Adesso il leghista abbraccia lo spagnolo leader di Vox

Alla ricerca di nuovi alleati in Europa, Matteo Salvini, annuncia ai seguaci di Twitter la sua ultima “conquista”: “Felice di aver incontrato ieri a Roma l’amico Santiago Abascal, leader di Vox. Uniti nella difesa di storia, cultura e confini d’Europa. Dopo i fallimenti della sinistra, il 10 novembre gli spagnoli avranno la fortuna di poter votare e far sentire la propria voce, forza!!”. Il tutto accompagnato da una foto che lo ritrae abbracciato al leader del partito populista spagnolo di ultradestra.

Abascal è un sovranista ed un euroscettico, anti-immigrazionista e anti-globalizzazione. In seguito, il leader della Lega annuncia la sua strategia, con l’obiettivo di tornare al governo e dare battaglia all’Ue. L’appuntamento clou è la manifestazione del 19 ottobre a Roma: “Tutta l’Italia si sta mobilitando contro questo governo che non ha nessuna presa sul consenso popolare. Domenica scorsa abbiamo fatto straripare di gente il prato di Pontida, il 19 ottobre confidiamo di essere ancora di più a Roma, mentre non si contano le singole iniziative di piazza”.

Salvini, chiesta l’archiviazione per la nave Gregoretti

La procura di Catania ha chiesto l’archiviazione per Matteo Salvini, indagato per sequestro di persona per il caso della nave della Guardia Costiera Gregoretti. La richiesta è stata inviata al Tribunale dei ministri di Palermo ed è stata notificata al leader della Lega, che ieri ha aperto la busta consegnatali in diretta su Facebook. “Se il tribunale dei ministri chiederà il processo, come accaduto per il caso della nave Diciotti, sono pronto a tutto” ha detto l’ex ministro dell’Interno. Il fascicolo era stato aperto a fine luglio dalla Procura di Siracusa contro ignoti. La nave della Guardia Costiera era ferma nel porto di Augusta con a bordo 115 migranti, e il comandante era stato anche sentito in procura. Poi, gli atti furono trasferiti da Siracusa a Catania ritenendo, come si apprende, che ci fosse il reato di sequestro di persona con eventuali responsabilità a livello ministeriale. Quindi, a Catania, il pm Andrea Bonomo ha iscritto il fascicolo a carico di noti, cioè di Matteo Salvini. Poi il pm ha ritenuto “non sussistente il reato di sequestro di persona” chiedendo l’archiviazione al Tribunale di Catania, che adesso dovrà decidere entro 90 giorni.

Idealista con i compagni, pragmatico dalla Meloni

“Me le faccio tutte”. La battuta che Giuseppe Conte si è auto-rivolto sul palco di Unica, la Festa di Articolo Uno a Testaccio, in merito alla sua partecipazione a eventi di parti politiche opposte, ci toglie dall’imbarazzo di descrivere con poche parole efficaci l’erranza post-ideologica del premier itinerante di questi giorni.

Ieri a Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, Conte ha offerto il contraltare ideale rispetto al palco di giovedì, quando ha chiuso recisamente l’era del Salvinocene (“Da qui all’infinito”) e conquistato le cordiali simpatie delle prime file composte da D’Alema, Scotto, Stumpo e naturalmente Speranza.

I decibel del benvenuto di Giorgia Meloni (“Chi ha un’identità forte non ha paura di confrontarsi! Noi siamo i veri democratici in questa nazione!”) comunicano al presidente che c’è tutta una semantica da ricalibrare per l’occasione. Il gazometro radical-industrial-chic dei film di Ozpetek che romantizza l’orizzonte di Testaccio, qui, nel cuore di Roma, è sostituito dallo sfondo con le frecce tricolori che “sfidano le stelle” nella grafica contundente di FdI.

Il Fratello d’Italia che introduce il dibattito sembra in procinto di aprire le gabbie del Colosseo: “Lei ha brindato con Macron, probabilmente a champagne! Noi brinderemo a vino italiano quando il suo governo andrà a casa, magari col vino di Bruno Vespa!”; il quale Vespa gongola, sulla seggiola in plexiglass, accolto da ripetute ovazioni (più di Orban).

Chiarito che con Macron si è bevuto “spumante rigorosamente italiano”, Conte s’assesta in fase di decollo. L’assertivo e lenitivo “Io mi fido del Pd” pronunciato a Testaccio, diventa il preliminare “Io il Pd non l’ho mai frequentato” alla festa della Meloni; brusio dal parterre.

La tendenza verso l’idealità offerta a Unica (“Ho respirato un cambiamento nel Paese”) piega verso il pragmatismo a Atreju (“Vogliamo offrire all’Italia la soluzione dei problemi o vogliamo ragionare in termini astratti? Io di fronte a un progetto politico concreto ho accettato la sfida”). Poi vira verso un tema customizzato sulla specialità della casa: “Io al prossimo Consiglio europeo so come muovermi, so quali sono le sensibilità dei miei interlocutori, come destreggiarmi, come perseguire i nostri interessi nazionali”.

Le facce di Meloni e La Russa lo inducono a mutare il “Coniugheremo solidarietà e rigore” e il “Prima passavo i week end a chiedere cortesie ai singoli Paesi” (affinché accogliessero migranti, ndr), detti davanti al pubblico di sinistra vera, nel categorico “Al primo Consiglio europeo li ho tenuti fino alle 5 del mattino perché non riuscivano a venirmi dietro sul tema dell’immigrazione”. Altri temi assumono un cromatismo calibrato. A Unica: fuga dei cervelli. A Atreju: tasso di denatalità. Tenta coraggiosamente la carta della lotta all’evasione fiscale: viene fischiato. Perora la causa della foresta Amazzonica: gelo dal pubblico, che invece apprezza Vespa che si è pentito di esseri fatto fare la casa a emissioni zero e fa i conti della serva. Allora viene tirato fuori un renzian-formigoniano Family Act, taciuto a Unica nonostante il suo carattere sociale.

Vespa rimesta nella pancia collettiva: “Se la Germania non si piglia i migranti economici, vengono tutti a casa nostra?”. Conte si fa giunco con la platea e ferro con l’Europa (e coi migranti): “Su questo sarò testardo fino alla fine, non darò tregua a Macron. Ormai hanno capito che l’Italia non accetterà più i migranti come prima, non se li terrà sul territorio”.

L’identità rivendicata dalla Meloni non è una carta che Conte si gioca analogamente nei due contesti. Non è ancora chiaro se annacqui volutamente la sua identità ideologica, limando le asperità in un momento delicato, o se non ne abbia punto. Di certo la trovata del leader del Partito della Nazione l’abbiamo già sentita, e non ha fatto una bella fine.

