“L’uomo della Lega, l’amico dei boss e l’affare Gazprom”

Uno dei fondatori della Lega Nord e un manager calabrese “vicino” alla potente ’ndrangheta dei Mancuso. Da un lato, il bresciano di Edolo, Bruno Caparini, imprenditore nel settore energetico, classe 1939, storico amico di Umberto Bossi, e dall’altro Giuseppe Francesco Stilo detto Pino che oggi gestisce con i figli il famoso Sporting club di Milano 3. A far da collante, una lunga amicizia e molti affari. Tra i tanti, anche quelli milionari con alcuni dirigenti del colosso petrolifero russo Gazprom trattati da Pino Stilo, su indicazione di Caparini, in un summit riservatissimo nella sua villa di Ponte di Legno.

Dopo il Russiagate, dunque, di nuovo uomini del Carroccio e affari russi. I rapporti tra Caparini – padre di Davide Carlo Caparini, attuale assessore al Bilancio nella giunta della Regione Lombardia targata Fontana – e Stilo vengono spiegati nelle informative del Ros di Milano messe agli atti di una recente inchiesta per corruzione nei comuni dell’hinterland. Le annotazioni riguardano un’indagine dell’antimafia poi archiviata e risalgono al biennio 2015-2016. Tempi di Expo, di moratorie giudiziarie e di nuovi corsi all’interno del Carroccio con Matteo Salvini a capo di un partito con i conti bloccati per i 49 milioni di euro di rimborsi spariti. E se da un lato Stilo sarà indagato per mafia e poi archiviato, Caparini non viene nemmeno indagato. Le annotazioni dei carabinieri, se pur utili a illustrare i rapporti, non sono state ritenute di rilevanza penale. Pochi mesi prima del summit intercettato dagli investigatori, Caparini, in modo lecito e ufficiale, accoglie una delegazione di industriali russi che successivamente visiterà il gruppo della Lega in Consiglio regionale, anche alla presenza di Gianluca Savoini, già presidente dell’associazione Lombardia-Russia, e oggi indagato dalla Procura di Milano per corruzione internazionale in relazione a una presunta compravendita di gasolio, discussa al Metropol di Mosca.

Intercettato nel 2015, uno dei figli di Stilo (non indagato), a colloquio con l’attuale assessore all’Urbanistica del comune di Basiglio (non indagato), spiega: “Il nostro padrino di battesimo è uno dei padri fondatori della Lega. Si chiama Caparini (…). Quando erano in forte ascesa noi eravamo lì (…). Ti tiro fuori una foto di capodanno di mio padre con Bossi, Caparini, Maroni”. La conferma arriva dallo stesso padre nobile del Carroccio che a Stilo dice: “Tu sei un amico fraterno”. E fidato per gli affari. Anche quelli più delicati, come gli investimenti da 300 mlioni di dollari progettati da un gruppo di russi, tra i quali c’è un alto dirigente di Gazprom. I due ne parlano il 20 agosto del 2015. “Il 28 – spiega Caparini – devo portare su quattro russi (…), uno dei quali è direttore generale della Gazprom Energo (..). Loro hanno trecento milioni di dollari e però vogliono cercare altri fondi. Insomma vengono su per fare dei ragionamenti su tante cose che poi ti spiego”. Pino Stilo, secondo le indicazioni di Caparini, dovrà portarli al Castello, ovvero la residenza di Ponte di Legno dello stesso Caparini, che aggiunge: “Io la persona di cui ho fiducia su tutto sei tu, capito? (…). In modo da essere coinvolto in quello che verrà (…). Tu sarai presente a tutto il ragionamento perché è importante, perché è una roba sull’energia (…). Sarai presente, sentirai e mi saprai dire. Non voglio coinvolgere nessun altro, perché non mi fido, capito?”. L’incontro avverà: a confermarlo è Stilo in una intercettazione. L’esito finale dell’affare però non viene illustrato dalle annotazioni.

