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Villa Borghese non può essere solo un “espositore” di lusso

Incredibile: il parco di Villa Borghese, il più centrale, il più frequentato e quindi il più stressato fra quelli romani, sarà invaso dal 20 al 22 settembre da una mostra, ovviamente “epocale”, di oltre 80 Ferrari vintage. Intanto, sono parcheggiate davanti alla zona dei risciò e dei giochi per bambini, nei pressi della Casa del Cinema, quindi nel cuore della Villa medesima. Le associazioni che denunciano questo incredibile uso di una villa storica – chiaramente in contrasto con la Carta internazionale dei Parchi di Firenze, la quale riserva i parchi pubblici alla “serenità dei cittadini” – chiedono di conoscere chi abbia autorizzato una simile invasione motorizzata. Ovviamente noi non giudichiamo assolutamente la bellezza estetica delle Ferrari d’epoca. Contestiamo l’utilizzo di Villa Borghese quale parcheggio ed “espositore” di lusso. La scenografia modernista dell’Eur o dello stesso Foro Italiano si prestavano certamente di più e meglio ad una simile parata motoristica, che stride invece col verde antico della Villa. Non bastava l’averlo reso, nella parte verso il Flaminio, un parcheggio permanente e inquinante di pullman. Chi ha concesso il permesso? Come vorremmo sapere se questa è l’idea che si ha del verde antico e prezioso delle ville e dell’intera città storica.

Amici di Villa Borghese, Comitato per la Bellezza Roma Nuovo Secolo

 

Castellucci, buonuscita di 13 milioni… e le vittime?

L’amministratore delegato di Atlantia, Giovanni Castellucci, ha ricevuto una buonuscita di 13 milioni di euro. Oltre alla copertura totale delle spese legali, quella assicurativa per tutelare il suo patrimonio in caso di richiesta di risarcimento e casa ed auto aziendale per i prossimi 12 mesi. Per un valore aggiunto di altri 7 milioni di euro. Castellucci è un manager capace che fece aumentare il fatturato della Barilla di oltre il 9%. Ma questa buonuscita è figlia del crollo del ponte Morandi del 14 agosto del 2018. Che vide 43 vittime ed altre 252 rimaste senza casa. Dei 72 milioni di euro promessi Autostrade per l’Italia, fino ad ora, ne ha versati solamente 1,5. Fino ad ora gli arresti per il crollo sono 9, tra dirigenti e tecnici che redassero rapporti falsi sulle condizioni del ponte. Inoltre Castellucci si è rifiutato di scusarsi per il crollo del ponte nonostante la perizia del gip dimostrò un deterioramento dei cavi del 68%, il cui unico intervento in merito risale a 25 anni fa. I Benetton non hanno operato nessuna comunicazione efficace in questi 15 mesi. Con un’indifferenza che non rispetta minimamente le vittime ed il dolore di chi ha perso i propri cari o la casa. Tanti soldi ad un manager ed ancora tanti pochi alle vittime sono un insulto che non passerà sotto silenzio. Mi auguro che qualcuno paghi pesantemente. Anche al vertice.

Cristian Carbognani

 

L’immancabile protagonismo del ducetto di Rignano

Renzi, dopo la frase dei popcorn e il respingimento dei 5S, erano mesi che non apriva bocca su nulla. Perciò è normale che il suo protagonismo nel far politica, non essendo più apprezzato nel Pd, lo spingesse a spiccare il volo… Quindi vai di Italia Viva (altro nome popu-propagandista) ed è di nuovo in pista!

Francesco Ferdico

 

DIRITTO DI REPLICA

Il dott. Gianluca Savoini smentisce integralmente quanto contenuto nell’articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 19 settembre 2019 e apparso altresì sul sito internet www.ilfattoquotidiano.it, a firma di Thomas Mackinson e Luigi Franco, dal titolo “Operazione Rabat: 500 mila euro a Savoini”, non avendo il dott. Savoini percepito alcun denaro dal giornalista marocchino Mohammed Khabbachi. Il dott. Savoini ha già dato mandato al suo legale al fine di proceder in ogni competente sede a tutela delle proprie ragioni.

Avv. Laura pellegrini

 

Sulla base delle testimonianze e dei riscontri raccolti confermiamo quanto scritto. Del passaggio di denaro a Parigi abbiamo scritto a fine luglio e tale ricostruzione non è stata smentita da Savoini al quale, per altro, avevamo chiesto di fornire la sua versione dei fatti e di spiegare la natura dell’incontro e del suo rapporto con il signor Khabbachi. Raggiunto al telefono, preferì riattaccare e non rispondere ai messaggi inviati. Ne lasciammo uno anche presso la portineria della sua abitazione. Non ci ha mai richiamati.