“Il rosso Berlinguer e il nero Almirante Antidoto all’odio”

Quando era tutto più chiaro che qui, i comunisti si chiamavano compagni e i fascisti camerati. Nemici giurati più spesso, raramente nemici carissimi come fu per Giorgio Almirante ed Enrico Berlinguer. Trentacinque anni fa la folla davanti alla camera ardente del leader del Pci allestita in un Bottegone mai così oscuro, riconobbe attonita il cipiglio severo del segretario del Movimento sociale, ricevuto da Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta. Il comandante partigiano e l’uomo accusato di collaborazionismo con la Rsi, venuto a salutare “un uomo estremamente onesto, un uomo da cui mi ha diviso tutto ma che ho sempre apprezzato e stimato”. Nessuno lo sapeva, ma i due si erano incontrati in gran segreto, 4 o 6 volte, all’ultimo piano di Montecitorio, di venerdì pomeriggio, tra il ’78 e il ’79, a palazzo semideserto. Lo racconta l’ultimo libro di Antonio Padellaro, fondatore del nostro giornale, Il gesto di Almirante e Berlinguer (Paper first), presentato ieri alla festa di Fratelli d’Italia. Non sappiamo cosa si dissero, non ci furono testimoni dei loro colloqui: “Non esistono fatti ma solo interpretazioni”, scrive Padellaro citando Nietzsche. Che ieri ha davvero dato la mano a Marx perché a presentare il libro ci sono Walter Veltroni (uno dei pochi ex segretari del Pd a non essersi scisso), Bianca Berlinguer, Ignazio La Russa, vicepresidente del Senato, e Massimo Magliaro, che fu portavoce di Giorgio Almirante e che ha svelato gli incontri. A moderare Luca Telese, esperto di Cuori neri e anche rossi.

Il primo a parlare è Ignazio La Russa, ma il suo cuore stasera è più nerazzurro che nero: c’è il derby a Milano e subito chiede una sostituzione ad Augusta Montaruli, deputata di FdI. Non prima di aver detto che non vuole raccogliere la provocazione che Padellaro lancia nelle ultime pagine del libro, intitolare una piazza ad Almirante e Berlinguer. Insieme. “Si tace sul fatto che a Roma non è stata intitolata una via ad Almirante, quando l’Emilia pullula di vie Togliatti. Preferirei due piazze vicine, sarebbe un segnale”. Veltroni – “amato oggi dal popolo di destra come fu Berlinguer allora”, dice La Russa –interviene dopo di lui e incredibilmente (ma questo la dice lunga sulla politica soi disant liquida del nostro tempo) si prende molti applausi. Lui è il sindaco che nel 2003 decise di intitolare una strada a Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù assassinato nel 1983. “Ho cercato in quegli anni, per quello che potevo, di ricucire ferite profonde. Una volta, dopo una di queste manifestazioni, Assunta Almirante mi regalò una penna stilografica di suo marito. L’ho ricevuta con gratitudine, sapendo bene quale distanza mi separava da quella storia. Ma l’essenza della democrazia è il rispetto dell’altro, la consapevolezza di quella porzione di verità che può esserci in posizioni diverse dalle nostre. La lezione che impariamo leggendo questo libro, è che ci sono avversari, non nemici. Il nemico politico avvelena la democrazia. E questo lo ripeto in continuazione oggi, perché sento rinascere il seme dell’odio”.

Il filo rosso (ma anche nero) del discorso lo prende in mano Bianca Berlinguer, giornalista schiva, ma che naturalmente non può rinunciare al ruolo di figlia. Enrico diventa papà, nel ricordo del clima insanguinato di quegli anni. L’attentato in Bulgaria – “confidò subito a mia madre che non credeva all’ipotesi di un incidente” – e il rapimento Moro, a proposito della linea della fermezza: “Ricordo quando ci convocò, la mamma e noi figli, e ci disse che se fosse capitato a lui non avrebbe per nessun motivo voluto trattare con i terroristi. Se avesse scritto qualcosa di diverso, non avremmo dovuto tenerne conto”.

Massimo Magliaro è il testimone, l’unico sopravvissuto di quegli incontri. “Quando Almirante andò a salutare Berlinguer non lo disse a nessuno, andò senza scorta. Gli incontro ci furono e la prova è ex post: alla camera ardente di Almirante andarono Pajetta e Nilde Jotti”. Cos’è la destra, cos’è la sinistra? E chi lo sa. Padellaro però ci tiene a dire che le destre vengono accomunate, ma ce n’è una che a Pontida insulta chi la pensa diversamente e una che invita gli altri a parlare. “Almirante e Berlinguer sapevano bene quale distanza li separasse, eppure hanno cercato un dialogo in un momento tragico della storia d’Italia. Vorrei sapere che anche adesso, chi fa politica, agisce nell’interesse della Nazione”.

Fischi e gelo per il Conte centrista e anti-evasione

L’ospite è sacro, “l’ospite si rispetta” predicano dal palco. Così i fischi sono rari, le contestazioni isolate, i brusii tanti ma gestibili. La gente della destra si morde le labbra. Però Giuseppe Conte, in completo e postura da avvocato di rango, resta un alieno sotto un tendone sull’isola Tiberina. Il teatro principale della festa nazionale di Fratelli d’Italia, Atreju, accanto al Tevere niente affatto biondo.

Certo, Conte ci prova a ribadire che è il terzo più terzo di tutti: “Il Pd non l’ho mai frequentato, non sono mai stato a un loro convegno”. Quasi esagera: “Con i 5Stelle ci lavoro da un po’, li conosco bene”. Si ribattezza: “Io sono il centro che guarda la sinistra”. Però non può bastare al popolo di FdI, che al premier fa sentire quella distanza senza doverla urlare. Perché è lui il mastice del governo giallorosso che ha tolto a Fdi la torta del voto anticipato e di una probabile vittoria, assieme a quel Matteo Salvini che venerdì era sulla stessa isola. Così alla fine i militanti glielo canteranno: “Elezioni subito”. Però bisogna partire dal principio, dal premier che arriva in lieve ritardo accompagnato dal portavoce Rocco Casalino e dal figlio Niccolò in pantaloni corti, che poi si accomoda in prima fila. Ad accoglierlo Giorgia Meloni, in maglietta bianca e jeans, che lo accompagna dall’intervistatore, Bruno Vespa.

