Torino, la sede vacante nello scacchiere Capitale

Unanimità per ricominciare da capo la pratica dello scandalo, quella sul procuratore di Roma, spaccatura per la nomina del procuratore di Torino. Ieri, in Quinta commissione del Csm c’è stata l’esclusione di chi era negli ultimi mesi il favorito, Paolo Borgna. È il reggente della Procura da quando Armando Spataro è andato in pensione, molto apprezzato dai pm del suo ufficio, che speravano nella sua nomina. Invece, la maggioranza dei voti è andata a Salvatore Vitello, capo della discussa procura di Siena per la gestione dell’inchiesta su Monte Paschi e sulla morte di David Rossi, il capo della comunicazione dell’istituto bancario.

La famiglia è convinta che non si sia trattato affatto di suicidio come stabilito dai magistrati e ha parlato di “incongruenze” e “lacune”, tanto che vuole la riapertura dell’inchiesta. Per Vitello, prima di Mi e da qualche anno di Unicost, hanno votato i togati Loredana Miccichè, di Mi e Marco Mancinetti, di Unicost. Per Vitello pure i due laici: Fulvio Gigliotti, in quota M5S ed Emanuele Basile, in quota Lega. Il presidente Mario Suriano, Area e Piercamillo Davigo, Autonomia e Indipendenza hanno votato per Anna Maria Loreto, già procuratore aggiunto a Torino, come Borgna e coordinatrice dell’antimafia. Anche Loreto è un magistrato che gode di stima trasversale alla Procura torinese ed era in piena sintonia con Marcello Maddalena, ex procuratore ed ex procuratore generale di Torino, tra i fondatori di AeI con Davigo e Sebastiano Ardita, anche lui al Csm.

Il voto di Area e AeI insieme viene letto come un segnale di un’alleanza su nomine roventi: quella del Procuratore di Roma e quella del Procuratore generale della Cassazione. Tra Torino e Roma scorrono le indiscrezioni su questa doppietta: Area avrebbe votato la Loreto, vicina ad AeI perché la corrente di Davigo sarebbe favorevole a votare come procuratore di Roma l’attuale reggente Michele Prestipino, non uomo di corrente ma che piace ad Area e soprattutto a pm di Roma, anche della corrente di sinistra. C’è chi dentro al Csm questo voto di Area ed AeI insieme lo vede pure legato al via libera che Davigo ha dato per Giovanni Salvi a procuratore generale della Cassazione, al posto del dimissionario Riccardo Fuzio, indagato a Perugia per rivelazione di segreto al pm sospeso Luca Palamara.

Salvi, attuale Pg di Roma, è in pole position per quel ruolo cruciale per la magistratura: il Pg della Suprema Corte è il titolare dell’azione disciplinare insieme al ministro della Giustizia. Appartiene ad Area (ala Magistratura Democratica) ma è stimato, da sempre, da molti colleghi di correnti diverse. Il voto in Quinta su Torino, però, mette sulla carta in minoranza Area e AeI, essendo Vitello il candidato più votato. Ma poiché, come sempre, è il plenum che decide, la Loreto potrebbe farcela per il cambio di maggioranza in Consiglio, dopo le dimissioni dei togati finiti nelle intercettazioni. Attualmente (a ottobre ci potrebbe essere un’altra composizione ancora, post elezioni suppletive di due togati ) Area e AeI sono diventate la maggioranza con 4 consiglieri a testa. Se i laici si dividono, Vitello potrebbe finire in minoranza, a favore di Loreto.

“Dell’Utri tradì Contorno: disse ai Graviano dov’era”

Il fallito attentato al pentito Totuccio Contorno? “I Graviano dissero a mio padre che fu Dell’Utri, attraverso i servizi segreti deviati, a fargli sapere dove si trovava”. Berlusconi? “Mangano dal carcere gli scriveva telegrammi che l’amministrazione penitenziaria però non faceva partire, tutta Cosa Nostra siciliana doveva votare per Forza Italia: alla notizia della vittoria ci fu un applauso nel carcere di Bicocca’’.

Nell’appello della Trattativa Stato-mafia irrompono le dichiarazioni del pentito catanese Francesco Squillaci, che si è autoaccusato di 14 delitti senza mai essere stato chiamato in causa, tra cui quello dell’ispettore di polizia, Giuseppe Lizzio, ucciso nel 1992 su ordine di Nitto Santapaola – ha detto il pentito – “per metterlo alla prova”: “Don Nitto non era d’accordo con Riina sulle stragi – ha aggiunto, interrogato dai pg Giuseppe Fici e Sergio Barbiera davanti alla Corte d’Assise di appello presieduta da Angelo Pellino – E non si presentò a una riunione: se ci fosse andato, non ne sarebbe uscito vivo”. Le sue parole, come quelle di Gaspare Spatuzza, arrivano oltre il limite dei 180 giorni previsto dalla legge, che in aula il collaboratore ha spiegato così: “Lo sto facendo adesso perché ho riflettuto sulle cose che mi disse mio padre, sul 41-bis e altre cose importanti. E io ho pensato a questa come ad altre circostanze”.

