“La disobbedienza civile è l’unica soluzione per il clima”

Cosa vi distingue da Fridays for future?

Come Fridays for Future anche noi ci battiamo per un clima stabile in futuro, ma Sand im Getriebe (Sabbia negli ingranaggi) si focalizza soprattutto per chiedere una svolta nella mobilità.

Come protestate?

Bisogna fare un passo avanti. C’è bisogno della disobbedienza civile perché la protezione dell’ambiente è ad un livello drammatico e le pure dimostrazioni non sono più sufficienti. Quanto è successo nel fine settimana al Salone dell’auto di Francoforte era un’azione di disobbedienza civile. Centinaia di persone si sono ritrovate per bloccare l’ingresso alla fiera. Non era legale ma noi lo consideriamo legittimo.

Perché lo avete fatto?

Perché l’industria automobilistica fa sempre grandi affari qui e al tempo stesso celebra il totale fallimento degli ultimi anni e continua a distruggere il mondo, insieme alla politica. Con queste azioni noi volevamo dire ‘Non vi lasceremo continuare la festa’.

Siete contenti del risultato?

Siamo molto, molto contenti. Non ci aspettavamo una partecipazione così grande. Insomma, insieme a un migliaio di persone abbiamo bloccato per diverse ore le due entrate principali. E poi siamo anche riusciti nel fine settimana a bloccare l’autostrada. Insomma è stata una grande azione di disobbedienza civile che ci conferma che c’è bisogno di una svolta radicale nella mobilità. Nel weekend avranno partecipato 20 mila persone, compresa la dimostrazione per le strade di Francoforte.

Quali sono i vostri obiettivi nel medio periodo?

Vogliamo città senza auto perché crediamo che questo sia necessario per raggiungere gli obiettivi legati al clima e perché migliora la qualità della vita delle persone, si guadagna più spazio e in tante eviterebbero di ammalarsi per le polveri sottili. Per avere città senza auto c’è bisogno di servizio pubblico gratuito e infrastrutture per la bicicletta.

La guerra dell’elettrone tra dazi e Dieselgate

Apesare sulla Messe Frankfurt c’è la guerra commerciale Usa-Cina. Con l’Europa che sta nel mezzo e discute di politiche monetarie di sostegno all’euro-zona, continuando a guardare alla Germania come faro, quasi noncurante della congiuntura negativa che sta spingendo il Paese verso la recessione tecnica. Che non potrà non avere conseguenze anche sul comparto auto, non più in grado di tirare come un tempo. Ma a ben guardare la questione sullo sfondo rimane la gestione della transizione post dieselgate. Bisogna trovare la quadra tra gli enormi investimenti dell’industria tedesca sul gasolio, con ritorni garantiti ma messi a rischio dalle politiche restrittive sull’ambiente, e quelli altrettanto ingenti sulla tecnologia a batteria, i cui guadagni sono parecchio teorici visto che nel 2018 le elettriche hanno pesato solo per il 2% sulle immatricolazioni nell’Ue. Perché l’auto a elettroni ancora non convince il grande pubblico, ma nel frattempo i costruttori proprio su questa sono stati costretti a basare la loro offerta futura. Tralasciando il fatto che la stretta politica sull’inquinamento è stata causata proprio dal dieselgate e dai vari altri scandali che lo hanno seguito. Ora il problema è tutelare le scelte industriali e occupazionali.

Innanzitutto con un ecosistema favorevole, grazie all’ampliamento delle infrastrutture di ricarica in tutta Europa (le colonnine), e poi con gli incentivi fiscali, come ha spiegato il presidente dell’associazione europea costruttori (Acea), Carlos Tavares. Solo così si potrà evitare, in futuro, che si ripeta il paradosso di Francoforte: mostrare con orgoglio tecnologie del futuro, sperando che le attuali sopravvivano ancora a lungo. Perché è con quelle che si guadagna.

Diaco, Darwin e l’anello tra Marzullo e Costanzo

Trovato l’anello di congiunzione tra Maurizio Costanzo e Gigi Marzullo, che gli evoluzionisti pensavano non esistesse. E invece sì, esiste per quanto si può esistere in televisione, sei giorni su sette, si chiama Pierluigi Diaco, si è fatto le ossa come conduttore sentimentale del pomeriggio – dai tempi di Rete4 “pomeriggio con sentimento” è un richiamo intramontabile – ma dai suoi modi di piccolo principe suadente, insinuante, birichino, si capiva che il meglio di sé poteva darlo la notte, dove è appena sbarcato (Io e te di notte, sabato, Ra1).

