“Matteo non l’ho capito: mossa alla Craxi”

“Io la scissione di Matteo non l’ho proprio capita”. Francesco Fabbrizzi è deluso: da anni fa il sindaco Pd di un piccolo paesino del senese, Radicofani, che dette rifugio al brigante Ghino di Tacco, nome reso famoso in politica da Bettino Craxi, che così firmava i suoi corsivi sull’Avanti. Visto che ora Renzi in Senato fa rinascere (grazie a Riccardo Nencini) il gruppo parlamentare del Partito socialista, non si può non chiedere a Fabbrizzi, renzianissimo nonché “sindaco” di Ghino di Tacco.

Fabbrizzi, il suo amico “Matteo” ha deciso di andarsene e lasciarvi al vostro destino.

Sì, è una mossa incomprensibile. Non pensavo che l’avrebbe fatto. Un conto sono le chiacchiere di palazzo, un altro i fatti. Non pensavo sarebbe stato in grado di spingersi fino a quel punto.

Ma come, si sorprende del cinismo dell’ex premier?

No, non mi sorprendo ma non me l’aspettavo. Proprio adesso che c’è da combattere la destra dilagante e c’è da governare il Paese coi 5 Stelle, che non sono proprio i nostri migliori amici.


Poco peso elettorale, ma decisivo per il governo: Renzi è un Craxi in sedicesimo?

Tutto dipenderà dall’operato del governo Conte, se farà bene o meno. Però, certo, quella di Renzi è stata una mossa craxiana in pieno stile e i due, anche se siamo in epoche differenti, s’assomigliano.

Lei è il sindaco del paese dove si rifugiò Ghino di Tacco, che da Radicofani imponeva un pesante tributo a chi transitava da Roma a Firenze: è quel che farà Renzi con Di Maio e Zingaretti?

Eh, il paragone ci sta: se Matteo inizierà a far pesare i propri voti ad ogni provvedimento, la vita del governo si farà sempre più complicata. Ma io penso di no…

Si spieghi.

Spero che adesso prevalga il senso di unità soprattutto di fronte alla potenza della Lega di Salvini: le alleanze a livello locale lo fanno già pensare. Il movimento di Renzi deve stare nel centrosinistra e penso che lo farà: la sua non è un’operazione per indebolire il Pd.

Zingaretti, però, non pareva molto contento.

I gruppi alla Camera e al Senato del Pd ne escono sicuramente indeboliti, ma i parlamentari non hanno alcun vincolo e possono fare quel che ritengono più opportuno. L’importante, ripeto, è che alla fine Renzi e i suoi rimangano nel centrosinistra. Un po’ di spaesamento poi ci può stare…

Soprattutto saranno spaesati gli elettori del Pd: Renzi sarà il leader di un movimento di centro che guarda ai moderati.

Magari si sarà spostato più a destra del Pd ma avere una coalizione più larga possibile è una buona cosa. Poi però andrebbero rispettati gli elettori che ci hanno votato per fare cose di centrosinistra.

Renzi le ha proposto di entrare nel nuovo movimento?

No, non ci sentiamo da tempo.

E cosa farà?

Io rimango convintamente nel Pd, che è la mia casa dai tempi dei Ds. Vengo da quel mondo lì e non lo abbandono. Poi io non ho mai condiviso le scissioni: non le condividevo ai tempi di Bersani e D’Alema, figuriamoci se le condivido oggi che bisogna combattere Salvini. Nel 2017 per la verità lo diceva anche Matteo. Deve aver cambiato idea…

Legge elettorale: Pd e Lega contro Cinque Stelle e Renzi

“Non possiamo tornare al proporzionale puro e rinunciare ai capisaldi del maggioritario”. Nicola Zingaretti lunedì alla direzione del Pd convocata per discutere dell’uscita di Matteo Renzi lo dirà più o meno così. Una posizione che potrebbe trovare alleati pure fuori dalla maggioranza. “Basta che non facciano il proporzionale, noi collaboriamo”, ha detto ieri Giancarlo Giorgetti sul palco della Festa di Fratelli d’Italia, Atreju – nella versione post-governativa di deputato semplice della Lega – prima di iniziare il dibattito col capogruppo Pd, Graziano Delrio.

Che davanti al pubblico dichiara: “Nel programma di governo non c’è il ritorno al proporzionale. C’è solo scritto che servono garanzie costituzionali per la rappresentanza”. Un modo per affrontare decisioni urgenti: perché nel prossimo futuro la Camera dovrà votare il taglio dei parlamentari. E il sì dei dem è condizionato all’incardinamento della legge elettorale.

