Coca Cola compra Lurisia per 88 milioni. Sono le acque di Eataly

L’acqua di Lurisia e le storiche bevande italiane (chinotto, gazzosa, aranciata, ecc) passano a Coca Cola HBC per 88 milioni di euro. A sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisizione dell’azienda cuneese (in cui ha una partecipazione anche Oscar Farinetti) è stata Coca Cola Hbc Italia, società svizzera quotata a Londra e licenziataria per alcuni mercati della Coca Cola di Atlanta. Il completamento dell’acquisizione è soggetto ad alcune condizioni ed è atteso per fine anno. Come parte della operazione, Piero Bagnasco, attuale presidente e ad di Lurisia, e Alessandro Invernizzi, rappresentanti di due degli azionisti venditori, rimarranno nel cda di Acque Minerali Lurisia al fine di assicurare continuità di business. Una decisione che non è stata affatto gradita da Carlin Petrini: dal 2007 il gruppo cuneese è partner nei principali eventi organizzati dall’organizzazione non profit. Slow Food ha infatti comunicato che “con l’edizione 2019 di Cheese al via nel fine settimana, si conclude la collaborazione con Lurisia” in disaccordo con il passaggio di proprietà dalla società italiana al gruppo Coca Cola.

Telegram & C., ora il paradiso dei contenuti condivisi illegalmente viaggia sui cellulari

Se Telegram, la piattaforma fondata nel 2013 da Nikolai e Pavel Durov, in meno di 6 anni ha raggiunto quota 300 milioni di utenti: la ragione non è solo da ricercare nell’attenzione che attivisti, dissidenti, politici e giornalisti gli stanno dedicando per la garanzia di velocità e sicurezza (della privacy) che le sue cloud chats e secret chats offrono. Sempre più utenti installano questa applicazione perché iscrivendosi ai migliaia di gruppi e di canali presenti è possibile scaricare illegalmente film, serie tv, album, quotidiani e periodici. Telegram ma anche le semplice chat su Whatsapp e Messenger sono diventati così il nuovo paradiso dei contenuti pirata che diffondono sul web i prodotti tutelati. Social network contro i quali, al momento, non ci sono armi da schierare per limitarne la diffusione dei contenuti. L’ultima operazione della Gdf contro i portali che mettevano illegalmente quotidiani e riviste c’è stata nel 2017. Allora le Fiamme gialle spiegarono che con le edicole pirata “in 5 anni l’editoria aveva subito danni per 2 miliardi”.

Si accende il canale Dazn su Sky. Sull’inciucio l’ombra dell’Antitrust

Domani è il giorno: si “accende” il canale satellitare Dazn1, sul 209 di Sky. Gli abbonati guarderanno anche le ultime tre partite di campionato che mancavano. Addio streaming, niente doppio abbonamento: per molti la visione sarà gratuita, gentilmente offerta dalla pay tv di Comcast. Pur di tornare a trasmettere tutta la Serie A e aumentare gli utenti, a Santa Giulia hanno pensato di potersi permettere questo “regalo” agli abbonati più fedeli. Ma lo permettono anche le regole?

Per capirlo bisogna tornare indietro di oltre un anno, alla guerra del pallone in tv, con MediaPro che si era aggiudicata i diritti e Sky che scriveva alla Lega commissariata da Malagò, chiedendo di rimetterli in vendita con un bando per prodotto. Gli spagnoli non hanno pagato e sono tornati a Barcellona, Sky ha avuto il bando che voleva e con l’aiuto di Dazn è nata la nuova spartizione della Serie A. Il primo anno, però, è stato un flop: calo dell’audience, conti in perdita e aumento della pirateria (Dazn ha salutato con entusiasmo il blitz di ieri). Qualcosa bisognava allora inventarsi: ecco allora l’“inciucio” fra le due tv, sempre meno rivali e più alleate.

