Airbnb pronta alla Borsa (dopo aver risolto qualche grana)

Airbnb è pronta allo sbarco in Borsa nel 2020. Lo ha annunciato la società dopo mesi di speculazioni sui progetti di quotazione, con il mercato che scommetteva sul lancio dell’Ipo entro la fine di quest’anno. Airbnb, che nell’ultimo round di finanziamento è stata valutata 31 miliardi di dollari, ha comunicato di aver totalizzato ricavi per oltre un miliardo nel secondo trimestre del 2019. A oggi è presente in più di 100 mila città in 190 Paesi e finora è riuscita a rastrellare 4,4 miliardi di dollari nei vari round di investimento.

Ma per convincere gli investitori a scommettere sulle prospettive di crescita del business degli affitti brevi di appartamenti privati, il colosso californiano deve prima risolvere alcuni contenziosi legali a partire dal braccio di ferro con il fisco italiano sul nodo della cedolare secca, allo scontro di New York City dove è vietato l’affitto a breve termine della maggior parte degli appartamenti perché distorsivo del mercato degli alloggi.

Lavoro, su in 7 mesi contratti stabili e trasformazioni

Crescono le assunzioni,soprattutto a tempo indeterminato. Lo conferma l’Ossevatorio dell’Inps sul precariato, prendendo in esame sette mesi, da gennaio a luglio 2019. Si registrano 353mila contratti stabili in più, tra assunzioni e trasformazioni, quindi un +148% rispetto allo stesso periodo del 2018. Importanti soprattutto i dati nel settore privato: le assunzioni totali ammontano a 4.488.304, superando di netto il numero delle cessazioni, che sono state 3.497.020. Anche le trasformazioni da tempo determinato a indeterminato crescono di un +57,5%. La crescita ha riguardato i contratti a tempo indeterminato, i contratti di apprendistato, stagionali e intermittenti. Sono invece in diminuzione i contratti a tempo determinato e quelli in somministrazione. Sicuramente un effetto positivo dettato dall’entrata in vigore del decreto Dignità, voluto dai 5Stelle. “Questo vuol dire che la direzione è quella giusta: solo continuando su questa strada già negli scorsi mesi possiamo pensare di rilanciare il mondo del lavoro in Italia”, commentano i portavoce grillini in commissione Lavoro alla Camera.

“Mark Caltagirone secondo me esiste davvero”

Mark Caltagirone non è un ologramma, un Golem o una supposizione. Mark Caltagirone esiste e a dargli un volto è Gianni Ippoliti: “Oramai Massimo Di Carlo ci si sente davvero”.

Massimo Di Carlo è un romano, scelto dal giornalista, e protagonista del fanta-thriller pensato, ideato e girato da Ippoliti stesso. E presentato ieri a Roma dopo la diffida dei legali di Pamela Prati che ne ha bloccato la proiezione al Festival di Maratea, con l’accusa di “ledere la dignità della signora”.

Come le è venuto in mente?

Dopo sette mesi di interrogativi mi sembrava giusto mettere in fila un po’ di notizie.

Inevitabile.

Vent’anni fa avevo un programma su Rai3, Spazio Ippoliti, in cui portavo in scena alcuni fatti di attualità, quindi per me nulla di nuovo; e poi io non agisco, ma reagisco al vuoto estivo di comunicazione.

Cioè?

Dopo mesi di Caltagirone, a luglio e agosto c’è stato il silenzio, e io l’ho riempito, e secondo me non è tutto falso.

Cosa?

L’ispirazione è quasi sempre agganciata alla realtà, e le tre protagoniste avranno tratto spunto da qualcuno o qualcosa.

E Massimo Di Carlo?

Oramai lo fermano e lo chiamano Mark.

Lui contento?

È uguale alla descrizione offerta dalla Prati: ha 54 anni, è un imprenditore e ha due figli.

Ha mai conosciuto la Prati?

Tanti anni fa, quando è arrivata a Roma appena maggiorenne: con un’amica è andata a vivere da una persona che conoscevo bene.