Thomas mackinson

 

I NOSTRI ERRORI

Nel catenaccio di prima pagina di ieri, in merito all’inchiesta che ha coinvolto l’avvocato Alberto Bianchi, abbiamo erroneamente scritto che era stata perquisita la fondazione Open, e non lo studio del legale come effettivamente avvenuto. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

FQ

Terremoti. Non tuteliamo o ricostruiamo solo pietre, ma i diritti delle persone

 

Stimatissimo Direttore, da tempo immemorabile il nostro magnifico quanto sventurato Paese subisce l’effetto di terremoti devastanti che, là dove lasciarono vittime e macerie, costrinsero i sopravvissuti a migrare verso luoghi e paesi limitrofi. È stato così per secoli e, solo per citare alcuni casi a noi prossimi, accadde a Calatafimi, Gibellina e Salemi in Sicilia, a Laino Borgo, Girifalco e Filogaso in Calabria e chissà similmente in quante altre regioni d’Italia. Ora mi chiedo – e vorrei conoscere la vostra opinione – se sia giusto o meno che si cerchi, in ogni modo, di ricostruire paesi ridotti ormai ad ammassi di macerie. Certo, lo Stato deve garantire un risarcimento economico alle vittime; ciò è legittimo e opportuno. Ma è giusto che i contribuenti, spesso a mezzo aggi sul carburante, paghino il prezzo di una ricostruzione a tutti i costi? Va bene per siti di valore storico-artistico come Ancona, Assisi, Messina e tantissimi altri posti, ma impegnare miliardi per posti come Accumoli, Arquata del Tronto o Ussita, mi pare proprio un’assurdità. Grazie e cari saluti.

Pino Ciaccio

 

Gentile Ciaccio, il bilancio statale ha infinite voci che vorrei tagliare, anche assai decisamente: dalla spesa militare agli affitti di immobili privati per uso pubblico, ai costi della corruzione. Per non parlare del buco creato dall’evasione e dall’elusione fiscali. Non vorrei invece esser ridotto a risparmiare sulla storia, la coscienza di sé, l’identità. Potrei citarle la chiesa longobarda di Ussita, la Sindone di Arquata, il palazzo del Guasto di Accumoli da cui predicò san Bernardino: cellule minori, sì, ma nondimeno essenziali alla vita del corpo culturale dell’Italia. Ma c’è una ragione più importante per mettere fondi pubblici su tutto questo: ed è che non tuteliamo o ricostruiamo pietre, tuteliamo e ricostruiamo i diritti delle persone. Il diritto alla memoria e al futuro. Il diritto alla coesione sociale: che ha bisogno di spazi pubblici cui la comunità sia unita da vincoli di cultura e di affetto. Per molti secoli tutte queste cose sono state ben chiare alla coscienza degli italiani: la bellezza era sentita come parte di un progetto di giustizia, di costruzione della comune umanità. Restare umani pareva un buon progetto su cui investire. Oggi che invece ci pare di dover usare il nostro patrimonio culturale solo per far soldi attraverso un turismo predatorio e senza governo, facciamo decisamente più fatica a capirlo. In un Paese che ha Roma, Firenze, Venezia, Pompei a che mai serviranno Ussita, Arquata, Accumoli? È la logica della top ten, del mainstream (ecco il vocabolario anglofono del marketing): una logica distruttiva che smarrisce il senso di quella “biodiversità” storica e culturale per cui anche il più piccolo paese, la più remota area interna sono portatori di un significato unico e non sostituibile. Farli morire sarebbe come spegnere le stelle meno luminose, apparentemente inutili. E infatti “saremmo capaci di spegnere il sole e le stelle, perché non danno dividendi”: lo ha detto John Maynard Keynes, la cui lucidità ci manca molto.

Tomaso Montanari

Santa Moana, l’incorruttibile porno che non si è pentito mai

Diamo a Moana quello che è di Moana. È vero che la canonizzazione della Pozzi a 25 anni dalla morte è quantomeno prematura (Padre Pio ce ne ha messi 34), ma è pur vero che a questo paese sono rimasti giusto gli anniversari. È vero che Moana Pozzi sopra le lenzuola non sapeva fare quasi niente, ma anche per questo è riuscita a seguire il consiglio di Oscar Wilde, diventare un’opera d’arte, operazione delicata, per cui il talento può essere di troppo. La sua forza è stata la coerenza, dote necessaria a una pornostar (non ti puoi mica svegliare con il mal di testa), ferma nella sua immagine e orgogliosa dei suoi principi. Perché anche una pornostar può averne, anzi, può dare lezione. “Il sesso mi è sempre piaciuto, fin da ragazzina adoravo vestirmi in maniera provocante, mi piace eccitare sia gli uomini sia le donne, hard o non hard faccio solo quello che mi diverte, sì, mi considero una perversa…”. Questo è un paese dove si pentono tutti, terroristi, mafiosi, corrotti, politici, faccendieri, savonarola e maledetti. Moana Pozzi non si è mai pentita, né convertita, né corretta. Non c’è strappona che, tra una copertina e l’altra da Ibiza, non dichiari di sognare una famiglia con tanti bambini. Moana dava a se stessa quello che è di Moana, nulla più, e tale coerenza di vita rima con il mistero della sua morte. Si può restare giovani finché si è giovani, l’età non è uguale per tutti, ma l’unico modo per restare fedeli alla propria giovinezza è sparire. Non ce n’è un altro.

Renzi non è Jep: l’Italia è “viva”, ma pure Conte

L’esilarante meme che troneggia sui nostri schermi ormai da qualche giorno è la trasposizione di Jep Gambardella, cinico e indimenticabile protagonista de La grande bellezza: “Io non volevo solo partecipare ai governi. Volevo avere il potere di farli fallire”, chiosa un Matteo Renzi in bianco e nero, svettante tra Carlo Buccirosso e Galatea Ranzi.