Dazn ha il diritto di avere un suo canale satellitare, Sky di ospitarlo. Succede già in casi simili, ad esempio Eurosport. Con una differenza: stavolta le emittenti che si accordano sono licenziatarie dello stesso prodotto. Una buona fetta dei clienti della prima guarderà gratuitamente la seconda. Circa 1,5 milioni di utenti: chi ha da tre anni i pacchetti Sport e Calcio può attivare il canale senza costi. I termini dell’accordo non sono noti, ma le opzioni sono due. Se il tifoso non paga (primo caso), o Dazn sta regalando le sue partite, ma sarebbe contrario al bando della Lega Calcio che prevede un “servizio a pagamento” e vieta “neppure in sede promozionale l’utilizzo di aggettivi quali ‘gratuito’, ‘gratis’, ‘regalo’ e similari”. Oppure (secondo caso) si parla di “sconto offerto da Sky”: è il colosso di Comcast che sta pagando a Dazn questi abbonamenti per offrirli a suoi clienti. Decine di milioni di euro l’anno. Del resto, l’accordo si spiega con la necessità di fare cassa della piattaforma Perform (e aumentare gli iscritti). Così, però, l’intesa commerciale rischia di assomigliare a una sub-licenza, vietata dalla Legge Melandri per cui “l’operatore assegnatario di diritti non può subconcederli in tutto o in parte”, ma nemmeno “concludere accordi aventi effetti analoghi”. E l’effetto è che da domani Sky porta nella sua offerta anche le partite Dazn (pagando): così avrà di nuovo tutta la Serie A, nonostante un bando per esclusive che in teoria lo escluderebbe.

Le due aziende sono convinte di essersi mosse all’interno dei paletti, per il gap tecnologico (che ostacola lo streaming; è una deroga prevista dalla Melandri) e il fatto che le partite continueranno a essere trasmesse da Dazn (canale diverso, gestione editoriale autonoma), con abbonamenti separati. Il dubbio resta. Probabilmente sarà sollevato anche all’Antitrust che negli ultimi anni ha sempre detto la sua sui diritti tv del pallone. Sarebbe strano non lo facesse anche ora. Intanto sabato sera c’è Milan-Inter, big match Dazn in diretta su Sky, il primo grande appuntamento della nuova era. Se dura.

La retata della pay-tv ‘pezzotta’. Multe per i 700 mila abbonati

Quando è iniziato il blitz delle forze dell’ordine in tutta Europa e sono stati spenti i server che alimentavano le diffuse tv piratate, 700 mila utenti si stavano godendo grazie ai cosiddetti decoder “pezzotti” (contraffatti in napoletano) spettacoli di tv a pagamento che però non avevano pagato. “E non c’era nessuna partita di calcio in corso, altrimenti sarebbero stati molti di più”, commentano gli investigatori. Anche perché la sola platea italiana conta potenzialmente 5 milioni di account. Ieri, con una maxi-operazione coordinata anche a livello europeo (tanto che mentre la si annunciava in Italia, parallelamente era in corso anche la conferenza stampa all’Aia) è stata sequestrata e oscurata la piattaforma Xtream Codes, che permetteva di avere gratuitamente il segnale delle pay-tv da Sky a Dazn, da Mediaset a Netflix e Infinity e di rivenderlo con un abbonamento illegale da 12 euro al mese. E chi lo ha acquistato, assicurano dalla Finanza, ora rischia di essere multato.

L’operazione. In Italia, oltre cento finanzieri del Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche e dei reparti territoriali (l’indagine è stata diretta dal procuratore di Napoli, Giovanni Melillo) hanno perquisito e sequestrato materiale, server e contanti nei luoghi più disparati: cantine, garage, capannoni, ma anche case e uffici in almeno nove regioni, dalla Lombardia alla Sicilia. La base, però, era a Napoli, in due edifici del Centro direzionale. Da qui partivano le comunicazioni e i rapporti con la Grecia dove sono state arrestate in flagranza di reato le due menti del sistema, rispettivamente di 27 e 33 anni: che captavano il segnale delle pay-tv e lo trasformavano in un flusso di dati e in questa forma lo trasferivano ai server italiani (ma anche tedeschi, francesi, bulgari e olandesi). Da lì veniva poi “distribuito” agli utenti che si abbonavano sui siti web (individuati 263).

