Tre giorni dopo le 9 misure cautelari emesse nell’ambito dell’inchiesta bis sul ponte Morandi, Autostrade per l’Italia ha pubblicato online una mappatura degli interventi di manutenzione su ponti e viadotti. Dai dati forniti dalla società (aggiornati a giugno 2019) emerge da Genova a Udine passando per Milano, da Bologna giù verso Firenze, Roma e Cassino e dalle coste dell’Adriatico di Pescara a quelle di Bari, Aspi sta eseguendo interventi di manutenzione su 73 ponti e viadotti mentre sono 64 le opere che richiederanno lavori entro 5 anni, 253 quelle da eseguire a medio lungo-termine, 705 con interventi a lungo termine, 848 le opere che non hanno ora bisogno di manutenzione. Nei prossimi aggiornamenti dell’area “Sicurezza Viadotti”, sarà messa online anche la documentazione sulle barriere di sicurezza laterali. Nei piani di Autostrade, ora, c’è quello di adottare un principio di “trasparenza totale”: ogni documento aziendale sulla gestione dell’infrastruttura di rete – inclusi quelli sulle attività di progettazione, manutenzione, monitoraggio – potrà essere infatti consultato e consegnato ai cittadini che ne faranno richiesta.
Manutenzioni al risparmio, l’ordine viene sempre dall’alto. E il “capo” finisce nei guai
“Devo spendere il meno possibile… sono entrati i tedeschi e a te non te ne frega un cazzo, sono entrati i cinesi… devo ridurre al massimo i costi… e devo essere intelligente de porta’ alla fine della concessione… lo capisci?”. Basta questa frase a spiegare l’accelerazione impressa dai Benetton per il ricambio al vertice di Atlantia, che controlla Autostrade per l’Italia (Aspi). È lo sfogo con cui Michele Donferri Mitelli, nel 2017 direttore manutenzione di Aspi, cerca di tacitare i dubbi sui lavori del viadotto Giustina (Marche). A registrarlo non sono i pm genovesi che indagano sui report falsati sui viadotti Pecetti e Paolillo (6 tecnici indagati), ma un dirigente della controllata Spea, che teme di fare da parafulmine ai suoi capi. Il gip di Genova, Angela Maria Nutini, annota: “Le logiche commerciali sottese agli interventi manutentivi emergono con prepotenza”.
Da giorni la posizione di Giovanni Castellucci, per 15 anni padre-padrone di Autostrade e da novembre rimasto a capo di Atlantia, si era fatta insostenibile. Le ragioni delle dimissioni affondano nei sospetti sul “piano di sopra” fatti filtrare da Ponzano Veneto. Le indagini che stanno travolgendo Aspi svelano comportamenti illeciti di dirigenti del gruppo che la logica suggerisce essere frutto di sollecitazioni o destinatarie di una copertura aziendale. Un’ombra sul sistema che ha permesso per oltre un decennio di pompare grassi dividendi ai Benetton.
La necessità di risparmiare a ogni costo è l’obiettivo che guida i dirigenti indagati. “La logica di un simile generalizzato comportamento – scrive il gip Nutini – sembra da ricondurre a uno spirito di corpo aziendale, probabilmente motivato dal tornaconto economico”. Così come derubricare alcuni interventi come di tipo locale e non strutturale per evitare costose lungaggini. Alcuni indagati peraltro cercano di ostacolare le indagini.
Come è possibile che una simile strategia venga decisa da singoli dirigenti e tecnici? A gennaio, mentre Castellucci lascia Aspi, uno degli indagati, Gianni Marrone spiega al direttore generale Roberto Tomasi (poi diventato ad) di non aver consegnato ai pm tutta la documentazione sul Paolillo.
