“Con quell’hashtag la storia va più lontano”

La Palermo a Pontida passando per Bibbiano”. Sono le undici di mattina quando in uno dei tanti gruppi Facebook nati dopo l’esplosione dell’inchiesta d”Angeli e Demoni” inizia a girare questo link. Nell’articolo, di un sito siciliano, si cita per nome e cognome quella che dovrebbe essere la mamma di Greta, Sara e una sua sostenitrice Maricetta Tirrito. Sara però non si trova nello sterminato web, non appare da nessuna parte. Un passo indietro. A postare l’articolo è tal “SanHome”, una persona virtuale con una grande attività on line relativa al tema degli affidi sbagliati. Sembra molto appassionato e anticipa a breve la pubblicazione di un libro con tutte le terribili storie, ancora mai raccontate, di bambini tolti alle famiglie. Un testo scritto in collaborazione con Sara Joey. Bingo. Sara non si è registrata col suo vero cognome ma gestisce diversi account e anima molti gruppi su Facebook.

Tra gli altri una pagina con una solo foto, postata dal SanHome di cui sopra. È un articolo dell’aprile scorso de La provincia di Como, in cui una donna raccontava di come stesse lottando per riavere la propria bambina, temporaneamente affidata a una struttura. I nomi sono ovviamente diversi per motivi di privacy ma nel pezzo parla anche il suo avvocato Davide Scazzoso: “Adesso non la difendo più, ma è la mamma di Greta. Tennero in considerazione la delazione di una vicina che aveva dissapori con, ai tempi, la mia assistita ma non quando dimostrammo l’infondatezza di quelle accuse. Le faccio presente che la sta cercando”.

Di Bibbiano o della provincia di Reggio Emilia però nessuna traccia. I fatti sono avvenuti in Lombardia, come scopre ben presto anche il grande pubblico, complice un post di Selvaggia Lucarelli. “Greta ha vissuto esperienze terribili nelle diverse comunità in cui è stata ospite, eravamo sul palco per festeggiare il suo rientro”.

A spiegarlo è Maricetta Tirrito, raggiunta telefonicamente solo in serata, sostenitrice e fondatrice insieme a Sara in questi mesi di una rete molto ampia sul territorio, il movimento “spontaneo” #bambinistrappati che funge da cappello a tutti i gruppi similari la cui missione è “sostenere gratuitamente le famiglie in difficoltà e fare luce in tutta Italia sulle tante Bibbiano ancora sconosciute”.

Lo stesso motto esposto sul palco a Pontida quando Sara è salita con la sua Greta per chiudere il comizio di Matteo Salvini. Per le due donne tutta questa attenzione nei loro confronti è la vera strumentalizzazione. “Rappresentiamo anche le mamme di Bibbiano, rappresentiamo tutte le famiglie che da tempo lottano per riavere i propri figli. Salvini è l’unico che ne parla in maniera disinteressata, vuole solo sapere la verità, e siamo noi che gli abbiamo chiesto se poteva darci visibilità. Non ci importa il colore politico ma i modi in cui ci danno voce, in questo momento Matteo lo fa. Sara ha una delega formale del gruppo delle mamme di Bibbiano, c’era lei perché può testimoniare una storia a lieto fine come speriamo siano tutte quelle che seguiamo, attualmente circa 1000 in tutta Italia”.

Salvini e la “bimba strappata” Bibbiano non c’entra nulla

Questa volta Bibbiano non c’entra, Greta è lombarda. Si rincorrono le specifiche e le giustificazioni post Pontida, ma a differenza dei titoli o dei flash delle agenzie che hanno riempito le cronache degli ultimi giorni, la bambina salita sul palco alla fine del comizio leghista non è una di quelli su cui sta indagando la Procura di Reggio Emilia. Sono quasi le due del pomeriggio quando Matteo Salvini chiude il suo intervento a Pontida: con lui sul palco salgono dei bambini accompagnati dai rispettivi genitori e uno striscione con la scritta #bambinistrappati. “Tra questi bimbi c’è anche Greta, questa splendida ragazza dai capelli rossi che dopo un anno è stata restituita alla mamma, mai più bambini rubati alle loro famiglie” urla tra gli applausi Salvini.

