Strage bus, procura di Avellino: “L’ex ad deve essere condannato”

La mancata manutenzione della barriera dai tirafondi marci, che per incuria e corrosione non resse all’impatto del pulmino dai freni guasti e fu la concausa dei 40 morti del viadotto di Acqualonga lungo la Napoli-Canosa nel luglio 2013, è il frutto di “una chiara e inequivoca scelta operativa con una contestuale assunzione di responsabilità” dell’allora amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci. Lo scrive la Procura di Avellino guidata da Rosario Cantelmo in uno dei passaggi del ricorso di circa 30 pagine che impugna l’assoluzione di Castellucci e di altri sette imputati.

L’ex ad, secondo i pm, dovrebbe accollarsi le conseguenze penali dell’approvazione della delibera del Cda datata 18 dicembre 2008, che aveva a oggetto “il piano pluriennale di riqualifica del bordo laterale” e stanziava 140 milioni di euro. In quel documento fu stabilito che non esisteva l’obbligo di sostituire le barriere di seconda generazione, come i new jersey montati sul viadotto irpino.

Il cinismo dei padroni per salvare la baracca e fingersi “sotto choc”

Il 6 settembre 2018, tre settimane dopo il crollo del ponte Morandi e un mese e mezzo prima di morire, Gilberto Benetton disse al Corriere della Sera la frase che oggi aiuta a capire il senso del tardivo siluramento di Giovanni Castellucci dal vertice di Atlantia: “Se nel caso di Autostrade sono stati commessi degli errori, quando si sarà accertato compiutamente l’accaduto verranno prese le decisioni che sarà giusto prendere”.

Esattamente un anno dopo – orfana di Gilberto, lo stratega della finanza fuori dai maglioni – la famiglia di Ponzano Veneto parla attraverso Luciano, il più anziano e famoso dei quattro fratelli fondatori: “È una settimana che siamo sotto choc per quello che appare dai comunicati della giustizia”. Il cerchio si è chiuso, le decisioni sono state prese. I Benetton rimettono il loro destino nelle mani di Gianni Mion, tutore finanziario da oltre 30 anni e fanno fuori Giovanni Castellucci, l’uomo che per 15 anni li ha letteralmente coperti d’oro spremendo profitti dalla concessionaria autostradale, anche a spese della manutenzione.

Un siluramento tardivo eppure ingeneroso, come è facile capire ripercorrendo la cavalcata del 60enne manager di Senigallia. Se la decisione è suggerita – come fa capire Luciano Benetton – dagli sviluppi delle inchieste giudiziarie di Genova e Avellino sulla manutenzione di viadotti e guardrail, siamo nel campo del puro cinismo, quello su cui Castellucci ha sempre dato il peggio di sé e quindi si potrà dire andreottianamente che se l’è cercata. Era direttore generale, e già con la fama di duro, quando nel 2006 fu proprio Mion a sceglierlo come successore di Vito Gamberale, il primo amministratore delegato delle Autostrade privatizzate. Il manager molisano aveva cromosomi da manager pubblico e cercava la qualità del servizio. Per i cosiddetti ‘boiardi’ il profitto era l’ultimo dei pensieri. Per i Benetton il primo: il boom industriale del Nord-est, di cui sono stati pionieri, è fondato sulla conta serale degli schei accumulati giorno per giorno.

Castellucci è stato la più grande fabbrica di schei della Seconda repubblica. Possiede i brevetti per ‘catturare’ tutti i partiti, i ministri e i burocrati delle Infrastrutture. Nel 2008 riesce a rinegoziare a suo esclusivo vantaggio la concessione ripagando Silvio Berlusconi con la partecipazione al salvataggio di Alitalia, lo stesso scambio perverso oggi proposto per sanare la ferita del Morandi. In meno di dieci anni porta il pedaggio medio sui 2.850 chilometri di Autostrade per l’Italia (Aspi) da 6,4 a 8,3 centesimi al chilometro. Nei primi otto anni della nuova convenzione c’è la crisi e il traffico crolla, ma i pedaggi superano del 20% le previsioni (secretate) della convenzione, e Aspi ottiene un utile netto medio di 800 milioni di euro all’anno, il 23% dei pedaggi incassati. Una redditività senza uguali: Google, il gigante del capitalismo digitale, non arriva al 20%.