Nella piazzetta, un cartonato sui due “Giuseppi”, con due volti di Conte. Ma il premier non lo vede, mentre sotto il tendone la gente canta sulle note di Rino Gaetano. Però la consegna è far scendere la temperatura. Così prima di Conte arrivano gli appelli. “Abbiamo accolto su questo palco Fico e Bertinotti, se non siete d’accordo non applaudite” si raccomanda un ragazzo. “Il silenzio è il metodo migliore” assicura Ignazio La Russa in camicia. “Noi siamo i veri democratici” scandisce Meloni. Però introduce il capogruppo alla Camera Lollobrigida, e non è tenero: “Lei ha visto Macron, penso che abbiate brindato a champagne: noi brinderemo alla fine del suo governo”. Boato. Ma Conte è reattivo: “Con Macron abbiamo bevuto spumante italiano”. Giura di non essersi piegato alla Ue, “li ho tenuti fino alle 5 del mattino sull’immigrazione”, e la parola chiave è quella. Il premier una sua arma ce l’ha, picchiare sull’ungherese Orban, sodale e riferimento della Meloni che nel pomeriggio gli darà il cambio sul palco. “Chiedete a lui perché non ha seguito la Lega, chiedetegli perché non vuole la redistribuzione dei migranti” ripete. La gente non apprezza ma si trattiene. Invece applaude forte e spesso Vespa, e un ragazzo romagnolo è rapido: “Ma lo abbiamo tesserato?”. Il conduttore chiede della legge elettorale, ma Conte sfugge, si inerpica tra le formule per non dire sì al presidenzialismo che Meloni invoca da sempre. Poi assicura che Matteo Renzi non è un rischio per il governo, e prova a rilanciare: “Ho preteso che in manovra ci siano asili nido gratis per le famiglie a medio e basso reddito”. Vespa chiede i numeri, e il premier rallenta: “Stiamo facendo le simulazioni”. Altri mormorii, una signora urla “a bugiardo”. Poi Conte promette lotta all’evasione fiscale, e arrivano fischi, veri. Così ci mette la gamba: “Perché fischiate, siete favorevoli a chi evade?”. Ma il nodo sono sempre i migranti. “Orban parla bene perché ha un confine solo terrestre”, e i militanti friggono sulle sedie.

Il premier si accalora: “I barchini sono un problema maggiore rispetto alla singola Ong, che pone un problema politico perché ci sfida”. E chissà che ne penseranno nel Pd. “L’Italia non sarà il primo approdo di chiunque” giura, ma la platea non vuole credergli. Finisce così. Casalino si avvicina a Meloni: “Speravo di indossare i panni della vittima oggi”. E lei: “Sai quanti Casalino ci vogliono per fregarci”. Sipario.

Vitalizi, in Trentino nessun taglio. “Lega censura nomi e cifre”

“La Lega, a differenza di quanto era stato fatto nella precedente legislatura, censura informazioni ai cittadini. Mi riferisco agli ‘omissis’ con cui il presidente del consiglio regionale, Roberto Paccher, ha risposto alla nostra interrogazione che chiedeva nomi e cifre dei soldi dei cittadini del Trentino Alto Adige pagati ai rappresentanti del popolo”. Questa la denuncia che Filippo Degasperi del Movimento 5 stelle – secondo quanto pubblicato su ilfattoquotidiano.it – ha rivolto al presidente del consiglio regionale Paccher, sollevando un polverone sull’annoso tema dei vitalizi, proprio nella settimana in cui è cominciato l’iter del disegno di legge che dovrebbe adeguare anche la Regione autonoma a quanto stabilito dalla Conferenza Stato-Regioni sulla riduzione dei benefici. A Trento e Bolzano la questione dei vitalizi creò scandalo con una legge che nel 2012 prevedeva una liquidazione anticipata da 96 milioni di euro divisi per 130 consiglieri. Poi, nel 2014, altre due leggi avevano leggermente ridotto gli importi, per contenere la spesa. Ed era così stato chiesto ai consiglieri regionali che le avessero già percepite di restituire le sostanziose anticipazioni.

La “francescana” che in Umbria mette d’accordo M5S e Pd

Ad Assisi e dintorni, ottenere un parere su Francesca Di Maolo non è poi così difficile. La conoscono tutti. E, facendo la tara alle formule di rito (“brava persona”, “sempre gentile e disponibile”), l’aggettivo più ricorrente è “francescana”. Che qui, nella patria del Cantico delle Creature, ha un certo peso. Non tanto per la città che le ha dato i natali, ma più per la vita dedicata agli altri, ai più deboli.

Non è un caso che proprio Luigi Di Maio avesse messo sul tavolo di Nicola Zingaretti i nomi di due donne per la presidenza della Regione Umbria, entrambe di Assisi ed entrambe molto vicine al pensiero di San Francesco: la sindaca Stefania Proietti e la stessa Di Maolo. Sulla prima il Pd ha fatto muro anche per i suoi rapporti spigolosi con gli altri sindaci umbri, la seconda invece ha messo d’accordo tutti.

D’altronde, dalle marce per il reddito di cittadinanza Perugia-Assisi Beppe Grillo va dicendo che “il Movimento 5 Stelle è nato sotto il segno di San Francesco”. E una candidata più “francescana” di Di Maolo era difficile da trovare. Basti recuperare una delle sue ultime uscite pubbliche: “Io credo che tutta la politica italiana ed europea debba trarre spunto dagli insegnamenti di San Francesco e anche seguire il suo esempio nell’umiltà – aveva detto – tutti noi pecchiamo di poca umiltà, però quando vieni e respiri l’aria di Assisi ti ricordi che il più grande valore dell’uomo è proprio l’umiltà”.

Quarantotto anni, dopo una laurea in Giurisprudenza e una lunga carriera da avvocato, nel 2013 la sua vita cambia: viene nominata dal vescovo di Perugia presidente dell’Istituto Serafico di Assisi, un ente ecclesiastico di eccellenza nato nel 1871 che svolge assistenza e cura socio-saniaria per bambini e giovani adulti con disabilità psichiche e fisiche. Chi la conosce bene racconta che, da quando ha assunto l’incarico, Di Maolo vive 24 ore su 24 pensando al Serafico: “Pensavo che avrei dovuto occuparmi solo di numeri e bilanci, invece quest’attività mi ha preso mente e cuore” ha detto a La Nazione tre anni fa.

La cosa a cui tiene di più sono i “suoi” ragazzi: organizza le loro feste di compleanno, le vacanze al mare, li accompagna personalmente alle partite di calcio e volley a Perugia. Dal 2016 ha rimesso in ordine i conti dell’Istituto e l’ha rinnovato: se prima esisteva solo la riabilitazione dei ragazzi disabili, Di Maolo ha coinvolto maggiormente i ragazzi con laboratori creativi e impresso una svolta green al Serafico introducendo il lavoro negli orti e i corsi di equitazione.

