Zingaretti attacca l’ex premier: scissione “via Whatsapp”

Lasciatosenza troppe spiegazioni, con un semplice messaggio di Whatsapp. È successo anche a Nicola Zingaretti, che sostiene di essere stato avvisato della scissione di Matteo Renzi dal Pd solamente a giochi fatti.

Durante l’intervista con la giornalista Maria Latella, che ieri su SkyTg24 gli domandava i retroscena dell’abbandono di Renzi e dei suoi sostenitori, il segretario del Pd ha voluto togliersi il proverbiale “sassolino dalla scarpa”: “Ovviamente non ne sapevo nulla. Se l’avessi saputo, l’avrei detto subito pubblicamente. Io ho ricevuto un messaggio Whatsapp quando la decisione già era presa”. La conduttrice allora ha incalzato Zingaretti, chiedendogli: “Quindi è successo dopo le nomine? E la ministra Bellanova e il sottosegretario Scalfarotto quando l’hanno avvisata?” Il segretario del Pd ha replicato laconico: “Mai”.

E ha aggiunto: ”Non pretendevo una telefonata. Il problema non sono io, ma gli italiani. Bisogna spiegare agli italiani perché è successo dopo il giuramento del governo. Non è una questione personale per me”.

Le affermazioni del segretario Pd hanno infiammato i social. Fra le prime a reagire alle dichiarazioni del governatore del Lazio, c’è Elena Bonetti. La ministra per le Pari opportunità e la famiglia, anche lei passata al nuovo partito, Italia Viva, commenta su Twitter: “Dispiace la polemica di Zingaretti. In realtà io l’ho cercato dopo la nomina, gli ho chiesto di incontrarci ma non mi ha risposto. Evitiamo però le piccole polemiche e confrontiamoci su problemi veri degli italiani: siamo chiamati a governare e quello vogliamo fare, bene”.

Un messaggio che è stato condiviso anche da Renzi sui suoi canali social. Pronta la replica dal Pd: quella del ministro sarebbe una polemica fuori luogo, visto che “della Bonetti nessuno ne ha parlato, né la Latella né Zingaretti”, come puntualizza il consigliere capitolino Giovanni Zannola, a sua volta ritwittato dall’account del Pd e da altri esponenti democratici vicini a Zingaretti. Si preannuncia una separazione senza esclusione di colpi, nè tantomeno di “like”.

San Matteo, il santo “doppio”, simbolo dei suoi omonimi prestati alla politica

Sia il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno (Mt. 5,37)

Ogni anno il 21 settembre Salerno fa festa attorno al suo Matteo, e si mette in processione per confermare al santo patrono la fede incrollabile. San Matteo il pubblicano, l’esattore delle tasse cinico e spietato, che accoglie con gioia la chiamata di Gesù, divenendo poi uno dei dodici apostoli.

Sarà pure frutto del mistero glorioso della fede, o solo della suggestione e immaginazione popolare, ma questo grande Santo ha avuto la sfortuna, si era nei primi anni del XVII secolo, di venire eretto nel suo doppio, l’uno di schiena all’altro. Fu infatti chiesto all’artista Michelangelo Naccherino di consentire ai fedeli, da qualunque porta entrassero, fosse quella a nord o a sud della basilica inferiore del Duomo di Salerno, di vedere in faccia il loro grande Matteo. Da quel momento l’evangelista è divenuto bifronte. Eretto in double face è stato così visto e raccontato come l’uno e il suo opposto. “La doppia faccia, proprio come San Matteo”, dicono qui dei bugiardi o, peggio, degli spergiuri. L’uomo dalle due parole, il mendace, l’ipocrita, ha quel nome. È solo e naturalmente leggenda popolare, ma certo la circostanza che i nostri due contemporanei e più conosciuti Matteo, (Renzi e Salvini) sussumano nel carattere l’energia creativa del dire e poi del disfare, del giurare e infine spergiurare, dell’affermare ma subito revocare, un po’ fortifica la suggestione.

Detto che nel decennio appena trascorso San Matteo è stato tirato dalla giacchetta da Vincenzo De Luca, allora sindaco della città e oggi governatore della Campania fino a ingaggiare con il precedente vescovo una grande battaglia di fede volendo il suo santo, nel giorno della sua festa, fin dentro al Municipio, perché con la sua benedizione l’azione amministrativa trovava ancora più forza e forse legittimazione. San Matteo entrò dove il sindaco aveva ordinato e fece quel che doveva: benedisse avanti e dietro, due facce e quattro mani.

