Relazioni pericolose: gli affari e i ricatti politici e diplomatici

Le relazioni con Pechino vanno a gonfie vele, gli investimenti in imprese europee e appalti per infrastrutture si moltiplicano. Tutto funziona a meraviglia, fino a quando un esponente politico, un industriale o un uomo di religione, non s’immischiano nel sistema politico dell’Impero di Mezzo. A quel punto, le porte si chiudono, le imprese cinesi non faranno più affari in quel Paese e il personaggio politico diventa persona non grata in Cina.

Ne sa qualcosala Norvegia, che nel 2010 si vide congelare tutte le relazioni diplomatiche per aver dato il premio Nobel per la pace al dissidente cinese – già in carcere – Liu Xiaobo, premiandolo come “simbolo principale della lotta per i diritti umani in Cina”. Per le autorità a Pechino Liu era solo “un criminale” e per sei anni gli investimenti in Norvegia si fermarono, aumentarono i dazi per l’import del salmone norvegese in Cina. Solo nel 2016 la situazione è tornata alla normalità, dopo che il Paese nordico ha firmato una dichiarazione – considerata vergognosa da molti norvegesi – in cui si legge che “il governo norvegese rispetta la sovranità e integrità territoriale della Cina, giudica con la massima importanza gli interessi e le preoccupazioni cinesi, non sosterrà azioni che possano ledere a questi principi e eviterà qualunque danno futuro alle relazioni bilaterali tra i due Paesi”. Da allora le navi cinesi del gigante Cosco sono passate da Kirkenes inaugurando la Nuova via artica, molto più veloce per raggiungere il nord Europa, che dal Canale di Suez.

Le imprese europee sanno che con la Cina si deve parlare solo di affari. L’ha imparato a sue spese la casa produttrice di macchine fotografiche, Leica, che lo scorso aprile ha osato adoperare la famosa foto della Piazza Tienanmen (con il giovane che nel 1989 osò affrontare i carri armati) per una campagna pubblicitaria. Subito condannata da Pechino, la società ha ritirato la foto chiedendo scusa. Autocensura pure per il Ceo di Volkswagen, Herbert Diess, interrogato quest’anno dalla BBC su come potesse ancora mantenere una filiale della casa di automobili tedesca nello Xinjiang, dove il regime è accusato di tenere più di un milione di Uiguri in campi chiamati di “rieducazione”. Gli Uiguri, un’etnia turcofona di religione islamica vive nel nord-ovest della Cina ed è in aperto conflitto con l’autorità centrale che ne vieta la libertà di culto musulmano. L’esistenza dei campi è sempre stata negata dal governo cinese,nonostante ci siano testimonianze, documenti e foto. La risposta del potente capo della Volkswagen? “Non sono al corrente di questi campi”. Il Ceo di Daimler, invece, nel 2018 dovette scrivere una lettera di scuse per un suo impiegato al marketing che aveva pubblicato su Instagram una pubblicità di un’auto con sopra una frase del Dalai Lama: “Guarda le cose da tutti i punti di vista e diventerai più aperto”. In poche ore il Partito Comunista, a Pechino, aveva già classificato Daimler come “nemica del popolo” cinese.

Il Dalai Lama, massima autorità buddista del Tibet, è considerato tra i massimi nemici dello Stato perché dagli anni 50, cioè da quando è in esilio in India, chiede l’indipendenza del Tibet. Oggi paga le conseguenze del boom delle relazioni commerciali Eu-Cina. Da dieci anni non ci sono più tappeti rossi per lui in Europa. L’ultima visita nel nostro continente è del 2014, ma non più con un primo ministro, solo con l’allora ministro degli esteri Timmermans in Olanda. D’altronde, interrogato nel 2018 sulle sue relazioni con il Dalai Lama, il Presidente francese Emmanuel Macron, disse apertamente: “Ho incontrato il Dalai Lama durante la mia campagna elettorale, è una persona stupenda. Ora sono il Presidente della Repubblica francese, se lo incontro creerò un problema con la Cina, non avendo nessun mandato a incontrare l’autorità religiosa del Tibet. È utile per i francesi aprire una crisi? Di certo no”. Il discorso è chiuso, si va avanti con gli affari.

La lunga mano del Dragone: dove finiscono i 300 miliardi dei cinesi

I treni arrivano di notte, serpenti di 600 metri con scritte in cinese e container carichi di smartphone, televisori, lavatrici, vestiti. Hanno percorso 11 mila chilometri dalla Cina al “Duisburg Intermodal Terminal”, il porto intermodale più grande al mondo, 60 mila metri quadri di spazio commerciale sulle rive del Reno, nel cuore della Germania. Siamo a Duisburg, capolinea della “Nuova Via della Seta”. Trenta treni a settimana dalla Cina, risparmiano tre settimane rispetto a un viaggio in nave fin qui, dove tra camion e merci che vanno e vengono, inizia il viaggio di Investigate-Europe negli investimenti cinesi in Europa.