E poi?

L’ho rivista nel 1991 e per caso: tutti e due ci dirigevamo su auto differenti al Gran Galà della televisione, quando l’ho riconosciuta, sofferente e pallida.

Era stata lasciata da un altro Caltagirone?

No, si contorceva sul sedile per un blocco allo stomaco: sono intervenuto.

Medicine?

Niente di chimico, sono un pranoterapeuta, mi è bastato poggiarle per trenta secondi la mano sulla pancia. Tutto passato.

Girerà anche un seguito del fanta-thriller?

In realtà devo ancora concludere questo.

Ancora?

Ci sono novità continue, aggiornamenti da apportare, mica è una storia conclusa.

C’è molto da scoprire.

Forse non è chiaro: se da giorni non si parla d’altro che dell’ospitata della Prati di domenica nella trasmissione di Giletti, vuol dire che l’argomento è perennemente caldo.

Giusto.

Con tutto quello che sta accadendo in politica, il nuovo governo, la scissione di Renzi e chissà, La7 dedica parte della puntata a Caltagirone. Quindi proseguo.

 

Il far west dei rider, ombra caporalato e sicurezza a rischio

La Procura di Milano indaga sul mondo dei rider che ogni giorno, per conto di diverse aziende di food delivery, portano il cibo a domicilio. Il fascicolo, aperto da qualche mese e coordinato dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, ha deleghe molto ampie. Si va, infatti, dalla sicurezza sul lavoro per i ciclofattorini alla sicurezza stradale fino al cosiddetto caporalato digitale e alle norme igieniche rispetto alle borse frigo dentro le quali vengono trasportati gli alimenti. Si tratta, al momento, di un’indagine conoscitiva senza titolo di reato e senza indagati. Ma è solo questione di tempo. A breve, è stato spiegato ieri in Procura, sarà incardinato il titolo di reato che ipotizza presunte violazioni del decreto legislativo in materia di sicurezza sul lavoro da parte delle società per le quali i rider lavorano.

Agli atti ci sono già decine di verbali firmati dagli stessi rider. Non solo. Sono stati effettuati controlli per strada. In totale 30. Da qui è emerso un dato che, secondo la Procura, suona ben più di un campanello di allarme. Dal totale dei controlli della polizia locale, tre persone sono risultate senza permesso di soggiorno. Da qui il dato di una sorta di “caporalato digitale”. L’ipotesi è che alcuni ciclofattorini potrebbero cedere a persone senza documenti in regola gli strumenti per poter fare le consegne, in particolare lo smartphone con l’applicazione necessaria alla quale sono registrati i lavoratori regolari. Due gli scenari alla base di questo. Il primo è il mutuo soccorso tra giovani stranieri disoccupati. In sostanza si presta lo smartphone con la app che genera il codice per il ritiro del cibo a qualcuno per qualche tempo o in alternativa lo si vende per circa 65 euro. Il secondo scenario riguarda chi dà il materiale per lavorare allo straniero in cambio di una quota sulle consegne. Una circostanza questa già emersa in Francia, dove rider ufficiali hanno prestato la app trattenendo fino al 50% sui guadagni. A Milano i rider aumentano ogni giorno. Molti di loro si ritrovano nella zona della Stazione centrale. Come Mohusseff, 25 anni del Senegal. Racconta che “sì, all’inizio qualcuno mi ha prestato il cellulare, mezzo e borsa frigo. In cambio ha voluto il costo dell’affitto del materiale, circa 65 euro. Sono andato avanti così per un mese, poi fortunatamente ho trovato un lavoro nell’edilizia, e oggi me la cavo”. Secondo uno studio dell’Università Statale di Milano, oltre il 90% sono maschi tra i 20 e i 25 anni, la metà di loro è in Italia da meno di due anni e non parla la nostra lingua. Inoltre, e questo è un dato importante per i magistrati, conoscono poco i punti del loro contratto.

