momento in cui lo ha fatto e con modalità di urgenza, per rispondere alla vigorosa iniziativa di Salvini e per mostrare che di Salvini non ce ne è uno solo, credo che sia sbagliato. Renzi non può pensare a Salvini perché deve pensare a se stesso, e i suoi devoti approvano. È così che si fa politica. Magari i giornali ne parlano.
Lo scisma della Chiesa rappresenta in grande le iniziative pericolose ma non grandiose del nostro mondo politico. Il potere in gioco nella Chiesa – certo in Italia – è buona parte di tutto il potere.
Un Papa che lo rifiuta per occuparsi di migranti e di poveri è come un Renzi che invece di farsi trovare alla Leopolda compare, fra la meraviglia degli astanti, davanti a una fabbrica appena svenduta che ha lasciato fuori tutti gli operai, senza preavviso.
Ma lo scisma è come un tifone. Impossibile prevedere i danni. Sai solo, mentre si scatena, che non saranno pochi.
Mail box
I due Matteo: falsi “statisti” che abbindolano i cittadini
Sicuramente sono prevenuto però, io, di Renzi, non mi fido. Nemmeno di Salvini. Renzi è bugiardo, traditore, cinico, opportunista. Dicono che così si comporta il politico con la visione del futuro. Sarà, ma non ne sentiamo il bisogno. Salvini è “fratello gemello” di Renzi. Non mi stupisco che molti italiani pendano dalle sue labbra, hanno sempre cercato di essere governati dall’uomo forte. Salvini è però una tigre con i denti di gomma, non è un combattente ma un codardo che, appena sente il pericolo, corre a nascondersi. Renzi ragiona solo ed esclusivamente pro domo sua. Mi meraviglia che sia chiamato in giro per il mondo a fare conferenze. Cosa va ad illustrare? Cosa pensa di trasmettere? Le sue numerose sconfitte e i suoi intrallazzi? Auguro a me e a tutti che si torni alla normalità e vengano abbandonati e dimenticati questi “statisti” da due soldi.
Paolo Benassi
Caro Paolo, condivido. Ma per fortuna Renzi non potrà far cadere il governo, perché altrimenti i “renziani”, interessati solo alla poltrona, lo mollerebbero all’istante.
M. Trav.
Un “Fatto” lungo dieci anni: l’onestà intellettuale paga
Cari direttori e giornalisti tutti del Fatto, congratulazioni vivissime per questi primi 10 anni di successi. Leggere gli antefatti e le varie storie connesse alla nascita del vostro/nostro giornale nell’ultimo numero di Millennium è stato emozionante. Mi sono sentita anch’io partecipe di questi 10 anni di sfide ed entusiasmo: infatti, stanca di leggere cattiva stampa, vi ho seguito da subito. Mi rammarico di non aver conservato almeno le prime uscite del giornale. Ma colleziono tutti i numeri di Millennium… Faccio fatica col digitale e in generale amo tutto ciò che è cartaceo, perciò acquisto in edicola tutti i giorni la mia copia e sostengo con piacere le vostre iniziative. Avrei voluto partecipare al festival di Marina di Pietrasanta, ma purtoppo varie ragioni me lo hanno impedito. Spero potranno esserci prossime occasioni, anche per vedere da vicino i vostri, ma anche un po’ “nostri” giornalisti. Vi assicuro che sebbene a volte io abbia una visione diversa su alcuni temi, tuttavia la vostra serietà e onestà intellettuale sono una vera boccata di ossigeno tra ipocrisie e malafede. Ma più di tutto è una speranza: a volte l’onestà paga. Ancora auguri e sono certa che, come disegna Nat, nel 2089 leggeremo ancora gli editoriali di Travaglio, Padellaro & co. Sempre avanti così!
Franca Grosso
Il voto segreto non incentivi a limitare la rappresentanza
Gli applausi e le grida di esaltazione che hanno salutato la bocciatura dell’autorizzazione a procedere di Sozzani, mi hanno indignato. La pratica del voto segreto in queste occasioni mi fa sentire un elettore impotente, perché privato della possibilità di conoscere e valutare le scelte dei miei rappresentanti. Vedere un indagato per malaffare salvato da altri “colleghi” è la conferma che le tutele per l’intangibilità persecutoria del parlamentare sono ormai degenerate in privilegi, tratto distintivo della casta. Pertanto, per ridare un senso pieno alla rappresentanza, occorrerebbe eliminare il voto segreto per l’autorizzazione a procedere. Cioè il momento, ad altissimo impatto sociale, del bilanciamento tra il principio di protezione del parlamentare e quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Per le altre materie, si dovrebbe prevedere la “pubblicità differita” delle votazioni segrete: svelare a fine legislatura come i parlamentari si siano espressi nel mandato, in modo da proteggerli da pressioni indebite durante la carica, ma consentire agli elettori la piena cognizione delle loro scelte, per regolarsi nelle elezioni successive.
