Una foto con una citazione di John Lennon e l’annuncio a sorpresa: “Da lunedì mi devo fermare per affrontare un problema di salute”. Un fulmine a ciel sereno il messaggio di Emma Marrone, che cancella il tour e si rivolge direttamente ai suoi fan “per non creare allarmismi inutili”. L’artista 35enne, già in passato aveva combattuto un tumore alle ovaie per cui è stata operata due volte, ma resta combattiva: “Adesso chiudo i conti una volta per tutte con questa storia e poi torno da voi. Andrà tutto bene!”. Una sfida difficile: ha commosso fan e celebrità, che hanno manifestato in massa il proprio supporto. Fra loro anche Maria de Filippi, che ha dedicato a Emma una lettera d’incoraggiamento sulla pagina ufficiale di Amici: “Ti voglio un bene dell’anima davvero, non avere mai paura di nulla perché sei fortissima”.
Così l’Internazionale Situazionista sfidò la “società dello spettacolo”
“Noi siamo rivoluzionari. Noi riteniamo di aver trasceso la nozione di destra e di sinistra per realizzare la libertà in tutti i campi”. Così l’8 settembre del 1956 Giuseppe “Pinot” Gallizio (1902-1964), uno dei protagonisti dell’avanguardia artistica europea con la sua pittura industriale, concludeva nella sua Alba, nelle Langhe, il primo Congresso Mondiale degli Artisti Liberi.
L’anno successivo, nel ’57, da alcuni dei promotori di quell’incontro nasceva l’Internazionale Situazionista, fondata il 28 luglio a Cosio d’Arroscia, nell’entroterra di Imperia, da Guy Debord, Michèle Bernstein, “Pinot” Gallizio, Asger Jorn, Walter Olmo, Ralph Rumney, Piero Simondo, Elena Verrone. Nell’arco di una parabola temporale non lunga, tra espulsioni e scissioni, i situazionisti, in particolare Guy Debord (nato nel 1931, morì suicida nel 1994), seppero seminare vento e tempesta con la loro critica radicale e soprattutto profetica della “società dello spettacolo”, delle merci e del consumismo.
Partirono dall’arte, e si convinsero che la si dovesse superare per realizzare nella vita una società libera e giocosa; influenzarono il ’68 e altri movimenti di rivolta. “Nonostante gli errori”, scrive la Nottingham Psychogeographical Unit, “l’Internazionale Situazionista è forse stata il più importante tentativo collettivo di costruire una critica alle nuove forme di dominio” nei Paesi capitalisti.
Tutto o quasi era cominciato dunque ad Alba, che ora, grazie al Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea, oggi e domani rievoca il congresso del 1956 con una serie di iniziative, tra cui una mostra, che ha come titolo Per un rinnovamento immaginista del mondo. Era cominciato nelle Langhe per una serie di congiunzioni amicali e di interessi analoghi, che favorirono l’incontro di un gruppo di artisti europei il cui denominatore comune, come osserva Anselm Jappe in un saggio su Debord, tendeva “alla tematica dell’Urbanismo unitario e alla sperimentazione per creare ‘nuovi ambienti’ allo scopo di creare nuovi comportamenti e di aprire la strada verso una civiltà del gioco”.
C’erano il giovane pittore Simondo e il “vecchio” albese Gallizio, farmacista e a sua volta pittore, ex partigiano e chimico, che con il danese Jorn, già tra i fondatori del gruppo Cobra, avevano dato vita nel ’55 al Laboratorio sperimentale per una Bauhaus Immaginista. E c’erano gli esponenti di un altro movimento d’avanguardia, l’Internazionale Lettrista, come il francese Debord, che al congresso di Alba fu rappresentato da Gil J Wolman. A loro si unirono, per poco tempo, anche l’architetto e designer Ettore Sottsass jr. e il pittore Enrico Baj col suo movimento d’arte nucleare, che tuttavia, come nel novembre del ’56 affermò Potlatch, il foglio dei lettristi, dovette ritirarsi del congresso perché “si era consacrata la rottura con i nucleari”. Si aggiungeva, con una battuta, che Baj se n’era andato ma “Il n’a pas emporté la caisse”, non ha portato via la cassa.