L’organizzazione. Il sistema napoletano era rodato, con tecnici informatici (anche molto preparati), una vera e propria assistenza clienti e gli addetti alle vendite. Sono infatti indagate 25 persone e si procede per associazione a delinquere finalizzata alla riproduzione e commercializzazione illecita di Iptv (come sono definite le tv taroccate online), con l’aggravante del reato transnazionale. I pagamenti arrivavano da conti Paypal, la media dei prelievi dei titolari era ben al di sopra dei 100 mila euro al mese. La Guardia di Finanza ha stimato, a ribasso, un giro d’affari di almeno 60 milioni solo in Italia. Una delle menti napoletane, colui a cui vengono sequestrati hard disk, telefonino, tessere e decoder, era in pratica un tuttofare, come si legge nell’ordinanza di sequestro preventivo del gip Fabio Provvisier: si occupava della configurazione dei server per fornire il segnale, della realizzazione di correzioni, delle modifiche software e hardware. Dalla sua utenza Skype si è risaliti a un gruppo di 213 utenti denominato “Benvenuti in famiglia”, una chat di informazioni e assistenza supportata anche da una pagina Facebook . Tra questi, l’utente EROS gestiva 90 server e promuoveva la vendita del servizio fornito da una società denominata Dvs, Digital Video Streaming. E poi decine di nickname: “Diablo”, “Tulipano Nero”, “Vanescar”, “Ulisse”, “Naccaro”. Le comunicazioni online erano anonime. Più volte questo team di programmatori e informatici hanno dovuto addirittura proteggersi da attacchi di hacker che cercavano di sottrarre il segnale piratato nel tentativo di rivendere lo stesso servizio ma a un prezzo più basso.

Gli utenti. Le utenze create sulla macchina di Xtreme Code nel Mondo sono 50 milioni. In Italia, spiegano, il fenomeno riguarda soprattutto i canali di sport. “Gli utenti in Italia devono sapere che proseguiremo la nostra attività di indagine per identificare chi ha comprato questi pacchetti”, spiega il colonnello Giovanni Reccia, comandante del Nucleo speciale. Rischiano multe da 2.500 a 25mila euro. Risalire ai nomi non sarà difficile: ci sono le transazioni finanziarie ma anche gli indirizzi Ip (che potrebbero venir fuori dai server).

Omicidio Ciro Colonna: 8 ergastoli, tra cui il boss Ciro Rinaldi

Tre anni fa moriva Ciro Colonna, 19 anni, vittima innocente di camorra, ucciso perché, durante un raid in un circolo al Lotto 0 a Ponticelli, si era piegato perché aveva perso gli occhiali e, come raccontò un testimone, “si è calato a prenderli mentre il killer gli ha puntato la pistola contro uccidendolo”. E ieri è stata emessa la sentenza sull’omicidio di Ciro e di Raffaele Cepparulo – la vera vittima del raid del 7 giugno 2016 – considerato esponente di spicco del clan dei cosiddetti Barbudos del Rione Sanità e affiliato al sodalizio degli Esposito-Genidoni. Il gup del Tribunale di Napoli Laura Romano, come richiesto dal pm Antonella Fratello, ha condannato all’ergastolo il boss di San Giovanni a Teduccio Ciro Rinaldi, considerato il mandante del duplice omicidio e gli altri sette imputati.

Mary Colonna, la sorella del ragazzo, ogni anno il 7 giugno riunisce i ragazzi del Lotto 0 per ricordare Ciro e per ribadire che “questo territorio è nostro e non dobbiamo più avere paura di uscire: sono loro che devono andare via. Qui si spara ancora, la morte di mio fratello non è servita a far cambiare le cose, ma noi non dobbiamo mollare”.

“Troppe cose sono ancora da esplorare, affrettata la richiesta dei magistrati”

La famiglia di Imane Fadil è insoddisfatta degli esiti a cui sono arrivati la Procura di Milano e i consulenti tecnico-scientifici che hanno consegnato la perizia sulla morte della ragazza. Già a pochi giorni dalla sua scomparsa – e da quel mese in cui la situazione precipitò così rapidamente, tra sospetti e paure – dicevano al Fatto Quotidiano: “Sappiamo solo che Imane è entrata viva in ospedale ed è uscita morta un mese dopo. Nessuno può ridarcela indietro. Vogliamo solo la verità”.

