L’idea è di un consigliere regionale della Lega in Toscana, Roberto Salvini: per favorire il turismo, bisogna fare come in Olanda e mettere le donne in vetrina. Lo ha denunciato la vice capogruppo del Partito democratico, Monia Monni, che ha postato il video dell’intervento di Salvini sul suo profilo Facebook. Nel video si sente Roberto Salvini pronunciare queste frasi: “Se mezza Europa ci investe in quell’indirizzo lì … Sono stato vent’anni alle fiere in Germania. In Olanda è uguale, in Francia è uguale: troviamo le donne in vetrina. È turismo anche quello, c’è la gente così, se no non ci starebbero”. E ancora: “Turismo, terme, gioco. Cosa va a cercare uno quando va in villeggiatura? Un ubriacone va a cercare una cantina, ma c’è anche altra gente che va a cercare altre cose”. Durissima la reazione del presidente della Toscana Enrico Rossi. “Io sono molto contrario a questo pensiero aberrante espresso dal consigliere leghista – ha dichiarato Rossi – Tuttavia, per il principio di parità uomo-donna, in vetrina nudo propongo che intanto cominci lui”.
Le altre regioni
Veneto
Zaia può correre per il terzo mandato e non ha avversari
Il nuovo doge, vale a dire Luca Zaia, ci dovrebbe essere e pure da grande favorito dopo i due successi nel 2010 e nel 2015: una modifica alla legge elettorale regionale del 2018 gli consente di correre per un terzo mandato. Contro di lui per le Regionali venete Nicola Zingaretti ha auspicato pubblicamente la creazione di un fronte ampio che comprendesse anche i 5 Stelle. Proposta rigettata con forza dagli esponenti locali del Movimento che in una nota hanno ripetuto con chiarezza l’impossibilità di ogni accordo. Eppure le cose potrebbero cambiare: così come avvenuto in Umbria, la decisione di un’eventuale intesa potrà tener conto degli umori locali, ma sarà presa dai vertici nazionali del Movimento 5 Stelle. Non è da escludere dunque che da qui a otto o nove mesi (si voterà in estate) lo scenario imponga il fronte comune. In qualche modo però la campagna elettorale è già iniziata e si gioca anche a Roma: la più importante bandiera di Zaia, quella dell’autonomia differenziata, è sul tavolo del governo giallorosa. Il Doge e la Lega, in ogni caso, in Regione hanno numeri che gli consentirebbero di vincere anche da soli contro tutti.
Toscana
Il feudo Pd tra renziani e grillini. A destra Ceccardi non convince
In Toscana più che altrove sarà determinante trovare una risposta alle domande su Matteo Renzi e su Italia Viva, il nuovo partito politico fondato dall’ex segretario dem. Il Pd toscano non può infatti fare a meno di considerare umori e tormenti dei renziani, che hanno indicato Eugenio Giani come candidato presidente. La scissione potrebbe però far tornare a galla le rivendicazioni di chi sosteneva nomi diversi, tanto che in queste ore nel centrosinistra si cercano nuove mediazioni, magari allargandosi anche ai Cinque Stelle, come auspicato dalla stessa segretaria regionale Simona Bonafé. Intanto a destra la leghista Susanna Ceccardi, che sembrava certa della candidatura, non convince del tutto. Nelle ultime settimane si è fatto il nome del conduttore tv Paolo Del Debbio, già tra i fondatori di Forza Italia nel 1994, che però ha escluso di poter correre. Almeno per ora.
Emilia Romagna
Bonaccini corre per il bis: finora i sondaggi sono per lui
Nella Regione del Papeete e di Bibbiano, leitmotiv della crisi di governo, si voterà probabilmente ad inizio 2020. Il nome forte della Lega è quello della senatrice Lucia Borgonzoni, su cui però proprio in queste ore, come riferito da Repubblica, gli alleati di centrodestra avrebbero sollevato più di un dubbio. Colpa di sondaggi impietosi, che evidenziano un vantaggio in doppia cifra a favore del Pd. Forti anche di questi numeri, al momento i dem tirano dritti sul governatore uscente Stefano Bonaccini, anche se sullo sfondo resta la possibilità di un accordo coi 5 Stelle. Qui però i rapporti di forza sono sbilanciati a favore dei dem, che sanno di poter contare su almeno tre volte i consensi dei grillini e per questo pensano di poter imporre Bonaccini nonostante la prassi dell’eventuale intesa sarebbe quella di discutere insieme un nome. Ma una vittoria contro Salvini in uno dei primi test per il Conte 2 potrebbe valer bene le sottigliezze diplomatiche.