Tra queste anche le norme pro-mafia varate, secondo la sentenza di primo grado, dal governo Berlusconi, che il pentito ha così descritto: “Nell’estate del ’94 fu emanato un decreto legge svuotacarceri (il decreto Biondi, ndr) però prontamente bloccato dal ministro dell’Interno di allora, Roberto Maroni. Per noi quel decreto fu un segnale – ha aggiunto –. Ci si rese conto che forse era presto, ma poi ci furono anche altri segnali come la legge sui pentiti”. E quando il difensore del generale Mori, Basilio Milio, gli ha obiettato che quelle norme furono introdotte dal governo Prodi, Squillaci ha replicato: “Ci sono stati governi che si sono scambiati il volto politico. Io non so chi ha approvato, se quello Prodi o Amato ma ci fu l’appoggio di Silvio Berlusconi e fu lui a chiedere un intervento sui 180 giorni per evitare la produzione a rate”. Aggiungendo: “Berlusconi era per noi quello che avrebbe potuto aggiustare la giustizia in Italia, facevamo il tifo per lui come allo stadio, tutti erano favorevoli a far salire Berlusconi, tutt’oggi c’è ancora gente letteralmente innamorata di lui, di Silvio Berlusconi”.

E quando gli avvocati gli hanno chiesto il contenuto dei telegrammi di Mangano a Berlusconi, Squillaci ha risposto: “Mio padre aiutava Mangano a scriverli perché lui ci vedeva poco. Diceva che stava male; che lo stavano facendo morire; che il 41-bis era durissimo e chiedeva aiuto per andare via da Pianosa; di mandare qualcuno per fare un’ispezione. Questi erano i temi”.

Il pentito ha parlato anche del tentativo di “dissociazione” citando Pietro Aglieri, fedelissimo di Bernardo Provenzano: “Aglieri disse a mio padre che aveva avuto dei colloqui con qualcuno della Dda per far cessare e ammorbidire il 41-bis facendo una dissociazione di massa da Cosa Nostra. Mio padre acconsentì ma Aldo Ercolano non digerì molto la cosa tanto che finì lì. Seppi che c’era una linea moderata, accolta da zu Binnu Provenzano, Pietro Aglieri era d’accordo, e pure Pippo Calò e Piddu Madonia. Quelli che erano vicini a Riina invece erano in disaccordo”. Si riprende la prossima settimana con le deposizioni dei direttori delle carceri di Tolmezzo e Milano.

Il Csm resta azzoppato. Ma riapre la partita della Procura di Roma

Per la nomina del procuratore di Roma, nel Csm uscito a pezzi dal caso Palamara, si è deciso di cancellare il voto del 23 maggio in Quinta commissione e di far ripartire la pratica da zero – o quasi – visto che i candidati rimangono gli stessi. Il procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, di Magistratura Indipendente (conservatori) aveva ottenuto la maggioranza. Fu votato dai togati Lepre (Mi) e Davigo (AeI), dai laici Gigliotti, (M5s) e Basile (Lega). Franco Lo Voi, procuratore di Palermo, di MI come Viola, ma scaricato dalla sua corrente, fu votato da Suriano, il togato di Area (sinistra). L’allora presidente della Quinta, Morlini di Unicost (centristi) votò un candidato della sua corrente, Giuseppe Creazzo, procuratore di Firenze. Ora quel voto è come se non ci fosse mai stato. Si riparte come se fosse un gioco dell’oca.

Da quel 23 maggio sono passati quasi 4 mesi ma per la storia del Csm è come se fossero passati anni. Cinque consiglieri togati (tre di MI e due di Unicost) sono stati costretti a dimettersi e sono sotto procedimento disciplinare, la credibilità del Consiglio e della magistratura è scesa vertiginosamente. Tutta “colpa” di quanto registrato, prima del voto, dal trojan iniettato nel cellulare di Luca Palamara, pm sospeso e indagato per corruzione a Perugia: manovre per scegliere il successore di Pignatone a Roma. E non solo.

