Renzi e il solito partito dell’“io”

Finalmente Renzi ha posto fine al tormentone che si trascinava da gran tempo. Egli lascia il Pd. L’equivoco non poteva protrarsi ulteriormente: da quando aveva lasciato la guida del Pd, Renzi e i suoi seguaci sono stati a tutti gli effetti un partito nel partito e hanno inibito al Pd dapprima, dopo la disfatta del 4 marzo 2018, la sollecita convocazione di un congresso (celebrato incredibilmente con un anno di ritardo), poi un’adeguata riflessione critica e autocritica sulla bruciante sconfitta, infine un decisivo chiarimento circa il profilo del partito e la sua linea politica da parte di Zingaretti, preoccupato di non fornire alibi alla scissione e di assicurare l’unità del Pd. Sino al cruciale passaggio nel quale egli, sulle prime orientato a nuove elezioni, condizionato proprio dallo scarto di Renzi, si è fatto convincere all’idea di un nuovo governo sostenuto da Pd e 5Stelle.

L’uscita di Renzi – cioè di colui che ha retto più a lungo segreteria del Pd e Presidenza del Consiglio – esigerebbe un massimo di trasparenza e di convincenti motivazioni. Intendiamoci: essa è, insieme, inspiegabile e spiegabilissima (ma con argomenti affatto diversi da quelli formalmente addotti).

Inspiegabile se si considera che: segue immediatamente una soluzione di governo da lui patrocinata e, in certo modo, imposta a Zingaretti; che uomini e donne della sua corrente sono entrati nel Conte 2 in rappresentanza del Pd nel mentre già avevano deciso di lasciarlo (non esattamente una prova di coerenza); che, a dispetto della favola della “separazione consensuale”, è di palmare evidenza il suo carattere traumatico e l’effetto destabilizzante sul governo del quale rivendica di essere stato l’artefice; che la scissione si concreta in una transumanza di ceto parlamentare, seguendo una logica proporzionalistica (e traguardando a una legge elettorale in tal senso), l’opposto cioè di quella democrazia maggioritaria e di investitura che aveva contrassegnato la sua ascesa alla guida del partito e del governo (grazie alle primarie); che, quando si produsse la rottura con Bersani e C., egli dapprima non fece nulla per trattenerli (celebre lo sconcerto di Delrio) e poi ebbe parole di scomunica nei loro confronti; che oggi motiva la sua decisione con la polemica contro il correntismo interno al Pd dopo averlo praticato alla grande e raccontando che a esso si porrebbe rimedio con la ricetta di fare un suo nuovo partitino.

Inspiegabile, ma anche, sotto altri profili, spiegabilissimo. Ora riesce più chiara la ragione della sua improvvisa apertura ai 5Stelle da lui tanto detestati. Sia perché, come è noto, egli doveva guadagnare il tempo necessario a organizzare il suo partito (le elezioni avrebbero decimato la sua rappresentanza parlamentare che ne sarebbe l’incubatrice); sia perché, la maggioranza Pd-5Stelle, asseritamente troppo sbilanciata a sinistra, ancorché da lui propiziata, gli avrebbe consentito di mettere a punto una offerta politica plausibilmente attraente per quell’elettorato moderato di centro oggi orfano di FI. Una operazione politicista. Il contrario di come egli la racconta: lo spazio politico, nella sua versione propagandistica, non sarebbe il centro ma il “futuro” (?), perché – la solita tiritera furbastra – destra, sinistra e dunque centro non esisterebbero più.

La politica ha una sua logica: un tale posizionamento lo condurrà matematicamente a smarcarsi con sistematici, quotidiani distinguo dentro la maggioranza di governo, logorandola. Esattamente come fece, nel secondo governo Prodi, Rutelli. Cui Renzi non è certo secondo per movimentismo, protagonismo, spregiudicatezza.

Inutile girarci intorno. Chi ha seguito l’avventura renziana sa che, pur avendo egli recitato molte parti in commedia sino alle piroette recenti, in definitiva la sua bussola politica (?) è una sola, quella cui lo “condanna” la sua indole: se stesso, il suo potere, che, ieri nel Pd, oggi fuori dal Pd, lo conduce a farsi il suo “partito personale”. Il nuovo, il futuro o il déjà vu persino noioso?

