Scuole senza professori, 32 mila assunti in meno

Allarme a scuola: non ci sono più professori da assumere. Sembra un paradosso per un sistema, quello italiano, che si basa su decine di migliaia di precari a cui non riesce a garantire il posto fisso. Eppure è così: quest’estate avrebbero dovuto esserci 53mila assunzioni, per coprire le cattedre vuote in tutto il Paese. Ne sono state fatte appena 21mila: oltre il 60% è andato a vuoto.

La mancanza di docenti non è una novità. Ogni anno c’è una fetta delle immissioni in ruolo che resta scoperta, nelle scorse settimane le prime indicazioni parlavano di almeno 20mila posti vuoti. I numeri ufficiali comunicati dal Miur ai sindacati vanno oltre le peggiori aspettative: le nomine effettuate sono 33.626. In realtà in questo numero sono compresi anche i vincitori del concorso straordinario per abilitati (il cosiddetto Fit) che avevano già avuto la cattedra a settembre 2018, ma formalmente sono stati assunti solo adesso dopo un anno di “prova”. Contarli due volte sarebbe scorretto: così, come spiega l’elaborazione della Cisl Scuola, su 53.627 cattedre ne sono rimaste effettivamente scoperte 32.391.

Ma perché l’Italia non riesce ad assumere nemmeno gli insegnanti per cui c’è già un posto libero e un contratto solo da firmare? Semplice: perché non ce ne sono abbastanza. O meglio: di aspiranti professori e maestri precari ce ne sono fin troppi. Mancano quelli che hanno diritto ad essere assunti, in quanto vincitori di concorso. Le graduatorie sono esaurite, almeno per alcune Regioni (specie quelle settentrionali) e materie. L’emergenza principale è il sostegno, i docenti che si occupano dei disabili (ma spesso dopo qualche anno chiedono il trasferimento su posto comune: di qui la carenza cronica): su 14.500 cattedre ne sono state assegnate 2.500. Ma ci sono stati grossi problemi anche su materie portanti, come italiano alle medie, oppure matematica e fisica alle superiori. È andata meglio alle elementari e materne, dove non a caso l’anno scorso c’è stato un concorso straordinario (quello per i famosi “diplomati magistrali”, le maestre licenziate dopo la sentenza sfavorevole del Consiglio di Stato) e c’erano graduatorie da cui attingere.

Il flop estivo delle immissioni si ricollega alla nuova sanatoria per i precari con 36 mesi di servizio, una delle prime grane per il neoministro Lorenzo Fioramonti. Il suo predecessore, il leghista Bussetti, in piena campagna elettorale per le Europee aveva varato una maxi-sanatoria per i docenti non abilitati (chiamata Pas: “Percorsi abilitanti speciali”), promettendo a tutti il titolo dell’abilitazione all’insegnamento (che dà la precedenza per le supplenze) e 24mila assunzioni. Con la caduta del governo il provvedimento si è bloccato, anche per i dubbi del Movimento 5 stelle che chiedeva più attenzione al merito.

Il ricorso a una nuova sanatoria è sempre discusso: la procedura è poco selettiva e a beneficiarne sarebbero docenti che hanno già avuto la possibilità di partecipare ad altri concorsi senza superarli. C’è però il vantaggio di tamponare l’emergenza (il concorso ordinario, pure atteso, ha tempi più lunghi) e forse anche per questo Fioramonti ha ribadito la sua intenzione di andare avanti. A breve dovrebbero essere banditi sia i Pas che il concorso straordinario per non abilitati da 24mila posti, probabilmente con delle leggere modifiche rispetto a quelli varati da Bussetti. Si parla dell’aggiunta di un test di preselezione al percorso abilitante, e magari di un orale selettivo per il concorso (per cui era previsto solo lo scritto). Obiettivo: rendere un po’ più meritocratica la procedura. Ma soprattutto avere qualche docente in più da assumere il prossimo settembre. Sperando che le graduatorie siano pronte in tempo.

