Anche l’Ad della Rai Fabrizio Salini vuole chiarimenti da Bruno Vespa per l’intervista a Lucia Panigalli andata in onda martedì 17 settembre a Porta a Porta, dopo che il conduttore è finito nel mirino delle Commissioni Pari Opportunità di Stampa Romana, Fnsi e Usigrai per le domande inaccettabili che ha rivolto alla donna scampata a un femminicidio. “Lei è protetta, non corre rischi”, “Se avesse voluto ucciderla l’avrebbe uccisa”, sono alcune delle frasi pronunciate dal giornalista nel corso della trasmissione, che ora è oggetto di un esposto al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti e alla stessa Rai, per violazione del Codice etico. “Condivido la forte contrarietà suscitata dai toni dell’intervista”, ha detto Salini, pur prendendo atto del fatto che “Vespa si è scusato per gli equivoci”. Scuse che evidentemente non hanno convinto nemmeno Lucia Panigalli, che ieri ha dichiarato: “Mi sento offesa anche a nome di tutte le donne che non sono state ‘fortunate’ come me”. Vespa replica: “Credo sia la prima volta in assoluto che un giornalista viene criminalizzato a causa di una trasmissione per la quale viene al tempo stesso ringraziato dall’avvocato della sua presunta vittima”.
D’Alema benedice il nuovo Conte post-ideologico, tra selfie e salsicce
“Mi ha convinto. Finalmente uno che parla in maniera semplice”. Massimo D’Alema, ovvero l’“unico presidente”, come lo definisce una militante, commenta a caldo il dibattito tra Giuseppe Conte ed Enrico Mentana alla Festa di Articolo uno a Testaccio. Ha ascoltato concentratissimo in prima fila. Dopo aver aspettato il premier in arrivo sotto al palco per dargli un benvenuto-benedizione da padrone di casa.
A prenderlo all’uscita dalla macchina ci sono andati Roberto Speranza, Loredana De Petris, Federico Fornaro e Arturo Scotto. Un drappello testé arrivato al governo che trasuda soddisfazione. E il premier non si sottrae all’abbraccio: si fa un selfie con una ragazza di colore, poi il giro degli stand. Stringe la mano a Guglielmo Epifani. Salito sul palco, con l’immancabile pochette e la cravatta azzurra, l’odore di salsiccia che allieta i convenuti (non tantissimi per la verità, qualche decina: in netta maggioranza le telecamere) è vagamente straniante. Conte ci tiene a ribadire il fatto che l’invito lo aveva accettato già a luglio, quando era il presidente del Consiglio del governo gialloverde.
L’atmosfera tra il pubblico è una via di mezzo tra rimozione, perplessità e rinata speranza. “Ho nostalgia del futuro”, per dirla ancora con D’Alema. E Conte ci tiene a ridefinire il “governo di centrosinistra”, come lo appella Mentana, un “governo di Movimento centro sinistra”. Perché “M5S è un movimento post-ideologico”. Una parola chiave che sarà di certo gettonatissima nei mesi a venire: Conte è intervenuto alla Festa del Fatto alla Versiliana in streaming; ma quella di ieri è la prima manifestazione politica cui partecipa. Sarà domani ad Atreju dalla Meloni e domenica a Lecce dalla Cgil. Più post-ideologico di così è difficile. E però. “Mi fido del Pd”, manda a dire da lontano a Alessandro Di Battista. Mentre racconta di aver detto a Renzi che avrebbe dovuto avvertirlo prima del suo progetto perché “da premier incaricato dovevo sapere bene in quale piano politico mi muovevo. E avrei preteso un’interlocuzione diretta con quel gruppo”. Certezze su Matteo Salvini: “Non l’ho più sentito. E non farò un governo con la Lega da qui all’infinito”. Scelte di campo post-ideologiche.
Mentana lo pungola sulla corresponsabilità sulla nave Diciotti (“Se un mio ministro sbaglia è normale che io mi assuma la responsabilità”). E poi sui problemi del decreto sicurezza, davanti a un pubblico che “non vede le Ong come nemici del popolo” e “non considera l’accoglienza uno schifo”. Applausi. Conte si allinea a queste considerazioni. Ma allarga: “L’immigrazione è un fenomeno multilivello, non riguarda solo lo sbarco”. Approccio istituzionale, che vuole lontano dal tifo. L’ora scarsa passa rapidamente. Lentamente Conte si concede pure al palco, tra battute e sorrisi. Lo aspettano a una cena di gala al Quirinale con il presidente tedesco Steinmeier. Ma non fa niente. Il richiamo della griglia in effetti è ineludibile: e così fa l’immancabile giro delle cucine e si presta a una foto con salsiccia e birra. Selfie annessi e connessi. Sarà pure il momento di non abusare dei social, come chiarisce il premier, ma il Conte 2 è iniziato. Anche all’insegna della ricerca del consenso.
