Alpina suicida in caserma. “Troppi lati oscuri”

Ci sono “troppi lati oscuri” nel caso dell’alpina trentenne originaria di Verona trovata morta domenica scorsa nella caserma “Salsa” di Belluno: si è parlato di suicidio “e c’è da spiegare come mai la donna si trovasse in caserma dopo che a luglio era stata dichiarata temporaneamente non idonea al servizio”. Occorre dunque “bloccare la cremazione del corpo e indagare a fondo”. Lo chiede Domenico Leggiero dell’Osservatorio Militare, nel corso di una conferenza stampa alla presenza anche di Rachele Magro, psicologa dell’Associazione “L’altra metà della divisa”.

“Qualcuno – spiega Leggiero – ha detto che si è suicidata, si è parlato anche di un biglietto che la soldatessa avrebbe scritto, ma l’unica certezza è che lei non poteva essere dov’era perchè la Commissione medico-ospedaliera di Padova l’aveva dichiarata due mesi fa temporaneamente non idonea per depressione e aveva proposto che venisse sottoposta a un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso). La donna l’aveva evitato optando per il ricovero di una settimana in ospedale per gli accertamenti. Qualcuno deve spiegare perché, con questo quadro clinico, la militare si trovava in caserma domenica scorsa”.

“Aumentano le sanzioni, ma anche i cavilli. Così ne fanno le spese soltanto i poveracci”

Il consigliere Sebastiano Ardita è da oggi il presidente della Commissione esecuzione pena del Csm. È stato anche direttore dell’ufficio detenuti del Dap.

Concorda con la scelta del giudice torinese Paolo Gallo di rivolgersi alla Corte costituzionale perché, tra l’altro, ritiene “sproporzionata” la pena di quattro anni per “rapina impropria”?.

Credo possa essere una soluzione corretta in un sistema di giustizia penale bloccato tra i rigori del vecchio codice Rocco e l’inefficienza del processo e della esecuzione penale. Le norme che stabiliscono le pene e quelle attraverso cui dovrebbero applicarsi sembra che non si parlino: le prime prevedono punizioni severe, le seconde interminabili procedure per la loro applicazione e finiscono per sminuire la portata delle sentenze (come la liberazione anticipata ) per non parlare di amnistie, indulti e indultini.

Prendendo l’esempio del ladro di due bottiglie di liquori a Torino che rischia quattro anni di pena, l’Italia si conferma il Paese dal carcere facile per i “disgraziati” più che per delinquenti incalliti e del guanto di velluto per i colletti bianchi…

Il guanto di velluto per i colletti bianchi in Italia è particolarmente più evidente che altrove: lo 0,3 per cento dei detenuti appartiene a questa categoria, mentre tutto il resto è suddiviso tra criminalità violenta o professionale e soggetti espressione del disagio sociale. Le statistiche raccolte di recente, ma riferite all’anno 2015, ci suggeriscono che la permanenza media in carcere per un furto è di 250 giorni, solo il 5% dei detenuti viene ammesso ad una misura alternativa. Mentre per una bancarotta viene ammesso alla misura alternativa il 40% dei condannati e questo fa precipitare la loro media di permanenza a 190 giorni. Peccato che per una bancarotta – si pensi al caso Parmalat – le vittime possono essere anche decine di migliaia. Per non parlare, poi, dei casi in cui per tirare fuori qualcuno dal carcere o impedire ad altri di entrare sono state proposte o varate leggi ad personam. Inoltre, quella del sistema che schiaccia i delinquenti più deboli è il logico sbocco dell’esistenza di “strumenti” per modificare o eliminare le conseguenze penali, di fatto, per chi ha più mezzi economici. Se un tossicodipendente o uno straniero commette quattro reati in quattro diversi territori prenderà quattro condanne e possibilmente non avrà i mezzi per farsi riconoscere la continuazione: la differenza è drastica: dovrà scontare sette anni di carcere anziché averne due con la condizionale. Nella mia precedente esperienza di direttore dell’ufficio detenuti ho sperimentato un carcere fatto di disperati, mentre esso dovrebbe essere riservato solo ai soggetti pericolosi, cioè capaci di commettere altri reati e ledere beni giuridici rilevanti di singoli e della collettività.