Oggi i due Matteo nazionali non sono qui. Eppure avrebbero potuto ritrovarsi, pellegrini come tanti, a indagare interna corporis e gioire del fatto che la scocciatura di essere chiamati falsi, anzi falsissimi, non sia un’ingiustizia che solo loro debbano patìre. In definitiva potrebbero persino dirsi sollevati di avere, come icona della menzogna, un compagno di viaggio così beato, trasformato nell’innocenza da una scelta estetica ed architettonica.

Se un beato, per di più evangelista e martire, diviene simbolo bronzeo della falsità, cosa possono loro, che seppure forniti di un ego rispettabile e di un rango sociale piuttosto elevato, restano umani, e piccoli così di fronte al Santo?

Umani, piccoli e pieni di fede però. Renzi, che si sappia, va a messa tutte le domeniche e ha negli anni della sua fanciullezza conosciuto e praticato la vicinanza a Cristo. Di Salvini non ne parliamo proprio: il crocifisso al petto e la beata Vergine Maria consacrata oramai da ogni palco, accreditata come tutrice del movimento padano che si è fatto italiano. La Lega si affida al suo cuore immacolato, il suo leader lo ripete ad ogni angolo di strada.

“Dio li fa e poi li accoppia” è il detto, molto meridionale, col quale vengono identificati caratteri vicini, comportamenti simili, una genetica che fornisce, nella sua filiera umana, dimensioni etiche equivalenti.

Si chiamano Matteo e non per loro scelta. Potremmo aggiungere neanche per loro colpa. Vero è che tutti e due hanno fatto della parola – data e poi mancata – la compagna di vita non trovando, ma nemmeno cercando, un lavoro vero. Ma qui, e finiamo, bisogna sempre ricordarsi di cosa disse un deputato democristiano della politica: “È fatica senza lavoro, ozio senza riposo”.

È tutto ed è niente. In definitiva è l’uno e il suo opposto.

Le strade, gli aerei e ora il grande affare dei parchi eolici

Sono i parchi eolici il nuovo terreno di caccia del gruppo Toto, proprio quel terreno ora arato con attenzione dagli inquirenti. Alle pale per il vento Toto c’è arrivato da un paio d’anni con una società che si chiama Renexia e si è subito messo in mostra: prima ha costruito in Campania uno dei parchi eolici più grandi d’Italia, immediatamente rivenduto agli inglesi. Poi si è aggiudicato una gara per realizzare un secondo megaparco negli Usa sulle rive dell’Atlantico. A questi risultati c’è arrivato dopo una lunga cavalcata cominciata negli anni Sessanta del boom quando i tre fratelli Toto iniziarono come costruttori di provincia, abruzzesi, zona di Chieti, i classici scarpe grosse e cervello fino. Passo passo sono diventati un gigante, ora un po’ con il fiato grosso per la verità, fino a dare del tu alla grande finanza e a fare concorrenza da pari a pari con l’Alitalia quando non era ancora un fantasma.

È stato proprio l’ingresso in Alitalia intorno al 2008, governo Berlusconi, l’acuto imprenditoriale più alto del gruppo. Carlo Toto, il patriarca della famiglia, coltivò allora la grande illusione di diventare lui il padrone della compagnia, salvo poi scoprire che, dopo averlo pregato in ginocchio perché ci mettesse del suo, non lo avrebbero accontentato mai.

Fu la Banca Intesa di Corrado Passera a illuderlo. I due si erano conosciuti tramite Giovanna Salza, che per i Toto curava i rapporti con la stampa, e che poi sarebbe diventata la moglie di Passera. Banca Intesa era molto scoperta con Alitalia e Passera avrebbe voluto rilanciarla con il Piano Fenice: il progetto si basava sull’eliminazione del concorrente Toto dal mercato dei voli, promettendogli Alitalia. Toto era diventato un concorrente perché dopo aver rilevato nel 1988 una piccola società pescarese di aerotaxi, la Aliadriatica, aveva cominciato a battere la ricchissima (allora) rotta Fiumicino-Linate fino a coprire nel 2006 il 33 per cento del mercato nazionale.