Nel Pdla discussione va avanti sottotraccia. Perché, come sempre, una legge elettorale non solo fotografa, ma anche modifica il panorama politico. Tanto è vero che alla base di una riforma del sistema di voto c’è sempre l’esigenza di favorire qualcuno degli attori in campo. La Prima Repubblica era il tempo del proporzionale: seggi ripartiti in base al numero dei voti presi. Mentre il sistema maggioritario premia il partito che prende più voti. Con il proporzionale si punta a un’alleanza post-elettorale, mentre il maggioritario premia le coalizioni (e penalizza i piccoli partiti).

Per questo, ai blocchi di partenza è abbastanza chiaro chi vuole cosa: la Lega, forte nei sondaggi e nella possibilità di fare una coalizione (con Forza Italia e Fratelli d’Italia) punta al maggioritario. Ieri Matteo Salvini ha aperto alla richiesta di Silvio Berlusconi di fare un tavolo insieme. I 5 Stelle, che la coalizione non ce l’hanno, e Matteo Renzi (un tempo il principale sponsor del maggioritario) che ha bisogno di entrare in Parlamento con il suo Italia Viva, vogliono il proporzionale.

Nel Pd c’è un dibattito aperto, ma i due padri fondatori, Walter Veltroni e Romano Prodi, sono intervenuti per dire che il maggioritario è dentro il dna dei Democratici.

Ieri il segretario ha consegnato la tessera del Pd a Beatrice Lorenzin, appena entrata. Vuole essere il primo passo per un partito “attrattivo e largo”, nonostante la recente perdita dell’ex segretario. Proprio Zingaretti&C. potrebbero essere l’ago della bilancia. Sui tavoli dei big dem si cominciano a studiare i dossier: si lavora prima di tutto per “correggere” il Mattarellum degli anni novanta.

Ovvero, un sistema elettorale misto a prevalenza maggioritaria che prevede che i due terzi dei seggi vengano assegnati attraverso collegi uninominali in cui il candidato più votato risulti eletto; mentre i restanti seggi sian assegnati col proporzionale (differente tra le due Camere). Oppure al sistema spagnolo, che consiste in piccoli collegi plurinominali, con riparto proporzionale dei voti, ma soglia di sbarramento piuttosto alta.

Negli ultimi tre lustri di sistemi se ne sono avuti tre. E l’attuale Rosatellum – che ha dimostrato di non funzionare – è destinato ad essere superato. C’è pure un referendum, promosso da Roberto Calderoli in sette Regioni, per abrogarlo.

Restano le maglie larghe per le casseforti politiche

Una Commissione di controllo priva degli strumenti necessari per fare bene il proprio lavoro. Il presidente della stessa Commissione dimissionario che attende solo di essere sostituito. Ma soprattutto una normativa a maglie larghe che continuerà sicuramente a favorire i furbi. Per i signori delle fondazioni la pacchia non è finita. Nonostante il giro di vite deciso con la famosa legge Spazzacorrotti potranno continuare a fare spallucce, favoriti anche dal provvidenziale allentamento della morsa successivamente previsto dal decreto Crescita.

E sì. Dopo decenni di vita facile a raccogliere a man bassa risorse e finanziamenti milionari, senza il benché minimo controllo per partiti, leader di ogni estrazione e anche tanti peones, a gennaio sembrava arrivato finalmente il momento della resa dei conti: obbligo di fornire bilanci e nomi dei finanziatori delle loro creature. Il tutto da rendicontare alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza, un organismo nominato dai presidente di Camera e Senato e presieduto da un magistrato della Corte dei Conti, Luciano Calamaro.

Questo per effetto della legge Spazzacorrotti che aveva stabilito l’obbligo di controlli per le fondazioni i cui organi direttivi fossero composti in tutto o in parte da membri di partiti o movimenti politici o da eletti o ex eletti al parlamento italiano o europeo e pure in assemblee regionali o locali. Stesso discorso anche nel caso si trattasse di ministri o assessori: insomma chiunque avesse in qualche modo legami con la politica. Controlli pure per le fondazioni “non politiche” che avessero erogato almeno 5 mila euro a partiti o movimenti politici. Una morsa in termini di trasparenza e controllo senza precedenti per almeno 6.000 fondazioni, secondo una stima (per difetto) effettuata qualche mese fa dalla stessa commissione Calamaro. Alle prese con un lavoraccio, specie perché la legge non ne aveva aumentato l’organico deputato ai controlli.