Calabria
Giallorosé spaccati sul da farsi: l’uscente Oliverio correrà solo
Tra novembre e gennaio si vota in Calabria, Regione reduce dai guai giudiziari del dem Mario Oliverio. In cerca di discontinuità, il Pd ha scaricato il governatore, escludendo l’ipotesi di una sua ricandidatura. Eppure Oliverio non ci sta, tanto da indire autonomamente le primarie, fissate per il 20 ottobre. Non è da escludere che, alla fine, Oliverio decida di presentarsi con una propria lista, mentre i dem vireranno su un altro nome. Qui l’accordo coi 5 Stelle è però in salita: Nicola Morra da giorni lancia bordate contro il Pd e la grillina Dalila Nesci ha confermato a Di Maio di voler puntare alla presidenza, come a stroncare le voci sull’imprenditore Pippo Callipo quale candidato unitario dei giallorosa. Nella confusione c’è comunque anche il centrodestra: Mario Occhiuto (Forza Italia) aspira alla candidatura, che però spetterebbe alla Lega e su cui ha fatto più di un pensiero pure Wanda Ferro (Fratelli d’Italia).
Puglia
Emiliano si ricandida (e agita i 5 Stelle); a destra Mr Papeete?
La situazione in Puglia è simile, per certi versi, a quella in Campania. Anche in questo caso il Movimento 5 Stelle guarderebbe con favore a un’intesa con il Pd, a patto di una discontinuità con l’attuale giunta. Tradotto: bisognerebbe scaricare Michele Emiliano, attuale governatore che pure in passato aveva più volte caldeggiato un accordo coi grillini, prima di prenderne le distanze con decisione nei mesi scorsi. Pochi giorni fa Emiliano ha però escluso ogni passo indietro, rivendicando il diritto a ricandidarsi: peraltro ha l’appoggio e i voti di antichi avversari come gli ex berlusconiani Di Cagno Abbrescia e Cassano. Anche in questo caso, dovrà essere il Pd a decidere se stare col suo governatore o cercare un’alternativa condivisa che possa sfidare il centrodestra. Al momento il nome di Lega-FI-FdI ancora non c’è: sembrava potesse essere Raffaele Fitto, che però si è sfilato a fine agosto. Lasciando spazio a una suggestione: Massimo Casanova, mister Papeete.
Campania
Scaricare De Luca o tenerselo? La partita a sinistra è tutta qui
A pesare sul possibile accordo in Campania tra 5 Stelle e Pd c’è la presenza ingombrante di Vincenzo De Luca. Il governatore ha già annunciato di volersi ricandidare l’anno prossimo, ma i grillini non potrebbero accettare l’ex sindaco di Salerno come nome condiviso della coalizione giallorosa. E allora sullo sfondo Luigi De Magistris ci spera, lui che da tempo lancia appelli accorati per una larga coalizione che vada dai 5 Stelle alla sinistra: il sindaco di Napoli, però, ha detto al Fatto che il suo movimento Dema ci starebbe anche con un nome civico di alto profilo. Nel mezzo, però, ci sono proprio i dem, che dovranno scegliere se restare con De Luca o sostenere altri progetti. Nel centrodestra Matteo Salvini ha proposto il rettore dell’Università di Salerno Aurelio Tommasetti, ma è Forza Italia a rivendicare la candidatura. I più citati, tra i forzisti, sono Stefano Caldoro e Mara Carfagna.
Liguria
Forza Italia e il problema Toti. Spiraglio per un nome M5S-dem
L’azzardo di Giovanni Toti, che con la scissione da Forza Italia sperava di sbarcare in Parlamento con le elezioni anticipate, non ha funzionato. Adesso il governatore ligure punta alla riconferma in Regione, ma i rapporti con gli alleati sono incrinati. Giorgio Mulé, uno dei big dei berluscones, ha già fatto sapere che difficilmente Forza Italia potrà accettare di sostenere chi – parafrasando – se ne è andato sbattendo la porta alla ricerca del carro salviniano. Dall’altra parte, i primi segnali tra 5 Stelle e Pd sembrano positivi. Una delle prima a benedire l’alleanza a livello nazionale è stata Alice Salvatore, capogruppo del Movimento in Regione, che si è detta favorevole a riproporre un’intesa sul territorio, proponendo per altro la sua candidatura. Un po’ troppo, forse, ma il progetto potrebbe comunque partire.
