Sostiene Tabucchi: “Forse Fernando non è mai esistito”

Gli mancava solo un’Ofelia con cui fingersi Amleto pensoso: nella vita; figuriamoci nei salti mortali dell’immaginazione e dell’arte. Fernando Pessoa (1888-1935) è così: uno, nessuno e centomila, uomo dalla personalità cangiante e proteiforme, prima ancora che “poeta fingitore” dalle infinite, rizomatiche identità. “Viene il sospetto che non sia mai esistito”, spiega Antonio Tabucchi nell’introduzione di Una sola moltitudine, antologia da lui curata insieme con la moglie Maria José de Lancastre.

Edito nel 1979, questo prezioso zibaldone (per ora solo il primo volume; il secondo è rimandato all’anno prossimo) torna in libreria da giovedì nei “tascabili” Adelphi e raccoglie gli scritti più importanti di Pessoa ortonimo, di Álvaro de Campos e di Bernardo Soares, gli eteronimi maggiori (con Ricardo Reis), come gli arcani, ma se ne contano molti di più (“sub-eteronimi”, dice la critica), sin dall’infanzia e nella vita privata, “quella ridda mozzafiato di personaggi che con Fernando divisero le modeste pensioni lisbonesi dove egli condusse il tran- tran della più banale, della più anonima, della più esemplare vita di impiegato di concetto”.

Le lettere alla fidanzata Ophélia – che qui anticipiamo – testimoniano ancora una volta il gusto, quasi patologico, dell’autore per il gioco enigmistico, il rebus, il camuffamento: con lei, infatti, si inventa un amico, tale A.A. Crosse, cultore di cruciverba, che potrebbe aiutarli economicamente ad accasarsi, a patto, però, di vincere un ricco concorso del Times. “Ho per la vita l’interesse di un decifratore di sciarade”, ammetteva il vertiginoso portoghese molti anni prima dell’equivoco Nabokov.

“Futile metafisicamente e serio nel giocare”, Pessoa è stato – sempre a detta del suo grande studioso e appassionato Tabucchi – “una delle personalità letterarie più mostruose del Novecento”. Ma attenzione a non approcciarlo con mistica psicoanalitica: la frantumazione dell’Io è una mossa poetica ed estetica; della turba psichiatrica poco importa. “Non c’è nessun caso clinico da scoprire nell’eteronimia di Pessoa, solo una ‘semplice follia’, così come forse è ‘semplice follia’ tutta la letteratura”. Perché, Fernando o non Fernando, “tutta l’arte è la dimostrazione che la vita non basta”.

Il folle volo del pugile adorato: così la Piaf finì al tappeto

“Le ciel bleu sur nous peut s’effondrer/ et la terre peut bien s’écrouler/ Peu m’importe si tu m’aimes /je me fous du monde entier”: “Il cielo sopra di noi può accasciarsi, e la terra può sgretolarsi/ Poco m’importa se tu m’ami/ me ne infischio di tutto il mondo”. È il 2 maggio 1950 quando Édith Piaf (1915-1963) registra Hymne à l’amour, una canzone di cui ha scritto le parole e che è stata musicata dall’amica Marguerite Monnot. L’ha scritta per il pugile Marcel Cerdan, il grande amore della sua vita; l’ha composta di getto, disperata, un anno prima, nella sera tragica del 28 ottobre del 1949: da qualche ora Marcel è morto, a trentatré anni, nel disastro aereo di São Miguel, alle isole Azzorre.

Il Lockheed Constellation su cui viaggiava, un volo Air France diretto da Parigi Orly a New York, si è schiantato nella notte fra il 27 e il 28 sul monte Redondo. Muoiono tutti: undici membri dell’equipaggio e 37 passeggeri, tra i quali c’è anche la violinista prodigio Ginette Neveu.

Cerdan stava andando negli Stati Uniti per combattere contro Jake La Motta; in palio c’era la riconquista del titolo mondiale dei pesi medi, che Marcel aveva perso in primavera proprio in un match disputato con il campione italo-americano.

“Marcel Cerdan est mort”, titolano i giornali di tutto il mondo. Come L’Echo d’Oran, in Algeria, il Paese dove il pugile era nato il 22 luglio del 1916 a Sidi Bel Abbes, che scrive: “Cerdan est mort en plein vol, au-dessus de l’Atlantique au service du sport français“: è morto “in volo, sopra l’Atlantico, al servizio dello sport francese”. Marcel Cerdan “non c’è più. Questa notizia ha gettato la costernazione negli ambienti sportivi francesi in cui Cerdan non aveva che degli amici”, dice l’Œuvre del 29 ottobre. “Dopo Georges Carpentier”, prosegue il quotidiano, “il vecchio campione del mondo era senza alcun dubbio quello che si era reso più popolare”.

