Non avevo molto self control

Il reale “self control” Raf lo ha scoperto al confine dei sessant’anni, “mentre negli anni Ottanta proprio non mi trovavo, mi sentivo fuori posto, quasi imbarazzato”. Raffaele Riefoli, nato il 29 settembre del 1959 a Margherita di Savoia, apre la porta di casa con cappellino in testa, maglietta e pantaloncini, stretta di mano accorta, di chi con le mani ci lavora e deve preservarle; ha uno sguardo lieve, differente da quanto dichiara la carta d’identità, e il tempo gli ha offerto la possibilità di conoscere il valore dello stupore, perché con lo stupore ha imparato a conviverci (“diventare una popstar non era nella mia indole”).

Ogni tanto accanto a lui si siede la moglie, Gabriella Labate, insieme da oltre trent’anni, e nonostante il tempo passato e condiviso si chiamano ancora “amore”, e non per abitudine (“a lei devo veramente molto”). Raf in carriera ha inanellato una serie lunghissima di successi nazionali e internazionali, a partire proprio da Self control (1984), la generazionale Cosa resterà degli anni 80, quindi Sei la più bella del mondo e la complicata Infinito; da mesi è in tour con Umberto Tozzi (“amico da una vita”). Mercoledì l’ultima data all’Arena di Verona.

La sua carriera è iniziata con suoni punk.

Alla fine degli anni Settanta mi affascinava la musica straniera, soprattutto quella estrema che arrivava dall’Inghilterra: in quel contesto mi sentivo a mio agio.

E poi?

Un giorno passeggio per Ponte Vecchio e incontro un ragazzo che suona il country: era Ghigo Renzulli (storico leader dei Litfiba con Piero Pelù), e tra una canna, una birra e un brano strimpellato siamo diventati amici.

Avete fondato i “Cafè Caracas”.

E siamo arrivati ad aprire il concerto dei Clash (band punk per eccellenza), miei idoli del tempo, li ascoltavo a ripetizione.

Deluso dalla conoscenza?

No, solo un po’ stupito: Joe Strummer (leader del gruppo) mi ha chiesto tutto delle Brigate rosse, era fissato, una specie di interrogatorio serrato.

Appassionato.

Non credo fosse stima o condivisione, anche se allora spesso indossava magliette con sopra la stella rossa.

Sapeva rispondere?

Non era un argomento che mi esaltava, ma ero preparato: da sempre leggo di tutto, da sempre credo sia fondamentale avere una coscienza civile, anche se non ho mai pensato di dedicarmi alla politica.

“Raf” all’estero può venire frainteso.

Lo so, è l’acronimo di Rote Armee Fraktion (terroristi tedeschi), e un po’ mi dava fastidio, tanto che in Germania la casa discografica è stata costretta ad aggiungere una “f” al nome per evitare equivoci: per loro sono Raff.

Dispiaciuto?

A me andava bene, è sempre il diminutivo di Raffaele, tanto che volevo adottarlo anche in Italia, ma Giancarlo Bigazzi (produttore e paroliere, per anni hanno collaborato) si è rifiutato, e in quel periodo comandava lui, non avevo molta voce in capitolo.

“Comandava lui”, era un bene?

Sì, perché ero molto giovane e inesperto, e ha evitato alcune mie cavolate; no, perché poteva lasciarmi più spazio ed evitare un’inevitabile rottura tra di noi.

Lei è gli anni Ottanta.

Non lo so, sono più che altro una parte di quel periodo durante il quale ho tirato fuori alcune hit, e con Cosa resterà ho posto la domanda che ha chiuso un decennio.

Lo ha aperto con “Self control”.

Allora mi nascondevo, cercavo in tutti i modi di non apparire, per questo in tanti mi dicevano: “Conosciamo la canzone e non te”.

Come mai?

Vivevo un profondo imbarazzo: venivo dal punk, dalle cantine rock, dal concetto intrinseco di rivoluzione, un integralista in quanto a musica; per me cantare una canzone che si muoveva dentro i perimetri della dance era un tradimento imperdonabile.

Eppure…

Nei progetti iniziali di Self control dovevo restarne solo l’autore, poi l’editore e Bigazzi non riuscivano a trovare un interprete italiano, e mancavano solo tre mesi al lancio; così quasi mi obbligarono a interpretarla e mi arresi, convinto che altrimenti non sarei più riuscito a lavorare con la musica.

Obtorto collo.

Non volevo tornare a Londra per lavare i piatti, quindi ho ceduto, persuaso che non sarebbe accaduto nulla; al contrario è diventata una hit mondiale e il mio mondo si è ribaltato.

Il successo all’improvviso.

Come uno schiaffone in viso che ti stordisce, e in teoria dovevo esserne felice, anche perché iniziarono ad arrivarmi una quantità pazzesca di soldi, cifre mai viste prima; potevo permettermi cose mai immaginate.

Primo sfizio tolto?

Un viaggio a New York: scendo dall’aereo e trovo una ragazza che avevo conosciuto in Germania, e con lei anche una limousine e l’autista: sorseggiavo whisky mentre attraversavo Manhattan e dentro di me ripetevo: “Non è vero, sto sognando”.

Bel salto.

Solo l’anno prima suonavo nelle cantine! E ancora prima, ai tempi di Margherita di Savoia, per noi ragazzi l’America era così lontana da derubricarla alla sfera dell’irraggiungibile: era come la Luna.

Allora come passava le sue giornate?

Giocavo a pallone e suonavo.

Leggeva?

Solo gli autori in linea con quella fase della vita, solo i dannati e maledetti come Fante, Miller, Kerouac, Burroughs o Bukowski.

A scuola?

Se studiavo andavo bene, però mi impegnavo poco e le amicizie di quel periodo non aiutavano.