Nomi che peraltro si ripetono anche in altre inchieste. Marrone è stato condannato nel processo di Avellino sulla strage del bus precipitato a luglio 2013 dal viadotto Acqualonga (40 morti) dopo aver sfondato le barriere con i tirafondi ormai marci. Sono stati condannati i dirigenti del sesto tronco (Cassino) ma non i vertici di Aspi, tra cui Castellucci, assolto dall’accusa di omicidio colposo. Nell’inchiesta ligure uno dei dirigenti condannati, Paolo Berti (nel frattempo promosso a numero 3 dell’azienda), viene intercettato mentre manifesta a Donferri il proprio disappunto per essere stato condannato, lamentandosi che avrebbe potuto” dire la verità e così mettere nei guai anche altre persone”. Donferri risponde che non ci avrebbe guadagnato nulla mentre, alla luce del suo comportamento, può “stringere uno accordo col capo”. I pm genovesi hanno trasmesso gli atti ai colleghi campani, che nel frattempo hanno fatto ricorso contro l’assoluzione di Castellucci. Probabile che le indagini vengano riaperte.
In attesa del processo d’appello, nuove ombre su Aspi arrivano pure dall’ inchiesta bis della procura irpina sulla insicurezza delle barriere che nei giorni scorsi ha portato al sequestro di 10 viadotti lungo la A14 tra Abruzzo e Marche. Ma praticamente tutte quelle sui viadotti della rete Aspi non sarebbero a norma. La vicenda, che coinvolge i dirigenti dei due tronchi, è surreale. Dopo la strage di Avellino, Aspi ha messo a punto un sistema (al risparmio) per sostituire i tiranti Liebig delle barriere con delle barre filettate, senza avvertire il ministero e farselo approvare. Nel 2015 lo scopre il direttore dell’Ufficio ispettivo del Mit di Roma, Placido Migliorino. Aspi risponde con una lunga guerra di pareri e carte bollate che si conclude con la bocciatura del progetto da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che dà ragione a Migliorino. Per mettersi in regola Aspi ha 5-6 anni per sostituire tutte le barriere. Costo: 1 miliardo. Cifra che Aspi è riuscita a rinviare per 5 anni. Ma a essere indagati sono solo dirigenti locali e il responsabile barriere del gruppo.
Mini-revoca e giù le tariffe. La linea sulla concessione
Ieri Atlantia è di nuovo crollata in Borsa. La holding dei Benetton, che controlla Autostrade, ha chiuso a -8 per cento, dopo il tonfo quasi analogo di venerdì scorso. In pochi giorni il titolo ha perso i guadagni ottenuti con la nascita del governo giallorosa, la nomina di Paola De Micheli (Pd) alle Infrastrutture e l’assenza della “revoca della concessione” dal programma. È oggi più vicino ai livelli toccati dopo il disastro del ponte Morandi di Genova, quando i 5Stelle e il premier Giuseppe Conte annunciarono l’avvio della revoca.
È il segnaleche il mercato considera inevitabile una mossa dell’esecutivo dopo le inchieste che stanno travolgendo il gruppo. Sabato, Luigi Di Maio ha detto che “il governo andrà avanti sulla revoca: mi fa piacere che pure per il Pd questa parola non sia più un tabù”. Secondo il leader M5S, “l’iter è partito mesi fa, ma bisogna percorrerlo con molta attenzione per arrivare all’obiettivo”. La partita è complicata ed è gestita in prima persona da Conte. La linea è ancora abbozzata, e appesa a enormi complicazioni giuridiche. I due attori, Palazzo Chigi e gli uomini vicini ad Atlantia, si mandano messaggi per cercare un compromesso. Ed è qui che nascono le complicazioni.
Fonti autorevoli spiegano al Fatto che l’obiettivo dei 5Stelle è di ottenere quantomeno una revoca parziale. Nel Movimento danno per certa quella delle tratte del Nordovest, dove Autostrade controlla l’A10 Genova-Ventimiglia (che attraversava il ponte Morandi), l’A26 (Genova-Gravellona), parte dell’A7 (Genova-Milano) e l’A8 (Milano-Varese). Poche centinaia di chilometri di una rete che a livello nazionale ne conta quasi 3mila (sui 6mila totali di autostrade). Su questa i Benetton dovranno accettare una corposa “riduzione delle tariffe”.