“L’alleanza con il M5S è naturale: ora un grande partito del lavoro”
Il ministro della Salute, Roberto Speranza, è quello che più di tutti rivendica la propria appartenenza a sinistra. Segretario di Articolo 1, la formazione fuoriuscita dal Pd con Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, oggi vede nel Conte II una grande occasione della sinistra, per battersi per un partito del lavoro.
Voi siete quelli che proponevano l’alleanza col M5S già dopo il 4 marzo 2018.
Siamo stati sempre convinti che il muro di incomunicabilità tra M5S e campo democratico dovesse cadere. Lo abbiamo detto nel 2018, ma lo avevamo già fatto nel 2013.
Si trattava però di un appoggio esterno al Pd.
Noi provammo ad aprire una discussione, ma il M5S appena arrivato in Parlamento non era pronto. Nel 2018 fu invece il Pd a non essere pronto con la strategia dei popcorn.
Oggi invece sembrate puntarci molto.
Per noi la nascita di questo governo è un successo perché il dialogo tra M5S e centrosinistra può consentire di rimpossessarci della questione sociale che la destra ci ha sfilato negli ultimi anni. La sinistra è stata incapace di rappresentare una forte domanda di protezione che emergeva in modo particolare dai ceti medi e da quelli più deboli. Il rapporto tra noi e M5S è naturale perché può basarsi su aspetti fondamentali della cultura costituzionale. Anche per questo penso siano necessarie alleanze a tutti i livelli amministrativi.
La sinistra, però, ha sbrigativamente bollato come populiste certe istanze sociali.
Il termine che a me piace di più è ‘popolare’: noi abbiamo smesso di essere popolari in Italia e nel mondo. Dovremmo invece puntare a un nuovo rapporto con il popolo come fanno negli Usa Bernie Sanders o Jeremy Corbyn in Gran Bretagna. C’è un’autocritica che la sinistra deve fare rispetto alla globalizzazione, soprattutto con la sua crisi dopo il 2008.
Fu un errore il governo Monti?
Capisco le ragioni di responsabilità di allora, c’era un Paese che stava cadendo, ma le scelte fatte da quel governo hanno contribuito alla rottura con le ragioni di chi dovevamo difendere.
Non avete sbagliato i tempi uscendo dal Pd? Non era più giusto rompere sul Jobs Act?
Uscire dal partito è stata una scelta drammatica. Lo abbiamo fatto in ritardo quando ci siamo resi conto che era impossibile cambiare le ragioni di fondo. Ma quelle ragioni restano intatte.
Renzi è sicuro che lo sostituirete rientrando in quel partito.
Non siamo usciti dal Pd perché c’era Renzi e non rientriamo perché se ne va Renzi. Il punto è l’idea di società e le scelte di fondo.
Ma se cambiano le scelte di fondo?
Penso che dobbiamo avere il coraggio di aprire una discussione vera sui fondamentali, senza paura e senza pregiudizi. Diciamo che l’organizzazione dei soggetti è ‘sovrastruttura’, ma quello che mi interessa è la ‘struttura’, cioè la visione di società.
Non vi metterete quindi a ricostruire un piccolo contenitore come è stato LeU?
Tutte le sigle hanno dimostrato limiti e insufficienze, quello che serve è qualcosa di nuovo con un’ambizione di governo, popolare, larga. Se ci limitiamo alle sigle che già ci sono, non si va lontano.
Una forza politica nuova?
Diciamo che oggi quello che c’è non basta e quel che serve ancora non c’è. Vorrei lavorare a quel che serve, una grande forza del lavoro.
Lei è il ministro della Salute. Ci dice qualche misura da prendere urgentemente?
Per me è fondamentale applicare l’articolo 32 e difendere la sanità pubblica. La Costituzione è il mio programma e io difenderò il sistema sanitario nazionale universale. Ma non si fa con la bacchetta magica, ci vogliono umiltà e consapevolezza della realtà.
