“Paperino” che si “inginocchia per 3 lire”

Il parlamentare di Forza Italia, Diego Sozzani, detto “Paperino”, è indagato dalla Procura di Milano per un finanziamento illecito di 10 mila euro ricevuto dall’imprenditore Daniele D’Alfonso ritenuto vicino alla ’ndrangheta. Per Sozzani, il giudice ha chiesto alla Camera i domiciliari e l’utilizzo delle intercettazioni che lo riguardano. Entrambe le richieste ieri sono state respinte. Un no che però non cancella il contenuto di quei dialoghi, alcuni ritenuti penalmente rilevanti. Dagli atti emerge un rapporto stretto con Nino Caianiello, il presunto puparo delle tangenti in Lombardia. I due parlano spesso tra loro. Sozzani, a proposito dei finanziamenti elettorali, confida: “Sto cercando i soldi perché è fatica, credimi! 15 anni fa qualcuno veniva lui di sua sponte da me, adesso (…) mi inginocchio per chiedere tre lire!”. C’è poi la vicenda che riguarda lo studio Greenline, diretto da Sozzani e dal fratello, che ottiene incarichi da società partecipate le cui nomine sono state gestite da Caianiello, il quale chiede al parlamentare il pagamento della cosiddetta “decima”. Dice: “Siamo in arretrato, eh cazzo”. Sozzani: “’Sta settimana sistemiamo tutto”. E a proposito del suo lavoro nello studio, il manager novarese e presunto collettore di mazzette Mauro Tolbar esprime un dubbio: con la sua candidatura in Parlamento “avrai ancora meno tempo di quanto ne hai ora”. Scrive il gip: “Sozzani spiega che semmai, gli consentirà di portare a casa ulteriori clienti per lo studio”. Dice: “Come fai a non portarlo a casa!? Hai una serie di interlocutori”.

Per ogni nomina pilotata Caianiello chiedeva indietro il primo stipendio. Ne parla con Sozzani: “Il primo stipendio (…) fa un omaggio alla Madonna, anche i santi bisogna rispettarli, eh!”. E il deputato: “Certo! Perché se no i miracoli non ne fanno più!”. Nel dicembre 2018, Sozzani e Caianiello vanno dall’imprenditore Claudio Milanese, molto amico del leghista Giancarlo Giorgetti. Dice Sozzani: “Questo che gli chiediamo (…). Con Anas se lui ha bisogno gli diamo una mano”. Con Milanese il discorso va sulle nuove nomine ai vertici di Anas. Sozzani: “Tu che hai amicizie locali importanti (Giorgetti, ndr), domani è convocato il Cda (di Anas, ndr)”. Milanese chiede se al tavolo va Giorgetti. Sozzani: “È lui”. Il deputato di FI affronta il caso di Neocos, altra società di Milanese: “Qui nella maggioranza dei casi non si chiedono piaceri enormi”. Dopodiché Sozzani parla del suo compenso: “Volevo fare un discorso di attività”. Messaggio chiaro. Risponde Milanese: “Consulenziale”. Interviene Caianiello: “Il dare e avere”. Dice Sozzani: “Di promozione (…) in modo che voi siate soddisfatti”. L’accordo si chiude con l’ipotesi di una consulenza pagata da una società di Milanese. Sozzani esclama: “Incomincio a lavorare”. C’è poi il finanziamento illecito. Provato, secondo i pm, anche da questa intercettazione di D’Alfonso: “Quello lì di Alessandria, consigliere regionale di Forza Italia, gli stiamo dando una mano”. A gennaio 2019, Sozzani spiega: “Noi già abbiamo il nostro amico dell’Ecol (D’Alfonso, ndr) a Novara ha preso un incarico da 100.000 euro per la pulizie delle fogne”.