La prima polemica sul suo incarico è scoppiata ieri quando l’esponente della Lega umbra, Stefano Pastorelli, ha accusato Di Maolo di conflitto d’interessi, visto che il 70% delle entrate dell’Istituto Serafico sono pubbliche, con fondi anche della Regione Umbria: “Immaginiamo che Di Maolo prenderà la decisione di dimettersi immediatamente per evitare un enorme, anzi gigantesco, conflitto di interessi. Ci auguriamo che il Vescovo nomini in sua vece una personalità di alto profilo che segni una netta discontinuità rispetto all’attuale vertice del Serafico per fugare ogni dubbio circa la Commistione tra Chiesa e Stato”.

Dal 2017 Di Maolo è alla guida anche dell’Aris Umbria, l’associazione che riunisce tutti gli istituti di ricovero, ospedali e case di cura religiosi della Regione e sarebbero stati proprio i suoi incarichi a procurarle entrate di alto livello nella Curia umbra su su fino al Vaticano, grazie al suo rapporto col cardinale e arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti. Nel 2013 Di Maolo andò addirittura fino a San Pietro da Papa Francesco per parlargli dell’attività dell’Istituto Serafico in rappresentanza di tutte le strutture sanitarie cattoliche italiane: “È stata un’emozione incredibile” disse.

Lei vede l’aiuto degli altri come una “vocazione” e per questo ieri, dopo la richiesta di Pd e M5S, si è presa qualche ora per sciogliere la riserva: “Adesso è il momento della riflessione”. Chi la conosce, però, sa che Di Maolo è molto combattuta: “Non vorrebbe per nessuna cosa al mondo lasciare il suo lavoro”, ma allo stesso tempo la presidente dell’Istituto Serafico era già pronta ad accettare la proposta di Di Maio venerdì pomeriggio quando i due si sono incontrati in un hotel perugino. Poi la decisione del M5S di puntare ancora sulla sindaca di Assisi avrebbe fatto slittare la trattativa, ma alla fine la candidata che metterà d’accordo Pd e M5S sarà lei. Sarebbe stata proprio Proietti a fare il nome dell’amica Di Maolo al capo politico del M5S: tra “francescane” ci si intende.

Grillini e dem a un passo dal ticket Di Maolo-Proietti

Adesso sono le ore dell’attesa. Trovato il nome e fatti cadere i veti incrociati, Pd e M5S aspettano solo che Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi, sciolga la riserva e accetti la proposta che le è giunta nelle ultime ventiquattro ore da Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti di candidarsi a governatore della Regione Umbria. Dopo l’incontro di venerdì sera con il capo politico dei 5 Stelle in un hotel di Perugia, Di Maolo ieri si è presa qualche ora per decidere (“è il momento della riflessione” ha detto da Assisi) ma alla fine, confermano fonti di entrambi partiti, accetterà.

Troppo alta la posta in palio, con Matteo Salvini che ha trasformato da tempo la partita dell’Umbria nel primo test politico nazionale per il governo giallorosa. E il rebus della nota di venerdì sera con cui fonti del M5S smentivano di aver già “raggiunto l’accordo” sul nome di Di Maolo, ieri è stato risolto: con ogni probabilità, la presidente dell’Istituto Serafico dovrebbe candidarsi in un ticket con la sindaca di Assisi, Stefania Proietti, che negli ultimi giorni è stata lanciata dai 5 Stelle ma stoppata dal veto del Pd. Perché?

I dem, nonostante il sostegno in consiglio comunale, la ritengono una candidata inferiore al loro primo nome, Andrea Fora, e soprattutto con rapporti difficili con gli altri sindaci della zona. Ma adesso, in posizione defilata, accetteranno la sua candidatura. Per questo il nome di Proietti non è mai stato definitivamente tolto dal tavolo delle trattative e ancora venerdì sera sempre le stesse fonti pentastellate hanno fatto sapere che la sindaca di Assisi non si era ritirata. L’idea di Pd e M5S sarebbe quella di candidarle insieme per provare a battere l’altra donna in campo, la leghista Donatella Tesei.

Ieri il commissario regionale dem Walter Verini ha riunito l’assemblea dei dirigenti umbri: dopo la votazione favorevole su Rousseau degli iscritti al M5S, anche sindaci, consiglieri regionali e amministratori hanno approvato il “Patto civico” per le regionali del 27 ottobre. Poi sono rimasti in attesa della decisione di Di Maolo. Dopo la riunione Verini si è detto soddisfatto e pronto ad andare “avanti con il M5S”: “L’accordo deve essere fatto sui temi come riconversione verde dell’economia, legalità, trasparenza, lotta alla povertà e sostegno alle imprese e alla cultura della nostra regione. Da qui bisogna partire”. Soddisfatti anche i 5 Stelle: “Conosco la presidente dell’Istituto Serafico ed è una candidata che ci piace molto e che sosterremo – dice al Fatto il deputato umbro Filippo Gallinella – Ha un curriculum di grande rispetto e, proprio per il suo impegno per gli altri, è una persona molto sensibile”. Intanto ieri il segretario nazionale Nicola Zingaretti ha detto che il patto in Umbria non comporta “alcun automatismo con altre regioni”. Ma ormai la macchina delle alleanze a livello locale è partita e sarà molto difficile fermarla.

Dieci anni in libertà

Come forse avrete saputo (scherziamo…), il Fatto quotidiano compie 10 anni. Tutto quel che c’era da raccontare, di questa meravigliosa avventura che naturalmente continua, lo trovate nel numero speciale di Millennium in edicola. Oggi ci facciamo gli auguri con quelli che ci hanno inviato tanti amici del Fatto, personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo che ci hanno sempre sostenuti nelle nostre battaglie. Da domani vi chiederemo un piccolo sacrificio economico con l’aumento del prezzo, dopo 5 anni, a 1,80 euro (30 centesimi in più al giorno, due caffè a settimana), per aiutare il nostro giornale libero a sostenere i costi crescenti della carta e le difficoltà del mercato delle edicole, e a investire nuove risorse per migliorare ancora l’offerta informativa con novità belle e importanti.
Intanto, per il nostro compleanno, molti lettori ci inviano auguri accompagnati da racconti (anche fotografici) di questi 10 anni insieme. Continuate a mandarceli: li pubblicheremo (possibilmente in dimensioni umane, di 1.500-2.000 caratteri), per condividere con voi una festa per il passato e una sfida per il futuro che non sono soltanto nostre, ma di tutta la comunità del Fatto. Lo sapete: 10 anni fa voi lettori – caso più unico che raro nel panorama editoriale – siete arrivati ben prima del nostro giornale. E, senza di voi, non saremmo nati e né esistiti.
Grazie e auguri di vero cuore da tutta la squadra del Fatto.