Ma le persone in fila al pronto soccorso o in liste di attesa lunghe un anno, chiedono risposte ora.
Sicuramente dovremo sfruttare meglio il sistema digitale, ad esempio per implementare il fascicolo sanitario elettronico, per cui quando un cittadino accede in un ospedale la sua storia è immediatamente disponibile. Sulle liste di attesa c’è già un piano avviato dal ministro Grillo su cui continuerò a lavorare.
E sulla vaccinazione?
Di fronte alla salute dei nostri figli, giù tutte le bandierine della politica. Per me è fondamentale affidarsi alla scienza. Sulla scuola verificheremo con il Miur i numeri veri e le ricadute reali della normativa vigente e va fatto ogni sforzo per non mettere in contraddizione due diritti irrinunciabili, quello alla salute e all’istruzione.
Su Byoblu nasce il think tank dei sovranisti
È nato il think tank “amico dei cittadini italiani”. “Lo scopo è attuare in pieno la Costituzione”, dice uno dei fondatori Mauro Scardovelli, giurista e terapeuta. Sarà la casa degli intellettuali sovranisti antieuro, rimasti delusi da Lega e 5 Stelle. Non ci saranno partiti, anche se alcuni dei membri sono stati infatuati dai gialloverdi. Come Alberto Micalizzi, ex ricercatore della Bocconi, condannato in primo grado a sei anni per truffa. Non il massimo “per chi vuole tornare ai principi che hanno reso grande l’Italia”: “È un tema doloroso” ammette Scardovelli, che confida nell’assoluzione del collega. Il lancio è andato in onda ieri sera su Byoblu, webtv megafono del mondo sovranista fondata dall’ex consulente M5S Claudio Messora, filo-gialloverde anche lui. Da sempre ospita sul blog Borghi e Bagnai, i due economisti di punta della Lega. Il presidente Rai Marcello Foa, quando ancora lavorava in Svizzera, parlava su Byoblu di spin doctor e disinformazione di massa. Tra le ultime esclusive, l’intervista al filosofo russo Aleksandr Dugin. Il suo messaggio è chiaro: la sconfitta di Putin alle ultime amministrative in Russia è un’invenzione dei media occidentali al pari dell’affaire Metropol.
Bibbiano, il sindaco querela il leader M5S per il post Facebook
Risale al 12 agostoscorso la querela presentata da Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano, contro Luigi Di Maio, all’epoca vicepremier del governo gialloverde.
Nel mirino il post su Facebook del leader pentastellato datato 27 giugno, in cui compare l’immagine di Carletti con la fascia tricolore e Di Maio commentava: “il sindaco del Pd che faceva affari coi bambini”, riferendosi alla vicenda degli affidi illeciti commessi nella val d’Enza. Secondo i legali del primo cittadino, quello specifico post avrebbe scatenato una valanga di contenuti negativi nei suoi confronti, con insulti e intimidazioni anche gravi.
“Ci sono commenti che sono sia diffamatori che minacciosi: mettono a rischio anche l’incolumità familiare. Ci sono affermazioni che è difficile ripetere, sono barbare”, commenta l’avvocato Giovanni Tarquini.
Quindi il sindaco Carletti “non ha preso un’iniziativa di questo tipo per limitare libertà d’opinione e espressione, in cui lui per primo crede, ma c’è modo e modo: ha voluto portare davanti all’autorità giudiziaria delle cose che costituiscono un reato”, ha spiegato il legale “perché il fenomeno sui social è stato ed è devastante per lui”.
Di Maio fa sparire la parola “civiche”. E in Toscana la base è già in rivolta
Il quesito, al solito, è ambiguo quanto basta: “Sei d’accordo con la proposta avanzata dal capo politico del “patto civico per l’Umbria”, sostenendo alle elezioni regionali un candidato presidente civico, con il sostegno di altre forze politiche?”. È quello che voteranno oggi gli iscritti alla piattaforma Rousseau, chiamati a dare il via libera all’accordo con il Pd, annunciato domenica scorsa da Luigi Di Maio in una lettera al Quotidiano nazionale. Ma siccome il patto è civico, il presidente pure, ma le altre forze politiche per forza di cose non lo sono, allegata alla domanda c’è la modifica, già approvata, alle regole dei Cinque Stelle per le Regionali di ottobre. E qui la questione si fa più chiara. Perché il punto 5 del vademecum per la scelta dei candidati consiglieri, votati ieri da 806 iscritti, recitava così: “Le liste del MoVimento 5 Stelle non andranno in coalizione con nessun’altra lista. In conformità al voto degli iscritti del 25-26 luglio 2019 (quello in cui si votò la nuova organizzazione M5S, mandato zero compreso, ndr) rimane comunque facoltà del capo politico proporre eventuali alleanze con liste civiche, sotto la sua diretta supervisione”.
