Torneranno in piazza sabato 21 “con una grossa manifestazione a Parigi” i Gilet gialli, e preannunciano che per “l’anniversario della nascita del movimento, il prossimo 17 novembre, sarà esplosivo”. A dirlo è stato Christophe Chalençon (nella foto), uno dei leader del movimento, lo stesso che nel febbraio scorso aveva incontrato l’allora vicepremier Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista creando una crisi diplomatica tra Francia e Italia culminata con il richiamo a Parigi dell’ambasciatore Christian Masset. “Macron – ha detto Chalençon – ha venduto il suo movimento En Marche! come un movimento di cittadini, invece ha realizzato una pallida contraffazione riciclando politici di sinistra, di centro e di destra. Ora la società francese è arrivata al capolinea e sono sicuro che in occasione delle elezioni comunali il messaggio per En Marche! sarà chiaro. Se Di Maio non tiene la linea che ci ha illustrato in febbraio, rischia di perdere consensi. Sui migranti ci aveva detto che voleva impedire che la Francia e altri Paesi europei continuassero a saccheggiare l’Africa e che era necessario aiutare i Paesi africani intervenendo localmente”, ha ricordato Chalençon.
Tripoli, per la pace ci riprova Angela Merkel
A riprendere insieme i fili della complicata tessitura libica stavolta ci prova la Germania. Un tentativo in cui si sono cimentati in molti, ma che ieri ha avuto un’improvvisa accelerazione. Nel pomeriggio di lunedì si sono incontrati a sorpresa in cancelleria a Berlino consiglieri e sherpa di tutti i paesi interessati nel conflitto libico: Usa, Russia, Italia, Francia, Gran Bretagna, Egitto, Turchia, membri della Lega araba (tra cui Qatar e Emirati Arabi), alcuni stati africani e l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Gassam Salamé. La delegazione italiana era guidata dal consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, l’ex ambasciatore a Berlino Pietro Benassi.
Un parterre des rois per discutere dei preparativi di una possibile conferenza sulla Libia che si vorrebbe tenere “in autunno” se i “colloqui preparatori saranno sufficientemente fruttuosi”, ha detto il portavoce della cancelliera Steffen Seibert.
Gli obiettivi rispetto al passato non sono cambiati: “Appoggiamo il piano in tre punti dell’Inviato speciale”, ha dichiarato una portavoce del ministero degli Esteri tedesco. La Libia per Merkel, del resto, è centrale. Insieme all’Ucraina viene considerata da Berlino una delle principali fonti di instabilità per l’Europa, in quanto porta d’ingresso del continente africano e tassello chiave nella questione migratoria. “L’intera Africa sarà destabilizzata finché la Libia rimarrà destabilizzata” ha detto Merkel al Bundestag la settimana scorsa. “Non dobbiamo permettere che questo conflitto si intensifichi in una guerra per procura come in Siria” ha proseguito. Sminare il conflitto prima che si incancrenisca del tutto, questo è il mandato. Anche perché l’effetto contagio nelle regioni del Sahel è alle porte. L’idea di un vertice sulla Libia era già stato ventilato da Gassam Salamè a fine luglio e poi rilanciato al vertice del G7 di Biarritz dalla stessa cancelliera. Dopo l’incontro con il presidente egiziano al-Sisi, Merkel aveva detto in conferenza stampa: “Dobbiamo cercare di riunire al tavolo dei negoziati, se possibile, tutti coloro che influenzano la Libia”. E questo è successo ieri, almeno in forma embrionale, perché allo stesso tavolo si sono seduti paesi in conflitto tra loro, come Emirati Arabi e Qatar, Egitto e Turchia. Cosa che restituisce all’incontro un sapore di autenticità, almeno nelle intenzioni. Sull’esito dei colloqui però i portavoce non si sbilanciano. “È stato uno scambio di idee costruttivo ed è stato l’inizio di un processo di consultazioni che proseguirà nelle prossime settimane” ha detto una portavoce del governo tedesco.
Leucemia, il Bambin Gesù accoglie quattro bambini libici
Oggi a Roma arriveranno 4 bambini malati di leucemia da Bengasi, nella Cirenaica (area del generale Khalifa Haftar). Saranno trasportati al Bambin Gesù, dove verranno curati.
Si tratta di un’iniziativa umanitaria della Cooperazione italiana per l’assistenza sanitaria in Italia, a favore di pazienti pediatrici. I bambini arriveranno con un velivolo del ministero della Difesa all’aeroporto militare di Roma Ciampino e saranno accolti dal Vice ministro agli Esteri Emanuela Del Re (M5S) e dal sottosegretario alla Difesa Giulio Calvisi. Proprio la Del Re ha lavorato moltissimo per arrivare alla realizzazione di questa iniziativa, che peraltro non era facile per motivi burocratici, sanitari e di sicurezza.