Sconto a Genovese: in appello passa da 11 anni a 6 e 8 mesi

La Corte d’appello di Messina ha condannato a 6 anni e 8 mesi l’ex deputato del Pd poi passato a Forza Italia, Francantonio Genovese, che in primo grado aveva avuto 11 anni, nel processo cosiddetto “Corsi d’oro 2” sulla formazione professionale. Il cognato Franco Rinaldi, ex deputato regionale del Pd e poi di Fi, ha subito una condanna più grave: 3 anni e 2 mesi (contro 2 anni e mezzo in primo grado). L’appello riguarda in tutto 21 persone, comprese anche le mogli dei due condannati, e sette società. I reati contestati a vario titolo sono truffa, riciclaggio, falso in bilancio e altro. Condannate anche le mogli di Genovese e Rinaldi, le sorelle Chiara ed Elena Schirò.

Rinaldi ha avuto un aggravamento di pena perché gli è stata contestata l’associazione a delinquere. Genovese ha avuto una diminuzione della condanna (il pg Adriana Costabile aveva chiesto 12 anni) perché assolto per i reati di riciclaggio e autoriciclaggio; i reati a lui contestati sono associazione a delinquere, tentata estorsione ai danni dell’ex dirigente del settore formazione alla Regione siciliana, Ludovico Albert, due reati fiscali e altrettante ipotesi di truffa.

Asilo sgomberato, manette agli anarchici

Avevano messo a ferro e fuoco Torino la sera di sabato 9 febbraio, due giorni dopo lo sgombero dell’“Asilo”, vecchia scuola occupata dagli anarchici per quasi venticinque anni. Avevano ingaggiato una battaglia urbana contro la polizia, con lanci di pietre, bottiglie e petardi che hanno ferito 17 agenti. Per questi fatti ieri mattina la Digos di Torino, guidata dal dirigente Carlo Ambra e coordinata dalla Procura, ha portato in carcere tre anarchici, mentre altri undici hanno il divieto di dimora a Torino. In totale sono 37 gli indagati a vario titolo per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento e imbrattamento. C’è anche un nome noto della galassia anarchica, Massimo Passamani di Rovereto (Trento).

Quella sera un migliaio di antagonisti aveva composto un corteo nel centro di Torino. Poi, avvicinandosi al quartiere dell’“Asilo”, erano cominciati i disordini: avevano danneggiato auto e biciclette, esploso un petardo su un autobus (carico di passeggeri) che poi ha preso fuoco, incendiato cassonetti, imbrattato muri e rotto vetrate di banche, polizia municipale e aziende. I danni, stima la Digos, superano i centomila euro. In cella sono finiti Federico Daneluzzo, un 23enne di Como, Patrick Bernardone, torinese di 24 anni, e il 19enne svizzero Francesco Ammanuel Rezzonico. Non è l’unico anarchico straniero coinvolto: tra quelli che non potranno metter piede a Torino ci sono anche sloveni e serbi e nel corteo c’erano giovani arrivati da Francia, Spagna, Germania, Croazia e altri Paesi per manifestare solidarietà ai compagni arrestati per l’inchiesta “Scintilla” per l’invio di pacchi esplosivi alle aziende che lavorano per i centri di permanenza per il rimpatrio.

La sera del 9 febbraio la polizia aveva fermato undici antagonisti accusati di devastazione, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e blocco stradale, scarcerati però quattro giorni dopo. Quella del 9 febbraio era stata soltanto la prima di una serie di azioni tra le quali rientrano le minacce alla sindaca Chiara Appendino, ai politici e ai magistrati, un blitz nel duomo di Torino durante una messa e una grossa manifestazione il 30 marzo successivo, quattro giorni dopo l’occupazione di un’altra scuola, l’ex elementare Salvo D’Aquisto in via Tollegno.

Proprio in quell’edificio (abbandonato a fine giugno) e nelle case di alcuni indagati ieri mattina gli agenti hanno trovato un opuscolo realizzato a Torino nel marzo scorso, “Piccole dritte per un corteo: prima-durante-dopo”. Oltre ai “classici” consigli sull’utilizzo di limone, aceto, Maalox (e affini) o l’uso di maschere antigas contro i lacrimogeni, si legge che “può essere utile portare con te occhiali da piscina, k-way e un cambio vestiti” anche perché dopo il corteo è meglio eliminare “gli indumenti compromettenti”. Durante il percorso “non prenderti male se vedi persone indossare caschi, protezioni da moto, da skate e/o passamontagna. È sensato che non vogliano farsi spaccare le ossa e farsi riconoscere, no!?”, scrive l’autore al lettore. L’ordine è: “Mantieni la calma e non andare nel panico”. Poi ci sono i consigli in caso di fermi e perquisizioni in casa: “Pensa prima cosa far o non far trovare!”. E ci sono anche le dritte tecnologiche: “Elimina dal tuo cellulare dati compromettenti o sensibili, disattiva la funzione Gps e metti un codice di sicurezza. Meglio ancora lasciarlo a casa acceso. Puoi sempre scriverti sul braccio i contatti che ti servono”. E alla fine “non vantarti di azioni fatte da te o altr* raccontandole, per telefono o pubblicandole online”.