I Benetton adesso vogliono convincere il premier Giuseppe Conte e gli altri 60 milioni di italiani di non essersi mai chiesti come facesse Castellucci a guadagnare con i pedaggi più di Google. Strano. Il cinismo dell’uomo è noto in tutto il mondo. Nel novembre scorso, Linda Tyler Cagni, manager di caratura internazionale, si è dimessa dal cda di Atlantia per protestare contro la bocciatura di una sua proposta. Come presidente del comitato remunerazioni aveva chiesto a Castellucci un piccolo atto di contrizione dopo il crollo del Morandi, la rinuncia a un bonus da 100 mila euro appena maturato. Per il manager era solo una piccola mancia in confronto ai 5 milioni di stipendio annuo, eppure ha sfoderato un parere legale secondo cui il premio era un diritto acquisito e intangibile. La manager inorridita ha fatto notare che oltre ai codici c’è l’etica. E si è dimessa. I Benetton non hanno fiatato. E non hanno neppure alzato un sopracciglio quando Castellucci ha chiuso il 2018 incassando, oltre a 1,3 milioni di stipendio (100 mila al mese più la tredicesima, per spiegarlo ai poveri disorientati oltre i 4 zeri), un premio di risultato di 3,72 milioni, pari a oltre 10 mila euro al giorno per ogni giorno dell’anno, compreso il 14 agosto, in cui l’azienda ha raccolto il risultato più importante dell’anno: 43 morti.

Adesso che le inchieste di Genova e Avellino cominciano a mettere in luce le gravi responsabilità morali, se non penali, del numero uno e quindi delle aziende (Aspi e la holding Atlantia), i Benetton si liberano precipitosamente del manager sputtanato proprio per salvare la fabbrica degli schei. E non a caso, anziché nominare la prima persona perbene che passa, rimettono in pista Mion, il più fidato tra i manager in grado di muoversi tra i ricatti e le trattative indicibili dei palazzi romani. La parola d’ordine è salvare la concessione, salvando l’Alitalia e salvando la faccia del governo: Castellucci doveva saltare per forza. Uno spettacolo di fronte al quale il cinismo del manager marchigiano, che oggi gli costa la poltrona, impallidisce.

La “second opinion” sui controlli di Spea. Così Aspi archivia le verifiche fatte in casa

Forse per dare un tono a un’operazione che non avrebbero mai avviato in condizioni normali, hanno scomodato l’inglese e la chiamano second opinion. Si tratta di questo: per le ispezioni di ponti e viadotti sui tremila chilometri della sua rete, la società Autostrade dei Benetton abbandona obtorto collo il vecchio sistema tutto casalingo usato per anni e si affida a soggetti terzi. Alle discutibili e in qualche caso – come svelano le inchieste – truffaldine verifiche finora eseguite dalla fidata Spea, società di ingegneria appartenente allo stesso gruppo, Autostrade aggiunge e sovrappone i controlli di aziende private. Le quali si fanno ovviamente pagare un occhio della testa, ma almeno sono in grado di condurre verifiche meno spannometriche di quelle solite e di esprimere valutazioni meno addomesticate. Per il sistema Benetton è allo stesso tempo una clamorosa sconfitta e una rivoluzione dopo il crollo del ponte di Genova.

Una sconfitta perché per anni Autostrade aveva difeso a spada tratta l’idea illogica di fare tutto in casa, perfino i controlli, facendo finta di credere che fossero il non plus ultra per la sicurezza e favorendo di fatto un metodo che incentivava perfino la truffa, così come emerge dalle inchieste in corso. Ma anche una rivoluzione perché probabilmente le ispezioni di tipo nuovo saranno più affidabili a vantaggio della tranquillità di chi viaggia. Di fatto l’operazione second opinion conferma implicitamente i dubbi sulla qualità delle infrastrutture autostradali che da anni circolano tra i tecnici indipendenti del settore e diventati di pubblico dominio dopo la strage di Genova.