Ma poi, la situazione è cambiata. Calamaro ha presentato le dimissioni dalla Commissione di garanzia che è nel bel mezzo dell’istruttoria avviata per avere la mappatura delle fondazioni obbligate a presentare i bilanci entro il 2020. Una mappatura che dovrebbe concludersi non prima di febbraio. Con quali esiti non è dato sapere perché, come detto, nel frattempo il dietrofront legislativo con il decreto Crescita ha ristretto i casi in cui sono obbligate alla rendicontazione. Come? Il pressing per arrivare all’allentamento è stato fortissimo e trasversale. Significativa l’interrogazione presentata al Senato da Pd (tra i firmatari Bellanova e Malpezzi, ora arruolati da Renzi nel nuovo partito) in cui si stigmatizzava “la logica punitiva” delle norme in base alle quali le fondazioni, le associazioni e i comitati “dovranno sobbarcarsi gli oneri relativi agli obblighi connessi alla trasparenza solo perché componenti dei loro organi direttivi, persone che hanno la grave colpa di essere stati membri di assemblee elettive o di aver ricoperto incarichi di governo, a qualsiasi livello”.

Ma a preoccuparsi non è stato solo il Pd, tanto che ad aprile il governo gialloverde ci ha messo direttamente le mani con il decreto Crescita. Grazie al quale per far scattare l’obbligo di trasparenza è necessario che gli organi direttivi o di gestione delle fondazioni siano composti per almeno un terzo da membri di organi di partiti o movimenti politici. Potranno inoltre esserne membri, senza per questo dare una connotazione politica alle fondazioni e far scattare i controlli, gli amministratori locali di comuni con meno di 15 mila abitanti o ex parlamentari che abbiano terminato il mandato da almeno 6 anni, 4 in meno dello Spazzacorrotti. Insomma maglie larghissime: per farsi controllare i signori delle fondazioni ce la dovranno proprio mettere tutta.

Comitati di Matteo più morti che vivi: risponde uno su 4

Sarà pure “Italia viva”, ma i Comitati d’azione civica che dovrebbero animarla sembrano piuttosto privi di vita, perlomeno online. La novità introdotta da Renzi dopo la Leopolda 2018 in teoria dovrebbe dare i suoi frutti a livello territoriale: oltre mille comitati e una partecipazione in continua crescita, a sentire i renziani. Ma se si indaga sul web, da sempre la nuova frontiera dei rampanti fan di “Matteo”, ci sono più ombre che luci. Parecchie ombre. Il motivo è facile scoprirlo: la maggior parte dei comitati formatisi finora non consente agli utenti digitali di accedere alle informazioni, a partire dal sito Internet ufficiale, che li raccoglie tutti. Pur menzionando il nome del coordinatore e l’indirizzo della sede, mancano numeri di telefono e email. Anzi, in più del 70% dei casi, il link di contatto che compare in fondo alle pagine di ciascun comitato riporta alla pagina stessa.

Appare invece più semplice la localizzazione territoriale, grazie ad una mappa interattiva che permette anche di distinguerne a livello cromatico le peculiarità: infatti i comitati si dividono secondo i 7 valori base individuati da Renzi: “L’Europa, la Democrazia rappresentativa, la Crescita economica, il Sapere, la Giustizia, il Vero, la Società aperta”. La situazione quindi si complica notevolmente se si prova a cercare un dialogo diretto con i singoli comitati. Questi sono risultati da un’indagine svolta dal Fatto contattando 40 gruppi, ossia quelli di cui si è riusciti a reperire le informazioni di contatto online. Le risposte sono state solo 10, di cui 2 dai comitati europei di Londra e Bruxelles. E tutte le conversazioni si sono tenute su Facebook, su cui è più facile trovare le pagine dedicate. Nessuna replica è pervenuta tramite email. Tendenzialmente gli organizzatori sono cordiali e si percepisce l’entusiasmo per la causa e la voglia di coinvolgere sempre più persone nella nuova avventura renziana. Sebbene, numeri (purtroppo limitati) alla mano, in media siano composti da 5/6 persone, il minimo.

A dare un quadro completo del funzionamento dei comitati a livello globale è Ileana Piazzoni, di Società aperta Genzano di Roma: “Per aderire non ci sono limiti di età, fatto salvo che per iscriversi occorre fare richiesta ed essere accettati da un comitato, oppure ricevere un invito dal coordinatore del comitato stesso. In entrambi i casi si riceve un link sulla propria mail, da cui si accede alla donazione di un minimo di 5 euro, da effettuarsi esclusivamente con pagamento via web. In alternativa, si può aprire un proprio comitato, che diventa attivo al raggiungimento di un minimo di 5 membri”. Una procedura in apparenza lineare, che consentirebbe di coinvolgere tutti.

Vitaliano Caracciolo, coordinatore del comitato Società Aperta di Catanzaro descrive come funziona internamente una singola struttura locale. “In città sono stati creati due comitati. Il mio è composto da 5 membri, età dai 35 in su”, spiega e rispetto al futuro scrive: “Intanto parteciperemo alla Leopolda 10 a Firenze, dal 18 al 20 ottobre. Penso che dopo avremo le idee più chiare sul nuovo soggetto politico”.