Abituati ormai a foto parodie che condensano in una riga analisi politiche più efficaci di una mezza dozzina di editoriali, dobbiamo constatare che questa volta l’ironia fotografica non ha colto nel segno. Una considerazione che può essere fatta con certezza infatti è che se l’Italia di Renzi è “viva” il governo Conte è vivo e vegeto come mai lo è stato finora. Lo scissionista di Rignano è stato, dal principio degli abboccamenti giallorossi di mezza estate, tanto il principale sponsor quanto la maggiore incognita dell’intesa: la determinazione e l’incertezza rappresentavano del resto due facce della stessa medaglia. Il desiderio di abbandonare il Pd e formare un nuovo partito, per poter portare a compimento ciò che aveva iniziato a preparare ben prima della crisi di agosto, è stato alla base di ogni singola mossa del neo statista illuminato sulla via della responsabilità nazionale: Matteo Renzi aveva disperatamente bisogno di tempo.

Più che l’aumento dell’Iva ciò che urgeva disinnescare al “senatore semplice ma senza perdere la complessità” era il rischio di un rinnovo dei gruppi parlamentari, scenario che avrebbe soffocato in culla la creatura tanto attesa, la cui gestazione ha accompagnato gli ultimi tre anni almeno di vicende politiche italiane. E non mentiva quando diceva che le elezioni andavano evitate nel nome di un bene superiore: salvo il fatto che quel bene superiore più che nella messa in sicurezza del Paese dalla destra di Salvini fosse individuabile nelle messa in sicurezza di uno “spazio del futuro, dove i millennial possano fare la differenza”, Italia Viva per gli amici. In altre parole, se qualcuno, dopo tanto parlarne, doveva finalmente derenzizzare il Pd, quel qualcuno non poteva essere che lui stesso. Non c’è dunque da stupirsi che il derenzizzatore abbandoni il partito subito dopo aver indicato una linea a cui il partito si è pedissequamente adeguato, se quella linea è stata dettata proprio al fine di poter abbandonare il partito, dopo aver messo in salvo le truppe.

Voler vedere nella scissione, indubbiamente a freddo dato l’evidente tasso di premeditazione, di Matteo Renzi il disfacimento ragionato di quella fusione a temperature altrettanto glaciali in cui nel 2007 i Ds e la Margherita scelsero di convolare a nozze “finché Renzi non ci separi”, è indubbiamente un eccesso interpretativo, se per uno Scalfarotto e una Bellanova (entrambi ex Ds) che seguono il centro di Renzi, ci sono un Franceschini e un Delrio (entrambi Partito popolare prima e Margherita poi) che restano impassibili nel Pd. La sensazione è piuttosto quella che l’ex rottamatore abbia deciso di anticipare i tempi prima che le sirene di Franceschini, le cui soavi melodie sembrano già aver incantato Luca Lotti e Lorenzo Guerini, finissero per irretire troppi potenziali “italiani vivi”. Se poi invece si dovesse capire che i Marcucci e i Lotti sono stati volontariamente lasciati indietro a far la sentinella, si potrà affermare che, paragonandosi a Machiavelli come ama fare, Matteo Renzi fa torto a se stesso e alle proprie capacità.

Al momento la sola certezza è che il ragazzo ha ancora disperatamente bisogno di tempo per “ripartire con lo zaino per una strada meno battuta e parlare con la gente”, perché alle prossime elezioni 40 parlamentari rischia di non vederli nemmeno col cannocchiale.

Il governo Conte 2 può dunque dormire sonni tranquilli. Anzi, il 2023 è decisamente troppo vicino: fosse per Matteo, lo farebbe prorogabile.

Il governo di svolta può cominciare dalla riforma Rai

 

“Difendere il servizio pubblico, assicurare una pluralità di voci, differenziare i canali e averne almeno uno senza, o con pochissima pubblicità”.

(dall’intervista del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 19.07.18)

 

Commetterebbe un peccato capitale il nuovo governo a maggioranza giallorossa se non procedesse rapidamente a una riforma radicale della Rai. E ancor più se intervenisse sul servizio pubblico con un’altra occupazione “manu militari” dell’azienda, limitandosi a cambiare qualche poltrona o poltroncina di marca sovranista. Sarebbe soltanto un regolamento di conti, una rivalsa o una ritorsione, dopo l’assalto leghista al carrozzone di viale Mazzini che ha insediato Marcello Foa alla presidenza, Teresa De Santis alla guida della prima rete e Gennaro Sangiuliano alla direzione del Tg2: tanto per citare i casi più lampanti del degrado in cui è precipitata la televisione pubblica, sul piano inclinato degli ascolti e soprattutto del pluralismo dell’informazione.

Per quanto un ricambio al vertice sia opportuno e necessario, a cominciare dall’elezione di un presidente di garanzia, non basta sostituire tre o quattro dirigenti controversi per assicurare alla Rai un ruolo e un’identità. Vale a dire quella funzione istituzionale che le compete, se non altro per gli obblighi che derivano dal “contratto di servizio” con lo Stato, in forza del quale incassa il canone d’abbonamento corrisposto dai cittadini nella bolletta elettrica. Quello che serve, piuttosto, è una riforma organica, profonda e strutturale, per modificare la governance dell’azienda, affrancandola dalla subalternità alla politica, di destra, di centro o di sinistra. E magari per liberarla dalla schiavitù dell’audience, dalla dipendenza degli ascolti e dalla conseguente overdose degli spot.

La Rai non può continuare a essere – come Arlecchino – serva di due padroni: la partitocrazia e la pubblicità. Ma per segnare una svolta nella sua storia occorrerebbe innanzitutto che il ministero dell’Economia, cioè il governo, cedesse la proprietà dell’azienda a una Fondazione rappresentativa della società italiana, formata da esponenti del mondo accademico e culturale, dell’informazione, del sindacato, dei consumatori e degli utenti. Questa, a sua volta, dovrebbe nominare un consiglio d’amministrazione composto da non più di cinque membri, con un amministratore delegato e un direttore editoriale responsabile del coordinamento e della programmazione.