In Alitalia Toto portò il suo megacontratto per 82 Airbus modelli A320, A330 e A350 presi in affitto dalla società irlandese Apfl. Contratto in parte tuttora vigente e intorno al quale è fiorito uno dei tanti contenziosi legali in cui il gruppo dà il meglio di sé. Per uscire dall’avventura Alitalia, Toto avrebbe voluto che gli pagassero gli aerei, ma non lo accontentarono, limitandosi a sborsargli le rate del megaleasing con modalità, quantità e tempi che allo stesso Toto non piacciono. L’imprenditore abruzzese nel frattempo si era lanciato anche nel business del casello con le Autostrade dei Parchi A24 e A25, tra Roma e l’Abruzzo, acciuffate all’inizio degli anni Duemila vincendo una gara e gestendole per un po’ insieme ad Autostrade per l’Italia che aveva il 60 per cento e poi lo cedette allo stesso Toto.

Anche con le autostrade Toto si è infilato in un braccio di ferro, in questo caso con lo Stato. Un confronto complicato per cui si avvale di consiglieri di peso: Vincenzo Fortunato, ex capo dei gabinettisti ministeriali, esperto soprattutto in faccende di concessioni e trasporti. E Mauro Fabris, un democristiano eletto a suo tempo con la Margherita, sottosegretario alle Infrastrutture nei governi D’Alema e vicepresidente delle autostrade dei Toto. In base a una legge del 2012 la A24 e A25 sono considerate arterie strategiche da mettere in sicurezza nell’eventualità di un nuovo terremoto in Abruzzo. Toto vorrebbe essere della partita, ma per finanziare quei lavori giganteschi (fino a 2 miliardi e 700 milioni) vorrebbe un allungamento della concessione di 10 anni, dal 2030 al 2040. Come arma di pressione minaccia un immediato aumento delle tariffe fino al 20 per cento.

Caso Open: i fondi di Toto inguaiano i due Renzi boys

Indagando su due renziani della prima ora – Alberto Bianchi e Patrizio Donnini, sotto inchiesta per due vicende diverse – gli investigatori della Guardia di Finanza si sono imbattuti in uno dei colossi dell’imprenditoria italiana: la Toto Holding, società che opera nel settore delle costruzioni e nella gestione di molti progetti infrastrutturali in Italia e nel mondo.

La Toto Holding controlla la Renexia, società impegnata invece nel business dell’energia rinnovabile. Ed è proprio questa azienda al centro dell’inchiesta fiorentina che vuole verificare se sia stato commesso il reato di falso in bilancio. Quando a luglio i militari delle Fiamme Gialle si presentano negli uffici della Renexia, per acquisire una serie di documenti, hanno due obiettivi: verificare gli affari conclusi con una società di Donnini, la Immobil Green Srl, e la donazione di 25 mila euro erogata alla Open, la fondazione presieduta da Alberto Bianchi, che fino al 2018 finanziato la Leopolda di Matteo Renzi.

La replica del gruppo: “Tutto regolare”

Donnini e Bianchi, da sempre vicinissimi all’ex presidente del Consiglio, sono infatti finiti nel mirino della Procura di Firenze: il primo – come ha scritto ieri La Verità – è indagato per appropriazione indebita e autoriciclaggio, il secondo è invece sotto inchiesta per traffico d’influenze. E l’inchiesta su Donnini, con la curiosità investigativa sulla donazione a Open, ha portato i finanzieri ha varcare i cancelli della Renexia.

È questo il filo rosso che lega due renziani dell’indagine della Procura di Firenze e la società del gruppo Toto. Daniele Toto, che è stato a lungo amministratore delegato della Renexia, sulla donazione alla Open commenta: “Confermo abbiamo finanziato la fondazione, peraltro in modalità pubbliche, nella assoluta regolarità”.

La Renexia – e l’eventuale reato di falso in bilancio – è collegata comunque alla figura di Donnini, fondatore Dot Media, società di comunicazione che lavora per la Leopolda e che annovera tra i soci Alessandro Conticini, fratello di uno dei cognati di Matteo Renzi (entrambi estranei alle inchieste di cui si parla).

Le plusvalenze d’oro della Srl Donnini

È proprio degli affari con la società di Donnini che i finanzieri chiedono i documenti in azienda. Nello specifico quelli con la Immobil Green Srl, società nata nel 2005 con sede a Firenze, di cui Donnini detiene una quota del 5 per cento, mentre la quota maggioritaria del 90 per cento è della moglie. E infatti anche Donnini, sempre a luglio, viene perquisito.