“Stefano Cucchi morì dopo un pestaggio da teppisti”

Stefano Cucchi subì da parte di carabinieri un “pestaggio degno di teppisti da stadio” e sulla sua morte ci fu un depistaggio “scientifico” a partire dal primo verbale dell’ottobre 2009, quando il geometra trentunenne, a Roma, fu fermato per droga e non tornò mai più a casa.

La requisitoria del pm Giovanni Musarò nell’aula bunker di Rebibbia ripercorre la notte del pestaggio e il calvario di Stefano che morì all’ospedale Pertini una settimana dopo il suo arresto senza aver mai potuto vedere la famiglia o il suo avvocato. “Non fu uno schiaffo – ha detto il pm – ma un pestaggio degno di teppisti da stadio contro una persona fragile e sottopeso”. E ricorda i momenti drammatici dopo il fermo: Cucchi aveva litigato con Alessio Di Bernardo, uno dei carabinieri imputati per omicidio preterintenzionale perché aveva rifiutato il fotosegnalmento, “Di Bernardo gli molla uno schiaffo. Cucchi barcolla indietro. Raffaele D’Alessandro (altro carabiniere imputato, ndr) gli dà un calcio e Cucchi va in avanti. Poi arriva una violenta spinta e il ragazzo cade indietro, sbattendo a terra sedere e nuca e viene colpito con un calcio in faccia che gli provoca una frattura alla base del cranio. Con la caduta, la cosa più grave, si frattura due vertebre. A quel punto, Francesco Tedesco (imputato di omicidio preterintenzionale e falso) interviene, blocca i colleghi, evita che a Cucchi arrivi un altro calcio, aiuta il ragazzo a tirarsi su e avverte il maresciallo Roberto Mandolini comandante della stazione Appia (imputato di falso e calunnia) per raccontargli quello che era successo”. Tedesco è il carabiniere che nei mesi scorsi ha accusato i suoi colleghi del pestaggio. “I carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro – scandisce Musarò – autori di un’aggressione così vile, non è che sono stati sfortunati in quella circostanza. Se la sono presa con una persona sotto peso, di appena 40 chili, che consideravano un drogato”. Ma Cucchi da quel pestaggio avrebbe potuto uscirne vivo se non fosse finito in carcere senza cure adeguate. Il gip che lo mandò a Regina Coeli, però, fu ingannato da un falso verbale, il primo di una lunga serie che porterà a processo, dal 12 novembre, otto alti ufficiali dei carabinieri.

“Stefano Cucchi fu portato in carcere – ricostruisce Musarò – perché il maresciallo Mandolini scrisse nel verbale di arresto che era un senza fissa dimora, lui in realtà era residente dai genitori. Senza quella dicitura forse sarebbe finito ai domiciliari e oggi non saremmo qui in questo processo. Questo giochetto è costato la vita a Cucchi”. Quel verbale “è il primo atto di depistaggio di questa vicenda perché i nomi di Tedesco, Di Bernardo e D’Alessandro non compaiono nel documento”. A seguire parola per parola la lunga requisitoria i genitori di Cucchi e la sorella Ilaria. Gli occhi lucidi, in particolare durante un passaggio del pm che ricorda l’importante testimonianza di un detenuto, Luigi Lainà, che vide Stefano “acciaccato di brutto”, con la faccia gonfia e a cui il giovane raccontò del pestaggio dei carabinieri. “Stefano Cucchi non si è potuto sedere in aula a raccontare cosa gli fosse successo ma ha parlato con la voce di Lainà, gli ha lasciato una specie di testamento”.

