“Terminator” è invecchiato male. Come i cinepanettoni

Stanley Kubrickche si rivolta nella tomba? È possibile, se non probabile. Perché fra i “titoloni” della stagione cinematografica 2019/2020 è previsto il sequel di Shining, Doctor Sleep, uscito dalla penna di Stephen King nel 2013 e ora pronto per il big screen a firma di tal Mike Flanagan. Naturalmente sono solo supposizioni “sulla carta” (e sulla visione del trailer) ma la probabilità che poco o nulla c’entri con “la qualità” del capolavoro horror realizzato nel 1980 dal genio di Kubrick è altissima.

D’altra parte gli elenchi di “lesa maestà” sono corposi volumi firmati da kamikaze ai quali, se non altro, va riconosciuto il coraggio. Se dietro la macchina da presa è appunto il temerario nonché giovane americano Flanagan, davanti, da protagonista, c’è il divo Ewan McGregor per un’uscita fissata nel più orrorifico giorno dell’anno: Halloween. E a fargli compagnia (concorrenza!) nelle sale dal 31 ottobre sarà un altro “oltraggio” al mito: il nuovo Terminator (sottotitolo: Destino oscuro) con l’eterno granitico Arnold Schwarzenegger nei panni di T-800 “un cyborg invecchiato”. Fino a che punto il sesto capitolo del vetusto franchise potrà ancora sorprendere è tutto da dimostrare. Così come ci si chiede in che misura i due pontefici (The Two Popes) che Netflix programmerà dal 20/12 autorialmente firmati dal brasiliano Fernando Meirelles potranno staccarsi dall’immaginario collaudato dai “nostrani” di Sorrentino e Moretti: forse vivere di sacra rendita gioverà alla sovrana piattaforma.

Quanto ai superkolossal sempre d’autore – perché più rischiosi – ecco di prossimo ritorno il megalomane francese Luc Besson con l’eroina Anna e soprattutto il tedesco Roland Emmerich alle prese con il war movie Midway da $100 milioni a rievocare l’omonima battaglia: in entrambi i casi – sperando di essere smentiti – potremmo assistere a tanto fumo e poco arrosto. E gli italiani? La nota è dolente, ma qualche scommessa su certi cinepanettoni funesti (Aldo, Giovanni e Giacomo reiterati..) o certe doppiette (ben due Fausto Brizzi in cartellone…) potremmo farla.

Rau tra i poveri cristi naufraghi

Chi pensa che il teatro sia noioso non ha mai scartabellato i programmi di stagione: quelli, sì, di una noia mortale. Vi si trova La tempesta – ma che tedio il solito classico –; vi si legge Kate Tempest – quanta malizia nell’autrice ultracontemporanea –; vi si scorge Àlex Rigola – e si rammentano i soliti noti, riciclatisi dopo una direzione della Biennale o altra blasonata kermesse. Sulla carta il teatro non promette mai nulla di buono, ma abbiamo comunque setacciato i cartelloni 19/20 alla ricerca di spettacoli da non perdere, o almeno da non deludere troppo.

Nel tempio della prosa italiana, il Piccolo Teatro di Milano, passerà il “meglio dell’annata passata”; sottotitolo, “meglio di niente”: L’abisso di Davide Enia (in tour, tra la sua Palermo e l’Italia), Un nemico del popolo di Massimo Popolizio – il best of 2019 – e i Karamazov della compagnia Mauri Sturno. Tra le novità, Ritorno a Reims del filosofo francese Eribon, diretto da Thomas Ostermeier e interpretato da Sonia Bergamasco: un menù quantomeno pensoso. Seguono i non meno cerebrali Nipote di Wittgenstein firmato da Orsini; Scene da Faust di Tiezzi; l’Amleto di Latella; il Borkman di Sciaccaluga con Lavia; Misericordia di Emma Dante.