La settimana prossima la Quinta dovrebbe decidere di fare le audizioni di tutti i candidati (13), audizioni che a maggioranza furono respinte a maggio, quando furono chieste dal vicepresidente David Ermini, che si presentò alla seduta anche a nome del capo dello Stato. A pagare le conseguenze dell’azzeramento, chi era stato votato in Commissione e che, fino a prova contraria dell’inchiesta di Perugia, si è ritrovato oggetto di intrallazzi tra togati e politici a sua insaputa.

Chi si avvantaggerà tra i candidati post scandalo nomine? Al momento il nome che circola con più insistenza, soprattutto in piazzale Clodio, sede della Procura, è quello di Michele Prestipino, procuratore aggiunto, coordinatore della Dda della Capitale, braccio destro di Pignatone prima a Reggio Calabria e poi a Roma. Il sodalizio professionale tra i due nasce alla Procura di Palermo. Prestipino, da quando Pignatone è andato in pensione il 9 maggio, è il reggente della Procura e alcuni pm, anche di peso nel mondo dell’associazionismo, hanno detto che “la sua gestione va bene, la nomina a Procuratore sarebbe una buona scelta”. Mai citato nelle intercettazioni che hanno squassato il Csm, Prestipino piace ad Area e – a quanto risulta – anche Autonomia e Indipendenza di Davigo lo voterebbe. Il segnale di questa intesa alcuni lo decifrano nel voto di ieri in Quinta sul procuratore di Torino (articolo qui sotto). Le due correnti sono diventate quelle maggioritarie in Consiglio dopo che MI e Unicost sono state decimate. Area e AeI hanno quattro consiglieri a testa, MI da 5 è passata a 2 e Unicost da 5 a 3. Fuori da Palazzo dei Marescialli c’è il nuovo governo M5S-Pd e la neo Italia Viva di Renzi che ha con sé uno dei protagonisti del caso Palamara, Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, leader ombra di MI. Mentre un altro protagonista, Luca Lotti, è rimasto nel Pd.

Oltre a Prestipino, prende quota anche Giuseppe Creazzo, di Unicost, corrente compromessa dallo scandalo, ma magistrato uscito benissimo dalle intercettazioni e considerato – dicono alcuni togati – “non divisivo”. Ma quando c’è di mezzo Roma la quadratura si fa alla fine, dopo trattative estenuanti.

Il Consiglio ha rischiato lo scioglimento dopo la scoperta di un incontro notturno, a maggio, in un albergo di Roma, tra Palamara, allora ancora l’uomo forte di Unicost, 5 consiglieri del Csm togati: Lepre, Cartoni, Criscuoli di MI; Morlini e Spina di Unicost, Ferri e Lotti, pure imputato nella Capitale. La sintesi di quell’incontro sinistro la fece Lotti: “Si vira su Viola, sì ragazzi”. Ferri, Palamara e Lotti avevano illustrato i loro desiderata ai togati presenti. Creazzo, invece, a Roma non doveva andarci e neppure restare a Firenze. Colpevole di dirigere la Procura che ha messo sotto inchiesta i genitori di Renzi, Lotti si raccomandò di levarlo da lì. Brutale l’allora capogruppo di Unicost al Csm, Spina: quindi “noi te lo dobbiamo togliere dai coglioni il prima possibile…”.

All’unanimità, ieri, la Quinta ha votato, come detto, l’azzeramento del voto di maggio. Tecnicamente possibile, tengono a far notare più componenti della Commissione, perché non essendoci le motivazioni delle tre proposte, in sostanza, la delibera di quella votazione non è mai stata “effettiva” per poter arrivare al plenum. E in Commissione, dopo il putiferio, non ci hanno pensato lontanamente a scrivere le motivazioni. Inoltre, causa dimissioni, la composizione della Quinta, ora presieduta da Mario Suriano, è cambiata in parte, quindi l’azzeramento, ci dicono, “è stato quanto mai opportuno”.