La Fed taglia i tassi. E avvia nuova maxi-iniezione di liquidità

Un altro taglio dei tassi deciso da una Federal Reserve divisa, dopo quello di luglio (era stato il primo dalla crisi del 2008). Si tratta di una riduzione di un altro quarto di punto del costo del denaro, dentro una forchetta che ora va dall’1,75 al 2%. Incertezza sulle prossime mosse della banca centrale statunitense, che nel comunicato parla di eventuali ulteriori azioni entro la fine dell’anno. A Wall Street i principali indici hanno accentuato il calo in una giornata già fiacca, anche per i timori legati ad una altra mossa della Fed: pompare liquidità nel sistema finanziario per il secondo giorno consecutivo, con 75 miliardi di dollari in cambio di obbligazioni. Nessun rischio sistemico o crisi del credito, solo un problema tecnico legato a una carenza di cash”, assicurano gli analisti. Ma decisioni così non si vedevano dal tempo della crisi. L’ira di Donald Trump non si è fatta attendere su Twitter: “Ancora una volta hanno fallito. Niente fegato, nessun senso, nessuna visione”. Nelle scorse settimane ha più volte sostenuto la necessità di portare il costo del denaro vicino allo zero se non sotto. Il taglio è stato deciso con 7 voti favorevoli e 3 contrari. Di questi ultimi, uno espresso da chi voleva un taglio più vigoroso.

Brennero, svelò le furbate austriache: silurato

La testa è caduta. L’Austria voleva che Raffaele Zurlo lasciasse il suo posto ai vertici della Bbt, la Brenner Basistunnel che sta realizzando il tunnel del Brennero. E dopo mesi di polemiche ecco che il Consiglio di Sorveglianza di Bbt riunito a Vienna ha deliberato la nomina dei nuovi amministratori: saranno Gilberto Cardola per la parte italiana e Martin Gradnitzer che prende il posto di Konrad Bergmeister per quella austriaca. Ufficialmente si tratta di un normale avvicendamento.

Ufficiosamente si dice invece che lo scontro tra i due ormai ex amministratori era salito a un livello tale che l’unica via è parsa sostituirli. Ma il vero nodo pare essere un altro: da tre anni ormai Zurlo denunciava l’esplosione dei costi nei cantieri austriaci. Extracosti che sarebbero già arrivati a 229 milioni di euro, ma sarebbero destinati a salire ancora. Si parla in particolare di due cantieri: Pfons-Brennero (966 milioni) e il Tulfes-Pfons (377 milioni). Filippo De Gasperi, consigliere provinciale di Trento (M5S), ha presentato interrogazioni dove sono citate le carte ufficiali della Bbt. Risulta che sulla Tulfes-Pfons le difficoltà tecniche avrebbero fatto aumentare i costi da 377 a 605 milioni. E la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente. Ad agosto Zurlo in un incontro pubblico aveva fornito altri dati: in alcuni cantieri austriaci i costi di realizzazione dell’opera sarebbero saliti del 53 per cento. Le spese per la progettazione in un tratto sarebbero aumentati del 200 per cento. Raddoppiati. Con una conseguenza paradossale: alla fine per trovare i denari necessari a coprire i buchi austriaci qualcuno potrebbe mettere le mani nelle tasche dei cittadini italiani.

Ma andiamo con ordine. Il tunnel del Brennero è una delle più colossali opere pubbliche in corso di realizzazione in Europa: la lunghezza sarà di 64 chilometri (ma con una galleria per ogni senso di marcia, più i percorsi ausiliari si arriva a 230 chilometri e 21 milioni di tonnellate di materiale estratto dalla montagna). Costo: 8,3 miliardi. I cantieri aperti sono quattro: due in Italia e due in Austria.

Per una volta, però, i costi finora non sono esplosi sul versante italiano: i tempi, giurano e spergiurano i tecnici sul versante di Bolzano, sono stati rispettati. E addirittura per i costi sono stati risparmiati dieci milioni.