Marche
Il centrodestra sarà compatto, gli altri sono ancora in alto mare
Gianni Maggi, che è il capogruppo dei 5 Stelle nel consiglio regionale delle Marche, ha definito “suggestiva” l’ipotesi di un accordo locale tra Pd e Movimento. Non male come inizio, anche se lo stesso Maggi sa bene che le decisioni arriveranno da Roma e che dipenderanno dalla posizione di Luca Ceriscioli, attuale governatore del Pd in odore di ricandidatura. Almeno nelle sue intenzioni, dato che poche settimane fa Ceriscioli ha dichiarato di aver l’obiettivo della riconferma, senza però che il Pd sostenesse pubblicamente il suo annuncio. Anzi: Flavio Corradini, candidato proprio col Pd alle Politiche del 2018, si è fatto avanti, chiedendo di ridiscutere la candidatura a governatore. E allora il margine per trattare c’è, soprattutto perché il centrodestra, che ancora non ha ufficializzato il suo nome, ha comunque chiarito che si presenterà compatto alle elezioni della prossima estate: Meloni ritiene che il nome dovrebbe spettare a Fratelli d’Italia (in lizza ci sono i vertici del partito marchigiano: Carlo Ciccioli, Francesco Acquaroli e Guido Castelli).
Di Maio, il capo che si adatta: “Io ero il più scettico sul Pd”
Alla fine lo ha ammesso, nero su bianco, a futura memoria e attuale cautela. Perché il post di giovedì di Alessandro Di Battista, tutto contro il Pd “di cui non dovete fidarvi”, era una miccia da spegnere. “Non è una novità che io fossi il più scettico su un accordo con il Pd” scrive Luigi Di Maio sul blog delle Stelle, e il primo messaggio è che lui era più contrario anche di Di Battista. Un paletto in bella mostra nel post in cui il capo politico chiede agli iscritti di inghiottire un’altra eresia, di dire sì a un accordo elettorale con il Pd in Umbria, e il sì sulla piattaforma web Rousseau arriva, con un 60,9 per cento che non è un plebiscito. Ma basta per sconsacrare un altro comandamento. Perché non c’è altra strada, “bisogna adattarsi al campo di battaglia” ha già teorizzato giorni fa Di Maio.
Quindi bisogna stracciare le vecchie regole una dopo l’altra e provare ad allearsi ovunque con i dem. Tanto ormai si è varcato il confine, quello da cui lui voleva tenersi distante. Però Beppe Grillo, il fondatore che se vuole è ancora il numero uno, ha voluto l’alleanza per fare “argine ai barbari”. E Di Maio ci tiene a ricordarlo: “Questa ipotesi di governo ha ricevuto il record di sempre di voti sulla piattaforma Rousseau, e ha anche il pieno sostegno di Beppe Grillo che ci ha riunito ad agosto per condividere questo percorso insieme a tante persone che sono pilastri del Movimento”. Traduzione, neanche io ho potuto fargli cambiare idea. E neppure Di Battista, che giovedì lo aveva rivendicato: “Sono sempre stato contrario a un’intesa con i dem”.
In quella domenica di agosto a Marina di Bibbona, l’ex deputato romano e Di Maio dissero in ogni maniera che per loro non era il caso di accordarsi con il Pd. Meglio il voto, o addirittura meglio tornare con una Lega “depotenziata”. Ma Grillo ha tirato dritto, forte anche del totale appoggio di Roberto Fico, il presidente della Camera, e non è certo un particolare. Poi gli iscritti, anche molti di quelli che ora hanno il mal di pancia, hanno detto sì sulla piattaforma web Rousseau.
Così eccoci qui, con un esecutivo giallorosso tirato su in pochi giorni, senza neppure quel contratto di governo che il capo politico pretendeva: ma anche in questo caso, Grillo aveva ordinato di correre tramite post, “basta parlare di posti e di punti di programma”. Così ieri il neo ministro Di Maio risponde a Di Battista, sbrigativo: “Qualcun altro dice: ‘non vi fidate del Pd’, ‘attenti’, ‘non fatevi fregare’. Io dico a tutti: la fiducia si dimostra! E la prima prova di questo governo è il taglio dei parlamentari, da fare nelle prime due settimane di ottobre”. Piazza lì un ultimatum il ministro, e i dem subito si irritano, o fanno finta di irritarsi: “La lealtà del Pd non si misura sul taglio dei parlamentari. Abbiamo dato la nostra parola e si farà, ma l’accordo di governo prevede un’intesa complessiva su legge elettorale e modifiche costituzionali”. Poche ore dopo Di Maio da Assisi frena un po’: “Non credo che ci saranno frizioni nel governo sul taglio”. E arrivano anche sillabe distensive per Di Battista: “Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero”. Tanto a contare adesso è altro, il voto in Umbria, “dove c’è un’emergenza”. Ergo, bisogna cercare l’intesa con i dem su un candidato presidente terzo, civico. “E nelle altre regioni? Una cosa alla volta” si chiede e si risponde Di Maio. Ovvero, “ogni regione è una cosa a sè, valuteremo: attrezziamoci per liberarle dalla solita cappa di politicanti”. Tanto il capo si è già lasciato le mani libere con l’ennesima novità. Perché la regola approvata due mesi fa in base a cui il M5S si sarebbe potuto alleare con liste civiche è già carta straccia, da ieri Di Maio può proporre qualsiasi tipo di accordo.