In questi sei lunghi mesi (il corpo della ragazza è tuttora senza sepoltura, e la famiglia ha deciso per il momento di non effettuare i funerali, per valutare ulteriori accertamenti), la madre, i fratelli Sam e Tarik, e la sorella Fatima hanno aspettato in silenzio la tanto attesa relazione autoptica: fino a ieri anche a loro sconosciuta.

“La consulenza non scioglie quasi alcun dubbio di quelli sollevati”, dichiara l’avvocato Nicola Quatrano, che con Mirko Mazzali assiste la famiglia di Imane. “Gli stessi consulenti scrivono che ci sono mille possibili cause per la malattia di cui è morta Imane, ma poi ne hanno esplorate solo alcune, concludendo che escludono l’avvelenamento. Eppure ci sono veleni che agiscono senza lasciare traccia. Ci sono sostanze che agiscono e poi scompaiono dal corpo, che con il passare del tempo diventano introvabili. Dunque c’è un campo che resta inesplorato. Per questo mi sembra affrettata la conclusione della Procura di chiedere l’archiviazione dell’inchiesta per omicidio volontario. Rimane aperta un’intera prateria, tutta ancora da esplorare”.

Insoddisfatto anche per l’esclusione che ci sia stata colpa medica: “Le conclusione dei consulenti in questo caso sono immotivate”, dice Quatrano. “Come fanno a escludere le responsabilità mediche, senza spiegare il perché? Forse non ci sono, ma i consulenti non sciolgono i dubbi neppure sulle terapie praticate. Dicono che, quando è arrivata la diagnosi, era ormai troppo tardi per intervenire: ma non potevano diagnosticarla prima?”.

Quatrano spiega di aver potuto dare soltanto una prima lettura alle cento pagine della consulenza. “Nei prossimi giorni la studieremo a fondo, anche con l’aiuto di esperti. Ma già ora, a caldo, posso ribadire che la decisione della Procura di chiedere l’archiviazione mi pare affrettata. Sia per quanto riguarda l’esclusione dell’avvelenamento, sia per quanto riguarda l’adeguatezza delle cure mediche fornite a Imane”.

Imane, la Procura di Milano chiede di archiviare il caso

Nessun avvelenamento. Nessuna intossicazione da metalli pesanti. Niente polonio radioattivo. Nessuna cura sbagliata o colpa medica. Imane Fadil è morta il 1° marzo 2019 per una grave malattia, l’aplasia midollare, associata a un’epatite acuta. Il suo midollo spinale non produceva più globuli bianche e globuli rossi.

Dopo sei lunghi mesi di attesa e una consulenza tecnico-scientifica di cento pagine, la Procura di Milano ha deciso di chiedere l’archiviazione dell’inchiesta aperta per omicidio, nell’ipotesi che la giovane donna potesse essere stata avvelenata. Ma la famiglia e gli avvocati che la affiancano sono insoddisfatti: “La consulenza non scioglie affatto i dubbi, né sulle cause della morte, né sulla correttezza delle cure mediche”.

I magistrati che hanno guidato l’indagine (il procuratore Francesco Greco, l’aggiunto Tiziana Siciliano, il sostituto Luca Gaglio) fanno ascoltare la telefonata che ha dato il via all’inchiesta. Imane, con la voce ridotta a un soffio, il 12 febbraio dice al suo avvocato di allora Paolo Sevesi: “Paolo, il medico mi ha detto che dai risultati sembra che mi abbiano avvelenata. Io lo sapevo già che volevano farmi fuori. Io sto morendo…”.

Ricoverata all’ospedale Humanitas il 29 gennaio, già in gravi condizioni, muore trenta giorni dopo. Subito dopo il decesso, l’avvocato Sevesi porta in Procura la registrazione della telefonata. “Abbiamo subito aperto un’inchiesta per non lasciare dubbi irrisolti”, spiega Greco. Anche perché Imane, 34 anni, era una testimone chiave nei processi sulle feste del bunga-bunga ad Arcore a carico di Silvio Berlusconi. “La nostra reazione, ascoltando la telefonata, è stata di incredulità e preoccupazione, perché il file ci è stato consegnato molto tempo dopo la telefonata e perché l’ospedale non ci aveva comunicato nulla sull’ipotesi di avvelenamento”.