Ci sono i maratoneti, i diurni e i notturni. Maurizio Costanzo ora rischia l’abbiocco in diretta, ma è stato un re della notte, animale notturno e da palcoscenico. Dopo esserne stato a lungo un collaboratore, è a lui che Diaco si ispira apertamente. Io e te di notte è un Costanzino show su misura, gli ospiti sono sempre quelli, ma personalizzato nei dettagli; si parte con l’intervista intima, vis-à-vis (Costanzo le faceva coi politici, Diaco ha preferito confessare Rocco Siffredi), si passa la palla a Valeria Graci che è la sua Littizzetto, una Littizzetto zuccherina, adatta alle luci soffuse di un talk che sfida lo stesso Fazio sul terreno del buonismo, con Sandra Milo al posto di Orietta Berti. È qui che casca il Marzullo. Il rischio di sconfinare nel marzullesco c’è, rischio evolutivo non da poco. Ma la notte di Diaco è autentica, non ricostruita in studio alle tre del pomeriggio; e siccome la notte non mente, c’è speranza.

Mail Box

 

Non c’è due senza tre: Matteo ha già tradito e lo farà ancora

Comincio a pensare che i militanti della Lega, spero non gli elettori, siano sordi o non ascoltino quello che dice il Capitano. A Pontida ha annunciato: “Basta con gli inciuci e i tradimenti’’. Ma i leghisti non ricordano che lui stesso ha tradito una prima volta Berlusconi e Fratelli d’Italia quando ha fatto il governo con M5S? E che poi ha rinnegato il M5S sfiduciando Conte, nonostante giurasse che il governo sarebbe durato 5 anni? Senza contare il voltafaccia nei confronti dei suoi uomini di governo, che stavano lavorando bene con i grillini. Il gallo deve ancora cantare e ha già tradito due volte: quale sarà la terza prevista nel Vangelo (visto che lui è così “religioso”)? Se dovesse vincere, state certi che tradirà anche il popolo per cui dice di lavorare.

Francesco Degni

 

Ci manca la vecchia classe politica, quella senza social

Le gesta dei nostri attuali governanti, esperti in selfie, social e vuote promesse, nonché di ridicole e continue apparizioni in tutte le Tv, ci riportano al lontano passato politico. Solo a sentirli nominare, i ministri Scelba, Tambroni, Cossiga, Pella e Fanfani ci facevano tremare. Pur avversari politici, li rispettavamo per le loro capacità, lavoro serio, e per il fattivo impegno istituzionale e politico. E gli attuali governanti – anche se più simpatici dei loro predecessori – ce ne fanno avvertire spesso la loro mancanza. Speriamo che ora le forze politiche si diano un contegno e operino solo nell’interesse dei cittadini.

Mario De Florio

 

Undici anni per un giudizio: la vergogna è del sistema

Nel 2008 l’ex presidente del Senato Renato Schifani intentò ad Antonio Tabucchi una causa civile con la richiesta di risarcimento di 1 milione e 300 mila euro per un articolo, ritenuto diffamatorio, pubblicato il 20 maggio 208 sull’Unità.

Ora, a distanza di 11 anni, la Cassazione ha dato torto a Schifani, e la vittoria in giudizio di Tabucchi – che, nel frattempo è deceduto – è, finalmente, definitiva. Che io sappia, la notizia è stata ignorata dalla stampa. L’unico accenno, con un trafiletto sopra la testata del giornale, in prima pagina, l’ha dato l’11 settembre scorso, il Fatto Quotidiano, scrivendo che ora (per Schifani) la vergogna è definitiva. Ma la vergogna più grande, a mio modo di vedere, è che ci siano voluti 11 anni per dirimere una questione nella quale il motivo del contendere era già definito nell’articolo incriminato, e indagini ulteriori non servivano. Ma più ancora che sia permesso a chicchessia, ma specie ai “potenti”, di intentare c.d. liti temerarie, nella convinzione che nella maggior parte di casi se la caveranno con la condanna al pagamento delle spese processuali, e, se va male, solo con un risarcimento dei danni (art. 96 cpc). Se la condanna, invece, consistesse nel riconoscimento a favore del convenuto di una somma pari alla richiesta di risarcimento a suo tempo presentata dall’attore, chi fosse intenzionato a intentare una causa civile ci penserebbe due volte prima di promuoverla. Anche Schifani.