Il pm ha parlato nell’aula bunker di Rebibbia dove si era celebrato il processo con l’inganno di uomini delle istituzioni: “Il primo processo, quello che vedeva imputati tre agenti di polizia penitenziaria fortunatamente sempre assolti, è stato un processo kafkiano, con gli attuali imputati seduti all’epoca sul banco dei testimoni, con cateteri applicati a Cucchi per comodità e fratture lombari non viste apposta da famosi ‘professoroni’. Tutto ciò non è successo per sciatteria, ma per uno scientifico depistaggio cominciato la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 alla stazione Appia dei carabinieri, quando il ragazzo venne arrestato”. Le richieste di pena ci saranno il 3 ottobre. Al fianco di Musarò, per la prima parte dell’udienza, c’era il procuratore reggente di Roma Michele Prestipino. Ilaria Cucchi alla fine dell’udienza pensa a voce alta al fratello: “Mi piacerebbe che Stefano oggi potesse aver sentito le parole del pm, penso che sarebbe felice”.

Calcio, deferito Felicio De Luca della Lega Dilettanti

Era il presidente del Collegio dei revisori ma, di fatto, faceva il direttore generale della Lega Dilettanti. Almeno così ha stabilito il Tribunale federale, che ha inibito per 4 mesi Felicio De Luca. La squalifica, però, ha anche un valore politico: De Luca è il braccio destro di Cosimo Sibilia, n.1 dei Dilettanti e vicepresidente della FederCalcio di Gabriele Gravina, che adesso lo sanziona. Per lui i revisori Figc hanno ipotizzato anche la decadenza. Inevitabile che il caso abbia strascichi ai piani alti del pallone. Il deferimento, anticipato a luglio dal Fatto Quotidiano, riguarda la gara per il pallone ufficiale della Lega. L’indagine nasce da un esposto di una delle ditte partecipanti: secondo la Procura, De Luca aveva “svolto attività di gestione e amministrazione nella stipulazione, esecuzione e risoluzione dei contratti”, nonostante il suo ruolo di organo indipendente. La richiesta di sei mesi di squalifica è stata accolta solo parzialmente: la Lega Dilettanti farà ricorso, chissà cosa dirà la Figc.

“Bibbiano, sindaco indifferente alle regole”

L’ex sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, sarebbe “indifferente alle regole”, dotato di un “metodo di azione volto alla mera realizzazione di fini politici”. Il tribunale della Libertà di Bologna si è espresso sull’ex primo cittadino del paese del Reggiano – autosospesosi dal Partito democratico – da quasi tre mesi agli arresti domiciliari. Passa all’obbligo di dimora nel Comune di Albinea, sempre in provincia di Reggio Emilia. Carletti sarebbe stato molto deciso nel sostenere i terapeuti legati a Claudio Foti per continuare “nella politica sociale che lo vedeva paladino dei diritti dei minori abusati”, nessun vantaggio materiale ma “solo” un ritorno d’immagine.

Secondo i giudici era “incurante delle modalità con cui tale nobile scopo era attuato, anche a costo di eludere la normativa in materia e di finalizzare l’impiego di denaro pubblico”. È accusato di abuso d’ufficio e falso, avendo tra l’altro affidato un immobile pubblico senza gara al Centro “La Cura” di Bibbiano. Quello oramai noto dell’inchiesta “Angeli e Demoni” in cui venivano effettuate, secondo l’accusa, terapie improprie a bambini privi di traumi, in alcuni casi allontanati indebitamente dai genitori. Pur accogliendo in parte il ricorso della difesa, i giudici hanno sottolineato come, anche adesso, non sia venuto meno il pericolo di reiterazione dei reati né quello di inquinamento delle prove. Benché il prefetto l’abbia sospeso dalla carica, Carletti per i giudici può comunque agire tramite le sue “conoscenze”. L’ex primo cittadino ha annunciato azioni legali per diffamazione nei confronti di 147 persone intervenute contro di lui sui social, compreso Luigi Di Maio, ma davanti al Riesame i suoi legali non hanno contestato gli indizi di colpevolezza, limitandosi a sostenere l’assenza di esigenze cautelari. L’obbligo di dimora è stata comunque ritenuto sufficiente.

La sua adesione ideologica al cosiddetto “metodo Foti” avrebbe permesso alla società Sviluppo Intelligenza Emotiva Srl (Sie) e al centro Hansel & Gretel di esercitare in Val d’Enza ore e ore di terapia senza alcuna gara o bando pubblico. La Sie si occupa di “organizzazione di convegni e seminari, sensibilizzazione e studio sulle tematiche della sofferenza dei minori”. E ancora “creazione e gestione di strutture di assistenza”. Dal 2005 in poi ogni volta che Foti e i suoi organizzano un master o un convegno per iscriversi bisogna pagare la quota alla Sie. Nata con 10 mila euro di capitale sociale, nel 2018 ha chiuso con un fatturato di 217mila euro, nel 2016 era di 231 mila.