Milletrecento chilometri più a sud-est, in Croazia, lo Stato cinese sta realizzando uno dei sogni della popolazione locale: costruire un ponte (detto di Sabioncello) di 2,5 km per arrivare a Dubrovnik bypassando la Bosnia Erzegovina attraverso la baia di Mali Stom. Operai cinesi lavorano giorno e notte per scavare in mare la base dei pilastri a 120 metri di profondità. La società responsabile dell’opera, la China Communication Construction Company, importa 60 mila tonnellate di acciaio dalla Cina, ha vinto la gara proponendo 100 milioni in meno delle concorrenti europee, l’italiana Astaldi e l’austriaca Strabag. “Il miglior risultato possibile con il minor prezzo e nel più breve tempo”, dice radioso il capo del governo locale, Nikola Dobroslavic.

Anche l’antico Palazzo Loreto, nel cuore di Lisbona, è occupato dalla Cina. Il gruppo Fosun ha messo dentro l’edificio settecentesco il quartier generale europeo dei suoi investimenti, che spaziano dalle assicurazioni con la compagnia “Fidelidade” alla banca BCP, dal tour operator Thomas Cook al brand di moda Tom Tailor e la banca privata tedesca Hauck & Auffhäuser. Non lontano, ci sono gli uffici di State Grid e Three Georges, due società pubbliche cinesi che nel 2012, quando il Portogallo era sotto la supervisione della Troika, hanno comprato le società pubbliche dell’elettricità. Aziende del Sol Levante, insomma, quasi sempre pubbliche o alimentate dallo Stato che si stanno impadronendo di asset strategici dell’Ue. Finora hanno investito 300 miliardi di euro, ma ogni anno la quota aumenta di 10-20 miliardi, come registra l’American Heritage Foundation che aggiorna di continuo una banca dati sugli investimenti cinesi sopra i 100 milioni di dollari.

Dal 2015, poi, il presidente Xi Jimping ha cambiato rotta e decretato la fine degli investimenti a pioggia nel Vecchio continente in favore di operazioni per sviluppare industria di qualità, nuovi brand e l’export cinese. “Non è solo una scelta del governo – spiega Filippo Fasulo, direttore dello studio annuale sulla Cina alla Fondazione Italia-Cina, a Milano – ma un’esigenza di sopravvivenza: se la Cina vuole mantenere gli obiettivi di crescita e migliorare le condizioni della sua popolazione, deve convertirsi a un modello economico incentrato su un alto valore aggiunto”.

Nel piano “China 2025” sono stati quindi individuati dieci settori strategici su cui puntare gli investimenti nel mondo. “Il Made in China non sarà più sinonimo di bassa qualità – continua Fasulo – ma di prodotti sofisticati, al passo con quelli dei colossi nostrani. Per questo Trump ha avviato una guerra commerciale, che in realtà è tecnologica, con la Cina”. E l’Europa ne è il campo di battaglia, come dimostra l’affare Huawei. La società tecnologica cinese solo in Germania ha investito 2,4 miliardi di euro e assunto 28 mila persone. In Italia ha annunciato 3 miliardi d’investimenti nei prossimi 3 anni. Trump ha chiesto ai partner europei di smettere di fare affari con Huawei (in nome del rischio di spionaggio), poi ha minacciato di chiudere le importazioni alle società europee dell’iTech che fanno affari con Huawei. L’Europa è insomma a un bivio, come dice l’economista francese Jean Pisani-Ferry: “L’Ue deve difendere la propria indipendenza economica, riuscendo a rimanere legata sia agli Usa che alla Cina”. E per farlo deve cominciare a parlare anche a Pechino con una sola voce.

Un anno fa, ad esempio, l’allora presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, in un discorso sullo Stato dell’Unione, aveva definito “scorretta” la concorrenza tra Cina e Europa. “Il governo di Pechino – aveva detto – offre unilateralmente vantaggi ai suoi investitori con sussidi e agevolazioni”. A marzo, il presidente francese Emmanuel Macron rincarava la dose: “Il tempo dell’innocenza verso la Cina deve finire”. Qualche giorno dopo, la Commissione pubblicava un documento strategico in cui la Cina era definita, per la prima volta, “un rivale sistemico”. Eppure era stata proprio la Troika, a facilitare ai governi dei Paesi in crisi come Grecia e Portogallo, la vendita delle imprese pubbliche ai cinesi. Ora il rischio è che tra cinque-dieci anni le infrastrutture europee siano dipendenti da uno Stato straniero, non democratico, che controlla, direttamente o indirettamente, le sue imprese. Per correre ai ripari, ad aprile è stato approvato lo screening mechanism a cui il 1° governo Conte ha votato contro: un sistema di rendicontazione a Bruxelles degli investimenti stranieri. Peccato sia volontario e poco efficace.