“Dimenticanze” e il mistero umanissimo del cervello

Non si vede un solo medico per tutta la durata di Dimenticanze, non una barella, un camice, un ferro dei quali pure pullula la Tv. Eppure il documentario introdotto da Michela Marzano, trasmesso ieri su Rai2 in occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, racconta come la vita cambi davanti a questa progressiva ma inarrestabile demenza degenerativa. La cosa più sconosciuta, più sconosciuta dell’universo stesso, è il cervello umano; infatti, scrive Olivier Sacks, la malattia è la condizione umana per eccellenza. Per quanto le neuroscienze e le nanotecnologie abbiano compiuto progressi innegabili, seguendo le storie proposte da Dimenticanze – l’abbandono dei malati del proprio inutile ego; lo choc, il rifiuto, l’accettazione e infine la dedizione di chi è loro vicino – si comprende come l’unica cura davvero efficace si generi dalle relazioni affettive, altro insondabile mistero energetico. Non esistono persone sole che non siano anche egoiste, forse non si può guarire, ma non si può nemmeno salvarsi da soli. Tutto si rimescola e si riscrive; i figli diventano genitori, i coniugi si fanno figli, se non nipoti. E quando le parole annaspano, a fronteggiare da sola l’Alzheimer resta la musica, mistero dentro il mistero. Il canto, la danza e soprattutto l’ascolto. “Qualche volta credo che in futuro Maria possa non riconoscermi” racconta il suo compagno, “ma questo mi importa poco. Adesso sono concentrato su come aiutarla: questo, dentro di me, è il senso dell’amore”.

Oltre alle buone maniere, Conte deve tenere il punto

Secondo il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, “l’arte di governare richiede più carattere che intelligenza”. Noi, pur convinti che l’intelligenza non guasti mai, la pensiamo esattamente come lui. Per questo crediamo che, se vorrà restare a lungo al suo posto, nelle prossime settimane, il premier Giuseppe Conte dovrà tirare fuori gli attributi.

La situazione economica italiana ed europea non è buona. Di soldi veri per ridurre in maniera sensibile le tasse non ce ne sono. Tagliare il cuneo fiscale, ma solo per i redditi più bassi e a poco a poco, nel giro di tre anni, non servirà per mettersi al riparo dagli strali del centrodestra, degli imprenditori, soprattutto dei tanti lavoratori dipendenti del ceto medio esclusi dal taglio che però le imposte (troppe) le pagano fino all’ultimo euro. L’aumento degli sbarchi di migranti di questi giorni, se proseguirà a un ritmo simile, diventerà presto benzina sul fuoco della propaganda di Matteo Salvini.

Cosa fare allora per evitare che un governo nato impopolare lo diventi sempre di più? Noi pensiamo che vi sia una strada sola. Quella di approvare in fretta e bene tre o quattro leggi che diano ai cittadini il senso di una svolta: le manette per i grandi evasori, la riforma della giustizia confermando per il primo gennaio l’entrata in vigore dell’abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio; il taglio dei parlamentari entro ottobre e un salario minimo orario sul modello di quello in vigore in Germania. Certo, sappiamo bene che si tratta di norme tutte targate 5Stelle. Ma è un fatto e non un’opinione che nel vago patto di governo votato dai giallorossi, di altre leggi bandiera in grado di far percepire agli elettori un qualche cambiamento, non ve ne sono. Perché il Partito democratico, in questi anni, non ha saputo elaborare nessuna proposta che dia l’idea immediata di un cambio di passo rispetto a quello che accadeva in Italia in passato.

Oltretutto lo scandaloso voto di mercoledì 18 settembre con il quale la Camera ha respinto non solo gli arresti di un deputato forzista accusato di finanziamento illecito, ma anche l’utilizzo delle sue intercettazioni ambientali captate grazie ai telefonini, dimostra che il Pd (e il nuovo partito di Renzi) hanno capito poco dei sentimenti dell’elettorato. Ma è proprio qui che deve emergere, se c’è, il carattere di Giuseppe Conte. La riforma della giustizia va approvata entro la fine dell’anno. È ovvio che le resistenze di Nicola Zingaretti (meno) e Matteo Renzi (di più) saranno molte. In tanti in questi giorni scrivono anzi che la nuova formazione dell’ex rottamatore darà filo da torcere proprio su questo tema arrivando persino a ricattare il governo. Può essere.

Noi, invece, pensiamo che Renzi sia semplicemente una tigre di cartone. Se l’esecutivo salta e si va a elezioni, chi ha da perdere di più è lui. Perché se la Lega vince non avrà voce in capitolo nella scelta del presidente della Repubblica nel 2022, non avrà più ministri, non avrà peso nelle nomine dei manager delle partecipate della prossima primavera. E vivrà con il timore di non riuscire alla fine a raggiungere la soglia di sbarramento del 3 per cento prevista dal Rosatellum. Per questo, nelle prossime settimane, Conte accanto alle buone maniere e alla disponibilità al dialogo dovrà dimostrare di essere in grado di mantenere il punto. Senza temere di utilizzare anche il voto di fiducia. Perché questo governo serve se cambia qualcosa. Se tutto resta uguale, meglio che vada a casa.

