A Montecitorio sono 26 i deputati che seguono Matteo

Alla Camera Italia viva punta è arrivata a 26 parlamentari. La lista è stata resa nota ieri sera. Si tratta di Lucia Annibali, Michele Anzaldi, Maria Elena Boschi, Nicola Carè, Matteo Colaninno (nella foto), Camillo D’Alessandro, Vito De Filippo, Mauro Del Barba, Marco Di Maio, Cosimo Ferri, Silvia Fregolent, Maria Chiara Gadda, Roberto Giachetti, Gianfranco Librandi (a casa sua c’è stata la cena per contarsi di martedì sera), Luigi Marattin, Gennaro Migliore, Mattia Mor, Sara Moretto, Luciano Nobili, Lisa Noja, Raffaella Paita, Giacomo Portas, Ettore Rosato, Ivan Scalfarotto, Gabriele Toccafondi (da Civica Popolare, la lista elettorale dell’ex ministro della Sanità Beatrice Lorenzin), Massimo Ungaro. Mentre Beatrice Lorenzin, data in entrata, ha declinato. E si è tirata indietro la vice Ministro Anna Ascani, data per sicura fino a un paio di giorni fa.

Il gruppo si costituirà in maniera formale nei prossimi giorni. E andrà avanti lo scouting nelle prossime settimane. Soprattutto nelle file di Forza Italia, ma anche sempre in quelle dei Cinque Stelle. Almeno nelle intenzioni.

Tutti i sindaci dem in soccorso del segretario

I sindaci dem si compattano attorno al segretario. Nonostante lo scossone provocato dalla fuoriuscita di Renzi e dei suoi fedelissimi, ieri Zingaretti ha incontrato tutti i primi cittadini Pd (tra cui tutti quelli renziani rimasti nel partito), indicandoli come i “protagonisti” del rilancio. Ventidue i sindaci presenti: Centoz di Aosta; Borgna di Cuneo; Gori di Bergamo; Galimberti di Cremona; Palazzi di Mantova; Massaro di Belluno; Merola di Bologna; De Pascale di Ravenna; Gnassi di Rimini; Muzzarelli di Modena; Ricci di Pesaro; Nardella di Firenze; Tampellini di Lucca; Festa di Avellino; Marino di Caserta; Decaro di Bari; Melucci di Taranto; Bottaro di Trani; Pugliese di Crotone; Firetto di Agrigento; Orlando di Palermo; Soddu di Nuoro. Al centro del dibattito l’impegno del Pd sulle priorità dei cittadini, a partire da sostenibilità ambientale e sociale, qualità della vita, benessere, sicurezza, lavoro e protezione sociale. Da Nord a Sud la risposta è stata univoca: c’è bisogno di più partecipazione nei territori. E Zingaretti promette ancora più vicinanza alle realtà locali, in una prova di forza con l’ormai ex alleato fiorentino, che tenta la stessa impresa di “avvicinamento” con la creazione dei suoi Comitati civici.

Il “distacco” di Mattarella, aspettando i gruppi ufficiali

In altri tempi, nella Prima Repubblica del pentapartito e delle correnti (serie) della Dc, ci sarebbe stata una crisi di governo e un nuovo voto di fiducia. Al contrario la scissione renziana inverte questo percorso e arriva pochi giorni dopo la nascita del Conte-2. Quasi un caso di scuola. E anche questo è un elemento che contribuisce alla “distanza” del Quirinale dallo strappo dell’ex Rottamatore. Il capo dello Stato segue ovviamente l’evoluzione della scissione, consapevole però che la mossa renziana era iper-annunciata da settimane e che è solo stata anticipata di un mese esatto rispetto alla prossima Leopolda del 19 ottobre.

A questo punto – specificato che non si produrrà alcuna crisi – Sergio Mattarella attenderà la formazione ufficiale dei gruppi di Italia Viva e le conseguenti dichiarazioni dei nuovi capigruppo. Quale sarà la gradazione del loro sostegno al governo giallorosso? Senza dimenticare che questa scissione parlamentare ha le sue temute colonne d’Ercole: il terrore del voto anticipato. Quale garanzia migliore per l’esecutivo di Conte? Certo ci saranno ultimatum e penultimatum per restituire una vetrina mediatica al fondatore dei nuovi “Italiani Vivi” ma in questo perimetro le baruffe renziane saranno questione di Conte e dei rispettivi capi-delegazione di M5S e Pd nel governo, cioè Di Maio e Franceschini.