Pensa che siano da rivedere le pene per alcuni reati meno gravi?

A ogni riforma non si fa altro che introdurre nuovi reati e alzare le pene di quelli esistenti. E poi siamo il Paese europeo con la più bassa applicazione di strumenti alternativi al carcere. Il nostro sistema penale è impostato su un codice che prevede la detenzione come una costante. Da qui, le incongruenze di un sistema che lavora per demolire ciò che le sentenze penali hanno stabilito. Sarebbe molto più semplice irrogare direttamente sanzioni diverse dal carcere: pene anche pecuniarie o semplicemente amministrative. Ma l’Italia è un paese “carcerocentrico”, non c’è una cultura delle misure alternative e neppure una polizia stabilmente impegnata all’esterno per i controlli quotidiani degli “affidati” e ciò comporta la sfiducia verso questo strumento.

Berlusconi e gli altri: a farla franca sono solo evasori o corrotti

C’è chi rischia 4 anni di carcere per aver rubato due bottiglie di liquore. Chi finisce arrestato e processato per direttissima – un giovane pescatore di Sant’Agata di Militello (Messina) – perché “colto in flagrante” a prelevare sette pietre dal lungomare: le stava caricando su un furgone per fissare le sue reti da pesca in fondo al mare. E chi – come il giovane etiope El Israel – è già stato condannato in primo grado per aver spezzato due rametti da un cespuglio, cogliendone dei fiori la fidanzata: ha danneggiato un oleandro con l’aggravante d’aver commesso il fatto su “bene esposto alla pubblica fede”. E che dire dei 10 anni di carcere rischiati da quel rumeno che, nel 2015, fu arrestato a Roma per aver rubato ben 22 pigne con l’aggravante della violenza commessa al pino (nel senso dell’albero)?

Si rischia meno, bisogna ammetterlo, a trafficare in mazzette. O a frodare il fisco. O a corrompere, più in generale. I dati del ministero di Giustizia ci dicono che le carceri italiane, di detenuti – tra imputati e condannati – per corruzione, ne contano 432. E comunque, dovendo scegliere tra frodare il fisco per milioni o mettersi in saccoccia un paio bottiglie di liquore o due fiori per la fidanzata, bisogna ammettere che si rischia meno coi milioni. Qualche esempio.

Silvio Berlusconi. Dopo aver infilato due amnistie e 8 prescrizioni, nel processo sui diritti Mediaset viene condannato per frode fiscale a 4 anni. È il maggio 2014. La frode fiscale ammonta a 368 milioni di dollari ma viene prescritta, salvo che per una fetta, pari a 7,3 milioni di dollari, pari a circa 6,6 milioni di euro. Volendo convertire la cifra in bottiglie di liquore, ipotizziamo da 15 euro cadauna, saremmo di fronte a uno stock da 440 mila pezzi. Ben 439.998 bottiglie in più dell’uomo condannato a quattro anni dal Tribunale di Torino. Impossibile la conversione in fiori per la fidanzata o pigne prelevate dai pini. Pur tuttavia, Berlusconi ha usufruito di 3 anni d’indulto. E soprattutto: in carcere non c’è mai stato. Ha saldato il suo conto con la giustizia attraverso 168 ore trascorse, dal maggio 2014 al marzo 2015, tra i vecchietti dell’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone.

Cesare Romiti. Ex presidente Fiat, accusato per bilanci falsi e mazzette dell’azienda torinese ai partiti, viene condannato in via definitiva nel 2000 a 11 mesi e 10 giorni. Nel 2003 viene revocata la condanna per il falso in bilancio perché il fatto non è più previsto come reato.

Paolo Scaroni. Per le tangenti versate al Psi in cambio di appalti Enel, quando lavorava per Techint, nel 1996 patteggia un anno e 4 mesi. Il governo B. nel 2005 lo nomina a Eni. Ottima intuizione: oggi è imputato a Milano per corruzione internazionale nel processo per la presunta tangente versata da Eni in Nigeria per l’acquisto del giacimento Opl 245.