Han dimenticato cosa ha dovuto subire Falcone

Al doc Our Godfather – La vera storia di Tommaso Buscetta, trasmesso su La7, è seguito un dibattito decisamente più interessante. Nel quale però è mancato qualcosa. Va bene teorizzare (lo ha fatto il procuratore Pignatone) che certi ritardi dell’antimafia sono dovuti al terrorismo che per lunghi anni ha concentrato su di sé ogni attenzione; ma a parte che il terrorismo si esaurisce nei primi anni Ottanta, non si può dimenticare un dato fondamentale: vale a dire che l’antimafia palermitana poteva contare su di un fuoriclasse assoluto come Falcone, che invece di essere sostenuto è stato delegittimato e alla fine cacciato.

Prima lo si è attaccato prendendosela coi pentiti (Buscetta in testa), definiti “avanzi di cosca”, “arnesi processuali di epoche lontane e oscure”, che avrebbero meritato “un uso più intelligente”. Poi è toccato ai processi del pool, definiti “messinscene dimostrative, destinate a polverizzarsi sotto i colpi di quel po’ che è rimasto dello Stato di diritto”; “montature” allestite dai “registi del grande spettacolo della lotta alla mafia”. Obiettivo ultimo il maxi-processo: “Un contenitore abnorme”, “ spacciato come giuridico” ma utilizzato ad altri fini “dai giudici capitanati da Falcone”. Costretto per parte sua a denunziare le “infami calunnie” e la “campagna denigratoria di inaudita bassezza” che lo sfregiavano.

Un brodo di coltura ideale per la nomina da parte del Csm del successore di Caponnetto a capo dell’Ufficio istruzione che esprimeva il pool. Tant’è che Falcone, il più bravo nell’antimafia, viene scavalcato da un magistrato che di mafia non ne sa niente, ma può vantare un titolo che fa tremare i mafiosi di paura: quello di essere un signore molto avanti negli anni. Contro la competenza vince la gerontocrazia. La scelta assume quindi un chiaro significato politico: lo Stato, anziché proseguire sulla strada del pool di Falcone che stava portando alla sconfitta della mafia, decide di arrestarsi. Di fare un gigantesco passo indietro.

Ma le traversie di Giovanni Falcone non finiscono qui. Si apre una torbida stagione di “corvi” e veleni . Falcone viene accusato di aver protetto il “killer di Stato” Salvatore Contorno nel- l’ambito di un piano per “stanare” Riina. Calunnie che coincidono con un attentato esplosivo, fallito per puro caso sugli scogli di una villetta all’Addaura. Mentre certi squallidi soggetti fanno girare la voce che Falcone l’attentato se l’era organizzato da solo, per favorire la sua nomina a procuratore aggiunto della procura di Palermo, dove (soppresso l’Ufficio istruzione dal nuovo codice del 1989) avrebbe voluto proseguire le indagini nei confronti di Cosa nostra. Invece il capo della Procura (Giammanco) si diverte a fargli fare lunghe anticamere (un’umiliazione palese), così delegittimandolo definitivamente. Tutte le porte di Palermo gli si chiudono in faccia: Falcone deve lasciare la Sicilia e chiedere una specie di asilo politico-giudiziario al ministero.

Gli attacchi riprendono con asprezza quando si avvicina il giudizio definitivo della Cassazione sul maxi-processo. Il 29.10. 91, sul Giornale di Napoli compare un articolo non firmato, perciò riferibile al direttore, Lino Jannuzzi, tutto dedicato a Falcone e Gianni De Gennaro, candidati rispettivamente a dirigere la Procura nazionale e la Dia. Con la frase “da oggi, o da domani, dovremo guardarci da due ‘Cosa Nostra’, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma; e sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto”, i due vengono addirittura accostati ai criminali mafiosi. Ed è in questo mefitico clima di delegittimazione che poco dopo si apre la stagione della resa dei conti e della politica stragista.

Anche questa è storia: non soltanto quella che celebra Falcone dopo morto, dimenticando tutto quel che ha dovuto patire in vita.

Non siamo più capaci di onorare la guerra

“Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei”. Così inizia il primo e il più grande poema di guerra della Storia.