Semmai saranno altri i segnali in grado di preoccupare il Colle, che su questo governo non ha voluto lasciare le impronte digitali ritagliandosi ancora una volta il ruolo di arbitro (basti pensare alla comunicazione della convocazione di Conte fatta fare al suo consigliere per la comunicazione). Insomma, la paventata fragilità ab origine di questa maggioranza si vedrà sulle cose da fare, a partire dalla sessione autunnale di bilancio.

Il leader più odiato ripensa al futuro

L’angelo sterminatore del Pd, finora perdente in franchising, si è appena s’è messo in proprio e ha già cominciato a fare il piazzista. Martedì è stata una giornata di festa per noi, felici come bambini al circo: la mattina, un’intervista grandiosa a Repubblica, da cui estraiamo una frase che spicca per sovrabbondanza della categoria kantiana della renzità: “C’è un futuro bellissimo là fuori, lo andiamo a prendere?”; la sera, un’ospitata a Porta a Porta durante la quale non abbiamo fatto che chiederci se quest’uomo esiste davvero o è una creazione di qualche laboratorio della Silicon Valley, dove peraltro si reca con frequenza sospetta.

L’intervista: le motivazioni che Renzi adduce per giustificare la scissione dal Pd sono le stesse che adduceva per rimanere nel Pd: entrare nel futuro, l’intelligenza artificiale, l’argine al populismo, i millennials… Sono precisamente le scemenze dei suoi tre anni di governo. Mentre se la tira da statista obamiano, ha talmente tanto margine, tanto spazio da riempire per così poche idee, che può permettersi qualcuno dei suoi calembour: “Ma bisogna dire, non interdire. Fare, non bloccare. Proporre, non contrattare”.

Per soprammercato comico, il tutto avveniva sullo stesso giornale su cui tre giorni prima il sondaggio dell’Atlante politico di Demos lo dava penultimo nell’indice di gradimento dei leader, prima di Grillo ma dopo Berlusconi, Speranza, Di Battista, Toti, Calenda, Di Maio, Bonino, Franceschini, Zingaretti, Meloni, Salvini, Gentiloni e Conte. Un progresso, considerando che nelle recenti rilevazioni era ultimo.

La serata da Vespa ci ha tolto dieci anni di vita. Già nel promo (uno sketch finto-spigliato da animatori in case di riposo, coi due che prendono un caffè al bar di via Teulada), millanta: “Abbiamo mandato a casa Salvini”. Intende “noi renziani”, e s’intesta un risultato che è principalmente di Conte, che avrebbe potuto restare al suo posto nel momento in cui Salvini ritirava la sfiducia. “Il partito novecentesco non funziona più”, notifica, perciò “c’è bisogno di fare una cosa nuova allegra e divertente”. Il suo partito-Colorado Cafè

parte da una pulsione: “Sento il bisogno, da boy scout di provincia, di rimettere lo zaino in spalla e ripartire da zero”. Non è un déjà-vu, è proprio un autoplagio: gennaio 2017, dopo la tranvata: “Chi è cresciuto con l’esperienza scout sa che il modo più bello è mettersi in cammino”.

Nella sua logica tribale, Renzi pensa sia meglio regnare all’inferno che servire in paradiso e che la gente sia talmente disgustata da Salvini da votare lui (che la gente è disgustata è vero, ma forse non fino a questo punto).

La fandonia fondativa della sua mini- epopea viene ripetuta fino al sanguinamento del condotto uditivo: a sconfiggerlo è stato “il fuoco amico”, cioè Bersani, D’Alema e Speranza, e non venti milioni di italiani (278 stadi di calcio pieni) allettati dalla sua minaccia-promessa: “Se perdo il referendum vado a casa/smetto di fare politica”. Però ha una novità strepitosa: “Faremo una Leopolda tutta basata sul futuro”. Slogan delle Leopolde passate: Diamo un nome al futuro, 2013; Il futuro è solo l’inizio, 2014; E adesso il futuro, 2016; Ritorno al futuro, 2017.