Subito tra il pubblico si diffonde la voce che sia una dei minorenni coinvolti nell’inchiesta “Angeli e Demoni”. I giornalisti più attenti chiedono all’entourage leghista, che conferma senza dubbi “sì, sì è di Bibbiano, l’hanno detto dal palco, non avete sentito?”.

La combinazione è esplosiva. Parte il coro di critiche, tra cui spicca Carlo Calenda. “Che gente siete voi della Lega per usare bambini su un palco? Ma i cosiddetti moderati della Lega”, dice rivolgendosi a Massimo Garavaglia, Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti, “non hanno nulla da dire su questo sconcio e sugli insulti a Gad Lerner. Tutti a testa china davanti a questo schifo? Siete senza onore”.

Per la verità il leader leghista la cittadina reggiana (almeno in questa occasione) non la nomina mai. Lo fa però il suo account ufficiale con un tweet ad hoc pressoché in contemporanea: “Tra i bambini sul palco c’è Greta, una bimba restituita alla mamma un anno dopo. #BIBBIANO”. Il riferimento pare chiaro, lampante: l’ambito in cui collocare la storia è quella degli affidi illeciti.

Non è così. Greta e sua madre Sara vivono in Lombardia e sono tornate sotto lo stesso tetto dopo più di un anno lontane in cui la piccola è stata in diverse comunità, vivendo esperienze, secondo i familiari, traumatiche. Una storia tragica e delicata, ma che con i meccanismi di Bibbiano ha poco a che fare: nell’ipotesi dell’accusa amministratori, assistenti sociali, famiglie affidatarie e terapeuti agivano all’unisono per incassare più soldi.

Per la madre di Greta, fondatrice del movimento #bambinistrappati non c’è stata nessuna strumentalizzazione, come spiega insieme a Maricetta Tirrito che con lei gestisce il movimento: “Se usi l’hashtag #Bibbiano la tua storia arriva a molta più gente, qual è il problema se lo usiamo? Solo in Emilia come movimento #bambinistrappati seguiamo più di 150 casi, #Bibbiano ci serve per raccontarli”.

Le due donne appaiono particolarmente stupite dall’attenzione loro tributata e annunciano querele, anche contro Selvaggia Lucarelli che ne ha scritto in un post. Strumentalizzazione o meno, di certo quello che è tornato al centro delle cronache è ancora una volta l’ex ministro Salvini che a colpi di tweet, insieme a Lucia Borgonzoni candidata alla guida dell’Emilia Romagna, ha riconquistato l’attenzione mediatica. “Ringrazio questa mamma e la bimba che hanno avuto coraggio, Greta è una delle tante, troppo bambine portate via. Chi se ne frega delle critiche, non una ma cinquanta bambini”.

Ieri a Bologna intanto c’è stata l’udienza per discutere della revoca dei domiciliari dell’ex sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, ma il Riesame si è riservato.

Salvini non si scusa: “Lerner e Repubblica sono calunniatori”

Il giorno dopo Pontida, Matteo Salvini non si scusa per gli insulti a Gad Lerner e l’aggressione a un videomaker di Repubblica. “Questi non sono giornalisti, ma calunniatori. A casa mia non si tratta male nessuno, l’ospite è sacro, ma se uno sputa veleno su una persona per 20 anni…”, ha detto il leader leghista in un’intervista televisiva. Ricordando pure come “Lerner una volta si augurò la mia morte”. Parole cui è la stessa Repubblica a replicare. “Mai insultato, mai minacciato, mai diffamato. In realtà abbiamo fatto di peggio: abbiamo raccontato”, recita una nota della direzione del quotidiano. Niente scuse nemmeno a Sergio Mattarella per le parole rivoltegli dal deputato Vito Comencini (“il presidente fa schifo”). Solo Roberto Calderoli ieri ha ammesso che “l’uscita sul capo dello Stato è stata sconveniente, ma il Colle l’incarico avrebbe dovuto darlo a noi”. “Quando anche un parlamentare della Lega diceva ‘vedo Lerner e capisco Hitler’ – ricorda Lerner – arrivava la mattina dopo la telefonata di Bossi. Lo ha fatto anche Giorgetti. Ho l’impressione che invece Salvini ci gongoli e ci marci un po’. Non mi ha chiamato, e diciamo che non mi manca”.