La maggioranza “parallela” salva l’uomo di Forza Italia

I governi cambiano, le vecchie abitudini restano. La Camera ha detto no agli arresti domiciliari per Diego Sozzani, deputato forzista accusato, tra l’altro, di finanziamento illecito dei partiti. E questo anche al prezzo di smentire la Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, che prima della pausa estiva aveva dato semaforo verde ai magistrati. L’aula ha invece ribaltato la decisione negando a larga maggioranza l’arresto del deputato coinvolto nell’inchiesta dell’Antimafia milanese denominata ‘Mensa dei poveri’: grazie a 309 voti a suo favore resta a piede libero. I sì all’arresto sono stati solo 235, ossia i 5 Stelle, che alla Camera sono 216 e pochi altri. Pallottoliere alla mano, a schierarsi a difesa di Sozzani, oltre Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia anche buona parte dell’attuale maggioranza giallorossa: LeU ha lasciato ai suoi libertà di coscienza ma anche nel Pd, al netto delle assenze, sono stati in tanti a dire no all’arresto nonostante la posizione ufficializzata in aula da Alfredo Bazoli. “Se è vero che le esigenze cautelari sono motivate in maniera generica, non è meno vero che le esigenze sono comunque indicate dal giudice”, ha detto leggendo un passaggio dell’ordinanza dei magistrati di Milano che hanno fatto riferimento al concreto rischio che Sozzani e gli altri indagati “se lasciati in libertà, commettano altri gravi delitti della stessa specie di quelli per cui si procede”. Alla fine i “franchi tiratori” sarebbero stati quasi 50.

Per la verità pochi minuti prima il Pd aveva votato insieme a tutto il centrodestra (e LeU anche in quell’occasione aveva lasciato ai suoi libertà di coscienza) per dire no ai magistrati che avevano fatto pervenire a Montecitorio un’altra richiesta, sempre su Sozzani, ma per altre accuse: quelle di corruzione, traffico di influenze e turbata libertà degli incanti in concorso con altri sempre nell’ambito della stessa inchiesta che lo scorso maggio ha fatto tremare i polsi ai piani alti della regione Lombardia fino a lambire gli uffici del governatore Attilio Fontana. I magistrati volevano essere autorizzati a utilizzare alcune intercettazioni, anche tramite trojan (lo stesso usato nel caso Palamara e che ha consentito di captare le conversazioni dei deputati dem Luca Lotti e Cosimo ferri) e invece la Camera ha risposto picche anche in questo caso.

Sentite le parole di Enrico Costa di Forza Italia: la richiesta dei magistrato era basata a suo dire su “forzature e leggerezze che dovrebbero far sussultare quest’aula, che è aula ben conscia di quante richieste di autorizzazione all’arresto fatte al Parlamento nel corso degli anni sono poi finite nel nulla con archiviazioni o assoluzioni”. Insomma un “uso distorto dei poteri investigativi, fumus persecutionis”. Argomento che ha convinto i più: no anche all’uso di quelle intercettazioni ritenute assai rilevanti dai magistrati anche per proseguire l’inchiesta e invece ritenute illegittime dalla Camera.

A fine seduta un deputato pentastellato (Davide Zanichelli) si è permesso di esprimere il suo disappunto: è stato sommerso di fischi e pernacchie. Poi via ai festeggiamenti in Forza Italia. Anche se era già tutto ampiamente previsto: in Transatlantico per tutta la mattinata Sozzani era stato tranquillizzato e non solo dai suoi sull’esito del voto più delicato ossia quello relativo all’arresto su cui in teoria si era saldato l’asse M5S-Pd. Lui però è stato cauto fino all’ultimo. “Sono certo della mia innocenza ma chiedo di potermi difendere da uomo libero”, ha detto in aula prima di allontanarsi dall’emiciclo. Poi una volta fuori dall’aula gli scongiuri. “Non dico più niente, incrocio solo le dita” ha detto al Fatto prima di fuggire via. Inseguito da applausi, cori e telefonate di rallegramenti.

Sozzoni

Mentre la casta stampata e politica si fa le pippe sul “nuovo” partito di Renzi, una natura morta comicamente ribattezzata Italia Viva, due voti della Camera riportano tutti sulla terraferma. Un voto salva il cosiddetto onorevole Diego Sozzani (FI) dagli arresti domiciliari. E un altro cancella le prove della sua corruzione, negando ai giudici il permesso di usare le intercettazioni che lo immortalano a chiedere tangenti. Il salvataggio dalle intercettazioni si deve ai suoi compari di FI&Lega, ma anche al Pd che, prima in giunta e ieri in aula, ha votato contro la richiesta del gip di Milano. Il salvataggio dall’arresto, oltreché al centrodestra, si deve a 50 deputati determinanti del Pd (zingarettiani o renziani fa lo stesso) che hanno disobbedito al partito e, nel segreto dell’urna, si sono uniti ai forzaleghisti per mettere Sozzani al riparo dalle manette. Del resto, solo il Pd poteva dire sì all’arresto di un sospetto tangentista e no ai nastri che dimostrano le sue tangenti: se fai sparire le prove, in base a cosa lo arresti? Il solo gruppo contro l’impunità è il M5S. A cui i cecchini Pd inviano il primo avvertimento: non crediate che, alleandoci con voi, ci siamo convertiti alla Costituzione, anzi restiamo immuni dal contagio legalitario.