Sul versante austriaco non si può dire che sia accaduto lo stesso. Non c’è soltanto l’aumento dei costi, vi sono anche ritardi che in alcuni casi sfiorerebbero i mille giorni. Ma a preoccupare Zurlo erano soprattutto opere che sarebbero state realizzate in variante, senza una preventiva approvazione. Qui, sostengono gli italiani, non sarebbero state rispettate le norme statutarie e quelle europee. Con un grande rischio: l’Unione Europea che cofinanzia l’opera per il 40 per cento potrebbe decidere di non pagare i lavori non approvati regolarmente. Parliamo finora di settanta milioni che potrebbero, secondo le stime, salire a cento. “Ora tocca all’Austria metterci una toppa”, sostengono a Bolzano. Ma se Bruxelles si tirasse indietro il conto andrebbe diviso in parti uguali tra contribuenti austriaci e italiani: cinquanta milioni a testa, euro più, euro meno.

Una denuncia scomoda quella di Zurlo che da mesi aveva cominciato a sentire la poltrona che gli traballava sotto il sedere. Finché nei giorni scorsi è arrivata la conferma: sono stati nominati i nuovi vertici. L’ingegnere scomodo andrà a occuparsi del nodo ferroviario di Firenze, un’altra bella gatta da pelare.

Caso chiuso? Forse no. Le carte sugli extracosti austriaci sono finite in Procura. Un fascicolo è stato aperto.

Intanto i lavori per il tunnel procedono. A breve si dovrebbe arrivare al giro di boa di metà lavori. Finora sono stati scavati 109 chilometri di tunnel: 32 della galleria principale, 43 del cunicolo esplorativo e 34 di tratte minori. La Bbt – i cui soci di maggioranza sono le ferrovie italiane e quelle austriache – sostiene che i primi treni dovrebbero transitare nel tunnel entro il 2028, cioè ventidue anni dopo l’avvio del progetto.

Costa vuol tagliare i sussidi inquinanti: inizia la guerra

Le bozze, si sa, sono pagine nel vento finché non arrivano sul tavolo del Consiglio dei ministri: quelle del decreto intitolato – con inchino alla moda del momento – “per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde” lo sono ancor di più. Il ministro Sergio Costa infatti, fra le altre, sta provando a inserire in questo testo una misura che farà insorgere lobby di ogni tipo: la riduzione del 10% l’anno, fino all’azzeramento nel 2040, delle “spese fiscali dannose per l’ambiente indicate nel Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi”.

Si tratta, in sostanza, di sussidi pubblici assegnati sotto forma di deduzioni, detrazioni, sgravi etc. a produzioni inquinanti: per capire la dimensione della cosa, il “catalogo” citato nel testo conta a fine 2018 oltre 160 tipi di sussidi dannosi – la maggior parte dei quali proprio “spese fiscali” – per un costo totale stimato in 19,3 miliardi, l’87% dei quali a favore delle “fonti fossili” (dal petrolio in giù); i sussidi benefici per l’ambiente invece ammontano a 15,2 miliardi; quelli di “incerta classificazione” a 6,6 miliardi. La proposta di Costa è dunque eliminare il 10% ogni anno di queste spese fiscali e destinare la metà dei risparmi a “interventi in materia ambientale”, a partire proprio dalla “revisione” dei sussidi davvero “verdi”.

A quanto ammonta il taglio? La relazione tecnica del decreto cita, ma senza specificare bene come ci si arrivi, in 16,7 miliardi di euro la platea totale dei sussidi coinvolti: in sostanza il taglio partirebbe nel 2020 da 1,6 miliardi per proseguire fino all’azzeramento nel 2040; contestualmente verrebbe creato un fondo per le politiche ambientali che a regime varrà (a prezzi attuali) oltre 8 miliardi di euro l’anno, il restante 50% viene offerto in pegno al Tesoro per contribuire al contenimento del deficit.

Problema: dalle aziende petrolifere a quelle cosiddette “energivore”, dall’autotrasporto all’agricoltura, quei sussidi finiscono a settori economici di antico potere e forte capacità di lobby. Più o meno lo stesso problema che Costa ha già incontrato nel cosiddetto “decreto incentivi” che ingrassa i produttori di energia da fonti rinnovabili – comprese quelle finte o inefficienti – attraverso le bollette: la riscrittura del testo, infatti, è già partita ieri a Palazzo Chigi nel cosiddetto pre-Consiglio.