Quello stesso 28 ottobre del 1949, al Versailles di New York, la Piaf deve tenere il suo concerto. Sa della morte di Marcel, è distrutta. Ed è lacerata dai sensi di colpa, perché è stata lei a dire a Cerdan di prendere l’aereo, invece della nave, per arrivare più in fretta a New York. Il teatro è strapieno. Édith sale sul palco. Barcolla un poco, ha bevuto, forse ha preso morfina. Comincia a cantare. Poi, alla fine, dice al pubblico: “Stasera ho cantato per Marcel Cerdan, solo per lui. Questa è l’ultima canzone”. E attacca le prime strofe di Hymne à l’amour. Scriveranno che la sua è un’esecuzione che strazia i cuori, “che strappa la pelle di dosso”. Édith, quando finisce di cantare, si accascia sul palcoscenico. Va al tappeto, svenuta, come Marcel aveva sognato di fare con il “Toro Scatenato” La Motta.

Édith e Marcel, che era cresciuto sui ring del Marocco, dove la sua famiglia si era trasferita dall’Algeria, si erano incontrati per la prima volta in un locale parigino, il Club des Cinq, a Montmartre. Doveva essere l’autunno del 1946. Non accadde niente, allora. L’amore, però, divampò alla seconda occasione tramata dal destino: nel 1947, a New York. La Piaf vi era andata per alcuni concerti. Cerdan, che si trovava negli Stati Uniti per partecipare a un torneo di boxe, fu tra il pubblico di una di quelle serate. Ne rimase talmente colpito che, la sera seguente, la invitò a cena in un costoso ristorante alla moda. Fu passione a prima vista, come si suole dire in questi casi. E fu un rapporto intenso e travagliato, anche perché Cerdan era sposato e padre di due figli.

Boris Battaglia ha scritto in L’ultima canzone: la vita breve e innamorata di Marcel Cerdan che “una delle cose più belle che la loro (mai estinta) storia d’amore ci ha lasciato, oltre a due canzoni che ti spaccano le vene (Hymne à l’amour e Mon Dieu), è il loro epistolario. Édith obbligava Marcel a scriverle, e per lui scrivere, tenere in mano la penna, era una sofferenza più grande che prendere cazzotti in faccia; ma lo faceva lo stesso. Per lei”. Ed Édith, rammenta Battaglia, “faceva una cosa bellissima: le sue lettere le firmava tutte ‘moi’”. Ed “è bellissimo chiudere una lettera all’amato (anche all’amata, solo che qui lo faceva la Piaf) così: ‘Io, che mi completo in te’. Ma con un monosillabo che schiocca come un gancio sinistro di Marcel Cerdan”. Quel gancio che Marcel Cerdan non riuscì a dare a La Motta, e che invece il fato scaricò su di lui e su Édith, sul loro amore impossibile, in una notte di fine ottobre di settant’anni fa.

“Quel nostro amore appeso a un concorso di sciarade”

Pubblichiamo stralci di “Una sola moltitudine” di Fernando Pessoa, in libreria con una nuova edizione da giovedì.

Ophelinha, per mostrarmi il Suo disprezzo, o se non altro la Sua effettiva indifferenza, non era necessario il palese camuffamento di un discorso così lungo, né tutta la serie di “ragioni” così poco sincere e convenienti che Lei mi ha scritto. Bastava dirmelo. Perché così ho compreso ugualmente, ma mi ha addolorato di più.

Se preferisce a me il giovanotto che La corteggia e che evidentemente Le piace molto, come posso avermene a male? Lei, Ophelinha, può preferire chi vuole: non è certo obbligata a amarmi, né deve (a meno che non voglia divertirsi) fingere di amarmi.

Chi ama davvero non scrive lettere che sembrano requisitorie avvocatesche. L’amore non studia così tanto le cose, né tratta gli altri come rei da “incastrare”…

1° marzo 1920

 

Mio Bebè, angioletto, non ho molto tempo per scriverti, né avrei in verità, mio piccolo amore cattivo, molte cose da dirti che non possa dirti assai meglio domani, a voce…

Senti, piccolo bebè… Nei tuoi voti chiedi una cosa, che prima mi sembrava impossibile, per via della mia poca fortuna, ma che ora mi pare più – molto di più – possibile. Chiedi che il signor Crosse azzecchi un grosso concorso – un premio di mille sterline – a cui ha partecipato. Non puoi immaginare quanto sarebbe importante per noi se ciò si verificasse! E poi guarda, ho visto nel giornale inglese che ho ricevuto oggi che egli si è già trovato a una sterlina di quota in un concorso in cui le sue sorti erano piuttosto scarse; tutto è dunque possibile. Attualmente egli è dodicesimo su circa 20.000 concorrenti. È dunque proprio impossibile che un giorno arrivi al primo posto? Ah, se ciò potesse succedere, mio piccolo amore, e proprio in un concorso di quelli grossi (da mille sterline, e non da trecento, che non risolverebbero niente)! Capisci?… Ciao, amore. Non ti scordare del signor Crosse, va bene? Pensa che egli ha molta amicizia per noi e può esserci (a me e a te) molto utile. Molti baci di tutte le misure.