A distanza di più di un anno da quel crollo, la verità è che nessuno ancora sa dire con certezza in che stato versano davvero ponti e viadotti delle strade e autostrade italiane, soprattutto quelli della rete Benetton. E lo Stato proprietario di quelle infrastrutture non sa quanta vita residua esse hanno e quindi quanto valgono. Conferma Nicola Troccoli, progettista della Pedemontana veneta, uno dei pochi tecnici del ramo disposti a parlare fuori dal coro: “Il piano di ispezioni avviato quando ancora non erano state rimosse le macerie del ponte di Genova vale poco o nulla, purtroppo. Per due motivi: quasi ovunque gli ispettori si sono limitati a riempire un modulo dopo una mera indagine visiva, proprio come facevano un tempo i cantonieri. A meno che gli stessi ispettori non avessero occhi da super eroi, i loro controlli lasciano il tempo che trovano. Il secondo motivo è che il modulo redatto sul posto è stato poi girato agli uffici che spesso l’hanno riscritto più preoccupati di compiacere i capi che di tutelare la sicurezza. È stata una vera e propria follia”.

Le aziende private a cui Autostrade ha affidato il compito di ispezionare ponti e viadotti dovranno faticare parecchio per riportare un po’ di trasparenza, perché la mole di lavoro è enorme e poi perché il sistema Benetton dei controlli fatti in casa ha desertificato le competenze nel settore. Al punto che alcune società chiamate da Autostrade stanno chiedendo sostegno a grandi aziende di Paesi europei, dove le ispezioni terze sono da sempre una prassi normale.

Castellucci ricoperto d’oro: oltre 13 milioni per lasciare

Scaricato dai Benetton, Giovanni Castellucci si è dimesso ieri. Prima di andarsene, il padre padrone delle Autostrade per oltre 15 anni ha ottenuto una buonuscita stellare, solo la parte “visibile” supera i 13 milioni di euro, più dei 9,5 concessi a Mauro Moretti, condannato per la strage di Viareggio, quando lasciò Finmeccanica. Ma la cifra finale potrà salire non poco.

Un epilogo scontato da quando venerdì scorso Altantia, la holding controllata dai Benetton che possiede Autostrade, aveva annunciato di “riservarsi ogni ulteriore azione”. La posizione del manager, già nell’occhio del ciclone da un anno dopo il crollo del Ponte Morandi di Genova che ha causato 43 morti (per cui è indagato), è diventata insostenibile agli occhi della famiglia di Ponzano Veneto dopo l’inchiesta genovese sui falsi report emessi da tecnici e dirigenti su alcuni viadotti e quella della procura di Avellino sulla mancata messa in sicurezza delle barriere dei viadotti su tutta la rete autostradale dopo la strage del bus precipitato a luglio 2013 dal viadotto “Acqualonga”.

Lunedì, Edizione, la holding con cui la famiglia controlla l’impero messo in piedi da Castellucci ha deciso di sacrificare il manager per dare un segnale di discontinuità. Ieri il cda di Atlantia, dopo 5 ore in cui Castellucci ha difeso il suo operato, ha accettato le sue dimissioni con un accordo “consensuale”. Il manager marchigiano, che aveva lasciato Autostrade a gennaio dopo la tragedia del Morandi, lascerà la carica di ad e direttore generale di Atlantia e “ogni altra carica nel gruppo”, come quella nel cda di Abertis, il colosso spagnolo delle autostrade di cui il gruppo ha acquistato la maggioranza nel 2018 con un’operazione congiunta con l’Acs di Florentino Perez.

La società ha ringraziato il lavoro svolto da Castellucci in 18 anni di servizio (arrivò in Autostrade nel 2001, diventandone capo nel 2006) che ha “trasformato il gruppo in un leader globale”. Per chiudere la partita gli ha concesso oltre 13 milioni di buonuscita a “titolo di incentivo” – che sarà pagata in 4 rate entro il 2022 – oltre al trattamento di fine rapporto (tfr), che potrebbe portare la cifra finale vicina ai 15 milioni. Il manager conserverà poi il piano di incentivazione “stock grant 2017”, 24 mila azioni di Atlantia a titolo gratuito che alla data di assegnazione valevano 579 mila euro (ai prezzi di Borsa di ieri 518 mila) che potrà ottenere dopo il 2020. Ci sono poi le stock option per acquistare 390 mila azioni a un prezzo di 23,58 euro (esercitabile dal 2020 al 2023). A queste si aggiunge il “piano di incentivazione 2017” deciso dal cda per la chiusura dell’operazione Abertis e assegnato, tra gli altri, anche a Castellucci a ottobre 2018 (due mesi dopo il Morandi): 2,3 milioni di azioni acquistabili tra il 2021 e il 2024 a un prezzo di 22,4 euro. Se per quelle date il titolo avrà superato quei valori, il manager – che oggi possiede ancora 340 mila azioni di Atlantia – avrà l’interesse ad acquistare i titoli per poi rivenderli ottenendo una plusvalenza.