Protagonista delle notti romane, tra l’altro in queste settimane, sarà il chiacchierato svizzero Milo Rau, prima con Orestes in Mosul ospite del Romaeuropa Festival, poi con il suo povero Cristo nero in La rivolta della dignità – Resurrezione all’Argentina. Alessandro Serra si cimenterà con Cechov (Il giardino dei ciliegi), mentre Carlo Cecchi con Eduardo (Dolore sotto chiave e Sik-Sik). All’India, invece, Popolizio è atteso alla prova del fuoco con Furore di Steinbeck.

Lo Stabile di Torino riapre il sipario con il direttore Binasco e i Rumori fuori scena di Frayn; oltre ai tanti spettacoli-anniversari – dalla Merini a Coppi a Mistero buffo – dall’estero sono in arrivo il lituano Korsunovas col Tartufo e l’immarcescibile Peter Brook con Why?. Altro straniero – ma ormai in patria – è Lluís Pasqual, che per lo Stabile di Napoli dirigerà La grande magia, seguito da un artista partenopeo doc e dop come Enzo Moscato in Festa al celeste e nubile santuario.

La Toscana rilancia in grandeur con Mary Said What She Said, diretto da Bob Wilson e interpretato da Isabelle Huppert; dopodiché la Pergola fiorentina ospiterà Winston VS Churchill, regia di Paola Rota e col primattore Giuseppe Battiston. All’Ert il padrone di casa Claudio Longhi gioca con La commedia della vanità di Canetti, Latella con La valle dell’Eden (altro Steinbeck) e Giorgina Pi con Wasted di Kate Tempest, il titolo più originale di questa stagione. Altrettanto curioso – visto Visite – è Sulla morte senza esagerare dei Gordi di Riccardo Pippa al Franco Parenti di Milano, mentre all’Elfo Puccini è in programma il carteggio Cechov-Knipper (già allestito da Brook con gli strepitosi Natasha Parry e Michel Piccoli), qui intitolato Amami o sposerò un millepiedi e interpretato da Ferdinando Bruni e Ida Marinelli. Tra i loro spettacoli squisitamente politici, diretti da Elio De Capitani, ci saranno, poi, In piedi nel caos di Véronique Olmi (sulla guerra in Cecenia) e Diplomazia di Cyril Gely, ambientato nella Parigi occupata dai nazisti. Per chiudere, manca Giusto la fine del mondo di Lagarce (già diretto da Ronconi) con Anna Bonaiuto e la regia di Francesco Frangipane, all’Eliseo di Roma.

 

“Tre piani” sopra il cielo: Nanni, Cruise & C. La nuova stagione in sala

Partenza con Joker, il 3 ottobre. No, non la stagione 2019-2020, peraltro avviata alla grande con gli oltre 35 milioni di euro incassati dal Re Leone, ma il meglio che questa possa offrire, almeno sulla carta.

Leone d’Oro a Venezia, il giudizio sull’eterodosso cinefumetto di Todd Phillips non è preventivo: “Visto, si veda”, ché la bravura del pagliaccio revanscista Joaquin Phoenix non si discute, e il film – non un capolavoro – sta a ruota. Il 7 novembre toccherà alla Palma d’oro Parasite del coreano Bon Joon-ho: puntuto e saputo dramma multifamiliare con cottura al sangue, lo accreditano capace di tutto ai 92esimi Oscar, forte del record di spettatori in patria – oltre dieci milioni – e in Francia – un milione e mezzo. Non batte bandiera d’essai, ma ha i crismi del blockbuster raziocinante Star Wars: L’ascesa di Skywalker, sui nostri schermi prenatalizi il 19 dicembre: alla regia J.J. Abrams, l’episodio IX promette Carrie Fisher d’archivio e indecifrabili sorprese.

Una settimana più tardi, l’alternativa tricolore: Pinocchio, che vanta Roberto Benigni per Geppetto e il talento, fantasy e tout court, di Matteo Garrone, auto-chiamatosi alla sfida più dura e fascinosa del nostro – e non solo – cinema, l’adattamento da Carlo Collodi. Il campione nazionale, Checco Zalone, al secolo Luca Medici, arriva il 2 gennaio 2020 con Tolo Tolo. Il titolo non è accattivante come i precedenti, la regia dopo il divorzio da Gennaro Nunziante la cura egli stesso e le aspettative – Quo vado? nel 2016 fece oltre 65 milioni – sono da prescrizione medica, eppure, se c’è uno che può farcela è lui. Ne va, al solito, dell’intero comparto.