Ma anche dall’altra parte dello Stivale c’è fermento tra i renziani. Il Comitato vero Bolzano alterna le attività online a quelle sul territorio, curando una serie di incontri per avvicinare e informare a livello locale. All’attivo ha 8 membri, un numero che però è destinato a crescere. Nel comitato l’età media è 40 anni, ma è gestito dal più giovane di loro, il 21enne Marco Forte, che al telefono racconta: “Il primo gruppo è nato a Trento, ma appena ho potuto ne ho formato uno qui a Bolzano, dove ci sono molti sostenitori di Renzi. La nostra è iniziata come una battaglia civica, per cambiare le cose senza legarsi ad un partito col tesseramento. Chi si iscrive oggi invece sa che sarà la base di Italia Viva”. Oltre ai pochi “virtuosi” del web, però, ci si trova davanti a delle situazioni quasi paradossali: dai link di contatto che portano a pagine o blog personali, a profili Twitter su cui però non è possibile inoltrare alcun tipo di messaggio, allo stupore di ritrovarsi inaspettatamente sul sito di una società ingegneristica, uno studio legale o addirittura di un hotel. Quando gli si chiede perché molti altri gruppi invece non si siano dotati di siti o pagine ad hoc, Forte spiega: “Solo negli ultimi due giorni sono arrivate richieste per 350 nuovi comitati. Tanti vogliono partecipare, ma quando il partito si strutturerà, si partirà dalle certezze. Il fattore meritocratico, l’efficienza e il dinamismo saranno premiati”.

Magari anche online.

Bianchi, cacciatore di soldi. Per Renzi e per se stesso

Era già magico, prima che ci fosse il Giglio di Matteo Renzi. E non per la collezione di gemelli da polso o per l’insolita virtù di dire poco e fare molto. Alle primarie per il sindaco fiorentino, dieci anni fa, l’avvocato Alberto Bianchi – indagato per traffico di influenze illecite, allievo nonché erede del professor Alberto Predieri, sradicato dagli ambienti più democristiani di Pistoia, cresciuto e pasciuto tra Firenze e gli incarichi di Stato – era schierato con Lapo Pistelli. Come una diga Lapo venne giù e la corrente spinse mezza Toscana in soccorso del vincitore Matteo. Così un paio di anni più tardi lo studio di Pistoia che fu del commercialista Angiolo Bianchi, a lungo capo della Cassa di risparmio pistoiese e consigliere comunale Dc corrente Andreotti, padre di Alberto e del più giovane Francesco (dal 2013 al 2017 sovrintendente del Maggio Fiorentino), fu sede legale della fondazione Big Bang, poi corretta in Open, insomma il forziere del partito parallelo di Renzi e del congresso che in autunno si tiene alla stazione Leopolda.

Bianchi ha presieduto Open per sette anni con l’altra parte del Giglio, più litigioso che simbiotico: Marco Carrai, di cui è amico da tempo e testimone di nozze; Luca Lotti, troppo esuberante per i giusti del serioso Alberto; Maria Elena Boschi, “adottata” sin dal principio. Open ha raccolto 6,7 milioni di euro in donazioni, ignote per circa il quaranta per cento, colpa di una legge che non impone trasparenza. Open ha scortato Renzi durante la parabola politica che l’ha portato dal duello con Lapo alla segreteria del Pd fino ai mille giorni di Palazzo Chigi.

Per i suoi rapporti professionali, ramificati ovunque, dunque la Procura di Firenze ha inquisito l’avvocato Bianchi, classe ’54, esordisce nelle biografie ufficiali, luminare – il termine è del vocabolario dei renziani – di diritto amministrativo, commerciale, fallimentare e societario. Esercita Bianchi, certo, ma sperimenta pure. Al momento, per non annoiare il lettore, è al vertice del Cda di Edizioni Storia e Lettaratura, casa editrice culturale; componente del collegio sindacale di Sanavir, centro di cura a Pistoia; membro del comitato di indirizzo della Fondazione Cassa di risparmio di Firenze; consigliere al secondo mandato di Enel, controllata dal ministero del Tesoro.