Nell’accordo non c’è solo l’incentivo monetario. Atlantia ha garantito a Castellucci anche una sorta di manleva per eventuali cause civili e la copertura delle spese legali per futuri procedimenti: “Per qualsiasi giudizio civile, penale o amministrativo che dovesse coinvolgere l’ing. Castellucci – recita il comunicato diffuso ieri – anche dopo la cessazione dei rapporti, in relazione all’attività resa in esecuzione dei medesimi ogni onere relativo, anche per indennizzi e risarcimenti, ed anche per spese legali e peritali, sarà a carico della Società, salvo dovessero emergere condotte dolose comprovate ed accertate”.

Castellucci lascia un’eredità pesante. La seconda linea della famiglia, su input di Luciano Benetton (Gilberto, l’artefice dell’espansione finanziaria, e Carlo sono morti nel 2018) si è ricompattata sulla decisione di silurare il manager ma al momento le sue deleghe sono state affidate “in via temporanea” a un comitato composto dal presidente Fabio Cerchiai (anche lui dimessosi da Aspi dopo il Morandi) e dai consiglieri Carlo Bertazzo, Anna Chiara Invernizzi, Gioia Ghezzi e Carlo Malacarne, che ha subito nominato direttore generale Giancarlo Guenzi, fino a ieri responsabile finanziario del gruppo.

L’ipotesi che venisse cooptato il presidente di Edizione, Gianni Mion per ora non si è verificata. Ma è nelle sue mani che i Benetton si sono rimessi. Il manager veneto, per trent’anni plenipotenziario delle attività non tessili della famiglia, se n’era andato nel 2013 per dissidi proprio con Castellucci, che aveva portato alla guida di Autostrade nel 2006.

Migranti, in poche ore soccorse 200 persone, 109 sulla Viking

Nuovi salvataggi in mare tra l’Africa e la Sicilia, dove in un solo giorno sono state soccorse 200 persone. La Guardia costiera italiana ha salvato 90 migranti che rischiavano di annegare in acque maltesi, denunciando in un primo tempo il rifiuto di intervenire da parte di Malta. In serata però lo stallo si è sbloccato e una motovedetta maltese si è avvicinata alle due imbarcazioni della Guardia costiera con l’intenzione di prendere a bordo le persone salvate. Matteo Salvini attacca: “Qualcuno si starà fregando le mani perché torna a contare i soldoni del business dell’immigrazione clandestina. Solo a settembre sono sbarcati quasi mille immigrati in Italia, più che nei primi 5 mesi dell’anno con la mia politica dei porti chiusi”. Nelle stesse ore la nave Ocean Viking ha soccorso 109 persone, in due distinte operazioni di salvataggio: 48 persone che si trovavano a bordo di una barca di legno a 53 miglia dalle coste libiche, e 61 poco dopo da un gommone che stava affondando. Mentre i corpi di 8 migranti sono stati recuperati al largo di Sfax dalle autorità tunisine, secondo Alarm Phone, che cita “fonti tunisine”, specificando che “si temono altri morti. Pescatori locali e la Guardia costiera proseguono le ricerche”.

Il M5S si astiene su Lagarde Il giorno di Macron a Roma

Via libera a Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, ma non a Christine Lagarde alla testa della Bce. È quanto ha deciso ieri il M5S a Strasburgo decidendo di astenersi sul voto che il Parlamento europeo era tenuto a dare alla candidata del Consiglio europeo al posto che sarà ricoperto fino al 31 ottobre da Mario Draghi.

Il parlamentare 5Stelle Ignazio Corrao la giustifica così: “Per rispetto ai popoli affamati dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale da lei diretto”. E certamente la spiegazione ha molto a che fare con la storia del Movimento 5 Stelle.

Lagarde è associata alla Troika che ha operato nel modo che sappiamo in Grecia (e che, ad esempio, il film di Costa Gavras, Adulti nella stanza, tratto dal libro dell’ex ministro delle Finanze greco, Yannis Varoufakis ricostruisce in modo esemplare).