Quella “facoltà”, che veniva comunque legata al via libera della piattaforma, non si addice al caso dei giorni nostri. Per questo il Comitato di garanzia – di cui fanno parte Vito Crimi, Giancarlo Cancelleri e Roberta Lombardi – ha dovuto dare parere favorevole a una modifica sostanziale di quel testo: “In conformità al voto degli iscritti del 25-26 luglio 2019 rimane comunque facoltà del capo politico proporre eventuali alleanze, sotto la sua diretta supervisione”.
È sparito giocoforza il riferimento alle liste civiche, che poi è quello su cui aveva votato in estate la base Cinque Stelle. Non proprio un segnale positivo per quella parte di Movimento che guarda con un certo scetticismo alle evoluzioni delle ultime settimane. Ieri, a nome loro, ha parlato Alessandro Di Battista che in un lungo post su Facebook ha espresso tutte le sue perplessità sul rapporto con il Partito democratico. “Ipocriti”, “collusi”, “macellai sociali” sono alcuni degli epiteti che l’ex deputato riserva ai dem. Ma ne ha anche per chi si stupisce di quello che sta succedendo in queste ore, dalle scelte sulla squadra di governo (“Chi pensavate che il Pd avrebbe mai messo, Mandela, Kennedy, Allende?”) al voto che ha salvato Diego Sozzani alla scissione di Renzi che ha lasciato “allibito” Giuseppe Conte: “Buongiorno Presidente!!!”, scrive, con tanto di punti esclamativi. E da lì, una lista di buoni motivi per “non fidarsi” dei nuovi compagni di governo.
Le parole di Di Battista non hanno particolarmente stupito i vertici M5S: “Le sue posizioni sono note”, è il refrain. Ma certo non contribuiscono a distendere il clima, ancora teso dopo la fine della battaglia per i sottosegretari, che ha premiato “i piagnistei” e lasciato molti dei “colonnelli” di Di Maio sul campo.
Oggi si vedrà il gradimento della base per l’esperimento umbro. Ma, in generale, il clima di collaborazione con i dem sta cominciando a creare disagi a livello locale, dalla Calabria alla Toscana. Proprio ieri, a Firenze, è esplosa la rivolta per i “sì” di consiglieri comunali e regionali 5 Stelle all’aeroporto, al Tav e alle Olimpiadi 2032 proposte dal sindaco Pd Dario Nardella. Rivolta che è arrivata ad evocare l’ipotesi di una scissione: “Sì, è una possibilità”, racconta l’ex candidato sindaco M5S a Firenze, Daniele Bellucci.
La scintilla è scoccata martedì mattina quando gli attivisti grillini hanno letto sui giornali del sostegno dei Cinque Stelle al documento di programma presentato da Nardella. Le telefonate inferocite rivolte al capogruppo a Palazzo Vecchio, Roberto De Blasi, hanno prodotto una toppa peggiore del buco: “Il passaggio sul Tav ci era sfuggito” ha scritto in una nota De Blasi. “Da dieci anni facciamo manifestazioni e cortei contro l’aeroporto e il Tav di Firenze – dice al Fatto Bellucci – non è possibile che adesso, solo perché si è fatto il governo nazionale, il M5S nel giro di un giorno decida che in tutti questi anni abbiamo scherzato. Se poi da Roma arrivano altre indicazioni, si farà un’altra cosa…”.
Contro Salvini, ora si aspetta il miracolo di San Francesco
Scomparso il rosso, l’Umbria ritrova, nel verde leghista, il ton sur ton. In poco più di due anni, Matteo Salvini si è pappato 13 Comuni sui migliori 20 in lizza, e adesso il centrodestra già governa il 60 per cento della popolazione residente. Dove il Pd è riuscito a svignarsela dalla decapitazione, come a Città di Castello, è solo grazie al fatto che gli elettori non sono stati chiamati al voto. Quando si sono ritrovati nell’urna, è successo a maggio per le Europee, la Lega è balzata al 48 per cento, tanto per capirci.