L’indagine su Stilo nasce da un’interdittiva antimafia ricevuta da una sua azienda che ha lavorato in Expo. Si tratta della Ausengeneering amministrata da Pasquale Larocca, fratellastro di Stilo. Annotano i Ros: “Le acquisizioni evidenziano oggettivi collegamenti tra i due fratellastri e soggetti appartenenti o contigui alla cosca Mancuso di Limbadi (…). I due hanno cointeressenze con personaggi di rilievo della politica e dell’imprenditoria lombarda, tra cui Bruno Caparini”. Tra i due la conoscenza è tale, che Stilo, intercettato, sostiene che Caparini è “massone”. Dato non confermato dal Ros. E a proposito degli ambienti bresciani frequentati dall’amico, Stilo aggiunge: “Lì c’è qualche massoneria grossa?”. Secondo i carabinieri appaiono chiari i rapporti di Stilo con l’entourage dei Mancuso. Stilo, intercettato, spiega quali sono i locali gestiti dal clan. “In questo modo – scrive il Ros – dimostra di essere aggiornato su questioni riservate e illegali riguardanti i Mancuso, a cui hanno accesso solo i membri del sodalizio ’ndranghetistico”. Lo stesso Larocca, secondo l’indagine, è in contatto con uomini dei Mancuso, legati addirittura al boss di Mafia Capitale Massimo Carminati.

La legge non perdona i ladri di biciclette, panini e pigne

Due anni di carcere per ricettazione di una bicicletta. Ovvero 17.520 ore da trascorrere dietro le sbarre. Silvio Berlusconi, per una frode fiscale da 7,3 milioni di dollari sui diritti Mediaset (per i restanti 368 milioni era intervenuta la prescrizione) se l’è cavata con 168 ore di servizi sociali tra i vecchietti dell’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Ieri Il Fatto ha raccontato l’epilogo del processo per un signore che, con l’aggravante di qualche spintone, ha rubato due bottiglie di liquore: rischia quattro anni di carcere per “rapina impropria”.

Ovvero ben tre mesi in più, giusto per fare un esempio, dell’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito, condannato a 3 anni e 9 mesi, con l’accusa di appropriazione indebita, nell’inchiesta sui fondi della Lega.

Ladri di biciclette, ma anche ricettatori

La bicicletta di marca Cinzia, era di colore bianco con una scritta viola e priva di cestino. È il 31 luglio 2014 quando viene parcheggiata per strada. Purtroppo “senza alcuna cautela”, racconta a verbale la proprietaria. L’occasione trasforma una coppia di amici in una coppia di ladruncoli. Che di lì a poco – un paio d’ore circa – vengono trovati da un carabiniere mentre, spugnetta in mano – più precisamente: un gomitolo di lana d’acciaio – sono intenti a cancellare le scritte dal telaio.

Risultato: condanna in primo grado – emessa nel novembre 2018 – a due anni di carcere per ricettazione. L’imputata ha ammesso di essersi impossessata (quindi di aver rubato) la bicicletta. E d’altronde sarebbe difficile passare dal furto alla ricettazione in circa due ore. Ma tant’è: il giudice è convinto che lei e l’amico l’abbiano acquistata sapendo che era rubata. Si aspetta l’Appello.

L’ovetto Kinder costato tre anni di processo

Processato per aver rubato un ovetto Kinder. Succede a Taranto nel 2009. Il processo dura ben tre anni. Tre anni durante i quali l’imputato deve sospendere la sua richiesta per entrare in Marina Militare. Salvo poi essere assolto perché il fatto non sussiste. Anche perché, sentenzia il giudice, aveva dei pantaloni a vita bassa talmente stretti che gli avrebbero impedito di mettere in tasca l’ovetto in questione.

1920 ore dietro alle sbarre per un panino

Febbraio 2011, un 70enne entra in un supermercato e infila un panino e una confezione di latte sotto il giubbotto. Valore della refurtiva: un euro e 30 centesimi. Entità della condanna: due mesi e 20 giorni di carcere. Sentenza confermata in Appello dal tribunale di Salerno. Ore da passare dietro le sbarre: 1920. Ovvero 11 volte la pena – 168 ore di servizi sociali – scontata da Berlusconi per i suddetti 7,3 milioni di dollari frodati al fisco nella vicenda diritti Mediaset. Cifra equivalente – centesimo più, centesimo meno – a 4 milioni 319 mila e 526 panini. Confezione di latte inclusa.