Ora, il Parlamento non ha alcun potere di sindacare la validità di una prova o la fondatezza di un arresto: questo, per legge e Costituzione, spetta solo al giudice. E il gip ha già deciso che le intercettazioni (anche col trojan) sono legittime e che Sozzani va arrestato, come gli altri 43 indagati dell’inchiesta “Mensa dei poveri” su mazzette e appalti truccati in Lombardia. Il Parlamento doveva solo appurare l’esistenza o meno di un fumus persecutionis contro Sozzani: fumus piuttosto improbabile, visto che 43 suoi coindagati – non avendo la fortuna di essere deputati – sono agli arresti da mesi e visto quel che diceva il nostro eroe all’imprenditore Daniele D’Alfonso alla vigilia delle elezioni 2018: “L’eventuale tuo aiuto quanto potrebbe essere? La cifra finale?”. E poi, una volta eletto, al ras forzista Nino Caianiello: “Sto cercando i soldi perché è una fatica! 15 anni fa qualcuno veniva lui di sua sponte da me a dirmi ‘se entri in quel partito, che posso fare?’. Adesso non si può più mettere le mani… mi inginocchio per chiedere 3 lire! 3mila, 5mila, 10mila, quando avevo bisogno 100mila!”. I 357 e i 309 no ai giudici, con standing ovation finale, sono un messaggio forte e chiaro agli italiani, lo stesso inviato nel 1993 dalla Camera che salvò Craxi (e lo espose alle monetine): cambiano i governi e le maggioranze, ma la Casta è sempre la Casta. La legge non è uguale per tutti. Noi siamo noi e voi non siete un cazzo.

Dalla politica all’hi-tech trionfa la stupidità

La stupidità non è il contrario dell’intelligenza, ma una zona che sfugge al controllo: situazioni non capite, conseguenze non previste, giudizi affrettati… In ogni decisione umana c’è un pizzico di irrazionalità, impulsività, e anche stupidità. Quel che sembra nuovo invece è la natura sistematica della stupidità, che si è issata a bandiera ai vertici dello Stato. Berlusconi, dicendo ai rifugiati dell’Aquila che bastava che immaginassero di essere in campeggio, ha parlato da stupido, come Trump augurando Have a good time alle vittime di un uragano, Teresa May dichiarando “Quando è troppo è troppo” dopo il terzo attentato terroristico, ecc. Non sono errori ma stupidaggini storiche. Napoleone non era un imbecille ma decidere di tornare a piedi da Mosca nel mese di ottobre fu una sciocchezza. Non credere oggi che l’umanità stia correndo incontro alla sua rovina è una sciocchezza.

I capi di Stato non sono più letterati, ma finanzieri, tecnici che gestiscono lo Stato come un’impresa, con i sondaggi e la “comunicazione”: Trump, Berlusconi, Sarkozy, Bolsonaro, Duterte non avrebbero mai raggiunto il potere cinquant’anni fa. Macron, che passa per un uomo colto, non lo è. Quando parla dei Galli, pensa ad Asterix. Gli Stati prendono decisioni assurde, di cui non prevedono le conseguenze: per esempio il numero chiuso a Medicina. Per ridurre il buco della previdenza sociale hanno ridotto il numero degli studenti in Medicina. Oggi le campagne francesi sono veri e propri “deserti medici”. Le cause: biologiche. Molecole chimiche come il fluoro o il bromo sono confuse dall’organismo con molecole naturali come lo iodio, attraverso cui l’ormone tiroideo contribuisce allo sviluppo del cervello. Tecnologiche: la dipendenza, l’uso sistematico dei computer reclama analisi rapide, non approfondite. Politiche: la democrazia ha bisogno di idee semplici per sedurre un gran numero di persone. Economiche: l’industria fornisce prodotti di mediocre qualità. Ha bisogno di pubblicità per venderli. Si scatena una propaganda massiccia della merce. Il capitalismo e il consumo di massa hanno bisogno della stupidità. Le lobby sono una fabbrica dell’ignoranza. Culturali: l’educazione ha scelto di parlare alla massa, ma ha abbassato il livello. Il figlio di un dirigente oggi fa molti più errori d’ortografia del figlio di un contadino di cent’anni fa: l’educazione ha messo fine allo studio della letteratura, della storia, ecc.