22 marzo 1920

 

Mio Bebè piccolo e capriccioso, me ne sto in casa solo soletto, eccetto l’intellettuale che sta mettendo la carta alle pareti (Sfido! La dovrebbe forse mettere sul soffitto o sul pavimento?), e lui non conta. E come ti avevo promesso, fanciullina, ti scrivo per dirti, almeno, che sei molto cattiva; eccetto che in una cosa, l’arte di fingere, in cui mi accorgo che sei eccellente.

Lo sai? Ti sto scrivendo ma non sto pensando a te. Sto pensando alla nostalgia che ho dei tempi in cui davo la caccia ai piccioni; e questa è una cosa, come sai, in cui tu non c’entri per niente… Quando ci potremo incontrare da soli da qualche parte, amore mio? Ho la bocca strana, sai, perché non ho baci da tanto tempo … Mio Bebè da sedere in collo! Mio Bebè da prendere a morsi! Mio Bebè da… (e poi il mio Bebè diventa cattivo e mi picchia… ). “Corpicino di tentazione”, ti ho chiamato; e tale continuerai a essere, ma lontano da me… Bebè, vieni qui, vieni vicino al tuo Nininho, vieni fra le braccia del tuo Nininho, con la tua piccola bocca contro la bocca del Nininho… Vieni… Sono così solo, così solo di baci… Potessi almeno avere la certezza che ti manco davvero! Almeno sarebbe una consolazione… Ma tu, forse, pensi meno a me che a quel ragazzo del gargarismo, e a quello del D.A.F., e al contabile della ditta C.D.! Cattiva, cattiva, cattiva, cattiva, cattiva!!!… Ti ci vorrebbero tanti sculaccioni!

Ciao. Mi vado a buttare a testa in giù dentro un secchio, per riposare lo spirito. Così fanno tutti i grandi uomini, almeno quando hanno: 1°. spirito; 2°. testa; 3°. secchio dove mettere la testa.

5 aprile 1920

 

Ophelinha, La ringrazio per la lettera. Essa mi ha portato dolore e sollievo allo stesso tempo. Dolore perché queste cose addolorano sempre; sollievo perché, in verità, l’unica soluzione è questa: non prolungare oltre una situazione che ormai non trova più una giustificazione nell’amore, né da una parte né dall’altra… L’amore è passato. Ma Le mantengo un affetto inalterabile, e non dimenticherò mai – mai, Lo creda – né la Sua figurina graziosa e i Suoi modi di ragazzina, né la Sua tenerezza, la Sua dedizione, la Sua adorabile indole… Il mio destino appartiene ad altra Legge, della cui esistenza Lei è all’oscuro, ed è subordinato sempre più all’obbedienza a Maestri che non permettono e non perdonano. Ma non è necessario che capisca quanto dico. Basta che mi conservi affettuosamente nel Suo ricordo come io, sempre, la conserverò nel mio.

9 novembre 1920© 1979 Adelphi edizioni S.p.a.

I ministri controllati da Manu “grande fratello”

Emmanuel Macron ormai sorveglia “in tempo reale” il lavoro dei suoi ministri con una semplice occhiata sul suo smartphone.

Ieri la stampa francese ha rivelato che il presidente si è fatto elaborare una app “su misura” per controllare la progressione delle riforme in corso.

Si tratta di un “quadro di controllo della Trasformazione pubblica”, questo il nome ufficiale, nei fatti un sistema per fare pressione sui membri del governo, soprattutto i più pigri, e richiamarli all’ordine se non lavorano in modo abbastanza rapido ed efficace. L’app, scriveva ieri Le Figaro, sarebbe un’idea dei collaboratori più stretti del presidente, il segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler, e Thomas Cazenave, altro fedelissimo marcheur, che occupa il posto di delegato interministeriale per la trasformazione pubblica. In sé lo strumento non ha nulla di straordinario sul piano tecnologico. Manager e imprenditori ne usano di questi tipi regolarmente per gestire le loro aziende e seguire per esempio l’avanzamento dei cantieri. BFM Tv, che ha potuto consultare la app, ne ha pubblicato qualche schermata sul suo sito.