È stata dura andar via da casa?

Era più forte il desiderio di conoscere il mondo, senza troppe radici, per questo dopo Firenze sono finito a Londra.

Di che viveva?

I primi tempi grazie a qualche risparmio e a dormire ero ospite di amici; quando gli amici sono andati via, la sera aprivo di soppiatto la finestra di quello stesso appartamento ormai vuoto e senza inferriate, mi infilavo, piazzato sul divano, e all’alba me ne andavo; poi ho trovato una casa occupata e guadagnavo come lavapiatti.

E suonava.

Da punk, anzi post-punk, con il sogno di entrare in una band inglese.

Il suo look?

Tutto vestito di nero con il chiodo d’ordinanza (giacchetto in pelle) e la cresta, ogni tanto pure colorata di rosso, grazie alle bombolette spray.

In famiglia si è mostrato così?

No, quando tornavo in Puglia evitavo un look del genere, solo una volta mi hanno visto con i capelli biondi; ma loro erano abituati, tutti in paese parlavano di me, e alcuni cadevano in definizioni che passavano dal “pazzo” al “drogato” fino al “gay”.

Abituati, davvero?

Arresi, alzavano le spalle e dicevano “vabbé, questo figlio ci è venuto così”, mentre quando mi hanno visto per la prima volta in televisione, ospite di Raffaella Carrà, si sono fermati, della serie: “Forse non abbiamo capito qualcosa”.

Sempre per “Self control”.

Hit internazionale: è stata prima negli Stati Uniti, terza in Inghilterra.

Il successo, dicevamo.

(Ogni volta affonda i suoi pensieri nel sommerso). Una botta enorme, proprio non ero preparato e, come dicevo prima, lo vivevo male perché pensavo di aver tradito le mie idee.

E il rapporto con i fan?

Stessa storia: negli anni Ottanta non potevo uscire di casa senza venir rincorso; ogni volta la mia timidezza veniva messa alla prova, e non reggevo lo stress.

Dopo quanto tempo si è sentito “preparato”?

Ci ho messo almeno dieci anni.

Scinde Raf da Raffaele?

Non lo so, non ci ho mai pensato; credo di essere sempre me stesso.

Lei a un talent.

Mi è bastato Sanremo.

Cioè?

Le gare canore non le sopporto, l’agonismo lo concepisco più se devo giocare a pallone, o comunque qualcosa legato allo sport, non alla musica.

L’ultimo suo Sanremo è stato complicato.

Stavo proprio male, e non meritavo l’eliminazione; comunque avevo la broncopolmonite e la mononucleosi.

Bella doppietta.

Non stavo in piedi, in quei giorni mi hanno sparato di tutto a partire da bombe di cortisone, ma ero troppo convinto della canzone, tanto che all’inizio mi davano tra i favoriti.

Un muro di emozioni.

Se gioco in casa, se sono su un terreno amico e davanti al mio pubblico, non ho problemi, mi lascio trasportare; la prendo male, invece, quando sono in televisione o in situazioni dove so che l’occhio critico delle persone è acceso: lì l’emozione mi mette in difficoltà.

Quali sono le accuse dei suoi detrattori?

Negli anni ho sentito di tutto, e resto un meridionale un po’ permaloso, non riesco ad archiviare certe situazioni, anche se rispetto a un tempo mi schermo meglio.

Però?

Anche qui: è indole; non potrei mai andare in un salotto televisivo a parlare di politica o discutere di sociale perché potrei mettere le mani addosso a qualcuno.

Meglio di no.

Non me lo posso permettere, sbroccherei completamente: fino a un certo punto so mantenere il mio self control, poi quando parto…

Si chiude la vena.

Mia moglie lo sa e anche i miei amici: non capisco più niente.

Ha fatto a botte…

È capitato, ma ci vuole tanto, non sono immediato.

In questo è rimasto punk.

Nell’animo, sì.

“Infinito” è una canzone difficile da cantare.

Davvero? È peggio In tutti i miei giorni: quando la metto in scaletta mi sale l’ansia dai giorni precedenti, e con il fiato la preparo da molto prima.

Che domande si pone?

Ultimamente mi chiedo cosa farò da grande, perché inizio a sentirmi adulto.

Domanda inedita, quindi.

Sessant’anni sono passati in un lampo, e in questo tempo un po’ per fortuna, un po’ per la musica, e soprattutto grazie a mia moglie, non mi sono posto troppe questioni: non ho programmato il futuro. Non ho pianificato.

E cosa ha pensato?

Mi pongo domande ma non ho ancora risposte.

Le fa impressione?

Devo accettare un punto: che è giunto il momento di diventare grande.

Per i 50 non è andata così…

A quel tempo me ne sentivo 30.

Trent’anni con sua moglie.

Rappresenta la mia più grande scoperta, non immaginavo di poter riuscire a costruire un rapporto così solido e duraturo, mentre i miei legami precedenti sono stati tutti complicati, contorti, litigiosi, tormentati. (Ci pensa). Sono molto pop nella musica, sono molto meno pop per quel che riguarda la vita privata.

Ogni tanto balbetta.

Capita quando il cervello vuole trovare la parola più adatta, e non mi viene. Così mi inceppo.

Sinossi di Raf.

Su me stesso faccio fatica. (Alza lo sguardo ed è preoccupato). Devo proprio?

No.

Ah, meno male. Lei cosa risponderebbe?

(Canta Raf ne “L’infinito”: “L’infinito sai cos’è?… L’irraggiungibile fine o meta. Che rincorrerai per tutta la tua vita”).