Soltanto così si può sperare che le designazioni ai vertici della Rai corrispondano davvero a criteri di competenza, indipendenza e autorevolezza, dall’inizio alla fine dei rispettivi mandati. E questo al di là della logica perversa dello “spoils system”, imposta dall’alternanza dei governi e delle maggioranze. Ma anche delle appartenenze, delle convenienze e degli opportunismi personali.

“Fuori i partiti dalla Rai”, aveva proclamato Matteo Renzi, per varare poi una “riformicchia” che ha spostato il controllo dell’azienda dal Parlamento al governo, attraverso la nomina di un direttore generale con pieni poteri, contro tutta la giurisprudenza della Corte costituzionale. E ancor prima di lui, tanti altri avevano già lastricato la via dell’inferno (radiotelevisivo) di buone intenzioni riformatrici. Rimettiamoci, allora, all’impegno già assunto dal presidente Conte quando guidava il governo gialloverde nell’intervista citata qui sopra e poi ripetuto nel discorso programmatico alla presentazione del suo secondo governo. Ma chiamiamo in causa pure il M5S, il Pd e i transfughi renziani, perché lo mettano in condizione di rispettarlo e di mantenerlo.

Macché democrazia, siamo una Repubblica

Anticipazione dal fascicolo “Democrazie Fake” della rivista “Paradoxa” (ottobre 2019), a cura di Gianfranco Pasquino.

 

Quando Salvini sbraita di “furto della democrazia” perché il Presidente della Repubblica non ha obbedito al suo comando di chiamare il popolo alle urne, dimentica un piccolo dettaglio: che l’Italia, per fortuna, NON è una democrazia, ma una Repubblica. Lo afferma l’articolo 1 della nostra aurea Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica”. Il principio fondamentale della patria è dunque il concetto di repubblica. L’aggettivo “democratica” qualifica il principio, ma non è il principio. La differenza fra repubblica e democrazia è di sostanza. Prima la riscopriamo, meglio è. Il concetto di democrazia entra nella storia del pensiero politico, e vi resta per secoli, per indicare una forma di governo corrotta. Come ha spiegato Michelangelo Bovero nel saggio Contro il governo dei peggiori. Una grammatica della democrazia (Laterza, 2000), la parola “democrazia” in greco è composta da due sostantivi dêmos e krátos. Entrambi i termini hanno un significato negativo e uno neutro. Dêmos, in senso negativo, indica la parte più povera e meno colta della popolazione, sempre pronta a seguire i demagoghi; in senso neutro, indica la totalità dei cittadini della città-stato. Krátos, in senso negativo, indica superiorità, potenza, capacità di affermarsi, forza soverchiante; in sintesi estrema: la forza del più forte. In senso neutro, indica il potere politico, vale a dire “il potere di prendere decisioni collettive”: il potere sovrano in senso proprio.

A seconda dei significati di dêmos e di krátos, “democrazia” può dunque avere quattro sensi diversi. Se combiniamo dêmos e krátos nella loro accezione negativa, vuol dire il potere incontrollato e violento degli incolti; se combiniamo il significato positivo di krátos e quello negativo di dêmos, vuol dire il potere sovrano degli incolti; se combiniamo il significato neutro di dêmos e quello negativo di krátos abbiamo il potere illimitato dei cittadini; se combiniamo, infine, i significati neutri di dêmos e krátos abbiamo il potere sovrano della comunità dei cittadini. Soltanto questa quarta combinazione di dêmos e krátos conferisce alla parola “democrazia” un significato positivo. Quest’ultimo, del resto, è il significato corrente accreditato dai dizionari (Democrazia: “forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo che la esercita per mezzo delle persone e degli organi che elegge a rappresentarlo”; Vocabolario Zingarelli). Il problema è che ai giorni nostri, dati alla mano, quasi la metà dei cittadini italiani sono incolti: non sono in grado di capire un testo semplice, non sanno ragionare, non sanno nulla dei princìpi politici, della Costituzione, e della storia del nostro Paese. Se le cose restano così, o peggiorano, la democrazia in Italia può dunque essere soltanto il potere sovrano, legittimo quanto si vuole, degli incolti.

Per ovviare ai vizi d’origine della democrazia, i filosofi politici si sono ingegnati di trovare correttivi: “democrazia rappresentativa”, “democrazia liberale”, “democrazia costituzionale”, “democrazia deliberativa”. Sforzi nobili, ma sterili. Non parlo, per carità di patria, della “democrazia della rete”, vera e propria caricatura della deliberazione repubblicana, trionfo delle opinioni non meditate e dei peggiori istinti. Perché ci ostiniamo a correggere una forma di governo nata corrotta, la democrazia, quando abbiamo disponibile la forma retta, la repubblica?