Per ogni ministero è indicata la lista delle riforme in corso e gli obiettivi da raggiungere e accanto a ogni voce una barra colorata mostra la progressione dei lavori, con la percentuale di quanto è stato già effettuato. Nel caso del ministero dell’Educazione, tutte le barre sono verdi. Vuol dire che il suo responsabile, Jean-Michel Blanquer, può stare tranquillo. Ma, scrive BFM Tv, questo non vale per tutti: le pagine di altri ministeri presentano molte barre rosse e i rispettivi responsabili rischiano quindi di farsi tirare le orecchie da “Jupiter” che li sorveglia dall’alto. Le Figaro ritiene di sapere per quale motivo Macron ha deciso di ricorrere a metodi estremi: il presidente riterrebbe i suoi ministri in parte responsabili della crisi dei Gilet gialli, perché non sono riusciti a portare a casa risultati visibili in tempi brevi.

Il giornale conservatore scrive che, l’11 settembre scorso, durante una riunione del governo a porte chiuse, Emmanuel Macron avrebbe minacciato di “rimpasto” i suoi, sventolando la nuova “arma di controllo” nascosta nel suo telefonino. All’Eliseo si vogliono risultati subito dal momento che i francesi sono già tornati nelle strade a protestare. Dopo la pausa estiva, i Gilet gialli sono scesi nelle piazze sabato scorso e scontri si sono registrati a Nantes. L’esecutivo inoltre sta lavorando su riforme particolarmente spinose che già sollevano malumori tra i francesi. Quella delle pensioni che, con la soppressione dei regimi speciali, ha già scatenato una giornata di scioperi dei mezzi pubblici di Parigi e ieri ha mobilitato davanti all’Opéra, sempre a Parigi, piloti di linea, avvocati, infermieri, medici, per la prima volta insieme. Il corteo è stato organizzato dal collettivo Sos Retraites, che rappresenta almeno dieci professioni in rivolta contro la riforma. Ma anche quella, molto sensibile, della legge sulla bioetica che intende estendere la procreazione assistita anche alle coppie di donne omosessuali.

I movimenti cattolici e ultra conservatori sono già scesi anche loro nelle piazze per dire ‘no’ alla riforma.

Raid sui pozzi di petrolio: prove tecniche di guerra

L’attacco di sabato degli houthi, o di chi per loro, agli impianti petroliferi sauditi avviluppa sempre più in un’unica matassa tutte le crisi del Golfo e rischia di coinvolgere l’Iraq, che ne pareva fuori. Washington punta il dito contro Teheran e viaggia di concerto con Ryad. La speculazione energetica internazionale s’affretta a gridare allo stato d’emergenza per avallare aumenti di prezzo immotivati da quanto accaduto: il danno è stimato dell’ordine del 5% delle forniture petrolifere mondiali, ma – secondo esperti citati dal New York Times – dovrebbe essere di breve durata.

Nello stesso giorno, l’Iran si trova sotto processo su due fronti. Nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove gli Usa lo accusano in modo aperto; e all’Aiea, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, a Vienna, dove gli vengono contestati gli sforamenti dell’accordo sul nucleare (denunciato da oltre un anno da Washington, che ha ripristinato in modo unilaterale le sanzioni contro Teheran).

Alla vigilia delle elezioni politiche israeliane – oggi si vota -, il rialzo della tensione nella Regione va a tutto vantaggio delle posizioni securitarie del premier uscente Benjamin Netanyahu, cui Trump, da quando è alla Casa Bianca, non nega mai un favore; mentre, ad Ankara, Turchia, Russia e Iran si fanno garanti dell’integrità territoriale della Siria nel momento in cui se ne riservano aree d’influenza. Con a fianco Putin e Rohani, Erdogan parla di un “consenso assoluto” fra loro tre e afferma che il loro incontro dà “una nuova spinta” al processo di pace di Astana da loro patrocinato, “la sola iniziativa che ha permesso di fare passi avanti concreti in Siria”. Gli Stati Uniti diffondono foto satellitari che mostrano almeno 17 punti di impatto negli impianti petroliferi sauditi di attacchi condotti con droni provenienti da nord o nord-ovest: lo Yemen si trova a sud. Il che fa ipotizzare un raid proveniente dal Golfo persico settentrionale, cioè dall’Iran o dall’Iraq, dove ci sono ancora milizie sciite vicine a Teheran, dislocate lì quando la priorità era combattere il sedicente Stato islamico sunnita, l’Isis.