Mario Ferrarese

 

Il sovranismo è un’onda anomala nel Mediterraneo

Camus scrisse: “Ogni volta che una dottrina ha incontrato il bacino mediterraneo, nello choc di idee che ne è derivato è sempre il Mediterraneo che è restato intatto, il paese che ha battuto la dottrina”. Parole chiave per capire il declino di Salvini. La sua dottrina sovranista (a volerla analizzare senza pregiudizi, e, anzi, come risultato di forze comprensibili nella criticità della globalizzazione contemporanea), spinta nei contenuti e nella forma fino alle sue estreme dinamiche, deve aver urtato contro questa culla acquatica che meglio di lui sa cosa sia l’Italia. Una nazione che è il cuore del Mediterraneo. Che non è solo acqua, ma un sistema spirituale millenario. Ecco probabilmente cos’è successo in quell’angolo di mare che è la lena del Papeete: un’onda si è levata, causando il cortocircuito del microcosmo psicologico di un individuo. Facendo sì che da esso non fossero messi in secondo piano proprio gli italiani: per quello che essi sono al di là dei moti ondosi anomali del presente. Quanto al governo che si è costituito non possiamo che augurarci che, più che parlare a vanvera, sappia ascoltare la vera voce del Mediterraneo, seguendo la Costituzione.

Giuseppe Cappello

 

In Francia trasporti pubblici gratuiti per aiutare l’ambiente

Considerando lo stato di perenne dissesto di molte aziende di trasporto pubblico locale e sulla scia di una maggiore presa di coscienza ambientale: perché non introdurre in via sperimentale la gratuità su qualche linea di bus nei fine settimana? Del resto in Estonia, dopo i vantaggi ambientali riscontrati nella capitale Tallinn, per i residenti sono diventati gratuiti i bus in tutto il Paese. In Francia ci prova Dunkerque, città da 100 mila abitanti al confine col Belgio, il cui caso potrebbe fare da apripista alla rivoluzione per i trasporti d’Oltralpe. Pochi giorni fa anche il sindaco di Parigi, la socialista Anne Hidalgo, ha fatto visita alla cittadina per carpire le modalità e il funzionamento di questo esperimento, e magari estenderlo anche alla Ville Lumière. E da noi, quando arriverà questa piccola grande svolta?

Antonio Bovenzi

Razzismo e calcio. Siamo ancora il Paese delle “banane a Lukaku”. È Medioevo

 

Ricomincia il campionato e già ricominciamo con il razzismo? Non seguo molto il calcio, non amo molto le dinamiche costruite attorno al pallone, ma ne riconosco (purtroppo) l’importanza e (sempre purtroppo) l’estrema capacità seduttiva nei confronti delle persone, giovani in particolare. Questa volta però mi sembra ci sia stato un concatenarsi di episodi gravi, compresa una presunta battuta verso un giocatore dell’Inter, di pessimo gusto. Insomma, siamo alle solite?

Giulia Monforti

 

Ieri se n’è occupata più la Bbc, tv del servizio pubblico del Regno Unito, della nostra Rai e in generale dei media italiani, tutti auto-silenziati. Domenica, su Telelombardia, un opinionista di TopCalcio24, Luciano Passirani, ex dirigente dell’Atalanta, ha elogiato Lukaku, il nuovo bomber dell’Inter, belga di origini congolesi, dicendo che lo si può fermare solo dandogli da mangiare dieci banane. Più o meno la frase che il presidente della Figc Tavecchio pronunciò nel 2014 sul conto di Opti Poba e che gli costò una squalifica per razzismo di sei mesi comminatagli da Uefa e Fifa. Neanche il tempo di riaversi ed ecco che in Verona-Milan, posticipo serale, riesplodono in tutta la loro virulenza i cori beceri (verso della scimmia) all’indirizzo di Kessie, ivoriano, e quelli contro Donnarumma, natali napoletani. Scuse? Macché. Anzi, ieri mattina a freddo il Verona Calcio posta il seguente tweet: “I ‘buuu’ a Kessie? Gli insulti a Donnarumma? Forse qualcuno è rimasto frastornato dai decibel del tifo gialloblù” e spiega che si è trattato solo di fischi di protesta contro l’arbitro per i quali il club ringraziava “i suoi gladiatori”. Il Verona è il club che nel 2011, dopo essere stato promosso in B a scapito della Salernitana, si radunò allo stadio Bentegodi e vide Mandorlini, il suo allenatore, intonare il coro “Ti amo terrone”, ripreso da migliaia di suoi tifosi, davanti agli occhi dei suoi allibiti calciatori tra cui Russo (nato a Catania), Maietta (Cariati), Pugliese (Putignano), Natalino (Lamezia Terme), Esposito (Casarano). A Torino, sempre ieri, c’è stato l’arresto di dodici capi ultrà della Juventus: “Ottenevano cose dalla società con la minaccia dei cori razzisti dagli spalti”, ha detto il procuratore aggiunto Patrizia Caputo. “La loro era un’organizzazione di tipo militare, il solo linguaggio conosciuto era la violenza”. Anno 2019, Italia, Medioevo.