Il 16 gennaio (e poi Berlino?) l’atteso Hammamet di Gianni Amelio, con Pierfrancesco Favino a incarnare Bettino Craxi, mentre dopo il benaugurante premio del pubblico a Toronto guarda agli Academy Awards – cerimonia il 9 febbraio – Jojo Rabbit: piazzata il 23 gennaio, la commedia diretta e interpretata da Taika Waititi prende per i fondelli Hitler. D’autrice, una settimana più tardi, la trasposizione dell’alcottiano Piccole donne: Timothée Chalamet, Emma Watson e Meryl Streep davanti, Greta Gerwig (Lady Bird e il prossimo Barbie, scritto col compagno Noah Baumbach) dietro la macchina da presa.

Tra marzo e aprile e comunque prima di Cannes 73 (12-23 maggio, Concorso prenotato), Nanni Moretti finalizzerà in sala il lungamente instagrammato Tre piani, da Eshkol Nevo, che espande – vedremo se solo architettonicamente – La stanza del figlio, con la sodale Margherita Buy e la new entry Riccardo Scamarcio. In location a Matera pochi giorni fa, il 9 aprile sarà la volta del 25° film di James Bond, No Time to Die, con l’abituale Daniel Craig e due novità: Rami Malek per cattivo e Cary Fukunaga alla regia.

Infine, due sequel: il 4 giugno Wonder Woman 1984, con l’accoppiata femminile e femminista Patty Jenkins (regia) & Gal Gadot (protagonista); il 16 luglio Top Gun: Maverick, con Tom Cruise che sfida il cielo. O i giardinetti.

 

“Mio padre era incuriosito pure dalle sue allucinazioni”

Pubblichiamo alcuni estratti del libro “Com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo” scritto da Jacopo Fo e pubblicato da Guanda.

L’atteggiamento che ti porta ad affrontare i momenti tragici continuando a osservarli con curiosità l’ho notato anche quando mio padre stava morendo. Aveva difficoltà a respirare e andammo da uno pneumologo, il professor Poletti dell’ospedale di Forlì. (…) Aveva davanti i risultati degli accertamenti e chiese a mio padre come si sentisse. Mio padre disse: “Faccio un po’ fatica a respirare quando salgo le scale”. Poletti mi lanciò un’occhiata stupita. Come a dire: “Fa le scale?!?” (…)

Sicuramente Dario si rendeva conto di essere alla fine (…) Ma nonostante questa consapevolezza lottò contro l’idea di dover morire facendo finta di niente. (…) Lottava a ogni respiro. Aveva iniziato a fare strani movimenti interni mentre respirava, come un subacqueo che compensasse. (…) Aveva in programma uno spettacolo a Roma, all’Auditorium, per il 16 giugno 2016. Ma non era in grado di andarci e fummo costretti ad annullarlo. Lui se ne rattristò molto, gli pareva una resa. Così si intestardì e il primo agosto non solo era ancora vivo ma riuscì a recitare, di fronte a tremila persone, due ore di Mistero buffo. E finì cantando. Telefonai al professor Poletti: “Dario sta cantando di fronte a tremila persone”. E lui: “Sono sempre stato ateo ma adesso credo ai miracoli!”