Gli houthi, gli insorti sciiti yemeniti, hanno però rivendicato l’azione, che ha colpito una raffineria, la più grande al mondo, e un importante giacimento di petrolio gestito dalla compagnia petrolifera nazionale Saudi Aramco. Anche le indagini condotte dall’Arabia Saudita suggeriscono che gli attacchi “non sono stati lanciati dallo Yemen” e che sono state usate “armi iraniane” (gli houthi sono comunque foraggiati dall’Iran). Molto più prudente l’inviato dell’Onu in Yemen, Martin Griffiths: al Consiglio di Sicurezza riferisce che “non è del tutto chiaro chi sia dietro l’attacco alle strutture petrolifere saudite”: “È un incidente estremamente serio, con conseguenze che vanno molto al di là della regione”, aggiunge, rilevando che “gli attacchi rischiano di trascinare lo Yemen in una conflagrazione regionale”.

Per gli Stati Uniti, si tratta di “un attacco all’approvvigionamento energetico mondiale”. Kelly Craft, ambasciatrice Usa di fresca nomina alle Nazioni Unite, cita il segretario di Stato Mike Pompeo: “Non ci sono prove che l’attacco arrivi dallo Yemen, anzi le informazioni di cui disponiamo indicano che le responsabilità sono dell’Iran”. Messo alle strette dalle sanzioni, l’Iran ha finora innescato provocazioni e scaramucce nella Regione, facendo intravvedere i rischi per la libertà di navigazione nel Golfo, ma cercando di evitare un confronto militare con gli Stati Uniti. Ieri Le unità navali dei Pasdaran iraniani hanno sequestrato nello stretto di Hormuz il cargo Linch, nave sospettata di contrabbandare gasolio verso gli Emirati Arabi Uniti. Nell’operazione è stato fermato anche l’equipaggio.

Ballottaggio: il giurista Saied sfida il magnate della tv Karoui

“Votate Kais Saied al ballotaggio”. A ventiquattro ore dalla chiusura dei seggi, pur non essendo state annunciate le percentuali di voto definitive ottenute dai ventiquattro candidati alla carica di presidente della Repubblica nella capitale decine di macchine munite di altoparlante, con la gigantografia di Saied (nella foto) e accanto il logo del partito islamico moderato Ennhada, annunciano che il docente di diritto ha scalato la vetta, posizionandosi al primo posto con il 18,7 % . Il secondo messaggio diffuso dal megafono sprona la popolazione a sostenerlo al ballottaggio del 31 ottobre. È questa la data in cui si deciderá se sará Saied ‘Robocop’ o il magnate della tv, Nabil Karoui, arrivato secondo con il 15,5% a prendere il posto del defunto Essebsi.

“Ennhada ha giá deciso chi appoggiare. Non è un mistero che il partito islamico tra i due sceglierá Saied”, commenta Nur, 30 anni, insegnante disoccupata, giá rappresentante del Partito Socialista. “A questo punto sarò costretta a votare Karoui, perchè almeno lui non è contrario alla paritá tra uomo e donna. Saied, con la sua voce da robot, ha detto più volte di essere contrario, oltre a essersi detto a favore della criminalizzazione dell’omosessualità. Se vincerà Saied, come è probabile grazie al trasferimento del 13 % dei voti ottenuto da Abdelfatteh Mourou (il candidato ufficiale di Ennahda, ndr) i diritti delle minoranze subiranno un duro colpo”, aggiunge Fatima, amica e collega di Nur. Per le donne tunisine laiche che presero parte alla rivoluzione del 2011 contro il dittatore Ben Ali, il risultato del primo turno elettorale è uno schiaffo che brucia. Molte di loro si recheranno alle urne turandosi il naso perchè Karoui, in carcere dal 23 agosto, non è il presidente che avrebbero voluto ma sempre meglio del conservatore Kaies.

Stritolati dall’embargo Usa, in fila per la benzina e il pollo

All’alba di sabato la raffineria di Cienfuegos, nel sud di Cuba, attendeva l’arrivo in porto della petroliera venezuelana “Manuela Sáenz” per iniziare a raffinare il greggio da inviare d’urgenza a stazioni di servizio e impianti di produzione di elettricità. Col suo carico, secondo quanto ha informato il presidente Miguel Díaz-Canel in un intervento tv all’inizio della settimana, il Paese dovrà “tirare avanti” fino alla fine di settembre. Quando è previsto l’arrivo di un’altra petroliera. Il presidente ha sottolineato più volte che si tratta di una “congiuntura economica”, non di una crisi come quella del período especial, seguito all’affondamento dell’Unione sovietica nel 1991 e che costrinse i cubani a tirare la cinghia fino al limite della fame. Ma alla fermata dell’autobus 58 alla Villa Panamericana, quartiere dell’Avana Est, nella lunga coda in attesa della guagua per andare in centro, la gente non sembra convinta della spiegazione del loro leader.