In vent’anni il tempo di concentrazione medio è passato da 12 a 8 secondi. Il concetto di efficacia tecnologica o di redditività favorisce la stupidità, per esempio lasciando che una navicella spaziale esploda per non doverne cambiare le giunture. La stupidità trionfa, dunque, non solo in cima allo Stato ma anche nell’opinione, nella pubblicità, in televisione, in Internet, nel linguaggio, dappertutto, e con il mare di bruttezza che l’accompagna.

“Bruce si sente molto italiano. E mi scappa per vedere i fan”

La sera del solstizio d’estate 1985, il debutto di Springsteen a San Siro. Un concerto leggendario, ma Claudio Trotta se lo godette poco. “Davo una mano al promoter Franco Mamone: dovevo girare fuori dallo stadio in bici per verificare che non ci fossero problemi. Non sentii neanche una canzone”. Trotta, oggi patron della Barley Arts, si è rifatto con gli interessi. Dal 1999 al 2016 ha gestito ben 32 date del Boss nel nostro Paese.

E non è finita qui, suppongo.

La verità è che Springsteen deve ancora registrare i brani per il disco con la E Street Band. Vedremo se e quali progetti live avrà nel 2020.

Di Bruce è diventato amico. Lei ne racconta molti, di aneddoti, nel suo libro ‘No Pasta No Show’.

Di notte ce lo perdevamo. Una delle prime volte lo portai alla Gelateria Ecologica di Porta Ticinese, poi ci spostammo in Piazza Vetra, che allora brulicava di vita. Springsteen sparì per mezz’ora in mezzo ai giovani. Indossava una coppola, nessuno lo riconobbe. Era riuscito a liberarsi di me e di Terry.


Terry Magovern, lo storico bodyguard.

Che in seguito morì, e per anni davanti al camerino Bruce volle solo un orsacchiotto di peluche. Per lui era Terry.


A Roma nell’88 il Boss aveva chiesto una chitarra in prestito a dei ragazzi a Trinità de’ Monti, per la serenata a Patti Scialfa.

E nel 2005 i fans lo intercettarono a Fontana di Trevi. Due ragazze lo invitarono a farsi un giro a Trastevere, dove ammise di non essere mai stato. Con il van fece seguire il motorino delle giovani, e arrivò in piazza Santa Maria.

Gli springsteeniani possono sempre contare su un contatto con lui.

Bruce compone ogni scaletta all’ultimo minuto, poi durante lo show accoglie suggerimenti dalla platea. E la band in un secondo è pronta. A Milano nel 2013 i fans lo esortarono con uno striscione a eseguire un capolavoro che da anni mancava dal vivo, New York City Serenade. Bruce non comprese, lì per lì, l’amore degli italiani per quel gioiello. Glielo spiegarono. Così lo convinsi ad aprire il concerto di Capannelle proprio con quel pezzo, con sul palco la Sinfonietta di Morricone. La cosa si ripeté tre anni dopo al Circo Massimo.

E lì lo invitò a salutare i 60mila in romanesco.

Dissi a Bruce: ‘Se vuoi conquistarli, grida ‘Roma Daje’. Una volta in scena si dimenticò le parole esatte. Gliele suggerì Steve Van Zandt, nel tripudio generale.

Giorni prima, a Milano, fu lei a salire sul palco per la gag del portantino.

Mi chiesero di interpretare lo sketch con Bruce che fingeva di essere esausto per il troppo rock. Fui avvisato: guarda che la barella pesa, con lui sopra. Era vero. Un primo tentativo andò a vuoto, non oso pensare se mi fosse caduto. Alla seconda riuscii a sollevarlo.

A proposito di San Siro, Springsteen segnala tra i suoi cinque migliori concerti di sempre quello del 2003, sotto un diluvio universale.

Ci sono big che dopo due gocce di pioggia scappano, lui se la prese tutta, in segno di rispetto e amore per la sua gente. A Firenze restai a fradiciarmi anch’io, Bruce mi disse: ‘Cosa facevi lì?’. E io: ‘Se ti bagni tu vale anche per me’.

Nel 2008 sempre al Meazza il caso dello sforamento di orario dopo le 23. Lei, Trotta, fu portato a processo da qualche decina di abitanti del quartiere e poi assolto.

