“Roma 2030”: capitale mondiale o suburra?

Come per ogni essere vivente, anche l’identikit di una città inizia dal suo sesso e dalla sua età. Roma è una signora di 2.772 anni, essendo nata il 21 aprile del 753 a. C. È dunque molto più giovane di Gerusalemme, nata 672 anni prima. Invece è 500 anni più vecchia di Parigi, nata col nome di Lutetia; 706 anni più vecchia di Londra, nata col nome di Londinium. Per non parlare di città-bambine come New York, nata nel 1613 d. C., quando Roma aveva già 2.366 anni.

Oggi, come sempre, Roma è mitizzata e criticata. Già nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert – e siamo nel 1751 – alla voce “Roma” si leggeva: “Risulta dal calcolo che Roma è sei volte meno popolata di Parigi e sette volte meno di Londra. I palazzi tanto vantati non sono tutti ugualmente belli perché tenuti male; la maggior parte delle abitazioni private è miserabile. Il selciato è cattivo, le strade sono sudice e strette e non sono spazzate se non dalla pioggia, che vi cade molto di rado”.

Oggi chi ci vive, chi ci viene, chi la pensa da lontano, i cittadini che hanno Roma come dimora, gli italiani che l’hanno come Capitale, gli stranieri che l’hanno come punto di riferimento intellettuale si chiedono cosa sarà Roma nel prossimo futuro, come ci si vivrà, cosa ci si potrà attendere da essa, cosa si dovrà fare per essa. Per rispondere a queste domande il presidente della Camera di Commercio, Lorenzo Tagliavanti, ci ha commissionato una ricerca previsionale i cui risultati sono stati appena pubblicati dalla Einaudi (Roma 2030. Il destino della Capitale nel prossimo futuro) e oggi vengono discussi alla presenza del presidente della Repubblica.

Fra undici anni, nel 2030, ben 600 città avranno più di un milione di abitanti ma, secondo gli studi più accreditati, solo una quarantina di esse saranno “città-mondo”, capaci cioè di estendere all’intero pianeta la propria cultura, i propri prodotti e modelli di vita. Per essere tra queste, occorre avere un’idea, una missione, un colpo d’ala capaci di attirare risorse e aggregare i cervelli entusiasti intorno a leader di alto livello. Già secondo il grande architetto Ludovico Quaroni, “Roma è una città che quando non è di tutti nel mondo, è solo la miseria morale di un Paese”.

Ma esiste questa idea, questa missione, questo colpo d’ala? Tra gli intellettuali – deputati, per loro costituzione, a fornire questa spinta creativa – finora ha prevalso il piagnisteo. Secondo Andy Warhol “Roma è un esempio di ciò che succede quando i monumenti di una città durano troppo a lungo”. Dacia Maraini, già nel 1975 scriveva: “Non credo poter dire niente di originale sulle ragioni sociali e politiche che hanno reso Roma quella città brutta e sgangherata e inefficiente che è oggi”. Gaetano Afeltra, senza mezzi termini, bollava: “Roma è un troiaio”.

Oggi saranno proprio venti intellettuali – che vivono a Roma e di Roma conoscono a fondo altrettanti risvolti – a cimentarsi in una gara di utopia, esponendo i loro sogni e discutendo le loro proposte in un seminario suddiviso in tre sessioni. La prima sessione, dedicata alla struttura della Capitale, cioè l’urbanistica e l’economia, si apre con una relazione di Giuseppe De Rita poi discussa da Leonardo Becchetti, Innocenzo Cipolletta, Francesca Danese, Massimo Locci e Giuseppe Roma, coordinati da Paolo Conti. La seconda sessione, dedicata alla cultura della Capitale, si apre con una relazione affidata a Stefano Costantini e poi discussa da Stefano Balassone, Luca Barbareschi, Cristiana Collu, Giancarlo De Cataldo e Amedeo Schiattarella, coordinati da Marino Sinibaldi. La terza sessione, dedicata al governo di Roma, si apre con una relazione affidata a Walter Tocci e discussa da Pietro Abate, Goffredo Buccini, Francesco Karrer e Michel Martone, coordinati da Virman Cusenza. La presenza del presidente della Repubblica sottolinea l’attenzione che il capo dello Stato intende riservare al futuro della città di cui nel 1861 Cavour disse: “In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della Capitale di uno Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali”.