Nonostante fosse sabato, con uffici chiusi e attività ridotte, la coda era lunga e a ogni fermata attendevano altre persone. Altre linee erano state sospese a causa di mancanza di carburante. E due giorni prima – racconta Enrique, un pensionato – subito dopo aver passato il tunnel sotto l’ingresso del porto dell’Avana, il 58 si era fermato e il conducente aveva detto loro di aspettare il prossimo o di farsela a piedi perché era finito il carburante. Enrique, come chi ha un reddito poco superiore ai venti euro al mese, non può pagare più di un peso (circa 4 centesimi) per un biglietto. Dunque i microbus che fanno lo stesso tragitto, ma costano 5 pesos, son fuori della sua portata. La scarsezza di diesel è ancor più evidente di quella della benzina. Lo dimostrano le code stancanti e nervose che si allungano di fronte alle pompe del carburante. Non va meglio con i treni (scarsi). Giovedì scorso è stata sospesa la vendita di biglietti nella stazione La Combre della capitale in attesa di riprendere il flusso regolare con l’arrivo del greggio venezuelano: intanto circolavano solo i treni merci. La crisi del trasporto pubblico peggiora una situazione già difficile per i generi alimentari. Nei supermercati si allineano scaffali semivuoti o riempiti alla bell’e meglio con un solo prodotto. Scarseggia il pollo – uno degli alimenti base – come pure la pasta di pomodoro, l’acqua minerale e persino il sale. Questi ultimi sono di produzione nazionale e dunque non si comprende perché siano praticamente introvabili. Uova e carne di maiale sono venduti a prezzi calmierati. Le prime si trovano solo nelle botegas dove si compra con la libreta in dotazione delle famiglie che consente l’acquisto a bassi prezzi di una serie – sempre più ridotta – di generi alimentari. Non va meglio nei mercati agricoli. “Está pelao”, non c’è niente esclama in buon cubano una signora uscita da uno dell’Avana centro. All’interno i banconi semivuoti allineano solo banane, un po’ di malanga e boniato (patata dolce). I pomodori sono introvabili da settimane. Di insalata neanche a parlarne. Nel suo intervento tv Díaz- Canel ha ribadito che la “congiuntura economica” riguarda solo il carburante. “Nei porti sono già arrivate navi con alimenti” ha detto. Il presidente ha anche annunciato che sono stati elaborati piani di risparmio energetico (black out) per ridurre al minimo i disagi – pur inevitabili – e che saranno programmati in modo da proteggere i più poveri. Ma ha anche avvertito che la crisi potrà ripetersi perché Trump è deciso a strangolare Cuba per “ottenere concessioni politiche” che “non siamo mai stati, né saremo disposti a concedere”.

In effetti di strangolamento economico e finanziario si tratta. Il sessantennale embargo è stato inasprito dal presidente magnate degli Usa con una serie di drastiche misure: in aprile ha deciso sanzioni contro 34 navi, venezuelane e non, che trasportavano greggio dal Venezuela a Cuba. In maggio sono state sanzionate anche le compagnie assicuratrici e altre 9 imbarcazioni. Sono dovuti intervenire i servizi segreti venezuelani (Sebin) per costringere il capitano della “Manuela Sáenz” a far rotta sull’isola. Infine, sono state colpite le compagnie Usa che organizzavano crociere e viaggi a Cuba ed è arrivata la decisione di limitare (mille dollari l’anno) le rimesse che i cubanoamericani possono inviare ai loro parenti in patria.

È rivoluzione nonostante le tante defezioni

Il Salone dell’auto di Francoforte ha aperto i battenti il 12 settembre, dopo l’anteprima delle giornate dedicate alla stampa del 10 e 11, e andrà avanti fino al 22 settembre. Ha cadenza biennale, si svolge negli anni dispari, ed è una delle kermesse europee più importanti del settore automotive, dopo quella di Ginevra e insieme a quella di Parigi, con cui si alterna. La sede è quella della Messe Frankfurt, il comprensorio situato in zona centrale che ospita la fiera cittadina, di cui fino alla scorsa edizione (quella tenutasi nel 2017) occupava ben otto padiglioni.

Quest’anno, complice la delicata congiuntura economica internazionale, le difficoltà del mercato auto continentale (il comparto vale tra il 4 ed il 5 per cento del Pil tedesco) e il ripensamento dei costruttori riguardo alla partecipazione ai saloni tradizionali, lo spazio espositivo è stato praticamente dimezzato: i padiglioni utilizzati sono passati infatti da otto a quattro, e gli addetti ai lavori pensano che se il trend dovesse continuare l’edizione 2021 potrebbe essere a rischio. Le defezioni illustri sono state quelle già abbondantemente annunciate nei mesi antecedenti alla rassegna: oltre venti le marche assenti, tra cui tutte quelle del gruppo Fca nonché dei francesi di Psa, eccezion fatta per la costola tedesca del gruppo transalpino, ovvero Opel, che ha il suo quartier generale a Russelsheim, a meno di 30 chilometri dalla stessa Francoforte. Gli unici superstiti, a contendere la scena ai padroni di casa, sono stati Ford, Land Rover, Renault e i giapponesi della Honda.