L’arrivo oggi di questi quattro bambini evidenzia anche una volontà politica del governo italiano: sottolineare la propria vicinanza ai malati, da qualsiasi posto del mondo essi provengano. E si pone anche all’interno delle iniziative di dialogo con la Libia. Ieri il premier Giuseppe Conte ha ricevuto al-Sarraj. L’obiettivo è quello di arrivare a un cessate il fuoco definitivo e riprendere la road map politica. Il governo Sarraj è costantemente minacciato dal generale Haftar. È dunque anche simbolicamente importante che proprio oggi arrivino i quattro bambini a Roma. Non saranno i soli ad arrivare nella Capitale da Bengasi: il progetto andrà avanti. Nel frattempo, proprio la Del Re sta lavorando – insieme a Palazzo Chigi – ai corridoi umanitari europei, per i quali dovrebbe avvalersi della collaborazione della Comunità di Sant’Egidio, della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e della Tavola valdese. Il dossier era stato avviato già negli scorsi mesi, con il primo governo Conte. Ma senza la Lega in maggioranza, dovrebbe ora avere vita più facile.
Macron-Conte, pace fatta: “Sì ai migranti nella Ue”
“L’Italia non abbassa la guardia contro il traffico di vite umane e non ritiene che debba essere consentito ai trafficanti di decidere come e quando avere ingresso. Ma abbiamo anche la necessità di gestire il fenomeno migratorio in maniera concreta, pratica”.
Sulla crisi libica il presidente del Consiglio Giuseppe Conte riceve, lo stesso giorno, a Palazzo Chigi, il premier libico riconosciuto dalle Nazioni Unite, Hafez al-Sarraj, e il presidente francese, Emmanuel Macron. Il clima è quello che traspare dalla dichiarazione di Conte di ieri sera: “Ho anticipato a Macron l’invito per tenere in Italia il prossimo vertice bilaterale. Lo faremo all’inizio del prossimo anno per rinsaldare anche gli intensi rapporti culturali”. Tornando alla crisi libica, è stata, negli ultimi anni, terreno di discordia fra Italia e Francia: se al-Sarraj è stato, e forse ancora è, la prima carta dell’Italia, il generale Khalifa Haftar, suo antagonista, è stato, e forse ancora è, la prima carta della Francia). La visita di Macron è l’occasione per ‘normalizzare’ e rilanciare le relazioni tra Italia e Francia, dopo le increspature che avevano tormentato il primo governo Conte.
Ma sembra tutto archiviato: “È essenziale per l’Ue che volti pagina in direzione di una gestione strutturale e non più emergenziale dei flussi. Ho avuto la piena disponibilità di Macron per un meccanismo europeo sugli sbarchi, sulla ridistribuzione e per un a gestione efficace dei rimpatri”, ha detto Conte, ottenendo l’appoggio di Macron che ha ribadito: “Sono convinto che possiamo metterci d’accordo su un meccanismo permanente di gestione dei migranti, coordinato dalla Commissione europea, in modo da dividerli tra Paesi prima che sbarchino, con un’organizzazione più efficace”.
In realtà, la doppia visita a Palazzo Chigi è un doppio segnale: il primo, interno, ma non solo, è che almeno alcuni dossier di politica estera, la Libia, ma anche e forse soprattutto l’Europa, continuano a essere seguiti in prima linea dalla Presidenza del Consiglio. La seconda è che, sulla Libia, il vento sta cambiando, anzi è cambiato. Ma questo s’era già capito. Al-Sarraj, che sul fronte del conflitto sta recuperando terreno, avendo arginato l’offensiva militare contro Tripoli dell’esercito di Haftar, ne ha perso su quello internazionale. Le diplomazie stanno allestendo un doppio evento: una ministeriale sulla Libia a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, la prossima settimana, a New York, e la Conferenza internazionale che Berlino intende ospitare in autunno. In questo percorso, s’inserisce anche la conferenza intra-libica. Il coordinamento diplomatico è stato avviato a Berlino. Ne è emerso “un chiaro segnale che la comunità internazionale intende spingere per un cessate-il-fuoco” e la ripresa del dialogo avviato ad Abu Dhabi e poi interrotto: quindi, non per il prevalere d’una parte sull’altra. In questo quadro, Italia e Francia ora operano di concerto coi partner internazionali e con l’inviato dell’Onu Ghassan Salamè per porre fine al conflitto e rilanciare il processo politico. La speranza è che le iniziative diplomatiche “possano contribuire a mantenere alta l’attenzione e a promuovere una reale de-escalation”. I colloqui di Roma s’intrecciano con l’incontro che il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha a Berlino con il collega tedesco Horst Seehofer, il bavarese che, un anno fa, di questi tempi, pareva offrire una spalla a Salvini. I due lavorano su un patto sulla redistribuzione dei migranti fra i Paesi di sbarco e Paesi disposti a condividere l’onere dell’accoglienza e dell’esame delle richieste d’asilo: se ne discuterà la prossima settimana a Malta e poi al Vertice europeo di metà ottobre.