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Mail Box

 

La scissione del Pd è un bene per la stanca sinistra italiana

Ci sono altri che come me all’annuncio della scissione di Renzi hanno tirato un sospiro di sollievo e detto “finalmente!”? Nei giorni scorsi ho avuto la tristissima esperienza di visitare la festa del Pd di Firenze, e vedere a che miseria infima si era ridotta la storia delle Feste dell’Unità. Mi aveva fatto pensare alla sinistra italiana che tocca il fondo e, a mia opinione personale, Renzi è uno dei maggiori colpevoli di questo declino. La sua uscita mi fa sperare che si possa iniziare il cammino di risalita. Magari in contemporanea alla prossima Leopolda, ci saranno delle manifestazioni di giubilo di tutti quelli che non vedevano l’ora che se ne andassero lui e tutti i suoi compari!

Massimo Lazzeri

 

La Lega sceglie il blu: ridiamo il verde a chi è davvero “green”

Da ormai alcuni anni il colore adottato da Matteo Salvini e dalla sua (nuova?) Lega non è più il verde ma il blu. Sarà perché l’ha “rifondata” per separare i suoi fondi da quelli della vecchia, con i suoi tanti debiti e i 49 milioni da versare all’erario, o perché ha cambiato politica (da federalista a sovranista)? O forse perché ha capito che con i soli voti del Nord non avrebbe mai potuto aspirare a diventare un partito di maggioranza (relativa).

Ha cambiato tutto: politica, immagine, presenza sui media e sui social. Anche i manifesti, il simbolo, le magliette: tutto con sfondo prevalente blu. Solo i media non sembrano accorgersene, e infatti hanno continuato a chiamare l’ex governo giallo-verde. Il Capitano non lo ha mai fatto notare, forse perché così riusciva in un’impresa apparentemente impossibile: avere dalla sua parte i leghisti del Nord (in prevalenza federalisti se non secessionisti), i vecchi militanti anti-casta (si ricordino gli slogan contro Roma ladrona…) e i nuovi adepti con i politici cambia-casacche (in prevalenza del centro-sud) che sono saliti sul carro del vincitore, solo dopo che il segretario ha smesso di chiamarli terroni… Ora che la Lega ha cambiato colore, ridiamo il verde a chi lo ha sempre usato come bandiera ambientalista, a chi per primo ha spinto per un’economia sostenibile e un’agricoltura biologica, cioè per la green economy.

Chissà che anche in Italia la vera politica verde rinasca, per abbracciare tutto il meglio del movimento ambientalista e ottenere i lusinghieri risultati dei partiti Verdi in Centro e Nord Europa.

Paolo M.

 

Né fannulloni né missionari, ma semplicemente docenti

A fasi alterne riemerge l’antica disputa tra chi reputa gli insegnanti dei fannulloni e una categoria privilegiata, e chi li concepisce come “missionari”. Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia a noi docenti. Soprattutto davanti all’ipotesi di ulteriori incrementi dell’orario di servizio, a parità di retribuzione salariale. Sorvolo sul fatto che un notevole carico di lavoro e di studio è già sopportato da qualsiasi insegnante, nei tempi extra-scolastici ed in forma gratuita, per gli adempimenti necessari all’attività didattica quotidiana: preparazione delle lezioni e correzione dei compiti, compilazione dei registri ed altri documenti burocratici, cartacei e digitali, e via discorrendo. Ma in particolar modo è erronea la concezione della funzione pedagogica nei termini di “missione”. Proprio in base a ciò i docenti dovrebbero lavorare di più, animati dalla vocazione. Ma quale strana e bizzarra visione, inerente solo agli insegnanti, bensì non, ad esempio, ai dirigenti e collaboratori scolastici! Insomma, a tutti i lavoratori del comparto sia pubblico che privato, le ore eccedenti (gli straordinari) vengono retribuite in modo decente. Gli unici esclusi sono gli insegnanti. Ebbene, si mettano d’accordo tra di loro: sono missionari o nullafacenti? Né l’uno, né l’altro. Molto più laicamente, dovremmo essere qualificati come professionisti, da onorare e retribuire in quanto tali, cioè in termini più dignitosi!