Poco più di 35mila iscritti gli hanno detto sì, ieri. E allora in Campania e soprattutto in Calabria, dove i contatti sono già avanzati, il leader punterà sul modello Umbria, ossia su un candito civico comune per “ripulire” un Pd intossicato da ras e correnti. Invece in Emilia Romagna appare complicatissimo rimuovere il governatore uscente Stefano Bonaccini, che al M5S lo ha già fatto sapere mostrando i sondaggi: “Posso vincere da solo con il centrosinistra”. Di certo il Movimento gli chiederà di costruire un programma comune e di ragionare sui nomi della giunta civica, con largo anticipo. Ma Di Maio è pronto ad adattarsi. “So che sono cambiate tante cose, rapidamente” ripete, lui che questa svolta non la voleva, ma che ora la cavalca. Capo, molto politico.
Umbria, il terzo nome c’è. Ma M5S insiste sulla sindaca
Ancora una fumata nera. L’ennesima giornata schizofrenica di trattative tra Pd e M5S sulle regionali in Umbria si conclude sempre nel solito modo: l’accordo ancora non c’è. Se all’ora di cena il rebus sembrava risolto con il nome della Presidente dell’Istituto Serafico di Assisi Francesca Di Maolo, a tarda sera arriva la doccia gelata del Movimento 5 Stelle che smentisce siti e agenzie: “Al momento non è stato trovato nessun accordo – fanno sapere fonti M5S – la trattativa va avanti ma non è stato ancora definito il nome”. I 5 Stelle infatti non vogliono rassegnarsi al veto del Pd sulla sindaca di Assisi, Stefania Proietti, che rimane tutt’ora in campo. Il paradosso, in questo caso, è evidente: i grillini, opposizione in consiglio comunale, lanciano una sindaca sostenuta a livello locale dal Pd ma osteggiata a livello nazionale. Il Pd invece si era mosso d’anticipo nei giorni scorsi consegnando a Di Maio una rosa di nomi, tra cui era presente anche quello di Di Maolo, ma al Nazareno restano fermi su un punto: “Proietti è inferiore al nostro candidato Andrea Fora”. Non solo: secondo fonti parlamentari dem Proietti non piace anche perché considerata una candidata “divisiva” con rapporti non proprio idilliaci con gli altri sindaci umbri. Sulla Di Maolo invece il Pd sarebbe pronto a convergere: “Il suo è uno di quei profili che avevamo fatto diversi giorni fa e su cui potremmo trovare un accordo” conferma al Fatto il commissario regionale dem, Walter Verini.
Per adesso, comunque, siamo al muro contro muro. Ieri nel bel mezzo della votazione su Rousseau sul “Patto Civico per l’Umbria” approvato dal 60,9% degli iscritti, Luigi Di Maio è andato ad Assisi per partecipare alla rassegna “Cortile di Francesco” ma non avrebbe incontrato la sindaca che aveva altri impegni istituzionali. Il capo politico del M5S subito dopo si è trasferito in un hotel di Perugia per incontrare Di Maolo ma a tarda serata non ci sarebbe ancora il via libera definitivo sul suo nome. I 5 Stelle infatti non vorrebbero piegarsi al veto dei dem su Proietti e le proveranno tutte per convincerli a sostenerla. La prima cittadina di Assisi non vuole essere una candidata “divisiva” e sarebbe stata proprio lei a fare il nome di Di Maolo a Di Maio che però non si è convinto del tutto.
Ieri intanto è stata la giornata del voto su Rousseau, con gli iscritti chiamati ad approvare l’accordo a livello regionale con il Pd: il “sì” ha vinto con il 60,9%. “Ora chiudiamo sul nome del candidato presidente – è stato il commento dei 5 Stelle – e liberiamo l’Umbria dalla sola politica. I partiti facciano un passo indietro e gli umbri facciano un passo in avanti”.