I soci sono solo due, Foti e la sua compagna Nadia Bolognini (al 36%), entrambi indagati. La società figura in una mail inviata a Foti in cui si parla di aumentare le tariffe per gli enti pubblici, da 135 a 180 euro l’ora. Nella mail, agli atti, la segretaria del Centro Hansel & Gretel scrive: “Se aumentassimo il costo orario delle terapie potremmo versare noi il contributo all’associazione ‘Rompere il silenzio’. Su un incasso mensile di 10.800 euro avremmo una spesa per le terapie di 4.320 euro e Sie avrebbe un margine di profitto di 3.980 euro al mese”.

Nel direttivo dell’associazione ‘Rompere il silenzio’, beneficiaria secondo la mail di un ipotetico versamento con soldi pubblici, c’è anche Andrea Coffari, avvocato di Claudio Foti e Romina Sani Brenelli, responsabile di una casa famiglia a Parma. La donna è stata recentemente indagata nel filone bis: una minore viene affidata alla “sua” casa famiglia e seguita dal centro “La cura” di Bibbiano, ma il rinnovo della consulenza alla Bolognini viene siglato quando la donna è già stata arrestata.

“Cospirazione”. Indagato il generale Tullio Del Sette

Cospirazione per compromettere l’autorità di un comandante. È l’accusa sulla quale indaga la Procura militare di Roma, nei confronti dell’ex comandante dell’Arma dei Carabinieri generale Tullio Del Sette. Il fascicolo è stato trasmesso ai colleghi romani lo scorso luglio dai colleghi di Sassari. Tutto inizia in Sardegna, quando il magistrato Giovanni Porcheddu indaga sui presunti abusi di alcuni militari dell’Arma della compagnia di Bonorva (Sassari), allargando l’inchiesta sugli ufficiali del comando provinciale sassarese e il sindacato del Cocer.

La delega delle indagini fu affidata al colonnello Giovanni Adamo, comandante di Sassari. Si scoprirono in seguito pressioni su Adamo per impedirgli “l’esercizio dei poteri del comando”, fino al trasferimento del comandante e di altri due ufficiali. A “tramare” contro Adamo, oltre a Del Sette, sarebbero stati i generali Paolo Nardone e Antonio Bacile, i colonnelli Domenico Savino e Salvatore Cagnazzo, il tenente colonnello Giuseppe Urpi, il maggiore Giovanni Bartolacci, il capitano Antonio Ruiu, il maresciallo maggiore Francesco Testoni e l’appuntato e delegato Cocer-Cobar Giovanni Pitzianti. Agli atti è citata la conversazione tra Del Sette e Nardone, che discutono di una microspia trovata nell’auto di Pitzianti, forse messa a seguito dell’indagine di Adamo: “Da dove viene, da Sassari?”, domanda Del Sette. “Sembrerebbe di sì”, risponde Nardone. “Ma quello è proprio andato di cervello”, replica Del Sette, riferendosi probabilmente ad Adamo. “Se devo dire la mia signor generale, sì!”, è la risposta di Nardone.

Alla Procura militare c’è un secondo fascicolo su Del Sette. Qui l’accusa è divulgazione di notizie segrete o riservate. La vicenda si riferisce all’incontro a Roma tra il generale e il colonnello Adamo nel maggio 2016, chiamato ad esporre lo stato delle indagini di Sassari. Al termine della riunione, Del Sette avrebbe rivelato le notizie coperte dal segreto all’appuntato Pitzianti, indagato per lo stesso reato. I numerosi stralci della Procura sarda sono stati inviati anche a quella di Roma per rivelazione di segreto d’ufficio e per due diversi episodi di abuso.

Il generale Del Sette è già imputato in due diversi processi. Nel primo dovrà rispondere di abuso d’ufficio, insieme al generale Antonio Bacile, ex comandante regionale della Sardegna, e al sindacalista Pitzianti, per i trasferimenti del colonnello Adamo, del capitano Francesco Giola e del luogotenente Antonello Dore, a capo rispettivamente della compagnia e del nucleo operativo di Bonorva. Gli atti erano stati trasmessi dalla Sardegna e la Procura di Roma aveva chiesto l’archiviazione nell’ottobre 2017. Il gip Clementina Forleo aveva però ordinato l’imputazione coatta, con il conseguente rinvio a giudizio disposto dal gup Andrea Fanilli.