Da che esiste, cioè da sempre, la guerra è uno scontro fra uomo e uomo. Inizialmente un vero e proprio corpo a corpo. In seguito verranno elaborate nuove tecnologie di offesa cui si risponderà con nuove tecnologie di difesa e viceversa in un botta e risposta senza respiro. Ma il corpo a corpo rimarrà almeno fino all’epoca dei cavalieri che, sotto certi aspetti, etici e pratici, è il periodo migliore dell’infinita storia della guerra. La guerra la fa chi la vuol fare, chi vi ha una certa propensione, chi crede in qualcuno dei suoi valori. La povertà della tecnologia militare medioevale e il ridotto numero dei combattenti limitano grandemente l’area di azione della guerra e la stessa economia non ne viene scossa più di tanto proprio perché la classe produttiva, cioè i contadini, rimane al suo posto. Del resto quelle medioevali sono in assoluto le guerre meno cruente della storia. Ciò nonostante il guerriero nel Medioevo godrà sempre di un altissimo prestigio. In un contesto del genere alcune qualità umane, come la forza fisica, il coraggio, l’abilità nel battersi e la disponibilità a farlo, che oggi, politicamente, non hanno più alcun senso, erano determinanti. Molto cambia con l’introduzione delle armi da fuoco. Esemplare in questo senso è lo straordinario film di Ermanno Olmi Il mestiere delle armi. Giovanni delle Bande Nere, in realtà un Medici, guerriero di altissimo valore, quando si cala la celata della sua armatura crede di potersi battere come sempre. Ma ha contro quattro pezzi di artiglieria e l’inconsapevole Giovanni verrà ferito e ucciso. La guerra adesso si fa a distanza.

I cavalieri si batteranno idealmente contro l’introduzione delle armi da fuoco, sembrandogli questa una cosa slealissima. Ariosto chiama l’arma da fuoco “abominoso ordigno” e Lutero tuonava, con la consueta veemenza, contro i moschetti e gli obici che chiamava “opera del demonio” perché contro i proiettili non valevano né la forza né il coraggio. Insomma i cavalieri, e tutti coloro che avevano una concezione etica della guerra, cercarono di bandire le nuove armi, ma naturalmente furono loro a essere banditi. Tuttavia, anche se a distanza, la guerra rimane una lotta di uomini contro altri uomini dove il coraggio e le altre doti peculiari del guerriero continuano ad avere un senso. E questo sarà vero anche nella seconda guerra mondiale, nonostante l’introduzione dei bombardieri. Fu grazie al coraggio dei combattenti americani e inglesi che poté essere effettuato il decisivo sbarco in Normandia. Fu grazie al coraggio dei combattenti russi contrapposto a quello di altrettale valore dei militari nazisti che poté essere vinta, complice anche il generale Inverno, l’altrettale decisiva battaglia di Stalingrado. Persino nella guerra delle Falkland, 1982, combattuta a colpi di Exocet, il valore del- l’uomo fu decisivo. Nell’ultima battaglia, terrestre, c’era un nido di mitragliatrici argentino che pareva inespugnabile. I soldati inglesi che gli stavano di fronte si sentivano impotenti. Allora il loro comandante uscì dalla trincea, allo scoperto, trascinando in tal modo i suoi uomini alla conquista. Lui ne uscirà ferito in modo grave, ma gli inglesi conquisteranno quel- l’ultimo baluardo argentino ponendo così fine, di fatto, alla guerra. Insomma fino a poco tempo fa i fanti, cioè gli uomini, avevano in guerra una parte e un valore decisivo. Poi sono arrivate armi che avevano perduto anche la forma di armi, armi nucleari, batteriologiche, chimiche. A parte Hiroshima e Nagasaki nella seconda guerra mondiale queste armi, per una sorta di fair play, di rispetto delle regole di quel grande gioco che era stato fino ad allora la guerra, non furono usate da nessuno, nemmeno da Hitler.

Adesso siamo arrivati alla guerra economica, allo strangolamento di Paesi con strumenti finanziari, ai droni per cui la distanza tra chi colpisce e chi può essere colpito è abissale, inarrivabile. Cioè c’è qualcuno che può colpire e un altro che può solo subire. Mentre la straordinaria legittimità di poter uccidere in guerra deriva dal fatto che si può essere altrettanto legittimamente uccisi. Ma adesso stiamo andando ancora oltre. Come dimostrano i documenti resi pubblici dalla Cia si usano piccioni, lucertole, scoiattoli, avvoltoi, corvi, delfini. Insomma la guerra la facciamo fare agli animali non avendo più il coraggio né di Achille né di Giovanni delle Bande Nere, vale a dire il coraggio di essere uomini.

E questo toglie alla guerra la sua epica e la sua etica. E poiché la guerra, come ho cercato di dimostrare in Elogio della guerra, non è che uno specchio, un grande specchio, della società, noi abbiamo oggi, in Occidente ma non solo, una civiltà che sarà anche modernissima ma è quasi completamente priva dell’elemento umano.