Belsito e Bossi. Il procuratore generale della Cassazione Marco Dall’Olio, a maggio, ha chiesto la condanna a 3 anni e 9 mesi per l’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito. Accusato di appropriazione indebita, Belsito è stato condannato a 1 anno e otto mesi di reclusione, con pena sospesa. La Suprema Corte ha stabilito il non luogo a procedere per Umberto Bossi.

Cirino Pomicino. Esponente di primo piano nella Democrazia cristiana, durante Mani Pulite viene più volte indagato e anche arrestato. Le condanne sono due: 1 anno e 8 mesi di reclusione, per finanziamento illecito ai partiti nel processo Enimont, e 2 mesi di reclusione per corruzione, patteggiate per l’ambito dell’inchiesta sui fondi neri Eni. Nel 2011 Pomicino chiede e ottiene dal Tribunale di sorveglianza di Roma un’ordinanza di riabilitazione.

Giancarlo Galan. Ex ministro delle Politiche agricole e dei Beni culturali, con Berlusconi premier, nonché presidente della Regione Veneto dal 1995 al 2010, Giancarlo Galan è stato a lungo uno dei politici più potenti del Nord Est. Nel 2014 viene indagato per corruzione quando la Procura di Venezia scoperchia il giro di mazzette legato al Mose. Galan patteggia due anni e dieci mesi di reclusione. Gli viene confiscata la villa sui Colli Euganei. E gli viene richiesto un risarcimento di 5 milioni e 808 mila euro per danni all’immagine e da disservizio. Ad aprile gli investigatori della Guarda di Finanza di Venezia, coordinati dal procuratore aggiunto Stefano Lancillotto, alla ricerca dell’eventuale “tesoretto” di Galan, ha indagato per riciclaggio Paolo Venuti e Alessandra Farina, ovvero il suo commercialista e la moglie del professionista. Galan non è indagato, avendo peraltro già patteggiato. Non sappiamo se la procura individuerà il presunto tesoro dell’ex ministro. Di certo, però, la sua condanna è inferiore di 14 mesi rispetto al ladruncolo delle due bottiglie di liquore.

4 anni per due bottiglie. Il giudice si ribella: “Pena sproporzionata”

Almeno quattro anni di carcere per due bottiglie di liquori e qualche spintone. Un giudice ha correttamente applicato la legge, ma si è posto il dubbio se la pena fosse proporzionata. E ha deciso di investire della questione la Corte costituzionale. Tutto nasce dal processo a un torinese, R.T., italiano, arrestato il 24 aprile dopo un furto in un supermercato. Il giudice, resosi conto dell’entità della pena, si è domandato se la sanzione forse troppo “brutale e irragionevole”, non violasse alcuni articoli della Costituzione.

Per questa ragione il 9 maggio il giudice Paolo Gallo del Tribunale di Torino ha sollevato delle questioni di legittimità costituzionale sul reato di “rapina impropria”, cioè quella commessa da chi ruba e poi minaccia o compie gesti violenti per scappare.

Sulla colpevolezza dell’uomo non ci sono dubbi. È stato filmato dal circuito di video-sorveglianza mentre prendeva le bottiglie dal reparto degli alcolici nascondendole sotto il giaccone. Avvicinato dall’addetta che aveva visto tutto, l’uomo ha proseguito indifferente verso l’uscita, ma qui si è trovato di fronte a un uomo – un nigeriano – che ha tentato di fermarlo. Lui l’ha affrontato e “con spintoni e strattonamenti” è riuscito “a divincolarsi e darsi alla fuga”. Poi è stato bloccato dai vigilantes del supermercato. R.T. è finito in manette accusato di “rapina impropria”.

“Alla stregua dei verbali sopra riportati i fatti si sono verificati in maniera pienamente conforme al paradigma normativo dell’art. 628, comma 2 codice penale”, si legge nell’ordinanza. Tuttavia il giudice fa notare alcuni aspetti critici della norma. Innanzitutto ipotizza una violazione dell’articolo 3 della Costituzione, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” per come il reato di rapina impropria mette in rapporto l’aggressione al patrimonio e quella alla persona.