Francesca Di Maolo e Stefania Proietti sono due profili molto simili: entrambe di Assisi, con entrature che contano nel mondo della Chiesa e dell’associazionismo umbro. La prima è Presidente dell’Istituto Serafico, un ente ecclesiastico nato nel 1871 che svolge assistenza socio-sanitaria e riabilitativa per bambini e giovani adulti con disabilità fisiche e psichiche, e dal 2017 dell’Aris Umbria che riunisce tutte le strutture ospedaliere della regione. Proietti invece è sindaca dal 2016, quando riuscì a strappare la città al dominio ventennale del centrodestra: prima si era proposta al M5S che però disse no e così alla fine si candidò con l’appoggio del Pd. Ingegnere meccanico, Proietti è molto vicina al cardinale Gualtiero Bassetti e piace molto ai 5 Stelle per il suo profilo ambientalista (la sua tesi di laurea era dedicata alle rinnovabili). Ad Assisi ricordano un fatto che potrebbe essere determinante: nel 2016 doveva essere Di Maolo la candidata Pd ma poi la scelta cadde su Proietti. Una staffetta che potrebbe ripetersi oggi.
Il libro di Padellaro oggi alla festa di Atreju a Roma
Si parlerà di politica dei giorni nostri, ma anche di come è cambiato il rapporto tra i partiti nella storia repubblicana. L’occasione, oggi alle 19.30 alla festa di Atreju in corsa all’Isola Tiberina di Roma, sarà la presentazione del libro di Antonio Padellaro, fondatore del Fatto Quotidiano, “Il gesto di Almirante e Berlinguer”, con la partecipazione di Ignazio La Russa, vicepresidente del Senato, di Walter Veltroni, dei giornalisti Bianca Berlinguer (figlia di Enrico) e Massimo Magliaro, che fu portavoce di Giorgio Almirante. Un volume che ripercorre “i colloqui tra i due leader, che rappresentano anche un gesto, un modo nobile di intendere la politica di cui oggi, nell’era dei social e dell’insulto mediatico, non rimane più traccia”.
Oltre al libro di Padellaro, gli appuntamenti della kermesse organizzata da Giorgia Meloni, prevedono alle 11.30 l’intervista di Bruno Vespa al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che verterà su “Il tempo delle scelte”. Nel pomeriggio sarà presente anche il primo ministro d’Ungheria Viktor Orbán, che discuterà di sovranismo nel dibattito “L’Europa del popolo e l’Europa dei popoli”, con il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano.
“Portaci a votare”: Atreju “perdona” Salvini
Nonostante i dissapori e le tensioni dei mesi scorsi, quando tra Matteo Salvini e gli alleati di centrodestra era calato un gelo siberiano, ieri per il leader leghista è stato un po’ il giorno del ritorno a casa. Col pubblico di Atreju, la festa settembrina di Fratelli d’Italia, è stato un lungo abbraccio. Con i “Matteo, Matteo” quasi al pari dei “Giorgia, Giorgia”. Tendone pieno, boati e applausi, e una marea di selfie per il Capitano. “Bentornatooo! Sei tutti noi! Portaci a votare…”, si sente dalla folla. Qui Salvini ha gioco facile. I militanti di destra da tempo lo riconoscono come il capo della coalizione e gli hanno affidato lo scettro che una volta era nelle mani di Berlusconi. Che qui non avrebbe la stessa accoglienza. Anche perché le recenti tensioni hanno riguardato, e molto, proprio l’ex Cav e Giorgia. “È un’ingrata e un’arrogante”, l’ha bollata il leader azzurro non più di tre mesi fa. Ora invece sono di nuovo tutti lì, all’opposizione, impegnati a comporre il difficile risiko delle Regionali. Le ultime tensioni si registrano sull’Emilia, dove Meloni ha bocciato la leghista Lucia Borgonzoni, che però resta la preferita di Salvini. Qualcuno dice che Fdi stia alzando la posta per avere il candidato in Puglia. E tensioni ci sono anche in Liguria: qui si ricandida Giovanni Toti (e per ora B. dice che non lo appoggerà), ma non è chiaro se a rinunciare a una candidatura, nel disegno complessivo, debba essere la Lega, Fi o Fdi.
Ieri, comunque, ad Atreju, è andato in scena il solito Salvini-show anche piuttosto noioso, costellato di battute scontate e condito da lisciate di pelo al pubblico di destra: elezione diretta del capo dello Stato, elogio alle forze dell’ordine e condanna dei porti “tornati aperti”. Poi spiega: “Banche e giornali mi volevano fuori dalle palle!”. E avverte: “Quando torneremo magari metteremo un pezzo di Rai sul mercato…”.