Massimo Marnetto
Autostrade precisa: “Abbiamo risarcito il 90% delle vittime”
Gentile redazione, in merito alla lettera del signor Carbognani di ieri, riteniamo utile nell’interesse dei lettori chiarire che Autostrade per l’Italia ha risarcito a oggi oltre il 90% dei familiari delle vittime del crollo del Ponte Morandi per un importo complessivo versato di oltre 45 milioni di euro. Con i successivi versamenti, la somma complessiva erogata sarà di 60 milioni di euro.
Ufficio Stampa di Autostrade per l’Italia
Gli intellettuali non devono essere militanti, ma autocritici
Leggendo l’articolo “Gli intellettuali ora aiutino Pd e M5S”, mi sono trovato in disaccordo con De Masi su una nozione fondamentale, che l’autore dà per scontata, cioè quella secondo cui il ruolo degli intellettuali italiani, allo stato delle cose, sia davvero efficace. Io non lo penso, e per una ragione semplice: con le dovute eccezioni, gli intellettuali italiani, soprattutto a sinistra, non hanno idea di come si faccia il proprio lavoro. Oggi la grande maggioranza degli intellettuali si dimostra un branco di profeti di sventura: inutili. Il loro ruolo credo che debba essere un altro, immiscibile con la militanza politica. L’intellettuale non deve pensare al posto di un militante, ma far pensare i militanti di ogni partito; non deve credere di essere auctoritas perché ha studiato, ma non smettere di studiare per tutta la sua vita, pur non indulgendo nella teoria fine a se stessa. Occorre che la classe intellettuale faccia una profonda autocritica al proprio comportamento, diventato simile alla cortigianeria. E di cortigiani che si nascondono dietro al trono e alle poltrone dei potenti, non abbiamo proprio bisogno.
G.C.
Il Paese più efficiente e virtuoso d’Europa: l’Italia che non c’è
Un altro bimbo di due anni è morto a Catania, lasciato dal papà in auto sotto il sole. Dal 1998 in Italia sono state 9 le morti di bambini dimenticati in auto. Proprio sull’onda di queste tragedie era stata approvata la legge 117/2018 che obbligava a installare dispositivi antiabbandono per i bambini fino a 4 anni dal 1° luglio 2019. Ma il decreto attuativo è rimasto a lungo bloccato nei meandri della burocrazia e non è ancora operativo. E lo sarà probabilmente solo nel 2020.
Dai giornali
Ci sono notizie che ci è impossibile leggere e commentare, e dunque fingeremo di averne letta un’altra, questa. Si chiama Leo il bimbo di due anni che a Catania è stato salvato grazie al cosiddetto seggiolino “salva bebè”, dotato di un sistema di sicurezza capace di lanciare un segnale di allarme nel caso dell’abbandono involontario dei genitori o di chi è alla guida. La legge approvata all’unanimità dal Parlamento, su richiesta dell’onorevole Giorgia Meloni ha goduto di un iter velocissimo a motivo del bene supremo da tutelare – la salute e la vita stessa dei bambini. Un opuscolo distribuito qualche anno fa dal ministero della Salute spiegava che la temperatura all’interno di un un’auto al sole può salire da 10 gradi a 15 gradi ogni 15 minuti. E possono bastare 20 minuti per l’ipertermia e due ore perché un bimbo muoia. Il relativo decreto attuativo è stato approvato a tempo di record con apposita corsia preferenziale passando il vaglio del Tris, il sistema di informazione sulla regolamentazione europea che ha giudicato positivamente il testo proposto dal ministero delle Infrastrutture, malgrado ci fosse chi ne richiedeva la riscrittura. Ancora una volta dunque quanto a efficienza legislativa il nostro Paese ha dimostrato di essere un modello virtuoso per l’Europa intera. Come dimostrano le decine di decreti attuativi diventati operativi a pochi mesi dall’approvazione delle Camere: dalla Web Tax alle misure sul debito di Roma. Si smentisce quindi, e una volta per sempre, la nomea dell’Italia parolaia e inconcludente, diffusa ad arte da una pubblicistica prevenuta. Ma soprattutto si fa giustizia dei troppo superficiali giudizi che insistono nel descrivere un sistema burocratico costruito per intralciare piuttosto che per agevolare. Per complicare piuttosto che per risolvere. Chissà quanti bimbi potranno ringraziare il cielo di essere nati in una terra così prodiga di attenzioni per il loro avvenire. Insieme al piccolo Leo essi saranno eternamente riconoscenti a quegli sconosciuti burocrati che tanto si sono prodigati per metterli al sicuro, anche dai loro colpevoli genitori. Di questi benemeriti i nomi non si conosceranno mai, però auguriamo loro di dormire il sonno dei giusti.
