Finalmente Renzi ha posto fine al tormentone che si trascinava da gran tempo. Egli lascia il Pd. L’equivoco non poteva protrarsi ulteriormente: da quando aveva lasciato la guida del Pd, Renzi e i suoi seguaci sono stati a tutti gli effetti un partito nel partito e hanno inibito al Pd dapprima, dopo la disfatta del 4 marzo 2018, la sollecita convocazione di un congresso (celebrato incredibilmente con un anno di ritardo), poi un’adeguata riflessione critica e autocritica sulla bruciante sconfitta, infine un decisivo chiarimento circa il profilo del partito e la sua linea politica da parte di Zingaretti, preoccupato di non fornire alibi alla scissione e di assicurare l’unità del Pd. Sino al cruciale passaggio nel quale egli, sulle prime orientato a nuove elezioni, condizionato proprio dallo scarto di Renzi, si è fatto convincere all’idea di un nuovo governo sostenuto da Pd e 5Stelle.
L’uscita di Renzi – cioè di colui che ha retto più a lungo segreteria del Pd e Presidenza del Consiglio – esigerebbe un massimo di trasparenza e di convincenti motivazioni. Intendiamoci: essa è, insieme, inspiegabile e spiegabilissima (ma con argomenti affatto diversi da quelli formalmente addotti).
Inspiegabile se si considera che: segue immediatamente una soluzione di governo da lui patrocinata e, in certo modo, imposta a Zingaretti; che uomini e donne della sua corrente sono entrati nel Conte 2 in rappresentanza del Pd nel mentre già avevano deciso di lasciarlo (non esattamente una prova di coerenza); che, a dispetto della favola della “separazione consensuale”, è di palmare evidenza il suo carattere traumatico e l’effetto destabilizzante sul governo del quale rivendica di essere stato l’artefice; che la scissione si concreta in una transumanza di ceto parlamentare, seguendo una logica proporzionalistica (e traguardando a una legge elettorale in tal senso), l’opposto cioè di quella democrazia maggioritaria e di investitura che aveva contrassegnato la sua ascesa alla guida del partito e del governo (grazie alle primarie); che, quando si produsse la rottura con Bersani e C., egli dapprima non fece nulla per trattenerli (celebre lo sconcerto di Delrio) e poi ebbe parole di scomunica nei loro confronti; che oggi motiva la sua decisione con la polemica contro il correntismo interno al Pd dopo averlo praticato alla grande e raccontando che a esso si porrebbe rimedio con la ricetta di fare un suo nuovo partitino.
Inspiegabile, ma anche, sotto altri profili, spiegabilissimo. Ora riesce più chiara la ragione della sua improvvisa apertura ai 5Stelle da lui tanto detestati. Sia perché, come è noto, egli doveva guadagnare il tempo necessario a organizzare il suo partito (le elezioni avrebbero decimato la sua rappresentanza parlamentare che ne sarebbe l’incubatrice); sia perché, la maggioranza Pd-5Stelle, asseritamente troppo sbilanciata a sinistra, ancorché da lui propiziata, gli avrebbe consentito di mettere a punto una offerta politica plausibilmente attraente per quell’elettorato moderato di centro oggi orfano di FI. Una operazione politicista. Il contrario di come egli la racconta: lo spazio politico, nella sua versione propagandistica, non sarebbe il centro ma il “futuro” (?), perché – la solita tiritera furbastra – destra, sinistra e dunque centro non esisterebbero più.
La politica ha una sua logica: un tale posizionamento lo condurrà matematicamente a smarcarsi con sistematici, quotidiani distinguo dentro la maggioranza di governo, logorandola. Esattamente come fece, nel secondo governo Prodi, Rutelli. Cui Renzi non è certo secondo per movimentismo, protagonismo, spregiudicatezza.
Inutile girarci intorno. Chi ha seguito l’avventura renziana sa che, pur avendo egli recitato molte parti in commedia sino alle piroette recenti, in definitiva la sua bussola politica (?) è una sola, quella cui lo “condanna” la sua indole: se stesso, il suo potere, che, ieri nel Pd, oggi fuori dal Pd, lo conduce a farsi il suo “partito personale”. Il nuovo, il futuro o il déjà vu persino noioso?