 

Joe Kennedy III: il pronipote corre per il Senato e contro Trump

Joseph Patrick Kennedy III ha rotto gli indugi: correrà per un seggio al Senato alle elezioni del 3 novembre del 2020, quando l’America deciderà se riconfermare Donald Trump e rinnovare gran parte del Congresso. Joseph, 38 anni, nipote di Bob Kennedy e pronipote di Jfk, sa che una vittoria tra 13 mesi potrebbe aprirgli la strada verso la Casa Bianca.

Lo descrivono un “predestinato” della stirpe democratica del regno kennediano di Camelot: ciuffo biondo-rosso e sbarazzino, espressione sorridente, Joe ricorda anche nelle movenze i suoi illustri predecessori del clan. L’annuncio ufficiale della discesa in campo del rampollo della più famosa dinastia della storia Usa
è stato nella palestra di un centro dei servizi sociali di Boston, in pieno stile millennial.

Il suo manifesto è: “Non c’è dubbio che Trump sta minando questo Paese, ma non basta batterlo: bisogna affrontare i limiti del nostro sistema e della nostra azione, limiti che hanno permesso a uno come lui di vincere”.

“Iran, i diritti delle donne in vetrina ai Mondiali”

Sanam Vakil è Senior Research Fellow al Middle East and North Africa Programme del prestigioso think tank londinese Chatham House. Al tema del rapporto fra attivismo femminile e politica in Iran ha dedicato il saggio Women and Politics in the Islamic Republic of Iran: Action and Reaction. Le abbiamo chiesto in che contesto è maturata la decisione del ministro dello Sport iraniano di consentire alle donne di assistere alle partite internazionali, infrangendo 40 anni di divieto.

Professoressa Vakil, è la fine di un lungo tabù o solo una operazione di propaganda per il governo?

È una concessione simbolica imposta dall’esterno, il governo a questo punto non poteva evitarla. Ed è una concessione parziale. Non credo però che si potesse fare di più: è il frutto di un attento bilanciamento di forze fra i settori clericali, tradizionali, patriarcali, che hanno una notevole influenza culturale e politica e mantengono una visione arcaica dei diritti delle donne, e spinte più progressive nell’establishment e nella società iraniane. Nel fare questa concessione il governo ha dovuto mediare fra due poli: da una parte non poteva permettersi, per ragioni di politica interna e di immagine internazionale, di venire esclusa dai Mondiali. Dall’altra, sul piano domestico è inaccettabile essere percepiti come cedevoli alle pressioni straniere. Questa decisione è un’apertura in cui mantengono il controllo, per prevenire le critiche degli ambienti clericali, per i quali qualsiasi compromesso è visto come pericoloso precedente. Ma è ugualmente da celebrare, perché i simboli in un paese come l’Iran contano, e mi auguro che questa concessione abbia un effetto di contagio.

Quanto ha contato la tragica immolazione di Sahar Khodayari, la Blue girl che si è data fuoco perché le era stato impedito di assistere alla partita della sua squadra?

La sua morte è stata un punto di non ritorno, perché ha destato enorme commozione e orrore sia fra la popolazione iraniana che nell’opinione pubblica mondiale e questo ha accresciuto la pressione su Teheran. Il ruolo della Fifa è stato cruciale, con la minaccia di escludere l’Iran dai Mondiali: conta in un paese con tanti appassionati di calcio. Quello che mi ha colpito è stata però l’assenza di solidarietà da parte di grossi club o delle maggiori personalità del calcio. Non una presa di posizione, nemmeno un tweet dai grandi calciatori occidentali. In Iran al contrario i giocatori hanno espresso la loro solidarietà e ricordato pubblicamente Sahar.

Cosa possiamo aspettarci ora? L’inizio di una stagione di cambiamento per i diritti delle donne iraniane o una retromarcia, dopo i Mondiali quando il mondo guarderà da un’altra parte?

Oh no, nessun cambiamento radicale, assolutamente. Certo, alcune attiviste per i diritti delle donne la vedranno come una vittoria, anche se ottenuta a caro prezzo. Ma la strada per una vera liberazione delle donne iraniane è lunga, mi creda, e stiamo parlando di una società in cui è impensabile che i cambiamenti arrivino tutti insieme. Sono piccole conquiste che creano precedenti. Non possiamo escludere che le autorità facciano marcia indietro dopo la vetrina dei Mondiali. Ma credo che per re-imporre il divieto dovrebbe succedere qualche grosso incidente che coinvolga una donna, perché questa concessione ha il supporto della maggioranza della popolazione.

Lo “sceriffo” diventa un clown cattivo al soldo di Trump

Da sceriffo modello Law and Order a sindaco d’America nella New York ferita dell’11 Settembre 2001: affannato, stravolto, coperto dalla polvere bianca degli edifici crollati, circondato da una muta di giornalisti, quel giorno Rudolph Giuliani si guadagnò il titolo di Uomo dell’Anno e la copertina di Time. E lì è rimasto: da allora, marito due volte divorziato; mentitore seriale, su vicende familiari e personali; candidato – a senatore, a ministro, a presidente – sempre sconfitto o sempre scartato; e, infine, avvocato di un presidente che consuma i legali e se ne disfa come fossero consiglieri per la Sicurezza nazionale, lasciandoli in genere nelle peste con la giustizia, come è già successo con Michael Cohen e altri membri dello staff giuridico della Casa Bianca.

Essere al servizio di Donald Trump è rischioso, dal punto di vista legale, perché il magnate cambia magari avversario, ma non cambia abitudini: cerca di vincere ‘sputtanando’ l’antagonista; e non esita a giocare sporco. Così, nel 2016 cercò di comprare da un’avvocatessa – russa – informazioni che mettessero in cattiva luce Hillary Clinton, sua rivale per la Casa Bianca; e, adesso, sta già cercando di portarsi avanti, creando difficoltà a Joe Biden, l’attuale battistrada per la nomination democratica. In realtà, Trump non avrebbe motivo di mettere i bastoni fra le ruote a Biden, da molti considerato un avversario alla sua portata. Ma si sa com’è: Richard Nixon innescò il Watergate e la sua rovina per paura di George McGovern, un rivale che avrebbe comunque battuto a mani basse.