Lucio Garofalo

 

L’economia è sempre più virtuale, ma i soldi sono reali

Le intenzioni di questo governo filo-banchieri sono ben chiare: il contante deve sparire e se questo non sarà possibile, la circolazione dovrà essere limitata. Tutte le transazioni avverranno in forma elettronica, tutto passerà dai computer, almeno fino a quando qualcuno non deciderà che certe spese non rispettano la policy di quella specifica banca e l’interruttore apposito bloccherà quel determinato utente. La recente questione che riguarda Facebook, Forza Nuova e CasaPound è solo un esempio di quello che ci potrebbe aspettare nell’immediato futuro. Certamente per far valere le proprie ragioni ci sarà la possibilità di ricorrere alla giustizia ordinaria, con la certezza di non poter avere una sentenza, e quindi non rientrare nella disponibilità dei propri averi, se non dopo anni. Il sistema della finanza ha già da tempo preso il controllo del debito dei singoli Stati, si sta accingendo a prendere il controllo degli averi dei singoli cittadini. Grottesca quindi la scelta dei telegiornali: nelle notizie di macroeconomia continuano a mostrare immagini di fogli di banconote vere, stampati a ripetizione. Certo, inquadrare connettori, schermi e led lampeggianti non sortirebbe lo stesso effetto.

Andrea Bucci

Pubblicità in tv. Quando l’ingombro degli spot rende impossibile la visione

 

Mi chiedo ogni giorno di più a cosa e a chi serva la pubblicità che ci viene proposta, sempre più in maniera esagerata e spesso insensata, su tutti i network. Rasenta il 50% sui programmi. Per esperienza diretta, verifico che nessuno la guarda. In effetti chi sta seguendo un programma cambia canale nel momento in cui gli viene propinata. L’evidenza della somministrazione forzata, e della sua inutilità, si può verificare dal fatto ​che in comune accordo venga proposta, nel medesimo periodo, in più canali. Non ci dovrebbe essere un controllo oltre che sulla qualità anche sulla quantità?

Giuseppe Canevese

 

Gentile Giuseppe, è proprio il caso di dire che la pubblicità è l’anima del commercio. E della stessa sopravvivenza della televisione italiana, Rai compresa (nonostante ogni anno paghiamo l’odioso balzello del canone). Questo per mettere subito le carte in tavola: un calo della pubblicità in tv ridurrebbe gli investimenti degli editori, causando il taglio di programmi, fiction, spettacoli e della stessa qualità della televisione. Che, rispetto al mercato pubblicitario italiano, è un grande e vorace colosso che si mangia tutto. Basti pensare che secondo l’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2018, su 8,2 miliardi di euro di pubblicità (+4% rispetto al 2017), la tv se ne accaparra il 47%, di cui il 48,4% va alla Rai, il 34% a Mediaset e il resto a Discovery Italia (4,4%), La7 (2,4%) e Sky (1,7%). La discussione sull’imposizione di alcuni tetti agli introiti pubblicitari va avanti da svariati governi, ma risulta difficile politicamente ridistribuire la pubblicità tra tv e carta stampata. Il problema lo ha sempre sintetizzato Silvio Berlusconi: “I tetti al mercato pubblicitario farebbero chiudere Mediaset il giorno dopo”. Il punto, quindi, non è la troppa pubblicità che gli spettatori sono costretti a subire, ma se le emittenti rispettino la normativa di riferimento (la legge Gasparri) secondo cui gli spot non possono superare il limite del 12% della programmazione oraria per la concessionaria pubblica (vale a dire circa 7 minuti ogni ora) e il 18% per le concessionarie private (circa 11 minuti). Non sottovalutando che da questo conteggio sono escluse televendite e telepromozioni. In attesa che qualcuno si occupi di controllare lo sforamento dei tetti, a vigilare sulla correttezza e la veridicità degli spot pubblicitari ci pensa l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria. Per segnalare i messaggi che si ritengano scorretti basta compilare e trasmettere un modulo sul sito www.iap.it.