In quei giorni mio padre stava finendo di scrivere un libro e di dipingere una sessantina di quadri su Darwin (…). Ci teneva. Di fronte alla morte lo affascinava l’incredibile, improbabile evoluzione delle creature viventi. Riuscimmo a organizzare una mostra a Cesenatico e lui andava lì (…) a raccontare la storia di Darwin ai visitatori. Era entusiasta quando arrivavano gruppi di bambini. A metà settembre decise di tornare a Milano, di lì a poco le sue condizioni peggiorarono e dovette essere ricoverato. (…) Via via che la malattia progrediva i medici avevano aumentato le dosi di cortisone e antidolorifici e questo gli causava allucinazioni. (…) Una notte, in ospedale, passò molto tempo a descrivermi quello che vedeva: sui muri, sugli arredi, sulle persone si formavano disegni astratti in movimento, linee, curve, forme geometriche che costantemente cambiavano consistenza. (…) Le allucinazioni un po’ gli facevano paura, perché aveva perso il controllo delle sensazioni, ma contemporaneamente era affascinato. Pochi giorni prima che morisse telefonai ai suoi amici più cari chiedendo se volevano venire a salutarlo. Quando arrivò Carlo Petrini, gli raccontò delle visioni e insieme decisero che era un peccato perdere quelle immagini e che si doveva dipingerle sui muri e sugli arredi della stanza. (…) Ne parlai con il primario e lui acconsentì. (…) Mio padre stava morendo, non ne voleva parlare, ma c’era una cosa che sapevo bene: non voleva soffrire.

Con mia madre ne avevamo discusso più volte. Mi aveva detto chiaramente che se si fosse trovata a mal partito avrei dovuto occuparmi di portarla in Svizzera (…). Era stanca di vivere, non aveva nessuna malattia mortale, ma era piena di acciacchi, non riusciva più a recitare perché l’emozione le provocava dei collassi. Era ad Alcatraz per un corso di teatro e se ne stava tutta raggomitolata al ristorante. Poi quando iniziavano le lezioni aveva una straordinaria mutazione. Di fronte a decine di ragazze e ragazzi cambiava postura e addirittura il viso ringiovaniva. Era un fenomeno che rasentava il paranormale. Una sera la passammo insieme a parlare. Lei mi fece promettere di nuovo che l’avrei portata in Svizzera. Parlammo a lungo un po’ di tutto, una conversazione che era come un fiume in piena, quelle situazioni in cui senti che hai aperto il cuore. Fu bello.

Finito il corso di teatro, decise di ripartire per Milano. Seppi in seguito che a due care amiche aveva detto, separatamente, che arrivata a Milano sarebbe morta perché non desiderava più vivere. Arrivò martedì. Mercoledì mattina si svegliò, andò in bagno, si lavò, poi si rimise a letto e morì senza un lamento. Con mio padre era diverso, parlare era più difficile. (…) Quando fu ricoverato mi preoccupai di dire ai medici e agli infermieri che, quando la situazione fosse diventata insostenibile, volevo che fosse messo in coma farmacologico. Iniziò un braccio di ferro quotidiano: volevano fargli sempre nuovi accertamenti, temevano forse di essere accusati di non averle provate tutte per curare un premio Nobel. (…)

Ero seduto sul letto a fianco di mio padre quando un medico entrò sbraitando. Fuori c’era uno che voleva vedere Dario. “Questo non è un albergo!”. Uscii dal reparto e trovai Beppe Grillo. Gli avevo telefonato il giorno prima ed era partito da Genova la mattina presto. Lo feci entrare. Si fermò un’ora a parlare di politica, delle difficoltà del Movimento, della sua stanchezza, con mio padre che si toglieva la mascherina per dirgli che non doveva mollare, che bisognava resistere e andare avanti. Fu un bell’incontro, a mio padre fece piacere rivedere Grillo con il quale aveva una grande amicizia. Ma il suo arrivo fu forse importante per indurre i medici a smetterla con i tentativi terapeutici. Forse pensarono che era meglio evitare che Beppe si incatenasse all’ingresso dell’ospedale per difendere il diritto alla buona morte. Quel pomeriggio aumentarono la dose degli antidolorifici e mio padre si addormentò.

Io dormivo sul letto di fianco al suo.