“Repubblica”, ci insegnano i maestri del pensiero politico antico e moderno, significa, in primis governo misto, vale dire, un saggio equilibrio fra governo monarchico, governo aristocratico e governo popolare. Il nostro ordinamento ha già i caratteri fondamentali di un governo misto. L’elemento monarchico (nel senso di potere monocratico) è rappresentato dal Capo dello Stato che, su questioni di grande importanza, decide da solo. L’elemento aristocratico (nel senso di governo dei migliori) è rappresentato dal Senato, come dimostra, fra l’altro il fatto che il più alto onore che la nostra Repubblica riserva ai suoi cittadini è diventare senatori, non deputati, a vita. L’elemento popolare è rappresentato dalla Camera dei Deputati, la più larga assemblea legislativa. Si potrebbe fare forse di più, e meglio, per avere freni efficaci contro i demagoghi capaci di ubriacare il popolo. Potremmo studiare, per esempio, come rendere il nostro Senato una “camera alta” in senso proprio dove siedono cittadini che si sono distinti per probità, amore della Patria e cultura. Ma soprattutto dovremmo insegnare a chi siede nelle pubbliche istituzioni i doveri dell’ethos repubblicano, in particolare il dovere di lealtà alla Repubblica e alla Costituzione. La strada da seguire, per chi ama davvero la Patria, va dunque nella direzione esattamente opposta a quella che addita Salvini: rendere l’Italia una vera Repubblica democratica, non una democrazia.

Gli intellettuali ora aiutino Pd e M5S

La Bibbia dice che due cose sono difficili da prevedere e una terza è addirittura impossibile: che rotta seguirà una nave nel mare; che percorso descriverà un uccello nel cielo; che fine farà un giovane nella vita. Prevedibilissima, invece, è stata la recente reazione degli intellettuali di sinistra all’avvento di questo nuovo governo.

Dopo avere invocato per quindici mesi, come panacea, la caduta del primo governo Conte, dopo avere paventato come la peste il trionfo prefascista di Salvini in eventuali elezioni anticipate, ora che il famigerato governo è caduto e le nefaste elezioni sono evitate, i nostri intellettuali di sinistra, invece di reagire allo scampato pericolo con una corale soddisfazione, pompando entusiasmo e idee nell’asfittica neo-compagine governativa, gareggiano sulla stampa e nei talk show, con sadico compiacimento, per enumerarne le debolezze e preannunziarne lo schianto.

Mai come oggi, invece, i politici al governo (quasi tutti culturalmente inadeguati ai macro-problemi che si trovano a governare) avrebbero bisogno del supporto di idee e di incoraggiamenti da parte di intellettuali organici non tanto ai partiti quanto alle loro basi sociali.

Di continuo si sente paragonare, con sconfortata delusione, i politici attuali a quelli degli anni Cinquanta e Sessanta. Non è detto che un De Gasperi, un Togliatti, un Almirante di per sé fossero più intelligenti di un Franceschini, di un Bersani o di una Meloni. Il fatto è che dietro De Gasperi vi era tutta la Chiesa cattolica, dietro Togliatti vi era tutto il comunismo internazionale e, dietro ognuno di questi padri della patria, vi erano venti anni di fascismo, con tutta la loro pedagogica efferatezza. Oggi nessun politico saprebbe promuovere – come fece Togliatti – un settimanale del livello di Rinascita.

Qual è, allo stato attuale, l’esperienza pratica e il bagaglio teorico di cui dispongono il PD e il Movimento 5 Stelle? Il PD è il prodotto di una lunga e incompleta evoluzione iniziata subito dopo la guerra. Togliatti traghettò il partito da un comunismo rivoluzionario a un comunismo dialogante; Berlinguer lo traghettò dal comunismo dialogante alla socialdemocrazia; D’Alema, Veltroni e soprattutto Renzi hanno cercato di traghettarlo dalla socialdemocrazia al neoliberismo. Sicché oggi la sinistra non è più uno scontro dialettico tra massimalisti e riformisti ma un guazzabuglio di idee di destra e di sinistra che si sovrappongono, si confondono e si elidono a vicenda.

Il PD è un partito che ha nostalgia delle periferie ma raccoglie voti ai Parioli. Zingaretti lo vorrebbe riportare alla funzione storica di difensore degli svantaggiati ma Renzi lo ha inzeppato di parlamentari che, al dialogo con la Camusso, preferiscono quello con Marchionne. Se si leggono i tre recenti libri-manifesto – Piazza grande di Nicola Zingaretti, Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda, Un’altra strada di Matteo Renzi – ci si rende conto della voragine teorica scavata nel PD dal rifiuto delle ideologie, dal contagio dei media, dal ripudio sconsiderato del patrimonio politologico della sinistra e dall’attrazione acritica del neoliberismo tecnocratico.

Allo stato attuale il PD è ridotto a rappresentare l’ala destra del secondo governo Conte anche se le sue lontanissime ascendenze marxiste gli conferiscono un’ingannatrice aura di sinistra, sempre più sbiadita. Un sano rapporto gramsciano con il migliore mondo intellettuale potrebbe restituire al PD la nobiltà delle radici, la chiarezza della missione e il coraggio dei colpi d’ala. E potrebbe insegnare agli intellettuali di sinistra (ammesso che esistano) l’umiltà necessaria per decifrare il mondo e camminare accanto a chi lo deve gestire, in modo da irrobustirne la matrice ideologica.

Il Movimento 5 Stelle, co-protagonista di questo governo, ha un posizionamento ideologico altrettanto disastrato, avendo percorso in dieci anni un tragitto reso vario e veloce proprio dall’assenza di un pensiero forte. Come dice la parola, si tratta di un “movimento” che, come tutti i movimenti, tende a farsi partito e, in questo farsi, rischia di autodistruggersi con una velocità pari a quella con cui si è costruito.

Tutti i partiti sono nati come movimenti ma non tutti i movimenti sono risusciti a trasformarsi in partito. Per farlo, essi debbono attraversare una fase delicatissima in cui la guida carismatica che li ha creati è via via sostituita da una guida razionale.