Ricapitolando: uno che ha governato tre anni coi voti di Bersani (“quello del 25%”, e lo diceva con disprezzo quello del futuro 18%), bruciatosi per troppa vanagloria, ora controlla gli scismatici di Italia viva e i parlamentari “lasciati a Zingaretti”, come gli è scappato detto in un sottovalutato lapsus; in più ha emissari diretti (e grati) nel governo formato dai suoi nemici e dal partito da cui si scinde. Insomma, una situazione molto sana (cit. Woody Allen).

Cene renzusconiane tra Mara, Maria Elena e Pascale (contro B.)

Alla guerra dei menu, Mara Carfagna batte Matteo Renzi. La prima ha offerto pizzelle fritte con pomodoro e mozzarella, rigatoni tonno e zucchine, pollo al curry con riso e tris di crostate finali. Il raduno della sua corrente, martedì sera, è andato in scena al ristorante Gina, ai Parioli, a due passi da piazza Euclide. Cena in piedi, a buffet, per quelli che non ne possono più di Matteo Salvini e temono assai (ma alcuni guardano interessati) la nuova creatura renziana. Era attesa anche Francesca Pascale, ma all’ultimo è stata convinta a non andare da B. e Niccolò Ghedini. “Se ci vai, è come se io mettessi il marchio sulla corrente della Carfagna e questo non è possibile…!”, è il ragionamento che ha fatto l’ex Cavaliere alla fidanzata. C’era, però, una sua fedelissima, Mariarosaria Rossi, ospite a Villa Maria, dove Pascale “coltiva” la corrente anti-salviniana del partito.

Dall’altra parte, nelle stesse ore, Matteo Renzi ha risposto con mozzarella di bufala, pasta fredda, prosciutto. Una sobrietà da far rimpiangere il patto delle sardine di D’Alema con Bossi e Buttiglione, nel 1994, dove si decise la fine del Berlusconi 1. Qui ci spostiamo nel centro di Roma, a casa di Gianfranco Librandi, in via Poli, a due passi da Fontana di Trevi. Librandi è uno che non si è negato nulla: FI, Pdl, Scelta civica, Pd e ora Renzi. Passata da poco la mezzanotte qualcuno fa notare che è il compleanno di Lucia Annibali (18 settembre). Così saltano fuori un paio di bottiglie di champagne e si festeggia. Per i novelli scissionisti è la prima occasione per vedersi tutti insieme e guardarsi in faccia, farsi coraggio. Il clima è gioioso ma non euforico, Matteo è appena tornato dagli studi televisivi di Porta a Porta. “Come sono andato?”, chiede. Ci si guarda di sottecchi. “Anche tu qui…?”, ansiosi di sapere se si è fatta la scelta giusta. Qualche timore, chiaramente, c’è. E si ragiona su chi, all’ultimo, non se l’è sentita. Anna Ascani, per esempio. “Avremo fatto la scelta giusta…?”, è l’interrogativo che aleggia nell’aria. Per fortuna c’è Matteo a dare morale alla truppa. “Faremo grandi cose”, dice, chiedendo a tutti “di non attaccare mai il Pd”. Il nemico deve restare Salvini, che Renzi forse sfiderà a Porta a Porta, rubando già la scena a Zingaretti.

All’altra cena a parlare è Mara Carfagna. “Qui nessuno vuole andare in soccorso di Conte, nessuno vuole fare gruppi di responsabili, e tanto meno passare coi renziani. Ma il partito di Renzi viene a pascolare proprio nel nostro campo. Se non ci diamo una mossa, siamo morti…”, è il ragionamento che fa la vicepresidente della Camera. Poi parla Renato Brunetta, che non si capisce mai fino in fondo da che parte sta. Per tutto il giorno forti sono state le pressioni dall’entourage berlusconiano su deputati e senatori affinché si sfilassero. Il numero, però, resta alto. “Una cinquantina di parlamentari, e altri che chiamavano per chiedere il motivo dell’esclusione, segno che ci siamo tenuti bassi”, osserva un parlamentare. Nessuno lo dice apertamente, ma è chiaro che, se Berlusconi non cambia linea risollevando l’orgoglio azzurro, in futuro qualche chiacchiera con Renzi la si dovrà fare. Magari qualcuno la sta già facendo. Si fa il nome di Massimo Mallegni, che però smentisce. Per ora l’unica azzurra a passare con Renzi è la senatrice Donatella Conzatti. Anche lei un’ex di Scelta civica.