Ma Lagarde è stata nominata dal Consiglio europeo in un pacchetto comune, frutto di un accordo unitario che comprende anche la Von der Leyen nonché il presidente del Consiglio Charles Michel e il rappresentante della Politica estera, Josep Borrell.

Quel pacchetto è stato concordato da Angela Merkel e Emmanuel Macron, di cui Lagarde è la candidata, anche con il governo italiano, quindi anche con Giuseppe Conte. E oggi Macron sarà a Roma, dopo lo strappo sui “gilet gialli”, per ricucire con il governo italiano. Vedrà innanzitutto Sergio Mattarella, ricambiando la visita che questi fece in Francia e a sera cenerà con Conte. Si normalizzeranno i rapporti e soprattutto si parlerà di accordo per la ripartizione dei migranti. Ma chissà che il presidente francese non chieda chiarimenti sul voto parlamentare che, comunque, non guasterà il nuovo clima di collaborazione.

La demarcazione su Lagarde, del resto, non va letta certamente come una presa di distanza dal presidente del Consiglio – se c’è un gruppo parlamentare davvero in sintonia con Conte è quello europeo – ma che fa parte di un atteggiamento politico che mira a recuperare autonomia, rapporto con gli elettori e anche un margine di flessibilità per gestire i rapporti all’interno del Parlamento europeo.

Ieri è stata, ad esempio, un’altra giornata di discussioni sull’eventualità che il M5S entri a far parte del gruppo dei Verdi che al momento si tiene fuori dalla “maggioranza” che sostiene la nuova Commissione, mentre i 5Stelle, di fatto, ne fanno parte. Solo che nel ginepraio europarlamentare si è verificato il paradosso dei Verdi europei che hanno votato a favore dell’ex direttrice del Fmi proprio mentre i 5Stelle si astenevano.

Anche quella una mossa che serve a dialogare, aprire varchi e parlarsi. Il presidente dei Verdi, Philippe Lambert, infatti, ha tenuto una conferenza stampa per denunciare le troppe aperture a destra di Ursula von der Leyen, in particolare sul contestato nome attribuito al Commissario per l’immigrazione – quel “Protezione del nostro stile europeo di vita” che ha provocato l’irritazione anche di Jean-Claude Juncker. Ma, in realtà, è stato un modo per attirare l’attenzione sulla possibilità di un dialogo proprio con i Verdi, specialmente se alcune delle promesse fatte nel luglio scorso fossero ribadite quando i singoli commissari si sottoporranno al vaglio del Parlamento europeo e quando i voti non saranno così sicuri.

In ogni caso, il M5S ha fatto richiesta per aderire al gruppo e Lambert ha assicurato che “i colloqui sono partiti”, ma che non tutti i requisiti sono ancora soddisfatti: “Vedo che Luigi Di Maio rivendica le scandalose leggi sull’immigrazione fatte con lo scorso governo”. E l’immigrazione, quindi, potrebbe essere lo scoglio principale per questo avvicinamento così come l’atteggiamento complessivo nei confronti della Commissione.

Il telefono magico della Casellati

La presidentedel Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, non ha solo il nome più lungo tra quelli della politica, ma anche poteri magici emersi ieri da un bizzarro comunicato dei grillini di Palazzo Madama. Questa la parte interessante: “In ufficio di presidenza al Senato Casellati si è offerta di fare una telefonata informale alla Consulta per chiedere più tempo all’aula prima della pronuncia” sul fine vita. Per capire la straordinarietà dei poteri informali della presidente va ripercorsa la vicenda: a ottobre del 2018 la Corte costituzionale – interrogata sul reato di aiuto al suicidio contestato a Marco Cappato che, per la vicenda di Dj Fabo, rischia da 5 a 12 anni di galera – aveva rilevato un “vuoto normativo costituzionalmente illegittimo” e dato tempo al legislatore, che sarebbe il Parlamento, di porre rimedio entro il 24 settembre, termine oltre il quale arriverà la presa di posizione dei giudici delle leggi. Poi si sa come vanno le cose: il tempo è passato, il legislatore s’è distratto e adesso si ricorda con una pacca sulla fronte “già, la Consulta!”. E qui arriva il superpotere di Casellati, che ritiene – e lo dice in pubblico – di poter rinviare la sentenza con una “telefonata informale” (ma forse basta un messaggino con le emoticon). Forse la Corte o la presidente dovrebbero smentire: così, anche solo per far finta che sia una cosa impossibile.