Se si viaggia di concerto sulla Libia e sull’immigrazione, le tensioni dei mesi scorsi tra Italia e Francia ‘scalano di marcia’ in automatico: resta da trovare un’intesa sul refrain della flessibilità nell’Ue, ma non è certo la Francia, che spesso sfora del suo, il campione del rigore. E, poi, si potranno riprendere in mano le carte di quel Trattato del Quirinale tra i due Paesi, analogo e parallelo al Trattato dell’Eliseo tra Francia e Germania. Il governo Gentiloni vi aveva già messo mano e il presidente Mattarella ci tiene in modo particolare: ieri, Macron è andato al Quirinale, prima d’entrare a Palazzo Chigi.
Mail Box
Niente toscani, per le nomine deve contare solo il merito
C’è gente che sta sulla sponda del fiume, criticando chiunque passi. Evidentemente ha “bisogno” di lamentarsi, di abbassare al proprio scarso livello tutto ciò che la circonda, forse per sentirsi migliore. Accade sempre dopo la composizione di un Governo, nella scelta dei ministri, nel numero delle auto blu, ecc… Il problema ora? La provenienza geografica dei sottosegretari. Mancano quelli della Toscana! Come se la scelta fosse fatta “a rappresentanza”. L’interpretazione? Una ritorsione, un dispetto verso Renzi. Non sono favorevole alle quote, nemmeno a quelle rosa. Ad esempio, se tutte le scelte dovessero essere “rosa”, significherebbe che le donne sono le migliori, Santanché a parte. Che il suo scranno resti vuoto e lei percepisca lo stipendio è assurdo. Ma di contro abbiamo Ghedini. Meno male che Barbareschi non c’è! D’altronde, in un’intervista disse che non poteva stare in aula, doveva lavorare. Perciò, perchè si sarebbe dovuto scegliere qualche toscano? La stessa Boschi è emigrata a Bolzano, qualcuno ne sente la mancanza? Piuttosto si cerchi di lavorare seriamente, ognuno nel proprio ambito, invece di lamentarsi di tutti e tutto.
Fabrizio Virgili
Per essere buoni politici bisogna essere buoni d’animo
“Sono cattivo, arrogante e impulsivo”: così rispondeva Matteo Renzi a Giovanni Minoli nel 2016, in un’intervista televisiva. È vero e forse è l’unica volta che è stato sincero. Sostengo da anni che il nostro voto dovrebbe essere rivolto al partito che presenta eletti sicuri: persone intelligenti, oneste, preparate e soprattutto buone d’animo. Troppi mi hanno criticato, affermando che spesso buono è sinonimo di stolto, non solo nella politica, ma anche sul lavoro. Ma una persona buona è anche altruista, disponibile, pronta ad ascoltare e sempre opera per il bene comune, non per degli interessi personali. È ora che impariamo a diffidare dai capi che si vantano di essere “cattivi”, perché “buoni” solo a soddisfare i loro interessi, diventando autoreferenziali.
Enrico Reverberi
Renzi, una mina vagante per condizionare il Conte II
Sembrava un Renzi rinsavito quello che aveva spinto il Pd all’alleanza con i 5S, e invece, avendo effettuato la scissione dal partito del suo manipolo di deputati e senatori, ha dimostrato di essere il solito spregiudicato sfruttatore della politica. Insomma, il rottamatore del Pd ha subodorato che poteva con una mossa sola mettere all’angolo il segretario Zingaretti, spaccare e scindere definitivamente il Pd, diventare il padre-padrone di un suo personale partito, “Italia viva”, e allo stesso tempo ago della bilancia dell’alleanza del governo di centrosinistra. Al delirante Salvini si è aggiunto il risuscitato Renzi per guastare i sogni di un Paese alla strenua ricerca della normalità politica.