I senatori renziani sono 15: senza di loro niente Conte 2

Si commuove Andrea Marcucci alla fine dell’Assemblea del Pd in Senato, nella quale ha scelto di spiegare che non seguirà l’“amico” Matteo Renzi: “Penso che il progetto originario del Pd sia ancora valido, e lo dico io che nel Pd sono uno dei pochi che viene dalla cultura laica. Renzi ha fatto un errore, un errore legittimo, ma un errore”. Un’Assemblea piuttosto sotto choc applaude quello che è ancora il capogruppo.

Non ci sono Renzi e Bonifazi, non ci sono la Bellanova e Scalfarotto, che ormai fanno parte di Italia Viva. Passano Eugenio Magorno e Laura Garavini, pure loro usciti. C’è anche Daniela Sbrollini, che non dice nulla: solo alla fine della riunione i dem vengono a sapere che anche lei è uscita. Alla fine, dal Pd (per ora) escono in 13: oltre a questi 7, Valeria Sudano, Eugenio Comincini, Nadia Ginetti, Giuseppe Cucca, Mauro Marino, Leonardo Grimani. I più non sono pesi massimi, tanto per dare la misura dell’operazione piuttosto minimal dell’ex premier. E nel Pd restano anche senatori renzianissimi, come Dario Parrini e Caterina Biti. Mentre arriva la prima adesione da Forza Italia, quella di Donatella Conzatti.

Ma è la decisione di Marcucci, ieri, a fare effetto: “La mia scelta di restare nel Pd è indipendente dal ruolo che ricopro, quindi i senatori del Pd devono ritenersi liberi di prendere qualsiasi decisione. Metto a disposizione il mio ruolo. Io non faccio qualcosa a servizio di qualcuno, nella mia vita ho sempre preso decisioni con la mia testa”. Una dichiarazione che è parsa sincera e che manda a monte uno dei tanti progetti renziani alla base della scissione: gestire anche il gruppo del Pd, attraverso Marcucci. Ma nonostante la vicinanza tra lui e l’ex premier (ad agosto, la scuola di politica di Matteo si è tenuta al Ciocco, a Lucca, feudo di Marcucci), l’ancora capogruppo ha valutato di non volerlo seguire. Pesa anche la vicinanza a Luca Lotti e a tutta la sua corrente, Base Riformista. Oltre al fatto che la situazione al Senato per il Pd si fa ingestibile. Con i fuoriusciti, il gruppo perde circa 1 milione di euro di finanziamenti pubblici. Il che vuol dire prima di tutto esuberi tra i dipendenti, almeno 4 o 5.

Subito dopo l’assemblea, si sono riuniti i senatori di maggioranza del Pd, proprio per discutere del futuro ruolo di Marcucci. E si sono spaccati, tra chi vuole tenerlo capogruppo e chi preferisce sostituirlo. Il tema è che a questo punto proprio lui potrebbe essere garante dell’unità del gruppo ed evitare altri addii.

Nel progetto renziano, infatti, si è solo all’inizio: altri senatori dovrebbero lasciare il Pd, magari sulla base di qualche emendamento non accolto, qualche iniziativa politica non andata a buon fine. Ma si vedrà: per adesso, Base Riformista tra Camera e Senato ha ancora più di 50 parlamentari. La formazione renziana verrà formalizzata durante la prima seduta utile di Palazzo Madama, martedì prossimo. Stando ai conti di ieri, dovrebbe avere 15 senatori: tra loro Riccardo Nencini, che dovrebbe dare il proprio simbolo, evitando ai renziani di andare nel Gruppo Misto. Il Regolamento dice che per formare un nuovo gruppo al Senato serve un simbolo che si è presentato alle elezioni. Nencini nel 2018 ha corso con Giulio Santagata e i Verdi, ma il simbolo dovrebbe appartenere a lui. Con buona pace delle perplessità degli altri.