Non saranno solo i sussidi, però, a creare problemi al decreto. Almeno altre due questioni toccano interessi rilevanti: la prima riguarda l’Ilva di Taranto, la seconda la cosiddetta “economia circolare” e il ruolo delle Regioni. Partiamo dall’acciaieria. Costa sta provando a modificare la vecchia Autorizzazione integrata ambientale che prescrive cosa fare nella fabbrica tenendo conto anche del danno sanitario (così chiede pure il Comune di Taranto): ArcelorMittal, però, ha fatto ricorso contro il provvedimento del ministero e ora Costa prova a sancire per legge che il danno sanitario è parte della Valutazione di impatto ambientale, tagliando così le gambe alla multinazionale. Quanto all’economia circolare si tratta di decidere quanti poteri in più dare alle Regioni nello stabilire quali rifiuti rendere riciclabili (end of waste): ora al governo sono affidate le linee guida generali, ma nell’incertezza il sistema è fermo e se non parte l’unica soluzione sono gli inceneritori.

Questo è il cuore del decreto che il ministro e il premier Conte vorrebbero approvare oggi per “vendersi” durante il viaggio del week end a New York per il summit dell’Onu sul clima. Nel testo ci sono però anche altre misure più o meno simboliche: bonus fiscali per incentivare comportamenti “sostenibili” nella mobilità o nelle abitudini di consumo. Piccole, ottime cose su cui pochi avranno da ridire.

Bufera giudiziaria, via ad di Spea. Atlantia risale in Borsa

Cambio al vertice di Spea, società del gruppo Atlantia, finita nell’inchiesta sui falsi report sullo stato dei viadotti gestiti da Autostrade. L’avvocato Guglielmo Bove, già membro del consiglio da marzo 2019, è il nuovo amministratore delegato che, col presidente Paolo Costa, la guiderà “in questo periodo di transizione, con l’obiettivo di mantenere alta la funzionalità dell’azienda a tutela della sua credibilità e reputazione” si legge in una nota. È proprio la bufera scoppiata intorno a Spea, che avrebbe ammorbidito i report sulle reali condizioni di alcuni viadotti gestiti da Aspi, ad aver portato alla fine alle dimissioni del numero uno di Atlantia, Giovanni Castellucci, insieme alle pressioni per il crollo del Morandi. L’ex ad ha lasciato aperti sul tavolo del gruppo Benetton tre dossier: Abertis, Telepass ma soprattutto Alitalia per la quale è stato prorogata al 15 ottobre il termine per la presentazione dell’offerta vincolante. Secondo il piano di Castellucci Atlantia dovrebbe prendere una quota del 35% nella newco, come Fs, con Delta e il Tesoro a completare il quadro con il 15% ciascuno.. Nel frattempo a Piazza Affari il titolo Atlantia ha recuperato terreno, dopo le perdite dei giorni scorsi, guadagnando l’1,54% a 21,080 euro.

Conte si tiene la cassa: a Turco la delega al Cipe

Il Conte 2, mai lasciarsi ingannare da un nome, è assai diverso dal Conte 1 e paradossalmente quel che è cambiato di più è proprio quel che è rimasto uguale: Conte. Il presidente del Consiglio stavolta, pur essendo lo stesso, non è più il quisque de populo dall’incerto profilo pubblico del giugno 2018, ma uno degli azionisti forti del governo e, dentro al governo, cerca di ritagliarsi un suo spazio di potere autonomo dopo un anno passato soprattutto a capire come si gioca e tessere relazioni.