La linea sarebbe condivisa da Conte, un compromesso rispetto all’ipotesi iniziale, pure studiata a Palazzo Chigi, di revocare solo il tratto dell’A10, totalmente indigesta ai 5Stelle. Ma dal punto di vista giuridico è complicata. La concessione è unica, e per poter restituire allo Stato alcune tratte (in anticipo rispetto alla scadenza del 2038) serve rivederla. Il contratto del 2007 è però blindato da una norma capestro che garantisce mega indennizzi ai Benetton anche in caso di revoca per dolo o colpa grave. Il governo potrebbe sollevare davanti alla Consulta la questione di legittimità del cavillo, che peraltro secondo i giuristi del ministero delle Infrastrutture (e per la Corte dei Conti) è in contrasto col codice civile.
L’alternativa per evitare il lungo contenzioso è chiudere un accordo con Atlantia. Ammesso che si riesca a trovarlo, a Palazzo Chigi ancora non hanno individuato lo strumento giuridico adeguato. Un’intesa del genere, infatti, non può tradursi in una super transazione, che però può avvenire solo come soluzione per chiudere un contenzioso in atto. Senza avviare la revoca (e quindi senza finire davanti al Tar) è difficile trovare un dirigente che accetti di firmare un accordo che rischia poi di essere travolto da eventuali risvolti giudiziari. Autostrade (e i suoi ex vertici), per dire, potrebbe finire condannata al processo per il disastro del Morandi rendendo ancora più imbarazzante per il governo la mancata revoca della concessione. Senza accordo immediato, l’unica strada alternativa sembra quella di chiamare in causa la Corte costituzionale. Un taglio delle tariffe è invece più facile da ottenere, visto che basterebbe già costringere Aspi a ritirare il ricorso contro il nuovo modello tariffario voluto dall’Autorità dei Trasporti.
Le complicazioni frenano la procedura, che al momento resta nel limbo e con tempi incerti. Dopo aver parlato di revoca per mesi, peraltro, il governo gialloverde ha invitato Atlantia a salvare Alitalia. L’ormai uscente ad Giovanni Castellucci ne ha approfittato per prendere tempo, chiedendo e ottenendo l’ennesima proroga per presentare l’offerta nel tentativo di far correre il dossier in parallelo con la partita revoca, e così condizionarla.
Insomma, l’obiettivo finale del governo è ottenere un compromesso con Atlantia, considerando la revoca totale una strada assai più difficile da percorrere. Ipotesi che peraltro troverebbe contrario il Pd. Se mai l’otterrà, servirà poi difendere politicamente la scelta di lasciare in gestione migliaia di chilometri a un concessionario accusato di far cascare i ponti.
Scaricato dai Benetton, Castellucci getta la spugna
Come previsto i Benetton hanno scelto una forma morbida per far fuori il padrone delle autostrade Giovanni Castellucci. Il presidente della holding Atlantia Fabio Cerchiai ha convocato per oggi alle 14,30 un consiglio d’amministrazione straordinario “con ad oggetto, tra l’altro, comunicazioni dell’amministratore delegato”. Appare certo che le comunicazioni del sessantenne manager marchigiano riguarderanno le sue dimissioni, escludendosi che voglia spiegare un’altra volta come il ponte Morandi sia stato abbattuto dai “dardi dell’oltraggiosa fortuna”. Ieri a metà pomeriggio un’agenzia di stampa ha attribuito la convocazione del cda Atlantia alla cassaforte dei Benetton, Edizione holding, riunita a Treviso per un cda all’uopo convocato. Poco dopo la pietosa precisazione: “È lo stesso Castellucci ad aver chiesto la convocazione”. Rimane il fatto che il comunicato dice “facendo seguito a quanto già comunicato” venerdì scorso, quando Atlantia annunciò di “riservarsi ogni ulteriore azione”. L’ulteriore azione è il siluramento.