Potevo mai staccare la spina in un momento di orgasmo collettivo come quello? Per giunta avrei provocato problemi di ordine pubblico. Non volevo emulare gli organizzatori di Hyde Park che avevano silenziato Bruce mentre duettava con McCartney. Ero disponibile a pagare la sanzione amministrativa, quella penale era insensata. I diritti di 50 residenti valevano più di quelli di 60mila? Alla fine abbiamo vinto, nel silenzio assordante di star che a San Siro dovevano molto, come Vasco, Liga e Baglioni: il Comune cambiò regolamento.


Che frase sente ripetere più spesso a Springsteen?

Dice: ‘Mi sento molto italiano’. Così gli ho preparato una compilation con 40 brani del nostro folk regionale, dalla Val d’Aosta alla Sardegna. Hai visto mai gli venga qualche idea tricolore.

70 anni Boss

Era notte fonda. Springsteen e la E Street Band avevano suonato a Memphis, il tour trionfale di Born to Run. Bruce saltò su un taxi con Steve Van Zandt. “Andiamo a Graceland”. Davanti al muro della residenza di Presley, notò una luce al 2° piano. Doveva essere Elvis, pensò. Scavalcò, si inoltrò nel vialetto, rischiò una fucilata. Stava per bussare alla porta quando si materializzarono i guardaspalle: Presley era a Lake Tahoe, gli dissero. Presero Bruce per i gomiti e lo accompagnarono fuori: “Ehi, un attimo, sono una rockstar! Sono stato sulla copertina di Time e Newsweek!”, protestò ironicamente. Non gli credettero. Era la primavera del ’76. In un’altra notte di diciannove anni prima, quella dell’Epifania, la vita del bambino Springsteen era cambiata per sempre. Aveva visto Elvis in tv all’Ed Sullivan Show, e intuito che la chitarra può strapparti via dalla solitudine che ti morde l’anima prima ancora che tu divenga grande. Sua madre gliene comprò una. Era salvo: anche se il cane nero della depressione lo avrebbe inseguito sempre, per via di quel papà complicato che non riuscì mai a dirgli “ti voglio bene”, e il figlio, come un Telemaco smarrito, andò a cercarne il fantasma per tutta l’America, mentre quello era ubriaco in cucina.

Bruce, il fratello di sangue di tutti, l’amico fragile e tosto che inietta nei cuori l’energia del rock, l’epos giovanile come la disillusione degli anni maturi, la narrazione scabra dei Grandi Spazi e la vertigine illusoria del viaggio incessante, alla fine del quale troverai, chissà, l’Eldorado prima che i piedi si bagnino nell’oceano. E se scopri che era solo un miraggio, non fermarti, girati e rialza il volume. Metti a nudo lo spirito pieno di cicatrici, senza fare sconti a te stesso. È stato il giovane scapestrato che al volante di una Chevy accelerava per uscire da una città di perdenti: ora che ha 70 anni (il 23 settembre) si è trasformato in un Marlboro Man veggente che cerca segni nell’orizzonte oltre il canyon, in sella a cavalli che lo saldino con il mito americano, il western dove non sei mai l’eroe ma la controfigura che viene presa a pugni e disarcionata, costretta a rialzarsi subito per il prossimo ciak. Dice Springsteen: “I misteri dell’esistenza restano lì e si fanno più profondi. Sono 35 anni che cerco di superare i miei lati distruttivi”, per concludere così: “Quando diventi vecchio il bagaglio che ti porti sulle spalle si fa più pesante”. Ricorda che nessuno “attraversa la vita senza farsi un graffio”. Allora non ti resta molto da fare se non “inoltrarti nell’oscurità, è lì che incontrerai la prossima alba”. Il De Senectute di Springsteen è impietoso e savio, prezioso e dolente: appunti scritti in poche ore insonni davanti alla tv per creare gli intermezzi parlati del suo film Western Stars, che è molto di più della rivisitazione live dei brani dell’ultimo album; le affabulazioni di Western Stars (nelle sale a ottobre e in seguito sarà un disco), con la loro cinematografica folla di losers e ordinary men, tutti incarnati da Bruce, sono un baedeker possibile per affrontare la presunta terza età, quando ne sai più di chiunque ti circondi, hai la faccia intagliata di rughe e il corpo tonico, che reclama un nuovo giro, un altro rodeo rock, folk, country, scegli tu. Perché sai che non ti arrenderai: sei il capobanda che ha spinto milioni di ragazzi on the road da Greetings from Asbury Park fino a Born to run. Hai accettato di diventare dolorosamente adulto da Darkness on the edge of town. Non le hai mandate a dire ai presidenti e all’establishment: Reagan voleva scipparti Born in the Usa come un inno sciovinista, proprio a te che avevi perso il primo batterista, Bart Haynes, in Vietnam; hai visto le Torri Gemelle crollare mentre eri nella tua casa oltre il fiume, e concepito The Rising come un lutto nazionale da metabolizzare, non come una fanfara per guerrafondai; hai inchiodato Bush Jr. e le sue bombe in Devils and dust, hai fatto la foto alla crisi post crollo di Wall Street in Welcome to the wrecking ball, sperando che Obama rimettesse in moto il Sogno. Hai piazzato i cavalli di Frisia di fronte a Trump. Ti sei speso in un’autobiografia senza censure, dove racconti di quando non riuscivi ad alzarti dal letto e volevi solo morire, al tempo di Nebraska. Ti sei preso da solo Broadway per l’autoanalisi con chitarra e piano, e ormai viene il sospetto che tu sia più grande di Dylan, anche se lui era entrato dalla porta principale della Storia degli anni Sessanta. Ti schermisci dicendo che hai “fatto 19 album, e ancora parlo di macchine e ragazze”, e il ventesimo è alle viste, con la macchina perfetta della E Street Band.