Non ci sono solo Perugia e Terni, i capoluoghi, o le città storiche come Todi e Spoleto, le perle come Gubbio a inneggiare al “prima gli italiani”, il brand che ora va fortissimo. Ovunque, da Gualdo a Foligno, cresce Salvini. Lui, non il centrodestra. Il sistema di potere che ha retto egregiamente per mezzo secolo, grazie a una relazione organica che legava il lavoro al partito, che faceva crescere la famiglia intorno al focolare degli antenati del Pd, di quel comunismo domestico che è stato vanto e anche fede, ora è piegato da una malattia autoimmune che lo perseguita infragilendogli le ossa.
Il mondo e anche le idee, figurarsi gli uomini, sono cambiati al punto che un signore come Sandro Corsi, che a Terni gestisce la filiera cooperativa chiamata a elargire una buona fetta dei servizi sociali, dunque perno anche economico della città che fu dell’acciaio, la città dei cosiddetti metalmezzadri, adesso non sa. “Non so davvero cosa votare, davvero sono indeciso, davvero dico”. Se un tipo come lui è indeciso, figurarsi il resto!
Da questo disorientamento generale, una specie di labirintite politica che capovolge certezze e carriere, nasce questa alleanza last minute. Il Pd accerchiato concede ai Cinque Stelle, che devono ritrovare proprio in Umbria una linea e un orizzonte nuovi, il diritto di indicare un candidato comune.
“Il Pd ha Andrea Fora, un campione della cooperazione cattolica, un uomo che riesce a sostenere lo sforzo di rappresentare tutti e riesce pure a sollecitare all’impegno politico le forze migliori dell’imprenditoria e del volontariato. Nonostante questo valuteremo una candidatura ancora più larga, più forte, più unitaria. Lo stesso Fora si è detto disponibile a un passo indietro quando nella rosa dei nomi è entrato Brunello Cucinelli”, commenta Walter Verini a cui tocca gestire questa fase drammatica e declinante del Pd umbro.
Cucinelli il creativo, il cachemire vivente, l’uomo che Forbes piazza al 26 posto della ricchezza nazionale, è stato il nome glorioso girato per un giorno e attorno al quale le speranze di aver trovato il jolly vincente sono parse cospicue. “Diciamoci la verità, se Pd e Cinque Stelle vanno separati, per noi la vittoria è a tavolino”. Noi, dice Roberto Perfetti, segretario regionale dell’Ugl ed ex missino. Loro fanno infatti fronte comune. Salvini da solo non basta: ci vogliono i voti della destra neoleghista, come il sindacalista dell’Ugl (“Con Salvini abbiamo ritrovato le nostre idee, gli stessi valori”), della destra post-missina che fa capo a Giorgia Meloni, naturalmente dei voti di Silvio Berlusconi. Il quale ha dovuto accettare di fare entrare nella coalizione anche i fuoriusciti dal suo partito e accettare finanche di ritrovarseli in lista, coalizzati con lui, sotto il simbolo di Giovanni Toti (“un mio ex collaboratore”, dice sprezzante l’ex Cavaliere). Il centrodestra, dunque, per puntare alla vittoria raccoglie ogni filo d’erba, per spingere Donatella Tesei, senatrice leghista già sindaco di Montefalco, ha bisogno di ogni rivolo d’acqua.
Contro questa coalizione il Pd non ce la fa da solo. Figurarsi i Cinque Stelle. E da giorni questa strana alleanza, che si sente ma non si vede, che comunica senza dibattere, è alla ricerca di un nome. E nella ricerca sono stati chiamati anche i frati della città di Francesco, cioè Assisi. È così spuntato il nome di Stefania Proietti, la sindaca.
Stefania Proietti, ingegnere ambientale, senza tessere, con amicizie ben distribuite tra grillini e pidini, è lì che aspetta di essere scelta. Il Pd non ci crede, non la sceglie (“buttiamo a mare un nome come quello di Fora che dà lavoro a 30mila persone, che conosce ogni angolo dell’Umbria, per una sindaca dal peso piuma. Se non governasse Assisi chi mai l’avrebbe coinvolta?”) e rimanda a Di Maio l’onere di trovare un candidato più forte.