L’azione politica, che avrebbe segnato il situazionsmo, non era comunque assente dalla riunione di Alba. Potlatch scriveva che il congresso aveva rappresentato una nuova e difficile tappa “nel settore della lotta per una nuova sensibilità e per una nuova cultura, di quel rinnovamento rivoluzionario generale che caratterizza l’anno 1956”, dai fatti d’Ungheria all’Algeria, agli scioperi nella Spagna franchista.
Riandando a quei giorni, Simondo ha ironizzato in seguito sul convegno di Alba, e sul fatto che abbia rappresentato un “anno zero” delle avanguardie radicali. Oggi lo si celebra nel campo dell’arte. Loro, però, andarono ben oltre . Nel 1961, non a torto, i situazionisti pensavano che “qualunque sia il nostro destino individuale, il nuovo movimento rivoluzionario non potrà non tener conto di ciò che abbiamo ricercato insieme”.
L’epopea di Radio Popolare tra vecchie glorie e nuovi papi
Dalle onde di Radio Popolare è passato un pezzo della storia di Milano, e dunque d’Italia. Le cronache delle azioni delle Br e del G8 di Genova, le dirette delle grandi manifestazioni di protesta, le rassegne stampa di Gad Lerner, i primi programmi di Gino e Michele e della Gialappa’s, i grandi concerti rock, le feste, il microfono aperto in cui gli ascoltatori intervengono senza filtro. All’inizio di tutto ciò c’è Piero Scaramucci, che dopo una carriera in Rai e un libro indimenticabile (Una storia quasi soltanto mia, scritto con Licia Pinelli), nel 1976 ha fondato Radio Popolare e, negli anni in cui crescevano le “radio libere”, l’ha fatta diventare un mezzo d’informazione innovativo e di qualità. Poi è tornato a dirigerla dal 1992 al 2002, rinsaldando una vasta comunità di ascoltatori con una forte identificazione in Radio Pop.
Quando si è spento, l’11 settembre all’Humanitas, Scaramucci ha dovuto interrompere anche l’ultimo contributo che stava dando alla radio. Era rimasto presidente della cooperativa che riunisce i giornalisti e i lavoratori della radio e stava cercando un nuovo direttore per il suo rilancio. Aveva proposto la direzione ad Alessandro Gilioli, oggi vicedirettore de l’Espresso. L’operazione, non senza difficoltà, è rimasta a metà. In questi giorni, i quaranta lavoratori della radio (più della metà giornalisti) sono riuniti al villaggio La Francesca di Bonassola per un seminario che ha come obiettivo quello di “ricostruire la comunità” di chi lavora a Radio Popolare e riprendersi dalla ferita dell’ottobre 2018: un anno fa, scaduto il mandato triennale, il direttore Michele Migone ha chiesto la riconferma, in accordo con il presidente della cooperativa, Scaramucci, e con Catiù Gerlanzani, amministratrice delegata della società che gestisce la radio (Errepi spa, detenuta al 60 per cento da 15 mila piccoli azionisti e controllata con il 40 per cento dalla cooperativa Radio Popolare). A sorpresa, la cooperativa l’ha bocciato.