 

Bice Biagi

Quando usciva un nuovo giornale, mio padre era contento. Più le notizie circolavano, più gente era informata, più occhi guardavano il potere, maggiore era il segno che vivevamo in un Paese democratico, dove ognuno poteva esprimersi con parole, idee, giudizi. E certamente gli avrebbe fatto piacere vedere in edicola un quotidiano la cui testata riprendeva il titolo di quella trasmissione che tante soddisfazioni e qualche dispiacere gli aveva dato. A questo proposito, non posso dimenticare con quanto garbo Antonio Padellaro venne un giorno a casa mia per chiedere a mia sorella e a me quasi il permesso di utilizzare quel titolo per il quotidiano che stava fondando. Gli spiegammo che non avevamo alcun diritto, che il suo interlocutore era la Rai, ma che sicuramente noi eravamo d’accordo. Adesso dico che quella richiesta così affettuosa ci emozionò. Sono passati dieci anni, Il Fatto è diventato un giornale importante e, se ancora ci si ricorda di quel vecchio cronista che si chiamava Enzo Biagi, lo si deve anche al Fatto. Grazie, allora, e molti auguri di una lunga vita.

 

Carlo Verdone

Auguri di altri 10 anni di successo a questo coraggioso giornale che ci ha migliorati nell’analisi di tanti fatti spesso assai complessi. La forza del Fatto quotidiano è sempre stata quella di essere un giornale libero da ogni influenza ideologica. Meglio di altri, questo quotidiano ha saputo rispondere all’esigenza concreta manifestata da tanti cittadini di essere informati senza necessariamente dover essere istruiti. E ha saputo guidarli nello sviluppo di un proprio senso critico. E non è poco!

 

Giovanni di Lorenzo, direttore Die Zeit

Il Fatto quotidiano ha tre pregi impagabili: è indipendente, ha coraggio e soprattutto non è mai noioso! E ha un archivio da invidiare, unico in Italia. Non c’è scandalo che non venga ricordato. Non so se questo tesoro della memoria collettiva stia dentro ad armadi, in un hard-disk o solo nella testa di Marco Travaglio. Non importa poi se i pareri espressi sul giornale siano da condividere, oppure no. Anzi, non sempre lo sono. Ma sono sempre stimolo ed espressione di una libertà giornalistica da difendere.

 

Michele Riondino

…Il fatto è che dieci anni fa, davanti al tuo primo numero, non sapevo proprio come comportarmi, che fare: cedere al fascino delle tue pagine così accattivanti, oppure no? Alla fine hai vinto tu e oggi sei in assoluto la prima versione dei fatti che voglio consultare. Tanti auguri.

 

Lorenza Carlassare

Ho sempre amato le voci libere, in Italia non sono molte: leggendo Il Fatto si sente che non deve, e non vuole render conto a nessuno tranne che ai suoi lettori , piuttosto esigenti sul coraggio e sulla serietà dell’informazione. Mi piace lo spirito critico che lo ispira: se la stampa non è il guardiano della politica la democrazia non può durare. Mi piace l’attenzione per la Costituzione, rimasta costante in questi dieci anni nonostante la disattenzione altrui. Il Fatto è un riferimento sicuro nel cicaleccio incessante che ci sovrasta, dove tutti parlano di tutto , specialmente di ciò che non sanno. Mi piace il suo direttore che con tono ironico e apparentemente leggero, ci parla degli eventi della nostra Repubblica solo dopo essersi rigorosamente documentato. Al Fatto, a tutti quelli che vi lavorano, gli auguri più affettuosi.

 

Barbara Spinelli

In dieci anni, Il Fatto ha tentato di cambiare il modo di diffondere notizie e di riceverle, e indubbiamente è riuscito a diventare alternativo ai quotidiani mainstream. La doppia scommessa iniziale – indipendenza dai poteri politico-economici, scelta della stampa scritta – ha aiutato a mutare la figura dei giornalisti. Ha restituito loro la neutralità e la terzietà senza le quali il mestiere si trasforma mostruosamente. Nel Fatto si leggono più notizie che opinioni: è una virtù, per chi segue gli esempi di giornalisti come Seymour Hersh o Günter Wallraff. La sovrabbondanza di opinioni fa durare più a lungo le fake news, che assediano la stampa offline da assai più tempo che quella online. Di qui la spregiudicatezza del Fatto, non solo nelle inchieste giudiziarie. Senza Il Fatto, non saremmo stati in grado di giudicare separatamente Lega e 5 Stelle. Particolarmente apprezzabile è stata la difesa della Costituzione italiana durante la campagna sul referendum di Renzi e la battaglia per un accordo Pd-5Stelle.
Tra i difetti ricordo il trattamento della questione migranti. Qui le opinioni hanno prevalso sui fatti. Qui la difesa della Costituzione e delle leggi internazionali cede spesso il passo all’ideologia. L’importanza attribuita a legalità e lotta contro la mafia ha fatto dimenticare i precetti della Convenzione di Ginevra e le leggi sul mare, mescolando arbitrariamente migranti, terroristi, traghettatori occasionali e trafficanti. Non ho condiviso le posizioni del giornale sulle strategie di Minniti – e del governo giallo-verde – che hanno criminalizzato le Ong dedite alla Ricerca e Salvataggio in mare ed esternalizzato la politica di asilo affidandosi a Paesi giudicati insicuri dall’Onu (Libia, Sudan, Eritrea). È un errore, e l’errore giornalistico non è mai ideologicamente neutrale quando tende a durare nel tempo.

 

Gigi Proietti

Dieci anni orsono ci fu chi disse: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. E sento che non sono né le viole né le erbose soglie delle chiese di campagna. Sono i vagiti di un foglio che nasce. E, come aquilone, subito apre le pagine al volo. Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza, risale, prende il vento; ecco pian piano…”. Non s’è capito? Ma è il Fatto quotidiano, che oggi festeggia i suoi anni di successi e di lavoro! Auguri auguri!

 

Maurizio de Giovanni

La cosa sorprendente è che siano solo dieci anni. Cominciai a leggerlo dall’inizio: mi piacevano Padellaro e Travaglio, la capacità di ragionamento limpido, il fastidio per il coro, la lucidità appassionata. E così trovai il giornale, che ancora oggi ha la capacità di interpretare il cambiamento e la libertà di porre domande e di accogliere risposte. Auguri. Ma siete sicuri che siano solo dieci anni?