Buon compleanno Bruce. La prima volta che ti vidi fu a Lione, il tour di The River, 1981. Mille chilometri in auto, di notte, come suggerivi. Davanti a quel palasport, con le note del soundcheck che arrivavano nel parcheggio, ebbi la certezza che fosse il momento di un battesimo rock’n’roll. E senza dover scavalcare muri, come era capitato a te a Graceland.

Whirlpool saluta l’Italia, venduta l’azienda di Napoli al gruppo Prs

Alla fine la Whirlpool ha deciso di non fare marcia indietro: lascerà definitivamente Napoli e cederà lo stabilimento a una nuova azienda sconosciuta a tutti i non addetti ai lavori. Si chiama Passive Refrigeration Solutions (Prs) ed è attiva dal 2013 con sede a Lugano, in Svizzera. Le operazioni di vendita inizieranno già oggi per concludersi il 31 ottobre: un crono-programma che, rivelando una certa fretta di liberarsi del sito campano, ha fatto ancora di più arrabbiare i sindacati e il governo, del tutto contrari al disimpegno da parte della multinazionale americana.

Più che un confronto, quello di ieri al ministero dello Sviluppo economico è stato un monologo dell’impresa di elettrodomestici. Un esordio molto complicato per la neo sottosegretaria Alessandra Todde (M5S).

La Prs si occupa di sistemi di refrigerazione passiva e “ha sviluppato un brevetto nel campo dei container refrigerati”. In pratica, opera nel settore della logistica del freddo. La nuova missione della fabbrica partenopea, dove finora sono state prodotte lavatrici di alta gamma, diventerebbe proprio questa. Nonostante gli sforzi della Whirlpool nel tessere le lodi dell’impresa che subentrerà, le perplessità sono tante. Gianluca Ficco della Uilm ricorda che si tratta di una start up, e che “fin troppe operazioni di reindustrializzazione sono fallite miseramente in questi anni e perfino quelle avviate da Whirlpool a Caserta o dalla sua controllata Embraco a Torino sono in gravissimo ritardo”. Ai vertici della Prs ci sono anche due italiani: uno si chiama Secondo Pradella, l’altro Alberto Ghiraldi, entrato nel 2016 in quanto esperto del settore. Nello stesso anno c’è stato un aumento di capitale, che è passato da 100 mila a 200 mila franchi svizzeri (poco più di 180mila euro). La Whirlpool ha assicurato che i 410 addetti resteranno al lavoro con stesso stipendio e stesso livello contrattuale. Per favorire l’avvio metterà di tasca sua 20 milioni, poi darà tanti saluti, tradendo l’impegno preso proprio con il governo a ottobre.

La motivazione è che il crollo del mercato di lavatrici allora era “non previsto né prevedibile”. A fine luglio, però, aveva spiragli quando il governo ha destinato 17 milioni di incentivi con il decreto Salva imprese. Nel giro di poche settimane, ogni alternativa alla vendita è tramontata: Whirlpool sostiene di aver valutato il trasferimento di produzioni che oggi sono nell’Est Europa o in Cina, ipotesi subito scartate. Per Barbara Tibaldi (Fiom) “la decisione di cedere il ramo d’azienda è offensivo verso i lavoratori”. Già oggi ci saranno assemblee dei delegati sindacali per decidere iniziative di protesta.

