Si commuove Andrea Marcucci alla fine dell’Assemblea del Pd in Senato, nella quale ha scelto di spiegare che non seguirà l’“amico” Matteo Renzi: “Penso che il progetto originario del Pd sia ancora valido, e lo dico io che nel Pd sono uno dei pochi che viene dalla cultura laica. Renzi ha fatto un errore, un errore legittimo, ma un errore”. Un’Assemblea piuttosto sotto choc applaude quello che è ancora il capogruppo.
Non ci sono Renzi e Bonifazi, non ci sono la Bellanova e Scalfarotto, che ormai fanno parte di Italia Viva. Passano Eugenio Magorno e Laura Garavini, pure loro usciti. C’è anche Daniela Sbrollini, che non dice nulla: solo alla fine della riunione i dem vengono a sapere che anche lei è uscita. Alla fine, dal Pd (per ora) escono in 13: oltre a questi 7, Valeria Sudano, Eugenio Comincini, Nadia Ginetti, Giuseppe Cucca, Mauro Marino, Leonardo Grimani. I più non sono pesi massimi, tanto per dare la misura dell’operazione piuttosto minimal dell’ex premier. E nel Pd restano anche senatori renzianissimi, come Dario Parrini e Caterina Biti. Mentre arriva la prima adesione da Forza Italia, quella di Donatella Conzatti.
Ma è la decisione di Marcucci, ieri, a fare effetto: “La mia scelta di restare nel Pd è indipendente dal ruolo che ricopro, quindi i senatori del Pd devono ritenersi liberi di prendere qualsiasi decisione. Metto a disposizione il mio ruolo. Io non faccio qualcosa a servizio di qualcuno, nella mia vita ho sempre preso decisioni con la mia testa”. Una dichiarazione che è parsa sincera e che manda a monte uno dei tanti progetti renziani alla base della scissione: gestire anche il gruppo del Pd, attraverso Marcucci. Ma nonostante la vicinanza tra lui e l’ex premier (ad agosto, la scuola di politica di Matteo si è tenuta al Ciocco, a Lucca, feudo di Marcucci), l’ancora capogruppo ha valutato di non volerlo seguire. Pesa anche la vicinanza a Luca Lotti e a tutta la sua corrente, Base Riformista. Oltre al fatto che la situazione al Senato per il Pd si fa ingestibile. Con i fuoriusciti, il gruppo perde circa 1 milione di euro di finanziamenti pubblici. Il che vuol dire prima di tutto esuberi tra i dipendenti, almeno 4 o 5.
Subito dopo l’assemblea, si sono riuniti i senatori di maggioranza del Pd, proprio per discutere del futuro ruolo di Marcucci. E si sono spaccati, tra chi vuole tenerlo capogruppo e chi preferisce sostituirlo. Il tema è che a questo punto proprio lui potrebbe essere garante dell’unità del gruppo ed evitare altri addii.
Nel progetto renziano, infatti, si è solo all’inizio: altri senatori dovrebbero lasciare il Pd, magari sulla base di qualche emendamento non accolto, qualche iniziativa politica non andata a buon fine. Ma si vedrà: per adesso, Base Riformista tra Camera e Senato ha ancora più di 50 parlamentari. La formazione renziana verrà formalizzata durante la prima seduta utile di Palazzo Madama, martedì prossimo. Stando ai conti di ieri, dovrebbe avere 15 senatori: tra loro Riccardo Nencini, che dovrebbe dare il proprio simbolo, evitando ai renziani di andare nel Gruppo Misto. Il Regolamento dice che per formare un nuovo gruppo al Senato serve un simbolo che si è presentato alle elezioni. Nencini nel 2018 ha corso con Giulio Santagata e i Verdi, ma il simbolo dovrebbe appartenere a lui. Con buona pace delle perplessità degli altri.
Nel frattempo, la maggioranza in Senato ha subito delle variazioni. Il gruppo del Pd perde 14 senatori, oltre a Matteo Richetti che – astenendosi sulla fiducia il 10 settembre – aveva annunciato il passaggio a Misto.
Con Italia Viva il Conte 2 potrà contare di partenza su 173 parlamentari. Senza, su 158. Uno in meno, rispetto ai 159 voti necessari.
Altri movimenti sono già iniziati. In quattro stanno aspettando di uscire da FI, per andare nel Misto a costituire la componente vicina a Toti. Saldamente all’opposizione e vicina alla Lega. Sono Paolo Romani, Gaetano Quagliariello, Massimo Berutti e Luigi Vitali. Romani nei mesi passati si era lasciato andare a dichiarazioni in favore di un allora ipotetico progetto renziano: ha preferito avvicinarsi a Salvini.
Con i nuovi numeri, andranno riequilibrate anche le Commissioni. Un problema, in particolare, riguarda la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari: i due componenti in quota dem, Bonifazi e Cucca, sono entrambi andati con Renzi. E la posizione è strategica, come dimostra anche il salvataggio di ieri alla Camera di Diego Sozzani, grazie a una maggioranza parallela. Questa la fotografia stando a ieri. Da qui a martedì le cose potranno cambiare.