Formalità a parte, ieri si è consumata una rottura storica tra i Benetton e l’uomo che per 15 anni li ha ricoperti di denaro pompando dalla rete autostradale in concessione una quantità surreale di dividendi. Le due inchieste di Genova e Avellino sulle manutenzioni truccate di viadotti e guardrail, culminate nei giorni scorsi negli arresti di alcuni manager di Autostrade per l’Italia, devono aver finalmente convinto i Benetton che non possono più far finta di non capire: le brillanti performance finanziarie di Castellucci sono fondate su troppo oculati risparmi sulle manutenzioni.
Il problema si era già posto all’indomani del crollo del ponte Morandi, il 14 agosto dell’anno scorso. Ma la famiglia in quel momento aveva altri problemi. In pochi mesi erano morti Carlo, il più giovane dei quattro fratelli fondatori, e Fioravante Bertagnin, marito di Giuliana Benetton. E anche Gilberto, il regista della diversificazione finanziaria del gruppo nato per i maglioni colorati, non stava molto bene ed è morto il 22 ottobre scorso. Gilberto aveva sempre difeso Castellucci, al punto da sopportare nel 2016 anche l’addio di Gianni Mion, per trent’anni manager plenipotenziario di tutte le attività non tessili della famiglia. Casualmente la separazione con Mion è avvenuta poche settimane dopo il rinvio a giudizio di Castellucci per la strage di Avellino (40 morti nel pullman venuto giù dal viadotto in cui da anni non si controllava l’efficienza dei guardrail). E non è un mistero che il giudizio negativo sullo stile di Castellucci sia stato uno degli elementi principali della rottura tra Mion e i Benetton.
Dopo la tragedia di Genova e dopo la morte di Gilberto, la famiglia è rimasta per alcuni mesi ostaggio di Castellucci. La sua idea di difendere la concessione ricattando il governo sul salvataggio Alitalia non ha convinto i Benetton.
Alla fine, nel giugno scorso, hanno richiamato proprio Mion come presidente di Edizione. La spinta per rimettere in pista il manager 75enne è stata principalmente di Sabrina Benetton (figlia di Gilberto) e di suo marito, l’influente Ermanno Boffa, con il pieno consenso, nel cda della cassaforte, di Franca Bertagnin (figlia di Giuliana) e di Christian Benetton (figlio di Carlo). Più freddo è stato il sì di Alessandro (figlio di Luciano), che non perdona a Mion di non aver lasciato spazio, in passato, alla crescita manageriale della seconda generazione dei Benetton.
Il ritorno di Mion si è profilato fin da subito come un guaio per Castellucci. Il quale ha tentato di difendere fino all’ultimo la sua posizione facendo pesare sugli azionisti di Treviso i suoi meriti passati, un network di rapporti politici ricco e ben alimentato e, verosimilmente, la conoscenza di molti segreti su come i Benetton siano riusciti per decenni a ottenere sempre la benevolenza dei governi e degli organi ministeriali di vigilanza sulle concessionarie.
Ma è proprio l’accelerazione e la svolta nelle inchieste giudiziarie ad aver condannato Castellucci. Troppo debole lui come indagato per il Morandi e come imputato in appello per la strage di Avellino dopo l’assoluzione in primo grado dello scorso gennaio.
Troppo debole, soprattutto, sotto la sua guida la società. Che adesso rischia davvero grosso e, se non proprio la revoca della concessione, qualche punizione dal governo giallorosso dovrà accettarla. Sembra proprio Mion l’uomo destinato, almeno in una prima fase, a sostituire Castellucci nella trattativa con il governo. Intanto Atlantia ieri ha perso in Borsa l’8 per cento.