Che difendere Trump non sia facile, Giuliani lo capì fin dai suoi esordi nel nuovo incarico: lui, che sperava meglio – era stato citato come potenziale responsabile di vari dicasteri, senza mai essere nominato – volle cambiare, ai primi di maggio del 2018, la strategia difensiva del magnate presidente sul Russiagate. “Basta bugie”, disse; ma Donald lo fulminò, “Rudy non ha ancora capito”.

La storia che adesso inguaia (anche) Giuliani comincia con una telefonata il 25 luglio del presidente al nuovo omologo ucraino Volodymyr Zelensky, che sarà a New York la prossima settimana e vedrà Trump a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo sceriffo-sindaco-avvocato è presente. Per almeno otto volte, nella stessa telefonata, Trump insiste con Zelesnky perché le autorità ucraine aprano un’inchiesta sul figlio di Biden e si coordinino con Giuliani, che, in primavera, aveva già annunciato una missione a Kiev – poi annullata – per sollecitare l’avvio dell’indagine su Biden jr. Secondo fonti, citate dal Wall Street Journal Trump non promette nulla in cambio; ma secondo altre vicine all’intelligence statunitense, a Zelensky, Trump avrebbe detto: “Caro presidente, se voi indagate su alcuni casi di corruzione, l’Ucraina potrebbe accrescere la sua reputazione e i suoi rapporti con gli Stati Uniti”. L’intreccio d’interessi tra la squadra del magnate e l’Ucraina è complicato: l’ex manager della campagna 2016, Paul Manafort, è in carcere per frode fiscale e altri reati compiuti facendo il lobbista per l’ex governo filorusso di Kiev.

La versione dell’agente Usa sarebbe confermata dai verbali ucraini. Ma per Trump, le accuse “sono assolutamente ridicole”, lo 007 è uno “spione di parte”: “Non c’è nulla di sbagliato nei miei colloqui con i leader stranieri, sono solo fake news della sinistra radicale democratica e dei media”. E se poi qualcosa non filerà liscio, già sappiamo su chi ricadrà la colpa: Giuliani, da eroe della Grande Mela a parafulmine di uno showman.

Amazzonia, ora la pioggia è nera

Acqua, terra, fuoco, aria e spazio. Sono questi gli elementi che, secondo la medicina Ayurvedica indiana, formano il corpo umano e l’universo. Per mantenere la nostra salute, e quella del pianeta, dobbiamo, secondo l’Ayurveda, mantenere l’equilibrio fra questi cinque elementi. Ciò che avviene in Amazzonia è l’opposto. Per settimane, questa estate, i roghi – sulle prime il presidente Bolsonaro aveva dato la colpa alle ong, salvo poi mandare l’esercito – hanno devastato la foresta; la minaccia non è ancora sventata, anzi, l’Amazzonia in fiamme porta altri pericoli. L’allarme lo lancia Mario Moscatelli, il biologo e attivista brasiliano che si occupa di gestione e recupero degli ecosistemi costieri di Rio de Janeiro; da tempo segue costernato la rottura dell’equilibrio ecologico in Brasile.

Nei suoi trenta anni dedicati alla difesa dell’ambiente, Moscatelli ha vissuto molti momenti di tensione, ma le cose sono peggiorate con le queimadas, gli incendi dolosi appiccati in Amazzonia. Il responsabile del recupero delle più grandi aree di mangrovie nello stato di Rio de Janeiro è sulle spine perché l’elemento fuoco ha colpito non solo la terra, ma anche l’acqua che, inquinata dal tossico prodotto dalla combustione delle biomasse, raggiunge attraverso l’aria, i venti e le piogge, anche la megalopoli di São Paulo. “Le queimadas sono la punta di un iceberg – dice Mostacelli – poiché la distruzione della foresta è associata a quella di uno dei più importanti termostati planetari. Gli effetti degli incendi già si propagano principalmente in America del Sud, un pericolo che sembra essere ignorato dalle autorità brasiliane”. Gli incendi del mese di agosto hanno provocato una pioggia nera che ha oscurato il cielo della megalopoli brasiliana distante quasi 4,000 chilometri dall’Amazzonia.

“La quantità di calore generata dagli incendi – sostiene l’attivista – fa sì che gas e particelle raggiungano altezze considerabili durante il processo di dispersione del fumo nell’atmosfera”. La pioggia nera che, secondo molti paulistani aveva un “odore di caffè”, è penetrata nella terra e nei bacini idrici artificiali che riforniscono d’acqua la metropoli. “La biomassa bruciata emette vari elementi chimici inquinanti, particelle solide e sostanze altamente tossiche. Vorrei chiarire che il materiale incendiato non necessariamente appartiene a foreste, ma proviene anche da aree già degradate e trattate con elementi tossici in grado di contaminare aria e acqua” ribadisce Moscatelli.

Gli incendi a catena – a cui il presidente Jair Bolsonaro ha risposto con dichiarazioni anti ecologiste – sono avvenuti anche in aree agricole, sottoposte soprattutto alla coltivazione della soia, in espansione sempre più a Nord, verso gli ultimi santuari ecologici del pianeta.