Patrizia De Rubertis

Greta venerdì porta in strada un milione di studenti

Greta Thunberg lancia un invito globale a raggiungerla in strada per la protesta in programma venerdì in tutto il mondo. E New York risponde all’appello, confermandosi paladina nella lotta ai cambiamenti climatici. La Grande Mela ha deciso di firmare la giustificazione di assenza per oltre un milione di studenti, che potranno assentarsi da scuola per partecipare alla manifestazione del 20 settembre. Per la precisione, la città ha annunciato che 1,1 milioni di alunni delle scuole pubbliche potranno saltare le lezioni senza penalizzazioni. Una decisione, quella del più grande distretto scolastico degli Usa, che ha favorito gli organizzatori degli eventi – già 800 sono in programma in tutti i 50 Stati – i quali sperano che altri distretti seguano l’esempio.

Greta ha lanciato il suo appello parlando alla George Washington University, nella Capitale statunitense: “Chiedo a tutti voi di partecipare alle proteste globali sul clima del 20 e 27 settembre. E un’ultima cosa… ci vediamo in strada!”.

Kokorin esce di cella e torna a giocare con lo Zenit

Dalla prigione al ritorno allo Zenit San Pietroburgo. Alexander Kokorin, condannato nel maggio scorso insieme a un altro calciatore, Pavel Mamaev, a più di un anno di carcere per rissa, è stato rilasciato ieri “per buona condotta”. La decisione è stata presa a inizio settembre da un tribunale russo, che ha tenuto conto “del comportamento tenuto durante la detenzione”. Durante il periodo in carcere Kokorin e Mamaev hanno partecipato a diversi tornei di calcio con i detenuti. Lo Zenit San Pietroburgo ha annunciato di aver firmato un contratto con l’attaccante (nazionale schierato anche agli Europei in Francia) fino al termine della stagione. All’uscita del carcere i due calciatori, vestiti con un maglione e con un cappuccio nero a coprire la testa, sono entrati in un’automobile che li attendeva, senza rispondere alle domande dei giornalisti.

Brexit e chiusura di Westminster, l’ultima parola alla Corte Suprema

La Corte Suprema si è riunita ieri e rimarrà in seduta almeno fino a domani – la data della sentenza non è stata annunciata – per discutere i ricorsi contro la chiusura della Camera dei Comuni voluta dal premier Boris Johnson. Decisione contestata perché vista come un modo per evitare che il Parlamento si opponga alla sua Brexit senza accordo con l’Unione europea. La decisione sarà inappellabile. Gli undici giuristi sono coordinati dalla presidente lady Brenda Hale. Il loro compito è discutere due pronunce opposte: quella dell’Alta Corte di Londra, che ha respinto un ricorso di attivisti pro Remain guidati dall’imprenditrice Gina Miller, dichiarandosi incompetente a sindacare per via giudiziaria l’uso della sospensione dei lavori parlamentari (prorogation); e quello dell’Alta Corte di Scozia che al contrario ha stabilito che la mossa del governo Tory è stata illegale e ha accusato Johnson di aver abusato del suo potere. Il primo ministro è in bilico perché la Corte potrebbe ordinare la riapertura di Westminster e Johnson dovrebbe far fronte al fuoco di fila delle opposizioni che hanno già votato una legge contro il no deal. Intanto il premier continua a ripetere che la Brexit avverrà il 31 ottobre senza altri rinvii, ma non si capisce quali siano le sue carte visto che da Bruxelles sollecitano piani alternativi che lui non presenta.