Si terrà la delega ai servizi, Conte, piovutagli in mano nei perigliosi mesi gialloverdi, avrà il potere di controllo sulla filiera del 5G grazie al decreto anti-cinese imposto da Donald Trump (la fortuna di Giuseppi) e avrà pure la cabina di regia per gli investimenti pubblici voluta a Palazzo Chigi da Lega e 5 Stelle in sfregio a Giovanni Tria. Oggi, infine, completerà il cerchio quando, in Consiglio dei ministri, affiderà le fondamentali deleghe sul Comitato interministeriale di programmazione economica (Cipe) al sottosegretario Mario Turco, formalmente senatore 5 Stelle, ma voluto alla presidenza del Consiglio – e proprio alla programmazione economica – dall’ex avvocato del popolo tra la freddezza del suo gruppo politico. Restano a bocca asciutta il Pd e il M5S, che pensavano di mettere le mani su una delega di peso: niente da fare, Conte è 2 pure perché si eleva al quadrato il peso politico del premier.

Per apprezzare la novità, bisogna tener presenti alcuni fatti. Quello della squadra dei sottosegretari di Palazzo Chigi – a partire dal più importante, l’uomo che gestisce l’agenda del Consiglio dei ministri e il relativo processo legislativo – è stata il parto più lungo per i giallorosé: Conte, com’è noto, voleva “promuovere” il segretario generale di Palazzo Chigi, il consigliere di Stato Roberto Chieppa, ma alla fine ha dovuto piegarsi a nominare l’ex ministro Riccardo Fraccaro.

Una sorta di presidio di Luigi Di Maio nel Palazzo da cui è stato estromesso e un mezzo commissariamento per Conte, anomalo premier senza truppe. L’avvocato, però, si è preso la sua rivincita nominando – nonostante la freddezza dei grillini – il senatore 5 Stelle Turco, suo buon amico, professore di economia aziendale all’università del Salento: sottosegretario alla Programmazione economica a cui, da domani, aggiungerà la delega al Cipe su cui puntavano anche Fraccaro/Di Maio e il Pd (il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia). Stavolta Conte s’è impuntato: ricorda fin troppo bene l’ingombrante presenza del leghista Giancarlo Giorgetti al giro precedente.

E il Cipe, nonostante il nome poco sexy, è una delega fondamentale: in sostanza, il Comitato è il perno di tutta l’attività del governo in materia economica e il luogo mistico in cui le intenzioni di spesa si trasformano in bonifici alla stazione appaltante per far partire questo o quel cantiere, questo o quell’investimento. A vigilare su tutto quel ben di dio Conte ha piazzato un suo uomo: il “terzo partito” della maggioranza, stavolta, non sta al Colle, ma a Palazzo Chigi.

Via le tratte liguri e niente “Gronda”: il piano del governo

E ora la Gronda di Genova. L’uscita forzata di Giovanni Castellucci dalla scena può facilitare la revisione-rinegoziazione del “Sistema Autostrade” auspicata dalla maggioranza di governo. L’ex manager di punta dei Benetton aveva costruito in un ventennio intorno al casello un regime granitico con la complicità della politica e dei governi. Un metodo applicato per proprietà transitiva alla maggior parte delle concessioni autostradali italiane, che ha garantito guadagni stellari ai signori del pedaggio a scapito degli automobilisti costretti a sobbarcarsi tariffe esose avendo in cambio assai poco: controlli scarsi sulla qualità e la sicurezza delle infrastrutture, in particolare ponti e viadotti, e poca manutenzione. Nella testa di Castellucci la Gronda avrebbe dovuto rappresentare l’approdo trionfale del suo percorso manageriale. Facendo leva sulla necessità innegabile di dotare la congestionatissima Genova di un nuovo sistema autostradale, la società guidata da Castellucci stava piazzando la stangata finale che avrebbe consentito ai Benetton di conservare nei secoli il “Sistema Autostrade”.

Il colpo era ben studiato: per costruire la grande opera (valore stimato 4 miliardi e 300 milioni) l’ex manager dei Benetton si era fatto riconoscere dall’allora governo (ministro Graziano Delrio, Pd) una remunerazione fuori mercato degli investimenti tale da rendere inevitabile il prolungamento di 4 anni della già lunghissima concessione, dal 2038 al 2042. Più la ciliegina sulla torta: un valore di subentro, una sorta di buonuscita, di circa 6 miliardi di euro che chiunque, pubblico o privato, avrebbe dovuto pagare tra quasi un quarto di secolo ai Benetton per prendere il loro posto.