Il senatore condannato vendemmia col generale

I carabinieri fanno la vendemmia in casa dell’ex senatore che ha patteggiato due anni e otto mesi. L’ultima volta che le forze dell’ordine avevano fatto visita a Luigi Grillo era stato nel 2014 per arrestarlo. Nei giorni scorsi sono tornate in veste di vignaioli per aiutarlo a raccogliere l’uva per il suo pregiato vino sciacchetrà. Una delegazione ai massimi livelli fatta di ex comandanti generali dell’Arma in pensione nonché colonnelli e comandanti in servizio. Qualcuno addirittura in divisa.

Un’annata baciata dalla fortuna per Grillo che ha appena terminato il periodo di affidamento ai servizi sociali (come capitò all’amico Berlusconi) e da politico si è riciclato coltivatore di sciacchetrà, il vino che nasce dalle vigne abbarbicate alle fasce delle Cinque Terre. Nella sua tenuta Buranco si prepara il raccolto di due tonnellate e mezzo di uva della pregiata qualità Sirah. E per celebrare la vendemmia l’ex ambasciatore di Silvio Berlusconi nel mondo delle banche ha fatto le cose in grande. A tagliare il primo grappolo, raccontano i giornali locali, è arrivato nientemeno che Luigi Federici, comandante generale dell’Arma dei carabinieri dal 1992 al 1997. Con lui il generale Goffredo Mencali, già vice comandante generale dell’Arma dal 2003 al 2006. Ma anche tra i carabinieri in servizio gli estimatori dello sciacchetrà del senatore non mancano: ci sono il colonnello Andrea Stagnelli, vice comandante della Legione Liguria, e Antonio Bruno, colonnello pure lui e comandante provinciale a La Spezia.

Una concentrazione di militari così alta non si vedeva da quando nel 2014 le divise della Guardia di Finanza di Milano piombarono a Monterosso per arrestare Grillo. Era l’inchiesta sugli appalti Expo per la quale il politico forzista patteggiò una pena di due anni e otto mesi.

La tenuta del Buranco è un pezzo di storia del potere italiano. A cominciare da quando, all’epoca delle scalate bancarie dei furbetti del quartierino, nacque appunto l’espressione ‘patto dello sciacchetrà’ che viene proprio da qui. Da questa villa e dai suoi vigneti. Perché, raccontarono le cronache, l’allora premier e Cavaliere benedisse con il vino portato da Grillo l’intesa con Antonio Fazio che era Governatore della Banca d’Italia.

Ma di qui sono passati tutti, o quasi. Le cronache favoleggiavano di visite di figure come Corrado Passera o il prefetto Franco Gabrielli, oggi capo della Polizia. Tanto per citarne un paio.

Amarcord. Poi la stella di Grillo sembrò declinare. Ma potenti e vip di ogni colore non lo hanno mai abbandonato, anzi. L’Associazione Amici delle Cinque Terre, che lui presiedeva, ogni estate ha organizzato un premio giornalistico. In giuria nomi con Alessandro Sallusti (direttore del Giornale) e Maurizio Belpietro (oggi alla guida della Verità). Tra i premiati, nel 2013, Bruno Vespa.

Ma non occorre andare troppo indietro nel tempo. Appena un mese fa, al Buranco è stato organizzato un convegno dal titolo roboante: “Re sciacchetrà”. Presenti assessori regionali della giunta di Giovanni Toti (centrodestra) e consiglieri dell’opposizione del Pd. Perché al Buranco anche il centrosinistra è stato di casa. Come le autorità che erano spesso fotografate ad applaudire in prima fila. Non potevano mancare i carabinieri. Oggi la lacuna è stata colmata. La giornata è terminata con una cena a base di muscoli ripieni, acciughe di Monterosso e cipolle di Tropea.