A lui il pellegrinaggio in terra umbra finora ha dato solo dispiaceri. Cucinelli si è detto onorato ma ha ringraziato. Poi è stata la volta del procuratore generale Fausto Cardella. Interpellato, ha ringraziato ma ha detto no. Il terzo diniego è giunto da Catia Bastioli, imprenditrice, presidente di Terna. Un altro nome forte. All’ultimo rifiuto si è risposto da casa grillina riproponendo il primo nome parcheggiato: Proietti. “Voteremo lei, con o senza il Pd”, ha detto il deputato umbro Filippo Gallinella. Ritornati nella casella di partenza, le virtù creative stanno esaurendosi. San Francesco non sembra faccia miracoli, l’Umbria pende dal lato opposto e tutta orgogliosa lo dà pure a vedere.
Umbria, un altro “no” M5S: “Avanti con Proietti”
L’unica certezza è che oggi gli iscritti al Movimento 5 Stelle voteranno su Rousseau se approvare o meno il “Patto civico per l’Umbria”. Che, tradotto dal politichese, vuol dire l’accordo con il Pd in vista delle Regionali del 27 ottobre. Sul nome del candidato, invece, si naviga a vista. A tarda sera, le due parti in campo non avevano ancora trovato un accordo su un nome che mettesse d’accordo tutti: siamo al muro contro muro. Dopo il rifiuto dell’amministratore delegato di Novamont Catia Bastioli (“sono onorata ma proseguo nei miei incarichi”), sul tavolo della trattativa è rimasto solo il nome della sindaca di Assisi, Stefania Proietti, sostenuta con forza dai 5 Stelle. Luigi Di Maio ieri le avrebbe confermato che il Movimento punta su di lei e oggi sarà ad Assisi per la “Rassegna Cortile di Francesco” dove incontrerà proprio Proietti. La posizione dei 5 Stelle è chiara e la esprime il deputato umbro, Filippo Gallinella: “Conosco la Proietti, è un ingegnere come me molto sensibile ai temi ambientali – dice al Fatto – e quindi dovremo sostenerla con o senza il Pd”. La sindaca di Assisi, molto vicina agli ambienti cattolici del cardinale Gualtiero Bassetti, potrebbe contare anche sull’appoggio di un terzo polo, la cosiddetta “Umbria Civica, Verde e Sociale”.
Sul nome di Proietti però al momento il Pd fa muro. Motivo? Ufficialmente perché “i sindaci che guidano le città non possono lasciare le stesse senza guida, anni prima della fine del mandato” ma sembra un pretesto. D’altronde Proietti viene dal mondo del centrosinistra cattolico e ambientalista e per di più è stata sostenuta nel 2016 proprio dal Pd che ad Assisi le garantisce tutt’oggi la maggioranza in consiglio comunale. La ragione vera è allo stesso tempo tattica e politica: da una parte al Nazareno non vogliono piegarsi al diktat grillino del “prendere o lasciare” e dall’altra ritengono il nome di Proietti “molto inferiore” a quello del candidato già lanciato, Andrea Fora. “Il nome di Proietti per noi non esiste – spiega in serata una fonte dem che sta portando avanti la trattativa – di forte lei ha solo la città che amministra. Niente di più. E invece ci vuole un candidato che sappia parlare ad assemblee di 500/600 imprenditori o associazioni, come Fora, e soprattutto risolvere i problemi concreti delle persone. Se è per questo anche in Umbria avremmo decine di altri sindaci molto più forti di Proietti”. La porta però non è del tutto chiusa: “Aspettiamo dai 5 Stelle un terzo nome tra stasera e domani mattina – dice il commissario regionale Pd Walter Verini – i profili in Umbria ci sarebbero anche, ma non voglio esporli. Se poi non arrivano, il Pd candiderà Fora appoggiato dalle altre liste civiche del territorio”. L’ex presidente di Confcooperative, infatti, nei giorni scorsi ha già fatto partire la sua campagna elettorale e preparato una bozza di lista di potenziali imprenditori e volti noti della società civile umbra pronti a sostenerlo. “La macchina è partita e per fermarla servirebbe proprio un Barack Obama” conclude Verini.
I 5 Stelle però hanno posto il veto su Fora perché troppo legato al Pd e anche per il processo per frode in pubbliche forniture nell’ambito di un’inchiesta del 2017 sulle mense scolastiche. Lui minimizza (“sono imputato per 20 grammi in meno di insalata”) ma il paradosso è che quando partì l’inchiesta era stato proprio il gruppo dem in consiglio comunale a Perugia ad attaccarlo, firmando un comunicato molto duro in cui si ringraziava la magistratura per aver portato alla luce “irregolarità nella gestione dei cibi” e “problemi di carattere sanitario”. Lo stesso Pd che oggi punta su di lui dopo lo scandalo sulla Sanità che ha travolto la giunta di Catiuscia Marini. Il commissario regionale Verini ha convocato domani mattina i dirigenti umbri per prendere una decisione definitiva, dando così ulteriore tempo al M5S per fare un terzo nome che metta d’accordo tutti. Altrimenti, ognuno correrà da solo, aprendo la strada alla Lega di Salvini.