Voleva solo raccogliere dei fiori per la fidanzata

Fiori di oleandro per la fidanzata. La tentazione è forte per l’etiope El Israel, che per coglierne i fiori, però, danneggia l’albero spezzandone due rametti. La polizia è vicina. Interviene. E denuncia. Ecco il capo d’imputazione: “Danneggiamento aggravato, articolo 635 del codice Penale, comma secondo, per aver danneggiato, spezzando i rami, un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa. Con l’aggravante di aver commesso il fatto su bene esposto per necessità e consuetudine alla pubblica fede”. La pena va da 6 mesi e a tre anni di reclusione. Il fatto certo è che viene condannato in primo grado.

Prende sette pietre, dritto a processo

Un giovane pescatore di Sant’Agata di Militello viene arrestato e processato per direttissima. L’accusa: ha prelevato sette pietre dal Lungomare. Il ragazzo spiega il motivo che l’ha spinto a prenderle: gli servono a fissare le reti sul fondo del mare. Niente da fare. Va a processo.

A Roma, un ragazzo rumeno viene arrestato e processato, nel 2015, per un furto assai bizzarro: 22 pigne. Se non bastasse, il furto è avvenuto con un’aggravante: c’è stata violenza sull’albero. Un pino, per la precisione. Abbiamo tentato di conoscere l’epilogo giudiziario di queste due vicende. Ma non ci siamo riusciti. Il rischio che abbiano ricevuto una condanna più rapida e persino più severa di chi traffica in mazzette, però, è piuttosto alto.

Dl cybersecurity, c’è anche la golden power sulla Borsa

Il Consiglio dei ministri ha approvato i decreti sulla cybersecurity e sulla riorganizzazione dei ministeri. Nel perimetro della sicurezza nazionale cibernetica sono è rientrata anche la golden power sul mercato azionario, ossia la Borsa Italiana. Si tratta del potere speciale che lo Stato può esercitare sulle società attive in settori strategici e in questo caso riguarda quello finanziario. Il provvedimento è stato inserito dal governo dopo l’assalto negli scorsi giorni di Hong Kong alla Borsa di Londra (respinto, ma solo per adesso) che controlla anche Piazza Affari.

Sul fronte della riorganizzazione dei ministeri è stato dato il via libera al trasferimento delle competenze sul Turismo (che faceva capo all’Agricoltura) ai Beni culturali di Dario Franceschini. Proprio al Mibact sono stati nominati il capo di gabinetto Lorenzo Casini e il segretario generale Salvo Nastasi. Disco verde anche al ritorno del Commercio estero dal ministero dello Sviluppo economico alla Farnesina. Il cdm ha inoltre dichiarato lo stato d’emergenza per Stromboli e Ginostra dopo le violente eruzioni che si sono verificate il 3 luglio e il 28 agosto causando anche un morto e danni anche a livello turistico per l’isola.

Clima, Mattarella e altri 31 capi di Stato all’Onu: “Agire ora”

“Il cambiamento climatico è la sfida chiave del nostro tempo”. Inizia così il documento firmato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del Climate Action Summit delle Nazioni Unite in programma a New York il 23 settembre 2019. “La nostra generazione è la prima a sperimentare il rapido aumento delle temperature in tutto il mondo e probabilmente l’ultima ad avere l’opportunità di combattere efficacemente l’imminente crisi climatica globale”, si legge nel documento dove vengono evidenziati gli effetti dei cambiamenti climatici: “Il drammatico aumento di ondate di calore, inondazioni, siccità e colate di fango, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari”. La dichiarazione congiunta, che sottolinea ancora una volta l’importanza delle tematiche ambientali al livello globale, è stata redatta anche “alla luce delle conclusioni della relazione speciale dell’Ipcc e dei risultati della Cop24”, cioè la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2018. Una preoccupazione che tocca tutti, indistintamente, come sottolineano i capi di Stato, evidenziando anche i possibili ostacoli all’economia globale.

“Se col Green New Deal falliremo, gli ultimi saranno sempre ultimi”

Professor Enrico Giovannini, si parla ormai in modo costante di economia green. Lei è il portavoce dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, che ne pensa?

È molto positivo il discorso di Ursula von der Leyen che rappresenta una svolta nella Commissione. Ci sono proposte che vanno nel senso indicato dall’ASviS. L’Agenda 2030 (approvata nel 2015 dalle Nazioni Unite, ndr) si candida a essere il fulcro del semestre europeo e nelle lettere di incarico ai commissari si dice che ognuno di essi è responsabile del raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda. Avanza un’idea di Europa che non è più solo economica, ma anche sociale e ambientale.