Per l’industria, invece, i capitali cinesi sono una manna dal cielo soprattutto in un’Europa a crescita asfittica (anche per colpa delle regole di austerità) che fatica a liberare investimenti per le aree in crisi (la “Nuova via della Seta”, mille miliardi di dollari d’investimenti in tutto il mondo, sta permettendo ai Paesi dell’Est – e presto anche all’Italia – di completare le infrastrutture ferme da decenni per mancanza di soldi). Nello storico quartiere della Bicocca, a Milano, è difficile trovare qualcuno che si lamenti dell’arrivo dei cinesi. La Pirelli, quinta produttrice al mondo di pneumatici, è stata venduta nel 2015 al colosso pubblico cinese ChemChina per 7,1 miliardi di euro con cui ha acquisito il 45,52% del gruppo. Da allora le cose vanno sempre meglio. Crescita, investimenti in ricerca e una strategia d’investimento consolidata su pneumatici d’alta gamma. “Non ho mai visto tanti investimenti in ricerca – racconta un operaio specializzato, nel palazzo tutto nero, proprio come un pneumatico – si assume nuovo personale, si comprano macchinari costosi, il motore gira”. E la presenza cinese? “Abbiamo visto il presidente di ChemChina solo una volta, nel 2015 è venuto a farci gli auguri di Natale. Poi più nessuno. Tutto passa da mani italiane”. In effetti la governance della società è rimasta finora al Ceo Marco Tronchetti Provera e al suo board italiano. Nell’accordo di vendita, è previsto che la sede resti a Milano, che il Ceo sia Tronchetti (fino al 2023) e che per trasferire un brevetto in Cina sia d’accordo il 90% degli azionisti. Ma allora, qual è la strategia di ChemChina? “Imparano il mestiere – spiega il tecnico – un giorno produrranno a casa loro. È un patto con il diavolo, ma prima che il mercato delle auto di lusso si fidi di un pneumatico made in China passerà molto tempo”. “Abbiamo evitato di vendere alla concorrenza – spiega nel sito di Pirelli, Tronchetti Provera – con il rischio di spezzettare l’azienda”.

Stessa impressione in Norvegia, dentro la società Elken (metalli) acquistata da ChemChina nel 2011. Marianne Faeroyvik, rappresentante dei sindacati, non ha dubbi: “L’arrivo dei cinesi è positivo per i nostri 6.200 impiegati”. Stesso iter, nessun cinese nei corridoi, continuità nella governance e pioggia d’investimenti. La Elken è entrata in Borsa nel 2018. Ma il colpo più grosso ChemChina l’ha sferrato in Svizzera dove battendo la concorrenza di Monsanto, Basf e Dow Chemical, si è aggiudicata la società di agroalimentare Syngenta, offrendo agli azionisti 5 miliardi in più, cash.

“Tutto questo è possibile perché dietro gli acquirenti cinesi di una società europea si nasconde lo Stato cinese. Ecco perché possono offrire di più rispetto a un concorrente”, si legge in un rapporto del ministero dell’Economia tedesco del 2017. Ma, seppur sia stato provato che lo Stato cinese offra ampie deduzioni fiscali alle sue imprese di punta e che investa miliardi in Ricerca e Sviluppo di settori chiave, Investigate-Europe non ha trovato prove di sovvenzioni pubbliche agli investimenti in Europa. Solo sospetti. A Berlino, il capo economico dell’ambasciata cinese, Wang Weidong, parla di un “grande equivoco”, sostiene che le loro imprese s’indebitino sul mercato come le altre e assicura che la Cina sta aprendo i suoi mercati alle società europee. “È questione di tempo – dice Wang, che ricorda come a giugno nuovi settori come la proprietà dei cinema, le esplorazioni per petrolio e metalli e le consulenze finanziarie, siano state aperte alla concorrenza europea –. Invece, qui in Germania molti settori strategici restano chiusi alle imprese cinesi in modo arbitrario”. Sempre in Germania, all’Università di Kassel, l’economista Shuwen Bian ha studiato 160 acquisizioni cinesi in Europa. La sua conclusione non lascia dubbi: “Questi investimenti sono finanziati con fondi sovrani pubblici e privati, lo Stato è coinvolto, ma come un normale azionista che un giorno venderà i suoi asset a un prezzo maggiore”.

 

L’occasione persa da Renzi sulle nomine

Matteo Renzi non è al governo, può contare su qualche ministro che passa al suo nuovo partito dopo aver ottenuto l’incarico in quota Pd, ma già pensa alle nomine di primavera, quella scadenza che è tra le ragioni della tenuta della maggioranza giallo-rossa. Avaza subito le sue proposte, dopo aver premesso che nelle nomine “non sono interessato a mettere il naso”. Nell’intervista a Repubblica Renzi si vanta che “se Enel viaggia così forte è perché abbiamo scelto un board e un CEO straordinari”, poi suggerisce di fondere insieme Fincantieri e Leonardo. C’è da scommettere che abbia anche un’idea su chi dovrebbe guidare il nuovo colosso.