I ricercatori dell’Istituto di chimica dell’Università statale di São Paulo (Usp) hanno verificato la presenza di “reteno” nell’acqua piovana; con questo termine indicano un composto che trae origine dalle queimadas, giacchè si riscontra solo nella combustione di biomasse; un tipo di inquinamento diverso rispetto a quello prodotto dalle emissioni industriali e dai gas di scarico delle auto. Secondo le ricerche l’esposizione a tale sostanza, in alte concentrazioni, provoca danni al Dna e morte delle cellule polmonari, oltre a causare problemi respiratori e l’enfisema polmonare. “Tutti – aggiunge Moscatelli – sono a rischio. La città di Rio de Janeiro è stata creata a spese anche del degrado storico della Foresta Atlantica. Ciò che si ha oggi è una caricatura di questa foresta che esisteva all’inizio del XX secolo, eppure, gli stessi carioca che hanno marciato per l’Amazzonia sulla spiaggia d’Ipanema, per diverse ragioni, non si sono incomodati per protestare contro l’eco-eccidio della propria città”.

Nonostante le leggi che teoricamente proteggono il medio ambiente brasiliano, il degrado di spiagge, lagune, fiumi e baie deriva – secondo il biologo – dalla sistematica distruzione dell’ecosistema a causa della disordinata crescita urbana che arricchisce gruppi pubblici e privati.

“Il Brasile è una nazione eterogenea che non conosce ancora tutte le specie esistenti che l’arricchiscono, ma, nonostante ciò, la cultura di consumare e distruggere, tipica del colonialismo, perdura e continua a estirpare le nostre risorse naturali. Il tema della protezione dell’ambiente – a Rio de Janeiro, São Paolo, in Amazzonia, a Minas Gerais, nel Rio Grande do Sul e così via – non è ancora un tema prioritario per i politici che non s’interessano all’ecologia, data la scarsa importanza che la società brasiliana attribuisce a questo genere di cose”

Corteo sull’ambiente Black bloc infiltrati, scontri con la polizia

Violenze e incendi per le strade di Parigi da parte dei black bloc. Nel giorno del ritorno alla manifestazione dei gilet gialli (è la numero 45) contro i cambiamenti climatici e per la riforma delle pensioni, con decine di migliaia di persone scese in piazza nella capitale francese, si sono registrati tensioni e qualche scontro che hanno portato al fermo di 163 persone, tra cui anche uno dei leader dei gilet gialli, Eric Drouet. All’arrivo in place d’Italie ci sono stati incendi di cassonetti da parte dei black bloc che si sono infiltrati tra i manifestanti. La polizia ha risposto con il lancio di lacrimogeni a cui è seguita la costruzione di una barricata con materiale da cantiere da parte dei black bloc. Il rischio che la marcia potesse degenerare era apparso chiaro quando lungo il percorso, nel quartiere latino, sono state danneggiate banche, agenzie di assicurazione e immobiliari. Di fronte al clima di tensione, i movimenti ecologisti di Greenpeace e Youth For Climate hanno invitato i loro sostenitori ad abbandonare la manifestazione. Intanto l’attivista svedese Greta Thunberg ha dato il via al Youth Climate Summit all’Onu, al fianco del segretario generale Antonio Guterres.

“L’impegno dell’Ue non è ancora abbastanza”

Una Commissione europea troppo timida, scadenze che rischiano di slittare, ancora troppe sovvenzioni alle fonti fossili. “Così – spiega l’eurodeputata Eleonora Evi (M5s), unica italiana della delegazione dell’Europarlamento che lunedì parteciperà alla conferenza sul clima dell’Onu a New York e vice presidente dell’Intergruppo Benessere e Salvaguardia Animali del Parlamento europeo – non riusciremo a raggiungere le scadenze previste”.

Qual è il ruolo dell’Europa in questo processo?

L’Ue deve dimostrare maggiore ambizione, impegnarsi di più – come in parte già fa – anche nella legislazione più vincolante. La nuova presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha fatto promesse importanti per il 2050, ma intanto prevale un modello di produzione e di consumi inquinante. Servono piani più ambiziosi, anche per New York.

Quelli odierni non bastano?

La comunicazione che porterà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk da parte della Commissione Ue non è abbastanza. Se n’è dibattuto a lungo in plenaria, manca la promessa sul taglio delle emissioni al 2030, prima data a cui dobbiamo arrivare con compiti fatti. Dalle normativa è previsto un taglio del 40 per cento, ma non è ancora abbastanza per evitare che il surriscaldamento terrestre aumenti di due gradi. La von der Leyen ha promesso un aumento dal 50 al 55 per cento, ma intanto a New York non si va con questo impegno. Stiamo perdendo una occasione.

Cosa si può fare di più?

Smettere di sostenere le fonti fossili, verso cui vengono stanziati 5.300 miliardi di dollari di sussidi nel Mondo (sono dati Fmi del 2015), 231 solo nell’Ue. Siamo di fronte a ipocrisia e contraddizione. Inoltre, dimentichiamo continuamente l’altro aspetto fondamentale della faccenda, lo sviluppo sostenibile che però è rimasto un po’ nell’ombra. Ci si dimentica della lotta alla povertà, delle disuguaglianze, anche solo dello squilibrato accesso all’acqua. A New York si parlerà anche di questo ed è importante fare di più. C’è troppa timidezza, mai una strategia onnicomprensiva e che dia strumenti di misurazione, una tabella di marcia, delle scadenze. Non lo si prende seriamente.

E i green bond?

Dobbiamo riuscire a utilizzare e spostare il più possibile finanziamenti pubblici e privati verso la decarbonizzazione, l’economia circolare e efficienza energetica. Nei prossimi mesi, invece, la grande battaglia sarà scorporare gli investimenti verdi e sostenibili dalle regole bilancio e dal patto di stabilità e crescita. Si sta costruendo quella congiuntura politica e storica ideale per questo. Il parlamento Ue come istituzione che rappresenta i cittadini ha già dimostrato di spingere legislazione verso il miglioramento. Saremo il fiato sul collo sulla Commissione.

Siete tutti sulla stessa linea?