Non c’è il rischio della genericità?

Non bisogna fermarsi ai 17 obiettivi indicati dall’Agenda, ma guardare ai 169 target. Faccio tre esempi: entro il 2020 ridurre drasticamente il numero dei giovani Neet, dimezzare il numero di morti per incidenti stradali, assicurare che tutte le città abbiano i piani per l’adattamento ai cambiamenti climatici e la gestione dei disastri. Non mi sembra siano punti generici.

In cosa un’economia “green” sarebbe positiva?

Un esempio concreto: nel Rapporto annuale dell’Istat si mostra cosa fanno le imprese oltre i 50 addetti per la sostenibilità ambientale e sociale. Le grandissime imprese che hanno investito in pratiche di sviluppo sostenibile hanno il 15% di produttività in più, per le imprese di grandi dimensioni il vantaggio è del 10%. Per un Paese che ha una produttività molto bassa sembra la gallina dalle uova d’oro.

Cos’è che incide sulla produttività?

Al primo posto come frequenza di utilizzo c’è la raccolta differenziata, il controllo dell’energia, dell’acqua, delle emissioni, la nomina di un responsabile per la sostenibilità, la certificazione. Diminuendo i costi delle materie prime e dell’energia o dell’acqua si taglia l’80% dei costi e non ci si accanisce solo sul costo del lavoro. Continuando a utilizzare indici come il costo del lavoro per unità di prodotto queste cose neanche le vediamo.

Alcune misure da prendere?

Il 4 ottobre presenteremo il Rapporto ASviS ed entreremo nel dettaglio. Però nei 28 punti programmatici del governo la parola “sostenibilità” è molto frequente. E non posso che essere molto soddisfatto che il premier abbia auspicato l’inserimento in Costituzione del concetto di sviluppo sostenibile (cioè il concetto della giustizia tra generazioni, oggi assente), come da noi proposto. Bene che si discuta finalmente in un’ottica di economia circolare.

Per farlo non servirebbe una sana programmazione?

Certo. Per due anni, con maggioranze diverse, ho proposto un emendamento alla legge di Bilancio che orientasse gli incentivi sia all’Industria 4.0 che all’economia circolare. Mi hanno guardato come fossi un marziano perché la mentalità è che da un lato c’è l’economia e dall’altro l’ambiente. Occorre fare rapidamente il salto oppure resteremo indietro. Stavolta i primi saranno i primi e gli ultimi resteranno gli ultimi.

Può indicare alcune scelte immediate?

Una cosa da fare subito è cambiare il nome del Cipe ma sia il governo Gentiloni che il Conte 1 hanno detto no perché una volta che cambia il nome del Cipe deve cambiare il criterio con cui si fanno gli investimenti pubblici. Ma è esattamente la nostra intenzione. Immagini che da adesso in poi si facciano gli investimenti pubblici tenendo conto dell’impatto economico, sociale e ambientale. La seconda proposta è che la relazione tecnica di ogni nuova legge indichi i target che contribuirebbe a migliorare.

Quali sono le misure green che potrebbero essere scorporate dal bilancio ai fini dei parametri europei?

Investimenti in impianti e piattaforme per l’economia circolare e la decarbonizzazione, lotta al cambiamento climatico e al degrado ambientale. Per l’economia circolare servono i decreti sul “fine vita” dei prodotti, per consentire il loro riuso. L’unico finora è stato fatto sui pannolini. Poi, il Collegato ambientale del governo Letta, prevede lo smantellamento graduale dei 19 miliardi dei sussidi che danneggiano l’ambiente e la loro trasformazione in incentivi allo sviluppo sostenibile. Il catalogo dei sussidi pubblicato dai ministeri dell’Ambiente e dell’Economia indica con precisione in cosa consistono.