A pesare non sono stati tanto i contrasti sulla linea politica ed editoriale – che pure sono eterni, nella radio che dalla fondazione dà voce alle diverse anime della sinistra milanese e che mantiene una complicata gestione assembleare – quanto soprattutto il clima dei rapporti interni. Scaramucci era stato il direttore carismatico ed esperto di un gruppo di ventenni e trentenni fieri di lavorare nella più influente tra le radio italiane d’informazione. Negli ultimi anni, i direttori sono stati invece scelti tra i redattori ormai cinquantenni, ottimi professionisti che fanno però fatica a riconoscere una leadership ai loro compagni d’avventura. Dalla ferita d’ottobre, la radio è gestita da un quadriumvirato (Lorenza Ghidini, Massimo Bacchetta, Chawki Senouci e Claudio Agostoni) diventato triumvirato dopo l’abbandono per motivi famigliari di Lorenza Ghidini. E l’ad Catiù Gerlanzani ha messo in campo un’agenzia specializzata, Altavia, che da oltre un anno sta lavorando per rendere più fluide le dinamiche di gruppo della redazione e consolidare i rapporti interni. Il seminario in corso a Bonassola dovrebbe essere l’atto conclusivo dei “cantieri” aperti da Altavia.
Radio Popolare ha un passato glorioso e un presente non privo di problemi. Il suo pubblico è invecchiato (prevalenti i cinquantenni); l’informazione politica “di movimento”, in cui era imbattibile, ha perso centralità; altre emittenti (da Radio 24 a Capital) le fanno concorrenza nell’informazione di qualità. Oggi Popolare ha 150 mila ascoltatori medi al giorno, più di 15 mila soci, 17 mila abbonati che versano volontariamente nelle sue casse 1,7 milioni di euro all’anno. A questi si aggiungono 600 mila euro di pubblicità: in calo. Sono cresciuti, in compenso, i contributi dello Stato per le emittenti d’informazione: circa 600 mila euro, finanziati dal “canone in bolletta” di cui beneficia anche la Rai.
Le entrate riescono a coprire i costi, di poco superiori ai 2 milioni di euro l’anno. Non è crisi economica, dunque, quella di cui Radio Pop sta soffrendo. Forse lo shock di un “papa straniero” da portare in radio come nuovo direttore potrebbe essere salutare. A questo stava lavorando Piero Scaramucci. Nelle prossime settimane vedremo i risultati.
Dio è morto, il maschio pure: rinasce Peter Pan
Indifferenza, sollievo generale, oblio. Sono gli effetti prodotti dalla fine della supremazia del maschio nelle società occidentali secondo Marcel Gauchet, filosofo e professore emerito della Scuola di studi superiori in scienze sociali di Parigi.
La tesi della scomparsa del maschio contenuta ne La fine del dominio maschile (ed. Vita e pensiero, pubblicazioni dell’Università Cattolica) è svolta in maniera suggestiva: la plurimillenaria organizzazione dei ruoli sessuali ha subito un contraccolpo nel momento in cui veniva meno l’azione di perpetuazione delle comunità umane ad opera della religione. “Il dominio maschile si inserisce nel quadro del dominio degli dei”. Quando Dio è morto, l’uomo, a cui spettava il “compito di proteggere, grazie al potere di morte, l’esistenza del gruppo contro la minaccia di distruzione da parte dei nemici” (mentre alle donne spettava assicurare la continuità della biologia), ha smesso di dominare. Ergo, se la gerarchia cade a favore dell’uguaglianza, il maschio non funziona più, non serve. La famiglia ha cessato di essere un’istituzione: “La famosa ‘cellula di base’ sulla quale si fondava l’esistenza collettiva è scomparsa. La famiglia è stata privatizzata”.
Gauchet, che ha maturato negli anni una visione anti-marxista, non esamina le condizioni sociali e le ineguaglianze su cui si regge il sistema di vita occidentale; per lui, lo strappo è avvenuto quando la famiglia è stata “sentimentalizzata”, cioè il matrimonio ha cominciato a fondarsi sulla libera scelta d’amore dei coniugi, invece che sulla necessità di perpetuare la tradizione. C’è anche un complice in questa colpa: “la rimozione del tabù dell’omosessualità intesa come figura anti-riproduttiva per eccellenza”, insieme alla nascita della “nuova categoria di ‘genere’”, per cui è “il senso stesso della procreazione a essere intaccato. Fare un figlio non è più un atto che coinvolge l’esistenza della collettività”.