I finanzieri gli chiedono chiarimenti su una serie di operazioni di compravendita e sulle plusvalenze incassate. Tra queste, alcune riguardano l’acquisto di certificati per centrali del mini eolico del sud che Donnini, tramite una sua società, avrebbe acquistato e poi rivenduto. Nel bilancio della Immobil Green Srl per esempio viene fuori un’operazione con la Renexia che ha portato nelle casse della società di Donnini una plusvalenza di 680 mila euro. Su questa e altre operazioni Donnini ha fornito una serie di spiegazioni alla Finanza.

I suoi legali si sono chiusi nel massimo riserbo. Al Fatto chiariscono solo che “Donnini ha documentato tutte le operazioni di compravendita immobiliare e le stesse sono state eseguite nella massima trasparenza. In ogni modo – precisano – è un’operazione che nulla c’entra con Bianchi. Non è questo l’oggetto dell’indagine”.

Le consulenze del colosso all’avvocato

Ma c’è un altro collegamento tra il gruppo Toto e il mondo renziano: una consulenza affidata in passato all’avvocato Alberto Bianchi nell’ambito di un collegio difensivo da un’altra società controllata, Strada dei Parchi Spa che gestisce le autostrade A24 e A25. Gli accertamenti su Renexia hanno riguardato Donnini e Open ma non l’avvocato Bianchi nello specifico.

Il bluff della “Frattini”, le promesse di oggi

Dritti all’obiettivo sul conflitto di interessi mai come stavolta, almeno a sentire i 5 Stelle. Perché ora Matteo Salvini che faceva muro non è più un ostacolo. E i nuovi alleati del Pd giurano di voler metterci mano. Tanto che in commissione Affari costituzionali sono state già abbinate le proposte di legge della pentastellata Anna Macina che prevede l’incompatibilità delle cariche di governo con la proprietà, il possesso o la disponibilità di partecipazioni superiori al 2 per cento del capitale sociale di un una serie di imprese anche quelle che operano nei settori della radiotelevisione e dell’editoria. E quella del dem Emanuele Fiano che ipotizza una serie di misure per scongiurare i conflitti di interessi tra cui anche il blind trust o la vendita delle partecipazioni rilevanti in una serie di settori (difesa, energia, credito, opere pubbliche, servizi in concessione ma anche comunicazioni, editoria e pubblicità).

Poi c’è pure una terza proposta presentata da Francesco Boccia ora ministro per il Sud sui conflitti di interesse relativi alle piattaforme digitali, un grattacapo per i 5 Stelle e il sistema Rousseau di Casaleggio. Ma questo prima dell’alleanza giallorossa.

L’obiettivo delle proposte Macina e Fiano è quello di mandare in soffitta la normativa in vigore varata nel 2004 regnante Silvio Berlusconi dall’allora ministro della Funzione pubblica Franco Frattini. Legge approvata tra le polemiche anche del Consiglio d’Europa perché tra l’altro non prevede l’ineleggibilità di un soggetto sottoposto ad un potenziale conflitto di interessi, ma solamente l’incompatibilità nell’assumere incarichi o impieghi (che devono cessare al momento del giuramento). O nell’adottare atti od omettere di farlo da cui deriverebbe “un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio”, ma solo in presenza di un danno per l’interesse pubblico. Legge criticata anche su un altro punto specifico: non ricomprende la “mera proprietà” di un’impresa né tra le ipotesi di incompatibilità né tra quelle di conflitto di interessi. Insomma una normativa abbondantemente deficitaria.

Da allora ogni tentativo di rendere più stringenti le norme Frattini è andato a vuoto. Ci hanno provato nella XV legislatura ma poi non se ne era fatto nulla, complice lo scioglimento anticipato delle Camere. E pure in quella successiva quando la proposta di riforma si arenò già in commissione. Lo stesso nella XVII legislatura: i disegni di legge furono addirittura 8 poi liofilizzati in un testo base approvato a Montecitorio nel 2016: ma una volta inviato al Senato se ne sono perse le tracce.

E siamo al Conte II che ha inserito il conflitto di interessi tra le sue linee priorità (punto 11 del programma). “È possibile che sia inserito nei lavori d’aula del prossimo trimestre” dice il dem Emanuele Fiano. Forse già a novembre suggeriscono rumors pentastellati. Anche se il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Gianluca Castaldi è meno ottimista dei suoi colleghi. “Prima vanno approvati il taglio dei parlamentari e la delega sulla giustizia, poi la legge di Bilancio. Realisticamente non credo se ne parlerà prima del nuovo anno”.