Il giudice sottolinea la differenza tra la rapina propria in cui si minaccia o si compie un gesto violento prima di rubare, e quella impropria, come in questo caso. Chi compie quest’ultima inizialmente scarta la violenza, ma la compie come reazione: “Demarca – scrive il giudice – una diversa e meno grave struttura oggettiva del reato e un diverso atteggiamento soggettivo quanto a intensità del dolo e capacità a delinquere”. Sembrerebbe quindi meno grave del primo.

Il magistrato si sofferma poi su un altro aspetto che sarebbe in contraddizione con l’articolo 25 comma 2 della Carta, secondo il quale “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. Il “fatto commesso” andrebbe messo in relazione al “principio di offensività” che “implica la necessità di un trattamento penale differenziato per fatti diversi e, a monte, la necessità di distinguere, in sede di redazione delle norme penali incriminatrici, i vari fenomeni delittuosi per le loro oggettive caratteristiche di lesività o pericolosità”.

Chi ha scritto quel comma del codice penale potrebbe aver sbagliato non soppesando alcune caratteristiche del reato improprio: “Qualunque sottrazione, quando sia immediatamente seguita da violenza o minaccia, ancorché lievi, è reputata dal legislatore meritevole di almeno quattro anni di reclusione”, mentre per casi simili, come il furto, sono previste pene più lievi. “Non v’è più differenza, ad esempio, se la violenza segue al furto di una costosa autovettura commesso con effrazione sulla pubblica via, ovvero segue al furto semplice di due bottiglie di liquore in un supermercato”, nota il magistrato secondo il quale questa norma è una “disposizione ‘rozza’” che sacrifica tutto “sull’altare della ‘esemplarità’ sanzionatoria”.

Infine, violazione più vistosa, quella dell’articolo 27, che, nel secondo comma, stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”: “Una pena sproporzionata alla gravità del reato commesso da un lato non può correttamente assolvere alla funzione di ristabilimento della legalità violata – osserva il magistrato –, dall’altro non potrà mai essere sentita dal condannato come rieducatrice” perché “gli apparirà solo come brutale e irragionevole vendetta dello stato, suscitatrice di ulteriori istinti antisociali”. Per questo secondo il giudice “l’inflizione di quattro anni di reclusione più multa per la sottrazione di due bottiglie di liquore seguite da qualche strattone non può essere considerata una risposta sanzionatoria proporzionata”. La parola, ora, va ai giudici della Corte.

Di Maio vede Raggi e la rassicura: “Hai il nostro appoggio”

Di maio e Raggi fanno il punto su Roma Capitale. Ieri, poco dopo pranzo, il primo incontro tra i due dopo la crisi di governo e la formazione del nuovo esecutivo giallo-rosso. Durante il lungo meeting a Montecitorio, la sindaca capitolina Virginia Raggi e il leader del M5S Luigi Di Maio hanno discusso dei prossimi passi da compiere insieme per risollevare le sorti della Città eterna. Si è parlato della vicenda del concordato Atac, l’azienda della mobilità pubblica romana, e le sue ricadute in termini di salvataggio occupazionale, e poi dei poteri speciali per Roma Capitale, per dotare il Campidoglio di strumenti più adeguati a una metropoli moderna, che guarda al futuro. Un nodo che andrà discusso e sciolto in Parlamento, che dovrà approvare le modifiche. Infatti il tema di Roma Capitale è entrato ufficialmente nell’agenda del governo, come aveva ufficializzato il premier Giuseppe Conte alla Camera solo pochi giorni fa.

E Raggi commenta: ”Siamo tutti pronti a fare squadra per avere una Capitale con uno status speciale affinché possa finalmente ripartire”.

I partiti s’affidano a Casellati: “Chiami la Consulta”

Occhi puntati sulla Corte Costituzionale. Perché dopo l’appello del presidente della Cei Bassetti affinché sia il Parlamento a pronunciarsi sul suicidio assistito, il Senato spinge per avere più tempo per legiferare, scongiurando l’intervento atteso a giorni dalla Consulta.