Rai, “Intervenire sul prefetto in rapporti con Montante”
L’associazione Stampa Romana chiede alla Rai di “assumere le decisioni più idonee nell’interesse dell’azienda, dei dipendenti e dei giornalisti”, nei confronti del prefetto Alfonso D’Alfonso, a oggi consulente nell’area Security della tv di Stato. Per l’Associazione rappresentano un problema i contatti pregressi con l’ex presidente di Confidustria Siciliana Antonio Calogero Montante, condannato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico a 14 anni di reclusione. Nella segnalazione del 22 luglio scorso dunque è scritto: il prefetto “risulta, in base agli atti degli inquirenti” “aver avuto stretti contatti” con Montante e “con Diego Di Simone Perricone, capo della Security di Confindustria anch’egli condannato nello stesso processo (sei anni e 4 mesi). Le intercettazioni in merito parlano di scambi di favori e informazioni”. Non solo. Nei pc di Montante – continua la segnalazione – “gli investigatori (…) hanno rinvenuto i curricula dei due figli di D’Alfonso”. Il prefetto, come pure i figli, è completamente estranei alle indagini su Montante. Ma l’Associazione Stampa Romana ha segnalato la circostanza alla Rai, chiedendo un intervento.
Mocciola, Toia e Franzo “il vecchio”: morte criminale di una curva
Sabato sera sarà particolare la curva Scirea dell’Allianz Stadium senza striscioni. Dopo la scomparsa di quelli dei “Bravi Ragazzi” per l’arresto di Andrea Puntorno (traffico di droga) e dei Viking quello di Loris Grancini (condanna definitiva per tentato omicidio), spariranno quelli di Nucleo, Tradizione e Nucleo 1985. I gruppi principali sono finiti: “La Curva Sud è morta”, si leggeva su uno striscione appeso ieri vicino lo stadio. “Last banner” è il nome dell’operazione che ha rivelato un fenomeno noto, l’intimidazione che si vive in alcune curve, con i tifosi costretti a cambiare posto, a cantare cori discriminatori, a cedere i palloni arrivati lì. O con i gestori dei bar costretti a regalare birre.
L’ultimo striscione, un nome evocativo: la Questura dovrà ritirare le autorizzazioni per esporre gli stendardi perché tornano in cella molti capi curva. Dopo molti anni in libertà vissuti quasi come un fantasma, rivede il carcere Dino Mocciola, il leader più influente della curva che gestiva, nonostante il Daspo e nonostante la sorveglianza speciale. Apprese di quel provvedimento da un articolo del Fatto quotidiano perché gli ufficiali giudiziari non trovavano il suo domicilio. “Gli interlocutori non pronunciano mai il suo nome, ma utilizzano l’appellativo ‘Presidente’ o ‘lui’”, si legge nell’ordinanza. Incute timore Mocciola: ex allievo della scuola di polizia a Trieste da cui fu allontanato per l’aggressività, dopo la tragedia dell’Heysel (finale di Coppa dei campioni del 1985 contro il Liverpool, 39 tifosi morti per la carica degli hooligans), obbligò i gruppi ultras a lasciare i nomi inglesi.
Nella sua fedina penale ha il concorso nell’omicidio di un carabiniere, avvenuto il 28 gennaio 1989 a San Giacomo Vercellese dopo una rapina. Agisce con fare circospetto, incontra gli interlocutori all’aria aperta oppure in un McDonald di periferia, e parla ai suoi colonnelli, Salvatore Cava, Sergio Genre e Domenico Scarano, con dei “citofoni”, cioè dei telefoni usati per comunicare soltanto con pochi contatti, così da evitare intercettazioni. Stavolta non c’è riuscito: gli investigatori della Digos sono arrivati a lui dopo aver seguito uno sodale che telefonava a “Dino” da una cabina. Cava era il suo braccio destro e braccio economico, come lo era stato Ciccio Bucci, l’ultrà morto suicida il 7 luglio 2016. Cava è il titolare del sito “Drughi Store”, ma non solo: “È la voce del Presidente – dice Pairetto agli inquirenti –. Cava non muove un dito se il presidente non è d’accordo. È un esecutore degli ordini”. Tuttavia sgarra e viene sostituito: non piacciono certe sue dichiarazioni diffuse da Report e al suo posto il capo ultrà piazza Genre e poi Scarano.