I medici dell’Humanitas rilevano subito i sintomi dell’aplasia midollare e ne cercano, invano, le cause. Escludono l’avvelenamento da cianuro. Trovano metalli pesanti nel sangue della ragazza. Un esame rileva addirittura tracce di radioattività. Ma ora la consulenza del gruppo di sei esperti guidati dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo conclude che la morte è sopravvenuta per una malattia “estremamente rara e di estrema gravità, il cui esito infausto è purtroppo frequente”.

“La consulenza ha dato una risposta certa sulla malattia”, commenta Greco, “ma non è assolutamente possibile capire la causa che l’ha generata”. Succede “nella maggior parte dei casi”, tanto che l’aplasia midollare viene definita “idiopatica”. La presenza nel sangue di metalli pesanti, nichel e cromo, è stata giudicata insufficiente a provocare la morte, perché i valori “rientravano in quelli riscontrati nella popolazione generale”. Le tracce di raggi alfa nelle urine (“con una frequenza vicina a quella del polonio”, sottolinea il procuratore) sono state spiegate con “anomalie tecniche del sistema”. La piridina riscontrata nel corpo di Imane e solitamente presente in pesticidi e diserbanti “è stata rilasciata da un antibiotico”. Niente di anomalo, dunque.

I medici eseguono due biopsie del midollo. La prima, il 31 gennaio, mostra che la sua funzionalità è al 40 per cento. La seconda, il 19 febbraio, la vede ormai ridotta al 5 per cento. In questi casi gli interventi possibili sono due: la terapia immunosoppressiva e, se non basta, il trapianto di midollo osseo. Non sono stati eseguiti. “Le scelte terapeutiche degli ultimi giorni, successive alla diagnosi formale di aplasia midollare, non sono state coerenti con tale diagnosi”, scrivono gli esperti. Tuttavia, “non ci sono indicativi profili di colpa medica”, perché “qualunque corretta terapia immunosoppressiva con o senza trapianto di midollo osseo avrebbe richiesto molte settimane prima di poter modificare la storia clinica naturale di questa malattia”.

Non c’è stato il tempo, aggiungono i magistrati: gli esiti dell’ultima biopsia arrivano il 25 febbraio; Imane muore quattro giorni dopo. E comunque la paziente era ormai così indebolita da non riuscire più a sostenere un trapianto.

Le cure sono state coerenti con la diagnosi? “Non sono stati rilevati profili critici”, rispondono gli esperti. L’equipe medica dell’Humanitas ha avuto una “notevole attenzione per la paziente”. Non resta dunque che archiviare.

Non è d’accordo la famiglia di Imane. Si opporranno alla chiusura del caso i due legali, Mirko Mazzali e Nicola Quatrano. “Troppe cose restano senza spiegazione”.

Spagna, Regno Unito, Belgio e Olanda: la nuova tendenza è il voto “inutile”

I vati della democrazia diretta lo stanno teorizzando: votare non serve, basta esprimere con un clic l’orientamento dell’opinione pubblica e i governanti diventano esecutori della volontà dei cittadini, che fluttua allo stormire dei tweet. Addio visioni, benvenute pulsioni. E chi vota pare fare di tutto per dar loro ragione: sempre più spesso le elezioni non risolvono le incertezze, non forniscono maggioranze e il loro sbocco non è un governo stabile, ma solo nuove elezioni. Il voto, ormai, determina solo là dove non ci sarebbe neppure bisogno di tenerlo, tanto il risultato è noto e scontato a priori: in Cina, in Russia, nelle “satrapie” mediorientali. O dove si sceglie un capo e poi per un certo tempo lui governa, che abbia o non abbia la maggioranza in Parlamento: succede negli Stati Uniti, in Francia, in Brasile.