Pillon, una pietra sopra: “Il ddl resta nel cassetto”

Il nuovo ministro della Famiglia, Elena Bonetti, vuol metterci una pietra sopra, definitivamente. “Se mi hanno lasciato nel cassetto una copia del ddl Pillon? Non mi sono informata, ma per quanto mi riguarda resterà nel cassetto”, ha detto categorica rispetto alla proposta del senatore leghista a cui l’aveva giurata anche il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora del Movimento 5 Stelle. Che all’indomani del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona dove la tensione tra Movimento e Carroccio era arrivata alle stelle, era stato lapidario: “Non arriverà mai in aula”.

Ora però, dopo la presa di posizione di Bonetti, il testo potrebbe finire definitivamente su un binario morto segnando quella discontinuità che il governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte ha già inaugurato: sulle politiche di gestione degli sbarchi, ma pure con l’impugnazione alla Consulta, quale primo atto del governo Conte II, della legge del Friuli Venezia Giulia governata dal leghista Massimiliano Fedriga sospettata di contenere norme in odore di discriminazione nei confronti dei migranti.

Ma le norme proposte dalla Lega con il ddl Pillon in materia di affido paritario dei minori ai genitori separati sono al centro delle polemiche da mesi. Non solo perché l’introduzione della bigenitorialità perfetta all’interno delle coppie “scoppiate” costringerebbe i figli a una sorta di pendolarismo continuo tra la casa del padre e della madre. Ma anche perché, almeno a detta dei critici, il tentativo di regolare per legge il tempo da assegnare ai rapporti tra figli e genitori separati in realtà nasconderebbe una resa dei conti tutta economica tra gli ex coniugi, a tutto favore dei padri. A partire dalla questione degli assegni di mantenimento per finire a quella dell’affidamento della casa familiare.

Il dibattito in Senato si era per questo impantanato dopo oltre un centinaio di audizioni. Al momento non è all’ordine del giorno dei lavori della commissione Giustizia di Palazzo Madama che oggi alle 14 riunirà il primo ufficio di presidenza dopo la pausa estiva. Lì se ne capirà il destino che per la verità era già segnato. Perché già a luglio i 5 Stelle, allora alleati del Carroccio nel governo gialloverde, avevano fatto per melina sul provvedimento, non condividendone alcuni aspetti fondamentali. Ma dal momento che la revisione delle norme sull’affido era contemplata nel contratto di governo, si era comunque cercata una mediazione sui punti più delicati, per evitare, ad esempio, che i bambini più piccoli, quelli fino ai 3 anni di età fossero costretti a vivere con la valigia in mano. Il Pd invece aveva minacciato addirittura le barricate preannunciato l’intervento di tutti i componenti del gruppo per costringere Pillon, a cui è stato affidato l’incarico di elaborare un testo di sintesi delle tre proposte presentate in Senato, a gettare la spugna.

Ora che la maggioranza è cambiata (e che al ministro del Carroccio Lorenzo Fontana è subentrata Elena Bonetti del Pd) è facile immaginare che le proposte in materia di affido condiviso avranno vita ancora più difficile. Ma è anche altrettanto prevedibile che anche su questo tema la Lega (che presiede la commissione Giustizia a Palazzo Madama), alzerà il tiro. Del resto lo ha già preannunciato lo stesso Pillon: “Noi non molleremo mai. Siamo pronti a ogni evenienza”.

E ai Comitati civici arrivano pure i soldi: 500mila euro in 2 mesi

Matteo Renzi batte cassa e raccoglie soldi, molti. Da luglio a oggi le donazioni ai comitati dell’ex premier sono passate da 20 mila di giugno a oltre 260 mila a luglio, per poi scendere, di poco, a quota 220 mila in agosto. Si tratta di regali pecuniari regolarmente certificati nella sezione “Trasparenza” del sito dei Comitati Azione Civile – Ritorno al Futuro.