Convince Gauchet quando dice che il maschile tende “a identificarsi con una vita di lavoro anonimo fuori casa”, preso dal “ruolo da assumere per integrarsi negli ingranaggi di tale macchinario retto dalla razionalità tecnica e dal calcolo economico”. È una svolta antropologica (registrata con circa un secolo di ritardo) molto significativa: “La neutralità diviene il vero marchio distintivo della mascolinità… Il maschile è il sesso dell’individuo universale”. Saltando qualche passaggio (il pamphlet vuole essere un’intramuscolo polemica mentre a tratti sembra un prodotto dell’opinionismo scientifico), Gauchet passa dal lavoro alienato alla constatazione che “esistono solo individui di diritto privi di caratteri sessuati” che non fanno più figli, laddove a farli sono donne sole o in coppie (precarie) formate con maschi reticenti e poco propensi all’assunzione di responsabilità paterna. Prova ne è, secondo lo studioso, la pornografia, sintomo stesso di “un rapporto con la sessualità nel segno non solo della disconnessione, ma del rifiuto di qualsiasi legame con la procreazione”, caratterizzata da un “machismo senza volontà di dominio”.
Nel porno “c’è un elemento di subordinazione femminile in questa tirannia del desiderio maschile”, ma è assente la minima volontà di arrivare a una forma di possesso gerarchico, piuttosto il contrario, dal momento che l’immagine di riferimento è quella di una scatenata lubricità femminile, intraprendente e insaziabile”. Ciò penalizza due volte le donne: perché devono occuparsi dei figli e perché devono farsi carico di “un soggetto inservibile dominato dalla controcultura dell’immaturità rivendicata”. Forse è un buffetto di Gauchet alle donne, dato che le vorrebbe ancora sottomesse (per il loro bene), ma nel merito la sentenza è inappuntabile.
Tuttavia, l’analisi risente di una mancanza di radicalità: rimpiangere il mondo della tradizione garantito dal dominio maschile e registrare il sollievo del maschio liberato da un peso rende il libercolo non più che una fotografia. È assente l’analisi della dimensione sociale che vede il capitalismo entrare dentro i rapporti sessuali e mutarli nel profondo a partire dalla metà degli anni Settanta. Il fatto che Gauchet sia un maschio non lo esime dal presentare anche il punto di vista degli studi femminili sul tema: così facendo riproduce quel machismo impotente ma dal punto di vista dell’accademico, invece che dell’uomo comune. Ci viene in mente la celebre frase di Nietzsche: “Vai dalla donna? Non dimenticare la frusta”. Ma Nietzsche non ha mai precisato chi avrebbe dovuto impugnarla.
Atlantia, l’agenzia Standard&Poor’s taglia il rating a BBB-
L’agenzia Standard &Poor’s ha ridotto di un livello il rating sul debito a lungo termine di Atlantia, portandolo da “BBB” a “BBB-“. L’agenzia spiega la decisione sottolineando che “è ora più esposta ad azioni legali o regolamentari negative, tra cui rinegoziazioni di concessioni nel settore delle strade a pedaggio che il nuovo governo italiano ha presentato nella sua agenda”. Si legge ancora nella nota: “L’amministratore delegato di Atlantia si è dimesso il 17 settembre 2019 (martedì scorso, ndr), in un momento in cui Atlantia si sta concentrando sull’integrazione dell’operatore di pedaggio spagnolo di recente acquisizione Abertis e sta valutando un potenziale coinvolgimento nel salvataggio finanziario della compagnia aerea italiana Alitalia”. Di diverso avviso Moody’s secondo cui la cacciata di Castellucci non va a impattare immediatamente sul profilo di credito della società: “Sebbene negativi, questi recenti sviluppi e il flusso di notizie che ne è seguito non intaccano immediatamente la qualità del credito di Atlantia. La prolungata revisione per un downgrade dei rating di Atlantia e Aspi fondamentalmente riflette i persistenti rischi al ribasso che pesano sul gruppo dopo il disastro di Genova”.