Altro leader storico è Umberto Toia a capo dei “Tradizione”, che stanno nel primo anello, sotto i “Drughi”, eterni rivali. Di lui si ricorda l’aggressione subita nel dicembre 2013 all’interno del bar “Black & White” di Grugliasco, rimasta impunita.
Infine c’è Beppe Franzo, ai domiciliari perché accusato di concorso in estorsione, ultrà vecchio stile e “figura carismatica della curva bianconera sebbene non appartenente ad alcun gruppo”, si legge ancora nell’ordinanza. È il fondatore dell’associazione “Quelli di via Filadelfia”, promotore di iniziative benefiche e convegni sulla repressione negli stadi e anche autore di libri sulla storia della curva: viene utilizzato come mediatore e portavoce con la società (a volte scrive i comunicati), “costantemente” in contatto con Alberto Pairetto, supporter liaison officier della Juventus.
“Biglietti gratis o vi roviniamo”. Il ricatto ultrà alla Juventus
II cori contro i napoletani servivano a danneggiare la Juventus e farla a scendere a patti. E così anche i canti contro Leonardo Bonucci, tornato a indossare la maglia bianconera dopo un anno col Milan. Sarebbero tornati ai “vecchi metodi” pur di avere agevolazioni per continuare gli affari: volevano 25 biglietti gratuiti per ogni partita e gli abbonamenti per gli “striscionisti”: “Costringevano la Juventus – si legge nell’ordinanza delal Procura di Torino – a concedere, quali agevolazioni non dovute, la possibilità di avere, fuori dai circuiti di vendita ufficiali, 25 abbonamenti a pagamento ai cosiddetti striscionisti e, per le partite fuori casa e nelle competizioni di Uefa, a pagamento, circa 300 biglietti per tutti i gruppi, biglietti poi rivenduti a prezzi maggiorati”.
Da qui nasce l’inchiesta “Last Banner” (l’ultimo striscione) della Digos di Torino diretta da Carlo Ambra e coordinata dal sostituto procuratore Chiara Maina, che all’alba di ieri ha portato agli arresti dei leader della curva Scirea. In primis Gerardo “Dino” Mocciola, estremista di destra, capo dei “Drughi” nonostante Daspo e sorveglianza speciale, indagato di associazione a delinquere, estorsione, violenza privata aggravata e autoriciclaggio e dei suoi “colonnelli”, Salvatore Cava, Domenico Scarano e Sergio Genre. In cella s un altro importante capo ultrà, Umberto Toia, leader dei “Tradizione”, e Chrisian Fasoli, ultimo capo dei “Viking”. Quattro sono ai domiciliari tra cui Beppe Franzo, volto noto della “vecchia” tifoseria, slegato dai gruppi, ma ritenuto “mediatore” con il club. Due persone hanno l’obbligo di dimora.
Dopo l’inchiesta “Alto Piemonte” sulle infiltrazioni mafiose alla Curva Sud, il club di Andrea Agnelli non voleva più fare favori con gli ultras. Nel giugno 2018, il supporter liaison officier Alberto Pairetto, l’uomo di raccordo tra società e ultras, incontra i rappresentanti della tifoseria organizzata per spiegare che dalla stagione seguente non ci sarebbero più stati privilegi: i biglietti andavano pagati tutti. “Sapevo che la nuova politica avrebbe scaturito delle reazioni violente nelle modalità di gestire il tifo e di danneggiare la società – ha spiegato alla Digos –. Gli ultras hanno dei mezzi che possono distruggere la squadra”. All’inizio del campionato “Drughi” e “Viking” concordano la contestazione a Bonucci, un modo per “costringere la Juventus a muoversi e contattarli direttamente”, si legge nell’ordinanza. Poi arrivano i cori contro i napoletani, gli insulti razzisti al difensore Koulibaly e una prima multa da 10mila euro.