Un negoziatore alla Homeland Security

Nei film, i poliziotti che negoziano con i delinquenti che tengono in ostaggio innocenti malcapitati fanno sempre un figurone: dall’agente Eugene Moretti, alias Charles Durning, di Quel pomeriggio di un giorno da cani, al tenente quasi in pensione Frank Grimes, alias Robert Duval, di John Q. Finora, però, nessun negoziatore di ostaggi era stato elevato a consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: il primo è l’avvocato Robert Charles O’Brien, promosso a quel ruolo dal presidente Donald Trump. Fino a mercoledì, era il negoziatore in capo del Dipartimento di Stato per le prese di ostaggio, pur continuando ad esercitare nello studio Larson. Californiano di nascita, 50 anni, cattolico di formazione – studiò al liceo Cardinal Newman di Santa Rosa – O’Brien si convertì alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, cioè si fece mormome, quando aveva vent’anni. Oggi, è il mormone, oltre che il negoziatore, di rango più elevato nell’Amministrazione federale.

A Washington c’è già chi scommette su quanto durerà O’Brien, in quello che è finora stato il posto più ‘ballerino’ dell’Amministrazione Trump: il primo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn, durò poche settimane, travolto già il 13 febbraio 2017 dal Russiagate, che lo costrinse alle dimissioni e che tuttora lo inguaia con i figlio in diatribe con la giustizia. Poi toccò a un altro generale, H.R.McMaster, che ha resistito 15 mesi, fino al maggio 2018. Quindi a un diplomatico, John ‘dottor Stranamore’ Bolton, che, al confronto, il militare più guerrafondaio è un pacifista: lui ha resistito 18 mesi, mai davvero in sintonia con il suo boss, su Iran, Afghanistan, Corea, Venezuela. Ora ecco l’avvocato, che statisticamente – mancano 16 mesi – ha qualche chances di arrivare a fine mandato, cioè alla fine del primo mandato del magnate presidente. Non s’erano mai viste tante rotazioni in quel posto. Su twitter, Trump scrive: “Ho lavorato a lungo e duramente con Robert. Farà un grande lavoro!”. È sempre così: quando li sceglie, sono degli assi; quando li caccia, lo hanno deluso. Con O’Brien, Trump ha gestito la liberazione in Turchia del reverendo evangelico Andrew Brunson (non proprio un ostaggio, ma un ospite delle galere di Erdogan), di un ingegnere petrolifero rapito nello Yemen, di americani arrestati in Corea del Nord. O’Brien condivide con il presidente l’approccio reaganiano: “La pace attraverso la forza”; questo ne fa “un mezzo falco” e potrebbe aiutarlo a restare in sella. L’inizio non è facile, per l’avvocato negoziatore: la gamma di opzioni allo studio del Dipartimento di Stato nei confronti dell’Iran, dopo gli attacchi di una settimana fa alle installazioni petrolifere saudite, va dalla ritorsione militare (che il presidente vuole evitare, perché l’azione non ha ucciso né coinvolto cittadini americani) all’incontro tra Trump e il presidente iraniano Hassan Rohani, che sarà a New York la prossima settimana per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. O’Brien, che di esperienza di gestione ne ha pochina, deve fornire il suo parere. La mancanza d’esperienza è certo un handicap nel valutare le vicende, ma non lo è nel rapporto con Trump, che, più che consigli, cerca conferme alle sue opinioni.

Stadi aperti alle donne, l’Iran fa il doppio gioco

Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, è stato accontentato solo parzialmente dalle autorità iraniane a cui aveva chiesto di consentire alle donne di entrare negli stadi di calcio a partire da ottobre. L’Iran – unico Paese al mondo a impedire alla popolazione femminile di assistere alle partite di calcio dagli spalti – ha risposto all’ultimatum del presidente dell’organismo mondiale di calcio con molta enfasi, ma dietro le belle parole si nasconde l’ennesima finta apertura messa a punto dal regime degli ayatollah.

Il ministro dello Sport di Teheran, Masoud Soltanifar, subito dopo la nota ufficiale di Infantino, che invitava la Federcalcio iraniana a dare seguito ai “ripetuti appelli” contro una situazione definita “inaccettabile” ha detto: “È stato preparato tutto il necessario affinché le donne, inizialmente solo per le partite internazionali, possano entrare negli stadi di calcio”.