La fase ascendente e il rapido successo del Movimento, che in soli dieci anni è diventato il primo partito italiano, sono dovuti alle idee e alla leadership carismatica e irripetibile di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. Quando l’uno è morto e l’altro si è messo da parte, già il carisma non bastava più: occorreva una leadership basata sulla competenza e sull’organizzazione, supportata da un team di intellettuali capaci di elaborare il modello di società che si intendeva costruire e gli strumenti per costruirla.

Forse Di Maio avrebbe potuto apprendere le qualità di leader del Movimento e, se si fosse dedicato esclusivamente, a organizzare il passaggio dei 5 Stelle dall’assetto movimentista alla struttura del partito, avrebbe potuto centrare l’obiettivo. Ma si è fatto sedurre dal potere di ben quattro cariche istituzionali durante il primo governo Conte e di ministro degli Esteri nel governo attuale. Mentre il PD ha Zingaretti dedicato prevalentemente all’organizzazione del partito, il Cinque Stelle ha un capo solo formale, costretto a girare il mondo per assolvere i suoi doveri ministeriali. Così il processo evolutivo del Movimento resta abbandonato a se stesso e rischia di dissolversi in un vuoto organizzativo e ideologico. Se così accadesse, la massa numerosa e crescente dei poveri, degli svantaggiati, degli sfruttati, dei disoccupati resterebbe afona, priva di un partito di riferimento e di una leadership. Meno che mai riuscirebbe a farsi “classe”. Dunque, il vero punto debole del secondo governo Conte consiste nella confusa fragilità del suo impianto ideologico. La minaccia maggiore per Renzi, il PD, Di Maio e i 5 Stelle sta proprio in quell’assenza di ideologia di cui essi incoscientemente si vantano. Il PD è un partito che si pensa e si esibisce come “sinistra” ma è costituito da un elettorato borghese, rappresentato da parlamentari portatori, in maggioranza, di una visione neoliberista. A sua volta il Movimento è costituito da un elettorato proletario, rappresentato però da parlamentari portatori, in maggioranza, di una visione nichilista per cui la dicotomia destra/sinistra sarebbe superata.

Ora, dunque, sia per il PD che per il Movimento è arrivato il momento di valorizzare l’apporto degli intellettuali che possono aiutarli a fare i conti con la storia e la filosofia. L’obiettivo è pervenire a un unico modello di società coerente con la missione progressista di entrambi, prendendo atto che la distinzione tra destra e sinistra è superata solo nei cervelli incolti e inclini alla destra.

Anpal non riconosce il sindacato, Catalfo invece lo convoca

I lavoratori di Anpal Servizi che protestano da anni per la propria stabilizzazione hanno deciso di creare un sindacato, Clap (Camere del lavoro autonomo e precario). Ma l’azienda non li riconosce mentre il ministero del Lavoro, di fatto, sì. La neo-ministra Nunzia Catalfo, infatti, ha convocato ufficialmente anche le Clap il prossimo 24 settembre, nell’incontro in cui si parlerà di stabilizzazioni per le decine di lavoratori della struttura che, paradossalmente, si occupa di stabilizzare il lavoro precario o di trovare lavoro ai disoccupati. Ma, allo stesso tempo, l’amministratore di Anpalservizi, nominato dal governo, non riconosce quello stesso sindacale. E infatti lunedì scorso l’assemblea sindacale che si sarebbe dovuta svolgere nella Sala “Marco Biagi” dell’Anpal, convocata proprio dalle Clap, non è stata autorizzata. “Siamo dinanzi a una evidente lesione dei diritti costituzionalmente garantiti”, denuncia la nuova sigla. “Riteniamo che l’agibilità sindacale dei tanti iscritti delle Clap presso Anpal Servizi, sia precari che dipendenti, non possa esser in alcun modo messa in discussione”. L’assemblea, quindi, si farà fuori, sotto la sede aziendale lunedì dalle 13 alle 14.

Rabbia e proteste. Genova (per ora) salva la sua banca

“Carige è salva, torniamo a dormire di notte”, esulta il commissario Pietro Modiano. “Salva, ma ridotta a poco più che sportelli. E i Malacalza potrebbero fare una causa da centinaia di milioni perché si sono visti quasi azzerare la loro quota del 27,5%”, sibila un piccolo azionista. La banca genovese sopravviverà, ed è già molto, ma sarà il tempo a dire chi abbia ragione. Ieri duemila azionisti che gremivano la sala hanno dato il via libera alla ricapitalizzazione da 900 milioni. È il quarto aumento in sei anni: più di due miliardi, oltre la metà sottoscritti dai piccoli azionisti che si trovano con un pugno di mosche. Ma questa dovrebbe essere la volta buona. “Avevamo il 34% di crediti cattivi, record europeo. Adesso passeremo al 2, record europeo positivo”, ha spiegato Modiano. Così il 91% degli azionisti presenti (47% del totale) ha votato ‘sì’.

Ma i numeri non raccontano il confronto teso. A cominciare dal faccia a faccia tra i commissari Modiano, Raffaele Lener e Fabio Innocenzi da una parte e il principale azionista, Vittorio Malacalza dall’altra. L’industriale che in Carige ha perso oltre 400 milioni. Fino a ieri nessuno sapeva cosa avrebbero fatto i Malacalza: votare ‘no’ o astenersi per tentare di riaprire la partita (con un alto rischio che la banca finisse in liquidazione) oppure non presentarsi e dare il via libera ai commissari. In entrambi i casi il pericolo di perdere tutti i loro investimenti era quasi scontato. Alla fine in assemblea è venuto solo il capostipite Vittorio con la sua quota personale (0,4%) e così il piano è andato in porto. Malacalza è rimasto in seconda fila a guardare i commissari in silenzio. E chissà se gli basteranno i pubblici ringraziamenti di Modiano.