Grandi opere e Tav: il complicato rapporto tra tecnica e politica

Domani 19 settembre, presso la sala stampa dell’associazione Stampa Estera di Roma, si svolge il convegno organizzato da “Bridges Research” sullo scandalo delle valutazioni costi-benefici delle grandi opere, come Tav. Il “no” è il risultato di una corretta procedura scientifica oppure le buone pratiche sono state piegate per giustificare un esito precostituito? Tutte le infrastrutture hanno benefici: ma sono maggiori dei costi? Quali favoriscono la crescita? E l’ambiente? Due le sessioni del convegno, seguite da una tavola rotonda coordinata dal corrispondente per l’Italia della “Frankfurter Allgemeine Zeitung” Tobias Piller, al quale parteciperanno esperti italiani e stranieri. Nella prima sessione, con il titolo “Analisi costi-benefici: metodologia, punti di forza e limiti” interverranno con le loro relazioni P. Beria, G. De Rus, E. Quinet e R. Vickerman. La seconda sessione, titolo “Infrastrutture, crescita e sostenibilità”, vedrà la partecipazione di P. Ciocca, M. Ponti, F. Ramella, L. Scandizzo. A chiudere la tavola rotonda alla quale parteciperanno alcuni esponenti politici.

Il convegno si svolge a Roma, presso l’Associazione della Stampa Estera

Opec, ascesa e declino di una grande rivoluzione

Nel mondo del petrolio d’oggi in cui è il mercato (specie la finanza speculativa) che fa i prezzi, con livelli dimezzati rispetto a un quinquennio fa, in un equilibrio reso instabile dalle crescenti tensioni geopolitiche e nella prospettiva di una ‘transizione energetica’ che dovrebbe ridurne l’importanza, che ruolo vi è ancora per l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec), istituita a Baghdad il 14 settembre 1960?

Alla risposta molto può contribuire il bel libro di Giuliano Garavini The Rise & Fall of Opec (Oxford press). Suo intendimento è di riconoscere all’Organizzazione di Vienna l’importanza che ha avuto come una delle “forze trainanti della storia del ventesimo secolo” superando le banalizzazioni che ne riducevano il ruolo alla sola massimizzazione della rendita petrolifera.

L’Opec è stata altro. La cooperazione internazionale che avviò – “nell’interazione triangolare tra capitalisti”, compagnie petrolifere, “Stati produttori”, petrostati la cui sopravvivenza era legata ai proventi del petrolio, e “Stati consumatori” – era volta non tanto a riequilibrare il rapporto diseguale con le compagnie petrolifere, ma ancor prima a riconoscere agli Stati produttori una piena sovranità sullo sfruttamento delle loro risorse naturali. Principio che sarà affermato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite due anni dopo, il 14 dicembre 1962, nella Risoluzione 1803 “Dichiarazione sulla sovranità permanente sulle risorse naturali”, che sanciva il diritto dei popoli e delle nazioni alla piena sovranità sulle loro ricchezze naturali, sì da poterle sfruttare nell’interesse del loro sviluppo e benessere. Diritti e interessi che rientravano nel principio dell’autodeterminazione dei popoli sancito giuridicamente nel 1945 dalla Carta delle Nazioni Unite, ma che erano del tutto estranei al sistema delle concessioni che regolava lo sfruttamento del petrolio, riconoscendo al “petrocapitalismo angloamericano” un potere assoluto nei Paesi che li ospitavano. Concessioni che potevano considerarsi più imposte che negoziate e strumenti di trasferimento della sovranità nazionale a terzi soggetti così da divenire simbolo dello sfruttamento ‘post-coloniale’ degli Stati produttori.

Solo la lungimiranza di Enrico Mattei seppe rifuggirne, con schemi avanzati di partnership con gli Stati produttori che ne riconoscevano appieno i diritti, così da divenire riferimento delle loro future politiche. Secondo Garavini, l’Opec ha rivoluzionato le relazioni Nord-Sud del mondo (non solo nel petrolio); modificato se non capovolto i rapporti negoziali tra detentori delle risorse e paesi ricchi che su di esse avevano basato (e basano) il loro sviluppo; consentito agli Stati di assumere il pieno controllo delle loro risorse e decidere dei loro destini. Un ruolo, quindi, non riducibile alla pur dominante valutazione che ne è stata data di Oil Cartel, che ha avuto solo in un breve periodo (1982-1985) nell’illusorio tentativo di arginare il crollo dei prezzi originato dai loro vertiginosi aumenti durante l’oil revolution degli anni Settanta.