Il più generoso è stato Daniele Ferrero (foto a destra), primo azionista e amministratore delegato della Venchi, colosso della cioccolateria, con 100 mila euro. Poco meno ne ha versati Davide Serra (nella foto accanto), il finanziere fondatore e amministratore delegato del fondo Algebris, da sempre vicino a Renzi. Poi tante aziende, come la Quintessentially Concierge (10 mila euro), o la Tci – Telecomunicazioni Italia (5.000 euro) del deputato dem Gianfranco Librandi. Contribuiscono con 20 mila euro Bruno Tommassini, stilista e tra i fondatori dell’Arcigay, con 10mila euro Energas Spa, e con 4 mila Ciemme Hospital Srl. Nella lista di supporter dell’ex segretario del Pd, non solo pezzi grossi dell’industria Made in Italy, ma anche piccole e medie imprese “green”: ad esempio, Eco Iniziative Srl (2 mila euro), Acqua Sole Srl (1.500 euro) e la Angelo De Cesaris Srl (3 mila euro).

Fra i sostenitori di Renzi anche Lupo Rattazzi, imprenditore figlio di Susanna Agnelli, che gli accorda 50 mila euro, e poi moltissimi parlamentari. La loro donazione media? Circa 1.500 euro a testa per Andrea Ferrazza, Eugenio Comincini, Laura Garavini, Nadia Ginetti, Ernesto Magorno, Mauro Maria Marino, il ministro Teresa Bellanova, Davide Faraone, Giuseppe Cucca, Caterina Biti, Alan Ferrari, Salvatore Margiotta, Leonardo Grimani. Tra i deputati: Maria Elena Boschi, Ettore Rosato, Marco Di Maio, Anna Ascani, Mauro Del Barba, Martina Nardi, Lisa Noja, Maria Chiara Gadda, Andrea Rossi, Vito De Filippo, Luciano Nobili, Gennaro Migliore e Ivan Scalfarotto.

Una sfilza di nomi che potrebbero essere indicativi delle future adesioni a una possibile nuova formazione politica, guidata dal democratico fiorentino.

“Ma sì, se vuole andarsene che se ne vada. Ora va recuperata la sinistra sfilacciata”

Politologo no, per carità. Politologi sono un po’ tutti e Gianfranco Pasquino – professore emerito di Scienze Politiche a Bologna – ha un profondo rispetto della sua specializzazione nella più fascinosa e sfuggente delle arti sociali. Per questo – e perché è un antico uomo di sinistra, senatore per tre legislature – gli abbiamo chiesto un parere sull’ultima scissione nel campo che un tempo si disse progressista: quella che sarà annunciata oggi da Matteo Renzi, intenzionata a uscire dal Pd.

Professore, come valuta la mossa dell’ex segretario?

Non lo so. La mia risposta più sincera, la prima che mi viene in mente è: sono affari suoi. Poi certo devo pensare che sono un po’ anche affari nostri, di chi pensa che la sinistra vada rafforzata e non indebolita. Ma tanto Renzi non ha niente di sinistra: insomma, se vuole andarsene se ne vada…

Ora rischia pure il governo?

Spero di no. Sarebbe curioso che l’uomo che si è speso di più per farlo nascere si preparasse a far cadere il governo dopo qualche mese. Sarebbe una scelta drammatica, un grande regalo a Salvini.

Va bene, Renzi non farà cadere Conte: che farà?

Coi suoi numeri in Parlamento potrà ricattare il governo e spingerlo ad applicare le sue politiche. Ammesso che ne abbia, certo.

E che politiche saranno? Che profilo ha il nuovo Renzi?

Non ne ho idea, anche perché non vedo grandi ideologi, né esperti di economia o di istituzioni. Immagino che da un lato Renzi dovrà accentuare gli aspetti personalistici, perché quel partito senza di lui non esiste, e dall’altro i contenuti orientati al mercato: penso che parlerà spesso di merito e cose così, ma non so con quale credibilità. Io direi poca, ma sono solo uno…

E il Pd? Che gli succede?

Ecco, il Pd. Intanto bisognerebbe rispondere, citando un libro di Antonio Floridia, alla domanda: è un partito sbagliato? La risposta è sì e sarebbe meglio costruire qualcos’altro. Nel lontano 2007 qualcuno di noi – ad esempio mi ricordo il professor Pasquino… – sostenne che fosse più sensata una federazione di centrosinistra rispetto a un nuovo partito: sarebbe bene se avessero voglia di discuterne ora, ma se ritengono di aver fatto un partito decente…

Discutere per fare cosa? Una “Ditta” socialdemocratica?