Il solitario tradisce Sánchez: Madrid tornerà alle urne

Quattro elezioni in quattro anni e non una all’anno. In quello in corso, anzi, ben due. Dopo le votazioni del 28 aprile, gli spagnoli si avviano di nuovo alle urne il 10 novembre. Motivo? Dalle precedenti – vinte dai socialisti di Pedro Sánchez con una maggioranza risicata del 28,7% – non è uscito un governo. A niente sono valsi cinque mesi di lunghe ed estenuanti trattative. Dopo l’ultimo giro di consultazioni, ieri sera il re Felipe VI si è arreso all’evidenza: “Nessun candidato ha l’appoggio necessario per ricevere la fiducia del Congresso”. A meno di colpi di scena – tra i quali un ripensamento del premier incaricato Sánchez di accettare l’offerta in extremis del leader di Ciudadanos, Albert Rivera – lunedì 23 con un decreto il re dovrà sciogliere le Corti. “Ci ho provato in tutti i modi a trovare la quadra dell’aritmetica parlamentare e ottenere l’appoggio di cui avevo bisogno per formare il governo, ma me l’hanno reso impossibile”

Il fallimento dei negoziati era nell’aria da giorni, indizio ultimo ne è stata la lettera, pubblicata dal quotidiano El Mundo, con cui l’amministratrice delegata della televisione pubblica, Rtve, Rosa María Mateo, invitava i leader dei partiti a scegliere la data per il dibattito in vista delle elezioni del 10 novembre. Eppure è stata “una lunga soap opera”, per definizione del commentatore di El Pais Teodoro Leon Gross, o meglio “lo sarebbe stata se non si fosse tramutata in tragedia” e di questa ieri è andato in onda un ultimo atto con colpo di scena. Quello di Rivera, appunto, che dopo mesi di opposizione alla “banda di Sánchez … l’uomo che ha dato a Torra (presidente della Generalitat catalana e leader separatista) le chiavi della Spagna”, ha offerto al premier un “patto di Stato” con tre condizioni, guidato evidentemente dalla disperazione di non aver ricevuto un invito a formare il governo, ma solo tanti appelli ad astenersi dal votare ‘no’ all’investitura. Alla corrispondenza di amorosi sensi Sánchez ha risposto con un secco “grazie, ma è un invito tardivo”, a cui è seguito prima un “è una presa in giro” e poi un “noi siamo qui 24 ore su 24” da parte di Rivera.

Dal canto suo, il leader del Psoe, accusato da molti di “pedrismo” – personalismo – aveva messo sull’avviso il Paese e i suoi fin dalla sera della vittoria, quando, nella sede socialista con tanto di gigantografia sullo sfondo e la folla urlante “con Rivera no!” lanciò la sua sfida di un governo in solitaria seppur aperto al dialogo. Imperativo morale rispettato per cinque mesi di trattative con il leader di Podemos, Pablo Iglesias, dal quale voleva solo un appoggio esterno – salvo l’occasione in cui per escludere lui dai negoziati parlò anche di qualche ministero per alcuni dei suoi – per “un programma riformista”. Sánchez ha giocato con il tempo, sicuro che sul filo di lana della scadenza per l’investitura, qualcuno avrebbe ceduto. Se non Iglesias, Rivera, il favorito dell’Ibex 35, cioè della grande industria spagnola, la stessa che del “codino” di Podemos, erede degli Indignados del 15M al governo non vuole neanche sentire parlare. Il grande escluso dalla trattativa è stato l’altro Pablo, Casado, leader dei Popolari uscito con i voti dimezzati dal 28 aprile, il quale ieri sera accusava Sánchez di non averci mai provato veramente a stringere un patto.