Sapienza e Inail, l’intreccio è servito
Due dei tre commissari hanno ricevuto finanziamenti dall’Inail. È il risultato del sorteggio con cui è stata completata la designazione della commissione che decreterà il vincitore del concorso bandito dalla Sapienza per un posto da professore di prima fascia di Medicina del lavoro.
Non ci sarebbe nulla di strano se la cattedra non fosse finanziata con 2 milioni proprio dall’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro e se tra i candidati non ci fosse Sergio Iavicoli, direttore del DiMeila, il dipartimento di ricerca che partecipa alla selezione degli studi che ogni anno vengono sponsorizzati dall’ente. Il Fatto aveva raccontato come 4 dei 7 potenziali commissari indicati il 28 giugno dal dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive che organizza la selezione avessero ricevuto dall’Inail fondi per le loro ricerche. Quel giorno il Consiglio di dipartimento aveva nominato il membro interno andando a pescare a Bologna Francesco Saverio Violante, legato a Iavicoli a filo doppio: il prof ha condotto programmi di ricerca finanziati da Inail e Ispesl (che Iavicoli ha diretto dal 2006 al 2014, anno in cui le sue funzioni vennero accorpate nel DiMeila) e siede nel cda dell’ICOH, ong di cui il candidato è dal 2003 segretario generale. Gli altri due commissari sono stati designati il 9 settembre con un sorteggio pubblico tra i membri delle due terne di docenti designate il 28 giugno. Dal bussolotto è venuto fuori il nome di Angela Cecilia Pesatori, docente dell’università di Milano responsabile di un Progetto Bric 2016 da 70mila euro “finanziato – recita il suo curriculum – dall’Inail”. “La commissione non è stata ancora nominata – si legge in una nota della Sapienza – . Una volta insediata, se gli uffici competenti rileveranno difformità rispetto alla normativa vigente, comprese le cause di incompatibilità, adotteranno le misure previste dalla legge”.
Intanto, l’iter concorsuale merita di essere raccontato. Il 6 novembre 2018 il rettore Eugenio Gaudio sottopone la convenzione Sapienza-Inail, alla base del concorso, al Senato accademico. La professoressa Antonella Polimeni “suggerisce”, si legge nella delibera finale, di affidarne l’organizzazione a Sanità pubblica. Ancora un legame con Iavicoli: Polimeni è preside della Facoltà di Medicina e Odontoiatria e dirige il master “Gestione integrata di salute e sicurezza nell’evoluzione del mondo del lavoro” del quale il dirigente Inail è coordinatore scientifico. Ma la medicina del lavoro è sotto un altro dipartimento, il Saimlal (Scienze anatomiche, istologiche, medico-legali e dell’apparato locomotore) che, recita la delibera approvata il 21 febbraio 2012 in osservanza della legge Gelmini e recepita nello Statuto, ha la “competenza esclusiva” sul settore concorsuale di “medicina legale e del lavoro” e “delibera su tutte le procedure (richiesta di bando, nomina membri interni, chiamata)”.
“La procedura è perfettamente conforme alle norme di Sapienza, tenuto conto anche delle successive delibere degli Organi collegiali intervenute in materia”, spiega l’ateneo, senza però dettagliare le determinazioni a cui fa riferimento. Alla fine, quel 6 novembre 2018, il Senato accademico “delibera di identificare nel Dipartimento di Sanità pubblica (…) il Dipartimento interessato alla proposta dell’Inail”. Il documento è firmato dal presidente del consesso: il rettore Gaudio.