In Toscana il M5S tifa per le grandi opere dem

Diceva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova”. E il terzo indizio, in questo caso un segnale politico forte e chiaro, è arrivato nella serata di lunedì a Firenze durante il primo consiglio comunale dell’anno.

Il sindaco renziano Dario Nardella deve presentare all’aula il programma di mandato dopo la rielezione a furor di popolo del maggio scorso e quando è il momento di votare gli ordini del giorno, arriva la sorpresa: il M5S, opposizione in consiglio comunale, vota con il Pd un atto a favore della candidatura di Firenze e Bologna alle Olimpiadi del 2032 e poi un altro in cui si chiede “il completamento dell’Alta velocità” e della “nuova stazione Belfiore”. Ergo: il Tav di Firenze.

Due grandi opere storicamente osteggiate dai 5 Stelle ma che adesso, con il governo giallorosé all’opera da pochi giorni, potrebbero diventare l’aggancio per quella alleanza sui territori in vista delle regionali del maggio 2020. Il primo segnale era arrivato una settimana fa quando il gruppo M5S in consiglio regionale si era astenuto su una mozione presentata dal Pd e volta a rilanciare le due infrastrutture su cui si gioca lo sviluppo di Firenze: l’ampliamento dell’aeroporto di Peretola voluto da Matteo Renzi e Marco Carrai e lo stesso nodo ferroviario dell’alta velocità che dovrebbe permettere alle frecce di sottoattraversare la città lasciando i binari liberi per regionali e intercity alla stazione di Santa Maria Novella.

Poi, nei giorni scorsi, il governo Conte II ha deciso di cambiare rotta sull’aeroporto di Peretola anche grazie al dietrofront dei 5 Stelle. A inizio agosto, infatti, i ministri pentastellati Alberto Bonisoli (Cultura) e Sergio Costa (Ambiente) avevano deciso di ritirare il patrocinio al ricorso presentato dall’Avvocatura dello Stato davanti al Consiglio di Stato dopo la bocciatura del Tar della Toscana, che a maggio aveva annullato la Valutazione di Impatto Ambientale (Via) sull’opera. Motivo? “Il ricorso è politicamente inopportuno”, avevano detto in coro i due ministri che rischiavano di prestarsi ad accuse di vicinanza col Pd renziano.

Oggi, con la nuova alleanza Pd-M5S, questa “inopportunità” non esiste più: nei giorni scorsi il successore di Bonisoli al Mibact, Dario Franceschini, ha firmato il ricorso al Consiglio di Stato e, a quanto risulta al Fatto Quotidiano, lo stesso avrebbe fatto il ministero dell’Ambiente ancora guidato da Costa.

La sentenza del Consiglio di Stato è attesa per il 21 novembre prossimo e in quella sede l’Avvocatura si presenterà con il sostegno dei ministeri competenti. E, come detto, martedì sera a Palazzo Vecchio è arrivata la terza apertura ufficiale dei 5 Stelle toscani al Pd su Tav e Olimpiadi: “Così com’è concepito il nodo dell’alta velocità non ci piace – ha provato a smorzare il capogruppo M5S Roberto De Blasi – ma a Firenze c’è un problema di congestionamento di treni che va affrontato e risolto”.

In realtà, non solo i 5 Stelle hanno appoggiato i due ordini del giorno su Tav e Olimpiadi, ma si sono pure astenuti nel primo vero voto politico del secondo mandato di Nardella da sindaco: le linee programmatiche. “Vogliamo sostenere tutte quelle proposte, anche di altre forze politiche, di opposizione o maggioranza, sui temi che riguardano il bene della città – ha concluso De Blasi –. Quando si persegue il bene per la collettività non si seguono accordi programmatici, ma il buonsenso coerente con le nostre linee di principio”. Anche a Firenze l’aria sta cambiando.

Umbria, c’è l’ipotesi del procuratore che indagò Andreotti

Il nome del procuratore generale dell’Umbria fa adesso capolino nell’intesa faticosa che Pd e Cinquestelle stanno chiudendo per reggere l’urto del centrodestra a trazione leghista. Fausto Cardella, già capo della Procura di Terni, con un cursus honorum di tutto rispetto, è l’ultima carta, immaginata dai Cinquestelle, a cascare sul tavolo di un’alleanza che deve trovare un volto per dirsi viva.