Mail box

Governo: gli scontenti se la prendano con Salvini

Riverito sig. Travaglio,

c’è qualcosa che davvero non capisco nei commenti sull’attuale governo. Perché mai tutti i suoi sostenitori (Lei incluso) si dannano a dire e a ripetere che esso è legittimo? La legittimità è requisito primario di un governo democratico, e non si dovrebbe metterlo tanto ossessivamente in evidenza. Naturalmente lo capisco benissimo. Voi tutti avete cattiva coscienza, sapete perfettamente che il presente esecutivo desta diffusa e profonda perplessità nella maggioranza degli Italiani, che, anzi, è inviso a un gran numero di essi. Di qui il bisogno di sottolinearne la legittimità, comunemente detto “coda di paglia”. In fondo, anche i parlamentari hanno diritto alla conservazione del “posto” e se viene loro offerto lo strumento per ottenerla “legittimamente” sarebbe troppo pretendere che non lo utilizzino. Nel corso di un recente confronto televisivo, di cui anche lei era parte, si è sostenuto che, storicamente, il suicidio politico di Salvini sia un evento più unico che raro. Orbene, lo è altrettanto il governo che tale suicidio ha generato. Non si è mai visto, difatti, un governo così distante dal comune sentire.

Giampiero Bonazzi

 

Illustre rappresentante di tutti gli italiani, si rassegni: metà di essi è felice per questo governo e metà è infelicissima. Agli infelici consiglio di prendersela con Salvini che lo ha reso possibile. Per il resto, i governi che hanno la maggioranza parlamentare sono legittimi. Conte ce l’ha, Salvini no.

M. Trav.

 

Il “capriccio di Matteo”: la nuova patologia dell’Italia

I due Matteo sono gli elementi di instabilità politica del Paese e sono fonte di destabilizzazione di chiunque abbia voglia di riformarlo per farlo funzionare finalmente in senso meritocratico. Sono due mine vaganti che rendono insicuri non solo i politici ma soprattutto i cittadini, i mercati, le imprese. Nessuno si sentirebbe più in grado di seguire il suo programma di lavoro se sul loro capo pende la spada di Damocle del “capriccio dei Matteo’’. Lo sviluppo del Paese non può dipendere da due guasconi. Lo so è difficile rendersi conto di una malattia, ma i segni sono inequivocabili: prendiamone atto e agiamo di conseguenza prima che la loro patologia ci travolga.

Francesco Degni

 

Gli strepiti dei dibattiti in tv ci invitano a cambiare canale

A volte, di sfuggita, in tv ci fanno vedere le sterminate consolle delle sale regia. Centinaia di tasti, interruttori e cursori che sono a disposizione dei tecnici per regolare i microfoni, le luci, i monitor, ecc.

Possibile allora che, durante i dibattiti televisivi, non riescano a chiudere in tempo i microfoni, evitando ai poveri telespettatori uno spettacolo pietoso e un’accozzaglia di voci che si accavallano invitando l’utente a cambiare canale? Anche questi “pollai” allontanano i cittadini dalla politica!

Pierandrea Danieletto

 

La xenofobia fa appello all’io preistorico, ignoriamola

“Il morbillo della xenofobia è una malattia che trae sostentamento dai populismi politici”. Questa l’efficace definizione di Papa Bergoglio. La proiezione di un antico tribalismo, che nel tempo si è trasformato in familismo amorale, alimenta atteggiamenti mafiosi che rischiano di estendersi a fasce sempre più ampie della popolazione, disorientata da non casuali politiche tese a diffondere la paura dell’altro da sè. La senatrice Cattaneo ha, di recente, spiegato che l’atteggiamento di difesa e ostilità nei confronti dell’altro, attinge alla parte più antica della nostra corteccia cerebrale. Quella formatasi nelle epoche preistoriche, in cui la lotta per la sopravvivenza richiedeva la difesa del territorio. L’Italia resta un terreno fragile proprio perchè esposto a tutte queste degenerazioni. Atteggiamenti e vestizioni ridicoli dell’ultima Pontida, ci fanno da un lato ridere, dall’altro ci debbono preoccupare, non meno dei saluti fascisti. Perché denunciano l’attivazione della parte più preistorica e superata della nostra corteccia cerebrale. Quella tribale, che non accetta il confronto e il dialogo.

Melquiades

 

Se Whirlpool lascia Napoli, il governo la sovrattassi

Ha giustamente detto un operaio della Whirlpool di Napoli che l’unico che può intervenire per dissuadere l’azienda dalla cessazione della produzione partenopea è il governo. Ma che può fare un governo nazionale a fronte dei giganti della globalizzazione? Costoro vivono in un mondo senza frontiere che possano frapporsi alla delocalizzazione della produzione a monte e alla libera circolazione dei prodotti a valle. Un mondo ridotto alla sola economia del profitto senza alcuna responsabilità, nemmeno quella di mantenere fede ai patti stipulati con i governi.