Luigi Ferlazzo Natoli
Fermiamo le stragi sul lavoro, la sicurezza non è un optional
È tempo di dire basta ai morti sul lavoro. La strage silente di chi deve guadagnarsi un salario per vivere è intollerabile in ogni momento storico ed in ogni Stato, specie in quelli di più avanzata legislazione. Non ci possono essere scuse o cavilli sui costi e sulle strutture di sicurezza, anche se l’ansia di non perdere colpi sul mercato fa sottovalutare i rischi. Specie nelle cisterne o nei pozzi, il sistema di sicurezza a tutela di chi deve calarsi all’interno, non sembra essere poi così costoso. In ogni caso, la Costituzione italiana impone all’iniziativa economica di non svolgersi contro la sicurezza dei cittadini. E ai caduti dedico queste rime, con la speranza che, prima o poi, si possa cambiare il corso di questa lenta strage.
“L’Italia piange i suoi morti per nulla,
l’Italia ormai muta, rivive le storie dei morti al lavoro,
dei morti nel fango, caduti ogni ora,
caduti nel mare dei nostri cavilli,
uccisi dall’aria di torbidi incastri,
Ognuno di essi è un morto innocente
è anche onorato, ma non cambia mai niente”.
Mauro Bortolani
Benetton: non si può sempre credere all’innocenza
“A mia insaputa”: ricompare la più celebre frase scaricabarile, con la quale da anni i responsabili di malaffare tentano di farla franca.
Questa volta non è esplicita, ma la si ricava dallo “stato di choc” confessato dai Benetton, nel venire a conoscenza delle intercettazioni dei manager di Autostrade, sulla volontà di risparmiare nella sicurezza delle manutenzioni. Come se quello stile speculativo non fosse loro né noto né voluto, ma si trattasse solo di un malaffare circoscritto a qualche mela marcia.
Il messaggio di “innocenza aziendale” traspira anche dalla traiettoria morbida di uscita di Giovanni Castellucci, ad di Aspi all’epoca del crollo del ponte Morandi: prima destinato ad altro incarico (ad della controllante Atlantia) e adesso lautamente ricompensato (13 milioni) per “igienizzare l’ambiente” con le sue auspicate dimissioni.
In tutto ciò, non si capisce l’atteggiamento schizofrenico del governo, che da una parte manda messaggi di profonda sfiducia ai Benetton come gestori autostradali (fine o revisione del contratto di gestione), ma poi li coinvolge nel salvataggio Alitalia, come se niente fosse. Come troppo spesso accade, il principio si ferma sulla soglia dell’interesse.
Massimo Marnetto
Bollette a 28 giorni. La via crucis per ottenere i rimborsi automatici
Gentile De Rubertis, le scrivo a proposito della sentenza che ha stabilito illegittime le fatturazioni delle compagnie telefoniche a 28 giorni e decretato il rimborso per i clienti coinvolti. Sono cliente Tim e l’azienda ha stabilito che il rimborso non è automatico, ma bisogna richiederlo. Inoltre c’è la possibilità di usufruire di servizi opzionali, in modo tale da scalare l’importo che deve essere rimborsato, mentre chi non vuole usufruire di tali servizi può richiedere il rimborso vero e proprio. E qui sta la sorpresa: chiamo il 187 e faccio richiesta. Dopo circa una settimana sul mio profilo MyTim c’è la risposta a tale richiesta, in cui mi rendo conto che per far sì che il cliente si stanchi e quei soldi non li richieda più c’è scritto, testuali parole: “Gentile cliente, con riferimento al reclamo .(…) non sono emersi elementi utili per accogliere la tua richiesta, in quanto la richiesta deve essere fatta tramite un’associazione che fa richiesta di conciliazione”. Insomma, io dovrei cercarmi un’associazione e chiedere di far richiesta per me per avere il rimborso. Le comiche. Ora come mi regolo per non dargliela vinta?