Quest’ultima seggiola l’ha ottenuta durante l’ascesa al potere di Renzi, primavera del 2014, e l’ha conservata su richiesta di Renzi medesimo nel 2017 con Paolo Gentiloni a Chigi. Bianchi non è loquace, è assai schivo. A Chigi s’è visto una volta, in Rai anche. Allora s’è creato il mito di Bianchi per la convinzione, mica errata e qui appropriata, che il silenzio è sintomo di conoscenza. Il vispo Lotti l’ha subodorato presto e quel Bianchi, proprio quel Bianchi vicino a Pistelli e in sintonia con Carrai (erano soci in K Cube, brevetti medici, ora chiusa), l’ha sempre angosciato. Che accade, avrà pensato Lotti, se il sovrano Matteo ha più di un suggeritore oppure di un messaggero? Però Bianchi, oltre a far ruminare denaro a Open, soprattutto per il referendum costituzionale (1,9 milioni di euro nel 2016), ha badato ai suoi interessi, che per alcuni erano (potenziali) conflitti d’interessi: laute, e come se laute, consulenze legali con aziende statali.

Consip, la centrale unica per gli acquisti della pubblica amministrazione, non è soltanto l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto babbo Renzi e il fido Lotti, ma è una società che spesso s’è avvalsa del supporto dell’avvocato Bianchi. I magistrati della Corte dei Conti hanno esaminato il biennio 2015/17 di contratti agli avvocati esterni – un po’ prima e durante la stagione di Luigi Marroni, ex renziano – e riscontrato cinquanta affidamenti a Bianchi per un compenso totale di 526.000 euro. Ha lavorato anche per Ferrovie dello Stato. Siccome Bianchi non nasce con Renzi e la carriera nel pubblico è consolidata, la giustificazione che adopera l’avvocato è semplice: sono accuse e sospetti infondati, che c’entrano le due cose?

Quando è scomparso il prof Predieri, che l’ha svezzato, Bianchi s’è messo in proprio: Bianchi & Associati, a Firenze, Milano e Roma. Era il 2001. È stato commissario liquidatore di Efim, ente per il finanziamento delle industrie manifatturiere; nel collegio dei liquidatori di finanziaria Ernesto Breda; nel Cda di Rai New Media; presidente di Firenze Fiera. Ha fatturato per i piccoli Comuni della Provincia di Firenze e per le multinazionali. Ha sfruttato l’abbrivio renziano e sorseggiato un bel po’ di potere. Hanno raggiunto la cima assieme. Alla Leopolda, luogo mistico del renzismo, era il più alto del gruppo che sapeva di ogni singolo benefattore, stava lì con la camicia bianca arrotolata e sgualcita ai polsi. Orfani dei gemelli.

Il Centro dilettevole

La tentazione di accostare Italia Viva al Psdi di Nicolazzi era fortissima: sia in omaggio a Fortebraccio, sia perché Teresa Bellanova nei panni di Vincenza Bono Parrino con le sue “borzette” era irresistibile. Poi Matteo Cariglia ha rivelato a Vespa la vera essenza della sua catastrofica creatura: “C’è bisogno di una cosa allegra e divertente”. Accipicchia, ci siamo detti: è la prima volta, a memoria d’uomo, che un politico (si fa per dire) fonda un partito non per realizzare un programma qualsiasi, ma per farsi quattro risate. Poi ci è apparso, come un’illuminazione, il Bertinotti di Corrado Guzzanti. Quello della “sinistra che non deve governare, ma fare scherzi telefonici, rompere i coglioni e divertirsi”. Quello che rimpiangeva i bei tempi di Prodi, che lavoravano tutto il giorno, mentre lui giocava a biliardo e poi “alle 3 del mattino andavamo sotto casa di Veltroni, ci appendevamo al campanello e poi via a correre e ridere per la strada”. Perché “la sinistra è gioco, è divertimento, è fantasia. ‘Alabarda spaziale!’: è questo lo slogan di una sinistra moderna”. Programma semplice: “Suonare ai citofoni citando Lenin e schivando la secchiata d’acqua: ‘Andate a dormire!’, ‘La rivoluzione non dorme mai!’”. E strategia precisa: “Diventare la forza più irresponsabile del Paese, opponendo al voto utile il voto dilettevole”. Ora, con la crisi delle ideologie, la Sinistra sta poco bene ed è affollatissima, fra 5Stelle, Pd e LeU. Ed ecco l’ideona: fondare il Centro del gioco e degli scherzi per rompere i coglioni a Conte & C..

Fino a una settimana fa, Renzi controllava i gruppi parlamentari Pd. Ma si annoiava: vuoi mettere invece una miniditta ad personam? Conta molto meno, perché metà dei renziani non ci entrano. Ma se ne parla molto di più. Anzi tutti dicono che adesso Renzi è il padrone del governo, come se prima non ci fosse e come se i cosiddetti “renziani” lo fossero per convinzione e non per convenienza (altri 4 anni di poltrona e di pensione). Basta scorrere i nomi dei 41 italo-vivi: Bonifazi, sempre e ovunque tesoriere; la Boschi, e-ho-detto-tutto; Migliore, detto Genny ‘a Poltrona; Rosatellum; De Filippo, per non lasciare solo Bonifazi in rappresentanza degli indagati; Ferri, perché il gemello Lotti per ora non viene; una di FI, che giustamente non vede la differenza; e Socialistanencini (si chiama così, una parola sola), che porta in dote il glorioso marchio del Psi (di Craxi, sia chiaro, non certo dei putribondi Turati, Nenni e Pertini). Più che un partito, pare il bar di Guerre Stellari. Quindi basta dare del bugiardo a Renzi: stavolta è stato di parola. Il Centro Dilettevole è appena partito e già fa scompisciare.