Per questo la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati ha telefonato al presidente della Corte, Giorgio Lattanzi, per informarlo delle iniziative legislative depositate a Palazzo Madama sulla questione, finita invece su un binario morto alla Camera. Una moral suasion del tutto informale suggerita nel corso della conferenza dei capigruppo di due giorni fa a Palazzo Madama dove invece non si è registrata l’unanimità sull’ipotesi di mettere in calendario in aula le due mozioni di Forza Italia e Fratelli d’Italia che chiedono alla Corte Costituzionale una proroga rispetto all’anno già concesso inutilmente. In modo che, come si legge nel documento depositato dai forzisti, “nel rispetto dell’autonomia degli organi costituzionali e dei compiti e delle funzioni che la Costituzione assegna a ciascuno di essi, possa rinviare la propria decisione”.

Al posto delle mozioni in aula si è infine scelto di chiedere alla Casellati di promuovere un’iniziativa informale per sondare la disponibilità della Consulta a dare al Senato la possibilità di provarci. “L’anno di tempo che era stato assegnato dalla Corte Costituzionale al Parlamento è stato bruciato tutto inutilmente alla Camera” dice Anna Maria Bernini che ieri, nel corso di una conferenza stampa ha lanciato un appello. “Il Parlamento ha alzato bandiera bianca in maniera irrituale sulla possibilità di legiferare sul suicidio assistito e il tema di fine vita: abbiamo voluto accendere i riflettori sulla nostra richiesta di proroga perché il Senato possa esercitare il diritto dovere di legislatore, di poter regolamentare questa materia considerato che l’incardinamento di un provvedimento presso una Camera preclude il contemporaneo esame da parte dell’altra”. Ora però è il momento dell’attesa utile a capire se dalla Consulta possa giungere un qualche segnale di apertura. “Se entro lunedì non avremo riscontri, dato che l’udienza del 24 settembre si avvicina, chiederemo rapidamente una nuova conferenza dei capigruppo perché venga calendarizzata in aula la discussione di mozioni di merito in questa materia così delicata dove anche all’interno dei partiti si registrano sensibilità diverse”.

La Consulta deve decidere sulla legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale che punisce l’aiuto e l’istigazione al suicidio. Una questione sollevata dai magistrati della Corte di assise di Milano chiamati a giudicare Marco Cappato imputato per aver agevolato il suicidio di Fabiano Antoniani – conosciuto come dj Fabo –, aiutandolo a recarsi in Svizzera nella clinica Dignitas, dove è poi avvenuto il decesso. Per oggi a Roma lo stesso Cappato insieme all’associazione Luca Coscioni hanno organizzato una manifestazione per chiedere anche loro che il Parlamento faccia il suo dovere, con l’auspicio di una nuova legge per rendere l’eutanasia legale.

Finora però ogni iniziativa in tal senso è fallita. Alla Camera è stata depositata una proposta di legge di iniziativa popolare che va in questa direzione già dal 2013 e che è stata ripresentata anche nel corso di questa legislatura. Ad essa sono state abbinate altre 4 proposte di legge ma nonostante sei mesi di lavoro e 44 audizioni non si è arrivati neppure a un testo base.

“Apriremo Rousseau a tutti con una app sulle votazioni”

Fa rima con Movimento. Perché dei 5Stelle la piattaforma web Rousseau è il cuore operativo e il simbolo: offuscato dagli hacker che l’hanno violata come burro, come dai sospetti innescati dalla mancata certificazione delle votazioni e dalle multe dell’Agcom. Ma Enrica Sabatini, uno dei quattro soci dell’associazione Rousseau, giura che ormai la piattaforma è sicura e che sarà sempre più trasparente: “Domani (oggi, ndr) lanceremo sul blog delle Stelle una call internazionale, un bando per formare una squadra che lavorerà alla nuova applicazione per votare su Rousseau dagli smartphone. Chiederemo a chiunque ne abbia voglia di aiutare volontariamente i nostri tecnici a scrivere il codice della app, l’alfabeto tramite cui funzionerà, nella massima trasparenza”.