Francesco Starace, ad dell’Enel dal 2014, è a suo modo un genio, super renziano coi renziani, pentastellato coi pentastellati (che nell’auditorium Enel hanno presentato il reddito di cittadinanza), mai inviso alla Lega. Ma il miracolo della banda larga che doveva arrivare in un attimo abbinata ai contatori dell’elettricità non c’è stato, l’infrastruttura delle “colonnine” per le auto elettriche resta un miraggio. Renzi omette che nel 2014 lui ha anche insediato Claudio Descalzi al’Eni, ora imputato per corruzione internazionale in una vicenda all’epoca già ben nota (l’acquisizione di un giacimeno in Nigeria) e che nelle carte giudiziarie intorno a quell’azienda e ai suoi personaggi più deteriori si ritrova un numero sospetto di renziani, da Luca Lotti ad Andrea Bacci. Altra grande nomina di rottura di quella tornata: Mauro Moretti a Finmeccanica, congedato senza rimpianti dopo tre anni perché occuparsi di aerei ed elicotteri è diverso che fare il monopolista delle ferrovie (a proposito, l’altro renziano Renato Mazzoncini, a capo delle Fs per fonderle con Anas, non è finito meglio). Come in molti altri campi, anche sulle nomine Renzi ha già avuto la sua opportunità di cambiare davvero le cose. E l’ha sprecata.

Carige, il salvataggio non basterà: la banca svuotata dalla “cura”

Perdite di 770 milioni previste per il 2019 tra svalutazioni di crediti malati da cedere in blocco a Sga e penali per circa 250 milioni. L’aumento di capitale di Carige metterà a posto i conti, ma in buona parte si volatilizzerà subito. Ammesso che la decisiva assemblea di venerdì dia il via libera all’operazione. L’alternativa pare secca: o ci sarà l’ok al rafforzamento del capitale predisposto dai tre commissari con l’avallo della Banca centrale europea oppure si rischia la liquidazione (anche se la Bce sta studiando un’exit strategy). Un’emergenza che spinge a tacere le incognite del salvataggio. Le prime sono legate al contenuto dell’accordo quadro sottoscritto da Carige, Fondo interbancario (Fitd), Schema volontario di intervento (Svi) e Cassa centrale banca (Ccb). Sono 32 pagine che il Fatto ha potuto consultare. Alcuni passaggi stanno suscitando agitazione tra i protagonisti.

A pagina 14 si legge: “Salvo quanto previsto da altre disposizioni dell’accordo… durante il periodo interinale (che potrebbe durare parecchi mesi, ndr) l’attività della banca deve essere condotta… senza assumere obblighi o determinazioni che eccedano l’ordinaria amministrazione… Fatte salve le operazioni previste e/o consentite dal piano industriale, Carige, senza il previo consenso del Fondo interbancario e di Svi, si asterrà dall’assumere le seguenti decisioni”. Segue un lungo elenco di operazioni ‘inibite’. Al punto ‘e’, per esempio, si legge: “Comprare, vendere, trasferire, concedere (o assumere in affitto) o in licenza, o comunque acquistare o disporre di cespiti attivi sia tangibili sia intangibili per un controvalore eccedente singolarmente la soglie di 1,5 milioni e complessivamente di 15 milioni”. Una previsione che nei corridoi di Cassa centrale banca ha suscitato allarme perché lascia, per mesi, le leve del comando a Fitd e a Svi. Tanto che qualcuno ha fatto notare che il Fondo per statuto – articolo 48 – non potrebbe assumere il controllo di società. E negli ambienti della banca trentina c’è pure chi ha ricordato che Ccb sta affrontando un possibile downgrade di Moody’s su cui pesa l’operazione Carige. Ma l’incognita principale dell’assemblea resta legata alle decisioni del socio forte: la famiglia Malacalza. Se dovesse opporsi o astenersi, difficile che si possa ottenere in assemblea l’ok al piano da 700 milioni di ricapitalizzazione (più i 200 milioni di bond subordinato). Per i Malacalza – che hanno investito 400 milioni in Carige bruciandoli quasi tutti – il dilemma è drammatico. Dovrebbero iniettare nuovi denari trovandosi con una quota molto più diluita dell’attuale 27,5%. La banca passerebbe sotto il controllo del Fondo interbancario che poi girerebbe le azioni con uno sconto del 50% a Ccb destinati a divenire i padroni dell’istituto. Per Malacalza si tratterebbe di uscire di fatto e di capitalizzare le perdite. Ma la liquidazione otterrebbe lo stesso effetto. Capitale azzerato per la famiglia, ma con l’onere per il Paese di un buco da 9 miliardi creato dal fallimento. I Malacalza resterebbero con il cerino in mano: oltre ad aver perso i soldi gli verrebbe affibbiata l’etichetta di responsabili del fallimento. La famiglia vorrebbe un piccolo paracadute. Quantomeno lo stesso trattamento riservato a Ccb che potrà acquistare le azioni sottoscritte dal Fondo interbancario scontate del 50%. Finora, secondo quanto risulta al Fatto, nessun passo è stato compiuto.