C’è ovviamente una parte più conservatrice e recalcitante, forze, popolari e conservatori hanno posizioni diverse. Ma la maggioranza del parlamento ha già dimostrato coraggio. Spero che questo nuovo parlamento possa dimostrare sempre di più. Noi stiamo aprendo un dialogo su questi temi con i Verdi, siamo contenti e confidiamo che possa portare buoni frutti.

Gli eurogruppi uniti (o quasi) nel disinteresse per il clima

Un nuovo supercommissario e vicepresidente esecutivo per applicare il Green New Deal all’europea, l’olandese Frans Timmermans. L’eurogruppo dei Verdi mai tanto numeroso, con 74 seggi. Una domanda di cambiamento dal basso che non si era mai percepita tanto chiara. A Bruxelles e Strasburgo sembra il tempo della svolta ambientalista. Mai fidarsi però: la composizione di questo parlamento, se gli eurogruppi voteranno come in passato, non sarà pro-ambiente come appare. La scorsa legislatura l’emiciclo era spaccato: sia in senso geografico, sia in senso di appartenenza politica. Il clima interessava all’Europa settentrionale e meridionale, non a quella centro-orientale. Lo hanno difeso i Verdi, con qualche aiuto dai gruppi di sinistra. I più ostili sono stati conservatori, popolari e populisti/identitari.

Questa è la fotografia della scorsa legislatura scattata dalla Climate action network Europe(Can), ong che si occupa di politiche per il clima. Ad aprile 2019 l’organizzazione ha pubblicato la classifica dei più green del Parlamento europeo. Il ranking suddivide gruppi e parlamentari in tre categorie: “difensori”, “ritardatari”, “dinosauri” (Defenders, delayers and dinousaurs). “La maggioranza dei gruppi di parlamentari europei – si legge nel report – ha punteggi negativi o molto negativi (sotto il 50%)”.

Lo score è calcolato sulla base di come hanno votato i 10 provvedimenti ritenuti di maggiore impatto: dalla direttiva per la riduzione dei gas del 30% entro il 2030 a quella sul consumo del suolo, dall’introduzione delle energie rinnovabili all’efficienza energetica e alle emissioni delle auto. I Verdi hanno totalizzato 84,9%, seguiti dalla Sinistra europea (66,5%) e Socialdemocratici (61,3%), guadagnandosi il titolo di “difensori” dell’ambiente. “Dinosauri” in fondo alla classifica si piazzano i conservatori (10%), i popolari (14,3%), il gruppo Europa delle nazioni e della libertà (15,2%, oggi Identità e democrazia) e il misto (24%).

In mezzo, i “ritardatari”: Alde (38,1%) ed Europa della Libertà e della democrazia diretta, il gruppo dei Cinque Stelle (40,9%). Questi ultimi, però, si legge, da soli avrebbero un punteggio superiore al 50% che gli fa conquistare la coccarda di “difensori”. La media è abbassata dai partiti della Polonia (dove sono tutti “dinosauri”), Repubblica Ceca e Slovacchia.

Guardando alla proiezione della classifica con i seggi del nuovo parlamento la situazione non è esaltante: i “difensori” perderebbero, infatti, 22 parlamentari rispetto al passato. Se Renew Europe (108 parlamentari) voterà come Alde (68 parlamentari), i “ritardatari” aumenteranno invece di 40 unità. Meno chiara la posizione dei “dinosauri”, il cui risultato dipende soprattutto dalle votazioni della Lega, che compensa in parte l’emorragia di voti del Partito popolare. A Pontida, durante la loro convention, i giovani padani hanno promesso di volersi “riappropriare del tema ambientale”.

Presenti sul palco, durante l’annuncio del responsabile esteri della Lega Davide Quadri, c’erano anche rappresentanti del Rassemblement national di Marine Le Pen, alleati nel gruppo Identità e democrazia. Il modo in cui hanno votato nella scorsa legislatura suggerisce però che sia una promessa vana. Un esempio: quando a dicembre 2015 erano in discussione gli emendamenti sulla mobilità sostenibile, Lega, Front National, Fpo austriaco, Alternative fur Deutschland, Ukip, Fidesz e Jobbik hanno tutti votato contro l’eliminazione graduale degli incentivi ai combustibili fossi. Tante parole, pochi fatti.

Sisma in Albania sentito anche in Puglia, decine i feriti

Panico e paura in Albania, dove la terra ha tremato ripetutamente per un fortissimo terremoto, il più violento degli ultimi 30 anni, non lontano dalla capitale Tirana e a 1 chilometro da Durazzo. Una scossa di magnitudo 5.8, con un epicentro a 34 chilometri dalla capitale e 10 chilometri di profondità, avvertita anche in Puglia che ha seminato il terrore. La gente si è subito riversata sulle strade mentre i primi bilanci parlano di decine di feriti e diverse abitazioni crollate.

Secondo i primi dati 60 persone sono state ricoverate negli ospedali di Tirana e Durazzo. Tra questi ci sarebbe una persona in condizioni gravi mentre per gli altri si tratterebbe solo di lesioni leggere in varie parti del corpo. “Molti sono rimasti feriti, mentre fuggivano dalle proprie case”, ha spiegato il ministro della Sanità Ogerta Manastirliu, annunciando che “tutte le strutture ospedaliere sono impegnate per fare fronte
a qualsiasi situazione”.

L’autunno in aula di Renzi sr., Lotti, Descalzi e gli altri

Inchieste ancora in corso (da quella sull’ex sottosegretario Armando Siri, a quella di Perugia che ha svelato le trame interne al Csm e al “Russiagate” a Milano) e processi che attendono la definizione nei prossimi mesi. Ecco un calendario di cosa avverrà nei Tribunali d’Italia.