Nel secondo caso, il generale è imputato per favoreggiamento (con l’ex ministro Luca Lotti) e rivelazione di segreto d’ufficio nel processo Consip. Avrebbe rivelato a Luigi Ferrara, all’epoca presidente Consip, l’indagine sull’imprenditore Alfredo Romeo, invitandolo a essere cauto nelle comunicazioni. I vertici Consip bonificarono gli uffici dalle microspie piazzate dai carabinieri del Noe.

I Gilet gialli diventano verdi e marciano per il clima. Macron: “Sono stati un bene”

Gilet gialli e popolo verde oggi manifestano nelle strade di Parigi. La marcia per il clima coincide infatti con il 45mo sabato di protesta dei Gilet, la giornata della “mobilitazione storica”, la chiamano loro.

Dopo la pausa estiva, i leader “gialli” continuano a martellare: “No, il movimento non è morto”. Ma sanno che bisogna dargli un nuovo slancio e sperano di cavalcare l’“onda verde”, che porta tante gente nelle strade. Ieri, in 9.400, tantissimi giovani, hanno manifestato tra la place de la Nation e il parco di Bercy per il Fridays for Future. Oggi la marcia per il clima che attraversa Parigi, come molte altre città francesi, in partenza dai giardini del Luxembourg, attirerà migliaia di persone.

Il leader “giallo” Jérôme Rodrigues, che ha perso un occhio per un pallottola di flashball, ritiene che il movimento deve “mutare” per continuare a vivere: “Sono favorevole alla convergenza delle lotte, per la giustizia sociale e ambientale”, ha detto. Il collettivo Désobéissance Écolo-Paris lo segue e lancia a sua volta un appello a unirsi tutti insieme, Gilet gialli e anime verdi, contro chi “distrugge il pianeta” e “ci impedisce di vivere dignitosamente”. Il governo lo sa che, nonostante le riforme avviate o promesse, la calma non è tornata nel paese. I collettivi Facebook dei Gilet gialli continuano a essere seguiti da decine di migliaia di persone. Sabato scorso a Nantes il corteo è sfociato in scontri, arresti e sfregi nella città. Il governo allora apre al dialogo, cambia strategia.

Sulla copertina dell’edizione europea del Time, Emmanuel Macron si mostra mentre si rimbocca le maniche. Dice pure che la protesta dei Gilet gialli tutto sommato è stata “un bene” per lui: “Perché mi ha ricordato come mi devo comportare con i francesi – ha detto Macron, soprannominato il ‘presidente dei ricchi’ –. Prima devo aver dato l’impressione di portare avanti solo riforme contro il popolo. A volte la mia impazienza è stata percepita come impazienza nei confronti dei francesi, ma non è così”.

Ma intanto un nuovo malumore sale dalla strada per il rischio di nuovi aumenti della benzina dopo l’attacco alle installazioni saudite e la minaccia del ritorno di una nuova carbon tax. Si aggiuge la nuova riforma delle pensioni che è respinta dalla maggior parte dei lavoratori. Una marcia contro la fine dei regime speciali voluta dal governo prenderà oggi la direzione della place Denfert-Rochereau. E cicli di nuovi scioperi nei trasporti pubblici a Parigi sono già annunciati per i prossimi mesi.

Neanche in materia ambientale le misure prese dal governo sembrano soddisfare francesi e associazioni. Il nuovo progetto di legge energia-clima, per esempio, appena adottato dall’Assemblea nazionale, ha deluso le Ong perché “non permetterà di far fronte all’urgenza ecologica”, ha scritto il Wwf in un comunicato. Senza “misure di sostegno concrete al settore”, gli obiettivi che la Francia si è fissata, tra cui portare la parte di rinnovabili al 33% entro il 2030, per la Ong “non possono essere tenuti”.

In ogni caso i Gilet gialli avevano promesso un “settembre nero”. Ed eccolo, ci siamo. Parigi oggi teme i casseurs e la prefettura di polizia ha preso misure di sicurezza extra, le stesse di un primo maggio o dei momenti più forti della protesta: con ampie zone della città, gli Champs-Elysées, Notre-Dame, le strade intorno ai ministeri, off limits, dove è vietato manifestare, 7500 agenti di polizia mobilitati, e monumenti chiusi, tra cui il Grand Palais, pure se oggi è la giornata internazionale del patrimonio.