Non si creda, però, che tutti i problemi di Carige verranno superati dalla ricapitalizzazione. Con la manovra Carige si troverebbe con requisiti patrimoniali tra i migliori in Italia e pulita da sofferenze e incagli. Ma la lunga agonia dell’istituto ha fiaccato la gestione ordinaria che neanche i commissari sono riusciti a tamponare. Solo nei primi sei mesi 2019 la banca ha chiuso con una perdita di 428 milioni. Per più di 300 milioni dovuto alla pulizia delle sofferenze, ma con il conto economico andato a picco. Il margine d’interesse è crollato del 39% in 12 mesi a soli 66,6 milioni. Le commissioni sono scese del 13% con i ricavi totali che hanno perso il 7,5%. La banca ha anche dovuto spesare in accantonamenti-rischi oltre 85 milioni, il 40% dell’intero monte ricavi, per sanare i contenziosi passati. Così il capitale che (se dovesse passare il piano in assemblea) verrà iniettato nella banca sarà subito eroso. Del resto gli stessi commissari hanno messo nero su bianco le nuove perdite attese per il semestre in corso. Nel piano industriale appena rivisto dai tre commissari Carige dovrebbe chiudere il 2019 con perdite per oltre 770 milioni, 350 milioni in più di giugno. Il pareggio si avrà solo nel 2021. Ce n’è abbastanza per preoccupare i nuovi soci forti, i trentini di Ccb, perché Carige appare di fatto congelata. I prestiti sono visti fermi a 11,7 miliardi fino a tutto il 2023, la raccolta è calante, i ricavi totali in crescita di un modesto 3%. L’utile arriverà solo, secondo i commissari, da un profondo dimagrimento della banca: via un terzo del personale, costi operativi tagliati di oltre 130 milioni fino al 2023. Carige sarà senza sofferenze e con capitale sopra i requisiti Bce, ma un istituto che non farà più nuovo credito. Banca forte, solida, ma che non farà il suo mestiere di prestare denaro all’economia. Salvi, ma quasi inutili.

Due minorenni rapinano e violentano una novantenne

Hanno aggredito una 90enne, picchiandola selvaggiamente e poi hanno abusato di lei. Arrestati a Messina due minorenni, un 17enne già noto alle forze dell’ordine e un 14enne. Per entrambi l’accusa è di rapina aggravata, tentato omicidio e violenza sessuale. L’aggressione è avvenuto sabato pomeriggio e a dare l’allarme è stata la figlia della pensionata. Quando i poliziotti sono arrivati a casa della donna, l’hanno trovata cosciente ma riversa sul pavimento con il volto tumefatto e sanguinante. La 90enne ha raccontato ancora sotto choc di aver fatto entrare a casa i due giovani, uno dei quali amico del nipote. Una volta dentro, però, il 17enne e il 14enne l’hanno minacciata e picchiata, mettendo a soqquadro l’abitazione in cerca di denaro e oggetti preziosi. La 90enne, immediatamente soccorsa, è stata condotta in ospedale dove si trova ricoverata in prognosi riservata con fratture multiple e contusioni in diverse parti del corpo. Dagli esami clinici è emersa ai suoi danni anche una violenza sessuale. I due minorenni sono stati arrestati domenica notte e rintracciati con gli abiti ancora intrisi di sangue e in evidente stato di agitazione.

“Ora nessuno ha i nostri anticorpi, ecco perché insegniamo l’antimafia”

Se il made in Italy perde qualche colpo, c’è un settore che sta conoscendo un successo all’estero in più continenti: l’antimafia. Roberto Tartaglia, già pm del processo Trattativa con Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, sta girando il mondo nelle vesti di ambasciatore delle nostre tecniche di lotta contro la criminalità organizzata. Nella sua veste di consulente della Commissione parlamentare antimafia, è impegnato in conferenze nelle quali spiega agli investigatori e ai magistrati stranieri le nostre “specialità” sia nell’ordinamento sia nelle tecniche investigative: Brasile, Thailandia e Montenegro lo hanno chiamato negli ultimi mesi.

Dottor Tartaglia, perché tanto interesse per il sistema dell’Antimafia italiano?

Certamente l’Italia è sempre stata costretta a sviluppare anticorpi molto potenti ed efficaci proprio per la pervasività delle mafie nostrane. Non è un caso se nella sede dell’Fbi a Quantico ci sia il busto di Giovanni Falcone, unico investigatore al mondo ad avere avuto questo onore grazie alla stima dell’ex capo dell’Fbi Louis Freeh, che aveva lavorato con lui negli Anni 80 all’operazione Pizza Connection. Qualcosa è cambiato. Allora ci guardavano con stima e rispetto per le capacità e per l’eroismo di individui unici come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Oggi invece si guarda al sistema antimafia italiano e mi invitano perché è diventato esportabile.

Cosa interessa all’estero del “sistema Italia” e perché lei pensa si possa esportare?

In Montenegro ho partecipato a una conferenza organizzata da Transparency International con il patrocinio dell’Ue e sono stato ricevuto dal ministro della Giustizia e vicepremier, molto interessato alla legislazione italiana. Sono stato invitato in Thailandia dove sarò in ottobre. Pochi mesi fa, grazie alla cooperazione con l’Italia, quel Paese ha sequestrato i beni di Vito Roberto Palazzolo, il tesoriere dei corleonesi. Poi mi hanno invitato in Brasile per una conferenza con i magistrati locali. L’Italia è vista come un modello. Tutti vogliono capire come abbiamo fatto a colpire i patrimoni dei boss.