Pink Floyd, Beatles e gli Who: ancora oggi il meglio viene dal passato

La grandeur del passato annichilisce la miseria del presente. Le uscite discografiche da qui a fine anno riconfermano che il rock e il pop vintage surclassano gli epigoni del Terzo Millennio. Prendiamo i Beatles: c’è materiale per i filologi nell’edizione celebrativa di Abbey Road (27 settembre, a 50 anni dalla pubblicazione originaria). Box con inediti e demo, e la chance di ricostruire il mood di una band già sciolta, ma ancora in grado di sfornare un capolavoro. Il corollario, il 25 ottobre, sarà What’s my name, il 20mo album di Ringo Starr: il brano chiave sarà Grow old with me, scritto da Lennon poco prima di morire: qui lo reinventano Ringo e McCartney, citando pure Harrison. Una reunion fantasma dei Fab Four, o poco meno.

Questa, ovunque ti giri, è la stagione dei Grandi Vecchi: Iggy Pop ha appena licenziato Free (niente chitarre per l’Iguana), mentre il mese prossimo arriverà, dopo sette anni di silenzio, Colorado per l’immarcescibile Neil Young con i Crazy Horse. A ruota Van Morrison (Three chords and the truth), a novembre Who per Pete Townshend & Co (con tributo agli eroi dell’11 settembre). I Pink Floyd propongono un monumentale cofanetto audio-video, The best of the later years, che documenta il post-Waters: c’è anche il film del concerto di Venezia. Gli esordi di David Bowie sono omaggiati in Conversation Piece (intriga il remix di Space Oddity); riedizioni in vista per i R.E.M. di Monsters, il Prince di 1999, i Cure e i Muse. E ferve l’attesa, proprio oggi, per il secondo album di Liam Gallagher (Why me? Why not) così come per i Blink 182 (Nine).

A inizio ottobre, ecco il nuovo dei The Darkness (Easter is cancelled), e si trepida per il redivivo Ozzy Osbourne. Gli italiani? A parte una tonnellata di scempiaggini dai trap-pisti, arrivano Zero, Nannini, Ferro, Levante, Diodato, Willy Peyote, Lacuna Coil, Branduardi, un Battiato orchestrale (con inedito), ristampe da amatori per Vasco e Dalla. Ma la sorpresa più bella potrebbe regalarla Niccolò Fabi con il suo Tradizione e sentimento.

 

L’Eterna bellezza tra Canova, Romano e Picasso

Mentre il 2019 volge al termine come l’anno di Leonardo con le ultime e irrinunciabili mostre autunnali – quali Leonardo da Vinci e il suo lascito alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, ma soprattutto Leonard al Musée du Louvre in cui si potranno ammirare 120 opere tra disegni, manoscritti, sculture e dipinti (Gioconda in primis) –, iniziano subito le celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio, che cadranno invece nel 2020. A vararle, l’esposizione Raffaello e gli amici di Urbino al Palazzo Ducale di Urbino, che racconta la formazione, le relazioni e gli scambi del grande pittore con i colleghi dell’ambiente artistico urbinate quali Luca Signorelli, Timoteo Viti e Gerolamo Genga. Nella primavera dell’anno venturo, seguiranno le Scuderie del Quirinale e i Musei Vaticani a Roma e la National Gallery di Londra a celebrare l’artista dei cherubini.

Ma sono almeno altri due i grandi maestri del passato che si potranno rimirare nella stagione a venire. A Mantova, un doppio appuntamento con il grande architetto e pittore: Con nuova e stravagante maniera: Giulio Romano a Mantova a Palazzo Ducale in collaborazione con il Louvre (che a quanto pare, se non si parla di Leonardo, è più incline al prestito) che porterà in Italia per la prima volta i grandi quadri dell’eclettico protagonista del Rinascimento e del Manierismo, e Giulio Romano, arte e desiderio a Palazzo Te che raffronta il senso erotico del corpo nella produzione del Cinquecento italiano con il canone classico. A Roma, invece, sarà la volta de l’Eterna Bellezza di Antonio Canova a Palazzo Braschi, in cui si potranno ammirare più di 170 opere (tra sculture del Canova e di artisti a lui coevi), tra cui la celebre Danzatrice in posa, o il busto Genio della morte.