A proposito di numeri, è nei sondaggi che si annida il dramma dell’ingovernabilità. Come già nel 2016 quando dalla ripetizione elettorale uscì il governo Popolare di Mariano Rajoy già chiaro alla prima tornata del 2015, il risultato autunnale, secondo i sondaggi, non sarebbe molto diverso da quello primaverile. Il Psoe di Sánchez guadagnerebbe solo 3 punti, arrivando al 32% traducibili in 139 scanni, lontani ancora dalla maggioranza dei 175 necessari. Un déjà vu che gli elettori spagnoli difficilmente non puniranno alle urne.

Il generale Gantz assedia re Bibi

Un sostanziale testa a testa. Nessuno dei due grandi partiti – né la destra del Likud né i centristi di Kahol Lavan (Blu e Bianco) – sembrerebbe in grado di formare una coalizione di governo con una maggioranza di 61 seggi, certamente non la destra di Benjamin Netanyahu. Chiamati per la seconda volta al voto in meno di cinque mesi gli israeliani non hanno dato “una delega in bianco” che Bibi desiderava. Il partito del premier uscente e quello dell’ex generale Benny Gantz sono a quota 32-33 seggi, a secondo della rete tv che diffonde gli exit poll. Ma, stando sempre agli exit poll, l’alleanza di Destra messa in piedi da Bibi – imbarcando l’ultradestra dei coloni, i tre partiti religiosi e anche la destra xenofoba che non preso nessun seggio – si ferma a quota 56 seggi, assai distante da quota 61, la maggioranza minima per sperare di avere l’incarico dal presidente Reuven Rivlin.

Diverso il dilemma che potrebbe avere Benny Gantz e i generali della sua lista. L’alleanza di centro-sinistra con il Labour e la formazione dell’ex premier Ehud Barak si ferma a quota 44 e senza un accordo di compromesso con il nazionalista Avigdor Lieberman – che avrebbe spuntato 10 seggi – e con i partiti arabi riuniti nella United Arab List ( 13 seggi) non riuscirebbe a superare la fatidica quota 61. Avigdor Lieberman – leader dei nazionalisti di Ysrael Beitenu, ex alleato di Netanyahu e ora suo nemico – diventa l’ago che può far pendere la bilancia. A meno di una unità nazionale fra Likud e Kahol Lavan, ma in questo caso Netanyahu dovrebbe rapidamente uscire di scena, cosa che al momento non sembra probabile.

Non c’è dubbio che il premier uscente Benjamin Netanyahu sperava in risultato diverso, più netto che potesse metterlo al sicuro dai molti guai politici e giudiziari che lo inseguono. Per tutta la giornata di ieri ha violato ogni norma elettorale continuando con messaggi via Facebook – che ha sospeso il suo account – rilasciando interviste, comizi volanti nelle spiagge. La “magia” a King Bibi stavolta non sembra del tutto riuscita, il suo centrodestra non è in grado di formare una maggioranza. Eppure mai come stavolta Netanyahu ha condotto la sua campagna in maniera spregiudicata. Ha mentito, diffamato, presentato prove discutibili. Ha infranto tutte le regole, ignorato tutte le convenzioni, non ha fatto prigionieri ma non ha potuto lasciare altro che terra bruciata sulla sua scia.

In questo processo, Netanyahu si è avvicinato all’estrema destra xenofoba, impegnando Israele in un’ampia annessione di parti significative della Cisgiordania. Ha scollegato Israele dalla soluzione dei “Due Stati” – che è attualmente su un binario morto – e messo lo Stato ebraico sulla strada dell’apartheid o di uno stato bi-nazionale. Data la scelta e i compagni di viaggio di queste elezioni, Netanyahu avrebbe scelto l’apartheid, così come molti dei suoi fan.