“La politica pilota la scienza con l’ossessione delle citazioni”
Uno studio scientifico realizzato da tre studiosi italiani, pubblicato dalla rivista PlosOne e poi ripreso sia da Science che da Nature ha svelato come il record bibliometrico italiano – il boom di citazioni delle ricerche scientifiche che si è registrato negli ultimi anni – sia stato in realtà dopato. In sintesi, nel 2010 in Italia viene introdotto un sistema di valutazione della ricerca che si basa su indicatori quantitativi, dai punteggi associati al numero di studi prodotti al prestigio della rivista che li pubblica, fino alle citazioni che si ricevono in altri studi. Indicatori necessari anche per l’abilitazione ai concorsi da professore universitario. Questo sistema, secondo lo studio, ha favorito negli anni un fitto ricorso alle autocitazioni e al loro scambio strumentale e portato l’Italia ad essere tra i primi al Mondo per numero di citazioni. “Il problema della valutazione con criteri bibliometrici impatta anche sui cittadini e la democrazia”, spiega Thomas Ferguson, professore emerito di scienze politiche ed economiche all’università del Massachusetts e Direttore della ricerca dell’Istituto per un nuovo pensiero economico (Inet) di New York.
Professore, perché questo studio è importante?
È l’equivalente bibliometrico della legge di Goodhart per la regolamentazione bancaria: se un indicatore che misura l’efficienza diventa un obiettivo, smette di essere una buona misura. Già nel 2006, l’economista Luigi Pasinetti disse che una valutazione a punti avrebbe solo contribuito a corrompere il sistema.
Ma la valutazione nasceva con legge Gelmini proprio per arginare la corruzione.
È quindi ironico come abbia finito per incentivarla. La qualità della ricerca non si può misurare con una manciata di indicatori numerici che spesso non hanno nulla a che vedere con essa.
Quali sono le conseguenze?
Molti studi non vedranno mai la luce perché i ricercatori sanno che non aumenteranno nell’immediato il numero di citazioni e l’Impact factor (l’indicatore che misura la qualità delle riviste scientifiche, ndr). Così i sistemi di valutazione fermano il cambiamento. In Economia, per dire, hanno portato all’impoverimento del dibattito scientifico e del pluralismo delle idee.
In che senso?
In Italia sono stati cancellati i dottorati di ricerca in Storia del pensiero economico, settore cruciale per comprendere l’economia. Dal 2008 è in corso una protesta di studenti e accademici per il modo in cui vengono insegnate le scienze economiche. L’Italia è un esempio estremo, ma il problema è anche all’estero dove si valutano le ricerche guardando soprattutto alle riviste in cui sono pubblicate. James Heckman, Nobel per l’economia nel 2000, parla di “maledizione delle top-five”, delle cinque riviste americane considerate più importanti al mondo, sotto il controllo di gruppi ristretti di economisti e pochissime università. Pubblicare su quelle riviste assicura carriere e promozioni. Ma così le idee nuove non riescono a permeare il sistema.
Cosa si dovrebbe fare?
Per esempio lasciare che i ricercatori scelgano tre loro lavori scientifici da sottoporre alla lettura di una vasta coorte di docenti del dipartimento cui fanno domanda. Governi e loro agenzie dovrebbero smettere di occuparsi di valutare la ricerca. È meglio un sistema in cui ogni accademico giustifichi in modo trasparente i ricercatori a cui offre una posizione, piuttosto che nascondersi dietro indicatori bibliometrici usati, tra l’altro, anche dalla politica.
Come?
Come copertura per escludere risultati scientifici e teorie che non piacciono a chi è al governo. Le scienze economiche sono particolarmente soggette a questo tipo di ingerenza. La falsa teoria secondo cui l’economia dei paesi del sud dell’Eurozona sarebbe potuta tornare a prosperare con politiche di austerità ne è un esempio drammatico.
La politica interferisce nel decretare quali ricercatorivanno considerati esperti del settore?