A incalzarlo il direttore del Corriere della sera, Luciano Fontana. “Mi dispiace per i 5 Stelle che sono partiti per fare la rivoluzione e sono finiti con Gentiloni”, afferma Salvini. Tra una puntura ai magistrati (“alcuni di loro usano la toga per fare politica”) e una a Giuseppe Conte (“mai conosciuto un voltagabbana come lui”), affonda poi su Matteo Renzi. “È senza dignità. Il confronto tv? Non scappo, anche se il duello vero non si dovrebbe fare da Vespa ma nelle urne, andando a votare…”. E torna a spingere sul maggioritario. “Il giorno dopo le elezioni voglio sapere chi ha vinto e chi governa”, dice.
Parole ben diverse da quelle di Berlusconi, che in un’intervista ha bocciato i referendum leghisti anti-proporzionale e ha pure elogiato il premier. “Di Conte apprezzo la preparazione e il tratto garbato. Non i suoi governi”, ha detto il leader forzista. E quel plurale, “governi”, la dice lunga su quanto B. abbia gradito il tradimento di Salvini, che dopo il 4 marzo mollò la baracca del centrodestra per andare a Palazzo Chigi coi 5 Stelle.
Sì perché se c’è un terreno su cui Matteo Salvini ha dovuto cambiare strategia da quando non è più al governo è il rapporto con gli alleati. Abbassando notevolmente i toni e tornando affabile e collaborativo. A un certo punto dell’epoca gialloverde sembrava che per lui Berlusconi e Meloni non esistessero più. Addirittura col primo non voleva nemmeno farsi vedere in pubblico. “Mi fa perdere voti”, andava dicendo ai suoi. Mentre i voti continuava a mangiarglieli lui. Mentre con Meloni le frizioni erano tutte sull’autonomia regionale. In politica, però, non si porta rancore e oggi tutto sembra dimenticato. O quasi. “Nessuno di noi si dimentica che Salvini è stato al governo con Di Maio…”, dice un militante della fiamma, scuotendo la testa, mentre Salvini lascia l’isola tiberina a suon di selfie.
La battaglia per le deleghe. Riforme contese tra Pd e 5S
Dovevano distribuirle nel Consiglio dei ministri dell’altro ieri, subito dopo che i big giallorosa si erano ripresi il Commercio Estero (Di Maio agli Esteri) e il Turismo (Franceschini ai Beni Culturali). Ma siccome non si sono ancora messi d’accordo, la faccenda è rinviata a giovedì prossimo: parliamo delle deleghe ai sottosegretari alla presidenza del Consiglio e ai ministri senza portafoglio. Incagliate, a quanto pare, su un tema caro a entrambi i fronti giallorosa: le riforme. I Cinque Stelle vogliono a tutti i costi tenersele, perché considerano “naturale” la prosecuzione del lavoro avviato dal sottosegretario Riccardo Fraccaro quando era ministro dei Rapporti con il Parlamento. D’altro canto, invece, il Pd tutto vuole tranne che lasciare al Movimento libertà sulla campagna “anti-casta”, avviata nell’era gialloverde.
Il primo appuntamento, come noto, è il taglio dei parlamentari che è vicino al traguardo, manca solo il voto finale. Il Pd ha promesso “coerenza” con gli accordi presi durante la formazione del governo, che prevedono il via libera alla riforma targata M5S, legata però a una riforma della legge elettorale che garantisca la rappresentanza, alla modifica dei regolamenti parlamentari e, nelle intenzioni, ad altre riforme costituzionali. Nell’ultima conferenza dei capigruppo, la Camera ha rinviato la calendarizzazione del provvedimento: la data dovrebbe essere fissata nella prossima riunione, mercoledì 25 settembre. Ma il taglio degli eletti non è l’unica riforma che sta a cuore al Movimento: c’è anche il referendum propositivo, che a gennaio scorso ha superato la prima prova in Parlamento, proprio grazie a una mediazione con il Pd. Il progetto firmato da Fraccaro prevedeva il quorum zero sia per i quesiti propositivi che abrogativi: un emendamento presentato dal dem Stefano Ceccanti ha alzato la soglia minima di partecipazione (la consultazione è valida se il sì o il no supera il 25 per cento degli aventi diritto). Infine, il voto ai diciottenni, un altro obiettivo che Di Maio e i suoi vorrebbero portare a casa con l’etichetta “M5S”.
Per questo vogliono che la delega resti nelle mani di Fraccaro o, come accade in genere, siano almeno attribuite al ministro dei Rapporti col Parlamento Federico D’Incà, che ha però il “torto” – nella geografia interna dei 5 Stelle – di essere vicino al presidente della Camera Fico. Come che sia, l’altro ieri il Pd ha frenato l’operazione, convinto che siano questioni troppo delicate per lasciarle agli alleati di governo senza combattere. A Palazzo Chigi, ai dem è stato ceduto il comparto Editoria, altra delega che non volevano restasse in quota Cinque Stelle. Conte invece terrà per sé le competenze sulla Protezione Civile, sulla Disabilità e pure sui Servizi segreti.