(Ps: purtroppo, a parte la legge effettivamente approvata e i danni causati dalla ipertermia, nulla di quanto descritto corrisponde alla realtà).
Rock al volante pericolo costante: l’ascolto dei Green Day fa sbandare
Letteralmente Born To Run: chissà cosa direbbe Bruce Springsteen scoprendo che la sua hit del ’75 ancora oggi ci fa correre, soprattutto a bordo delle quattro ruote. L’inno alla fuga dalla provincia americana è fra i brani “incriminati” dallo studio pubblicato sull’International Journal of environmental research and public health, rivista scientifica specializzata in ricerca ambientale e salute pubblica, che sostiene che la musica rock rende più distratti alla guida e inclini a infrangere il codice della strada. Un risultato a cui i ricercatori della South China University of Technology sono pervenuti mettendo a confronto rock&roll e musica leggera ed esaminando “la correlazione tra ascolto musicale a bordo del veicolo, risposta fisiologica e psicologica e prestazioni di guida, misurando il carico di lavoro mentale percepito, la deviazione standard della velocità e la frequenza di cambio di tipologia del brano”.
Sessanta test di simulazione di guida su un campione di venti soggetti hanno fatto dedurre che, “a livello fisiologico, la media e la variabilità della frequenza cardiaca durante la guida con l’ascolto di musica rock erano superiori”. Una sovreccitazione che porterebbe i guidatori a cambiare più spesso corsia e accelerare più bruscamente, dettata dal fatto che “la musica rock è spesso caratterizzata da un tempo veloce e un volume audio elevato. Inoltre, i motivi ritmici e le strutture complicati sono prevalenti”.
Non è una solo una “questione di genere”, bensì di tempo: se una canzone supera i 120 bpm (cioè i battiti per minuto, unità usata per misurare sia la frequenza cardiaca sia il ritmo delle canzoni), meglio non inserirla nella propria playlist. Così sarebbero fuori i Green Day di American Idiot (189 bpm), ma anche The Killers con Mr. Brightside e appunto il Boss con Born To Run. Ma per gli appassionati della chitarra elettrica, non tutto è perduto: col suo lento ma imponente crescendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin è risultata la canzone più sicura, seguita dagli echi californiani di Under The Bridge dei Red Hot Chili Peppers.
Questo, tuttavia, non è l’unico studio scientifico che si è occupato dell’influsso della musica sul comportamento dei guidatori. Infatti, se una canzone troppo ritmata può distrarre, non è da sottovalutare come il benessere psicofisico al volante derivi soprattutto dal gradimento del brano che si ascolta. Secondo quanto rileva la McGill University di Montréal, quando dagli altoparlanti esce la nostra musica preferita, il cervello è indotto al rilascio di dopamina, ormone che regola l’umore e i livelli di stress. Un effetto positivo, pari al cantare a squarciagola: per il prof. Björn Vickhoff, dell’Università di Gothenburg, soprattutto in caso di traffico intenso, dare sfogo alle proprie abilità canore (o presunte tali) servirebbe ad alleviare la tensione e a non perdere la concentrazione, migliorando addirittura le prestazioni alla guida. Insomma, una volta in auto non ci si dovrà rassegnare ad ascoltare solo il Best of di Norah Jones.
Quindi la scienza dice sì alla musica rock, ma con moderazione: almeno l’headbanging, il muovere la testa a ritmo, su Bohemian Rhapsody (89 bpm) è salvo.