A loro i profitti netti, agli Stati rimane la raccolta dei cocci: la disoccupazione, il disagio sociale, la miseria. Si tratta di cocci costosi… Perché non farli pagare ai responsabili? Si dovrebbe parlare di una tassazione maggiorata dei prodotti Wirhlpool che arrivano in Italia. Il Pd griderebbe alla lesa maestà del libero scambio, accompagnato dagli applausi europei. Ma lasciatemi sognare un governo della “discontinuità”: che sogno meraviglioso l’idea di una politica che usi la forza dell’economia per difendere i più deboli!

Maria Zorino

Sopravvalutato il mercato estivo. Ma occhio ad Ancelotti

Tre mesi di mercato, spese folli (presunte?), grandi giocatori arrivati (presunti?), ma in realtà la prima giornata di Champions non mi è sembrata offrire spunti positivi, ma più che altro lo stesso refrain dello scorso anno: una sola vittoria, due pareggi e una sconfitta. Insomma, nulla è cambiato?

In un articolo scritto per il “Fatto” all’indomani della chiusura di un mercato che i media ci avevano spacciato per memorabile, mi ero permesso di dire che non era oro quello che luccicava: un semplice controllo-qualità bastava a svelare il bluff. Lukaku, il centravanti belga che Inter e Juventus si erano fieramente contese (l’aveva spuntata l’Inter) altro non era che una rimanenza dell’attacco del Manchester United; al pari di Sanchez, attaccante cileno finito pure lui alla corte di Conte, nemmeno rimpiazzato nella rosa del club inglese. In casa Juventus i brindisi per gli arrivi a parametro zero di Ramsey dell’Arsenal e di Rabiot del PSG si sprecavano; in realtà, Rabiot era un soprammobile di lusso che a Parigi non vedeva mai il campo (14 mezze presenze in campionato, 5 in Champions) e Ramsey un ottimo giocatore dal fisico delicatissimo, più presente in infermeria che agli allenamenti: due Ufo, a tutt’oggi, anche a Torino. L’unico affare colossale ci era parso, e l’avevamo scritto, quello fatto dal Napoli con Lozano: pagato il giusto (46+2 milioni, più o meno i soldi che l’Inter darà al Cagliari per Barella), giovane, potenziale top player. Nessuno si sognava di discutere, naturalmente, bravura e classe di un Ribery (finito alla Fiorentina), di uno Llorente (Napoli) o di un Godin (Inter): si parla però di un 36enne, un 34enne e un 33enne che il meglio di sé lo avevano già dato. Insomma: checché ne dica l’Istituto Luce, la Serie A ha imbarcato campioni al tramonto, vecchi rottami e qualche crosta; e persino l’acquisto del giovane difensore De Ligt (dall’Ajax alla Juve per 75 milioni, stipendio di 12 netti a stagione) si è concretizzato dopo il ritiro del Barcellona che ha giudicato spropositati quotazione e ingaggio. Detto questo, Juventus e Napoli hanno comunque tutto per far bene anche in Champions. E occhio soprattutto ad Ancelotti: che di Champions ne ha vinte 2 da giocatore e 3 da allenatore. Lui sa.

Fukushima, assolti i vertici della centrale nucleare-killer

Verdetto di assoluzione per i tre massimi dirigenti della Tokyo Electric Power (Tepco), gestore della centrale atomica di Fukushima, accusati della morte di 44 persone a seguito del disastro nucleare del 2011, innescato dal terremoto di magnitudo 9 e il successivo tsunami. “Sarebbe impossibile lavorare per una centrale nucleare se gli operatori fossero obbligati a prevedere il verificarsi di uno tsunami e adottare le misure adeguate”: la sentenza della Corte distrettuale di Tokyo parla chiaro, giudicando non colpevoli il presidente 79enne i suoi due vice, la cui difesa argomentava le ragioni legate all’elemento dell’imprevedibilità: l’onda anomala causata da un sisma di tali proporzioni non era immaginabile, malgrado le rilevazioni di una indagine governativa del 2002 ipotizzassero frangenti fino a 15,7 metri lungo la costa del Tohoku, a nord-est dell’arcipelago. L’accusa aveva chiesto una condanna di 5 anni di carcere, asserendo che la utility avrebbe potuto prevenire il disastro se avesse adottato misure più idonee.