Tutto il mondo è inquinato. In marcia da Kabul a Delhi

Hanno marciato dietro a un mezzo blindato, scortati da militari armati con Ak47, in testa uno striscione con la scritta “Fridays for future”: la forza trainante della lotta al cambiamento climatico ha portato a manifestare anche cento ragazzi di Kabul, la capitale dell’Afghanistan consapevoli che se non saranno uccisi dalla guerra rischiano di morire per l’inquinamento climatico. Sotto l’immagine di una città assediata quotidianamente e minacciata dalle incursioni degli insorti, Kabul è anche tra le città più inquinate al mondo. Fardeen Barakzai, uno degli organizzatori e il capo del gruppo di azione per il clima locale chiamato Oxygen, ha detto che i giovani afgani vogliono fare la loro parte nella lotta contro il riscaldamento globale e vogliono essere considerati tra quelli che hanno accolto i Fridays for Future.

“L’obiettivo è avere la stessa voce, come gli altri paesi che lottano per il clima – ha detto Barakzai, che ha ricoperto un risciò per motociclette di manifesti e lo ha dotato di un altoparlante per assicurarsi che i residenti di Kabul comprendessero il loro messaggio. “Sappiamo che la guerra può uccidere un gruppo di persone, ma il clima può uccidere tutti”, ha detto. La protesta dei giovani ecologisti arriva proprio ovunque, anche nei luoghi dove nonostante il problema climatico sia pressante, i media arrivano poco e la voce di chi protesta stenta a farsi sentire, coperta dai conflitti o da politiche corrotte. Ieri a Islamabad, in strada erano migliaia. Alla protesta hanno partecipato 32 città in tutto il Pakistan tra cui Lahore, Karachi, Quetta, Peshawar e Gilgit. L’hanno chiamata “Pakistan Climate March” ed è stata organizzata dalla coalizione di ambientalisti “Climate Action Pakistan”. Anche qui, l’urgenza di essere protagonisti attivi di una lotta globale ma non troppo. “Se non noi, allora chi? Se non ora, quando?” si leggeva su uno dei cartelli. “Non sei mai troppo piccolo per fare la differenza” si leggeva su un altro.

Proteste anche in India, dove i giovani si sono radunati in centro a Mumbai e davanti al Ministero degli alloggi e degli affari urbani a Nuova Delhi, cantando “I want to breathe clean!” (“Voglio respirare pulito”, in assonanza con la famosa canzone dei Queen dal titolo “I want to break free”). Nelle Filippine, arcipelago minacciato dall’innalzamento del livello degli oceani, una delle richieste principali “è che il governo filippino dichiari l’emergenza climatica”, hanno proposto gli organizzatori delle manifestazioni che dovrebbero proseguire fino al 27 settembre. Inoltre, è stata chiesta giustizia per la morte dei trenta attivisti ambientalisti uccisi dall’inizio dell’amministrazione del presidente Rodrigo Duterte. “I giovani non saranno intimiditi e difenderanno i diritti delle persone e dell’ambiente”, ha dichiarato Madelene De Borja, leader di un’organizzazione ambientalista giovanile.

I primi a protestare, per fuso orario, sono stati gli atolli del Pacifico da Vanuatu, alle Isole Salomone e a Kiribati. A loro Greta Thunberg aveva anche rivolto il primo tweet “di inaugurazione” delle nuove proteste. In Australia erano oltre 300mila tra studenti, genitori e sostenitori: la partecipazione è cresciuta più del doppio rispetto agli scioperi di marzo. Le conseguenze de cambiamenti climatici sono pesanti e palesi, dall’aumento della siccità e degli incendi alle inondazioni, passando per il deterioramento della Grande barriera corallina. Centinaia, le persone riunite anche in Sudafrica, nei pressi della Corte Costituzionale a Johannesburg ma anche in Kenya e Uganda. Una marcia pacifica, con cartelli, pupazzi e travestimenti contro lo sfruttamento delle energie fossili e la richiesta di una presa di posizione del governo.