Altri due gli appuntamenti imperdibili nella capitale: con un tuffo nel Novecento, sarà la volta di Bacon, Freud, la Scuola di Londra al Chiostro del Bramante (insieme ai due pittori, Paula Rego, Frank Auerbach, Leon Kossoff); e Impressionisti Segreti al ritrovato Palazzo Bonaparte, da poco restaurato, con Monet, Cézanne, Renoir, Pissarro, che saranno protagonisti anche di altre due mostre in giro per l’Italia: Monet e gli Impressionisti in Normandia a Palazzo Mazzetti di Asti, e Dagli Impressionisti a Picasso a Palazzo Sarcinelli a Conegliano, che ben racconterà il lascito ricevuto dal maestro di Malaga da questi artisti. Il padre del cubismo sarà anche il protagonista principale in Picasso. La sfida della ceramica al MIC di Faenza. E tra i protagonisti di Personae al Museo di Palazzo dei Pio di Carpi, in cui verranno esposte le sue xilografie (incisioni sul legno), insieme a Chagal, Kirchner e Rouault; e all’importante esposizione Da Van Gogh a Picasso: Il Guggenheim a Milano a Palazzo Reale. Sempre a Palazzo Reale, arriverà un’importante mostra su Giorgio de Chirico (dopo aver riscosso grande successo a Genova). Nel capoluogo meneghino, immancabili anche De Pisis, una generosa retrospettiva al Museo del Novecento sul pittore ferrarese Filippo de Pisis, e Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone al Mudec, museo che conferma le sue scelte non convenzionali.

Molto Novecento, sempre imperdibile e apprezzato, nelle altre città italiane: si segnala il tributo con cui il PAN (Palazzo delle Arti Napoli) omaggia l’artista spagnolo attraverso l’esposizione Joan Miró. Il linguaggio dei segni; l’affascinante mostra Botero a Palazzo Pallavicini a Bologna con una cinquantina di opere, alcune mai viste, dell’artista colombiano; Natalia Goncharova a Palazzo Strozzi di Firenze, un percorso espositivo di 130 opere dell’artista più rappresentativa dell’Avanguardia russa, mostra che ha già fatto parlare di sé per esser stata censurata da Instagram per “nudità”.

 

Ritorno con Ferrante al Canale Mussolini

I francesi la chiamano rentrée. Archiviate le letture sotto l’ombrellone si guarda alla slavina di titoli che porta con sé la ripresa autunnale. Dalla riapertura delle scuole alle festività natalizie gli editori si giocano i fatturati e schierano per lo più autori dalla fama consolidata. Tra le centinaia di titoli pronti a elevarsi in pile ordinate nelle librerie tentiamo un parziale censimento limitato alle principali novità di narrativa in uscita da qui a dicembre con qualche incursione nel nuovo anno.

Sul fronte degli stranieri l’infilata dei big desta impressione. Da oltreoceano sono in arrivo: Cercami (Guanda) di André Aciman, atteso seguito del fortunato Chiamami col tuo nome; Bianco (Einaudi) di Bret Easton Ellis, libro ibrido dove lo scomodo romanziere Usa picchia duro contro le ipocrisie del nostro tempo; Volpe 8 (Feltrinelli) di George Saunders, favola dark con una volpe che si esprime con slang da social network. Per restare alle traduzioni dall’inglese ecco, entrambi targati Guanda, due autori amatissimi: l’inglese Nick Hornby alle prese con vizi e virtù del matrimonio in Lo stato dell’unione e l’irlandese Roddy Doyle che si diverte a complicare la vita di un uomo di mezza età nel suo Un anno alla grande. Mondadori e Feltrinelli riportano sugli scaffali due autori feticcio del loro catalogo: rispettivamente l’israeliano David Grossman con le storie di tre donne indimenticabili in La vita gioca con me e la sudamericana Isabel Allende che ripercorre mezzo secolo di storia cilena nel suo Lungo petalo di mare.

Segnaliamo ancora Gli anni, i mesi, i giorni (Nottetempo), best-seller in patria del cinese Yan Lianke, Le mezze verità (Fazi), romanzo firmato dall’autrice della saga dei Cazalet Elizabeth Jane Howard, Odissea americana(Il Saggiatore) di A.G. Lombardo: l’America vista con lo sguardo di Omero.