Paolo Ziliani

Scalfarotto e i suoi simili: cosa si ingoia per una poltrona

Sono due le fortune del governo Mazinga: nascere in contrapposizione alla peggiore destra d’Europa, e quindi essere a prescindere migliore di qualsiasi altra opzione; e avere viceministri che, per fortuna, contano poco e sottosegretari meno di niente. Il livello è quasi sempre rasoterra. I sottosegretari sono 43 (compreso Fraccaro a Palazzo Chigi): 21 M5S, 18 Pd, 2 LeU e un Maie (che non esiste in natura, ma fa comodo quando al Senato hai una maggioranza stitica come il Prodi 2). I grillini, per mostrare il loro peggio, confermano Castelli e Sibilia. Rispondono i renziani, schierando il poker deluxe Ascani-Malpezzi-Morani-Scalfarotto. Tutta gente che, fino al giorno prima, aveva trattato i 5 Stelle come nazisti efferati. Ha ragione Calenda, uno che come peso (politico) non conta nulla – i sondaggi gli concedono un mesto 2.5% – ma che ha gioco facile nel ricordare ai turbo-renziani la loro immane incoerenza: dal #senzadime al #datemiunapoltrona. Annina Ascani, addirittura viceministro all’Istruzione tanto per ricordarci che la scuola resta proprio l’ultima ruota del carro, era tra i tanti la più esagitata nel bastonare i 5 Stelle, tra video ridicoli in controluce con la Morani (c’è pure lei nel Mazinga!) e remake di Shining col simpatico Giachetti. Non ha però mostrato imbarazzi nell’accettare la poltrona del Mazinga: daje! Si dice che Renzi, nonostante i 3 ministri e 5 sottosegretari, sia però indispettito per l’assenza di toscani nel governo e per i ruoli non apicali conquistati. Per una volta ha ragione, perché Zingaretti non gli ha fatto toccare granché palla, quindi è verosimile che si vendichi staccando presto la spina. Infatti sta preparando la “scissione consensuale” (come no).

La speranza, per il Mazinga, è data dal fatto che oggi Renzi politicamente vale quello che merita: cioè niente. Il sondaggista Noto accredita un suo partito personale di uno stitico 5% in calo: se fa saltare tutto, al massimo lo seguono Meli, Fusani e Scalfarotto. Già, Scalfarotto. L’omino ameno che rideva ai piedi del Gran Capo Renzi quando quest’ultimo sputacchiava dal palco le sue battutone su Taverna e Di Maio, è ora sottosegretario agli Esteri. Proprio il dicastero di Di Maio. E come collega ha Di Stefano, un altro con cui si accoltellerebbe. Meraviglioso. Scalfy aveva dato segno di sé due mesi fa, visitando a Regina Coeli i due americani arrestati per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega: il solito genio. Chi è, esattamente, Ivan Scalfarotto? Per rispondere a ciò occorrerebbe avere il talento che aveva Hegel nel sondare l’evanescenza, ma possiamo comunque provare a scandagliare la sua esaltante biografia. Nato a Pescara nel 1965. A tre anni si trasferisce a Foggia. Laureato in Giurisprudenza. Lavora in svariate banche. Nel 1996 (dopo una lettera a Repubblica) diventa minimamente noto come “deluso” dal Prodi I. Omosessuale, paladino dei diritti Lgbt. Nel 2001 fonda “Adottiamo la Costituzione”, sei anni dopo entra nei Ds (su invito di Fassino). Veltroniano fervente, nell’ottobre 2007 è eletto nell’Assemblea costituente nazionale del neonato Pd ma manca l’elezione a deputato nel 2008. Vicepresidente Pd dal 2009 al 2013. Nel 2012 è folgorato sulla via della Diversamente Lince di Rignano, di cui diviene aedo garrulo e ultrà rancoroso. Deputato nel 2013 e 2018. Sottosegretario per le Riforme costituzionali e i Rapporti con il Parlamento con Renzi e poi allo Sviluppo economico con Renzi e Gentiloni. Ora la poltrona nel Mazinga, ultima (per ora) poltrona di uno dei tanti nati quasi-ribelli e divenuti ben presto gattopardi. Anzitutto di se stessi.

Caro Salvini, a cosa servivano i “pieni poteri”?