Sì. Da un lato, i ricercatori sono considerati persone da tenere sotto controllo che devono rispondere del loro operato; dall’altro alcuni di loro, attentamente selezionati, diventano misteriosamente esperti incontestabili quando si tratta di fornire supporto scientifico per certe politiche per non lasciare spazio a chi potrebbe metterle in discussione. Gli stessi tagli ai fondi per la ricerca e al diritto allo studio sono stati decisi sulla base di discutibili teorie economiche. Per questo l’autonomia, la libertà e la pluralità di idee nella comunità scientifica deve essere preservata.
Quindi i tagli aumentano la corruzione nell’Università?
Certo. I ricercatori stanno combattendo per le briciole rimaste dopo anni di austerità. I giovani sono i più penalizzati. Se l’Italia non vuole sprecare talento e tradizione scientifica aumenti fondi per ricerca ed educazione.
Crisi Commerzbank, il colosso taglia 2300 dipendenti
La tedesca Commerzbank taglierà altri 2.300 posti di lavoro e chiuderà 200 filiali in tutta la Germania come parte dell’ultima revisione strategica, che cerca di arrestare un forte calo della redditività riducendo i costi di 600 milioni di euro. Il secondo istituto di credito più grande della Germania, tramontata l’ipotesi di una fusione con la rivale Deutsche Bank all’inizio di quest’anno, ha anche annunciato la vendita di una partecipazione del 69% nella mBank polacca per contribuire a finanziare il rinnovamento. Gli analisti stimano che la vendita potrebbe raccogliere 2,1 miliardi. “Un’ulteriore riduzione dell’organico è spiacevole ma inevitabile. L’obiettivo sarà quello di gestirlo nel modo più socialmente responsabile possibile”, ha spiegato la banca con sede a Francoforte. Saranno tagliate circa 4.300 posizioni a tempo pieno e 2.000 posti di lavoro aggiunti in “aree strategiche”. Dopo le riduzioni rimarranno circa 46.500 dipendenti e 800 filiali. Commerzbank ha lottato per arrestare il calo delle entrate e della redditività nel settore finanziario e ora affronta gli ulteriori venti contrari della recessione. Per gli analisti potrebbe essere colpita più duramente dei rivali per i prestiti in sofferenza.
Bimbi adottati, discriminazioni e ingiustizie nelle classi
Cosa significa essere bambini adottivi nella scuola italiana? “Cara Scuola…”, ovvero quindici lettere di ragazzi e genitori raccolte da Ufai – Unione famiglie adottive italiane, racconta i disagi e le problematiche vissute in una scuola spesso impreparata e inadeguata all’accoglienza. Storie di alunni incompresi dalle proprie insegnanti, ma anche vittime di bullismo e razzismo. Lo spiega molto bene Sergej, 13 anni, di origine Bielorussa: “Era giusto non mandarmi al bagno finché non pronunciavo correttamente la parola “pipì” con l’accento? (e in quel periodo, era la prima primaria, ancora non sapevo parlare bene l’italiano e nella mia lingua di origine quell’accento sulla “i” non ce lo abbiamo mai avuto)”. Oppure la mamma di Alberto, “quel bimbo colorato”, cui la maestra, informata della sua storia di bimbo adottivo, non ha esitato a chiedere “la copia della prima ecografia che ha fatto mamma quando era incinta; che clima c’era il giorno che sei nato; se papà ha assistito al parto; la tua prima fotografia; se ha conservato il tuo primo completino; quando hai messo il primo dentino; qual è stata la prima parola che hai detto; quando hai mosso i primi passi da solo”. Dalle lettere emergono anche tanti episodi di bullismo e razzismo, storie dolorose raccontate in prima persona dai protagonisti che si rivolgono direttamente a chi fa ogni giorno la scuola: gli insegnanti. E se da una parte sono tanti quelli che, amando il proprio lavoro, aiutano questi bambini a sentirsi a casa, sono purtroppo ancor di più quelli che non lo fanno. Come spiega Elena Cianflone, presidente di Ufai: “Questo libricino parla alla scuola, non di scuola. Una scuola che potrebbe fare molto per accrescere la sicurezza e la stima dei bambini adottati, ma che troppo spesso è impreparata e distratta, soprattutto in questo momento storico poco ‘accogliente’. È un urlo di dolore che racconta la sofferenza per la mancata inclusione scolastica”.