 

Umberto Orsini

Ogni mattina leggo un paio di quotidiani online, ma all’ora di pranzo, ovunque io mi trovi, ho un appuntamento fisso con un’edicola per comperare una copia del Fatto, perché mi piace sfogliarlo e sorprendermi per l’acuta capacità di entrare nelle notizie e rivelare aspetti della vita politica spesso trascurati dagli altri. Non posso farne a meno e ringrazio chi in questi dieci anni mi ha tenuto sveglio e attento e anche, perché no, spesso divertito.

 

Alessandro Bergonzoni

Dire, dare, scrivere, pubblicare, scovare, contare, fare. E baciare, la fortuna, sperando di essere ricambiati da una testata di buon augurio come Il Fatto. Che può far male, ma anche bene, per non scendere a compromessi, decisi e indefessi. Sull’ali dorate del pensiero che va, anche qualche volta con opinioni diverse dalle mie, va cercando, va scoprendo, va dando e snidando, in un crescendo perenne, la stessa enne di notizia, di noi e di necessario. Squadra che vince non si cambia. Poca igiene o scaramanzia? Auguri da chi non vuole solo spegnere queste dieci candele, ma se possibile accenderne di più. Che la festa continui. Viva.

 

Daniele Luttazzi

I giornaloni, da sempre, sono usati dai loro ricchi proprietari come mezzo di contrattazione con il potere politico. Come risultato, l’Italia è piena di giornalisti ottativi: non scrivono ciò che accade, ma ciò che i loro proprietari (industriali e magnati) vorrebbero accadesse. Nel 1914, il giorno dopo l’assassinio a Sarajevo dell’arciduca ereditario d’Austria, un giornalista politico de La Stampa concludeva l’articolo con queste parole rassicuranti: “Tuttavia questo incidente non può menomamente influire sull’equilibrio e la tranquillità europea”. Poche ore dopo scoppiava la Prima guerra mondiale. Un giornale ha senso, per me, se è contro questo sistema farlocco; se cerca di far sapere ai cittadini tutto ciò che è di interesse pubblico, e nient’altro. Ecco perché mi unisco a voi nel festeggiare i lettori che da 10 anni sostengono Il Fatto.

 

Sabrina Ferilli

Buon compleanno al Fatto, che compie 10 anni e se li porta benissimo, come tutti quelli che hanno voglia di vivere, sono coraggiosi, hanno le spalle larghe, non si fermano né si arrendono. È un giornale che ho sempre acquistato e di cui sono sempre stata una fan. Anche perché è un quotidiano con una prerogativa particolare: anche se ha una linea editoriale principale, offre comunque sempre a noi lettori un confronto fra idee di chi la pensa diversamente, il che ci dà un quadro molto vario di ciò che stiamo leggendo. Questo è pluralismo, questa è democrazia, questo è giornalismo bello, fatto da giornalisti bravi. Cari amici del Fatto, vi stimo proprio tanto e potrete sempre contare su di me. Un bacio particolare a Marco, che è la mia passione. Ciao, auguri!

 

Carlo Freccero

Appartengo a una generazione che non andava in edicola a comprare il giornale, ma la mazzetta per avere una rassegna stampa completa. Quella mazzetta che metteva insieme tutte le testate di diversa tendenza, da destra a sinistra, passando per il centro, era il simbolo della pluralità di opinioni che caratterizzavano la società di allora. Progressivamente i consumi di stampa si sono contratti, tanto che anche molte edicole hanno chiuso o stanno chiudendo. La giustificazione più diffusa è puramente mediatica. Oggi ci sono media più veloci del giornale in grado di darci le notizie in tempo reale, mentre il giornale arriva per social il giorno dopo. Ma io non sono pienamente convinto di questa spiegazione. Finché ha conservato la sua dimensione critica, il giornale ha avuto un senso. È con il pensiero unico e con la stampa mainstream che il giornale ha perso la sua funzione. La prova? Proprio la nascita del Fatto quotidiano 10 anni fa, in un contesto in cui le altre testate avevano da tempo iniziato a declinare. Fondare un nuovo quotidiano in un momento di crisi del quotidiano può sembrare privo di senso. Ma la nascita e la sopravvivenza in tutti questi anni del Fatto ci suggerisce che, al di fuori della stampa mainstream, c’è ancora spazio e domanda per una informazione che racconti la verità.

 

Raffaella Carrà

Il Fatto quotidiano lo leggo ogni giorno fin dal primo giorno, insieme a un altro quotidiano a rotazione. Nel 2009 fui una delle prime a scoprirlo, nel mio mondo dello spettacolo. E da allora non l’ho più mollato. Gianni Boncompagni, anche lui lettore e poi collaboratore accanito del vostro giornale, mi prendeva in giro: diceva – mentendo spudoratamente – che ero sempre stata democristiana e poi, contagiata dal Fatto, ero passata a Rifondazione comunista. E ogni mattina lo salutavo col Fatto in una mano e il pugno chiuso nell’altra. Quindi continuate così perchè non posso fare a meno di voi. Vi saluto di cuore col titolo di una mia canzone: tanti auguri!

 

Salvatore Settis

Leggo regolarmente Il Fatto dai suoi primissimi numeri e, quando (intuendo i miei disagi con l’allora direttore di Repubblica) voi mi offriste asilo politico, volentieri accettai di collaborare col vostro, col nostro giornale. Abbiamo avuto fasi di piena sintonia, in particolare durante la campagna per il No all’orrida riforma costituzionale firmata Renzi, ma anche momenti in cui la mia valutazione dei fatti era diversa dalla vostra. Mai però avete non dico censurato, ma nemmeno chiesto di alterare minimamente il mio pensiero negli articoli che ogni tanto vi mando. Abbiamo condiviso e condividiamo la speranza, a dire il vero intermittente, che un patto di governo Pd-M5s possa segnare una fase meno oscura della vita politica italiana; e perciò ora seguo anch’io, sul Fatto e su altri giornali e passando ogni giorno dalla speranza al timore, le vicende del governo Conte 2 nei suoi primi, incerti passi.
Dieci anni di vita non sono molti per un giornale: ma la durezza degli eventi che ci circondano ha fatto crescere Il Fatto in fretta, senza invecchiarlo. Gli auguri che anch’io vorrei fare al giornale in questo suo decimo compleanno hanno, a ben pensarci, una marca sola: la speranza che questo giornale voglia e sappia continuare ad essere, in questi anni tanto difficili, uno spazio di indipendenza di giudizio, di libertà delle opinioni e di richiamo ai fatti.