In quota Conte, ma attraverso la delega formale al sottosegretario Mario Turco (senatore M5S che è però uomo del premier), resta pure la fondamentale delega al Cipe, il Comitato interministeriale di programmazione economica: la cabina di regia in cui i progetti disegnati sulla carta si trasformano in soldi. Competenza enorme su cui avevano avanzato pretese tanto il Pd coi ministeri degli Affari regionali e del Sud, quanto i 5 Stelle (anche qui la posizione “naturale” sarebbe quella del sottosegretario alla presidenza, cioè Fraccaro): il premier però s’è impuntato, la coabitazione con Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario leghista dalle mille deleghe, gli è bastata.
La morale riciclata di Eugenio Voltaire
Eugenio Scalfari, da tempo immemorabile come il caro Numero Uno di Alan Ford, incarna a livelli terreni e anche metafisici i Lumi della Ragione italica. Il Fondatore spesso conversa con il Passato o con il Papa e adesso Repubblica va in edicola con il prezioso tomo del Fondatore intitolato Alla ricerca della morale perduta. In realtà si tratta di un libro che Scalfari scrisse più di vent’anni fa, all’inizio della Seconda Repubblica (politica, non il quotidiano), ma che mantiene quell’allure di eternità che ammanta tutti i Grandi Giornalisti diventati Bussole Fondamentali in questa epoca buia e medievale di rozzi bibitari e bagnanti di Milano Marittima. Anche perché Scalfari discute a lungo in questo libro con l’immenso Voltaire, ossia il nemico principale di quello che è diventato il nome di una piattaforma, Rousseau. Il punto è che Scalfari è volterriano nel segno esclusivo della tolleranza che è come ridurre Roland Barthes alle frasi dei Baci Perugina o Berlinguer alla questione morale. Già, la morale. Perché Scalfari s’interroga sul Bene e sul Male in compagnia dei citati Voltaire e Rousseau, di Diderot, di Socrate, persino di Nietzsche. Conoscendo però la sua inclinazione all’Io, siamo sicuri che Scalfari è il Bene, e il Male tutti gli altri.
“Ma che coincidenza, ho aperto un ristorante che si chiama Viva”
Da un ego all’altro. Non c’è stato neanche il tempo di misurare il nuovo coefficiente di egolatria di Matteo Renzi che sui giornali è rispuntato, grazie a una fortuita ma avvincente connessione temporale, il nome di Oscar Farinetti, un altro campione dell’ego performante.
“Sono un egotico consapevole. Da un po’ però sto attuando un programma di parziale bonifica dell’io, una campagna personale di riduzione del danno che gli effetti esondativi dell’io possono provocare. Ho perciò messo al bando la prima persona singolare. Mi sforzo di non dire più: io”.
La favella le ha permesso di fatturare milioni, conoscere il successo, divenire un imprenditore di prima linea. Gli affari si espandono e la parola li accompagna.
La sua è una grande cazzata. Lei pensa che con la farina si faccia il ferro? Pensa che il fatturato lieviti grazie alle belle parole? Ma che sciocchezze dice? E, soprattutto, perché le dice? Lei ha un pregiudizio nei suoi confronti.
Se si innervosisce pregiudichiamo l’intervista.
Voi giornalisti siete capaci di liberare le opinioni, anche sbagliate, con la leggerezza di un fanciullo.
Farinetti, qui e ora: Renzi le ha mai chiesto soldi?
Mai un euro dato a lui, e mai a nessun politico.
Farinetti sarebbe comunque perfetto per Italia Viva.
Farinetti sentiva Renzi con qualche assiduità. Ora gli parla o lo ascolta meno frequentemente.
Farinetti sarà l’impasto di questo yogurt renziano (copyright Prodi).
Non giudico e non pregiudico. Vediamo che farà.
Non era del Pd?
Tutta la vita ho votato Pd.
Rivoterà?
Magari sì. Le dico una cosina: a me in politica piace chi fa gol. Perciò mi metto comodo e aspetto. I retroscena, le tattiche, le polemiche non fanno per me. Rammento solo una coincidenza: ho appena aperto un ristorante che si chiama Viva.
Coincidenze fortunate. E comunque intanto che loro giocano lei fa affari.
Tutto quel che guadagno lo reinvesto. Non mi piace la finanza e non ho confidenza con i mercati borsistici. Ho fatto un sacco di soldi con la vendita di Unieuro e li ho tutti reinvestiti. Abbiamo questo gioiellino di Eataly che dà lavoro a 8.600 persone e ha aperto quaranta sedi in tutto il mondo, poi c’è Fico a Bologna, che è una piattaforma di successo. E lei mi viene a dire della favella come traino?