Cosa racconta ai magistrati stranieri?

Apro il mio intervento davanti ai colleghi stranieri con due video e una slide per mettere a confronto la dichiarazione di Giovanni Falcone del 1984 sull’importanza delle confische e un’intercettazione di un boss nella recente operazione Old Bridge.

Cosa diceva Falcone?

Che si colpissero le mafie non sul piano personale quanto sul piano patrimoniale con sequestri e confische. Era solo un auspicio per il futuro accompagnato dalla constatazione amara che il contrasto “economico” non funzionasse ancora a dovere. Ebbene, grazie al sacrificio di servitori dello Stato come Falcone, ma anche Pio La Torre, Chinnici e Borsellino, lo Stato ha cambiato ritmo. Per questo faccio ascoltare poi Francesco Inzerillo che 20 anni dopo, nel 2007, intercettato, ammise la sconfitta della mafia in Italia, su questo fronte almeno.

Cosa diceva Inzerillo?

‘Qua (in Italia) – diceva ai nipoti – futuro non ce n’è. Basta essere incriminati per 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso, ndr) e ti sequestrano tutto. Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è. Qua c’è solo da andare via, e basta’.

Era l’operazione Old Bridge, ma recentemente proprio gli Inzerillo sono stati nuovamente colpiti da un’ordinanza a Palermo, segno che poi così male non stanno…

La lotta dei miei colleghi continua e anche le famiglie mafiose cercano di mimetizzarsi. Ma quell’intercettazione dimostra non solo che abbiamo fatto passi da gigante ma anche che, se gli altri Paesi non seguissero la stessa strada, lo sforzo italiano sarebbe inutile. I mafiosi come Palazzolo investirebbero al sicuro, in Thailandia o in Africa o a Rio de Janeiro e i loro beni resterebbero sicuri.

Quindi la cooperazione internazionale è anche nel nostro interesse?

Esatto. In quell’intercettazione Inzerillo alla fine diceva ai nipoti di spostare i loro interessi economici in Sudamerica. La mafia è una Spa che agisce senza confini, la cooperazione è necessaria. Il prossimo anno sarà il ventennale della Convenzione contro la criminalità organizzata di Palermo. All’estero guardano a noi come un faro anche per l’azione del presidente della Repubblica, noto in tutto il mondo per il suo impegno e per la sua storia. L’Italia deve stare in testa allo schieramento dei Paesi che lottano contro la criminalità.

“Stragi, i mandanti occulti saranno presto scoperti”

Le indagini su via D’Amelio? “Si stanno delineando nuove strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti che hanno potuto contribuire alle stragi, si tratta di produzioni inerenti la strage di Capaci e che sono oggetto di ulteriori approfondimenti”. A 27 anni dalla strage, il procuratore generale di Caltanissetta Lia Sava rivela punti di contatto tra gli indizi raccolti tra le due stragi del ’92 nella caccia ai mandanti occulti, esterni a Cosa Nostra: “Questo materiale – ha detto il pg – costituisce la dimostrazione che senza alcuna remora si sta cercando di battere ogni pista percorribile per far luce su alcune zone d’ombra”. E il pg chiarisce: “Anche qualora si arrivasse a individuare soggetti esterni, e allorquando sarà fatta luce sull’agenda rossa, ciò non farà venir meno le responsabilità degli uomini di Cosa Nostra”. La rivelazione arriva in apertura della requisitoria dell’appello del Borsellino quater, in cui Sava ha fatto il punto sullo stato delle indagini sulla più “anomala” delle stragi siciliane, ancora fitta di buchi neri, legati soprattutto al colossale depistaggio istituzionale sul quale davanti al Tribunale di Caltanissetta è tuttora in corso un nuovo processo a tre uomini del gruppo “Falcone Borsellino” della Polizia di Stato. E se in primo grado la Corte d’assise nissena stabilì che Vincenzo Scarantino fu “indotto” a fingersi pentito, facendo scattare per lui la prescrizione (confermata già dalla Cassazione), oggi il Pg Sava aderisce totalmente all’impostazione di quel verdetto, che pure due anni fa aveva ignorato le richieste della Procura (all’epoca la Sava era il numero due di quell’ufficio) che per Scarantino aveva chiesto la condanna a 8 anni e 6 mesi per calunnia. Il Pg, infatti, ha già anticipato che alla fine della requisitoria chiederà conferma anche per le condanne all’ergastolo dei boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, e a 10 anni per calunnia dei falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Nella sua requisitoria Sava sembra oggi allinearsi anche alla sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia che stabilisce un nesso tra il negoziato sotterraneo e l’accelerazione della strage di via D’Amelio: “Non può escludersi – ha detto il Pg – che la cosiddetta trattativa possa aver contribuito (insieme alle vicende del rapporto mafia-appalti), a indurre Totò Riina alla più rapida eliminazione di Borsellino”. Per concludere, consapevole delle numerose anomalie che tuttora spalancano dubbi su eventuali cointeressenze dei servizi deviati: “La ricerca della verità non si è mai fermata. Tocca ai magistrati la ricostruzione completa della strage di via D’Amelio che presenta, ancora oggi, punti drammaticamente irrisolti”, perché “l’Italia – ha concluso il pg – ha bisogno di comprendere il più violento degli attacchi alla nostra democrazia. Confidiamo che l’opera condotta all’unisono porterà alla verità”.