Il Fuorista
Alessandro Di Battista è un politico anomalo, e questo non è un difetto: è un pregio. Chi lo conosce davvero e non va dietro alla black propaganda sa che crede in ciò che dice, e ciò che dice non dipende dalla sete di poltrone. Poteva ottenere quelle che voleva e ha rinunciato a tutte. Ieri ha scritto un post con critiche in parte fondate al governo giallo-rosa (che però ignorano i primi cambiamenti del Pd e del fronte europeo). Ma con una frase sbagliata: “da fuori si vedono le cose in modo più limpido”. Eh no: chi sta “fuori” può snobbare alcuni dettagli che chi sta “dentro” deve considerare. 1) I 5Stelle sono arrivati primi alle elezioni, hanno un parlamentare su tre (condizione difficilmente ripetibile), dunque hanno il diritto e il dovere di governare con chi accetta gran parte del loro programma. 2) La svolta pro alleanze (o “contratti”) fu decisa dal vertice M5S, Di Battista incluso, dopo il ritorno al proporzionale e prima del voto del 2018, e approvata plebiscitariamente dagli iscritti. 3) Un anno fa il M5S, col consenso di Di Battista, propose un contratto al Pd, allora sì renziano, che rifiutò; Salvini invece lo firmò e poi lo tradì ben prima dell’8 agosto; a quel punto il Pd di Zingaretti, a trazione non più renziana ma su istigazione di Renzi, cambiò idea e accettò un governo col premier Conte indicato dal M5S e un programma (per quanto vago) che ingloba tutti e 20 i loro punti. 4) Le alternative al Conte 2 erano due: a) il ritorno dei 5Stelle con Salvini, che li avrebbe spaccati, staccati da Grillo e Conte ed esposti al ridicolo e all’ennesimo tradimento; b) le elezioni chieste da Salvini per governare con “pieni poteri” e cancellare le buone riforme targate M5S. 5) Il Conte 2 è stato plebiscitato dal 79,6% degli iscritti.
Di Battista scrive di essere “sempre stato contrario a un governo col Pd”: quindi lo era anche nel 2018, quando il M5S propose un governo al Pd renziano? E perché non lo disse? Se invece quel “sempre” è limitato all’ultimo mese, perché dare tanto peso al partitucolo di Renzi, che un anno fa era il padrone del Pd? Cosa sia il Pd lo sappiamo da sempre e l’ha confermato il voto salva-Sozzani. Ma, in un sistema proporzionale e tripolare, o si sceglie il male minore, o si guardano governare gli altri coi popcorn in mano. E il male minore, per il M5S, non è forse un governo Conte con ministri M5S agli Esteri, alla Giustizia, al Lavoro, all’Ambiente, al Mise, alla PA, all’Innovazione, all’Istruzione e allo Sport? Chi sta “fuori” dovrebbe dire non solo cosa non farebbe, ma anche cosa farebbe al posto di chi sta “dentro”. Altrimenti continuerà a sognare un monocolore 5 Stelle e poi si sveglierà con un bel tricolore Salvini-Meloni-Berlusconi.
Ora il sangue di Rambo insegna pure a Trump
Buon sangue non mente. Anzi, ultimo sangue non mente. Last Blood è sanguinario e sanguinolento come da titolo: clavicole divelte a mani nude; cuori strappati al coltello, ché non è più tempo di metafore; decapitazioni che manco l’Isis; macchine per morire di retaggio medievale; sembramenti à la carte. Insomma, se la prima volta non si scorda mai, e da First Blood sono passate trentasette primavere, anche l’ultima non scherza: John Rambo vive e lotta pro domo sua, e se l’eloquio non sarà da Cicerone, a muovere le mani non ha eguali.