In scena l’offensiva delle straniere

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eglio pochi ma buoni: a Francoforte la rappresentanza dei costruttori non tedeschi è una sparuta minoranza. Tuttavia, le novità sotto i riflettori hanno tutte un consistente peso strategico. Si parte da Ford, che al Messe Frankfurt espone quelli che, commercialmente, sono due veri pezzi da novanta: Puma e Kuga. La prima è basata sulla meccanica della Fiesta, è lunga circa 4,2 metri e punta forte sul rapporto fra dimensioni esterne e spaziosità interna, come pure il vano di carico da 456 litri di capacità. Sotto al cofano i motori EcoBoost 1.0 a tre cilindri turbo con potenze da 125 a 155 Cv e tecnologia mild-hybrid con batterie a ioni-litio da 48 volt.

La Kuga, invece, arriva a 4,63 metri di lunghezza ed è il primo suv dell’Ovale Blu a essere offerto con motorizzazioni mild-hybrid, plug-in e hybrid. La versione plug-in (ricaricabile pure alla presa di corrente domestica), in particolare, prevede un’unità termica da 2,5 litri di cilindrata supportata da un elettromotore collegato a una batteria a litio da 14,4 kWh. La potenza complessiva ammonta a 225 Cv e l’auto può viaggiare per circa 50 km in modalità 100% elettrica. “Stiamo aumentando in modo sostanziale il numero di modelli elettrificati per soddisfare tutte le esigenze dei nostri clienti”, dice Stuart Rowley, presidente di Ford Europa: “Facilitando al massimo il passaggio a un veicolo elettrificato, prevediamo che la maggior parte delle nostre vendite di automobili saranno con motori di questo genere entro la fine del 2022”.

Dalla Francia arriva la nuova Renault Captur, seconda edizione di un best seller da 1,2 milioni di unità. Lunga 4,23 metri, sfrutta meccanica e contenuti tecnici della nuova Clio. La strumentazione adotta un pannello digitale fino a 10,2”, l’infotainment uno schermo sino a 9,3”. Le motorizzazioni sono a benzina da 100 a 155 Cv e diesel da 95 a 115 Cv. Tuttavia, nel corso del 2020 debutterà anche la ibrida plug-in da 150 Cv con autonomia elettrica di circa 45 km. Il possibile matrimonio Renault-Fca? “Non ci parliamo più, è il passato. La proposta è stata sul tavolo ma ora non c’è più”, spiega laconicamente il direttore generale della Casa transalpina, Thierry Bolloré: “Abbiamo un grande rimpianto e sono certo che ce l’hanno anche loro”.

Ma prima che il rimpianto porti all’apertura di un nuovo tavolo di trattative con Fca, Renault deve risolvere gli attriti con l’alleata Nissan, a sua volta alle prese con le dimissioni del ceo Hiroto Saikawa. La delegazione asiatica al Salone dell’Automobile di Francoforte si regge sul duo Hyundai-Honda: la prima espone la nuova i10, entry-level del marchio coreano interamente progettata e costruita in Europa. Il design esterno (opera dell’italiano Davide Varenna) scommette su sportività e valorizzazione dei volumi. Lunga 3,67 metri, i10 debutterà a listino con un motore da un litro di cilindrata e 67 Cv e con un più prestante 1.2 litri da 84 Cv. Non dovrebbe mancare anche una versione a Gpl.

Guarda decisamente al futuro la 45 EV, prototipo ispirato alla Pony Coupé Concept del 1974, disegnata dalla Italdesign di Giugiaro. Hyundai rende omaggio a quell’auto conferendole idealmente una seconda giovinezza stilistica nonché la meccanica elettrica, che potrebbe farle imboccare la via della produzione.

Infine la Honda e, elettrica pensata per lo urban commuting, il pendolarismo giornaliero a breve e medio raggio: il listino parte da 35.500 euro (escluso incentivo statale) per la versione da 136 CV di potenza massima, passando a 38.500 per l’allestimento “Advance”, che prevede un più potente motore da 154 CV. Una chicca? I retrovisori sono sostituiti da telecamere.