Guerra sui sussidi dannosi Slitta il decreto Ambiente

Bello l’ambiente, a parole. Meno quando la sua difesa richiede finanziamenti e azioni che indeboliscono gli interessi di alcune categorie e quando bisogna affrontare trattative per trovare il giusto equilibrio senza rimangiarsi i buoni propositi. Tradotto in dinamiche politiche, questo significa che il decreto su clima e ambiente che sarebbe dovuto andare in Consiglio dei ministri ieri, a pochi giorni dal Climate Action Summit di New York (23 settembre), si è invece arenato sulle coperture finanziarie mentre riceveva le critiche dei vari portatori di interesse. Ora i tecnici dei ministeri proveranno a trovare la quadra durante gli incontri previsti per l’inizio della prossima settimana e così il decreto (e le sue inevitabili modifiche) potrebbe arrivare al prossimo Consiglio dei ministri, probabilmente già giovedì, evitando così di essere trasformato in un disegno di legge.

Il testo contiene diverse disposizioni, dalle sovvenzioni per iniziative green alle norme per potenziare la Valutazione di Impatto Ambientale (anche in ottica Ilva). A farlo slittare, però, è stata la riduzione del 10% annuo – a partire dal 2020 e fino a esaurimento nel 2040 – dei cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi che, ha stimato il ministero, ogni anno ammontano a circa 19 miliardi di euro in tutti i settori, dall’agricoltura all’energia, fino ai trasporti. E per ogni settore colpito, c’è chiaramente un ministero di riferimento con cui doversi raccordare nelle prossime ore, dallo Sviluppo economico (Patuanelli, M5s) ai Trasporti (De Micheli, Pd), che fino a ieri erano all’oscuro del decreto ma che difficilmente potranno ignorare la pressione a cui è stato sottoposto in queste ore, sia mediatica che istituzionale (come le parole del presidente della Repubblica Mattarella che ha firmato il documento che chiede all’Ue più risorse finanziarie per la green economy). Uno dei nodi, infatti, riguarda proprio il ministero dei trasporti e l’introduzione di un bonus di 2.000 euro per chi rottama un’auto da classe Euro 4 in giù. L’idea di Costa è prendere le coperture dalle aste verdi (il meccanismo Ue di compravendita di quote di emissione di gas serra), il cui ricavato finora è andato al Bilancio dello Stato e che stavolta – nelle intenzioni – dovrebbe rimanere al ministero dell’Ambiente.

Trattative, in corso, insomma, e non è escluso che si cederà su alcuni fronti (come ad esempio sulla riduzione dei sussidi, che potrebbe essere spalmata su un periodo più lungo e quindi a meno del 10% all’anno). Fuori dalle stanze ministeriali, a protestare sono stati i sindacati e i rappresentanti di categoria. La riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi, infatti, colpisce determinate categorie economiche e di lavoratori. Contenuti in un catalogo che viene redatto dalla direzione Sviluppo Sostenibile del ministero, riguardano ad esempio il settore dell’agricoltura e della pesca come nel caso della riduzione della base imponibile ai fini Irpef e Ires per le imprese di pesca che se da un lato attraggono personale verso un lavoro usurante, aumentano anche la sovracapacità della flotta di pesca nel Mediterraneo. Ma il settore più colpito sarebbe quello dell’energia dove va gran parte degli incentivi dannosi. Sono ad esempio stimati come “mancati introiti” l’assegnazione gratuita delle quote di emissione previste dall’Emission Trading System (la compravendita di quote di emissioni) o il sussidio implicito che deriva dal più favorevole trattamento fiscale del gasolio rispetto alla benzina. O ancora, l’esenzione dalle royalties per l’estrazione di greggio e gas naturale di determinati quantitativi della produzione annuale dei giacimenti. Il catalogo identifica anche le criticità nel settore Trasporti, tra cui alcuni insospettabili come le agevolazioni fiscali per i dipendenti nell’uso di auto aziendali – che incoraggerebbe l’acquisto di auto di elevata cilindrata e quindi elevate emissioni – o l’esenzione Iva del servizio taxi di trasporto urbano.

Boschi e Faraone probabili capigruppo Giachetti via da Roma

I gruppi di Italia Viva sono nati, ora bisogna decidere chi li guida: alla Camera a capo dei 26 deputati sarà quasi certamente Maria Elena Boschi, mentre a palazzo Madama, a dirigere i 13 senatori renziani, dovrebbe essere Davide Faraone, ex-capogruppo Pd in commissione Vigilanza Rai. Un altro papabile sarebbe Francesco Bonifazi, ma è più probabile che diventi tesoriere della nuova formazione.