Tra gli italiani brilla il ritorno di ben cinque autori premio Strega. La nave di Teseo, a cadenza ravvicinata, ci offre le nuove fatiche dei toscani Edoardo Nesi e Sandro Veronesi. Il primo in La mia ombra è tua segue il mistero di uno scrittore solitario di successo. Il secondo segue il suo protagonista in una vita di perdite e dolore in Il colibrì. Einaudi mette in campo Melania Mazzucco che torna al mondo dell’arte con L’architettrice e Domenico Starnone con un nuovo sottile ricamo sull’animo umano in Confidenze. Antonio Pennacchi prosegue instancabile la sua saga dei Peruzzi con Alendelon. Canale Mussolini. Parte terza (Mondadori).

Antonio Moresco pubblica per SEM una monumentale epopea metafisica titolata Canto d’arco e sono attesi forse ai loro testi più importanti Paolo Di Paolo che con il suo Lontano dagli occhi (Feltrinelli) racconta i destini di tre coppie divise tra sogni e speranze nella Roma degli anni Ottanta e Davide Orecchio che esplora tra pubblico e privato la storia d’Italia attraverso la parabola di Andreotti in Il regno dei fossili (Il Saggiatore).

Meritevoli di attenzione narratori di casa nostra stimati da critica e pubblico come Angelo Ferracuti che racconta sentimento e impegno politico in La metà del cielo (Mondadori) e Ermanno Cavazzoni che spreme la sua incontenibile visionarietà in Storie vere e verissime (La nave di Teseo). Due interessanti rivelazioni potrebbero essere Corpi di ballo (Mondadori) di Francesca Marzia Esposito e Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (minimum fax) di Remo Rapino.

Chiudiamo la rassegna tricolore con tre opere già edite che ritornano in libreria con nuovi editori: Il filo di mezzogiorno (La nave di Teseo) di Goliarda Sapienza, Nina dei lupi (Nottetempo) di Alessandro Bertante, Gli interessi in comune (Laterza) di Vanni Santoni.

Infine un appunto su quello che si preannuncia come il vero caso editoriale della stagione. Si ignorano ancora titolo e trama, sempre sul filo del mistero che aleggia attorno all’autrice, ma certamente guarderà tutti dalla vetta delle classifiche il nuovo romanzo di Elena Ferrante in libreria ai primi di novembre per e/o.

Alendelon. Canale Mussolini. Parte terza – Antonio Pennacchi – Editore Mondadori

Quanta “Euphoria” su Sky, ma l’attesa è per “Watchmen” del creatore di “Lost”

Segnatevi questo titolo: Euphoria. Creata da Sam Levinson per Hbo, negli Stati Uniti ha fatto gridare allo scandalo le associazioni dei genitori per le immagini troppo esplicite (30 peni in un’unica scena): scommettiamo che qualcuno protesterà anche in Italia? Proprio i teen drama sono il genere su cui i grandi network si stanno dando battaglia. Ed ecco che Netflix risponde a Hbo con il ritorno di Baby, ma soprattutto con la seconda stagione della britannica The End of the F***ing World, prevista per novembre.

La più attesa in assoluto è Watchmen, firmata dal creatore di Lost David Lindelof e basata sui supereroi dei fumetti DC Comics. Atterrerà su Sky Atlantic il 21 ottobre, in contemporanea con gli Usa. Dal 4 ottobre, sempre su Sky, si chiude con 1994 la trilogia su Tangentopoli: dopo Mani Pulite, è il momento della discesa in campo di Berlusconi. Dagli intrighi di potere italiani a quelli americani. Dal 27 settembre sarà su Netflix The Politician, serie firmata da Ryan Murphy, che tornerà anche con la seconda stagione di Pose.

Amazon Prime Video si è tenuta i titoli più importanti per la fine del 2019. Dopo Undone e Modern Love, tornano i tre titoli di punta: la seconda stagione di Jack Ryan, la quarta de L’Uomo nell’Alto Castello e il terzo capitolo de La Fantastica signora Maisel (cinque nomination agli Emmy).

Capitolo grandi ritorni: sui canali Fox arrivano i nuovi episodi di due delle serie più longeve e seguite, The Walking Dead e Grey’s Anatomy . Torna anche The Crown, su Netflix dal 17 novembre, con Olivia Colman nei panni della regina Elisabetta. E a inizio novembre comincia su Sky Atlantic Caterina la Grande, protagonista Helen Mirren. Se The Witcher, la nuova serie fantasy di Netflix che è stata accostata al Trono di Spade, sarà disponibile entro l’anno, Sky si è tenuta i botti per l’inizio del 2020: prima The New Pope di Sorrentino, poi ZeroZeroZero dal romanzo di Roberto Saviano e His Dark Materials da Philip Pullman. Ma a quel punto il terremoto sarà già arrivato. Sì perché da novembre debutteranno due nuove piattaforme, Apple Tv+ (il titolo più atteso è The Morning Show ) e Disney+ (The Mandalorian). E il panorama non sarà già più lo stesso.