Nello Lucio
Gentile Lucio, stiamo parlando del più grande inganno nel mercato della telefonia che inizia tra la fine del 2016 e il 2017 quando Tim, Vodafone, Wind Tre e Fastweb decidono di modificare la periodicità nell’invio delle fatture: in pratica cominciano a spedire ai loro clienti le bollette non più mensilmente, ma ogni 28 giorni. Ciò significa che le mensilità diventano 13 (e non più 12), comportando un aggravio medio delle tariffe dell’8,6%. Non è però servita una legge di Bilancio, svariate procedure sanzionatorie dell’Agcom e ricorsi al Consiglio di Stato per mettere la parola fine a questa saga, perché i clienti fanno ancora fatica a capire come ottenere i rimborsi. Vediamo di fare chiarezza. A luglio, il Consiglio di Stato ha respinto i ricorsi di Vodafone, Fastweb e Wind Tre contro le decisioni del Tar relative ai rimborsi che devono avvenire in maniera automatica con varie modalità (promozioni, storni o rimborsi). Ma i tre gestori si sono adeguati solo da agosto, pubblicando il modulo sulle aree riservate dei clienti. Sul fronte Tim, invece, siamo ancora in attesa di conoscere l’esito del ricorso. Ecco perché la procedura non è ancora attiva, con l’azienda che dirotta i clienti sui canali conciliativi (Corecom, Conciliaweb o presso le associazioni dei consumatori) per fare richiesta. Ma da inizio settembre, Tim ha iniziato ad accogliere anche le richieste di rimborso pervenute al servizio clienti.
Patrizia de Rubertis
Castellucci trova il colpevole per il Morandi: gli statali!
Voi forse starete ancora lì a chiedervi com’è possibile che il 14 agosto 2018 il Ponte Morandi di Genova sia venuto giù uccidendo 43 persone. Ecco, pure Giovanni Castellucci – che all’epoca era il capo di Autostrade e fino a martedì di Atlantia, che è la sua controllante – sta nelle stesse condizioni: “Una tragedia di cui noi tutti non ci facciamo umanamente una ragione e di cui i tecnici non si capacitano ancora”. Poveri tecnici di Castellucci: stanno lì che guardano e non sanno capacitarsi. Certo quelli della Procura e del ministero ritengono c’entrino qualcosa le ristrutturazioni non fatte, ma il manager – cacciato dai Benetton per cambiare tutto affinché nulla cambi – ha un’idea più complessa, vorremmo dire storica, del problema: è colpa degli statali. Al CorSera la spiega così: “Quando (18 anni fa, ndr) entrai in azienda, Autostrade era privatizzata da meno di due anni. Con un management cresciuto nel sistema delle partecipazioni statali, non sempre sufficientemente attento alla qualità del servizio e alla sicurezza”. Eh, questi statali… E infatti nella nuova storiaccia giudiziaria venuta fuori sulla manutenzione di altri due ponti (“2 su 1.943”, dice il nostro, forse dimenticando quello che è caduto) i “comportamenti fuori dalle leggi” sono opera di “persone in azienda da prima della privatizzazione”. Rieccoli, gli statali, un virus: “Non siamo riusciti a creare gli anticorpi per espellere questi elementi”. E vabbè, non stia a crucciarsi Castellucci: il Morandi e il resto sono colpa del posto fisso. Forse Checco Zalone ci farà un film.
Il mondo in fiamme, non c’è più tempo
Da un quindicennio, sin dai tempi dei miei reportage da New Orleans con l’acqua che mi arrivava alla vita dopo l’uragano Katrina, cerco di capire che cos’è che sta interferendo con il basilare istinto di sopravvivenza dell’umanità, perché troppi di noi non stanno reagendo quando la casa va a fuoco, quando è così chiaro che è proprio questo che sta accadendo.
[…] Sin dall’inizio mi è parso chiaro che le teorie più diffuse sulle ragioni di questa nostra inerzia erano assolutamente insufficienti. Non stavamo agendo, ci dicevano, perché i politici erano prigionieri dei cicli elettorali a distanza ravvicinata o perché il cambiamento climatico sembrava troppo remoto, oppure perché fermarsi era troppo costoso o le tecnologie pulite non erano ancora pronte. C’era un fondo di verità in tutte queste spiegazioni, ma erano sempre meno fondate con il passare degli anni. […] Nel breve decennio abbracciato da questo libro, il pianeta ha subìto danni enormi e irreparabili, dalla rapida sparizione dei ghiacci del Mar Glaciale Artico alla moria di massa delle barriere coralline. La parte del mondo da cui viene la mia famiglia, la costa occidentale della Columbia Britannica, ha visto la quasi scomparsa di alcune specie di salmone del Pacifico che reggono sull’ampio dorso interi magnifici ecosistemi. Anche la mappa politica è clamorosamente cambiata in questo decennio, con il ritorno di un’estrema destra sempre più violenta, una forza che sta accrescendo il proprio potere in tutto il pianeta attizzando l’odio contro le minoranze etniche, religiose e razziali, manifestando spesso un atteggiamento xenofobo nei confronti del crescente numero di persone costrette a lasciare la propria patria. Io credo che questi trend planetari e politici stiano intrattenendo un dialogo letale. […]