L’indagine giudiziaria, infatti, è nata a tutela dei rider, ai quali non viene dato alcunché in dotazione, e dunque girano per le strade senza caschi, spesso con bici e freni non adatti, senza luci la sera, senza catarifrangenti e senza scarpe adeguate. Malgrado i ciclofattorini non siano inquadrati come lavoratori subordinati, il decreto legislativo in materia di sicurezza sul lavoro, come è stato spiegato, tutela qualsiasi lavoratore inserito in organizzazioni con datori di lavoro. A questo tema è collegata il problema della sicurezza stradale. Agli atti ci sono video che immortalano rider vittime di incidente. I ciclofattorini spesso viaggiano contromano, senza rispettare le norme del codice. Gli inquirenti potrebbero arrivare a contestare reati, per questo genere di incidenti, a carico dei datori di lavoro. Andrà valutata la presunta responsabilità di coloro che mandano a lavorare in strada i ciclofattorini in condizioni non idonee. “È una indagine doverosa, sotto il profilo della prevenzione”, ha spiegato ieri Tiziana Siciliano. Assodelivery, l’associazione delle imprese del food delivery, ieri, dopo la notizia dell’inchiesta ha spiegato: “Il caporalato è un fenomeno di illegalità che le piattaforme intendono contrastare in ogni modo”.

De Micheli: “Niente sconti sulla revisione delle concessioni”

La procedura di revisione delle concessioni autostradali ad Aspi del gruppo Atlantia sarà effettuata “senza sconti” e “scegliendo la soluzione migliore”. A dirlo è la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, che ha confermato che il ministero ha acquisito “anche i nuovi elementi non solo relativi alle indagini ma anche nuovi elementi di analisi fatte da esperti e da chi nelle istituzioni è proposito a farlo. Quindi arriveremo alla fine della procedura senza sconti e scegliendo la soluzione migliore”. La ministra ha spiegato che “su tutte le altre concessioni autostradali il ministero provvederà alla procedura di revisione delle concessioni anche alla luce della delibera dell’Autorità dei Trasporti”. De Micheli ha anche parlato della Gronda, il passante autostradale di Genova che dovrebbe alleggerire e snellire il traffico intorno a Genova. “Stiamo entrando nel merito di tutte le cose da fare per rendere più rapida possibile la realizzazione”, ha detto, aggiungendo: “Stiamo valutando eventuali migliorie, ma ricominciare da zero rideterminerebbe conseguenze in termini temporali e realizzativi che non credo siano compatibili con le aspettative della città”.

Contratti, i sindacati si pesano: servirà minimo il 5% per partecipare ai rinnovi

Per potersi sedere ai tavoli dei contratti collettivi, i sindacati dovranno dimostrare quanto contano tra i lavoratori. Chi vale meno del 5% non potrà partecipare. Ieri Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno firmato una convenzione con Inps e Ispettorato del Lavoro che prevede il metodo per misurare il peso reale delle organizzazioni e isolare quelle che, pur con pochissimi iscritti, stipulano accordi con salari minimi molto bassi, i cosiddetti contratti pirata. Secondo il Cnel, circa 600 contratti su un totale di 868 creano il dumping a danno dei lavoratori.

Quello di ieri è un nuovo passo verso la legge sulla rappresentanza dei sindacati e delle associazioni di imprese: l’Italia la aspetta da quando è nata la Costituzione, ora il governo Conte 2 l’ha posto tra i primi punti. Per il colpo di grazia ai contratti pirata l’idea è introdurre anche il salario minimo, una soglia di retribuzione sotto la quale non si potrà andare, ma ancora non è chiaro come sarà studiata la misura. La convenzione, intanto, individua i parametri per calcolare la rappresentanza. La sua efficacia però si limita alle associazioni di datori che aderiscono alla Confindustria. Quelle fuori da questo perimetro potranno ancora sfruttare i sindacati compiacenti per ottenere lavoro a basso costo. Ecco perché l’obiettivo è estendere i criteri alle altre organizzazioni che riuniscono le aziende, e qui serve la mano della politica. L’intesa con le imprese confindustriali, intanto, prende come riferimento due fattori: il numero degli iscritti, chiamato “dato associativo”, che emerge dalla quantità di deleghe sindacali, e il numero di voti ottenuti nelle elezioni per le rappresentanze sindacali unitarie (Rsu), il “dato elettorale”. La media delle due cifre deve superare il 5% della platea totale; in quel caso si è ammessi alla negoziazione. Per rendere efficace il contratto collettivo, poi, servirà la firma di chi porta in dote almeno il 50% più uno dei lavoratori. A fare la conta sarà appunto l’Inps, coadiuvata dall’Ispettorato per il calcolo del dato elettorale.