Oggi come oggi è tutto “Grin” ovvero respirare al Prenestino

Oggi come oggi, si sa, è tutto green, che si pronuncia “grin”. Un amico che ha fatto l’Erasmus ci ha spiegato che significa “verde” ed è il motivo per cui da qualche tempo a questa parte respiriamo così bene pure in città: tutto ’sto grin fa bene alle vie respiratorie. Ieri, per dire, sentivamo un’inusitata capacità polmonare e solo leggendo i giornali abbiamo capito perché: martedì, infatti, le assicurazioni Generali hanno annunciato “l’emissione – citiamo da La Stampa – di un nuovo bond Tier 2 con struttura bullet e formato green”. Ah, ecco cos’era quest’aria alpina al Prenestino! Spiega il sito di Borsa italiana: “I bond green sono obbligazioni come tutte le altre, la cui emissione è legata a progetti che hanno un impatto positivo per l’ambiente, come l’efficienza energetica, la produzione di energia da fonti pulite, l’uso sostenibile dei terreni, ecc.”, anche se – purtroppamente – “al momento non esiste uno standard globale per certificare come ‘verde’ un bond”. E vabbè, non cominciamo a fare i malfidati pure sul grin. Anche perché, ci informa sempre La Stampa, pure i governi europei vogliono “più fondi Ue per investimenti green” e fare il famoso Green New Deal (pron. grin niu dil) che a giudicare dal titolo pare sia un’idea di Gentiloni che ha pure raccolto “vasto consenso”. Problema: leggendo l’articolo si scopre che i soldi per fare le cose verdi i governi della Ue non ce li vogliono mettere. Insomma, pare che sarà un Bond Grin Niu Dil, così è contenta pure la finanza che, non producendo nulla, notoriamente non inquina.

Quel disgustoso spettacolo sul ponte Morandi

Pare che stia venendo proprio fuori tutto il marcio che c’era attorno al sistema delle manutenzioni autostradali. E non era un leggero strato di muffa, ma un quintale di schifo che emerge dall’inchiesta penale aperta dalla Procura di Genova dopo il crollo del ponte Morandi. Ce n’è per tutti i gusti: dipendenti che ammettono di aver mentito sulla strage e sono pronti a monetizzare il silenzio e magari anche la condanna. E poi report sullo stato di viadotti deliberatamente “sottovalutati” e interventi “strutturali” consapevolmente fatti passare per ristrutturazioni locali, con un unico obiettivo, il “tornaconto economico”. Ancora: bonifica dei computer, installazione di telecamere per impedire l’attivazione delle intercettazioni da parte degli inquirenti e l’utilizzo di disturbatori di frequenza per ostacolare quelle già in corso. Il gip parla di uno “zelo” che andava ben oltre il “supporto” ai dipendenti indagati, “istruiti” prima degli interrogatori da parte della Guardia di finanza e in un caso convocati in un hotel per una specie di “discorso motivazionale” dopo le convocazioni da parte degli investigatori. Per quanto riguarda le cause della tragedia, gli esperti hanno rilevato difetti esecutivi e “mancata manutenzione negli ultimi 25 anni”. Scrivono i periti che se sulla pila 9 fossero stati fatti i lavori svolti sulla pila 11, probabilmente il ponte non sarebbe crollato. Si poteva evitare, dunque. E qui siamo ai profili penali, così cari a quelli che dopo la tragedia, invece che chiedere conto del crollo ai responsabili di Autostrade (e alla famiglia Benetton) si sono scagliati contro il premier che aveva annunciato di voler provare a revocare la concessione. Apriti cielo: fiumi d’inchiostro di indignati commentatori ricordavano a Conte (che di mestiere fa l’avvocato) che non si poteva fare giustizia sommaria. In evidente mala fede: l’azione penale accerta se un fatto è accaduto e se costituisce reato o meno. Quel che intendeva fare il governo, nel pieno esercizio della propria potestà decisionale, era recedere da un contratto perché reputava la controparte inadempiente (il crollo di un ponte con 43 morti era ritenuto un motivo sufficiente). Finora non è accaduto nulla, ma il governo pare intenzionato a non fare sconti a nessuno (lo ha ribadito lo stesso premier il 9 settembre in aula: speriamo che davvero non ci siano intoppi). All’indomani degli arresti, il capo politico dei 5 Stelle ha giustamente affermato: “È assurdo che si dica che quella gente può continuare a gestire i nostri ponti”.