“Così non siamo sostenibili”. Merkel: 100 miliardi green

“Con il pacchetto sul clima si fa sul serio” ha detto il ministro Scholz nel presentare ieri le misure salva-clima dopo una lunga maratona negoziale, mentre fuori gli slogan di “Fridays for Future” riempivano l’aria. Tasse più alte per chi vola e biglietti più economici per chi sceglie il treno secondo il principio del “chi più inquina, più paga”, ma anche benzina e diesel più cari dal 2021di 3 cent e green-bond per favorire un mercato finanziario sostenibile. È questa la bussola scelta dal governo guidato dalla cancelliera Angela Merkel e tradotto nero su bianco nelle 22 pagine del documento che presenta i punti chiave delle misure salva-clima concordate ieri a Berlino. Il governo tedesco si è impegnato per 54 miliardi di euro entro il 2023, e 100 miliardi entro il 2030, per finanziare un robusto piano di tutela dell’ambiente, che – promette la Grosse Koalition – non indebiterà il Paese e manterrà il pareggio di bilancio.

Una “sfida enorme” ha commentato il ministro del Lavoro Lars Klingbeil motivo per cui, ha spiegato “la trattativa è stata lunga”, in un vertice durato tutta la notte di giovedì e buona parte della mattina, 18 ore per l’esattezza. L’obiettivo per la Germania è ridurre le emissioni dei gas serra del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. “Oggi non viviamo in modo sostenibile”, ha commentato Merkel nell’illustrare le misure. “Quello che mi colpisce come scienziata” ha proseguito, “è quando Greta Thunberg dice ‘United behind the science’. Qui non facciamo ideologia, facciamo qualcosa per cui ci sono massicce evidenze” scientifiche. La cancelliera ha spiegato con queste parole il perché del pacchetto miliardario di misure salva-clima. “Se qualcuno mi chiede perché ci abbiamo messo tante ore, rispondo perché questo è ciò che distingue la politica dalla scienza” e “la politica si confronta con ciò che è possibile”, ha concluso la cancelliera in riferimento “all’impazienza dei giovani” che sfilavano fuori. Merkel ha poi annunciato che il vertice sul clima diventerà una commissione permanente che lavorerà sulle tematiche del cambiamento climatico. Il nuovo organo monitorerà l’applicazione delle misure e prenderà i correttivi necessari.

 

Benzina e diesel più cari di 3 centesimi dal 2021

Oltre al divieto di combustibili da riscaldamento dal 2025 è prevista l’introduzione dal 2021 del sistema del commercio dei certificati di emissione, come in Ue. Dal 2021 inoltre la benzina e il diesel saranno più cari di 3 centesimi mentre dal 2026 di 10 centesimi al litro. I vertici della coalizione di governo hanno anche trovato un accordo sul divieto di installazione del riscaldamento a gasolio a partire dal 2025. Chiunque sostituisca un vecchio impianto a gasolio con un modello più eco-compatibile avrà un sostegno per coprire il 40% dei costi.

 

Aerei più cari e treni meno costosi

A partire dal primo gennaio 2020 per una mobilità sostenibile, il governo ha approvato l’aumento dell’Iva sui biglietti aerei e la diminuzione di quella sulle tariffe ferroviarie, prevedendo una detrazione fiscale a favore dei pendolari: 5 centesimi per chilometro dal 2021. Poi i 35 centesimi invece di 30 centesimi per chilometro saranno deducibili dalle tasse.

 

Bond verdi, la finanza diventa sostenibile

Il governo sta pianificando anche l’emissione in futuro di green-bond “nel contesto di una Sustainable finance-strategie che favorisca un mercato finanziario sostenibile” si legge nel documento. Dettagli sulla misura non sono emersi, ma secondo la proposta circolata nei giorni scorsi potrebbe trattarsi di obbligazioni a 10 anni a tasso fisso del 2%. Un’enormità in un’epoca di tassi negativi in Germania.

Fuori dalla cancelleria, intanto, si è registrato un record di partecipazione alla manifestazione Fridays for Future. Al grido de “il cambiamento sta arrivando, che ti piaccia o no”, a darsi appuntamento ieri in tutta la Germania sono stati 1,4 milioni di giovani, 270mila solo a Berlino. Tra loro anche la comandante della Sea Watch Carola Rackete. “Noi adulti siamo responsabili per il fatto che la Terra è al collasso”, ha detto Rackete rivolgendosi alla folla e invitando tutti a unirsi alla protesta del movimento Extinction Rebellion in programma per il 7 ottobre e promettendo che “non finirà qui”.