La creazione di Italia Viva cambia gli equilibri anche fuori dal Parlamento. Il deputato Roberto Giachetti si è dimesso da consigliere dell’Assemblea capitolina dopo avere aderito al nuovo gruppo parlamentare di Matteo Renzi. “È stata una mia scelta personale legata al fatto che sarò molto preso da questa nuova avventura politica”, ha spiegato. A subentrare dovrebbe essere Anna Paola Concia, deputata Pd e attivista per i diritti LGBT. Anche lei è considerata vicina a Renzi: se scegliesse di lasciare il Pd per aderire a Italia Viva, il nuovo partito arriverebbe nell’Assemblea capitolina ben prima della fine della legislatura.

Tutte le altre “scatole”: Eyu chiude per guai, ma pronte due nuove

Non solo la Open. Anche la Fondazione Eyu – che era presieduta dall’ex tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, ora passato nelle file di Italia Viva – starebbe per chiudere i battenti: le attività sono state congelate. È una decisione sulla quale, secondo quanto risulta al Fatto, avrebbe inciso l’esplosione dell’inchiesta sui soldi arrivati alla fondazione da parte di una società che era riconducibile all’imprenditore Luca Parnasi, ora a processo, per altre vicende, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione.

Si tratta di 150 mila euro pagati dalla Immobiliare Pentapigna Srl, a cavallo delle scorse elezioni politiche, per uno studio di ricerca. Quel denaro, però, per la Procura di Roma, potrebbe rappresentare un finanziamento illecito, tanto che Bonifazi, che ha respinto le accuse, è stato iscritto nel registro degli indagati. L’inchiesta è ancora in corso. Non si conosce l’intenzione dei pm, se quindi decideranno di chiedere un rinvio a giudizio o l’archiviazione. Però sembra che l’indagine abbia già sortito i primi effetti.

Oggi il sito della Eyu non è più disponibile. E non lo era neanche a luglio scorso, quando però sarebbe stato hackerato. Poi è arrivata la decisione di non riaprire il sito che oggi risulta non più navigabile. Formalmente quindi la fondazione è ancora aperta, ma le attività sono state congelate.

Al centro dell’inchiesta romana, come detto, vi è la ricerca commissionata da una società che era riconducibile a Parnasi. Il progetto – dal titolo “Case: il rapporto degli italiani con il concetto di proprietà” – viene pagato dalla Immobiliare Pentapigna – a fronte di una fattura del 22 febbraio 2018 – con due bonifici. Uno del 1° marzo 2018 dall’importo di 100 mila euro, un secondo per altri 50 mila euro effettuato quattro giorni dopo. Ora si dovrà capire come la fondazione ha inserito la fattura pagata dalla Immobiliare Pentapigna Srl nel bilancio del 2018. Sembra quindi che anche la Eyu potrebbe essere chiusa, proprio come la cassaforte renziana, la Fondazione Open.

Ma una porta si chiude e un portone si apre. Infatti il senatore di Rignano, dopo esser uscito dal Pd e aver creato il partito Italia Viva, ha annunciato anche l’apertura della “Matteo Renzi Foundation”. Abbiamo verificato se questa nuova fondazione sia già stata iscritta nel registro prefettizio di Milano (dove avrà la sede) come devono fare le associazioni, fondazioni e istituzione di carattere privato. E fino a ieri non risulta registrata. Ma non è tutto. Come rivelato da Repubblica, Renzi ha costituito anche una Srl: la Digistart. La società, con un capitale sociale di 10 mila euro, ha sede a Firenze allo stesso indirizzo della Cys4 Srl, di cui è presidente del cda l’amico Marco Carrai. La Digistart Srl, nata l’11 maggio 2019, svolgerà una serie di attività.

Tra queste nell’atto costitutivo si annovera “l’analisi dei processi comunicativi che collegano cittadini e imprese”, ma anche attività di comunicazione “mediante l’organizzazione e/o partecipazione a convegni, seminari, incontri sia in Italia che all’estero”.

E ancora. La Digistart Srl svolgerà anche “attività di consulenza aziendale e assistenza in ambito strategico” e “attività di consulenza nell’ambito delle pubbliche relazioni e del marketing strategico al fine di migliorare il posizionamento dell’impresa o del singolo imprenditore”.