Il sindacato di base Usb ha parlato di “patto neo-corporativo”: “Con la scusa dei contratti pirata si limita fortemente la democrazia sindacale”. Per la Cgil, invece, non è un tentativo di monopolizzare i lavoratori: “La convenzione è figlia dell’accordo firmato nel 2014 con Cisl e Uil, a cui hanno aderito altre 170 sigle. Non vogliamo penalizzare i sindacati più piccoli, ma dare regole di rappresentanza”.

Autostrade, davanti ai pm lo scaricabarile sui controlli

“Autostrade contro Spea. Benetton contro Benetton per così dire. Il fronte si è spezzato ed è partito lo scaricabarile tra le due società del gruppo” si sospira a Palazzo di Giustizia di Genova. Potrebbe essere la svolta nelle inchieste sul Morandi e i controlli di sicurezza sulle autostrade. Una valanga cominciata venerdì scorso con la pubblicazione dell’ordinanza del gip e poi con le dimissioni di Giovanni Castellucci, numero uno di Atlantia.

La conferma sembra arrivare dalle parole di uno degli indagati, quel Gianni Marrone (direttore del Tronco di Bari di Autostrade) che si trova ai domiciliari e ieri è stato sentito dai magistrati. È accusato di falso ideologico in relazione al viadotto pugliese Paolillo di cui, dicono i pm, sarebbero stati ‘taroccati’ i report per nascondere agli ispettori ministeriali la difformità dell’opera dal progetto. Una diversità che lo avrebbe reso “meno performante” e quindi meno resistente. Marrone, accusano gli inquirenti, non avrebbe consegnato agli investigatori parte del materiale in suo possesso relativo al Paolillo. “Ho chiarito tutto, il ponte è assolutamente sicuro, tanto da essere stato omologato con un’analisi di un noto professore universitario. Nessuna difformità dal progetto”, giura Marrone. Ma il nocciolo ieri è stato un altro: le presunte pressioni esercitate da dirigenti di Autostrade su Spea che doveva eseguire i controlli. E qui Marrone ha puntato il dito sull’altra società del gruppo: “Siamo intervenuti, è vero, ma non perché taroccassero le carte. Abbiamo spinto perché rimediassero ai loro errori. Niente di irregolare, anzi, era mio dovere”. Come dire: la colpa non è di Autostrade, ma di Spea. Che si fosse aperta una crepa investigatori e pm lo avevano capito sentendo proprio i dirigenti della società del gruppo deputata ai controlli. Che hanno accusato Autostrade. Come emergeva dall’ordinanza del gip che disponeva gli arresti domiciliari per tre dirigenti di Aspi e Spea e misure interdittive per altri sei. Gli accenni a presunte ‘pressioni’ di dirigenti di Autostrade erano numerosi: “Abbiamo ricevuto una telefonata di Marrone… Temeva la chiusura dell’autostrada”, hanno detto i dipendenti di Spea nella loro deposizione. Marrone, si leggeva ancora nelle carte, avrebbe raccomandato: “Facciamola sparire ’sta cosa del cartiglio”, riferendosi alle analisi che mettevano in luce le difformità del viadotto Paolillo. Ma adesso è muro contro muro, come confermano le dichiarazioni di Marrone. “Abbiamo chiarito – ha poi detto uscendo – Certo, il 14 agosto per tutti noi è stato uno shock terribile”. Ma potrebbe essere soltanto l’inizio: dopo mesi di silenzi, testimoni e indagati cominciano a parlare – e molto – davanti a pm e finanzieri. Non solo: le intercettazioni e gli elementi di indagine raccolti sui viadotti Pecetti (sulla A26, vicino al Morandi) e Paolillo sono soltanto la prima pagina. “C’è un mare di materiale”, si lascia andare un investigatore. Si tratta dello stesso filone, quello sui controlli di sicurezza, partito dall’inchiesta principale sul Morandi.