Bellomo, la memoria: “Le mie allieve ora sono tutte magistrati”
“Mai fanno nulla di male e queste studentesse dei miei corsi, poi, sono diventate tutte magistrati”. Così, come sintetizzato dal suo legale, l’avvocato Beniamino Migliucci, l’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo, con una memoria depositata al gip di Milano Guido Salvini, ha raccontato “la sua attività e il suo vissuto” nel procedimento milanese nel quale gli stessi pm hanno chiesto l’archiviazione per lui, accusato di stalking e violenza privata nei confronti di 4 studentesse della sede milanese della scuola di preparazione alla magistratura “Diritto e scienza”. La memoria è stata depositata nell’udienza che si è tenuta ieri davanti al gip, che si è riservato di decidere sulla richiesta di archiviazione. Bellomo è divenuto noto in particolare per il “dress code” che imponeva alla sue studentesse e borsiste. Sul fronte dell’indagine milanese (le 4 ragazze non hanno presentato denuncia) i pm hanno ritenuto che tra Bellomo e le studentesse ci fosse “una rete di scambi connotata da reciprocità”. Per la Procura, però, non sono emersi “atti idonei a integrare una condotta di sopraffazione, né un’abitualità di comportamenti volti a incidere negativamente sulla serenità e l’integrità psicofisica delle allieve”.
Rfi, quegli appalti da cento milioni affidati senza gara
Ci sono affidamenti diretti per circa 100 milioni di euro in totale in tre anni a un consorzio torinese, e poi altrettanti a società che del consorzio sono socie. Chi ha affidato i lavori senza indire una gara pubblica è Rfi (Rete ferroviaria italiana), impresa controllata al cento per cento da Ferrovie dello Stato, spa partecipata a sua volta dal ministero dell’Economia. Chi invece vince gli appalti è il consorzio Thema, con sede a Torino: è stato costituito nel 2016, anno in cui comincia a lavorare quasi esclusivamente per Rfi, tanto che in alcuni dei bilanci depositati negli anni scorsi è scritto che “i crediti stimati al termine dell’esercizio si riferiscono per la quasi totalità a crediti verso clientela, trattasi di forniture effettuati nei confronti del cliente Rfi” in forza dei contratti siglati.
Il Consorzio quindi sembra esser nato proprio per fornire il settore specifico: come attività prevalente ha lo “studio, progetto, realizzazione di prodotti e sistemi elettromeccanici ed elettronici per applicazioni ferroviarie e industriali, in particolare per segnalamento ferroviario, impianti di sicurezza per la circolazione ferroviaria”. E infatti quando Il Fatto chiede chiarimenti sugli affidamenti diretti, Rfi – assicurandone la totale regolarità – spiega che il consorzio era l’unico in grado di fornire le particolari apparecchiature richieste. Intanto questi affidamenti sono finiti anche in Procura: dopo una segnalazione dei mesi scorsi, è stata aperta un’inchiesta sulla quale però si tiene il massimo riserbo, soprattutto su quale sia l’aspetto che i pm stanno cercando di chiarire.
Sono tre dunque gli appalti dati senza gara al Consorzio Thema. Il primo riguarda la “fornitura del progetto costruttivo di specifiche tecniche necessarie alla realizzazione delle Garitte elettroniche e Garitte elettroniche ‘Garittone’ (doppie) comprensiva della macchina di test necessaria per proteggere l’assemblaggio delle garitte presso l’Onae (Officina nazionale apparecchiature elettriche, ndr) di Bologna e l’assistenza del fornitore alla messa in servizio in tutte le sezioni di blocco automatico fornite”. La garitta è un sorta di armadio tecnologico, in cui sono contenuti i sistemi di distanziamento dei treni.