23 settembre

Le soffiate a Montante
di Renato Schifani

Caltanissetta. Processo sul sistema di potere di Antonello Montante, dirigente di Confindustria. Tra gli imputati l’ex presidente del Senato Renato Schifani, l’ex direttore dell’Aisi Arturo Esposito: sono accusati di avere “spifferato” a Montante notizie dell’inchiesta.

 

24 settembre

Il sindaco di Riace tornato nel suo paese

A Locri si terrà l’udienza contro Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace e principale imputato nell’inchiesta sulla gestione dei fondi per l’accoglienza dei migranti. Per Lucano era stato emesso il divieto di dimora, poi revocato.

 

25 settembre

Eni in Nigeria, tangente da 1,1 milioni di euro

Udienza contro l’ad Claudio Descalzi, accusato di corruzione internazionale. Per i pm milanesi è coinvolto nel pagamento di una tangente di 1,1 miliardi di dollari per lo sfruttamento del giacimento petrolifero Opl 245 in Nigeria.

 

25 settembre

Presunto finanziamento di Amara a Verdini

Udienza del processo sulla presunta rete di corruzione creata dal legale Piero Amara (che ha patteggiato una pena di 1 anno e 2 mesi) per indirizzare sentenze. Tra gli imputati l’ex giudice Giuseppe Mineo, accusato di corruzione in atti giudiziari, e l’ex senatore Denis Verdini, per finanziamento illecito. Amara avrebbe versato ad Ala 300 mila euro in cambio della sponsorizzazione al Consiglio di Stato di Mineo (che, a sua volta, lo avrebbe agevolato).

 

25 settembre

La “componente riservata” delle ’ndrine

A Reggio Calabria si terrà l’udienza del processo “Gotha”, che vede alla sbarra quella che la Dda ha definito “la componente riservata” della ’ndrangheta. Tra gli imputati, l’ex senatore Antonio Caridi.

 

26 settembre

Sentenza per l’ex braccio destro della Raggi

L’ex capo del personale del Campidoglio, Raffaele Marra, è imputato a Roma per abuso d’ufficio per la nomina (poi revocata) del fratello Renato a capo della direzione Turismo del Comune di Roma. La Procura ha chiesto 2 anni di reclusione. Nell’inchiesta era coinvolta anche la sindaca Raggi, ma assolta in primo grado dall’accusa di falso.

 

27 settembre

Il boss Graviano
e le “stragi continentali”

Riprende a Reggio Calabria il processo contro il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e contro Rocco Filippone, uomo di fiducia della cosca Piromalli. Entrambi sono accusati dell’attentato ai carabinieri Fava e Garofalo. Per la Dda, quell’agguato è una delle “stragi continentali” iniziate con l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti e proseguite con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.

 

30 settembre

Matteo Messina Denaro
e le stragi di Capaci

Udienza a Caltanissetta del processo al latitante Matteo Messina Denaro imputato della strage di Capaci, in cui il 23 maggio del 1992 perse la vita Giovanni Falcone.

 

1 ottobre

Dopo anni, inizia il processo a Romeo

Dovrebbe prendere il via a Napoli il processo che vede imputato di corruzione l’immobiliarista Alfredo Romeo, l’uomo al centro del caso Consip. Le accuse riguardano le gare intorno all’ospedale Cardarelli di Napoli e altri episodi minori. A Roma Romeo invece è sotto processo per corruzione di un dirigente Consip.

 

3 ottobre

Trattativa Stato-Mafia,
B. in aula come teste

Udienza in appello del processo sulla trattativa Stato mafia. Previste le deposizioni di Silvio Berlusconi e di Antonio Di Pietro. In primo grado sono stati condannati mafiosi, ufficiali dei carabinieri e l’ex senatore Marcello Dell’Utri per avere veicolato una minaccia mafiosa nel periodo ’92-94 nei confronti dei tre governi che si sono succeduti: Amato, Ciampi e Berlusconi.

 

3 ottobre 2019

Consip, primo tempo
Decisione su Lotti

Il gip Clementina Forleo deciderà se mandare a processo l’ex ministro Luca Lotti, accusato di favoreggiamento. Secondo le accuse avrebbe spifferato all’ex Ad di Consip, Luigi Marroni, l’esistenza di un’indagine sui vertici presenti e passati della società.

Di favoreggiamento sono accusati anche i generali Emanuele Saltamacchia e Tullio Del Sette (quest’ultimo imputato pure di rivelazione di segreto). Il gip deciderà sulla posizione di Carlo Russo, l’amico di Tiziano Renzi. Per i pm Russo spendeva il nome di Renzi con l’imprenditore Romeo quando millantava agganci con i manager pubblici di Consip e Grandi Stazioni, per chiedere soldi. Ma Tiziano Renzi ne era all’oscuro. Imputato anche Gianpaolo Scafarto, il maggiore del Noe dei carabinieri accusato di rivelazione di segreto, falso e depistaggio.

 

3 ottobre

‘Il Principe e la Ballerina’ accusato Cosentino

Udienza d’appello a Napoli per il processo sugli interessi del clan dei Casalesi a Casal di Principe. Imputato anche l’ex sottosegretario Pdl Nicola Cosentino, condannato in primo grado a 5 anni con l’accusa di tentativo di reimpiego di capitali illeciti con l’aggravante mafiosa.

 

3 ottobre

Cucchi, fu ucciso
dai carabinieri?