Nel frattempo, la maggioranza in Senato ha subito delle variazioni. Il gruppo del Pd perde 14 senatori, oltre a Matteo Richetti che – astenendosi sulla fiducia il 10 settembre – aveva annunciato il passaggio a Misto.

Con Italia Viva il Conte 2 potrà contare di partenza su 173 parlamentari. Senza, su 158. Uno in meno, rispetto ai 159 voti necessari.

Altri movimenti sono già iniziati. In quattro stanno aspettando di uscire da FI, per andare nel Misto a costituire la componente vicina a Toti. Saldamente all’opposizione e vicina alla Lega. Sono Paolo Romani, Gaetano Quagliariello, Massimo Berutti e Luigi Vitali. Romani nei mesi passati si era lasciato andare a dichiarazioni in favore di un allora ipotetico progetto renziano: ha preferito avvicinarsi a Salvini.

Con i nuovi numeri, andranno riequilibrate anche le Commissioni. Un problema, in particolare, riguarda la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari: i due componenti in quota dem, Bonifazi e Cucca, sono entrambi andati con Renzi. E la posizione è strategica, come dimostra anche il salvataggio di ieri alla Camera di Diego Sozzani, grazie a una maggioranza parallela. Questa la fotografia stando a ieri. Da qui a martedì le cose potranno cambiare.

Corruzione, giudizio immediato per De Vito. Resta ai domiciliari

Non tornerà in libertà e non presiederà l’assemblea capitolina. L’avvocato Marcello De Vito, accusato di corruzione, resta ai domiciliari. Il processo inizierà il 4 dicembre. I termini cautelari sarebbero dovuti scadere il 20 settembre, così i suoi legali avevano rinunciato al Riesame. Ma la Procura ha chiesto il giudizio immediato, accolto ieri dal gip Maria Paola Tomaselli. Secondo i pm, De Vito avrebbe asservito il proprio ruolo in favore di una serie di imprenditori (Parnasi, Toti e Statuto) che avevano messo gli occhi su almeno tre maxi-appalti oltre al nuovo stadio, quello legato all’ex stazione di Trastevere, la zona della vecchia Fiera e la riqualificazione dell’area degli ex Mercati generali in zona Ostiense. Come detto, il 9 settembre la difesa di De Vito ha rinunciato al Riesame dopo che la Cassazione ha annullato con rinvio la decisione del Tribunale della Libertà. Nelle motivazioni i giudici della Suprema corte affermano che contro De Vito e Mezzacapo ci sarebbero al momento “congetture” ed “enunciati contraddittori” e non ci sarebbero “dati indiziari” sufficientemente motivati dal gip e poi dal Riesame per giustificare la misura cautelare.

“Operazione Rabat”: 500 mila euro a Savoini

Le banconote cascate nella turca di un bistrot di Parigi e ripescate da Gianluca Savoini erano parte di un compenso più sostanzioso concordato con il giornalista-lobbista marocchino Mohammed Khabbachi: nelle tasche del braccio destro di Salvini e del suo compagno di trasferta finiranno 500 mila euro, sempre in contanti e mai dichiarati. La cifra alza la posta in gioco nella vicenda rivelata dal Fatto a fine luglio, ma soprattutto solleva nuovi interrogativi sulle contropartite garantite all’emissario di re Mohammed VI. Quei soldi, da quanto il Fatto apprende da diverse fonti, dovevano garantire al governo di Rabat una stampa favorevole al suo sovrano come interlocutore privilegiato del Nordafrica. Il tutto da realizzare con modalità simili alle campagne di informazione-disinformazione veicolate da Mosca attraverso la rete sviluppata attorno all’associazione Lombardia-Russia di Savoini e ai siti di propaganda putiniana. È questo, in sostanza, l’affaire andato in porto nella primavera del 2016 in una sala dell’hotel Le Méridien Etoile, con il passaggio fugace di un plico avvolto in fogli di giornale e pieno zeppo di banconote da 100 e 500 euro che dopo il bagno nella turca prenderanno la sera stessa il volo per l’Italia.