Significa che, per esempio, le donne non potranno assistere nello stadio di Teheran al derby che si terrà domenica tra Esteghlal-Persepolis e dovranno, ancora una volta, subire questa discriminazione e ricorrere come sempre alla tv. Il divieto dura da quarant’anni cioè dalla rivoluzione islamica che ha portato Khomeini e tutto il clero al potere. Mentre alle straniere era stato già permesso di entrare negli stadi, dal prossimo mese per le iraniane il bando sarà in parte sollevato, fermo restando che anche durante le partite internazionali non potranno sedersi accanto agli uomini. Per loro verrà disposta una zona chiusa e sorvegliata capillarmente dalla polizia. L’Iran è stato di fatto costretto ad accettare le richieste della Fifa per non venire escluso dai mondiali di calcio, un business a cui la teocrazia islamica non può rinunciare anche a causa della gravissima crisi economica in cui si trova in seguito alla reimposizione delle sanzioni ordinate dalla Casa Bianca. La seconda ragione di questa apertura farsesca degli ayatollah alla Fifa è il timore che un’eventuale esclusione dalla Coppa del mondo generi un’ulteriore frustrazione negli iraniani, già strangolati dall’inflazione e dall’altissimo tasso di disoccupazione. La maggior parte degli 80 milioni di iraniani è costituita da giovani sotto i trent’anni che nutrono una grande passione per il calcio e attendono con impazienza di vedere la prima partita in casa per le qualificazioni, in programma il prossimo 10 ottobre.

Che la questione sia importante e delicata è dimostrato anche dalle furibonde reazioni via social alla notizia della morte, avvenuta il 9 settembre di Sahar Khodayari, 29 anni, attivista del movimento contro la discriminazione delle donne che si era data fuoco per protestare contro il proprio arresto dopo aver partecipato a una partita camuffata da uomo. Soprannominata Blue Girl, ragazza in blu, per i colori della sua squadra preferita Esteghlal, è morta in ospedale dopo la sua auto-immolazione fuori da un tribunale; temeva di essere incarcerata per sei mesi.

Sono anni che le donne provano a entrare allo stadio nascondendosi dentro abiti di taglio maschile. Durante l’amichevole iraniana contro la Siria disputata lo scorso giugno, un gruppo di attiviste è riuscito a entrare nello stadio di Azadi ma è stato subito circondato dalla polizia e trasferito in carcere. A dimostrazione della mancanza di volontà del regime iraniano di cedere alle richieste della società civile e a riprova dello spirito razzista che anima le scelte degli ayatollah, ieri è arrivata la sospensione della squadra di judo iraniana. La federazione internazionale di questa arte marziale ha deciso di procedere dopo che le autorità iraniane hanno imposto al proprio atleta di non gareggiare con il rivale israeliano.

Trudeau faceva il verso ai neri: colpi bassi in vista del voto

Per la terza volta in pochi giorni il primo ministro Justin Trudeau è accusato di aver adottato la blackface, la faccia dipinta di nero a imitare le fattezze delle persone di colore. L’opinione pubblica è molto sensibile sull’argomento: i bianchi che impersonavano i personaggi di colore (con la blackface, appunto), li ritraevano come selvaggi, con movenze e versi scimmieschi. Ieri è comparso un video degli anni 90 in cui Trudeau, all’epoca ventenne, è completamente truccato di nero. Erano emerse altre sue due foto con la blackface: la prima del 2001, scattata durante una festa privata, e la seconda risalente a una gara del liceo, in cui si esibiva in Banana Boat Song, canto popolare giamaicano. Foto per le quali Trudeau si è subito scusato, riconoscendone il contenuto “razzista”. Un ulteriore motivo di imbarazzo per il premier nel pieno della campagna elettorale, in vista del voto del 21 ottobre. Avanzano i suoi avversari più quotati, Andrew Scheer, del Partito conservatore e Jagmeet Singh del Nuovo partito democratico. Nei mesi scorsi si è discusso degli scandali riguardanti una sua vacanza del 2016 alle Bahamas, ospite sull’isola degli Aga Kahn, in violazione del Conflict of Interest Act, che vieta ai funzionari canadesi di accettare qualsiasi dono, e le presunte pressioni sulla magistratura per fermare il procedimento penale contro Snc-Lavalin, colosso ingegneristico canadese accusato di frode e corruzione in Libia. Trudeau avrebbe chiesto di chiudere un occhio e comminare una semplice sanzione pecuniaria. Un periodo “nero” per il premier liberale: gli esperti prevedono un calo alle urne del 5%.