Il “Piano Gronda” è in fase avanzata, ma non è chiuso. Nel 2017 (governo Gentiloni) è stato approvato dal ministro Delrio il progetto definitivo, ma il suo successore 5 Stelle, Danilo Toninelli, non ha perfezionato l’operazione. Manca l’allungamento di 4 anni della concessione senza il quale l’affare non sta in piedi da un punto di vista economico e finanziario. Dopo il crollo del ponte di Genova, al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti avevano cominciato a lavorare su un’idea di negoziato duro con i Benetton che coinvolgesse la Gronda e superasse l’impasse della revoca secca della concessione di tutta la rete invocata a caldo, subito dopo la tragedia dei 43 morti di Genova, da Toninelli e dal vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio. Quel negoziato può procedere su un binario più spedito ora che l’ingombrante e influente Castellucci è stato messo da parte.

Il negoziato prevede tre mosse. Prima mossa: la revoca delle concessioni di 4 autostrade Benetton del Nordovest che insistono sul territorio ligure e in futuro sarebbero collegate direttamente e indirettamente alla Gronda. E cioè la A10 Savona-Genova (45 chilometri), A12 Genova-Sestri (49 chilometri), A7 Genova-Serravalle (50) e A26 Voltri-Alessandria (83). In totale 230 chilometri circa, meno di un decimo della rete Autostrade, con un fatturato totale di circa 200 milioni di euro sui 3 miliardi circa intascati dai Benetton ogni anno al casello. La seconda mossa dovrebbe essere il ritiro della Gronda dalle mani dei Benetton. La nuova opera costituirebbe con le quattro autostrade un unico sistema viario ligure da affidare (ultima mossa) a un nuovo concessionario.

Con gli incassi delle quattro autostrade il nuovo soggetto sarebbe in grado di finanziare la costruzione della Gronda e secondo i primi calcoli effettuati al ministero, l’operazione forse potrebbe addirittura consentire l’esenzione dai pedaggi per i residenti a Genova. In cambio i Benetton conserverebbero il resto della rete (circa 2800 chilometri di autostrade) su cui dovrebbero però applicare il nuovo regime tariffario stabilito dall’Autorità per i Trasporti (Art). Il tutto dovrebbe essere approvato consensualmente dalle parti e messo nero su bianco in un atto aggiuntivo. Il nuovo regime tariffario dovrebbe essere introdotto a cascata sulle altre 15 concessioni il cui piano economico finanziario è scaduto e va aggiornato.

È previsto inoltre che possano essere revocate le concessioni a quei concessionari non in grado di garantire gli investimenti (Autostrade dei Parchi e Asti-Cuneo) e ritirata agli spagnoli di Abertis, collegati ai Benetton, la concessione della Brescia-Padova scaduta cinque anni fa.

“Non è giornalismo, è solo spazzatura”. “Calunnie”: la replica

“Dal minuto 01.08.56 Bruno Vespa intervista la signora Lucia Panigalli vittima di un tentativo di omicidio da parte dell’ex compagno. Il tono dell’intervistatore tra risolini, negazioni, battutine è semplicemente intollerabile. “Questo non è giornalismo: è spazzatura”, scrive Non Una Di Meno. Non solo le associazioni femministe, a criticare Vespa sono stati sui social anche molti telespettatori: “Siamo nel 2019 e ancora dobbiamo assistere alla colpevolizzazione delle vittime, come nei processi di 50 anni fa, con l’aggravante che tutto questo accade in televisione e attraverso un servizio pubblico, che noi cittadini paghiamo”, commenta un utente.

“Sono sorpreso e indignato da alcune reazioni alla mia intervista”, ha replicato Vespa in una nota. “Se c’è una trasmissione che dalle sue origini si è fatta portavoce della tutela fisica e morale delle donne vittime di violenza questa è Porta a Porta. È gravissimo che si voglia estrapolare una frase da un dialogo complessivo di grande solidarietà e rispetto. La risposta migliore a queste calunnie sono i ringraziamenti che abbiamo ricevuto dalla signora e dal suo avvocato”.