Anche a settantatré anni compiuti, anche con mole, impaccio e movimenti che orami più si confanno a un Golem che al veterano-giustiziere a corrente alternata. Il 26 settembre arriva nelle nostre sale il quinto e finale (?) capitolo della saga di Rambo, personaggio partorito dalla penna di David Morrell e portato al cinema nel 1982, con ricadute sull’immaginario collettivo non trascurabili: “Rambo si occupa del lato oscuro della natura con cui la maggior parte delle persone convive. Rocky è diverso, è più ottimista”, aveva detto Sly dei suoi due più celebri alter ego allo scorso Festival di Cannes.
Regia da “buonissima la prima” di Adrian Grunberg (non smentisce il temibile Viaggio in Paradiso, 2012, con Mel Gibson), seconda unità dello stalloniano di lungo corso Vern Nobles, Last Blood è tante cose insieme: album di famiglia, giacché “non c’è motivo di abbandonare la famiglia quando ce l’hai” e il sangue almeno qui non c’entra, è l’affetto che fa il perimetro; De bello rambico, capace in un batter di ciglia di passare dal manuale di sopravvivenza al tutorial per aspiranti stragisti; compendio geopolitico, che dal Vietnam sin qui il Nostro ha sempre messo il dito sui punti dolenti e/o salienti dell’impero americano; autocelebrazione, con i titoli di coda a carrellare nostalgicamente sui capitoli del franchise.
Ri-ecce homo, John Rambo, già unità d’élite delle United States Army Special Forces, già Medal of Honor, già spina nel fianco di pacificazioni illusorie, armistizi precari, elaborazioni del lutto fasulle e colpevoli oblii: ad anamnesi spiccia, “È tutto nella tua testa”, risponde meccanicamente: “Non è facile spegnerla”. Dal repertorio vietnamita viene una convinzione archiviata alla voce fake news: “Siamo nati per vincere”, dal vecchio John una confessione col magone: “Volevo fare il soldato”, ma è cambiato tutto, non solo lui: vive in un ranch in Arizona con una simil badante, Maria (Adriana Barraza, Babel), una sorta di figlia adottiva, Gabriela (Yvette Monreal), e una rete di tunnel, ché la minaccia incombe e la paranoia vigila.
Il nemico, stavolta, non è esotico, ma limitrofo: un cartello messicano, che della droga non fa spaccio ma mezzo di asservimento, ovvero induzione coatta alla prostituzione.
Nel vano tentativo di abbracciare il padre che l’ha abbandonata, Gabriela cade nella rete: John prova a liberarla, ma l’impresa è disperante, e una sedicente “giornalista indipendente” (Paz Vega) non aiuta, al più vien buona come crocerossina. Le cicatrici si sprecano, la guancia di Sly pare una battuta di fassona, ma il rammendo è d’alta scuola. Tocca fare in fretta, Gabriela rischia di soccombere, nondimeno, un meditabondo – eufemismo per immobilità facciale – Rambo si balocca: “Finalmente avevo la famiglia che mai avrei pensato di avere”.
Ai suoi tanti – invero, il precedente John Rambo del 2008 non è andato benissimo: budget di produzione di 50 milioni di dollari, incasso globale di 113 – aficionados basti dire che il paradigma non è cambiato dal primo sequel del 1985: è ancora La vendetta l’unico sottotitolo possibile, è ancora il torto, e che torto, subito ad armare il braccio del Nostro.
Prenderà i criminali a martellate come nemmeno l’Old Boy (2003) di Park Chan-wook, e tra un colpo e l’altro spiegherà sul tavolo qualche considerazione non innocua: la collusione tra narco e forze di polizia in Messico e, con sintomatica nonchalance, l’assoluta permeabilità del confine. Non c’è muro che tenga, con buona pace di Trump, e se l’arrivo in Arizona dei narcos gode di un’ellissi narrativa, Sly non si nasconde: il suo vetusto pick-up per fare ritorno negli States ha come unici ostacoli uno striminzito filo spinato e un cartello “No Trespassing” da far rimpiangere Quarto potere.
Vale a dire, siano essi anziani giustizieri o rampanti magnaccia, un gioco da ragazzi: qualcuno avvisi The Donald, Last Blood – da domani nelle sale statunitensi – ha qualcosa da insegnargli, meglio, da recriminargli. Tutto il resto è malcelata finzione, con Messico e Arizona ricreati tra Tenerife e Bulgaria, e inconfessabile realtà, quella di un veterano mai domo, di un soldato indefesso, di un eroe con le mani e i pensieri sporchi di sangue: che cos’è l’agognato riposo di Rambo, se non una sedia a dondolo sul patio e un morto davanti casa?