Caro Matteo Salvini, perché l’ha fatto? Il tormentone dell’estate – che ricorda pure una canzone di Marco Masini – ora rischia di diventare un mistero della fede da “immacolato cuore di Maria” (ops), se non proviamo a dipanare la matassa delle supposizioni. Perché, dopo essere riuscito ad andare al governo col 17 per cento, essere diventato ministro e vicepremier, aver fatto il bello e (soprattutto) il cattivo tempo così da crescere a dismisura – oltre il 34 per cento alle Europee, su su fino a sfiorare il 40 per cento nei sondaggi – ha deciso di rompere tutto, rinnegando se stesso e le promesse di lealtà e finendo all’opposizione?

Innanzitutto, tocca sgomberare il campo dalle ragioni che lei ha addotto e che sono, indubbiamente, le meno credibili. “I 5S dicevano sempre no”: ma se avevano appena votato sì sul decreto Sicurezza bis? “Avevano tradito sulla Von der Leyen, perché volevano questa Europa”: ma se pure i suoi amici sovranisti di Visegrad l’hanno votata, e c’era un accordo di governo da cui lei s’è sfilato all’ultimo? Fosse stato il fuoriclasse politico che ci hanno descritto in quest’anno, avrebbe puntato sul suo Giorgetti commissario o – se rottura doveva essere – avrebbe rotto all’indomani del successo alle Europee o del fuorionda Conte-Merkel di febbraio. No, caro Salvini, non sta in piedi.

Ben più credibile che lei si sia fidato di Renzi – quello del #senzadime e #maicoi5S, che poi le ha rifilato la sòla del governo #senzadite – e questo la dice lunga sul suo fiuto politico; ma le concediamo l’attenuante del voto sul Tav, col Pd (insieme a lei) contro la mozione 5S, che può averle fatto credere che l’alleanza non s’aveva da fare. Però non basta ancora: perché l’ha fatto? Perché ha rotto tutto?

Di sicuro voleva andare a elezioni (ma un ripasso della Costituzione e del Rosatellum, che ha votato?), capitalizzare i consensi europei e ottenere “pieni poteri”. Per farci cosa? Si dice: “segui i soldi”; in politica meglio ancora seguire le inchieste giudiziarie. Credo che la sua prima preoccupazione fosse (sia) l’uno-due delle vicende Arata-Siri e Russiagate, tant’è che già mette le mani avanti: “mi colpiranno giudiziariamente”.

Seconda preoccupazione: come uscire dalla perenne campagna elettorale? Dopo aver spremuto lo spremibile sui migranti, toccava offrire qualcos’altro: ma come fare la Flat Tax senza aumentare l’Iva? Bisognava diventare premier e fare una manovra che Tria, Conte e Di Maio non avrebbero mai consentito: con la tassa piatta finanziata dagli 80 euro di Renzi e dal reddito di cittadinanza, che lei non ha mai digerito.

Grane giudiziarie (per la Lega) e riforma fiscale (per i più ricchi): per questo servivano “pieni poteri”?

Il resto è cronaca: da segugio mediatico quale indubbiamente è, e da tradizione italica, ha approfittato della distrazione degli italiani (e delle tv) in vacanza. E – altrettanto indubbiamente – dopo il boom europeo e lo spazio abnorme che le è stato concesso dai 5S e dai media, è andato in delirio d’onnipotenza: i rosari e il dj set al Papeete ne sono forse la prova più preoccupante.

Caro Salvini, ecco perché – secondo me – l’ha fatto. Le dirò di più: se pure non ammetterà mai le vere ragioni dell’harakiri e, anzi, lei e i suoi continuerete addirittura a negare che ci sia stato un harakiri, be’ il suo orzaiolo (psicosomatico!) sarà lì a testimoniarlo. E comunque, l’importante è che l’abbia fatto. Va bene, benissimo così.

Un cordiale (non nel senso del liquore) saluto.

La guerra di Malagò sul malloppo Coni

Giovanni Malagò, presidente del Coni e protagonista di una singolare istigazione al Comitato Olimpico Internazionale perché sanzioni una legge dello Stato italiano – al punto di mettere in discussione la partecipazione italiana alle Olimpiadi di Tokyo e l’assegnazione dei Giochi invernali del 2026 a Milano e Cortina –, non è nuovo a imprese muscolari a difesa di interessi privati. La guerra inizia con l’approvazione di una legge delega che ricolloca i mezzi a disposizione dello sport non soltanto olimpico (la cifra non disprezzabile di 408 milioni prevista dal bilancio 2019), precedentemente gestiti dal Coni, in una società (Sport e Salute) al 100% sotto il controllo del ministero dell’Economia. Non si tratta di fondi destinati alla partecipazione olimpica, per i quali sono stati stanziati 40 milioni, ma all’attività sportiva nel suo complesso (scuola, medicina sportiva, impianti periferici). Così l’Italia si conforma alla legislazione o alla prassi di molti Paesi.