Chiunque sappia farlo?

Sì, creeremo un progetto in open source. Molti si erano offerti di darci una mano dopo la votazione sul nuovo governo del 3 settembre. E ora potranno aiutare il responsabile del progetto, un ingegnere di San Francisco con cui lavorano 5-6 sviluppatori.

Quando sarà pronta?

Dipende da quali e quanti contributi riceveremo. Non abbiamo tempi precisi.

In anni di funzionamento su Rousseau si sono svolte solo tre votazioni certificate da un ente terzo. Come si può credere ai risultati?

Noi siamo pionieri in questo campo, non avevamo precedenti su cui basarci. Dopodiché l’associazione si è sempre avvalsa della certificazione di un notaio, comunque un ente terzo, che può rendicontare i report sul voto.

Un notaio non è un esperto di piattaforme web…

Nell’ultima votazione, il 3 settembre, ha lavorato assieme a una società esterna.

Per le Regionarie umbre di domani (oggi, ndr) ci saranno notaio e società terza?

Come sempre ci sarà un ente terzo di garanzia, che sia il notaio o la società.

In aprile l’Agcom vi ha comminato una multa di 50mila euro accusando la piattaforma di “importanti vulnerabilità” durante le votazioni.

Quell’area voto non è più in uso, dalle scorse europee ne utilizziamo un’altra con elevati standard di sicurezza.

Il 3 settembre la senatrice del M5S Elena Fattori ha lamentato problemi nell’accesso alla piattaforma e sostenuto che diversi utenti non avevano ricevuto l’sms di conferma dell’avvenuta votazione.

Il 3 settembre hanno votato in oltre 79mila, un record, ed è andata benissimo. I pochi problemi verificatisi possono essere stati causati anche da fattori come il funzionamento dell’apparecchio su cui si votava o dalla mancanza di linea. Certo, dispiace che la senatrice Fattori abbia sempre problemi nel votare.

Parlate di libertà e open source ma vi fate finanziare obbligatoriamente dai vostri parlamentari con 300 euro al mese, soldi pubblici. Una contraddizione, no?

Gli eletti versano una parte dello stipendio, come da impegno al momento della candidatura, per supportare una piattaforma che è la loro cassetta degli attrezzi, su cui votano, lavorano alle leggi e interagiscono con gli iscritti.

La cassetta non è prevista dalla Costituzione.

Il progetto di democrazia diretta portato avanti da Rousseau è nel Dna del M5S. E la piattaforma viene finanziata solo per una parte con i soldi dai parlamentari, un milione e 200 mila nel 2018.

Tanti soldi, non crede?

Il 60 per cento viene usato per tutte le spese della piattaforma, compresi affitto, manutenzione tecnica e i 12 dipendenti. Il resto sono per corsi ed eventi sui territori.

Agli eventi partecipano aziende che lavorano con la Casaleggio Associati?

Non so quali siano i clienti della Casaleggio.

La sua azienda non può che trarre beneficio dalle attività di Rousseau. Non vede un conflitto di interessi?

No. L’azienda è un’entità distinta dall’associazione, che presiede a titolo gratuito. Un cittadino non ha diritto a svolgere attività di questo tipo?

Casaleggio è un volto della politica, non Mario Rossi.

Ma ha gli stessi diritti di qualunque cittadino.

I Verdi europei aprono all’ingresso degli eletti 5 Stelle

I pentastellati non rinunciano al verde, ma questa volta si tratterebbe di un accordo veramente “green”.

Il gruppo dei Verdi, riunitosi ieri sera a Strasburgo, ha accettato la richiesta di un incontro con la delegazione degli eurodeputati Cinque stelle. Le due compagini vogliono avviare un dialogo in vista di una possibile adesione dei grillini al gruppo dei Verdi al Parlamento europeo. Un primo disgelo dopo un’iniziale freddezza: nonostante entrambe le formazioni abbiano particolarmente a cuore le cause ecologiste, e le notevoli similitudini di vedute emerse nell’ambito delle votazioni tenutesi finora, Verdi tedeschi predicano cautela.