La proposta socialdemocratica aveva in sé, oltre a una forte concezione della democrazia nel senso liberale, anche i diritti sociali e il welfare. Non dico di riproporre la stessa operazione, ma il suo senso in una svolta da attuare all’interno delle istituzioni europee: adesso abbiamo una grande finestra di opportunità.

Intanto nel Pd si apre la porta al ritorno di Bersani & C.

Mi pare un’idea sensata, ma non si può parlare solo di nomi: tutto questo ha senso se accresce e migliora il Pd. Pier Luigi Bersani e gli altri di LeU avevano delle idee e non basta certo dire solo “rientrano”: quelle idee vanno tenute da conto, serve una grande discussione e a questo proposito sono curioso di sapere cosa sarà della “Costituente delle idee” affidata a Gianni Cuperlo. Anche perché non è che la questione si riduca a Bersani: la sinistra si è sfilacciata e molti altri devono essere recuperati. Ecco, spero che i democratici siano aperti e generosi: diciamo inclusivi.

Anche cambiando nome?

Non so, forse sarebbe utile anche una cosa minima come Partito “dei democratici”, a dire che il partito è di tutti, che è un processo collettivo.

Nella coalizione/federazione di centrosinistra devono starci pure i 5 Stelle?

Questo lo vedremo, anche perché io spero che il governo duri. Per ora sono alleati in Parlamento e bisogna sondare se è possibile costruire intese a livello locale: ad esempio in Umbria, mentre in Emilia-Romagna mi pare molto più difficile. Questo, però, va fatto rispettando il territorio e chi nel territorio si sbatte, senza ordini calati dall’alto.

L’ultima avventura di Matteo, col vizio del cinismo politico

Scindere per litigare da solo. Scindere per comandare di più. Scindere per sentirsi vivo. Alla vigilia del fatale mojito di Matteo Salvini al Papeete, un giorno d’agosto a Palazzo Madama, col sottofondo di porcellane che sfregano nelle cucine della buvette, Matteo Renzi riunì i cronisti in un capannello per ripassare i sofismi della politica. Cinque, dieci, trenta minuti. Finché, con la bocca ormai arida per il troppo parlare, il senatore semplice fu provocato da una giornalista: “Ora che non conti più…”. Renzi deglutì l’ultima goccia di saliva, inarcò il sopracciglio sinistro, si toccò il mento glabro e disse serio: “Vacanze? Sono appena tornato da un viaggio in Montana per una conferenza con pensatori, imprenditori, dirigenti; poi ho visitato pure il parco di Yellowstone”. Allora scindere, lasciare il Partito democratico, armare i gruppi in Parlamento per impugnare la sorte di Conte II, avere udienza al Quirinale in caso di crisi, tirare su un contenitore elettorale che raccolga gli scontenti, purché non siano gli scontenti del renzismo, non è una incomprensibile necessità politica, ma una comprensibile necessità umana.

Renzi s’è ritirato più volte da se stesso, dalle promesse solenni, mai dall’ebbrezza, che lo colse più paffuto e neanche adolescente, di praticare la politica: dopo il referendum costituzionale e l’addio – pardon, l’arrivederci – a Palazzo Chigi (2016), dopo la batosta nelle urne (2018), dopo le dimissioni da segretario (2018). S’è inventato la professione di oratore in giro per il mondo con lauti ingaggi, di cui tende a vantarsi in privato, e s’è cimentato con la tattica più che con la tecnica della politica, mentre gli cadevano addosso gli scandali che hanno coinvolto i genitori, l’oscura vicenda Consip, le manovre sul Csm di Luca Lotti.