Ora sono accontentati anche gli pseudo garantisti: come dicevamo qui sopra, l’inchiesta penale sembra svelare molto del prima e del dopo, compresi dolo e malafede. Il premier aveva ragione – e continua ad averla nonostante l’anno passato senza sostanziali azioni (pare per il veto leghista) – quando diceva, all’indomani del crollo, che non si potevano aspettare i tempi della giustizia penale. E non perché volesse far condannare da un tribunale del popolo i Benetton e i loro manager, ma semplicemente perché uno Stato protegge i suoi cittadini ed esercita questa tutela in tutte le forme legittime che ritiene opportune. Ora anche il Pd sembra aver capito che non si tratta di populismo, ma di dignità dell’agire politico nell’interesse generale. È straordinario notare come sia cambiato l’atteggiamento – dei diretti interessati, ma anche di molti osservatori – nel corso di questi mesi. Perché il primo istinto è stato quello dell’impunità, del possiamo cavarcela, dopotutto sono cose che succedono. Che senso ha cercare una colpa? Poi è stato chiaro perfino ai più tenaci garantisti della domenica, che era successa una cosa troppo grossa per metterla sotto il tappeto. Un tappeto sotto il quale c’era anche troppa polvere.

Renzi recita la parte del povero Solzenicyn in fuga dallo stalinismo

Restiamo amici. Ti lascio ma è per il tuo bene. Io non ti merito. Ti vorrò sempre bene. Ci vediamo in giro. La vita continua. No, non ho un’altra, voglio stare un po’ da solo. Devo riflettere. Una pausa ci farà bene. Non parlerò mai male di te. Se sommate tutte queste belle frasette, come per magia, avrete la sacrosanta reazione: “Ammazza che stronzo”. E ora passiamo al caso Renzi.

Le lusinghe di Zingaretti per non farsi lasciare rasentavano l’assurdo. Si è ventilato persino di Boschi presidente del partito, che è come mettere la volpe a guardia del pollaio. Il capogruppo Pd rimane un renziano di ferro (Marcucci), che al momento resta, in modo da vedere come si mette la faccenda e decidere dopo, e così fanno altri renzianissimi, tipo Lotti. È come quando si abbandona il campo, ma prima lo si cosparge di mine antiuomo che saranno attivate alla bisogna. Renzi fa le valigie e si porta via due ministri e un sottosegretario, tutta gente che si sbracciava scrivendo #senzadime, mai, meglio morto, dovrete passare sul mio cadavere, zotici maledetti che sbagliate i congiuntivi; e poi hanno fatto inversione di marcia in autostrada.

Renzi ha spinto Zingaretti all’alleanza con i 5 Stelle e poi ha preso cappello: cara, è per il tuo bene. Vuole (confessato apertamente) i voti di Forza Italia (parlandone da viva), gli viene l’itterizia se sente cantare Bandiera Rossa alle feste dell’Unità, giornale che fu glorioso e che ha chiuso perché non si inginocchiava abbastanza. La cosa più ridicola della fuga di Renzi Matteo è la narrazione sulla casa da cui scappa: il Pd descritto come un partito comunista, sinistra estrema, Soviet supremo, dove i grandi pensatori centristi (sarebbe lui, Renzi, magari anche Rosato e Scalfarotto, per dire del trust di cervelli) sono angariati in tutti i modi, mandati in Siberia, ostracizzati e messi ai margini pur avendo il capogruppo, due ministri, un sottosegretario. Annuncia il possibile ritorno di D’Alema e Bersani come se fossero Stalin e Beria, e lui, povero Solzenicyn, deve mettersi in salvo. Dunque tenta di passare per un democratico moderato che fugge da un partito nordcoreano. Non è difficile leggere la faccenda in filigrana: il partito nordcoreano gli va bene solo se Kim Jong-un è lui, se no tanti saluti. E del resto, uno che ha portato il Pd al 18 per cento dopo aver tuonato “Non lasceremo il Pd a chi lo ha portato al 25 per cento” in un altro partito sarebbe stato cacciato a calci in culo, e invece è stato tutto un “Matteo è una risorsa”, “Resta con noi”, “Non ci lasciare”.

Ma basta con il passato. Basta con le recriminazioni, le ripicche, gli sgambetti. Renzi fa il suo partito, di ispirazione boyscoutiana-jovanottesca-recalcatian-leopolda, che tradotto in italiano significa tanta fuffa, ma tanta fuffa, e colpi a sorpresa ogni minuto. Da grande annusatore ha capito che il gioco di Salvini ministro dell’Interno era astuto: stare al governo ma fare opposizione, fingere accordo ma alzare l’asticella, spararne una al giorno e vedere l’effetto che fa, prendersi le prime pagine, dettare l’agenda, far passare gli alleati di governo come idioti mentre lui, se avesse i pieni poteri, signora mia…

Insomma, il salvinismo intrinseco di Matteo Renzi è così evidente che viene voglia di chiamarlo “capitano”, anche se il suo stile non è la foto col cotechino, ma con gli imprenditori che sganciano soldi alla sua fondazione. Finisce un equivoco: una banda di mediocrissimi che aveva preso il partito per miopia e cecità dei vertici ed ennesima beota illusione della base, se ne va rancoroso con un commosso: “Non mi avete capito”. Mentre tutti avevano capito benissimo che Matteo Renzi ha una visione, un orizzonte culturale, un disegno politico e un enorme sistema di valori precisissimo, che è riassumibile in due semplici parole: Matteo Renzi.