Mediaset e Conte 2: B. teme i 5S, Letta cerca un accordo

E che fai, non ce la metti una legge sul conflitto d’interessi nel programma di governo? I giallorossi o giallorosé hanno rispettato le tradizioni e inserito al punto 11 la promessa di una legge sul conflitto d’interessi per chi fa politica, definita “seria”, e una riforma del sistema radiotelevisivo. Nel frattempo, sprecati anni e anni di fallaci intenzioni del centrosinistra, Silvio Berlusconi è invecchiato, Mediaset è traslocata in Olanda, il malfamato “sistema radiotelevisivo” è pur sempre una priorità, ma di un antico splendore.

Ormai Berlusconi, impudente, è tornato a parlare in pubblico di Mediaset con il doppio volto, di uno stesso corpo, di proprietario di un’azienda e di un partito. È accaduto un paio di giorni fa, sembrava il ‘94. Silvio è in solluchero perché il fondo inglese Peninsula è disposto a coprire l’eventuale recesso dei francesi di Vivendi – operazione da un miliardo di euro – per blindare il progetto con sede in Olanda di Media for Europe e annichilire l’azionista di minoranza, l’ex amico Vincent Bolloré. Il conflitto d’interessi è un simbolo dei Cinque Stelle, nascosto durante la convivenza con la Lega di Matteo Salvini, tranne per sporadici e inefficaci annunci. Per le opposizioni e pure per il Pd, oggi il conflitto d’interessi va oltre Berlusconi, tocca imprenditori che meditano l’esperienza in politica (tipo Urbano Cairo) o Davide Casaleggio, che gestisce l’associazione e la piattaforma Rousseau – centro decisionale del Movimento – e la Casaleggio Associati, che ha rapporti economici con società private con affari legati alle politiche del governo o partecipate dallo Stato.

Adesso l’argomento è di attualità, soprattutto perché al ministero per lo Sviluppo Economico è giunto il fatidico momento di assegnare le deleghe per le comunicazioni. Il ministro Stefano Patuanelli (M5S) ha l’onere di scegliere tra un vice e quattro sottosegretari. Il Mise è tra i dicasteri più popolati, si può dire inutilmente popolati, poiché le deleghe rilevanti sono due: energia e comunicazioni. Come con i leghisti, i Cinque Stelle preferiscono non demandare agli alleati, ma conservare il controllo sulle comunicazioni. L’altra volta c’era Luigi Di Maio. Adesso la sottosegretaria Mirella Liuzzi è la favorita. In Forza Italia, non i nordisti che pomiciano con Salvini, celebrano Gianni Letta, l’eminenza azzurrina capace di agganciare il governo con gli ostili Cinque Stelle. Letta è in missione per Mediaset, non per Forza Italia. E pare che abbia rassicurato il Capo: non temere Silvio, il Biscione è al sicuro. Il motivo è algebrico. Letta sostiene di poter muovere un po’ di senatori in caso di minacce alla stabilità del governo di Giuseppe Conte. Vanterie? Fantasie? Chissà. I fatti, estranei ai retroscena, dicono che Mediaset non ha sofferto mai nell’anno e mezzo con Di Maio al ministero e i Cinque Stelle uniti dal contratto con Salvini.

Qualche esempio. 1. Il governo gialloverde ha scongiurato l’asta aperta a nuovi operatori e con offerte al rialzo per assegnare le frequenze di trasmissione (multiplex) che derivano dal passaggio tecnologico al digitale terrestre di seconda generazione “dvb t2”, da completare nel 2022. Mediaset ha l’esigenza di confermare o ampliare la potenza perché veicola i canali Sky.

2. Il governo ha aumentato le risorse statali per la rottamazione dei televisori, cioè decine di milioni di euro di incentivi per sostituire gli apparecchi venduti prima del luglio 2016 e non più funzionanti con il “dvb t2”.

3. Con assoluta serenità e il supporto di Cassa depositi e prestiti, Ei Towers di Mediaset, azienda con un parco di 2.300 ripetitori per le televisioni e 1.000 per la telefonia, ha completato la fusione in 2i Towers (maggioranza di F2i, di cui Cdp è socia al 14 per cento) e incassato 179 milioni di euro netti. Al M5S non resta che una buona, anzi “seria” legge sul conflitto d’interessi. Almeno per capire se Gianni Letta è ancora potente.