Lucia, vittima dell’ex fidanzato e dei risolini di Bruno Vespa

Io non so cosa sia successo a Bruno Vespa martedì sera. Forse l’aveva confuso la precedente intervista a Matteo Renzi, forse l’annunciata Italia Viva lo entusiasmava più della “sopravvissuta” che gli stava davanti, fatto sta che la sua intervista a Porta a Porta a una donna scampata a un tentato femminicidio è stato uno di quei momenti in cui viene da pensare che sia tutto inutile. Che per quanto si provi a spiegare cosa significhi imbattersi in un uomo violento, ossessionato, criminale, ci sarà sempre qualcuno incapace di comprendere e capace, invece, di minimizzare. Di trovare perfino il modo di scorgere l’ombra di una provocazione femminile, di un’attenuante per chi l’ha presa a martellate o le ha stretto un laccio alla gola.

Questa volta quel qualcuno è Bruno Vespa. Martedì sera, seduta davanti a lui, c’era Lucia Panigalli, una donna sopravvissuta a due tentativi di omicidio. E dico due perché il suo ex Manuel Fabbri ha cercato di ucciderla non solo quando era un uomo libero, ma pure quando era in carcere. Il 16 marzo 2010 infatti, due mesi dopo la fine della loro relazione, l’ha attesa nel buio con un passamontagna e l’ha quasi ammazzata con calci e coltellate. È stato condannato a otto anni di carcere ma mentre scontava la pena ha offerto 25 mila euro al suo compagno di cella per uccidere Lucia simulando una rapina in casa sua. Nelle intercettazioni la chiamava “macchina che ha 56 anni e si trova a Mirabello”. Alla fine l’omicidio non è avvenuto perché il sicario predestinato l’ha denunciato. Per questi fatti Fabbri è stato assolto. Il reato non si è consumato e non si possono processare le intenzioni. Fatto sta che oggi questo pericoloso individuo è libero e vive a pochi chilometri da Lucia che, difficile non comprenderla, vive nel terrore di venire ammazzata.

In realtà per Bruno Vespa risulta difficilissimo comprenderla perché l’intervista va in questo modo. Già parte male definendola “fortunata” perché lei è sopravvissuta mentre tante altre no. E vabbè. Poi, con un’aria che oscilla tra il sarcasmo e il compatimento, comincia a incalzarla con osservazioni surreali. Lucia spiega che l’assoluzione di Fabbri per aver pianificato il suo omicidio in carcere non la lascia tranquilla, afferma giustamente che non si è mai pentito e che quindi l’intenzione omicidiaria permane. Vespa controbatte: “Lui è stato assolto in tutti i gradi di giudizio quindi è innocente da questo punto di vista”. Certo. Non ci voleva un ascolto particolarmente empatico per comprendere che la signora non parlava dell’aspetto giuridico. Poi le ricorda che “lei peraltro a differenza di tante donne è protetta”, al che Lucia spiega che sì, i carabinieri la scortano a casa quando esce e torna, ma lascia intendere altrettanto bene che se l’ex la vuole ammazzare può farlo comunque. Vespa evidentemente pensa ancora a Renzi e replica: “Non corre rischi, cosa teme?”. Lucia comincia a cambiare espressione. “Temo molto per la mia vita, non è mai stato lucido, mi voleva uccidere dopo una storia di 18 mesi che era poco più che un flirt…”. Qui Vespa supera se stesso. “Beh, 18 mesi sono un bel flirtino!”. Cosa lasci intendere con questo è un mistero cosmico. Se la storia non è un flirt ma “un bel flirtino”, l’uomo ha diritto a una coltellata jolly? A quel punto Lucia è allibita. Appare sullo schermo una sua foto dopo l’aggressione. È tumefatta, ha un occhio pesto. Vespa sembra avere un moto di pietà: “Certo che l’aveva ridotta piuttosto male!”. Poi si riprende subito. “Posso chiederle di cosa si era innamorata signora?”. Di-cosa-si-era-innamorata. Lucia risponde imbarazzata: “Me lo chiedo anch’io” e il conduttore infierisce: “Beh su, 18 mesi non è proprio… non è che ci è uscita una sera”. Ancora due domande così e Lucia rischia seriamente di chiedere scusa lei al suo ex. Ci è stata 18 mesi, se ne è innamorata, ha pure la scorta, l’occhio le è tornato a posto, di cosa si lagna? Il peggio, incredibilmente deve ancora venire. “Ma lui era così follemente INNAMORATO di lei da non volersi separare da lei se non con la morte?”, la incalza con la domanda più infelice della storia. Lucia scatta come una molla e gli risponde seccata: “Quando sento associare la parola amore a questi fatti mi si accappona la pelle”. Vespa ha un lampo di lucidità, capisce di aver sbagliato domanda e quindi, nel panico, le chiede di nuovo quanto fosse durata la loro relazione. “Diciotto mesi” ribadisce lei affranta.