Luigi Di Maio ha infatti bocciato il candidato sul quale il Pd aveva puntato all’inizio di una corsa apparsa solitaria e piuttosto disperata: Andrea Fora, uomo delle cooperative bianche, detentore di un consistente pacchetto di voti, amato dalla curia ma inseguito da un rinvio a giudizio che lo rende indigeribile ai grillini.

Da qui l’inizio frenetico di una corsa al nome nuovo – un esperimento, precisa Di Maio, “innovativo” che non è detto sarà replicato in altre regioni – in grado di respingere l’attacco del centrodestra, ora in netto vantaggio e già in partita con il fenomenale traino leghista. Non c’è settimana che Matteo Salvini non faccia capolino in Umbria chiedendo a Donatella Tesei, la candidata a presidente, senatrice e sindaco di Montefalco, di completare il ko: dopo i fortilizi espugnati o solo riconfermati di Terni e Perugia, i due capoluoghi, la preda più ambita: la Regione.

Il centrodestra è avanti nei sondaggi ed è certo che, con Pd e M5S divisi, la partita sarebbe stata vinta a tavolino, ancor prima di iniziare.

Perciò l’evoluzione della crisi di governo nazionale ha provocato anche qui un rilevante effetto collaterale: i due partiti carissimi nemici provano ora a incontrarsi su un nome. Di Maio ha chiesto al re del cachemire Brunello Cucinelli, ma la risposta è stata negativa. “Grazie, no. Aiuterò la coalizione ma non mi candido”. La rinuncia dell’imprenditore ha fatto riprendere la corsa al totonomi. Le attenzioni si sono quindi posate su Stefania Proietti, sindaco di Assisi. Un profilo che è apparso adeguato: donna, ingegnere, senza tessera e sindaco della città di San Francesco. Perfetta per ridurre le distanze, neutralizzare le rispettive crisi di identità, agevolare l’unione.

Dopo poche ore al nome di Proietti si è aggiunto quello di Cardella.

Assai più pesante, politicamente più impegnativo, Cardella è un magistrato assai conosciuto, esperto di mafia. Ha portato a segno alcune significative indagini. A Marsala ha indagato sul suocero di uno dei Salvo, storici esattori siciliani. Con Ilda Boccassini ha lavorato all’inchiesta sugli intrecci mafiosi delle stragi che hanno condotto alla morte di Falcone e Borsellino. In Umbria ha gestito il processo Pecorelli (con Giulio Andreotti imputato), a L’Aquila gli scandali seguiti alla ricostruzione.

Cardella andrà in pensione a marzo prossimo. Il fatto che sia ancora al lavoro, per di più a Perugia, rende più controversa la scelta e plausibile che lo stesso procuratore, dopo Cucinelli, possa rinunciare. Per adesso nessun commento, anche se la stampa locale annuncia una lettera con cui il procuratore dovrebbe smentire la sua corsa alle elezioni.

Vedremo. Bisognerà scegliere comunque, e pure in fretta. Sapendo che l’orizzonte è pieno di nuvole nere.

Abusi sui “chierichetti del Papa”, due rinvii a giudizio in Vaticano

Lo Stato del Vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio rispettivamente di don Gabriele Martinelli, con l’accusa di abusi sessuali che sarebbero avvenuti nel Preseminario San Pio X in anni precedenti il 2012, e di don Enrico Radice, rettore del Preseminario all’epoca dei fatti, con l’accusa di favoreggiamento. Le indagini, ha ricordato la Sala stampa, erano state avviate nel novembre del 2017 “a seguito di notizie divulgate da organi di stampa”. Nonostante i fatti denunciati risalgano ad anni in cui la legge all’epoca in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa, il rinvio è stato possibile in virtù di un apposito provvedimento di papa Bergoglio “che ha rimosso la causa di improcedibilità”. A occuparsi per primi della vicenda dei “chierichetti del Papa” – gli alunni del San Pio X tradizionalmente servono messa nelle celebrazioni in San Pietro – erano stati il giornalista Gianluigi Nuzzi nel suo libro Peccato originale, la trasmissione tv Le Iene e anche Il Fatto Quotidiano. Le inchieste giornalistiche avevano rivelato le testimonianze di ex allievi, anche con lettere inviate al Papa, che riferivano di atti sessuali compiuti nelle stanze dell’Istituto.