Pisapia s’è svegliato anti-comunista

Può un ex deputatodi Rifondazione Comunista votare una mozione del parlamento europeo che equipara il comunismo al nazismo? Certo che può, se si chiama Giuliano Pisapia. E se la memoria di un paese, il nostro, è quella di un criceto, tutto passa in cavalleria. Per la verità, qualcuno se ne è accorto. Sull’ex sindaco di Milano – e sui votanti di questa mozione ‘revisionista’, tra i quali molti eurodeputati eletti nei dem come lui – sono piovuti gli strali di chi continua a custodire il simbolo e i valori di sinistra del Prc. Il segretario della Federazione di Milano Matteo Prencipe ha rivolto a Pisapia parole durissime: “Leggo con tristezza del tuo voto a una riscrittura ignobile della storia, che ti rende solo uguale ai tanti trasformisti di oggi”. Pisapia è in buona compagnia. Tra chi ha approvato la mozione ci sono Calenda, Bonafè, Picierno, Bartolo e altri provenienti dalle liste Pd. Tra i quali Andrea Cozzolino: nel 1989 Nanni Moretti lo filmò in ‘La Cosa’, il documentario che raccontò dall’interno delle sezioni la travagliata trasformazione del Pci in Pds. Cozzolino intervenne a San Giovanni a Teduccio (Napoli) accennando all’aprirsi di “un grande orizzonte”. E lo chiamò “bisogno di comunismo”. Sono passati 30 anni, non ce n’è più bisogno.

L’ultima meta della Lorenzin, rugbista berlusco-moderata

Per spiegare agli elettori la sua scelta di iscriversi al Partito democratico, Beatrice Lorenzin, ieri ha scelto il quotidiano Il Dubbio. Non poteva fare scelta più azzeccata, l’ex fedelissima di Berlusconi che ora abbraccia Zingaretti, che di dubbi nella vita deve averne coltivati parecchi. “Nel 2013 ho partecipato alla scissione di Angelino Alfano, perchè ritenevo che il centrodestra di allora si stesse spostando troppo a destra ed era una scelta che non condividevo. Nel Pd – scrive – rafforzerò l’area liberale e popolare per evitare lo schiacciamento a sinistra, sostenendo la vocazione maggioritaria del partito”.

Ferma gli spostamenti a destra, evita gli schiacciamenti a sinistra: Lorenzin è specialista del placcaggio dei moderati italiani.

Ha cominciato a 25 anni, quando è entrata nei Giovani di Forza Italia. La chiamavano la Meg Ryan di Acilia e Paolo Bonaiuti, lo storico portavoce di Silvio Berlusconi, la allenava a parlare davanti alle telecamere.

Dal consiglio municipale è salita al governo e lì ha allattato i suoi gemelli, arrivati a 44 anni. Un dato biografico non proprio trascurabile, se si ripensa alla campagna per il Fertility Day che nel 2016 quasi le costò le dimissioni da ministro della Salute: una donna con la clessidra in mano, come se ritardare una gravidanza o non avere figli fosse sempre una scelta e mai una costrizione. Si scusò, la ministra, e fu costretta a farlo anche per un altro manifesto, sempre della stessa campagna, sulle “buone abitudini” e le “cattive compagnie”: le prime arianissime, le seconde con un nero di mezzo.

Erano gli anni del governo Renzi, Lorenzin aveva già superato la prova con Enrico Letta e pure Paolo Gentiloni la confermerà: cinque anni al timone del “vaporetto”, per dirla con lei, che poi sarebbe il carrozzone della sanità italiana. Porta il suo nome il contestatissimo decreto che ha alzato a dieci il numero di vaccini obbligatori e vincolato l’iscrizione a scuola ai soli “adempienti”.

Lei, di scuola, ha fatto il liceo classico, ma non si è mai laureata. Brandiva per strada l’Apologia di Socrate, per rispondere a Romano Prodi che aveva accusato i giovani forzisti di essere dei “mercenari”. “Ci teme”, replicava Lorenzin, che per quindici lunghi anni, Berlusconi, non l’ha abbandonato mai. Quando ha iniziato la lenta traversata verso il centrosinistra era con Angelino Alfano: scelsero un simbolo che sembrava un farmaco: “L’importante è che sia uno stimolante”, rispose la deputata romana. Coi simboli, va detto, non ha un gran feeling. Perché quando la transumanza verso i dem si compì, era la vigilia delle Politiche del 2018, scelse una margherita rosa per battezzare la sua Civica popolare. Rutelli e gli altri lo presero come un affronto. Lei li gelò con la sua naïveté: “Non è una margherita, ma un fiore petaloso. Ognuno quindi può interpretarlo in base alla sua immaginazione, ci sono i colori del sole, si può leggere in tanti modi e ho detto che per me potrebbe essere una peonia”.