Crisi delle campagne. Pazza idea di Macron: il bistrot ti salva la vita

Riaprire i bistrot per riportare la vita nelle campagne francesi diventate “deserti”. È il progetto del gruppo SOS, appoggiato dal governo francese, per sostenere la creazione di mille caffè nei 26 mila comuni rurali con meno di 3.500 abitanti sparsi in tutto il paese. Il 53% dei quali, secondo l’associazione, non ha neanche più un negozietto di quartiere. La chiamano “desertificazione delle campagne”: paesini, borghi, piccoli centri si svuotano sempre di più, chiudono le scuole e gli ospedali, bisogna prendere l’auto per andare un ritirare un pacco all’ufficio postale, per fare un acquisto e persino per bere un caffè.

La crisi dei Gilet gialli – che hanno minacciato una nuova manifestazione domani e un anniversario di mobilitazione per celebrare un anno di proteste – scoppiata nel novembre 2018 per protestare contro l’aumento del prezzo dei carburanti, ha soprattutto portato a galla la crisi delle campagne.

Una frattura sociale con le città, dove invece si concentrano tutti i servizi, che sembra incolmabile. Il progetto di SOS, un gruppo associativo di economia sociale e solidale, che prevede un investimento di 150 a 200 milioni di euro, è dunque una risposta diretta alle proteste dei Gilet gialli. Tutti i piccoli comuni possono candidarsi (entro fine 2021), a una sola condizione: non avere il bistrot o avere un bistrot a rischio chiusura. Sindaci e abitanti sceglieranno dove aprire il nuovo locale e che nome dargli. Per il resto sarà l’associazione a farsi carico di tutto: ristrutturare e rimettere a norma i locali, formare i futuri gestori del caffè e coprire le spese degli stipendi (al minimo salariale). “Per ridurre la frattura sociale bisogna intervenire concretamente nelle campagne e se riuscissimo a creare dei luoghi di socialità per il 31% dei francesi che vive in queste regioni, non avremmo perso il nostro tempo”, ha detto Jean-Marc Borello, presidente del gruppo SOS, uomo d’affari, nonché marcheur vicino a Emmanuel Macron. Riaprire dei caffè nelle campagne vuole dire anche rilanciare uno dei simboli della Francia che oggi, e da alcuni anni, è letteralmente in via di estinzione: il bistrot, appunto. Un luogo di vita caro ai francesi, dove raramente il caffè si beve di fretta al bancone, ma dove ci si ferma a leggere il giornale, a fare due chiacchiere, a raccontarsi le novità.

Uno degli ultimi luoghi insomma dove, direbbero i sociologici, si può ancora creare il legame sociale. Secondo le ultime statistiche Insee del 2016, dei 600 mila bistrot che contava la Francia negli anni 60 ne restano ormai meno di 35 mila. In certe regioni del centro e dell’est del paese, un abitante su tre dichiara di non avere più il bar sotto casa.

Gli addetti ai lavori chiamano in causa altri motivi per spiegare la crisi: le regolamentazioni più rigide in materia di alcool, il divieto di fumare nei luoghi pubblici e i costi elevati legati alla messa a norma dei locali. La crisi dei bistrot del resto riguarda anche le città, dove il locale tradizionale soffre per la concorrenza delle catene alla Starbuck’s. Ma è nelle campagne che la crisi si fa sentire di più, soprattutto se a mettere le chiavi alla porta è l’ultimo bistrot del paese.