La partita inizialmente doveva essere anche più sostanziosa ed era legata alla possibilità di far lavorare aziende vicine alla Lega ai faraonici progetti di Re Mohammed. La strada era stata spianata dalla missione Salvini-Savoini a Rabat di ottobre 2015, ma non portò a nulla perché altri intermediari. Ad andare in porto fu invece l’accordo per acquistare “buona” stampa in Italia. La stessa missione marocchina aveva dato buoni frutti, con Salvini che sulla via del ritorno indossa abiti quasi terzomondisti, da Pontida a Marrakech, dai celti ai berberi: “Marocco, terra straordinaria”, dove “bisogna investire” dichiara al Corriere. “Salvini conquista l’Africa: Matteo accolto benissimo in Marocco”, raddoppia il Secolo. E altri siti e giornali a ruota.

Ma qual era il ruolo del fedelissimo di Salvini? In quei mesi Savoini non ricopriva solo un ruolo di vigilanza per la comunicazione come vicepresidente del Corecom Lombardia, poltrona che mantiene grazie alla maggioranza al Pirellone che ha appena votato contro le dimissioni. Savoini era anche direttore editoriale di Agielle, un’agenzia di stampa online da utilizzare anche come veicolo di notizie addomesticate e di contatti con altri giornalisti. Il direttore di Agielle era il giornalista Andrea Zagato che oggi dice di non sapere nulla di Parigi, ma conferma l’attivismo di Savoini verso Russia e Marocco: “Nel 2014 venni chiamato a dirigere questa agenzia che proponeva anche focus su Paesi stranieri, in particolare Russia, Marocco, Egitto e Cina. Lì trovai Savoini come direttore editoriale. Dopo un anno ho lasciato quell’iniziativa per altre scelte professionali e perché non condividevo la linea editoriale”. Chi erano i committenti? “Per la Russia – risponde Zagato – a fornirci materiali era Tzargrad Tv, quella diretta dall’ideologo di Putin, Alexandr Dugin; per il Marocco l’agenzia Sahara Media Agency di Mohammed Khabbachi”. Quanto pagavano l’agenzia? “Gli abbonamenti variavano a seconda degli interessi degli interlocutori, arrivavano anche a parecchie centinaia di migliaia di euro”. Del resto in Rete restano tracce di tour organizzati per giornalisti “embeddati”, come uno in Marocco finalizzato al racconto delle iniziative di natura economico ambientale del governo di Rabat. Nell’incontro parigino con Savoini, Khabbachi comprava dunque i favori della stampa, lui che per anni è stato anche il direttore dell’agenzia nazionale Map, Maghreb arabe press e che proprio in Italia, nel 2004, fu tra i sottoscrittori di un contratto con l’Ansa per l’apertura di Ansamed, un servizio dedicato alle notizie dai Paesi del Mediterraneo. La richiesta di chiarimenti a Khabbachi cade ancora nel vuoto. Dallo studio Munari Cavani i suoi legali fanno sapere che “smentisce di aver dato soldi a Savoini”. Diverse fonti, ormai, dicono il contrario.

M5S: “Via il voto segreto”. Il Pd: “Cose che capitano…”

I giallorossi giurano di volersi abbracciare anche nelle regioni, già vagheggiano di un futuro centrosinistra. Poi alla Camera la realtà bussa forte e racconta che un bel pezzo di maggioranza, 49 deputati o giù di lì, ha salvato il forzista Diego Sozzani dagli arresti domiciliari. Tradotto, le differenze che c’erano tra Pd e Movimento ci sono e ci saranno ancora, anche con il governo che appena sgambetta. Così nelle chat interne quei grillini che non riescono a farsi piacere i dem vanno subito di sarcasmo: “Si parte bene”.