A parziale discarico delle responsabilità dell’uomo del Circolo Aniene va detto che il malloppo, da lui difeso con le unghie e con i denti e che rende il suo Coni un’anomalia nel mondo occidentale, ha radici molto lontane. Quando cadde il regime fascista, che aveva puntato con successo sullo sport a maggior gloria delle sue fortune periture, Giulio Onesti (socialista) ripeté in piccolo l’impresa di Enrico Mattei, diventando il sovrano di quanto era stato chiamato a liquidare, assicurando al nascente Coni non solo la rappresentanza olimpica dell’Italia, come previsto dalla Carta olimpica, ma tutti i fondi da allora destinati allo sport italiano.

Altra stazza comunque rispetto a Malagò che, per difendere ruolo e malloppo, mette in bocca al presidente del Cio, fingendo di fare il suo dovere, un’insostenibile interpretazione della Carta olimpica (aggiornata nel 2019) che in nessun punto si attribuisce o attribuisce ai comitati olimpici nazionali compiti che vadano oltre la gestione della rappresentanza dei singoli Paesi ai giochi olimpici estivi e invernali e delle eventuali relative candidature. Né all’articolo 2 (ove vengono elencati i compiti del Cio) né all’articolo 27 invocato dall’avvocato Malagò (che precisa quelli dei comitati nazionali) né nei “Bye Laws”, o regolamenti, a esso riferiti, testualmente in difesa del “Olympic Movement” (le parole sono pietre) la Carta prevede sanzioni, per una diversa allocazione di risorse da parte dello Stato per compiti che esulano dalla partecipazione alle olimpiadi. Le sanzioni previste – compresa quella della sospensione del comitato olimpico nazionale nel caso in cui “ogni atto da parte di qualsiasi soggetto governativo o altro ostacoli attività o diritto di espressione del comitato nazionale” (“any act by any governmental or other body causes the activity of tne NOC or the making and expression of its will to be hampered”) – si riferiscono ai suoi compiti di presenza e rappresentanza alle olimpiadi. Come potrebbe andare oltre, la Carta, vista l’anomalia rappresentata dal Coni rispetto a molti altri comitati nazionali? Consiglierei, invece, prudenza al nuovo ministro Spadafora, nella formulazione della delega prevista dalla legge, riguardo alla nomina del presidente del Coni – in questi giorni si parla di commissariamento – di cui la Carta prevede l’apoliticità e l’autonomia.

Del resto Malagò, affiancato da altri suoi sodali nel Cio, non è nuovo a queste sviste formali, presumibilmente compiute a occhi aperti. Come quando, col sostegno politico di Renzi e Salvini, si è inventato l’Olimpiade delle Alpi, a dispetto dell’articolo 5 della Carta che, pur consentendo teatri di gara extra moenia, conferma l’assegnazione giuridica e nominale di un solo “host” ospitante (chi ha mai sentito parlare di Olimpiadi di una nazione o di una pianura?). Il tutto al solo scopo di escludere Torino che disponeva della candidatura singola, conforme all’articolo 5, dotata d’impianti restaurabili con poca spesa, quindi più sostenibile sia dal punto di vista dei costi che dell’ambiente. Ecco pronta Milano, a 260 chilometri dalle montagne, con San Siro e gli impianti di Cortina da costruire da zero a spese dei contribuenti. Per non parlare delle ripetute candidature olimpiche di Roma, accompagnate da minacce ai sindaci Marino e Raggi, con l’obiettivo di costruire un novello villaggio olimpico a Tor Vergata, sotto l’egida di Caltagirone.

Chiudo con alcuni consigli al nuovo governo: ricondurre il Coni ai compiti previsti dalla Carta olimpica, senza lederne l’autonomia; usare il denaro pubblico disponibile per una politica a sostegno della salute dei giovani, della scuola, delle periferie come previsto dalla legge delega approvata; evitare candidature internazionali di qualunque tipo, per luoghi già congestionati (Roma, Firenze, Venezia, Milano) e sprechi di denaro pubblico conseguenti; usarle, invece, per valorizzare le straordinarie bellezze spalmate sull’intero territorio nazionale come motore di sviluppo di un turismo sostenibile.

Facebook chiude CasaPound&C. È giusto?