Ben altro e maggior potere avevano avuto in precedenza le grandi compagnie petrolifere col controllo (quasi) monopolistico di tutte le fasi dell’industria petrolifera mondiale (esclusi Stati Uniti e Unione Sovietica) che consentiva loro di gestire congiuntamente investimenti, produzione, prezzi, profitti. Forti anche del ‘rapporto simbiotico’ col governo americano che garantiva loro protezione in cambio della piena sicurezza delle forniture.

La minuziosa ricostruzione che Garavini fa delle vicende interne ai singoli ‘petrostati’ e del loro intreccio con le strategie delle compagnie e delle politiche governative è encomiabile e avvincente. Il filo di una storia, tornando alla domanda iniziale, che non può dirsi interrotta pur se è innegabile la parabola discendente dell’Opec: per il potere assunto dal mercato nella fissazione dei prezzi; per il ridursi della sua quota sulla produzione mondiale; per le innovazioni tecnologiche (shale oil) che hanno fatto degli Stati Uniti il primo produttore al mondo. Non ultimo: per la profonda lacerazione politico-militare che li separa. Nel mercato del petrolio – ancora pivot, checché se ne dica, del sistema energetico mondiale, con una produzione raddoppiata nello scorso mezzo secolo e ancora ben lontana dal declinare – la stabilità resta un valore: per l’intero sistema economico mondiale prima ancora che per stati produttori, consumatori, compagnie. L’Opec negli ultimi anni se ne è fatta carico con altri paesi (specie Russia) con risultati apprezzabili.

Il futuro è molto incerto e critico: di fronte alle intenzioni (pur sinora più verbali che reali) del mondo intero di abbattere nella lotta ai cambiamenti climatici il ruolo ancora dominante del petrolio. Una strada lunga se si tiene conto che la sua quota (34%) resta maggioritaria nell’insieme dei consumi mondiali di energia ancora dominati dalle fonti fossili (85%). Le conseguenze nel lungo termine potrebbero risultare drammatiche sia per gli Stati Opec che ancora dipendono dalle entrate petrolifere (una popolazione sui 500 milioni di persone, di cui 326 in paesi poveri) che per gli Stati, specie africani, che dalla povertà potrebbero uscire sfruttando le risorse di petrolio e metano da poco scoperte.

La cooperazione internazionale attraverso “una qualche forma di regolazione globale del petrolio”, scrive in chiusura Garavini, resta quindi essenziale per governare la ‘transizione energetica’ cercando di minimizzarne il costo per le popolazioni che sul petrolio vivono e puntando a quei compromessi che consentono all’umanità di fare un qualche passo in avanti.

Golden Power sul 5G: il decreto cyber lo regola (e lo estende)

Arriverà nel prossimo Consiglio dei ministri lo schema di decreto con le “disposizioni urgenti in materia di perimetro di sicurezza nazionale cibernetica” che potenzia la sicurezza cibernetica e disciplina l’applicazione del Golden Power sul 5G, rendendo anche la ‘vigilanza’ retroattiva. Con ordine. La norma istituisce un “perimetro di sicurezza nazionale cibernetica” all’interno del quale saranno identificati amministrazioni pubbliche, enti e operatori pubblici e privati considerati strategici, essenziali e sensibili per la sicurezza nazionale e la sua organizzazione. Fissa poi le regole cibernetiche che queste infrastrutture dovranno rispettare come fornire al Cisr e alla Presidenza del Consiglio gli elenchi completi delle reti e dei servizi informatici utilizzati, con “relativa architettura e componentistica”. Stabilisce le procedure da seguire in caso di incidenti sulle reti, le misure per garantire la protezione delle strutture, dei dati, il monitoraggio ma anche la formazione. Specifica che il Centro di valutazione e certificazione nazionale istituito al Mise dovrà effettuare la valutazione di rischio sulle forniture dei beni e dei servizi in ambito Itc e vincolare i contratti al raggiungimento di standard e condizioni specifici. Saranno elaborati “schemi di certificazione cibernetica” nei casi in cui quelli esistenti non siano ritenuti adeguati. Poi l’articolo 3, che fa da raccordo al Golden Power sul 5G e prevede che sia esercitato “previa valutazione degli elementi indicanti la presenza di fattori di vulnerabilità” da parte dei centri di valutazione e soprattutto che anche in caso di contratti e infrastrutture già esistenti si possano modificare o integrare le misure “anche prescrivendo la sostituzione di apparati e prodotti che risultano gravemente inadeguati sul piano della sicurezza”.