Poi a volte Beatrice Lorenzin il candore lo mette da parte. E dice che l’utero in affitto è “l’ultraprostituzione” e che chi parla di stepchild adoption è un “ipocrita” che lo vuole mascherare. Oppure lancia avvertimenti contro “le ventenni che ti rubano il marito”. O nomina il figlio dell’allora collega di partito, Tonino Gentile, nel cda dell’Istituto nazionale dei Tumori di Milano e promuove il “prescritto” per corruzione Pasqualino Rossi alla Rappresentanza permanente dell’Italia nell’Unione Europea. Oppure inzeppa la sua lista – è successo alle comunali di Roma del 2016, quando lei era ministro – di cardiologi, ortopedici, endocrinologi e ginecologi, nonché di esponenti della sanità privata e dell’industria farmaceutica.

“L’alternativa non è tra Renzi e Grillo”, diceva quando “lavorava per costruire l’autosufficienza politica” del partito di Alfano. Nel dubbio, se li è presi tutti e due.

Ambiente e salute, Laura Margottini premiata a Genova

Durante il convegno nazionale “La Salute Globale”, che si è svolto ieri a Genova, organizzato dall’Ordine dei medici e degli odontoiatri in collaborazione con l’Associazione italiana medici per l’Ambiente e con la Federazione nazionale degli Ordine dei medici è stata premiata la collaboratrice de il Fatto Quotidiano Laura Margottini. Un premio, in memoria dello scienziato Lorenzo Tomatis (ricercatore, medico e scienziato di fama internazionale, che ha dedicato la sua vita alla lotta ai tumori e all’impegno a favore dell’ambiente, in quanto determinante della salute dell’uomo) a “una giornalista scientifica che – questa la motivazione – si è contraddistinta per il suo impegno professionale a favore della salute e dell’ambiente, con inchieste e approfondimenti che hanno interessato problematiche di interesse nazionale come la Xylella e le scorie radioattive di Saluggia”. Inchieste che sono state pubblicate sul Fatto come quella sui rifiuti ad alta intensità di radioattività tuttora in forma liquida – che rappresentano un rischio che Carlo Rubbia ha paragonato a Chernobyl – o quella sui sistemi nazionali di valutazione della qualità della ricerca.

Avanti che al centro c’è posto: 25 anni di partitini per la poltrona

In principio fu il centro e il centro stava presso la Democrazia cristiana (insieme a un pacco di altre cose, per la verità). Dall’inizio degli anni Novanta, però, il nitore biblico del centro politico, sempre democratico, fu biblicamente devastato dalla distruzione della Torre di Babele detta appunto Democrazia cristiana: da allora, si dice, il centro non ha casa ed è un paradosso visto che ormai è un dogma che “le elezioni si vincono al centro”. Verso il centro parlano tutti: i partitoni, ovviamente, ma pure i partitini, soprattutto i partitini, un pulviscolo di sigle e siglette, di scissioni, di fusioni, di federazioni il cui nome – ancora biblicamente – è legione e a cui, buoni ultimi, s’aggiungono oggi Matteo Renzi e Carlo Calenda con Italia Viva e Siamo Europei. Un breve catalogo.

I puristi. La diaspora della Balena Bianca democristiana è un romanzo. Qui basti dire che da allora sono stati almeno una decina i partiti – e non escludiamo che qualcuno sia formalmente vivo – con la parola Democrazia cristiana nel nome: la Rinascita della Dc, la Dc per le Autonomie, la Dc-Scudo Crociato-Libertas, Rifondazione democristiana e così via, tutta roba da zero virgola o anche meno.

L’originale. Il primo a cercare uno spazio personale al centro fu un democristiano in purezza: Mariotto Segni, figlio del capo dello Stato Antonio. Fu lui a smontare il sistema della Prima Repubblica col referendum sulla legge elettorale, ma il suo Patto Segni non ebbe molta fortuna, né ne portò a chi vi si alleò negli anni (epica lo scoppola presa con Gianfranco Fini alle Europee del 1999 col simbolo americaneggiante dell’Elefantino).