In queste pagine parlo prevalentemente dei Paesi spesso definiti l’Anglosfera: Stati Uniti, Canada, Australia e Regno Unito, oltre ad alcune regioni europee non anglofone. […] Questo interesse nasce principalmente dal mio tentativo ancora in fieri di capire come mai i governi di questi Paesi si sono dimostrati particolarmente ostili quando parliamo di interventi significativi sul clima. C’è ancora un settore considerevole (ma grazie al cielo sempre più ridotto) di popolazione in ciascuno di questi Paesi che preferisce negare il fatto basilare che l’attività umana sta riscaldando il pianeta a livelli pericolosi, una verità lampante che non è soggetta a polemiche e smentite in quasi tutte le parti del mondo. Anche quando vedi scemare il negazionismo sfacciato, e sembra profilarsi una nuova era più progressista in senso ambientale, i governi di queste nazioni trovano ancora sommamente difficile accettare le schiaccianti prove scientifiche del fatto che dobbiamo smettere di allargare la frontiera dei combustibili fossili, anzi, dovremmo iniziare ad abbassare la produzione già in corso. L’Australia, nonostante la sua agiatezza, continua accanita ad aumentare l’estrazione del carbone sin nelle fauci della crisi climatica, il Canada ha fatto altrettanto con gli scisti bituminosi dell’Alberta, gli Stati Uniti idem con il petrolio della formazione di Bakken, con il gas da fratturazione idraulica (fracking) e le trivellazioni oceaniche, divenendo il massimo esportatore mondiale di petrolio, la Gran Bretagna ha tentato di tuffarsi nelle attività di fracking nonostante una feroce opposizione e le prove di connessioni con i terremoti. In queste pagine indago, cercando anche di trovarci un senso, alcune delle specifiche modalità con cui queste nazioni sono state all’avanguardia nella creazione della catena logistica globale che ha fatto nascere il capitalismo moderno, il sistema economico del consumo illimitato e della depauperazione in piena crisi climatica. È una storia che comincia con le persone sottratte dall’Africa e con le terre sottratte alle popolazioni indigene, due forme di esproprio brutale tanto incredibilmente lucrose da generare i capitali e il potere in eccesso necessari per lanciare l’era della rivoluzione industriale basata sui combustibili fossili e con essa l’inizio del cambiamento climatico antropogeno. […]
Indago questo peccato originale ideologico nel suo rapporto con la crisi climatica sotto più punti di vista, la morte nera da petrolio Bp che si spandeva nel Golfo del Messico, la “conversione ecologica” del Vaticano sotto Papa Francesco, l’America arraffa-e-scappa di Trump, la morte della Grande barriera corallina, dove la nave del capitano James Cook (una chiatta per il carbone riconvertita) si arenò, e altro ancora. […] Non sto dicendo che queste nazioni siano le uniche responsabili del collasso ecologico, niente affatto. La nostra crisi è globale e tanti altri Paesi hanno inquinato come se non ci fosse un domani nello stesso periodo (basta guardare un qualsiasi petro-Stato o come aumentano le emissioni di Cina e India). […] Mentre scrivo, non si sta surriscaldando solo il nostro pianeta. Prendono fuoco anche i movimenti sociali che si ergono a gridare, dal basso, che questa è un’emergenza della gente. Oltre all’incendio indomabile che ha pervaso l’animo degli studenti in sciopero, abbiamo visto nascere Extinction Rebellion, che ha fatto uno spettacolare ingresso in scena scatenando un’ondata di azioni dirette e di disobbedienza civile, tra cui il blocco di massa di enormi settori del centro di Londra. Extinction Rebellion sta chiedendo ai nostri governi di trattare il cambiamento climatico come un’emergenza, di attuare una rapida transizione fino al 100% di energie rinnovabili in linea con la scienza climatica e sviluppare in maniera democratica il piano per implementare questa transizione tramite assemblee di cittadini. Nel giro di pochi giorni dalle loro azioni più spettacolari nell’aprile 2019, Galles e Scozia hanno dichiarato lo stato di “emergenza climatica”, seguiti a ruota dal Parlamento britannico, dietro pressione delle opposizioni. Nello stesso periodo, negli Usa abbiamo visto l’ascesa irruente del Sunrise Movement, apparso sul proscenio politico quando ha occupato l’ufficio di Nancy Pelosi, la più potente figura democratica a Washington, una settimana dopo che il partito aveva riconquistato la Camera dei rappresentanti con le elezioni di Midterm del 2018. I Sunrisers, senza stare a perdere tempo in smancerie, hanno accusato il partito di essere privo di un piano per l’emergenza climatica e hanno preteso che il Congresso adottasse immediatamente un insieme di iniziative di decarbonizzazione, ambizioso nella portata e nella velocità quanto il New Deal di Roosevelt, l’imponente pacchetto di misure pensate per combattere la miseria della Grande depressione e il tracollo ecologico della desertificata Dust Bowl.