Twitter @PacelliValeria

L’ira dei ragazzi del Ciocco, strumentalizzati per la scissione

A Matteo Renzi l’ispirazione della scissione dal Pd è arrivata a fine agosto al Ciocco, sulle colline della Lucchesia. “Ho deciso quando ho visto i ragazzi della scuola di formazione ‘Meritare l’Italia’”, ha raccontato a Repubblica. Peccato che a molti di loro, questo passaggio dell’intervista non sia proprio piaciuto: “Durante quei cinque giorni, Matteo non ha mai fatto alcun riferimento a una possibile scissione. Lo abbiamo scoperto, con un po’ di rabbia, dai giornali – racconta al Fatto uno dei 200 partecipanti – siamo stati un po’ strumentalizzati, ecco”. Non solo: molti di loro, anche se privi di qualsiasi esperienza politica, non hanno alcuna intenzione di seguire “Matteo” nel suo nuovo movimento. La “rabbia” si è sfogata nella chat Whatsapp della scuola: “Ho partecipato al Ciocco perché credo nei valori che sono stati trasmessi i quei giorni – racconta la 25enne Letizia Perini (nella foto), vice capogruppo Pd a Firenze – e in quei giorni Renzi ci ha parlato dell’importanza di stare uniti per il bene comune, mettendo al secondo posto i personalismi. Poi se n’è andato: una scelta incomprensibile, che ci mette in difficoltà proprio ora che siamo tornati al governo. Il suo è tutto un gioco di palazzo per gestire il potere a livello parlamentare”. Certo, poi c’è anche una minoranza che aderirà a Italia Viva: ad alcuni di loro Renzi potrebbe proporre un posto da coordinatore nelle province toscane.

Open, indagato il presidente della cassaforte renziana

Nuove grane tra i renziani della prima ora. L’avvocato Alberto Bianchi è indagato dalla Procura di Firenze per traffico di influenze per alcune prestazioni professionali che ieri il suo legale ha definito “perfettamente legittime”. Sessantacinque anni, pistoiese d’origine e fiorentino d’adozione, è stato presidente della Fondazione Open, chiusa oltre un anno fa, per anni cassaforte del renzismo dove confluivano le donazioni dei finanziatori.

Due giorni fa la Guardia di Finanza ha perquisito l’ufficio di Bianchi acquisendo i rendiconti e l’elenco dei finanziatori della fondazione. Sembra quindi che il pm Luca Turco, titolare dell’inchiesta, voglia fare chiarezza su una serie di donazioni alla Open. La fondazione ha accompagnato il senatore di Rignano nella sua ascesa politica, raccogliendo anche i più fedeli all’ex premier. Oltre a Bianchi presidente, tra i membri del cda c’erano gli ex ministri Luca Lotti e Maria Elena Boschi e l’amico Marco Carrai. Nata nel 2012, prima con il nome di Big Bang, la Fondazione Open ha raccolto – secondo quanto riportato tempo fa dal Corriere della Sera – in sei anni 6,7 milioni di fondi. In base alle cifre finite invece in un report di OpenPolis, nel solo 2016 sono arrivati nelle casse della Fondazione 1,9 milioni di euro tra donazioni da privati, quote associative e contributi dai soci.

Quando il sito era attivo, vi era anche una sezione dedicata ai nomi, con relative somme versate, dei donatori che davano il consenso alla pubblicazione della propria identità. Il fondatore del fondo Algebris, Michele Serra, era tra i più generosi con 225 mila euro donati. Altri 110 mila euro sono stati versati dalla British American Tobacco. Il denaro finito nelle casse della fondazione veniva quindi poi usato per organizzare eventi (in primis la kermesse renziana, Leopolda, quest’anno alla sua decima edizione) e per altre spese legate alla politica.

Adesso quindi arriva l’inchiesta di Firenze, che la Procura sta cercando di condurre nel massimo riserbo. “Alberto Bianchi – commenta il suo legale, l’avvocato Nino D’Avirro – è indagato per una ipotesi di reato fumosa qual è il traffico di influenze per prestazioni professionali, a mio avviso perfettamente legittime”.

“L’avvocato Bianchi – continua D’Avirro – ha messo a disposizione degli inquirenti la documentazione richiesta nella convinzione di poter chiarire al più presto questa vicenda che lo sta profondamente amareggiando”.