I casini. Nel senso di Pier Ferdinando, padre putativo del magma centrista. Nel 1994 il giovane Pierferdi, deputato da un decennio, stava nel Partito popolare, ultima versione della Dc: voleva però allearsi con Berlusconi e così insieme all’amico Clemente Mastella s’inventò il Centro cristiano democratico (Ccd). Passa un anno e pure Rocco Buttiglione esce dal Ppi per fondare il Cdu, i Cristiani democratici uniti, che poi s’accoppiarono col Ccd. Il filosofo, però, è inquieto e nel 1998 si riprende il suo bel Cdu e lo porta dentro l’Unione democratica della Repubblica (Udr) messa in piedi da Francesco Cossiga per sostenere il governo D’Alema dopo la caduta del Prodi 1. Con Buttiglione stavolta c’è Mastella. Finito? Magari: il Cdu si scinde pure lui perché Roberto Formigoni, che vuole restare a destra, fonda con Raffaele Fitto i Cristiano democratici per la libertà. Alla fine, tempo un paio d’anni e si ritrovano tutti di nuovo con Berlusconi (Liste del Biancofiore), creando poi l’Unione di centro (Udc). Tutti tranne Mastella, in realtà, che s’inventa l’Udeur scippando la sigla a Cossiga. Pure lui, dopo aver contribuito alla caduta del Prodi 2, tornerà con B. Riassumendo: magari pochi voti, ma molte poltrone.

Berlus-centro. Il vero miracolo centrista in zona Arcore – almeno finché non si è trattato di votare – è stato il Nuovo Centrodestra (Ncd) di Angelino Alfano, oggi dissolto, ma poltronatissimo per tutta una legislatura. Le sigle d’area, però, sono state decine: Alleanza di centro (il giornalista Rai Pionati), Federazione dei Cristiano Popolari (Baccini), Popolari per il Sud (Mastella con un altro nome), il Nuovo Cdu (Tassone), Popolari Liberali (Giovanardi), etc. Tutti simboli che sulla scheda neanche ci sono mai finiti: ci pensava Berlusconi poi a trovargli qualche posto.

Irriducibili. Tra i creatori compulsivi di partitini di centro merita una menzione Gianfranco Rotondi, che dopo varie peripezie oggi prepara nientemeno che la Rivoluzione cristiana dentro Forza Italia. Più incerti i destini degli ex ministri Mario Mauro, che guida i Popolari per l’Italia, e Gaetano Quagliariello, che ha dato vita a Identità e azione, la quale può però vantare l’elezione, alle ultime comunali, di tre consiglieri a Potenza, due a Corato e uno a Giulianova.

Highlander. Il vero eroe di questa galassia è Bruno Tabacci, che è passato più o meno per tutte le sigle citate finora (e pure per altre, tipo la Rosa per l’Italia con l’ex Cisl Savino Pezzotta) e oggi giganteggia col suo Centro democratico, attraverso il quale – grazie a una manovra congressuale da vero democristiano – si è “rubato” pure +Europa con Emma Bonino. Genio.

Sinistra-Centro. Anche in zona Prodi e soci non sono mancati i partitini: a non voler contare i Cristiano sociali, una delle mille sigle della diaspora Dc, all’inizio ci fu Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini, che poi confluì nella Margherita insieme agli ex Ppi, ai prodiani e all’Udeur di Mastella (per poco). Le sigle, comunque, non sono mai mancate: Alleanza democratica (Bordon), Unione democratica (Maccanico), Democrazia europea (D’Antoni), Repubblicani europei (Sbarbati) e pure Alleanza per l’Italia. Ecco, Api è la scissione con cui Francesco Rutelli, nel 2009, tentò di creare il Nuovo Polo per l’Italia con Casini e Fini, che nel frattempo s’era scisso da B. Il Terzo Polo poi provò a farlo Mario Monti con Scelta Civica, tranne scoprire, alle urne, che erano i grillini. Corrado Passera, che non aveva capito, ci provò con Italia Unica nel 2015: chiuse un anno dopo per mancanza di elettori.

In cerca d’autore. Se non nell’elettorato, tra i politici c’è molta voglia di centro: Renzi e Calenda, allora, faranno da oggi concorrenza pure a Fare dell’ex leghista Flavio Tosi, a I Moderati del piemontese a pigione nel Pd Giacomo Portas, a Democrazia solidale di Lorenzo Dellai, a Energie per l’Italia di Stefano Parisi e chissà a quanti altri. Fino alla prossima fusione, alla prossima scissione e, se va bene, alla prossima poltrona. Avanti, che al centro c’è posto.