Ma irritato, eccome, è anche il capo dei Cinque Stelle Luigi Di Maio. Da un lato deve trattare con il Pd sull’Umbria, ma siccome quel voto è già una ferita, nel frattempo scrive un post che gronda ira gelida, rivendicando che il Movimento è o sarebbe comunque diverso da tutti, proprio tutti, gli altri: “Mi meraviglio di chi si meraviglia, è proprio in questi casi che emerge tutta la differenza tra noi e il resto del sistema”. E nel resto ci sono LeU, che ha lasciato libertà di coscienza ai suoi, e diversi dem. E magari qualche grillino non proprio entusiasta dell’accordo con i democratici o molto garantista, vai a distinguere. “È questo il buon esempio della politica? Dimostrare che c’è chi può permettersi tutto?”, chiede retoricamente Di Maio, che invoca “l’abolizione del voto segreto”. Ma in fondo la sua è anche una vera domanda per il Pd, a cui il ministro degli Esteri chiede spiegazioni. E dai dem gli rispondono con fatalismo: “Erano franchi tiratori, incontrollabili”.

I brutti scherzi della politica, fanno capire. “Può capitare” conferma un serafico e navigato Graziano Delrio, capogruppo che a voto ancora caldo parla a lungo e soprattutto di Umbria in Transatlantico con il suo omologo dei 5Stelle, Francesco D’Uva. D’altronde gli stessi grillini provano a sminuire: “Non era un voto che impegnava il governo, i banchi erano vuoti”. Certo, in un impeto di pragmatismo, un dimaiano doc come il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano aveva anche provato a buttare la palla nel campo delle opposizioni: “Il centrodestra ritrova l’unità con il voto comune di Forza Italia, Lega e Fdi sul salvataggio di Sozzani dagli arresti domiciliari”. Ma i numeri raccontano altro, che c’è stato un problema vero nel campo da gioco del governo.

Un incidente nel quale in diversi cercano le tracce di Matteo Renzi fresco di scissione, che sta già seminando mezze frasi e sorrisetti sul suo scouting tra i grillini. “Ma come fai a capire con esattezza se e quanto c’entra?”, scuote la testa un graduato grillino. Mentre in serata i deputati del Movimento diffondono una nota dolente: “Non ci si approfitta del voto segreto, non si fa così”. Ma il tema dentro il M5S resta un altro, rimane quello spurgare umore nero a ogni contrarietà dagli scettici sull’accordo con i dem. Di Maio lo sa, lo sente. E non a caso martedì nell’assemblea congiunta ha lanciato un avviso ai naviganti: “Dovete tutti responsabilizzarvi e cercare un metodo di lavoro con i vostri colleghi del Pd: non potrete sempre fare ricorso a me, e comunque l’accordo di governo lo hanno approvato gli iscritti e anche molti di voi”. Come a dire che lui ora vuole fare innanzitutto altro, il ministero degli Esteri per esempio.

Ma soprattutto che non c’è tempo e modo per i rimpianti. Il Pd va accettato e preso così com’è, un partito meno affine, meno alleato quando è tempo di voti segreti.

Caos Csm, salgono a 5 i membri che lasciano. Si dimette Criscuoli

Il vicepresidente del Csm, David Ermini, ha ricevuto ieri sera la lettera del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con la quale sono state trasmesse le dimissioni del consigliere Paolo Criscuoli da componente del Consiglio superiore della Magistratura. Il capo dello Stato – si legge in una nota – ha ravvisato nella lettera di dimissioni presentata da Criscuoli senso di responsabilità e rispetto delle istituzioni. Il togato di Magistratura Indipendente era finito nelle intercettazioni dell’inchiesta della Procura di Perugia in cui risulta indagato il pm, ora sospeso, Luca Palamara. È un’indagine che ha svelato anche le trame per la nomina del procuratore capo di Roma. Criscuoli (non indagato) era tra i consiglieri togati presenti alla riunione in un albergo romano con Palamara e i parlamentari dem Cosimo Ferri e Luca Lotti, in cui si discuteva di come pilotare la nomina del procuratore di Roma ma anche di altri uffici giudiziari. Criscuoli si è prima autosospeso, poi ha ottenuto un congedo per motivi familiari. Ieri, dopo pressioni del Quirinale, le dimissioni. L’estate scorsa avevano lasciato altri quattro membri del Csm, tutti finiti nelle intercettazioni captate dal trojan nel cellulare di Palamara.