Potrebbero arrivare le richieste del pm Giovanni Musarò nel processo per la morte di Stefano Cucchi: 5 carabinieri imputati, 3 per omicidio preterintenzionale. La sentenza è prevista entro l’anno. Dopo l’ulteriore indagine sui depistaggi dell’Arma, 8 ufficiali dei carabinieri, tra cui l’ex capo dei corazzieri del Quirinale Alessandro Casarsa, sono stati rinviati a giudizio (processo dal 12 novembre)

 

7 ottobre

Firenze, sentenza
per i genitori di Matteo

Arriva la sentenza di primo grado a Firenze per i genitori di Matteo Renzi, Tiziano e Laura Bovoli, e il re degli outlet Luigi Dagostino nell’ambito del processo sulle false fatture riguardanti il The Mall di Leccio Reggello. A Firenze i Renzi sono indagati pure per bancarotta fraudolenta ed emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento di alcune cooperative legate all’azienda di famiglia, la Eventi 6. Per questa vicenda, Tiziano Renzi e Laura Bovoli sono finiti ai domiciliari per 18 giorni, poi revocati.

 

7 ottobre

Le pressioni sull’Asl
di Benevento

La Procura di Benevento chiederà le condanne o le assoluzioni degli imputati nel processo per le pressioni sulla gestione dell’Asl di Benevento, tra i quali Nunzia De Girolamo, che per questa vicenda si dimise da ministro.

 

14 ottobre

Consip, secondo tempo
Il gip decide su Renzi Sr.

Il gip Sturzo dovrà decidere se archiviare Tiziano Renzi. Il padre dell’ex premier era indagato per traffico di influenze illecite. Per i pm romani però non era a conoscenza di presunti accordi del suo amico Russo con l’imprenditore Romeo. Per questo hanno chiesto per Tiziano l’archiviazione. Confermata anche dopo che sono state trovate le tracce nei tabulati di un incontro a Firenze a metà luglio del 2015 (sempre negato dai tre) tra Romeo, Russo e Tiziano. Per i pm quell’incontro è troppo datato: le manovre sulle gare Consip di Russo entrano nel vivo nel 2016.

 

14 ottobre

I pm su Scajola: ha favorito la latitanza di Matacena

Prevista la requisitoria del pg di Reggio Calabria nel processo “Breakfast”. Imputato l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola arrestato (e tornato libero poco dopo) nel 2014 per aver tentato di favorire il trasferimento da Dubai al Libano dell’ex parlamentare di Forza Italia Matacena, oggi latitante dopo essere stato condannato per concorso esterno con la ’ndrangheta.

 

17 ottobre

La presunta corruzione del governatore Oliverio

Fissata davanti al gup la prima udienza preliminare dell’inchiesta che aveva portato all’obbligo di dimora (revocato) il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio. Per lui, la deputata Pd Enza Bruno Bossio e l’ex parlamentare Nicola Adamo (Pd), è stato chiesto il rinvio a giudizio per corruzione.

 

18 ottobre

“Mafia Capitale”
arriva in Cassazione

Inizia l’ultimo grado del processo “Mafia Capitale”. Per i principali imputati, l’ex Nar Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, in primo grado è caduta l’accusa di associazione mafiosa. La mafia però è stata confermata in appello: Carminati è stato condannato a 14 anni e 6 mesi, Buzzi a 18 anni e 4 mesi.

 

21 ottobre

Il bus dirottato
con 51 ragazzi a bordo

Si terrà a Milano l’udienza che vede imputato Ousseynou Sy, 47enne senegalese. È accusato di sequestro di persona, strage, incendio, resistenza con finalità terroristiche. La mattina del 20 marzo Sy sequestra un bus e getta benzina all’interno. Secondo l’accusa avrebbe voluto compiere una strage. Quel giorno due ragazzini riescono a dare l’allarme con i cellulari, evitando il peggio.

 

22 ottobre

Il medico imputato
per la morte di Astori

Si apre a Firenze l’udienza preliminare per Giorgio Galanti, ex direttore di medicina sportiva dell’ospedale di Careggi, imputato per la morte del capitano della Fiorentina, Davide Astori. L’accusa è omicidio colposo: Galanti è accusato di aver certificato nel 2017 l’idoneità sportiva del calciatore senza rilevare una malattia cardiaca.

 

25 ottobre

Concorsi truccati
e baronie universitarie

Il gup di Firenze dovrà decidere se mandare a processo 40 Professori di Diritto tributario, per lo più dell’Università del capoluogo toscano, accusati di aver pilotato i concorsi per anni tra Firenze, Pisa e Roma.

 

5 novembre

Mattoni e politica,
il primo grado di Parnasi

Inizia il processo per Luca Parnasi: l’imprenditore, che dovrebbe costruire il nuovo discusso stadio dell’As Roma, è accusato di associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione. Sono imputati anche politici di vari partiti. Un’inchiesta collegata coinvolge il presidente M5s dell’assemblea capitolina Marcello De Vito, ora ai domiciliari: avrebbe asservito il proprio ruolo agli interessi dei privati (come Parnasi) ottenendo in cambio la promessa di consulenze allo studio legale di un amico.

 

22 novembre

I fondi per i bimbi
del cognato di Renzi

Comincia a Firenze l’udienza preliminare nei confronti di Luca e Andrea Conticini (cognato di Matteo Renzi) per i fondi (6,6 milioni) destinati ai bambini in Africa che, secondo l’accusa, sarebbero stati distratti dalle imprese dei fratelli, accusati di appropriazione indebita.

 

10 dicembre

Arezzo, vertici di Banca Etruria in tribunale

Inizia il processo ai vertici Banca Etruria: imputati per falso in prospetto l’ex presidente di Etruria Giuseppe Fornasari, l’ex dg Luca Bronchi e il responsabile del risk management David Canestri. È uno dei filoni dell’inchiesta sul crac Etruria, in cui il padre della Boschi fu archiviato.

 

14 Gennaio 2020

L’ex sindaco Nogarin
e l’alluvione del 2017

Si apre l’udienza preliminare per l’ex sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, nell’ambito del processo sull’alluvione del 9 e 10 settembre 2017 che provocò 9 morti. È accusato di omicidio colposo.