 

Renato Zero

Non amo schierarmi. Almeno finchè non sia veramente convinto della bontà di un pensiero, analitico e costruttivo. Il movente primario di ogni scelta deve includere: obiettività, coerenza, chiarezza, sincerità, lealtà e lungimiranza. Sono un lettore del Fatto quotidiano. E non mi pento. La vostra ostinazione nel perseverare, passando al setaccio con fermezza le vicende di questo Paese credo mi indurrà a consultarvi per molto altro tempo ancora! Buon decennale!

 

Massimo Cacciari

Il Fatto: titolo estremamente ambizioso, poichè parlare del “fatto” non è descrivere una situazione nei suoi elementi “dati”, come sarebbe per un fisico descrivere ciò che risulta da una osservazione o un esperimento. “Fatto” è ciò che uno fa; parlare dei “fatti” significa dunque parlare delle azioni che gli uomini intraprendono (e queste azioni esprimono inevitabilmente intenzioni, e cioè progetti, idee, volontà, speranze e desideri tutto insieme). “Il fatto” è quanto di più soggettivo possa esistere e discutere dei “fatti” sarà perciò soggettivo al quadrato. Coerentemente Il Fatto è stato giornale schierato, partigiano e da leggersi proprio per questo. Tra i “fatti” ne ha prescelti alcuni, e logicamente quelli che corrispondevano alla sua idea del “fare”, e su questi ha insistito con proverbiale tenacia: la corruzione (in tutti i sensi) della prassi politica, la crisi dei fondamenti “morali” del “fare” politica, le catastrofiche conseguenze per la sinistra di non riuscire a combatterla, ma anzi di finirvi spesso coinvolta. Tutto ciò delinea, come forse è noto, una “filosofia politica” assai lontana dalla mia, il cui significato è però incontestabile. Il Fatto aveva compreso molto bene che su questi temi si sarebbero orientati vasti settori dell’opinione pubblica e che il non affrontarli col necessario rigore avrebbe aperto territori immensi al dilagare di movimenti di protesta tali da poter costituire un fertile humus anche a forze di estrema destra. La storia europea dell’ultimo decennio lo dimostra con chiarezza. Il Fatto vide anche che i 5 Stelle, al di là dei vaffanculo, costituivano un argine a questa deriva, e l’ha appoggiato con paterna benevolenza. Forse una critica più puntuale in certi passaggi avrebbe favorito una più rapida maturazione del movimento, lungi ancora dall’essere avvenuta. Ma ciò non toglie al merito di aver “collaborato” alla sua definitiva abiura del “contratto” con la Lega. Credo che Il Fatto dovrebbe ora impegnarsi per delineare un quadro più di insieme, per indicare percorsi politici più “sistemici”, per incalzare tutte le forze politiche (ben oltre l’attuale governo) affinchè comprendano la necessità di riforme costituenti. La destrutturazione dello spazio politico è giunta a un punto tale che continuare con l’esercizio della semplice critica si è fatto troppo facile: non è più un “fare”, non produce più “fatti”, ma si riduce soltanto a descrivere nudi “dati”.

 

Stefano Belisari, in arte Elio

Il Fatto quotidiano compie 10 anni! La prima reazione è stata di incredulità: lo leggo dal primo giorno e non avrei mai detto che fosse passato così tanto tempo. Per me Il Fatto rimane un giornale giovane, che ha smosso le acque stagnanti dell’editoria italiana, una voce fresca, nuova, diversa, libera. Dopo tanto tempo è ancora così e non noto segni di stanchezza. Auguri di vita lunga e indipendente, io continuerò a leggervi.

 

Antonino Di Matteo

Da cittadino, prima ancora che da magistrato, sono consapevole che una vera democrazia, come tale libera dalle mafie e da ogni altro sistema criminale, si nutre e difende in un solo modo: con la verità, la memoria, il controllo rigoroso dell’esercizio e della gestione del Potere.
In un Paese che sembra aver smarrito questa consapevolezza, ci sono ancora giornalisti consapevoli che raccontare i fatti, anche quelli che molti vorrebbero oscurare, vale più di ogni personale orientamento ideale o calcolo di opportunità politica.
Auguri!

 

Salvo Ficarra e Valentino Picone

Hanno gia passato dieci hanni dal primo numero del fatto cuotidiano, un giornale eccezionale che noi leggiamo ogni giorno. Un giornale che ci accompagna è ci fa scoprire ogni giorno scup nuovi nuovi, punti di vista diversi è non solo politici. Un giornale che a contribuito alla nostra informazione: e qui, tra queste pagine che abbiamo appreso tutte le cose che gli altri giornali ignoranti non dicono. Lo consigliamo a tutti voi e a tutti quelli che avete a cuore la verità. Perché per difenderci dalla pochezza dei nostri tempi l’unica arma è la Madonna, il Santissimo Crocifisso e la qultura. #StopIgnoranza #Primalaqultura.
Auguri auguri auguri.

 

Alessandro Aleotti, in arte J-Ax

Il Fatto non corre in soccorso dei vincitori e non umilia gli sconfitti. Ci sono voci di ogni colore e opinione che discutono liberamente. Mi piace Il Fatto perchè non è controllato da nessun partito o potente. Il Fatto risponde solo ai suoi lettori. E io sono orgoglioso di leggerlo da 10 anni.

 

Renzo Arbore

Quando chiuse La Voce mi sentii orfano: amavo quello stile, mi piaceva Montanelli e i giornalisti che ci scrivevano, soprattutto un certo Marco Travaglio. Poi un giorno, mentre soggiornavo in un tristissimo residence pugliese dove ero andato sperando di trovare un po’ di ragazze, vidi per la prima volta Travaglio in televisione mentre faceva le pulci a Berlusconi: a quel punto quando uscì Il Fatto sono stato tra i primi a compiacermi e a compralo. Ora aspetto la mezzanotte, e tutti i giorni, per leggerlo. Tanti auguri e spero di festeggiare, anche per la mia salute, anche i prossimi dieci.

 

Ilaria Cucchi

Dieci anni fa nasceva Il Fatto. Dieci anni fa moriva mio fratello. Il Fatto ha trattato quella morte perché ne ha percepito da subito il drammatico valore civile, politico e giudiziario. Non si è mai dimenticato di noi. Mai. Il Fatto è compagno di viaggio della nostra storia. Tanti auguri di buon compleanno!

 

Gustavo Zagrebelsky

Un quotidiano che si regge indipendente per dieci anni è un miracolo e i miracoli si spera che possano ripetersi. L’augurio è che il prossimo decennio – come già è accaduto in diverse circostanze, non ultimo il referendum costituzionale – sia dedicato ancora una volta dal Fatto a difendere i fondamenti della nostra vita civile.