La settimana scorsa, Facebook ha chiuso le pagine di CasaPound, Forza Nuova e di tutti i loro sostenitori. “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram – ha spiegato l’azienda –. Candidati e partiti, così come tutti, devono rispettare la nostra policy, indipendentemente dalla loro ideologia”. La decisione ha generato un dibattito, come quello che trovate di seguito, tra chi sostiene che sia un attacco alla libertà di espressione, seppur su un sito di un’azienda privata, e chi ritiene che le due organizzazioni siano già al limite di quanto consentito per legge.

 

Perché No

“Il totalitarismo democratico non è democrazia”

Giovedì scorso, per presentare il mio libro Storia reazionaria del calcio. I cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone, ho partecipato alla Festa nazionale di CasaPound che si teneva in un bell’agriturismo (il meglio della dolcezza delle colline venete) ma parecchio fuori mano e lontano da Verona dove i militanti di questo gruppo hanno una certa consistenza. Evidentemente si era ritenuto opportuno tenerli il più possibile alla larga. C’era moltissima pula. L’ambiente era misto, insieme a giovani che si tatuano da capo a piedi c’erano famigliole con bambini.
Il mio intervento si è svolto nella massima tranquillità e alla fine mi sono salutato molto cordialmente col presidente di CasaPound Gianluca Iannone. Non è la prima volta che accetto gli inviti di CasaPound, sono stato tre volte a Roma dove hanno la sede nazionale e ho potuto notare che fanno un buon lavoro sociale in aiuto alle famiglie disagiate. Naturalmente le teste di cazzo non mancano nemmeno qui, ma quando esorbitano dalla loro ideologia e compiono atti violenti vengono giustamente messi al gabbio come ha deciso anche di recente una sentenza della Cassazione. Ma questo non vale solo per CasaPound ma per chiunque compia atti di violenza.
La targa della mia automobile è stata fotografata da agenti in borghese. Ora la mia domanda è questa. Se decidessi di aprire un profilo Facebook per i fatti miei – non ci penso neanche – incorrerei nelle sanzioni che la società di Zuckerberg ha comminato a CasaPound e Forza Nuova? Facebook – che se vogliamo metterci nella sua ottica, che non è la nostra, è uno dei peggiori seminatori di odio e di istigazione alla violenza come la cronaca ha ampiamente dimostrato – è una società privata che può darsi i regolamenti che vuole. Lo Stato italiano no, deve sottostare alla Costituzione che all’articolo 21 garantisce la libertà di opinione e di espressione. E non per nulla sia CasaPound e Forza Nuova, i due gruppi messi fuorilegge da Facebook, si sono regolarmente presentati alle elezioni sia pur prendendo percentuali bassissime.
Per legittimare l’intervento censorio di Facebook nei confronti di CasaPound e Forza Nuova ci si è richiamati alla legge Scelba del 1952 che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” e che dà attuazione all’articolo XII delle “Disposizioni transitorie e finali” posposte alla Costituzione. Sia la legge Scelba che la disposizione a cui questa legge dà attuazione avevano un senso al momento in cui furono emanate. Uscivamo da una gravissima sconfitta militare e da una sanguinosa guerra civile fra chi al fascismo si opponeva e chi il fascismo ancora difendeva. C’erano quindi ancora ferite aperte. Ma sono passati tre quarti di secolo da allora e proprio per questo i nostri padri costituenti definirono “transitorie” quelle disposizioni e sta in re ipsa che una disposizione transitoria non può andare avanti all’infinito (altrimenti si chiamerebbe in altro modo) e prima o poi deve decadere.
Insomma queste leggi liberticide avevano un senso 75 anni fa, oggi lo hanno perso. Io voglio potermi dire fascista, anche se non credo di esserlo, è un mio diritto di libertà come è un mio diritto di libertà riconoscere le cose buone che il Fascismo pur fece (“Gli anni del consenso”, De Felice) come è un altrettale diritto di libertà vederne solo il peggio. Queste sono le regole della democrazia, di ogni democrazia, dove la libertà di esprimere le proprie idee e opinioni, per quanto possano essere ritenute aberranti dalla maggioranza, è sacra. Altrimenti non di democrazia si tratta ma di un totalitarismo democratico. Che non è meno totalitario di ogni altro totalitarismo.