Parla, affabula, spiega, acquista bene e poi magari vende benissimo.
In famiglia mi dicono che sono sempre in tv. Invece ci vado due o tre volte. Forse ho un pensiero, ho idee, non butto nel cesto della commedia quotidiana parole scontate, frasi ammuffite.
Quanti soldi ha in banca?
Non lo so, mia moglie tiene i conti.
Rispondere con un “non lo so” è muffa allo stato puro.
Credo qualche milione, non di più.
Crede che Renzi abbia preso una decisione saggia o avventata?
Non mi ha detto nulla, non mi ha chiesto nulla. L’ho saputo dalla tv, come tutti. Mi farò un’opinione, le ripeto, quando lo vedrò in azione.
Mentre lui fondava, lei faceva tanti bei soldini con un brand del made in Italy: Lurisia, la bibita senza chimica, la figlia delle nostre campagne. L’ha venduta alla Coca Cola.
Quei soldi serviranno ad aprire sei ristoranti negli Usa. A dare lavoro, ad espandere un’idea.
Vendere alla Coca Cola non è però il massimo. Carlin Petrini, che marchiava con Slow Food i frutti che servivano alla buona bibita, è diventato un cencio per la rabbia.
Carlin si ricrederà. Lurisia resterà un gioiellino, sarà una bevanda di alta qualità.
Un gioiellino non si vende.
Se hai bisogno di quattrini vendi anche il gioiellino.
Gli affari über alles. Farinetti è irredimibile.
Farinetti tenta di fare il suo lavoro, e di farlo bene.
Lei fa troppe cose.
Solo perché mi piace leggere, mi piace scrivere? Ho dato alle stampe un libro di poesie e presto ritornerò in libreria con un saggio. Si chiamerà Serendipity. Sa cos’è?
L’errore come fortuna.
Il caso che porta Cristoforo Colombo a scoprire l’America. Nel mio piccolo parlo del risotto alla milanese, nato per caso, della torta caprese, nata per sbaglio.
Dello yogurt di Prodi.
Lo yogurt lo fece, senza volerlo, Gengis Khan.
Lei fa Eataly.
Notizia: tra un po’ nasce un nuovo marchio.
Wow!
Green Pea.
Pisello verde? Ma è da YouPorn!
E perché mai? E il membro maschile è comunque energia vitale, non pensa?
Farinetti, lei quando le pensa?
Ogni minuto del giorno, ogni ora che passa.
Ma non ha paura di fare qualche cazzata?
Anche la paura mi accompagna ogni ora del giorno, ogni minuto che passa. Ho paura di non riuscire a pagare i dipendenti, di avere scorte troppo esagerate. Ho paura di sbagliare, ho paura di fallire nel mio intento.
La paura è una triste compagna di vita.
Mia moglie mi allarma sempre e mi dice: ritorneremo poveri!
La donna ha una propensione alla previdenza che il maschio alfa dimentica spesso
Non sono nato ricco, posso mai aver paura di tornare povero?
Cosa vuol fare ancora?
Investire nell’editoria. Mi piacerebbe un sacco.
Ha adocchiato qualcosa?
Internazionale.
Si proponga.
Ora magari no. Ma in futuro non dispero.
Vespa nel mirino di Laganà: “Non deve andare in onda a vita”
“Ho visto e rivisto l’intervista di Bruno Vespa alla signora Panigalli e quelle battute fuori luogo e quei luoghi comuni accrescevano tutte le volte lo sconcerto e l’incredulità”. Riccardo Laganà, consigliere di amministrazione della Rai eletto dai dipendenti, attacca il popolare giornalista protagonista delle polemiche dopo l’intervista alla donna vittima di un tentato femminicidio. “Non è la prima volta che delle interviste a Porta a porta suscitino indignazione e provochino un potenziale danno alla Rai”, dice Laganà, ricordando quelle al figlio di Totò Riina e ad alcuni membri della famiglia Casamonica. E infine ha aggiunto: “Certe trasmissioni, certi autori e certi conduttori non è obbligatorio tenerli in palinsesto a vita”. Sul caso interviene anche la direttrice di Raiuno Teresa De Santis. “Se ci sono state delle violazioni, è giusto che vengano sanzionate. So che da parte di Vespa non c’era una volontà cattiva, forse è stato un po’ frettoloso”. Ora il caso è all’esame del vertice Rai e se ne sta occupando direttamente l’amministratore delegato Fabrizio Salini. E di sicuro se ne parlerà nel prossimo Cda.