 

Roberto Scarpinato

“Il trono si conquista con le spade ed i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni”. Questa massima del cardinale Mazzarino riassume in modo magistrale – oggi come ieri – l’esigenza di ogni potere oligarchico di controllare e manipolare la costruzione del sapere sociale per garantire la propria perpetuazione. Nel panorama italiano, caratterizzato da una pressoché sistematica colonizzazione dei media della carta stampata e televisivi da parte di potentati economici e politici, la fondazione del Fatto quotidiano ha costituito un evento di rilievo perché ha segnato una linea di frattura rispetto al passato. Al modello verticale di una informazione discendente dai vertici della piramide sociale, condizionata dagli interessi dei gruppi industriali proprietari delle testate e dalle nomenclature partitiche, il Fatto quotidiano ha contrapposto, autofinanziandosi solo con le vendite e con gli abbonamenti, un modello orizzontale dal basso che offre un radicale cambio di prospettiva. Da qui la rottura della solidarietà corporativa che ha tradizionalmente caratterizzato il mondo professionale dei media, con la critica aperta e costante del Fatto quotidiano al modello di comunicazione verticale di altri media, mediante la denuncia dei loro silenzi, dei loro riduzionismi, del loro doppiopesismo. Da qui il consequenziale rilievo dato dal Fatto quotidiano all’informazione sugli asset proprietari dei media in mano a gruppi imprenditoriali che si occupano solo marginalmente di editoria e principalmente di tutt’altro (finanza, banche, assicurazioni, costruzioni, automobili, cliniche, appalti pubblici), offrendo così illuminanti chiavi di lettura per comprendere i conflitti di interesse determinati dalla commistione tra media, affari e politica. Da qui un giornalismo rigoroso e audace che impone la propria agenda offrendo informazioni alternative e urticanti per i potentati. In sintesi l’esperienza di questi dieci anni del Fatto quotidiano può definirsi come un laboratorio che indica la via per la costruzione di una nuova alleanza tra professionisti produttori di informazione e cittadini che necessitano di informazioni non filtrate dai Mazzarino di turno, in una battaglia comune per difendere il diritto di sapere, senza il quale non esiste democrazia vivente e autentica.

 

Andrea Dioni, con Valeria, Alberto, Linda e Giulio

Il 20 settembre 2009: nasce mio figlio Alberto.
Tre giorni dopo nasce il Fatto Quotidiano.
Ho una pessima memoria, ma ricordo nitidamente l’estate 2009, la trepidante attesa ed i lieti eventi di inizio autunno.
La mia vita da allora è fortemente cambiata, direi stravolta. Fortunatamente in meglio.
Ad Alberto si sono poi aggiunti altri due fratelli: Linda e Giulio.
Il Fatto può essere considerato il quarto figlio o un amico di famiglia, sempre presente da 10 anni a questa parte.
Non mi piacciono i vincoli e per questo non mi sono mai abbonato a un quotidiano né sposato con la mia compagna. Preferisco un amore costantemente in gioco, che necessita di quotidiane conferme. Con periodi di passionalità alternati ad altri di routine e distacco.
Dal 20/9/11 al 20/9/12 decidemmo di fotografare Alberto ogni giorno (310 foto, al tempo non uscivate al lunedì) assieme al Fatto.
Era il nostro modo per sancire un patto gemellare, due vite in qualche modo unite per sempre.
Vi invio come regalo per il vostro decimo compleanno le foto salienti (tra cui spicca una foto di Alberto con due giovanissimi Gomez e Travaglio ad una festa del Fatto a Gattatico), unito ai nostri migliori auguri a tutta la redazione.
Siete unici, ci avete aiutato a comprendere dieci anni del nostro amato Paese come nessun altro sarebbe stato in grado di fare.
Tanti auguri, vi vogliamo bene.

Abbiamo scherzato

Pare uno scherzo, invece è tutto vero. A giugno non si parlava che dello scandalo Csm: la guerra tra due bande che si contendevano le Procure di Roma, Firenze, Perugia e Torino. La prima ruotava attorno a Luca Palamara, capo di Unicost indagato a Perugia per presunte corruzioni di 4 anni fa, e ai deputati renziani Lotti e Ferri, ansiosi di punire il procuratore uscente di Roma Giuseppe Pignatone per non aver archiviato Lotti su Consip e aver “denunciato” Palamara a Perugia e dunque a sostituirlo col candidato più distante, il Pg di Firenze Marcello Viola (non Giuseppe Creazzo, procuratore di Firenze, reo di indagare sui genitori di Renzi). La seconda puntava ad accontentare Pignatone, che sognava come successore l’amico procuratore di Palermo Franco Lo Voi. Il 23 maggio la commissione Incarichi direttivi del Csm decise che il miglior procuratore di Roma fosse Viola (4 voti), seguito da Creazzo (1) e Lo Voi (1). Nessuno dei tre, dalle intercettazioni, risulta aver trafficato con Palamara, Lotti, Ferri & C. Che si mossero alle loro spalle. Dunque non c’è ragione al mondo per invalidare il voto in commissione: il Plenum dovrebbe nominare uno dei tre procuratori di Roma.

Invece il Csm ha azzerato tutto per ripartire non dai tre già scelti, ma dai 13 inizialmente in lizza. E oplà: ora è favorito il procuratore reggente della Capitale, Michele Prestipino, fedelissimo di Pignatone che se l’è portato appresso da Palermo a Reggio a Roma. Massima “continuità”. Oh bella, ma il Csm non aveva scelto Viola proprio per garantire massima “discontinuità” dalla gestione Pignatone? Stiamo parlando della Procura che indagò una dozzina di volte la sindaca Raggi, poi archiviata e assolta. Inquisì l’assessora Muraro, poi archiviata con tante scuse. Fece arrestare per 4 mesi il presidente del Campidoglio De Vito, poi scarcerato dalla Cassazione perché le accuse erano solo “congetture”. In compenso, quando arrivò da Napoli l’inchiesta Consip, sequestrò i cellulari al pm Woodcock (indagato e poi archiviato), al capitano Scafarto (indagato poi scagionato dalla Cassazione) e a Marco Lillo (indagato perchè dava notizie vere), ma si scordò quelli di Renzi sr. e Del Sette; poi chiese l’archiviazione per papà Tiziano, ma il gip la respinse. Non indagò Renzi e De Benedetti per l’insider trading sul Dl Banche, ma solo il broker Bolengo, per poi chiederne l’archiviazione, respinta dal gip. Un cimitero di orrori giudiziari che dovrebbe imporre massima discontinuità. Invece a cos’è servito lo scandalo Csm? A piazzare in pole position il braccio destro di Pignatone. Non è meraviglioso?