Presto toccherà a documenti e intercettazioni relativi ai controlli su altri viadotti. Tra questi il Sei Luci (accanto al Morandi), il Gargassa (A26), il Veilino e il Bisagno, tutti in Liguria. Poi il Moro (A14, in Abruzzo), il Giustina (A14, Chieti) e il Sarno (A30, Salerno). Ma elementi utili sono arrivati nei giorni scorsi quando è stato sentito come testimone Placido Migliorino, l’ispettore del ministero delle Infrastrutture inviato dal ministro Danilo Toninelli a compiere controlli sulle infrastrutture dopo il Morandi. Quello che gli indagati temevano fino a dire nelle intercettazioni: “Dobbiamo tenere a bada il mastino”. Migliorino ha parlato per otto ore davanti ai pm Massimo Terrile e Walter Cotugno e ai finanzieri guidati dal colonnello Ivan Bixio. Ora la sua testimonianza dovrà essere studiata prima della prossima mossa. Che potrebbe arrivare presto.

Ma adesso pm e investigatori devono capire una cosa decisiva anche per affrontare un processo: se le carte sono state davvero taroccate, bisognerà stabilire chi e a che livello avrebbe dato l’ordine di farlo.

“Bloody Money”, archiviato il figlio di Vincenzo De Luca

Fummo buoni profeti quando il 19 febbraio 2018, ricostruendo le indagini su Bloody Money, i videoreportage di Fanpage sulle proposte di corruzione per infiltrarsi negli affari dei rifiuti, ipotizzammo una “rapida archiviazione” per Roberto De Luca, figlio del governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca. Non è stata rapidissima, per la verità: il pm di Napoli ci ha messo un anno a chiederla, il gip l’ha accolta in cinque mesi. I tempi degli approfondimenti per essere certi che De Luca jr (che per quella vicenda si dimise da assessore a Salerno) fosse all’oscuro delle trame dell’ex boss Nunzio Perrella e di Francesco Colletta. Perrella, spacciandosi da imprenditore del settore, ottenne un appuntamento tramite Colletta, i tre si confrontarono su come rimuovere le ecoballe in Campania, e poi, in assenza del figlio del governatore, Perrella – sempre con telecamerina nascosta – offrì a Colletta una specie di tangente su futuri ipotetici appalti. Già dai filmati in Rete De Luca jr appariva estraneo a proposte indecenti. Resta una domanda sul piano politico: a che titolo riceveva in studio personaggi interessati ad appalti di competenza della Regione guidata dal padre?

Figlio di Salvini sulla moto d’acqua, indagati tre poliziotti

Sono indagati e sono stati interrogati ieri in Procura a Ravenna i tre poliziotti della scorta dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che il 30 luglio si trovava a Milano Marittima: quel giorno il figlio del leader del Carroccio fece un giro in mare su una moto d’acqua della Polizia pilotata da un agente. I tre, formalmente identificati dopo richiesta al Viminale, rispondono per quanto avvenne dopo l’episodio, ovvero quando un giornalista di Repubblica Valerio Lo Muzio, cercò di riprendere la scena. Avrebbero risposto alle domande fornendo una loro versione. Si sta valutando il reato di violenza privata, tentata o consumata. Il fascicolo della Procura ravennate era stato aperto anche per peculato d’uso, cioè per l’utilizzo dell’acquascooter. Il fatto che altri due poliziotti, in servizio alla Questura di Livorno e impegnati con le moto d’acqua, non siano stati interrogati, lascia pensare che non siano formalmente indagati o che comunque la loro posizione possa essere stata chiarita sul piano penale. Nelle scorse settimane, comunque, la Questura di Ravenna aveva concluso un accertamento interno scattato sin da subito, inviando per competenza gli atti alle Questure di Roma e di Livorno.