La riflessione sulla vanità del voto coincide con le elezioni in Israele, le seconde in sei mesi. E la Spagna offre un altro esempio: il voto, già anticipato, del 28 aprile non ha prodotto una chiara maggioranza alle Cortes e 150 giorni di negoziati politici non hanno sbloccato lo stallo. È imminente la convocazione di nuove elezioni, sperando che sia la volta buona.

Pure la Gran Bretagna della Brexit porta acqua al mulino della tesi: il voto anticipato dell’8 giugno 2017 doveva consolidare la maggioranza di Theresa May e consentirle di realizzare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea decisa con un referendum il 23 giugno 2016. Invece, la sua maggioranza uscì indebolita e lei continuò a governare solo grazie a un partito nord-irlandese, il Dup, formazione unionista della destra protestante, che, con i suoi tre deputati, per la prima volta divenne decisivo nel sostegno a un governo britannico.

In queste condizioni, la May non riuscì a convincere i Comuni ad approvare l’accordo negoziato con l’Ue per una Brexit concordata e dovette passare la mano a Boris Johnson, che ora non può ottenere dai Comuni l’avallo a una Brexit no deal. Ci sono poi Paesi come il Belgio, l’Olanda, di recente la Svezia, dove le elezioni politiche fanno spesso da prologo a estenuanti negoziati fra i partiti per la formazione di una maggioranza, anche perché, dove vige il sistema proporzionale, la volontà popolare si frammenta fra molte formazioni. Il Belgio detiene il record mondiale di durata d’una trattativa: dopo le elezioni del giugno 2010, rimase per 535 giorni senza un esecutivo, battendo il primato dell’Iraq dopo l’invasione. Il governo in carica per gli affari correnti, retto da Yves Leterme, cristiano-democratico fiammingo dal nome francese, se la cavò benissimo: gestì un semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue, decise il coinvolgimento del Belgio nelle operazioni militari in Libia, varò una Finanziaria, nazionalizzò la principale banca del Paese, migliorò gli indicatori economici, dal debito al Pil, nonostante fossero gli anni della crisi più dura. La storia sta ripetendosi, perché il Belgio ha unificato le Politiche alle Europee il 26 maggio e non ha ancora un nuovo governo. Il premier in carica resta Charles Michel, che il 1º novembre diventerà presidente del Consiglio europeo. Per quella data bisognerà almeno trovare un nuovo premier, forse la prima donna premier belga, Sophie Wilmès, in attesa di concordare la squadra.

Il Belgio ha in qualche misura contagiato la Svezia: ci sono voluti oltre quattro mesi dopo il voto del settembre 2018 per formare un governo per di più di minoranza: premier è il socialdemocratico Stefan Lovfen, con l’appoggio dei verdi, l’astensione di due partiti di centrodestra e l’appoggio, caso per caso, dei comunisti. C’è poi il caso di quando la gente vota male e si rifà: accadde in Algeria, in Palestina, in Egitto (e finì male). È accaduto, più di recente, a Istanbul (e lì è finita bene). Ma queste sono altre storie.

“Il premier potrebbe comprare i deputati come fece il vostro B.”

“La situazione è grave ma non seria, nel senso che lo stallo politico determinatosi in Israele in seguito alle elezioni di sei mesi fa e rinnovato dal risultato di quelle attuali, sarebbe risolvibile con l’uscita di scena di un solo uomo: il primo ministro Benjamin Netanyahu”. Dov Alfon, grande conoscitore dell’Europa e amante dell’Italia, usa uno dei più efficaci aforismi di Ennio Flaiano per tentare di descrivere l’impasse in cui è intrappolato il Paese. “Lieberman dal voto di domenica esce come l’unico grande vincitore perché il suo partito ha ottenuto 9 seggi e siccome non ha una ideologia basata sulla religione, né ha fatto alleanze ufficiali prima delle elezioni, ora è libero di allearsi con il Likud di Netanyahu così come con il partito centrista Blu e Bianco di Benny Gantz che sono di nuovo finiti in parità come avvenuto in aprile”.