Il progetto “1000 caffè” sarà sostenuto oggi dal premier Edouard Philippe davanti al congresso nazionale dell’Associazione dei sindaci delle zone rurali di Francia, a Eppe-Sauvage, nel nord della Francia. Il premier presenterà “un piano d’azione in favore delle zone rurali” in 200 misure emerse da un rapporto consegnato di recente al governo e chiesto sulla scia del “grande dibattito” voluto da Emmanuel Macron in risposta alla crisi dei Gilet gialli.

Duecento misure che spaziano dalla creazione di un fondo nazionale per la coesione dei territori, alla sperimentazione del 5G, alla creazione di un pass cultura per i giovani. Il presidente l’ha chiamata “agenda rurale”.

La creazione dei 1000 caffè rientra dunque in questa agenda. Ma per sopravvivere alla nuova sfida il tradizionale bistrot sarà probabilmente destinato a reinvertarsi.

Nei paesini spesso i caffè già vedono anche francobolli e sigarette. Ma neanche questo basta più. I nuovi bistrot di paese potrebbero diventare allora dei luoghi tutto fare, dove si concentrano tutti quei servizi che il comune non può più offrire. Allora si potrebbe andare a bere un caffè, ma anche a ritirare un pacco, ad acquistare dei prodotti della gastronomia e dell’artigianato locale, a recuperare la baguette calda per la cena e tutto nello stesso posto. E se oltre a poter leggere il giornale ci fosse anche uno spazio di co-working, con computer e wi-fi gratuito, si potrebbe colmare anche quella che chiamano la “frattura digitale”.

Torri Eur: “450 mila euro all’ex assessore di Ignazio Marino”

Incarichi professionali da 450 mila euro in tre anni. Secondo la Procura di Roma è questa la contropartita che Giovanni Caudo, ex assessore capitolino all’Urbanistica con Ignazio Marino sindaco e attuale presidente del III Municipio, avrebbe accettato di ricevere per dare il via libera al progetto di riqualificazione delle Torri dell’Eur, conosciute in città come “Beirut”. La promessa corruttiva, per i pm, sarebbe arrivata dall’ex responsabile di Cdp, Giovanni Maria Paviera – anche lui indagato – e gli incarichi sarebbero stati destinati, attraverso l’università “La Sapienza”, a colleghi del prof. Caudo che l’allora assessore aveva fatto partecipare alla verifica della congruità del progetto di riqualificazione presentato da Telecom Italia, società che avrebbe voluto realizzare all’Eur la propria sede. Fra i 12 indagati a cui la Procura ha notificato il decreto di conclusione indagini, c’è anche Domenico Bonifaci, costruttore ed ex editore del quotidiano Il Tempo, accusato di aver elargito favori ad alcuni funzionari e dirigenti comunali con l’obiettivo di favorire il progetto di riqualificazione dell’edificio di pregio Palazzo Raggi.

Dimissioni Criscuoli Esposto in Procura: “È stato minacciato”

Potrebbero avere una coda giudiziaria le dimissioni dal Csm di Paolo Criscuoli perché sottoposto ad azione disciplinare in relazione alla vicenda Palamara, su cui sta indagando la Procura di Perugia (Criscuoli non è indagato). Il magistrato ha fatto intendere in una lettera inviata ai colleghi dell’Anm di essere stato costretto: ”Alcuni consiglieri – scrive – avevano rappresentato all’Ufficio di Presidenza l’intenzione di abbandonare i lavori del plenum, facendo mancare il numero legale se avessi ripreso la mia attività”. Criscuoli si era infatti precedentemente autosospeso. Alcuni colleghi che hanno ricevuto la lettera hanno pensato di inviare un esposto alla Procura di Roma per i reati che i pm della Capitale ritengano di ravvisare. Già in un comunicato interno di solidarietà a Criscuoli firmato da Mi, corrente a cui appartiene Criscuoli, circolato ieri nelle mailing list si parla di una serie di violazioni del regolamento interno, legate alla vicenda delle dimissioni dell’ex componente togato. I firmatari, non appartenenti ad alcuna corrente, hanno messo nero su bianco, ritenendo possano configurarsi i reati di violenza privata, abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio.