La Chiesa se ne infischia dello scisma toscano

La Chiesa accoglie con ostentata indifferenza la scissione di Matteo Renzi. Come se fosse – e d’altronde gli indizi non mancano – un’operazione di palazzo per contare nel palazzo.

Avvenire, il quotidiano dei vescovi, relega la notizia su Renzi in un richiamo in prima pagina al fianco dell’inserto Popotus, l’ippopotamo cronista che racconta le notizie ai bambini. Anche i bambini, peraltro, avevano intuito da tempo la strategia renziana che “scioglie la riserva e dice addio al Pd”, è il titolo di pagina 9. Il direttore Marco Tarquinio non ha sottratto mai Avvenire al dibattito politico e sociale, tant’è che il giornale s’è opposto con forza a Matteo Salvini con commenti e inchieste, soprattutto sul tema dei migranti. L’ex ministro dell’Interno ha tentato – chissà se in maniera involontaria – di dividere la Chiesa, i prelati, i fedeli e addirittura il pontificato di Francesco. Sapete com’è finita.

La reazione del Vaticano al senatore semplice di Firenze va ricercata sull’Osservatore Romano, un servizio di poche righe e una puntuale annotazione, quasi una reprimenda: “A nulla sono valsi gli appelli dei democratici all’ex segretario affinché desistesse dai suoi propositi”. Renzi va al centro e al centro – dove si crede al solito sia adagiato il Vaticano – non ci trova la Chiesa. Perché il centro, a cui s’ispira Renzi, crocevia di scelte e di veti, non esiste più.

Il cruccio del Vaticano non riguarda la collocazione o l’estrazione ideologica di un partito, ma la capacità della Chiesa di parlare ai cittadini, di avere un ruolo (e un peso) in Italia e nel mondo. E dunque Avvenire, con perfetta coerenza, rammenta che tra una settimana ci sarà l’udienza pubblica alla Consulta per il “suicidio assistito”. Il tema è diverso: che sia la protezione dei migranti o le norme sulla vita, chi rappresenta le istanze della Chiesa? Il ribaltone d’agosto di Salvini ha rallentato il progetto dei vescovi italiani, non ostacolato da Francesco (che non vuol dire richiesto), di rientrare in politica con un sostegno esterno a un movimento cattolico, sì centrista, che potesse aggrapparsi a figure autorevoli. Mario Draghi, per esempio. Oggi la Chiesa ripone la sua fiducia in Giuseppe Conte, l’ex ragazzo di Villa Nazareth, prestigiosa residenza universitaria, cattedrale del cattolicesimo democratico dei cardinali Domenico Tardini e Achille Silvestrini, di recente scomparso. Silvestrini e il vescovo Celli, ultimo simbolo di Villa Nazareth, furono invitati al matrimonio di Conte.

Dopo il funerale di Silvestrini, in piena crisi di governo, il presidente del Consiglio ha incontrato Papa Francesco che gli ha donato un rosario con una preghiera sottintesa: il Conte I era sporcato da Salvini e ci ha deluso, che il Conte II sappia dialogare con la Chiesa. Al momento, non c’è spazio per Renzi sulla strada che porta a San Pietro.

Non date retta ai due Mattei: si attaccano per tenersi in vita

Cortesemente, dopo la scissione psichiatrica nel Pd, non date retta alle minacce di Matteo Uno contro Matteo Due (“Passerò i prossimi anni a combattere Salvini”), o agli insulti di Matteo Due contro Matteo Uno (“Da Renzi non mi aspetto dignità né onore”). Sono fatti l’uno per l’altro.

Poiché dubitiamo che entrambi si siano formati sulle teorie di Carl Schmitt (la figura del nemico in politica come esigenza primaria), presumiamo che molto più banalmente la strana coppia avesse impellente bisogno di uno spot, tipo pubblicità comparativa: denigrare il concorrente per meglio promuoversi. I due Mattei si annusavano ammiccanti già dopo le elezioni del 2018 quando l’ex concorrente de La ruota della Fortuna premeva sull’ex comparsa de Il pranzo è servito per indurlo ad accettare senza indugio il governo con i grillini. Cosicché egli più agevolmente potesse sparargli contro (ingozzandosi di popcorn) e certificare così la propria esistenza in vita.

Favore ricambiato il 20 agosto scorso al Senato, mentre il vicepremier leghista annaspava nella pozzanghera da lui stesso provocata (e sotto i colpi di Giuseppe Conte) ecco che il senatore di Scandicci rievocava una qualche insignificante cortesia dell’altro, nel momento in cui quello ad annaspare era lui. Anche se nei panni del debitore, Renzi dovrebbe restarci in eterno poiché senza il dissennato Salvini del Papeete Beach starebbe ancora a casuccia a morire di pizzichi.

Abbastanza scontato poi accomunarli in ragione della hybris, l’arroganza da cui sono afflitti e con la quale ammorbano il Paese. La stessa prosopopea nel sentirsi infallibili, la stessa saccente, ridicola gravità nell’infiocchettare di chissà quali valori la solita fame di potere. Gemelli perfino nell’uso desolante della finta bonomia verso chi li avversa, introdotta dall’ex ministro degli Interni con i famosi “bacioni”, “vi abbraccio tutti”, “molti nemici molto amore” (oddio). Copiata paro paro dall’ex premier (“a Zingaretti o Orlando o Franceschini mando un abbraccio, restiamo amici se vi va, ma anche se non vi va per noi non sarete mai nemici”). Fino al plagio supremo: “Ci riconoscerete dal sorriso, non dal rancore” (almeno ci risparmia i bacetti al rosario).

Il fatto è che dietro questa patina finta e melensa di buoni sentimenti si nascondono dei professionisti della distruzione, dei demolitori provetti di ogni progetto di buon governo che confligga con la loro personale cupidigia.

Sappiamo di Salvini che si bea ebbro delle folle di Pontida, autoconfinato in una triste opposizione. Incapace di elaborare una qualsiasi strategia che non sia lo stucchevole ritornello sulla “fame di poltrone” (degli altri s’intende) e la squallida speculazione sulle povere creature di Bibbiano.

Per non essere da meno, il teorico della rottamazione si accanisce contro il proprio partito con una vendetta ritardata che alla fine si riduce a un pugno di parlamentari frastornati. Giusto per il gusto di tenere sotto ricatto il governo Conte, miracolosamente nato sotto il fuoco della destra più feroce, e che d’ora in avanti dovrà guardarsi dalla combutta Renzi-Salvini (il cui acronimo è appunto: ReSa).

L’augurio è che l’umore degli italiani (che per fortuna non sono soltanto quelli che urlano “ebreo” a Gad Lerner) non sia più tale da tollerare gli azzardati giochini della ditta sfasciacarrozze.

Forse lo spirito del tempo è cambiato. Forse si ha davvero voglia di persone serie.

Consip, il 3 ottobre decisione sull’ex ministro Luca Lotti

È prevista per il 3 ottobre la decisione del gup Clementina Forleo, che dovrà decidere se mandare a processo o archiviare l’ex ministro Luca Lotti accusato di favoreggiamento in uno dei filoni dell’inchiesta Consip. Secondo le accuse avrebbe spifferato all’ex ad di Consip, Luigi Marroni, l’esistenza di un’indagine sui vertici della società. Di favoreggiamento sono accusati anche i generali Emanuele Saltamacchia e Tullio Del Sette (quest’ultimo imputato anche di rivelazione di segreto). Il gup deciderà pure sulla posizione di Carlo Russo, l’amico di Tiziano Renzi. Inizialmente indagato per traffico di influenze, poi per Russo l’accusa è cambiata in millantato credito: secondo i pm, spendeva il nome di Tiziano Renzi con l’imprenditore Romeo quando millantava agganci con i manager pubblici di Consip e Grandi Stazioni, per chiedere soldi. E il padre di Matteo Renzi ne era all’oscuro. Per questo è stata chiesta l’archiviazione per Tiziano Renzi, inizialmente indagato per traffico di influenze: in questo caso sarà un altro gip, Gaspare Sturzo, il 14 ottobre a decidere se condividere l’impostazione dei pm. Imputato davanti al gup Forleo anche il maggiore Scafarto, accusato di rivelazione di segreto, falso e depistaggio.

“Finalmente Renzi è fuori dal Pd: doveva uscire cinque anni fa”

Prime parole di Massimo Cacciari quando gli chiediamo che pensa dell’intervista su Repubblica in cui Matteo Renzi annuncia il suo addio al Pd. “Impressione positiva, è un discorso lucido. Finalmente”, comincia il prof. E poi aggiunge: “Certo è un peccato sia così tardivo. Se l’avesse fatto cinque anni fa la storia di questo Paese sarebbe stata diversa… Speriamo di non sentire adesso piagnistei per l’unità perduta. Renzi si è evidentemente reso conto di quello che ho predicato, invano, per anni: il Partito democratico è un generoso progetto fallito sin dall’inizio. Meglio tardi che mai, comunque”.

Professore, Renzi dice: “Mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo”. La responsabilità è del partito?

La responsabilità è interamente sua nel non aver capito che era un estraneo. Sulle macerie del Pd ha fatto un’Opa dall’esterno: non apparteneva a nessuna delle culture confluite nel Pd e non ne proponeva una diversa. Voleva semplicemente rottamare il vecchio. Ma con la rottamazione non si costruisce una macchina nuova.

L’ex premier ha rivendicato il tempismo dell’operazione: non è un agguato, dice, perché tutto è avvenuto quando il governo Conte bis era già nato. È così?

Sì, ha ragione. Non ha fatto la scissione come gli altri che l’hanno fatta il giorno prima delle elezioni.

È il secondo ex segretario che esce dal Pd: una maledizione?

Questo dipende dal fatto che non c’è il Pd. Speriamo che grazie a questa mossa di Renzi, tardiva ma necessaria, il Pd si ricostituisca attorno alla leadership di Zingaretti, che certamente non è l’uomo solo al comando e ha le capacità di creare un gruppo dirigente.

Che dovrebbe fare Zingaretti, secondo lei?

Un vero congresso, con le tesi e una discussione seria, dove si può misurare con altre posizioni che esistono ma che non sono più completamente dissimili e divergenti come quelle tra i vecchi comunisti e Renzi.

Lei ha capito qual è il nodo politico sul quale si è consumata la rottura?

Renzi vuol fare Macron. I contenuti poi saranno quelli del suo governo, ispirati a un pensiero vagamente liberal. Che in Europa si possono incontrare con personalità come Macron, appunto. E in Italia con Conte. Un’intesa politica tra Conte e Renzi sarebbe molto logica: sono molto affini.

Lei tutta questa vagheggiata voglia di centro la vede?

Al momento no. In prospettiva sì: mica si può andare avanti con la battaglia tra estremismi. Non si può pensare di governare il Paese tra populismi di destra e di sinistra.

Il punto è: il Pd si sposterà a sinistra?

Il suo destino è diventare un partito socialdemocratico.

D’Alema e Bersani rientreranno?

Può darsi, ma è secondario: non spostano nulla.

Renzi riferisce dell’sms di Franceschini (fuori dal Pd non ti considererà più nessuno) e gli risponde dicendo: “Mi piace da impazzire quando mi danno per morto”. Troppo compiaciuto?

È una risposta simpatica. Ma poi di che parla Franceschini, che ha perso anche a casa sua e si atteggia a grande capo? Renzi gli risponde dicendogli che lui ha portato il partito al 41 per cento e che a Firenze lui i voti li ha presi. È stato anche troppo gentile. Io dissento praticamente da tutto quello che Renzi ha fatto. Ha compiuto errori pazzeschi, per presunzione, arroganza, per ignoranza anche. Ma a differenza di Franceschini, che incarna l’eterno democristiano, è un animale politico.

I sondaggi danno la cosa di Renzi tra il 3 e il 5 per cento.

È una quota a salire. E poi non mi stupirebbe se, attraverso le varie Boschi, i cerchi magici toscani, ci fossero già degli accordi con Conte. Molto dipenderà da Zingaretti: se va avanti con decisione il Pd può recuperare molto. La condizione è che il governo funzioni, altrimenti andremo alle urne in primavera.

È in grado di rimettere insieme i cocci?

Finché c’era Renzi doveva provare a tenere insieme i cocci. Adesso deve dimostrare di sapere guidare. E fondare un nuovo partito: nuove strutture, nuove direzioni, nuovo radicamento sul territorio. Che si chiami partito democratico o Geppetto non importa.

Codice per i social, maggioranza spaccata in Vigilanza Rai

I lavori parlamentari sono ancora al palo, ma M5S e Pd già si dividono, votando diversamente. Ieri in commissione di Vigilanza Rai era all’esame il testo messo a punto dal presidente Alberto Barachini e dal Pd Michele Anzaldi sul comportamento da tenere da parte di giornalisti e dipendenti Rai sui social media. L’esigenza di fissare dei principi di policy aziendale deriva dalle polemiche degli ultimi mesi per post, tweet o like di giornalisti Rai che hanno fatto discutere e dal fatto che il codice etico della tv di Stato non contempli il web. “Ci stiamo lavorando e verrà presto presentato un testo”, ha scritto l’ad Rai Fabrizio Salini alla Vigilanza, nel tentativo di bloccare la risoluzione parlamentare, che a Viale Mazzini viene vissuta come un’ingerenza non richiesta. Ieri in ufficio di presidenza, però, la risoluzione è stata votata, col sì di tutte le forze politiche, compreso il Pd, mentre i 5 Stelle si sono astenuti. Ora al testo si potranno presentare emendamenti in vista del voto finale. Voto che viene considerato un colpo a Salini, viste le pressioni messe in campo fino all’ultimo per evitarlo.

Due milioni di euro: il danno economico per il gruppo dei dem

Non solo una mina per il governo, ma anche un vero e proprio danno economico. La fuoriuscita di Renzi costerà al Pd di Zingaretti la bellezza di 2 milioni e 110 mila euro. È questa la cifra che valgono i parlamentari che seguiranno l’ex premier nella sua nuova avventura. Infatti, ogni fuoriuscito verserà nel nuovo partito il contributo annuale che finora donava ai dem: per i deputati sono 49 mila euro, mentre per i senatori sono 10 mila in più a testa. E, se come annunciato ieri a Porta a Porta, Renzi porterà via con sé 25 deputati e 15 senatori, il conto viene da sé. Alla fine, l’ex premier avrebbe a disposizione oltre 2 milioni di euro per organizzare il suo partito sul territorio e in Parlamento, per l’attività politica e di comunicazione. Il “tesoretto” dei gruppi parlamentari costituisce una risorsa essenziale, considerate le difficoltà riscontrate dai partiti a seguito della fine del finanziamento pubblico. Tuttavia il passaggio dei fondi non sarà automatico: ad esempio alla Camera sarà condizionato all’approvazione del Collegio dei questori.

Il gelo di Conte: “Avrebbe dovuto avvertirci prima”

Il presidente del Consiglio glielo aveva sibilato già lunedì sera nel colloquio al telefono, schivando il “tu” per ostentare la distanza: “Lei ci doveva avvertire prima”. Perché il primo problema per Giuseppe Conte e per il suo governo di nome fa sempre Matteo, ma questa volta il cognome è Renzi e non Salvini. E nel gioco degli incroci resta la certezza, il Conte irritato, perché “voleva saperlo prima”: anche se tutti si aspettavano quello strappo chiamato scissione. Anche i Cinque Stelle che la bollano come “prevista e prevedibile”, provando a sminuire una mina che è già pronta a brillare. Innanzitutto in Senato, dove secondo l’ex segretario dem con la sua Italia Viva passeranno in 15: e se fosse vero significa che il governo su ogni provvedimento di peso dovrà passare dall’arcinemico che per qualche settimana non lo era più stato, il Renzi che da Porta a Porta già sbeffeggia: “Lunedì ho chiamato per la prima volta Di Maio, mi ha fatto un po’ effetto”.

Ed è un guaio, di cui Conte in giornata parla con tutti i protagonisti in gioco, dallo stesso di Maio ai vertici del Pd, il segretario Nicola Zingaretti e il capo delegazione e ministro Dario Franceschini. Fino al capo dello Stato Sergio Mattarella a cui fa visita nel pomeriggio al Quirinale, per un incontro già previsto, ma in cui l’argomento Renzi affiora. Tutti assieme, cercano di capire i termini del problema. Perché la scissione è un enigma che già scuote il terreno sotto i piedi dell’esecutivo. Anche se Di Maio ostenta tranquillità: “La scissione? Nessuna sorpresa, per noi non rappresenta un problema, anche perché le dinamiche di partito non ci sono mai interessate”. Traduzione, è una rogna del Pd. Ma il messaggio è anche un avviso ai dem, spiega un 5Stelle di rango: ogni qual volta si tratterà sulle nomine, saranno loro eventualmente a dover soddisfare Renzi cedendogli parte della loro quota. Ed è il cuore della questione, come gestire l’ex segretario che vuole la sua fetta di torta. E che comunque “tirerà la corda su tutto” ammette un big grillino.

Proprio lui, che era stato la miccia dell’eresia giallorossa assieme alla sua antitesi, cioè Beppe Grillo, che infatti lo scomunica tramite post assimilandolo a Salvini. “I Mattei (Salvini e Renzi, ndr) sono passati entrambi alla minchiata d’impulso, il paese è instabile e pieno di rancori, non è il momento di dare seguito a dei narcisismi” scrive il fondatore del Movimento nella sua Lettera ai parlamentari renziani. Per poi ironizzare: “Renzi sa che ogni minuto di assenza dalle scene corrisponde ad un oblio di mesi e si sente improvvisamente tornare su i popcorn!. Ma qualche bruciorino di stomaco lo hanno anche i 5Stelle contrari all’accordo con il Pd, che sulle chat si sfogano: “Ve l’avevamo detto, ora sarà il caos”. E al Fatto lo dice in chiaro il senatore Gianluigi Paragone, che la fiducia al governo giallorosso non l’ha votata: “Quella di Renzi è un’operazione di palazzo finalizzata a gestire le prossime nomine, ma era un film già raccontato”. Poi c’è Paola Taverna, durissima su Facebook: “Caro Renzi, se questa tua incauta operazione dovesse terminare nella caduta del nuovo governo Conte allora sì che ti chiederemo il conto”.

Invece il premier non picchia, non stavolta. Piuttosto insiste sul mancato preavviso, tramite le consuete fonti di Palazzo Chigi: “A Renzi Conte ha espresso le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità, non anticipati al momento della formazione del governo. Rimane singolare la scelta dei tempi dell’operazione. Se portata a compimento prima della nascita dell’esecutivo, avrebbe assicurato un percorso più lineare e trasparente alla formazione del governo”.

Da Palazzo Chigi giurano che Conte non è preoccupato ma “consapevole della situazione”. Invece in serata, davanti ai parlamentari riuniti in assemblea congiunta, Di Maio rilancia: “Mi meraviglio di chi oggi si è meravigliato per Renzi”. E in fondo pare un buffetto perfino per il Conte sorpreso. “Io comunque a Renzi ho detto che di Matteo a rompere le palle ne abbiamo già avuto uno” si sfoga il capo del Movimento con gli eletti. Ma alla fine contano i numeri. Così si torna al Senato dove con 15 sodali Renzi terrebbe sotto costante pressione la maggioranza, uscita dal voto di fiducia con 169 sì, a fronte dei 161 voti che valgono la maggioranza assoluta. Tanto più che l’ex dem proverà ad allargarsi, a cercare accoliti a destra e magari anche tra gli ex 5 Stelle, cinque a Palazzo Madama. E sarebbe la vendetta perfetta. Quella di Renzi, l’alleato d’agosto.

Ascani, Lotti, De Luca jr.: i renziani che lo mollano

Lunga la lista di chi ieri si è dissociato dalla scelta di Matteo Renzi. Compresi molti suoi ex fedelissimi.

Andrea Marcucci, capogruppo al Senato, renziano della prima ora: “Io resto a fare il mio lavoro nel Pd, non condivido la scelta di Matteo, sono ancora convinto che ci sia uno spazio importante per i liberaldemocratici come me. Ma non sarò mai un nemico di Matteo, mai diventerò un suo denigratore”.

Luca Lotti, già braccio destro di Matteo, ora sibillino: “Resto nel Pd, lo confermo e lo ribadisco… Il perché lo scoprirete più tardi”.

Anna Ascani, appena nominata viceministro dell’Istruzione in quota Renzi: “Ho letto l’intervista di Matteo Renzi stamattina. C’è molto di lui, delle sue straordinarie intuizioni, della sua visione, della sua capacità di leadership. (…) Io oggi non me la sento di lasciare la mia storia alle spalle, così. Non me la sento di lasciare questo partito che mi ha dato moltissimo in tanti anni”.

Debora Serracchiani, fu vicesegretaria del Pd guidato da Renzi: “Sbaglia, come anni fa ha sbagliato Bersani: fare una casa più piccola non significa aver messo ordine, ma solo esser divenuti più poveri”.

Gianni Pittella, ex capogruppo dei socialisti in Ue: “Continuerò a lavorare perché l’identità culturale del socialismo liberale e riformista trovi più adeguata cittadinanza nel pluralismo di valori costitutivo del Pd e venga interpretata e rappresentata molto più di quanto non lo sia stata finora”.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, vicepresidente del Pd durante la segreteria Renzi: “Un errore enorme la scissione di Renzi. Non credo nei partiti personali e le divisioni portano sempre male. I sindaci popolari aggregano, non dividono. Per questo credo rimarremo tutti nel Partito democratico che, a maggior ragione, vogliamo riformista e maggioritario (non il Pds)”.

Andrea Romano, deputato, entra nel Pd nel 2014 “folgorato” da Renzi, che nel 2016 gli affidò la direzione de l’Unità: “Colpisce la leggerezza con cui si teorizza la scissione consensuale rispetto alla sfida che attende la sinistra italiana”.

Dario Nardella, il sindaco a cui Renzi passò il testimone a Firenze: “Io continuerò a lavorare nel Pd e a fare le mie battaglie nel Pd. Per quanto riguarda la scelta di Matteo capisco le sue ragioni, rispetto la sua decisione e confido nel fatto che collaboreremo bene”.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, già stratega della campagna di Renzi e della Leopolda: “Ogni passo indietro del Pd gli regalerà spazio. Io gli voglio bene ma vorrei proprio evitare di spianargli la via”.

Franco Vazio,deputato: “Con Matteo ho percorso un tratto entusiasmante della mia vita politica. Ritenevo che avesse sbagliato chi negli anni scorsi se ne era andato e che quella scissione fosse stata una ferita dannosa. A caldo, anche questa scelta, che ovviamente rispetto, mi pare un errore”.

Alessandra Moretti, europarlamentare, fu sostenuta da Renzi alla guida della Regione Veneto: “Ci sarà una riflessione ma in questo momento prevale il dispiacere”.

Piero De Luca, figlio del governatore della Campania, a cui Renzi diede una candidatura blindata alle ultime Politiche: “La notizia dell’abbandono del Pd da parte di Renzi, sono sincero, dispiace profondamente. In cuor mio, ho sperato fino all’ultimo che questa scissione non avvenisse. Ma purtroppo si è consumata”.

Simona Bonafé, eurodeputata, già coordinatrice della campagna per Renzi alla segreteria del Pd: “Per me è una sofferenza, anche personale ma per ora non voglio dire di più”.

L’ex “sminatore” sabota le intese regionali 5S-Pd

“Ho fatto un’operazione di Palazzo. Machiavellica, se volete. E per me Machiavelli è un grande”. Trasuda soddisfazione un dimagrito Matteo Renzi, mentre nello studio di Bruno Vespa racconta la sua scissione. Si gode la ritrovata centralità. Tutto da vedere quanto durerà e dove lo porterà. Di certo, come “terza gamba” del governo, è in grado di condizionarlo. E poi ci sono le Regionali: Renzi non corre con liste sue, ma l’operazione “alleanza civica” che il Pd sta cercando di chiudere con M5s non gli piace. Colui che era partito come “rottamatore” e si era presentato da “sminatore” del governo Pd- M5s, si avvia alla sua carriera di “sabotatore”.

La giornata di ieri racconta di una scissione a freddo, tra pochi entusiasmi e qualche psicodramma personale. “Che fai, vieni con me? Ricordati che una mano già te l’ho data. E nel Pd per te non c’è storia”. A una serie di parlamentari indecisi, in questi giorni sono arrivate pressioni direttamente da parte di Renzi con Whatsapp più o meno di questo tenore. Non è che ci sia proprio la fila a entrare nei gruppi dell’ex premier e neanche nel soggetto che verrà. “Italia viva” è il nome svelato dallo stesso Matteo ieri a Porta a Porta. Ricalca lo slogan della Leopolda del 2012 (“Viva l’Italia viva”), quella delle primarie perse contro Pier Luigi Bersani, da cui partì la scalata a Palazzo Chigi. I nomi in ballo erano 3 o 4, la scelta fa già un po’ amarcord. Ma poi, il fatto che l’ex premier dissemini particolari, uno dopo l’altro, chiarisce un punto: l’operazione era fatta da quest’estate. Ha rischiato di fallire quando è caduto il governo, con la possibilità di elezioni. E il Renzi-Machiavelli (che non era pronto a misurarsi col voto) ha dato il via all’accordo con M5s, togliendo il veto. E ha continuato a lavorare per strutturare il suo soggetto politico. “Con me 40 parlamentari”, ha annunciato l’ex premier. Dovrebbero essere 25 deputati e 15 senatori.

Ma al netto delle motivazioni personali, il senso politico dell’operazione è tutto racchiuso in una dichiarazione a Repubblica: “A me l’alleanza strategica con Di Maio non convince”. Altro che la lezione del Talmud citata da Dario Franceschini domenica a Cortona per dire che Pd e M5s devono costruire una casa insieme “con i sassi che ci siamo tirati”. Renzi vuole “colonizzare” il centro e costruire un soggetto alternativo e antagonista a M5s; Franceschini (che peraltro è saldamente uomo di centro) vuole portare il Pd di Zingaretti a unirsi in una sorta di amalgama con il Movimento. Prima prova, le Regionali. “Se si vota fra tre anni si vede fra tre anni” quale sarà il peso elettorale di Italia Viva. “Non corriamo alle Regionali. Mi interessa arrivare alla Leopolda con mille comitati attivi”. Prima di tutto una dichiarazione di “impotenza” (meglio non contarsi). Ma al Nazareno tirano un sospiro di sollievo: “Non si metterà di traverso”. Una speranza. Se in Umbria, l’ex premier finirà per appoggiare il civico che sceglieranno Pd e M5s (con convinzione relativa), difficile che possa assistere alla rimozione di un candidato come Stefano Bonaccini per l’Emilia Romagna. “In Toscana, c’è un candidato del Pd e si chiama Eugenio Giani”, dicono i suoi. Tanto per chiarire quanto sia pronto l’ex premier a dire la sua.

Intanto, Luca Lotti annuncia pubblicamente che non andrà con l’amico di sempre. “Poi spiegherò”. I destini dei due si sono separati da quando “il Lampadina” ha deciso di strutturare la sua corrente. “Luca ha utilizzato il nome di Matteo per fare carriera politica nella sua ombra”, accusano gli uscenti. Anna Ascani, appena diventata viceministro, sceglie di restare nel Pd. Motivazioni personali, tra cui i dissapori con la Boschi. Nel frattempo, Renzi aggiorna il pallottoliere. Alla Camera sembrano certi Rosato, Boschi, Marattin, Migliore, Anzaldi, Giachetti, Nobili, Paita, Mor, Marco Di Maio, Fregolent, Scalfarotto Annibali, Carè, Del Barba, Noja, Ferri, De Filippo, Ungaro, Librandi. Si aspettano innesti dal Misto e da FI. Al Senato Bonifazi, Bellanova, Garavini, Grimani, SudanoMagorno, Comincini, Faraone. In trattative, altri 3 o 4. Andranno nel Misto: per costituire un gruppo sarebbe servito un simbolo presentato alle elezioni.

Dopo mesi, il tentativo di ottenere quello di Nencini è fallito: ci vuole l’ok anche di Giulio Santagata (che lo detiene insieme a lui) e non è arrivato. In tutto questo i big del Pd sono sconcertati e preoccupati. Anche se Zingaretti ostenta tranquillità per una “scissione flop”. “It’s a big problem”, ha detto Dario Franceschini alla sua omologa tedesca. D’altra parte, la domanda su che cosa cambierà la scelta di Renzi tiene banco all’estero. Ieri, Frans Timmermans è andato all’Assemblea del Pd a Strasburgo (pure li dubbiosi, a partire da renziani d’origine come Simona Bonafè): “Quando si spacca l’unità per motivi personali, diamo fiato alle destre”.

Il nuovo Nicolazzi

La prima volta che incontrai Matteo Renzi fu nel dicembre 2010, nello studio di Lilli Gruber. Lui era collegato dal suo ufficio di sindaco di Firenze e s’era appena fatto beccare in visita a B. nella villa di Arcore, in pieno bunga-bunga. Ovviamente B. gli aveva garantito la massima segretezza e ovviamente aveva subito spifferato tutto. Dissi a Renzi che era un “furbo fesso”. E glielo ripeterei anche oggi, perché tutta la sua parabola politica – dall’ascesa alla discesa in picchiata fino alla scissione – è riassunta da quei due aggettivi ossimorici: furbo e fesso. È più forte di lui: appena fa una furbata, la rottama subito dopo con una fesseria. La furbata del Patto del Nazareno e la fesseria del golpe anti-Letta senza passare dal voto. La furbata degli 80 euro che portò il Pd al 40,8% alle Europee e la fesseria di sentirsi onnipotente. La furbata della rottamazione e la fesseria della restaurazione (con Alfano, Verdini, il Jobs Act, la controriforma elettorale e costituzionale). Poi, dopo la tranvata referendaria, niente più furbate, ma solo fesserie: spingere Bersani&C. fuori dal Pd, non lasciare la politica nemmeno per un nanosecondo, paracadutare la Boschi in Alto Adige e, perse le elezioni 2018, ingozzarsi di popcorn e sabotare il dialogo con i 5Stelle, nella speranza di farli distruggere da Salvini e incamerarne i voti (non ne tornò a casa nemmeno uno). Poi, quest’estate, una nuova furbata: spingere Zinga, che puntava dritto al voto come Salvini, e costringerlo a fare il governo con Di Maio. Ma ecco, subito dopo, la fesseria: la scissione.

Ciascuno è libero di uscire da un partito quando gli pare. Solo, dovrebbe spiegare il perché. Ieri Renzi ci ha provato in due pagine di Repubblica e in due ore di Porta a Porta, ma non ci è riuscito. Quando il suo Pd perse l’ala sinistra, fu perché Renzi stava realizzando il programma di B. Ma ora quale sarebbe il suo dissenso con la linea Zinga? Ammesso che ora il Pd abbia una linea, è quella che Renzi ha imposto meno di un mese fa: il governo col M5S. Dunque perché se ne va con i suoi quattro gatti (per tacer di Lotti)? Mistero. Il fatto che nel Conte 2 non ci siano sottosegretari toscani, tantomeno di Rignano, non pare proprio dirimente. E se ora “rientrano D’Alema, Bersani e Speranza”, questa non è la causa, ma l’effetto della sua uscita. Definire poi un partitino da 3-4% “laboratorio di innovazione spaventoso” e “un’esplosione di proposte” per “occupare lo spazio del futuro”, è roba da Tso. Più che a un’esplosione di energia, fa pensare alla manutenzione delle poltrone. Roba da socialdemocratici, nel senso del Psdi. Quelli che si fermò un’auto blu, non ne scese nessuno ed era Nicolazzi.