Il suo continuo assalto alla democrazia e allo stato di diritto non è piaciuto a molti elettori del Likud, legati a quella destra liberale rispettosa del modello democratico. Netanyahu ha umiliato il procuratore generale, ha intimidito il presidente del comitato elettorale e, soprattutto, ha messo in dubbio il processo elettorale stesso. Sebbene non l’abbia mai spiegato, la somma delle sue paure e rimostranze ha fornito una visione del modo in cui la democrazia israeliana poteva appassire e morire, aprendo la strada al governo autoritario di “un solo uomo al comando”. Il senso di autostima di Netanyahu si è gonfiato verso la megalomania virtuale: quando si vantava nella campagna elettorale che “solo lui” poteva salvare Israele dalle minacce che deve affrontare – incluso l’ultimo accordo di pace di Donald Trump – Netanyahu lo intendeva davvero. In preda al panico per l’incriminazione che lo attende alla prima udienza del processo per le accuse di falso e corruzione all’inizio di ottobre, la sua paranoia di lunga data, è entrata ora in una fase acuta.

È forse presto per dire che queste elezioni potrebbero benissimo segnare una svolta nella storia di Israele, del sionismo e degli ebrei. Può sembrare melodrammatico, ma in realtà non lo è. Il cosiddetto ‘referendum’ su Netanyahu non è solo una questione di preferenze personali. È un referendum sugli stessi valori che sono serviti da fondamento del moderno Stato ebraico. È un referendum sull’anima stessa di Israele.

La Corte dei Conti: Formigoni & C. devono risarcire 47,5 milioni

Dopo quelli penali,che lo avevano condannato a 5 anni e 10 mesi per corruzione (da luglio è ai domiciliari), anche i giudicidella Corte dei Conti della Lombardia danno un grosso dispiacere a Roberto Formigoni: i magistrati contabili, infatti, hanno stabilito che l’ex presidente della Regione Lombardia, insieme agli ex vertici della Fondazione Maugeri, Umberto Maugeri e Costantino Passerino, alla Fondazione stessa, all’uomo d’affari Pierangelo Daccò e all’ex assessore Antonio Simone debbano risarcire alla Regione un danno erariale di quasi 47,5 milioni di euro per i fondi generosamente erogati proprio alla Fondazione Maugeri. I giudici hanno “parzialmente accolto” la richiesta della Procura della Corte dei Conti (che era di riconoscere un danno di 60 milioni) confermando però sostanzialmente l’impianto accusatorio. I sequestri già effettuati diventano quindi pignoramenti: 5 milioni di euro, compresi vitalizi e pensione, per Formigoni; 4 milioni per Umberto Maugeri e per l’ex direttore finanziario Costantino Passerino e di 10 milioni a testa per Daccò e Simone.

Sciopero autoscuole, oggi a rischio il 50% degli esami di guida

Serrata delle autoscuole contro l’introduzione dell’Iva al 22% per le patenti. Oggi restano, quindi, chiuse le 3500 agenzie aderenti a Unasca e Confarca (vale a dire la metà del totale presente in Italia) e, di conseguenza, salteranno il 50% degli esami di guida previsti e le lezioni di scuola guida. Le autoscuole si battono contro la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate del 2 settembre scorso che, recependo la sentenza della Corte di giustizia europea del 14 marzo 2019, ha negato che l’insegnamento delle autoscuole abbia gli stessi requisiti di scuole o università e che, perciò, debba essere sottoposto all’imponibilità Iva, chiedendo però un’integrazione delle dichiarazioni dei redditi sulle ultime cinque annualità fiscali aperte. L’esenzione Iva era in vigore dal 1972. Due gli effetti della risoluzione. Una difficile, se non impossibile: l’azione di recupero dell’aliquota Iva sugli ex allievi che hanno pagato quanto pattuito secondo i listini degli anni scorsi quando vigeva per legge l’esenzione. In secondo luogo le conseguenze sulla sicurezza stradale con il calo drastico delle ore di guida degli allievi nel rapporto tra budget previsto e aumento delle tariffe delle autoscuole.