“Non disintegrate l’arte”: torna il metodo del professor Haskell
Il capolavoro dello storico dell’arte inglese Francis Haskell (1928-2000) – “Mecenati e pittori. L’arte e la società italiane nell’età barocca” – torna in libreria per i tipi di Einaudi: la prima edizione era del 1963. Qui anticipiamo l’inizio della premessa di Tomaso Montanari.
Storia dell’arte, storia degli uomini, storia delle idee: nelle pagine di Mecenati e pittori queste e altre storie si intrecciano, formando una fittissima rete di connessioni grazie alla quale dipinti, sculture, architetture riacquistano i loro significati. Una rete tanto estesa da riuscire a restituire l’immagine di una intera società, quella dell’Italia nell’età barocca. Una rete così originale e carica di futuro da rivelare il profilo di uno studioso tra i più curiosi e innovativi del Novecento europeo: “Divagando e accostando saltava di palo in frasca, prima di tutto perché aveva in testa un’infinità di cose, e l’una gli richiamava l’altra, ma specialmente per la passione di far confronti, di scoprire rapporti, di segnalare influenze, di mettere a nudo il complicato congegno della cultura”.
Sono queste le parole che mi tornarono con forza in mente durante l’ultimo seminario tenuto da Francis Haskell a Pisa, nel marzo del 1999: parole che ritraggono un maestro appassionato, il Kretzschmar del Doctor Faustus di Thomas Mann.
Come Nicholas Penny volle sottolineare nel necrologio pubblicato sull’Indipendent, Haskell era “molto attaccato alla Normale”: è probabile che questo attaccamento dipendesse dall’atipicità della Scuola rispetto al sistema universitario italiano, e insieme da una certa sua vicinanza al clima di Oxford e Cambridge. Ma soprattutto dipendeva dal fatto che la Normale cercava di mantenere vivo un modello di apprendimento delle discipline storiche che definirei “integro”. Integro sul piano del metodo, e sul piano morale: perché non disposto a farsi risucchiare in quell’infinita parcellizzazione di specialismi incapaci di comunicare in cui si erano già disciolte le discipline umanistiche. Un’implosione che, naturalmente, non risparmiava la storia dell’arte: mentre l’autoreferenziale convivenza di tante riduzioni della storia dell’arte spingeva a definirsi “iconologo” o “attribuzionista”, “documentarista” o “storico della critica d’arte” o “storico del collezionismo”, Haskell insegnava ancora a fare la storia dell’arte: a prenderla tutta, a non “disintegrarla” secondo aprioristiche e teoriche scelte di metodo, ma ad inseguire invece con coraggio, buon senso e duttilità le domande che le opere d’arte e la loro storia pongono con insistenza ineludibile.
E non bastava: non solo la storia dell’arte non poteva che esser presa e praticata tutta intera, ma soprattutto non la si poteva sradicare dal suo vasto, complicato e affascinante intreccio con una più ampia e avvolgente storia della cultura. Era proprio questo il nucleo più prezioso della lezione di Haskell, che nell’ultima pagina del suo unico libro uscito solo in italiano, fa propria senza riserve quest’affermazione di uno storico: “I grandi storici dell’arte, o almeno quelli che hanno per me maggior importanza – Jacob Burckhardt, Carl Justi, Emile Mâle – sono stati degli storici nel senso più ampio: storici non solo dell’arte, ma degli uomini e delle idee”.
Ogni pagina di Mecenati e pittori è la perfetta attuazione di questa convinzione. E proprio per questo è “forse il libro che per la mia generazione ha costituito più di ogni altro un riferimento esemplare di metodo, e direi anche di moralità professionale”. La constatazione di Gianni Romano può valere anche per la generazione successiva, che è la mia: il primo libro di Francis Haskell appartiene all’assai ristretta cerchia dei “classici” della storiografia artistica del Novecento, e dunque continua a essere attivo e influente, nonostante l’inevitabile superamento di molte delle informazioni che contiene, e in parte anche della struttura che lo informa. Ripubblicarlo (in questa edizione sorvegliatissima quanto alla traduzione e alla bibliografia: il che avrebbe deliziato l’autore), significa rimettere uno strumento essenziale nelle mani degli studenti di storia dell’arte, degli storici dell’arte adulti, degli storici e degli umanisti in genere. E anche di quel largo pubblico che sempre più cerca di stabilire su qualche solido fondamento un rapporto con la storia dell’arte che in troppi si sono visti negare a scuola.