Valore dell’assegnazione di giugno del 2016, 43.338.750 euro. Due anni dopo, nel febbraio 2018, arriva un altro appalto, sempre per le stesse tipologie di intervento. L’oggetto infatti riguarda forniture “Garitte per Pl”, ossia i passaggi a livello. Valore 41.715.000 euro. E ancora: il 21 marzo 2019, il consorzio ottiene un altro affidamento (pure questo senza gara) riguardante “fornitura di garitte elettroniche e garitte elettroniche multi-sezione ‘Garittone’”, per un valore di 15.074.300 euro.
Ma perché Rfi non ha fatto ricorso a una gara pubblica? “L’uso della procedura negoziata senza previa indizione di gara – spiegano dall’ufficio stampa di Rfi – è previsto dal Codice degli Appalti per un serie di casi descritti (art. 125). In ambito Rfi, la valutazione di inquadramento delle esigenze operative in tali casi avviene attraverso un articolato processo che coinvolge tutte le strutture competenti, a garanzia della piena trasparenza, dell’assoluto rispetto della normativa vigente e delle procedure aziendali”. Perché è stato scelto il consorzio Thema? “All’epoca – aggiungono – le aziende interessate erano gli unici fornitori possibili delle particolari apparecchiature tecnologiche richieste”. Insomma non vi erano altre società in grado di rispondere a quelle particolari esigenze. Degli affidamenti si parla anche in una relazione interna a Rfi, in cui si spiega che l’azienda nel 2016 ha avviato “la realizzazione di sistemi di Blocco Automatico Elettronico a correnti codificate (garitte e garittoni), in corso di installazione sulla linea tirrenica Sud e la linea Direttissima”.
Così è stato scelto il Consorzio Thema che, a fronte del contratto di fornitura del 2016 – continua la relazione – “rilascerà a Rfi tutte le specifiche tecniche di fornitura dei componenti delle garitte in questione, oltre che i progetti costruttivi dei telai, gli schemi elettrici e quant’altro necessario per assicurare la realizzazione e l’installazione di tali sistemi mediante i processi di internalizzazione tecnologica”.
Ma non c’è solo il consorzio. Pure alcune aziende che ne sono socie (la Tekfer Srl e la Marini Impianti industriali Spa) hanno ricevuto affidamenti da Rfi senza che fosse indetta una gara. C’è un appalto per la “fornitura di sistemi di autoregolazione circuiti di binario” affidato il 7 dicembre 2017 a Tekfer, valore 38.250.000 euro. La Marini Impianti Industriali Spa invece a ottobre 2018 ottiene un appalto (da 60.918.149 euro), per “fornitura kit modem LoRa”. L’azienda assicura la regolarità anche di questi affidamenti.
Scambio di sangue per omonimia, muore un’anziana
Muore in ospedale per una trasfusione sbagliata, dopo che le era stata infusa una sacca di sangue destinata a un’altra paziente con lo stesso nome. Un caso di omonimia che è costato la vita a una donna di 84 anni residente in provincia di Monza e Brianza, sottoposta a un intervento di chirurgia ortopedica presso l’Asst di Vimercate. Il decesso, avvenuto venerdì 13 settembre, viene confermato dalla stessa azienda socio-sanitaria che ha comunicato la vicenda all’autorità giudiziaria e ha avviato un’indagine interna. L’anziana, ricostruisce l’Asst, aveva subito “con un buon esito” un intervento di chirurgia ortopedica mercoledì 11 settembre. Successivamente, “per necessità post-chirurgica”, era stata sottoposta a una trasfusione di sangue. In seguito ha però avuto “una seria crisi emolitica” che ha imposto un ricovero in Rianimazione. E qui, “dopo una serie di procedure e l’osservazione puntuale del decorso”, la paziente è morta alle 4.00 di venerdì. “Quanto accaduto è inaudito, i controlli evidentemente non sono sufficienti”, è intervenuto il capogruppo del M5S in Regione Lombardia Marco Fumagalli. “Regione Lombardia –continua – non può continuare a ignorare i gravi problemi del comparto”.