Massimo Fini

 

Perché Si

“Il social è stato più costituzionale della magistratura”

Facebook ha (finalmente) preso atto che Casa Pound e Forza Nuova rientrano in una categoria espressamente bandita dalle regole che ogni utente sottoscrive: “Qualsiasi associazione di almeno tre persone organizzata con un nome, un segno o simbolo e che porta avanti un’ideologia, dichiarazioni o azioni fisiche contro individui in base a caratteristiche come la razza, il credo religioso, la nazionalità, l’etnia, il genere, il sesso, l’orientamento sessuale, malattie gravi o disabilità”. Se in futuro Facebook applicherà questa griglia ad altre associazioni, ne discuteremo: in questo caso il suo filtro, più largo, coincide perfettamente con quello, assai più selettivo della Costituzione, perché queste due “organizzazioni che incitano all’odio” sono anche esplicitamente impegnate a ricostituire il Partito Fascista, e dunque sono fuori legge. La costante giurisprudenza della Corte costituzionale ha chiarito che il primo comma della dodicesima disposizione non è transitorio, ma finale. In altri termini: è per sempre che “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Ne discende che per i fascisti – e solo per i fascisti – non valgono tutte le garanzie costituzionali: per esempio, non valgono la libertà di associazione e di espressione. Come ha scritto Paolo Barile, quella disposizione spoglia “l’ideologia fascista della garanzia costituzionale delle libertà”, imponendo misure preventive e repressive di ogni attività ispirata al fascismo. Una decisione grave, che la Corte ha sempre efficacemente difeso, dichiarandola perfettamente coerente con il carattere antifascista di una Costituzione non neutrale.
La nostra è una Costituzione che unifica tutti coloro che l’hanno sottoscritta, ma è anche una Costituzione imposta con la forza ai vinti nella guerra civile, rimasti fuori da quel patto fondativo. I soli esclusi sono i fascisti: verso di loro la Costituzione “è un comando costituente per tutto ciò che vale a rendere attuale la sua connotazione antifascista” (G. Zagrebelsky). La ragione di tanta durezza è ovvia: sappiamo tutti benissimo (a partire dai loro membri) che se Casa Pound o Forza Nuova avessero la maggioranza alle elezioni, toglierebbero a ognuno di noi le garanzie che ora strumentalmente invocano, e che in realtà disprezzano.
Per questo la democrazia non può ammettere al tavolo del suo gioco chi gioca col manganello in tasca, ed è lì solo per ribaltare il tavolo. Come ha scritto Karl Popper, anche la società più tollerante ha il diritto-dovere di non tollerare gli intolleranti che ne minacciano l’esistenza. E per Norberto Bobbio la tolleranza “deve essere estesa a tutti, tranne a coloro che negano il principio di tolleranza”.
Come decidere chi sono, questi intolleranti? La Costituzione non dà deleghe in bianco, ma toglie alcune libertà ad un solo gruppo di intolleranti: quello più pericoloso, nella storia italiana. Quello che ci aveva tolto la Libertà e portato alla rovina: quello dei fascisti. Il fatto che quelle due associazioni non siano state ancora sciolte e anzi possano presentarsi alle elezioni è un caso macroscopico di non attuazione della Costituzione: ed è davvero paradossale che Facebook, almeno su questo, sia più ‘costituzionale’ della magistratura italiana. D’altra parte, se prima o poi un governo attuasse quella Costituzione nei suoi principi fondamentali, invece di volerla cambiare, l’acqua di ingiustizia sociale e ignoranza in cui prosperano i nuovi fascismi si asciugherebbe all’istante.

Tomaso Montanari

Alitalia, proroga fino a 15 ottobre per offerta vincolante di Ferrovie

Ancora un rinvio per la partita Alitalia. Il neo ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, su richiesta dei commissari straordinari Alitalia, ha concesso la proroga fino al prossimo 15 ottobre del termine per la presentazione dell’offerta vincolante e definitiva per l’Aex compagnia di bandiera da parte di Ferrovie dello Stato. Questo al fine di permettere al consorzio acquirente di definire i dettagli del piano, che non sarà un semplice salvataggio, ma il rilancio ambizioso della compagnia. La proroga, la sesta, rappresenta un compromesso tra i soci privati della futura Alitalia: Fs, Atlantia, Delta da una parte e commissari e Mise dall’altra. Qualche novità potrebbe esserci sul fronte delle partecipazioni azionarie, con Delta che, secondo indiscrezioni, potrebbe salire oltre il 10%, mentre Fs e Atlantia dovrebbero avere il 35% e il Tesoro il 15%. Ma per Atlantia si guarda al cda di oggi che dovrebbe decidere anche sul futuro dell’ad Giovanni Castellucci. Intanto al ministro Patuanelli i sindacati chiedono che non ci siano esuberi: le cifre che circolano parlano di oltre 2 mila persone e uno dei nodi sarà anche la loro ricollocazione, nel caso non si ricorra per tutti ad ammortizzatori sociali.