Si tratta tuttavia di un importante “primo incontro conoscitivo, per valutare le affinità su temi considerati essenziali” spiegano le fonti vicine ai Verdi. E l’incombere della Brexit, che comporterà la conseguente uscita di scena di 11 deputati britannici dal gruppo, potrebbero giocare a favore del M5s, che, in caso di accordo, porterebbe nel gruppo degli ecologisti i 14 deputati pentastellati. Assicurandosi reciprocamente un peso maggiore nei processi di decision-making europei.

“Una coalizione civica e via De Luca: così parleremo con Pd e 5S”

Todo cambia. Tutto cambia nella politica italiana, c’è un nuovo governo, Salvini è all’opposizione e Matteo Renzi non è più nel Pd. Tutto sembra muoversi, e velocemente. Luigi de Magistris che fa?

“Risposta semplice: il sindaco della terza città d’Italia, Napoli, capitale del Mezzogiorno”.

Sorridiamo, sapendo (intervistatore e intervistato) che non è proprio così, perché Luigi de Magistris non si è mai considerato solo un sindaco, ma il leader di un movimento che vuole giocarsi una partita a livello nazionale, a cominciare dalla Campania.

Sindaco, c’è un nuovo governo e l’alleanza 5 Stelle-Pd vuole allargarsi a livello territoriale, a cominciare dalle prossime Regionali. Quale ruolo intende svolgere in questa partita?

Mi faccia fare una premessa: noi, come città di Napoli e io come sindaco, garantiremo da subito al governo il massimo di collaborazione e di dialogo. L’Italia ha bisogno di coesione e di collaborazione istituzionale. Ciò detto, e non sapendo quando si voterà per le prossime Politiche, noi ci consideriamo alternativi a questo governo per metodo, coerenza delle persone che lo compongono e contenuti. Noi non pensiamo che la politica si possa trasformare rapidamente dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro. Questo governo ha ottime intenzioni, ma non bisogna nascondersi che è formato da componenti che ci hanno portato al disastro.

Non un buon inizio per un dialogo…

La chiarezza in politica non fa mai male. Personalmente continuo a lavorare per costruire un’alternativa morale, politica e sociale in grado di dare contenuti concreti alla parola cambiamento. Questa è la strategia.

Veniamo alla tattica.

Che ci obbliga a tener conto dei fatti, dal suicidio politico di Salvini, alla formazione di un nuovo governo, fino all’uscita di Renzi dal Pd che di fatto impone al partito un cambiamento. Ora, in una prospettiva ravvicinata, ci sono le Regionali.

Anche qui il quadro muta velocemente, si parla di aggregazioni civiche, di possibili alleanza anche sui territori tra Pd e 5 Stelle. E voi?

Come laboratorio napoletano ci saremo, ma ci vogliamo essere per cambiare e vincere. Penso alla Campania, la regione di Di Maio e Fico, qui io sono per la costruzione di una coalizione civica regionale.

Con candidato alla carica di governatore?

Tutto da costruire: penso ad una candidatura politicamente potabile, con una credibilità forte sui temi dell’ambiente e della lotta al malaffare, attorno ad una figura così si può costruire una coalizione che vede anche nelle forze che costituiscono il governo i suoi punti di forza.

Faccia dei nomi…

Neppure sotto tortura, non sono e non sarò io a scegliere. Prima dei nomi una cosa deve essere chiara: questo tipo di coalizione, poi vedremo in che modo, con quali liste e con quali candidati starci, è alternativa tanto all’estremismo salviniano, quanto a De Luca, la cui gestione della Regione riteniamo assolutamente fallimentare.

Allora un nome lo faccio io: Luigi de Magistris.

È una delle opzioni in campo, ma io faccio un passo indietro perché ritengo prioritario finire il mio mandato di sindaco e lavorare per costruire un campo largo. È evidente, però, che se qualcuno si intestardisce su De Luca troverà la nostra ferma opposizione. Per me e per il mio movimento è prioritario sederci attorno a un tavolo e trovare una candidatura che non sia compromessa con i vecchi sistemi.