Alfon, nato in Tunisia e cresciuto tra Parigi e Tel Aviv dove è stato il primo direttore del quotidiano progressista Haaretz nonché direttore della prestigiosa casa editrice Kinneret-Zmora, nel 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo rimasto in testa alle classifiche israeliane per un anno e pubblicato in Italia il mese scorso con il titolo Sarà una lunga notte. Nel leggere questo thriller poliziesco ci si rende conto che si tratta anche di un’analisi impietosa della carriera di Netanyahu.

Cosa pensa di Netanyahu?

Che la sua hybris, la sua tracotanza e avidità di potere hanno diviso enormemente il Paese e trasformato gli appuntamenti elettorali in un referendum su di lui. Ma ormai la sua parabola sembra giunta al termine, anche perché il suo partito, il Likud, lo considera un problema, e non solo per la sua megalomania. La politica razzista e il linguaggio violento nei confronti degli arabi israeliani non piace nemmeno alla maggioranza degli elettori della destra moderata che costituiscono il gruppo più ampio tra chi vota Likud. Non va infine dimenticato che a ottobre dovrebbe arrivare la decisione del procuratore generale dello Stato sui gravi casi giudiziari in cui Netanyahu è implicato. Significa che Bibi potrebbe finire alla sbarra e quindi in prigione.

Data la parità raggiunta di fatto dai partiti principali, ben lontani dalla maggioranza, cosa può succedere?

Intanto ripeto che i 9 seggi conquistati da Lieberman sono l’ago della bilancia, ma ciò però non basta ancora. Innanzitutto bisogna vedere a quale dei due partiti il presidente della Repubblica affiderà per primo l’opportunità di provare a formare una coalizione di governo. Poi si aprono due scenari.

Quali?

Il primo è la formazione di un governo di unità nazionale, ovvero Likud, Bianco e blu e Israel Beitenu. Ma per dare il proprio assenso, Benny Gantz ha già sottolineato che Netanyahu non potrà esserne il primo ministro, una richiesta che piace anche alla maggioranza dei dirigenti del Likud che vorrebbero sbarazzarsi di Bibi. Il problema è che Netanyahu non accetterà questa ipotesi.

Il secondo?

Che Bibi si allei ancora con i partiti ultraortodossi e quindi vada a cercare i seggi che mancherebbero tra i deputati degli altri partiti usando l’arma della corruzione. Tradotto: metta in atto una compravendita dei deputati di berlusconiana memoria. Del resto Benny Gantz, anche volendo, non lo potrebbe fare data la sua storia personale e il carattere di onestà dato al proprio partito. Il Labour, pur avendo passato la soglia di sbarramento del 4 per cento ha collezionato solo 6 seggi. Ma Gantz non può certo allearsi con l’opposizione.

A questo punto potrebbero venire indette nuove elezioni ?

Tre elezioni in un anno non verrebbero accettate dall’opinione pubblica.

Ci sono altri due paesi in questa situazione: Gran Bretagna e Spagna. Crede che oggi il meccanismo democratico sia invecchiato e quindi si stia inceppando in modo irreversibile?

Verrebbe da pensarlo perché è la risposta più comoda, ma non è così. Per quanto riguarda il Regno Unito si tratta di un problema esistenziale. Con la Brexit in atto, Londra deve trovare una nuova posizione sullo scacchiere geopolitico, cosa non facile. Per quanto riguarda Israele, il problema è causato da un uomo, Netanyahu.

Il buono, il brutto e il cattivo: il piano per fare fuori Bibi

Apparentemente sembra che tutta la confusione, la suspense, i soldi spesi e l’energia investita, siano stati uno sforzo vano. Le elezioni israeliane, cinque mesi dopo, hanno dato un risultato molto simile al voto di aprile. Ma stavolta Kahol Lavan (Blu e Bianco) ha preso un seggio in più (32) rispetto al Likud (31) di Benjamin Netanyahu che in termini di schede ha preso più voti del partito rivale. In queste condizioni il presidente Reuven Rivlin potrebbe dare all’ex generale dell’Idf l’incarico di formare il governo dopo le consultazioni di rito. Ruolo che invece naturalmente Netanyahu rivendica per sé. Da ieri ha riunito i suoi in seduta permanente, ha mandato gli ambasciatori del suo partito a tastare il terreno per trovare quell’alleato che con i suoi 5-6 seggi potrebbe fargli superare la fatidica quota 61 (la maggioranza minima alla Knesset). I suoi fedelissimi si sono spinti fino a offrire al nemico, al Labour Party di Amir Peretz (6 seggi), di unire le forze in un patto per il lavoro. Per Netanyahu ci sono solo due possibilità: o un governo guidato da lui, “oppure un governo pericoloso per il Paese che si appoggi sui partiti arabi anti-sionisti. Impediremo che sia varato un governo così pericoloso”. Una delle sue abituali forzature, perché anche unendo queste formazioni a Kahol Lavan non si arriva ai 61 seggi della maggioranza.

