In principio fu il centro e il centro stava presso la Democrazia cristiana (insieme a un pacco di altre cose, per la verità). Dall’inizio degli anni Novanta, però, il nitore biblico del centro politico, sempre democratico, fu biblicamente devastato dalla distruzione della Torre di Babele detta appunto Democrazia cristiana: da allora, si dice, il centro non ha casa ed è un paradosso visto che ormai è un dogma che “le elezioni si vincono al centro”. Verso il centro parlano tutti: i partitoni, ovviamente, ma pure i partitini, soprattutto i partitini, un pulviscolo di sigle e siglette, di scissioni, di fusioni, di federazioni il cui nome – ancora biblicamente – è legione e a cui, buoni ultimi, s’aggiungono oggi Matteo Renzi e Carlo Calenda con Italia Viva e Siamo Europei. Un breve catalogo.
I puristi. La diaspora della Balena Bianca democristiana è un romanzo. Qui basti dire che da allora sono stati almeno una decina i partiti – e non escludiamo che qualcuno sia formalmente vivo – con la parola Democrazia cristiana nel nome: la Rinascita della Dc, la Dc per le Autonomie, la Dc-Scudo Crociato-Libertas, Rifondazione democristiana e così via, tutta roba da zero virgola o anche meno.
L’originale. Il primo a cercare uno spazio personale al centro fu un democristiano in purezza: Mariotto Segni, figlio del capo dello Stato Antonio. Fu lui a smontare il sistema della Prima Repubblica col referendum sulla legge elettorale, ma il suo Patto Segni non ebbe molta fortuna, né ne portò a chi vi si alleò negli anni (epica lo scoppola presa con Gianfranco Fini alle Europee del 1999 col simbolo americaneggiante dell’Elefantino).
I casini. Nel senso di Pier Ferdinando, padre putativo del magma centrista. Nel 1994 il giovane Pierferdi, deputato da un decennio, stava nel Partito popolare, ultima versione della Dc: voleva però allearsi con Berlusconi e così insieme all’amico Clemente Mastella s’inventò il Centro cristiano democratico (Ccd). Passa un anno e pure Rocco Buttiglione esce dal Ppi per fondare il Cdu, i Cristiani democratici uniti, che poi s’accoppiarono col Ccd. Il filosofo, però, è inquieto e nel 1998 si riprende il suo bel Cdu e lo porta dentro l’Unione democratica della Repubblica (Udr) messa in piedi da Francesco Cossiga per sostenere il governo D’Alema dopo la caduta del Prodi 1. Con Buttiglione stavolta c’è Mastella. Finito? Magari: il Cdu si scinde pure lui perché Roberto Formigoni, che vuole restare a destra, fonda con Raffaele Fitto i Cristiano democratici per la libertà. Alla fine, tempo un paio d’anni e si ritrovano tutti di nuovo con Berlusconi (Liste del Biancofiore), creando poi l’Unione di centro (Udc). Tutti tranne Mastella, in realtà, che s’inventa l’Udeur scippando la sigla a Cossiga. Pure lui, dopo aver contribuito alla caduta del Prodi 2, tornerà con B. Riassumendo: magari pochi voti, ma molte poltrone.
Berlus-centro. Il vero miracolo centrista in zona Arcore – almeno finché non si è trattato di votare – è stato il Nuovo Centrodestra (Ncd) di Angelino Alfano, oggi dissolto, ma poltronatissimo per tutta una legislatura. Le sigle d’area, però, sono state decine: Alleanza di centro (il giornalista Rai Pionati), Federazione dei Cristiano Popolari (Baccini), Popolari per il Sud (Mastella con un altro nome), il Nuovo Cdu (Tassone), Popolari Liberali (Giovanardi), etc. Tutti simboli che sulla scheda neanche ci sono mai finiti: ci pensava Berlusconi poi a trovargli qualche posto.
Irriducibili. Tra i creatori compulsivi di partitini di centro merita una menzione Gianfranco Rotondi, che dopo varie peripezie oggi prepara nientemeno che la Rivoluzione cristiana dentro Forza Italia. Più incerti i destini degli ex ministri Mario Mauro, che guida i Popolari per l’Italia, e Gaetano Quagliariello, che ha dato vita a Identità e azione, la quale può però vantare l’elezione, alle ultime comunali, di tre consiglieri a Potenza, due a Corato e uno a Giulianova.
Highlander. Il vero eroe di questa galassia è Bruno Tabacci, che è passato più o meno per tutte le sigle citate finora (e pure per altre, tipo la Rosa per l’Italia con l’ex Cisl Savino Pezzotta) e oggi giganteggia col suo Centro democratico, attraverso il quale – grazie a una manovra congressuale da vero democristiano – si è “rubato” pure +Europa con Emma Bonino. Genio.
Sinistra-Centro. Anche in zona Prodi e soci non sono mancati i partitini: a non voler contare i Cristiano sociali, una delle mille sigle della diaspora Dc, all’inizio ci fu Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini, che poi confluì nella Margherita insieme agli ex Ppi, ai prodiani e all’Udeur di Mastella (per poco). Le sigle, comunque, non sono mai mancate: Alleanza democratica (Bordon), Unione democratica (Maccanico), Democrazia europea (D’Antoni), Repubblicani europei (Sbarbati) e pure Alleanza per l’Italia. Ecco, Api è la scissione con cui Francesco Rutelli, nel 2009, tentò di creare il Nuovo Polo per l’Italia con Casini e Fini, che nel frattempo s’era scisso da B. Il Terzo Polo poi provò a farlo Mario Monti con Scelta Civica, tranne scoprire, alle urne, che erano i grillini. Corrado Passera, che non aveva capito, ci provò con Italia Unica nel 2015: chiuse un anno dopo per mancanza di elettori.
In cerca d’autore. Se non nell’elettorato, tra i politici c’è molta voglia di centro: Renzi e Calenda, allora, faranno da oggi concorrenza pure a Fare dell’ex leghista Flavio Tosi, a I Moderati del piemontese a pigione nel Pd Giacomo Portas, a Democrazia solidale di Lorenzo Dellai, a Energie per l’Italia di Stefano Parisi e chissà a quanti altri. Fino alla prossima fusione, alla prossima scissione e, se va bene, alla prossima poltrona. Avanti, che al centro c’è posto.