Monologo tedesco. Si viaggia sul doppio binario

Lo spettacolo, con il beneficio del dubbio. Il gigante di sempre nella mitologia automobilistica tedesca, ma ormai lontano dallo specchio delle brame che serviva a rimirare il ruolo di leadership mondiale. Piuttosto la fotografia di una industria convinta o costretta a convertirsi e reinventarsi dallo scandalo dieselgate, dalla recessione latente e dalle nuove norme europee sulle emissioni di anidride carbonica. La Germania arrivata al Salone dell’auto di Francoforte vive sul doppio binario di chi investe sulle soluzioni elettriche o ibride plug-in, senza ancora la certezza che prendano piede, ma non può permettersi di tralasciare l’auto con motorizzazioni tradizionale in chiave sport utility, l’unico assegno che si può incassare già oggi.

Dal primo gennaio prossimo, ogni gruppo automobilistico dovrà avere una media di emissioni pari a 95 g/km di CO², anche se il 5% dei veicoli più inquinanti non sarà conteggiato per il primo anno. Serve equilibrare le gamme, compensare col bilancino il presente con il futuro.

“Per combattere il cambiamento climatico non esiste alternativa alle auto elettriche. ID.3 è la prima vettura neutrale in termini di CO², cioè non emette nulla quando viaggia e neppure nel suo processo costruttivo perché l’energia utilizzata per costruirla è al 100% rinnovabile”. Dichiarazioni e cultura da ambientalista quelle di Herbert Diess, numero uno del Gruppo Volkswagen, impegnato nel lancio della sua prima vettura a batterie di massa, con prezzo a partire da meno di 30.000 euro e fino a 420 chilometri di autonomia, destinata a portare al debutto quella piattaforma Meb riservata a una intera generazione di elettriche del gruppo tedesco. Quasi nascosta nello stand, ecco la sorpresa del secondo modello della nuova gamma, il suv ID.4. E Diess accelera: “Entro il 2028 presenteremo 70 vetture a zero emissioni, ma devono essere più accessibili e dovrebbero potersi ricaricare gratuitamente, e le tasse legarsi alle emissioni di CO², in modo che risulti conveniente per il cittadino acquistarle”.

Nel mirino dei cugini di Porsche non certo gli incentivi, ma casomai l’assalto al dorato mondo del premium green targato Tesla. “Taycan riposiziona la Porsche in modo sostenibile”, puntualizza il numero uno del marchio Oliver Blume raccontando la sua berlina sportiva a quattro porte, trazione integrale e zero emissioni, nelle due versioni Turbo e Turbo S da 680 Cv e 761 Cv. Tocca casomai ad Audi bilanciare il futuro con un presente ancora promettente. Accanto alla sua concept Ai:Trail, fuoristrada elettrica a intelligenza artificiale, arrivano l’attesissimo sport utility urbano A1 Citycarver e il suv Coupé Q3 Sportback. Skoda punta sul metano con la crossover da città Kamiq G-Tech ,mentre Seat gioca la carta dello sport utility Tarraco Fr in edizione “Phev” con oltre 50 km di autonomia in elettrico. Una sigla che sta per ibrida plug-in, con batterie ad alta capacità, ovvero il metodo più abbordabile per abbattere in modo drastico la media di emissioni di CO² del veicolo, senza troppi traumi.

“Entro la fine del 2021 miriamo ad avere un totale di un milione di veicoli elettrificati sulle strade”, questa la fiducia di Oliver Zipse, numero uno di Bmw, “ma causa delle differenze nelle infrastrutture, nelle distanze di guida e nei quadri politici la domanda di veicoli elettrici nel prossimo decennio resterà mista”. Cioé, nonostante la scena vada ancora alla Serie 1 e alla super suv X6, a Francoforte atterrano la Mini Cooper SE a completa trazione elettrica, e soprattutto la Vision M Next, concept car che prefigura la futura supercar a propulsione ibrida plug-in da 600 Cv di potenza.

“Non sappiamo cosa sceglieranno davvero i clienti, già entro il 2030, il 50% delle nostre vetture sarà con sistemi ibridi plug-in o a propulsione completamente elettrica, ma saranno il 2020 e il 2021 gli anni fondamentali per capire il futuro reale del settore”. Ecco l’intelligente strategia del dubbio di Ola Kallenius, numero uno di Daimler. Mercedes si regala Vision Eqs, ammiraglia a zero emissioni che anticipa la futura erede della Classe S con ben 700 chilometri di autonomia, ma poi gioca le carte del maxi suv Gle Coupé e soprattutto Classe A 250e ibrida plug-in.

Comunque serve attendere un mercato che deve decidere quale logica sceglierà per decollare. Opel ora pensa in modo diverso alla sesta generazione della citycar Corsa. Si presenta al Salone di Francoforte con motori benzina e diesel da 75 a 130 cavalli, ma fin da subito anche in veste elettrica, con 330 km di autonomia. Nel dubbio, il gigante viaggia su tutti e due i binari.