“Nessuna imboscata al nuovo governo, nel Pd avevamo soltanto la testa altrove”

La confusione è grande sotto il cielo. Perché in casa dem il voto dell’altroieri alla Camera sul no all’arresto del forzista Diego Sozzani ha creato più di un imbarazzo: il sospetto che è quasi una certezza è che gran parte dei 50 franchi tiratori che hanno votato in maniera contraria all’indicazione del gruppo siedano proprio tra i banchi del Pd che invece aveva ufficializzato in aula il sì alla misura cautelare chiesta dai magistrati di Milano. “Personalmente se avessi avuto un orientamento contrario a quello del mio gruppo lo avrei dichiarato in aula” spiega Stefano Ceccanti che però giura: “In quel voto non c’era alcun intento di affossare l’alleanza giallorossa con il Movimento 5 Stelle. Posso solo dire che mercoledì (il giorno dopo l’annuncio della scissione renziana, ndr) la testa di molti era altrove e questo probabilmente ha inciso”.

Ceccanti cosa è successo l’altro giorno?

Il voto in aula è stato preceduto da un’assemblea del gruppo Pd durata un bel po’ e a cui hanno partecipato una cinquantina di deputati: abbiamo parlato del voto su Sozzani e il nostro relatore in Giunta Alfredo Bazoli ci ha detto in base a quali elementi in Giunta la nostra rappresentanza compattamente aveva ritenuto di dire sì all’arresto richiesto dai magistrati di Milano. Sottolineo questo elemento perché in Giunta per le autorizzazioni come in tutte le commissioni il Pd è rappresentato in tutte le sue anime. Spiego meglio: in quella Giunta siedono pure Scalfarotto e Lucia Annibali che hanno deciso di seguire Renzi.

Ma in assemblea qualcuno aveva alzato la mano per dire che non era d’accordo con quanto era stato votato in Giunta?

C’è stata qualche richiesta di chiarimento sulla pratica anche perché ad esempio Roberto Giachetti aveva fatto sapere che non era d’accordo sul dire sì alla misura cautelare. E pure Enza Bruno Bossio (che invece è zingarettiana, ndr) e che si era studiata la questione per conto suo ed era arrivata a convincersi che nel caso in questione era ravvisabile il fumus persecutionis che come noto si può intendere in maniera molto restrittiva o più ampia. Quello che è sicuro è che nessuno ha evocato il tema della tenuta politica dell’asse tra Pd e 5 Stelle e il rischio che poteva rappresentare quel voto. Io non ho avuto la percezione che si potesse trattare di un voto di fiducia sul governo. Peraltro in assemblea non c’era neanche il capogruppo.

Ma non ritiene politicamente significativo che in 50 si discostino dall’indicazione del gruppo, specie al primo voto dopo la scissione? Non è stato un segnale?

Credo che sia stata una giornata molto particolare e la testa di molti era altrove. Detto questo e tornando al merito della questione stare in un gruppo per me implica una relazione fiduciaria: in casi come questi io tendo a fidarmi del giudizio dei colleghi che siedono in Giunta, a maggior ragione se i loro giudizi sono unanimi. Loro hanno discusso per settimane e soprattutto hanno accesso a tutti i documenti, a differenza di noi altri deputati. Mi fido del loro giudizio e voto come loro indicano, a meno che la linea non mi sembri palesemente sbagliata. Personalmente quindi se mi fossi fatto un’idea contraria all’indicazione dei colleghi lo avrei dichiarato apertamente in aula per una sensibilità mia. Questo non vuol dire che sono per il superamento del voto segreto che si applica in poche circostanze, su questioni così delicate che si vuole giustamente proteggere al massimo la libertà di giudizio del singolo.