Così lo show down di Carige è risolto. Quanto fosse dura la situazione si capiva perfino dalla focaccia offerta agli ospiti: pallida, insipida quanto era invece dorata e croccante quella degli anni d’oro. Ma almeno si può dire che Carige avrà un futuro nel breve periodo con quei 900 milioni che rimettono a posto i conti anche se in buona parte andranno a coprire perdite e penali. “Non è solo un salvataggio, c’è una strategia industriale. In Carige entra Cassa Centrale Banca (Ccb), un istituto che ha caratteristiche simili ma opera in un territorio diverso. Sinergia perfetta”, è convinto Innocenzi. Ma non è un passaggio indolore. A testimoniarlo la storia di migliaia di azionisti: “Noi avevamo investito in azioni Carige i risparmi di una vita. Abbiamo aderito a ogni aumento, ma di 100mila euro ce ne restano 2mila. E adesso andrà ancora peggio”, racconta Massimo Pronio, figlio di un ex dipendente. Eppure, come molti altri, ha votato ‘sì’. “Non capisco come abbiate potuto votare un’operazione che azzera le vostre quote”, gli puntava il dito contro Luisa Cellini, moglie di un piccolo azionista. Ha giocato la speranza di salvare gli spiccioli, ma anche l’attaccamento a un istituto nato nel ’400. Una bandiera di Genova. Il confronto, però, è andato avanti ore. Decine di interventi. Come quello di Luigi Barile, il commercialista che si era opposto a Giovanni Berneschi mentre tutta la città lo osannava e ieri ha definito il piano “una porcata”. L’assemblea era lo specchio di Genova e della storia di Carige: molti anziani, nove su dieci uomini. I soci vip accanto a piccoli azionisti che salivano sul palco con il fiato spezzato dall’emozione e parlavano in genovese. In queste settimane molti sono scesi in campo per spingere Malacalza a non fermare l’operazione. La Curia ha tentato una mediazione.

Alla fine è andata. Ma l’utile arriverà da un profondo dimagrimento: via un terzo del personale, costi operativi tagliati di 130 milioni fino al 2023. E ci sono altre incognite: l’aumento di capitale vero e proprio arriverà tra fine anno e inizio 2020. Poi Ccb avrà tempo fino a dicembre 2021 per acquistare le azioni dal Fondo Interbancario. Nel frattempo, però, l’istituto trentino – già sotto la lente di ingrandimento di Moody’s – dovrà affrontare l’esame Bce. A Trento non mancano timori: “Partecipando all’assemblea e astenendosi Malacalza conserva la possibilità di fare causa a Carige e saremo noi di Ccb a pagare”, si lascia scappare un dirigente. Il nodo della questione è lo sconto concesso ai trentini per comprare le azioni. Una riduzione da cui sono stati esclusi i Malacalza, ma anche i piccoli azionisti. Se Ccb non comprerà, il Fondo sarà libero di vendere ad altri. Carige è salva, ma la sua rotta è ancora da decidere.

Tassare il contante frena l’evasione?

Una tassa sui contanti per limitarne l’uso e così contrastare l’evasione fiscale: la proposta arrivata da Confindustria (2% sui prelievi in contante oltre i 1.500 euro al mese e, in parallelo, un credito d’imposta di pari importo per chi utilizza mezzi di pagamento tracciabili) sta scatenando un ampio dibattito, e feroci contestazioni (da Confcommercio a Confesercenti). Secondo i calcoli di Confindustria, la misura permetterebbe di recuperare circa 3,4 miliardi l’anno che dovrebbero incentivare l’uso della moneta elettronica coprendo il mancato gettito dovuto allo sconto sulle transazioni. Ma è davvero la soluzione migliore?

 

Milena Gabanelli – Sì

È una mossa utile se accompagnata agli incentivi fiscali

La mia proposta di tassare l’uso della moneta liquida nei pagamenti e nei depositi era stata avanzata nel 2012 in una puntata di Report, consultando tecnici, economisti e ricercatori. L’assunto di partenza era: come si può efficacemente contrastare l’ economia sommersa?

All’epoca, secondo i dati Istat e del Fondo Monetario internazionale si attestava attorno al 20% del Pil. Il parere comune era la necessità di un intervento deciso per scoraggiare l’uso del contante, poiché il sommerso si nutre appunto di soli contanti. Definire una soglia di 1.000 o 2.000 euro era considerata una misura non efficace, poiché un’infinità di attività incassano cifre inferiori, senza emissione di fattura (dal medico all’avvocato, dal dentista al parrucchiere all’idraulico) e senza versare al fisco il dovuto. Se un professionista ti chiede di pagare 100 euro senza fattura o 120 euro con fattura, è evidente che le persone preferiscono pagare 100 euro senza fattura. Allora per scoraggiare questi comportamenti è utile intervenire su più fronti:

1) abbassare le commissioni bancarie;

2) abbassare i canoni dei Pos, le apparecchiature per il pagamento elettronico degli acquisti;

3) permettere di portare in detrazione una parte delle spese sostenute (quelle per la casa ad esempio).