Come scrittrice e militante faccio parte da anni del movimento globale per il clima che mi ha portato a partecipare a tanti grandi cortei e azioni di massa, tra cui la marcia per il clima forte di 400.000 persone di New York nel 2014. […] L’ondata di attivismo che vediamo oggi nasce su questo passato ma in più ribalta l’equazione. Per quanto tanti suoi sforzi fossero strenui, erano ancora prevalentemente frutto dell’impegno di pochi convinti ambientalisti e attivisti del clima. Se riuscivano a propagarsi oltre queste cerchie ristrette, di rado l’impegno proseguiva oltre il singolo corteo o la battaglia contro un oleodotto. Fuori dalle file del movimento succedeva spesso che la crisi climatica fosse dimenticata per mesi oppure venisse a stento menzionata durante le cruciali campagne elettorali. L’attuale frangente è nettamente diverso e per due motivi: il primo ha a che vedere con la crescente sensazione di pericolo, l’altro con la nuova, poco familiare sensazione che ci siano novità promettenti.
Il governo deve commissariare autostrade
Un anno dopo la caduta del ponte Morandi, ciò che è emerso dall’inchiesta giudiziaria è sconvolgente: analisi sullo stato di salute dei viadotti edulcorate, report modificati, problemi strutturali attenuati o mascherati. Cosa può fare il governo per porre rimedio a questo stato di cose? In presenza di violazioni gravi di una concessione la sua revoca risulta il rimedio più ovvio e coerente. Nel caso in oggetto non si tratta tuttavia di una normale concessione, in grado di contemperare i divergenti interessi delle parti. È invece un testo completamente sbilanciato a tutela del concessionario dato che, anche nel caso di revoca per giusta causa, il concedente deve comunque erogare al concessionario il valore attualizzato dei mancati guadagni sino al termine della concessione, prevista per il 2038. In sostanza è il concedente danneggiato a dover versare un mucchio di quattrini al concessionario danneggiante.
In assenza di una percorribile soluzione di revoca non è neppure possibile confidare seriamente nell’ipotesi di revisione, dato che la convenzione di concessione, contratto privato rivestito di effetti pubblicistici tramite un provvedimento unilaterale dei poteri pubblici, non può evidentemente essere modificato in via unilaterale ma solo col consenso della controparte. E tale consenso, se vi fosse, non potrebbe che testimoniare la scarsa incisività delle modifiche convenute. Dunque non è vi è nessuna via d’uscita? In realtà l’unico percorso efficace sembra consistere nel rimuovere per via legislativa la norma della legge del 2008 col quale fu impropriamente approvata la convenzione. All’epoca i parlamentari approvarono la convenzione, assieme ad altre analoghe, a scatola chiusa, senza in alcun modo aver cognizione del testo che non fu reso disponibile e che è rimasto segretato per un decennio, sino a dopo la caduta del ponte Morandi. Con l’abrogazione cadrebbe il rivestimento pubblicistico del contratto e in tal modo esso verrebbe privato anche di effetti tra le parti, in assenza di una sua differente approvazione pubblica. Bisognerebbe in sostanza riscriverlo da zero. In conclusione non serve far decadere la concessione, perché si dovrebbero seguire le regole della convenzione capestro, bensì occorre far decadere tramite un passaggio legislativo la convenzione stessa, che ha sinora blindato il concessionario. Serve dunque una norma ed essa richiede una maggioranza parlamentare. Prima non c’era. Ora potrebbe esserci?
Vi è tuttavia un problema ulteriore, ancor più urgente. Come può lo Stato svolgere in maniera efficace le sue funzioni di vigilanza e garanzia della sicurezza pubblica qualora il concessionario dimostri nei fatti di continuare a non adempiere ai suoi doveri, come emerso dalle indagini? Giusto in tal caso revocare la concessione, tuttavia la revoca della concessione e il subentro di un differente gestore, privato o pubblico, richiede tempo. In tale intervallo la sicurezza deve restare affidata al gestore inadempiente, come è avvenuto di fatto nell’anno trascorso dalla caduta del ponte? Non è una soluzione ragionevole. Nell’eventualità di un gestore che continui a non garantire la sicurezza lo Stato deve invece poter intervenire rapidamente ed efficacemente e lo può fare solo attraverso un provvedimento straordinario di commissariamento, nell’interesse pubblico, dell’azienda privata. Si tratterebbe ovviamente di un provvedimento estremo, ma esso avrebbe un precedente con rilevanti analogie nel decreto di commissariamento dell’Ilva del 2013, col quale si perseguì l’obiettivo del proseguimento di un’attività produttiva che generava “oggettivamente pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute”. Non essendo in grado la mano privata di evitarli essa fu sostituita da una mano pubblica. In questo caso si tratterebbe di una modalità identica per una finalità simile.