A quel punto uno pensa che la situazione non possa peggiorare e invece no. C’è ancora un ampio margine di peggioramento. Lucia descrive l’aggressione subita. L’agguato. I calci. Il coltello. “Però se avesse voluto ucciderla l’avrebbe uccisa!”, commenta Vespa con un ghigno sardonico, di quelli che si riservano ai mitomani. A quelli che ti dicono: “Sono volato giù dal decimo piano ma sono rimbalzato su un materasso in un secchione dell’immondizia”. Lei gli spiega che lui l’ha riempita di calci alla testa, che il coltello si è rotto, che i carabinieri hanno trovato la lama staccata dall’impugnatura. Insomma, che voleva ucciderla eccome. Ma niente, per Vespa evidentemente lui era solo intenzionato a farle “Dolcetto o scherzetto”?. L’intervista sta per chiudersi. Per Lucia non c’è stata alcuna parola di comprensione, affetto, solidarietà. “Da questa situazione non si esce, lei è protetta, lui ha il divieto di avvicinamento, più di questo ho la sensazione che non si possa fare!”, conclude il conduttore. Lucia spiega che è vero, ma che lei ha trovato un senso alla sua paura, a quello che sta vivendo perché con i suoi avvocati ha depositato in Senato una proposta di modifica di legge perché pianificare un delitto con altre persone diventi reato anche se poi non si riesce a commettere quel delitto. A Vespa però di come quello che è successo a Lucia possa servire ad altre donne importa poco, ha un altro servizio da lanciare. “Le auguro di trovare al più presto serenità”, conclude. Lucia non ha neppure il tempo di dire grazie. Ci sarebbe solo da spiegare a Vespa cosa significhi vivere dovendo chiamare i carabinieri anche per andare a comprare il latte. Dormendo con il terrore che lui entri dalla finestra. Sapendo che ogni giorno può essere quello in cui lui desidererà finire il lavoro. Ma Vespa ormai ha l’aria annoiata di quello che ha intenzione di tornare a casa il prima possibile. Solo che resta lì, sulla poltrona. E no, non si processano le intenzioni. Purtroppo.

Toscana, allarme batterio “New Delhi”: 90 casi e 36 morti

Salgono a 90 i pazienti che nell’ultimo anno sono stati infettati dal New Delhi, il superbatterio che sta creando allarme in tutta la Toscana. Lo ha rilevato ieri l’Agenzia regionale di sanità (Ars): i pazienti colpiti sono passati dai 75 della settimana scorsa ai 90 attuali e, ha spiegato l’assessore alla Sanità Stefania Saccardi, “i casi sono risultati letali nel 40% dei pazienti con sepsi”. Ovvero 36 morti tra il novembre 2018 e il settembre 2019 riconducibili al batterio resistente agli antibiotici. Nelle prime due settimane di settembre i pazienti infettati sono stati 11, quasi uno al giorno. “Stiamo aumentando i controlli – ha continuato l’assessore Saccardi – e i numeri probabilmente sono frutto di un aumento dell’attenzione e delle verifiche che stiamo facendo dentro i nostri sistemi ospedalieri”. Proprio nei giorni scorsi, infatti, la Regione Toscana ha deciso di dare il via a un’ offensiva nei confronti del batterio, con screening di massa negli ospedali toscani per individuare tutti i portatori del New Delhi sia nei reparti di emergenza che in quelli interni. Ieri intanto l’Università di Siena ha annunciato la sperimentazione di una molecola antimicrobica efficace contro il batterio.