Considerando poi che ormai è possibile pagare tutto con moneta elettronica (o bonifico o assegni) , l’attività di contrasto diventerebbe realmente efficace se venisse stabilita una cifra minima mensile di utilizzo di contante, premiando i virtuosi con un credito d’imposta, e applicando una piccola tassa a coloro che invece fanno prelievi superiori a quella cifra. Una tassa evitabile ovviamente, basta pagare con una carta elettronica. Lo stesso ragionamento vale per i depositi. I professionisti e gli esercenti a loro volta devono spingere il cliente a utilizzare la moneta elettronica (beneficiando quindi del credito d’imposta).

Ovviamente con qualche eccezione: per esempio gli esercenti di carburante non sono in grado di sorvegliare ogni erogazione (basti pensare ai self service), ma su tutto il contante che incassano certamente pagano le tasse, poiché ogni litro di carburante è controllato dai monopoli.

Si tratta di una decisione politica “forte” che deve essere accompagnata da una capillare campagna informativa e da azioni concrete quasi contemporanee: riduzione delle tasse, miglioramento dei servizi, investimenti nella creazione di lavoro.

In sostanza il ragionamento non mi pareva diverso da quello che oggi fa Confindustria, era solo più dettagliato. È chiaro che questa poi è solo una delle attività di contrasto all’evasione, ma che sicuramente libererebbe risorse (quelle dedicate agli insopportabili controlli degli scontrini) per concentrarle sulla grande evasione, quelle delle aziende, delle banche, delle multinazionali ecc.

Oggi invece assistiamo addirittura a un crollo di entrate da accertamenti sostanziali proprio sui grandi contribuenti per carenza di personale dal parte dell’Agenzia delle Entrate. E senza personale sufficiente e adeguatamente formato, e un coordinamento fra le varie istituzioni preposte si ottiene poco.

Il modello Milano dimostra che la lotta ai grandi evasori è possibile, ma non è replicato nel resto del Paese. Certamente gli esperti hanno idee migliori, basta che le attuino, poiché lo scopo finale – nell’interesse di tutti – è quello di far pagare tutti in base alla loro capacità contributiva.

 

Vincenzo Visco – No

Non serve a niente: solo la tracciabilità ostacola i furbetti

Naturalmente esiste una relazione tra evasione ed uso del contante, ed infatti l’innalzamento della soglia per i pagamenti in moneta da 1000 a 3000 euro decisa dal Governo Renzi fu al tempo giustamente criticata. Ed è anche vero che l’uso dei pagamenti elettronici in Italia è molto inferiore a quelli degli altri Paesi. Ma ciò riflette soprattutto il ritardo piuttosto serio nella digitalizzazione della nostra economia e il problema dovrebbe risolversi gradualmente ma mano che avvenissero progressi in questo settore in verità strategico.

Ma, mentre la limitazione del contante è importantissima ai fini dell’antiriciclaggio, ai fini del contrasto all’evasione essa non sembra particolarmente efficace. Per almeno due motivi. Innanzitutto perché la misura sarebbe facilmente eludibile: sarebbe sufficiente infatti garantire uno sconto superiore all’agevolazione fiscale applicata sul prezzo di vendita (Confindustria ha proposto aliquote minime del 2% sui prelievi) per invogliare i consumatori a continuare a pagare in contanti. Ma soprattutto perché la parte assolutamente prevalente dell’evasione non si verifica nelle transazioni finali, bensì a monte di esse attraverso la manipolazione della contabilità e dei bilanci. In sostanza potrebbe esserci un’economia senza contante ma con evasione. La soluzione va ricercata invece nella tracciabilità dei pagamenti e più in generale delle attività economiche, secondo quanto personalmente suggerisco da ormai quasi 10 anni.

In estrema sintesi, l’evasione si recupera rafforzando la fatturazione elettronica ed estendendola a tutti i contribuenti, forfettari compresi. Introducendo sanzioni adeguate per chi non invia le fatture. Prevedendo l’accertamento automatico in caso di difformità tra le informazioni ricevute e comunicate. Controllando e facendo accertamenti sui contribuenti che, pur avendo ricevuto le fatture elettroniche a monte, invece di aumentare le vendite dichiarate, riducono i margini (mark up) precedentemente dichiarati. Gran parte di queste misure sono assenti nella legislazione in vigore. Infatti il maggior gettito finora ottenuto è di gran lunga inferiore alle potenzialità dello strumento fiscale. Va inoltre previsto lo stesso meccanismo (la trasmissione telematica) per i corrispettivi (scontrini, ricevute, compensi professionali) da attuare rapidamente per tutti. In tale contesto utile potrebbe essere l’introduzione di una speciale lotteria che incentivi la richiesta dell’emissione dello scontrino o della ricevuta. Va poi previsto un meccanismo di ritenute alla fonte generalizzato applicata alle imposte dirette e l’uso sistematico delle banche dati finanziarie come elemento di chiusura del sistema, in modo da equiparare per quanto possibile tutti i contribuenti al trattamento finora riservato solo a lavoratori dipendenti e pensionati. In questo modo in pochi anni (2 o 3 al massimo) si possono ragionevolmente recuperare 40-50 miliardi di evasione.

Non è un libro dei sogni. Queste proposte (ed altre) attentamente studiate e testate per le loro conseguenze sull’economia e sul piano dell’equità fiscale, sono sul tappeto da molti anni e sono contenute in un libro uscito lo scorso anno, in numerosi rapporti del centro studi Nens, in articoli di giornale e in post pubblicati. Se si vuole, si può fare. Del resto alcune delle mie proposte come lo split payment, il reverse charge, e la stessa fatturazione elettronica sono state adottate (sia pure in modo imperfetto) dai governi passati ed hanno mostrato di funzionare. Si tratta di continuare su quella strada.