Bellanova ministro: criticatela per i fatti, non per i suoi vestiti
Vista da quassù, profondo Nord, la ministra Teresa Bellanova – bersaglio degli odiatori leghisti e di altri cretini – è un’icona perfetta del nuovo renzismo che si fa partito. È il braccio di Matteo Renzi dentro il governo Conte, è la “capodelegazione” del suo nuovo movimento, Italia Viva”. È lo strumento nelle mani del nuovo Ghino di Tacco che può condizionare le scelte del Conte 2. Presente a destra, passato a sinistra: la sindacalista Bellanova può esibire una storia carica di echi di lotta e di valori. Com’è diverso il blu elettrico del suo vestito a balze da quello senza passato e senza storia del tubino di Maria Elena Boschi, icona del renzismo antemarcia. Sì, perché Bellanova si è presentata al giuramento del nuovo governo al Quirinale con un vestito che ha scatenato i cretini dei social e della politica. “Carnevale? Halloween?”, ha subito twittato l’ineffabile Daniele Capezzone. In scia, insulti e offese contro “la balena blu” e altre piacevolezze, culminate nel rimprovero di avere, come titolo di studio, solo la licenza di terza media. Certo: Teresa, nata nel 1958 a Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, a 14 anni ha cominciato a lavorare nei campi. A 15 era già capolega della federazione dei braccianti Cgil. Ragazza, contadina, sindacalista.
Con le sue compagne di lavoro e di lotta faceva i blocchi stradali prima dell’alba per fermare fisicamente i furgoni dei caporali pieni di donne portate a lavorare nei campi. Trattate come bestie. Come oggi sono trattati, nei campi del Sud e del Nord, gli immigrati. Per trent’anni ha lavorato nel sindacato, diventando coordinatrice regionale di Federbraccianti e poi leader dei tessili Cgil. Nel 2006 la nota Massimo D’Alema, che la candida alle elezioni. Bellanova lascia i campi e le sedi sindacali per trasferirsi in pianta stabile in Parlamento. Sempre nella sinistra del partito, che cambia nome da Ds a Pd.
È nel 2015 che avviene la svolta. Il segretario Matteo Renzi impone l’Italicum come legge elettorale, che vuole far passare con il voto di fiducia. La sinistra del partito si oppone. In sostegno a Renzi arriva allora Maurizio Martina, che si stacca dalla sinistra e fonda la nuova corrente “Sinistra è cambiamento”. Bellanova aderisce e ne diventa il punto di riferimento in Puglia. Poi scavalca a destra Martina e si schiera con Renzi senza se e senza ma. Va all’attacco del governatore pugliese Michele Emiliano. Diventa la profetessa della flessibilità del lavoro. Sostiene da pasdaran il Jobs Act e la riforma dell’Articolo 18, dopo aver lottato duramente contro il governo Berlusconi che lo voleva abolire. Nella Cgil la chiamano “la traditrice”. Temperamento sanguigno, Teresa non fa una piega e va alla Leopolda a spiegare che i tempi sono cambiati e che quello che era cattivo quando lo voleva Silvio è diventato buono se a volerlo è Matteo. Nel 2016 attacca frontalmente il politico che aveva sempre sostenuto, Pier Luigi Bersani, perché si schiera per il no al referendum costituzionale, mentre lei fa propaganda accanita per il sì.
Raccoglie infine i frutti del suo impegno. Quando Giuseppe Conte vara il suo governo due, frutto dell’accordo tra 5stelle e Pd, il candidato naturale a diventare ministro dell’Agricoltura è Maurizio Martina, che aveva già ricoperto quell’incarico nei governi Renzi e Gentiloni. Ma il Matteo di Italia Viva (già pronta ma ancora non annunciata) s’impunta: vuole lei, al governo, vuole Teresa Bellanova. E ottiene quanto vuole. Poi arrivano i cretini sessisti che la criticano per il vestito, per il peso, per il titolo di studio. Così tutti i sani di mente sono costretti a difenderla. Ecco: i cretini ci tolgono anche la possibilità di criticare chi se lo merita, e non certo per il blu elettrico del vestito che indossa.