Il quadro politico è tutto in evoluzione, lei esclude che ad un certo punto possa venir fuori il suo nome?

Una convergenza sul mio nome in questo momento non è una priorità, ma se Pd e 5 Stelle un giorno dovessero chiedermelo, mi pare evidente che sarò costretto a pensarci. Ma questa è una ipotesi assolutamente astratta.

Pensa che il Pd, nazionale e campano, possa accettare di non riconfermare De Luca?

Pd e Cinque Stelle hanno fatto un matrimonio che fino a qualche settimana prima era impensabile, basta guardare agli insulti che si sono rivolti. È un matrimonio di interessi, sanno perfettamente che se perdono le Regionali il governo entra in affanno: a questo punto è evidente che devono trovare formule di accordo anche sui territori. Però è impossibile che i 5 Stelle dicano sì alla riconferma di De Luca, ma c’è un dato in più, in Campania senza l’esperienza napoletana non vinci e noi ci candideremo comunque…

Umbria, Di Maio propone ai dem Catia Bastioli

Non sarà il “Barack Obama” invocato dal Pd, ma un volto e un nome alla fine è arrivato: Catia Bastioli. Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti potrebbero puntare sull’amministratore delegato di Novamont e presidente di Terna come governatore dell’Umbria. Bastioli, 62 anni, originaria di Foligno, sarebbe quel nome civico chiesto da Luigi Di Maio nella lettera di domenica a La Nazione in grado di mettere d’accordo i giallorossi.

Prima di partire, domenica, per gli Usa infatti, il leader grillino ha recapitato a Zingaretti i nomi di due donne per contrastare la candidata della Lega Donatella Tesei: Bastioli e la sindaca di Assisi, Stefania Proietti. Ieri pomeriggio alla Camera è stato il capogruppo del M5S Francesco D’Uva a proporre i nomi al suo omologo del Pd Graziano Delrio. La risposta è positiva: “Bastioli è un nome di alto profilo, alla Cucinelli per capirci – dice al Fatto il commissario umbro dei dem Walter Verini –. Vediamo nelle prossime ore ma una cosa mi sento di dirla: magari il M5S ci proponesse lei…”.

La sindaca Proietti, invece, non è ritenuta all’altezza perché “troppo locale” (quindi poco conosciuta) e “inferiore al nostro candidato Andrea Fora”. Bastioli invece riscuote il consenso del Pd e piace anche ai 5 Stelle, soprattutto per la sua anima green: la Novamont è un’azienda chimica che si occupa di bioplastiche e lei è diventata nota (tra le polemiche) per aver introdotto i sacchetti di plastica biodegradabili a pagamento. Non solo: se Bastioli ha calcato il palco della Leopolda di Renzi per parlare di temi ambientali (e per questo era stata definita dai 5 Stelle “amica di Renzi”), nel novembre di un anno fa è stata elogiata da Beppe Grillo sul proprio blog con un post in cui definiva la sua azienda “un simbolo dell’eccellenza italiana” e un “grande esempio di economia circolare”.

Nelle prossime ore i maggiorenti di Pd e M5S proveranno a chiudere la trattativa su Bastioli e a quel punto potrà partire la macchina delle liste. Nell’attesa, oggi gli iscritti al M5S residenti in Umbria saranno chiamati a votare sulla piattaforma Rousseau per le cosiddette “Regionarie”, la selezione dei candidati al Consiglio regionale. La favorita è la consigliera regionale di Foligno Maria Grazia Carbonari, la più nota tra i candidati in corsa. Quella di ieri però era stata un’altra, l’ennesima, giornata concitata in vista delle elezioni: dopo il “no” secco di Brunello Cucinelli, mercoledì sera i 5 Stelle avevano chiesto al Pd 48 ore per “sondare altri candidati”. In mattinata era circolato il nome del Procuratore generale di Perugia, Fausto Cardella, che però è tramontato, mentre l’Adnkronos ha dato conto di una rivolta interna nella chat dei grillini umbri, scavalcati da Roma, che sarebbero arrivati a minacciare le dimissioni di massa.