Più cauto invece Benny Gantz in queste prime ore dopo il voto, Kahol Lavan non ha fretta. Avviati gli opportuni contatti anche con Ysrael Beitenu, il partito del nazionalista Avigdor Lieberman, che è il vincitore di queste elezioni avendo raddoppiato i seggi (9). L’ex buttafuori dei night di Tel Aviv in una notte è diventato la figura chiave nella politica israeliana e ha indicato nel governo di Unità nazionale la sua soluzione dell’impasse. Per tutta la campagna elettorale sia Lieberman che Gantz e suoi ex generali hanno ripetuto come un mantra che l’epoca di Bibi era finita, “al governo con Likud magari, ma senza Netanyahu”. Ed è questa l’ipotesi più probabile in queste ore. Likud, Ysrael Beitenu e Kahol Lavan hanno certamente più punti in comune di una possibile alleanza di governo fra il partito di Gantz, le due formazioni di sinistra e la United Arab List, diventata il terzo partito nella Knesset (13).

Da quando entrò in politica quasi trent’anni fa, Lieberman è stato subito visto come l’estremista, schietto, incendiario e corrotto; con tutti i tratti caratteriali necessari per il suo ruolo sinistro: astuzia, cinismo, crudeltà e infinita pazienza. I legami complessi con Benjamin Netanyahu – dove l’amore si è trasformato in odio e l’ammirazione è diventata disprezzo – sembrano usciti da un dramma di Shakespeare. Quando Netanyahu muoveva i suoi primi passi in politica – dopo il mandato come ambasciatore all’Onu negli anni 80 – Lieberman era il suo aiutante, cameriere e persino autista personale. Venne ben ricompensato, prima nel Likud e poi nell’Ufficio del primo ministro quando Netanyahu venne nominato, incarichi che lui abilmente trasformò in un trampolino di lancio per la sua carriera politica indipendente. È stato il braccio destro di Bibi, il suo negoziatore ma anche il suo confidente. Ha frequentato i suoi amici e l’ha aiutato a eliminare i suoi molti nemici. Era consapevole dei talenti di Netanyahu, ma anche – più di ogni altro – dei suoi difetti e della sua fragilità. Se davvero adesso ha deciso di dare il colpo di grazia a Netanyahu ci sarà uno straordinario effetto domino, che potrebbe svilupparsi molto lentamente.

Lieberman può raccomandare al presidente di incaricare Benny Gantz di formare il prossimo governo, o presentare la nuova idea di cui ha parlato anche nella notte elettorale a urne chiuse: chiedere che il Likud si presenti con un altro leader se vuole stare nel governo. Al momento sembra quasi immaginario che personaggi del Likud – come i fedelissimi Miri Regev e Amir Ohana – siano d’accordo, ma Netanyahu è in allarme. Sa che potrebbe saltar fuori qualcosa, un piano di emergenza ideato dai suoi ministri, che in questi mesi ha umiliato e calpestato. Non è escluso un colpo di mano contro qualcuno che è diventato un leader dimezzato che porta con sé la fastidiosa dote di una famiglia insopportabile e gravi accuse di corruzione da affrontare a breve, il prossimo 2 ottobre. Il presidente Reuven Rivlin eserciterà il suo potere per formare un governo di unità nazionale ed evitare una terza elezione. Un governo di unità avrebbe molti vantaggi, che sarebbero ancora maggiori per il Likud se Netanyahu non ne facesse parte.