Via la cattedra, il prof va tra gli studenti
Addio cattedra. Il professore andrà a sedersi in un piccolo banco insieme con gli studenti. La sorpresa è andata in scena nel liceo Da Vigo Nicoloso di Rapallo (Genova). “Era uno dei primi giorni di scuola, quello che noi chiamiamo welcome, il benvenuto ai nuovi studenti. A un certo punto ho preso la cattedra e l’ho portata fuori dall’aula. Basta”, racconta il preside Guido Massone. E i ragazzi? “All’inizio erano sorpresi, poi mi sono sembrati contenti”. Massone ci tiene a precisare: “È un esperimento, niente di definitivo e di imposto”. Ma non è una trovata estemporanea, Massone ci tiene a spiegare l’idea che lo ha mosso a ‘sradicare’ la cattedra: “Vorrei spostare il centro di gravità della classe. Che non deve più essere soltanto l’insegnante, ma piuttosto la lavagna. La materia che si deve imparare”. Il Da Vigo Nicoloso è uno dei principali licei della Riviera ligure. Ha 1.100 studenti divisi nelle tre sedi di Rapallo, Recco e Chiavari con liceo linguistico, scientifico e classico.
Due le soluzioni che saranno tentate: “In alcune aule abbiamo spostato le cattedre. Non saranno più messe di fronte agli alunni, ma di lato, in un angolo. E posizionate in modo trasversale. Vorrei cambiare il modello di lezione frontale”, spiega Massone. Che aggiunge: “È anche una questione pratica, perché, con l’arrivo dell’informatica e delle lavagne luminose, la presenza dell’insegnante di fronte agli studenti è come al cinema quando la testa degli spettatori ti copre lo schermo”. Non solo, ammette il preside: “È anche una questione di spazio, abbiamo classi con trenta studenti e mettendo l’insegnante in un angolo i ragazzi hanno più aria”. Ma l’esperimento che certamente farà più discutere è quello più radicale: basta cattedra. “Il professore sarà in posizione defilata. Certo, un minimo di spazio glielo dobbiamo lasciare anche perché deve compilare il registro elettronico e deve sistemare gli effetti personali”. Ma i prof avranno solo un banco, proprio come gli studenti.
Non sono gli unici esperimenti avviati nel liceo ligure. Addio cattedra e addio a un altro simbolo della scuola italiana: la ricreazione. “Abbiamo avviato le lezioni intervallate. In pratica gli studenti hanno una pausa ogni ora. Dopo cinquanta minuti di lezione noi gliene concediamo dieci soltanto per loro. Possono fare quello che vogliono, anche dormire. Ma i ragazzi devono prendersi l’impegno di concentrarsi davvero per il tempo riservato allo studio”.
Gli studenti, assicura il preside, sembrano interessati. Ma gli insegnanti? “Vedremo, le loro reazioni arrivano a scoppio ritardato”. A dire il vero qualcuno ha già espresso dubbi. Come spiega Andrea Carosso, coordinatore provinciale del sindacato Gilda: “Il punto non è la scelta, ma il metodo. Il preside non può arrivare in aula e senza dire niente togliere la cattedra. Deve parlarne con gli insegnanti, ascoltare le loro proposte. Pensate alla sensazione che prova un professore che ha insegnato per trent’anni con la cattedra se arrivando in aula non la trova più. L’anno scorso nel liceo avevano già pensato di far partecipare gli alunni alla scelta dei membri interni per la maturità. Bello, in teoria. Ma così il controllato sceglie il controllore, non può andare così. I cambiamenti sono sacrosanti, ma vanno fatti ascoltando gli insegnanti”.