Salvini, l’altro Matteo, anch’egli vittima della maledizione del trionfo alle Europee, gli ha donato un’occasione grandiosa: tornare determinante con la proposta di formare un governo con i Cinque Stelle. Renzi dispone di quel che Salvini brama: una manciata di senatori per smontare il Conte II. Forse è un’illusione, ma Renzi sfoggia la mercanzia parlamentare: un po’ la trascina nel movimento che verrà, un po’ l’abbandona – Marcucci e il fido Lotti – a presidio dei dem. Quando a traslocare al Nazareno furono quelli della Ditta, cioè Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, Renzi tentò l’umiliazione: “Mi volete eliminare. Ulteriori scissioni non sono possibili perché abbiamo finito le sigle”. Nicola Zingaretti è autorizzato al copia e incolla. Alla stazione Leopolda, cattedrale del renzismo a Firenze, quattro anni fa, i fedeli urlavano a Bersani e colleghi: “Fuori! Fuori!. In ottobre, sempre lì, Renzi sancirà l’uscita. Per i pontefici, dal principio Paolo VI, la politica è la forma più alta della carità. Per Renzi, senz’altro, è la forma più alta del cinismo. Come cinico fu l’invito di Silvio Berlusconi al Nazareno per il patto che spense il governo di Enrico Letta. Ha più volte vinto e perso. A quasi 45 anni, con i capelli brizzolati e la passione, prossima all’ossessione, per la corsetta mattutina, Renzi ricomincia da Renzi. Pare. Non proprio. Tra un volo in Israele e negli Stati Uniti, una tappa in Qatar e in Cina, il senatore semplice ha rinvigorito i contatti internazionali: Mark Rutte, primo ministro dell’Olanda; Richard Gnodde, amministratore delegato di Goldman Sachs International; Eric Schmidt, ex capo di Google. I comitati “Azione civile” lanciati da Renzi, prodromici alla nascita del partito, ribollono di donazioni, oltre 200.000 euro tra luglio e agosto.

Renzi è una macchina in funzione perpetua, sin dai tempi del giornalino al liceo Dante di Firenze, da cui scagliava anatemi contro la Dc di Ciriaco De Mita. All’epoca di Chigi, Renzi suggeriva caterve di libri da leggere. Per esempio, segnalò L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza, celebre discorso agli studenti universitari di George Saunders, riportato in una raccolta dello scrittore americano. A Renzi non sarà sfuggita la confessione di pagina 80: “Quando mi giro indietro vedo che ho passato gran parte della vita offuscato da cose che mi spingevano ad accantonare la gentilezza. Cose come l’Ansia. La Paura. L’Insicurezza. L’Ambizione. La convinzione sbagliata che il successo mi avrebbe liberato da tutta quell’ansia, paura, insicurezza, ambizione. La convizione che solo se fossi riuscito ad accumulare – successi, soldi, fama a sufficienza – le mie nevrosi sarebbero sparite”. Perché scindere?

Oggi Renzi abbandona il Pd, ma lascia dentro i fedelissimi

“Il Pd non è più la mia casa”. Coi “suoi” parlamentari, Matteo Renzi, in questi giorni ha argomentato la sua uscita così. Perché ormai è cosa fatta, con un timing tipico della tattica politica dell’ex premier: lanciare il governo coi 5 Stelle come una “sua” operazione, togliendo il veto ai grillini, far nascere il Conte 2 e subito dopo smarcarsi, per poterlo condizionare, pesare nelle scelte e partecipare alla spartizione dei posti in Parlamento (dalle presidenze di Commissione in poi) e in futuro, soprattutto, a quella delle 400 nomine.

Stamattina Renzi annuncerà le sue ragioni dalle colonne di Repubblica. Poi dovrebbe andare nel salotto di Bruno Vespa, a Porta a Porta. In molti si chiedono esattamente quali parole userà: da Nicola Zingaretti a Dario Franceschini lo hanno sfidato a spiegare agli italiani questa scelta.

Occupare lo spazio al centro, uscire da un Pd ormai troppo schiacciato a sinistra, con i fuoriusciti bersaniani pronti a rientrare, offrire a Giuseppe Conte un allargamento della maggioranza “attraendo” centristi e berlusconiani: le motivazioni politiche l’ex premier e i suoi le raccontano così. Ma quello che viene prima di tutto, per Matteo Renzi, resta la necessità di esserci, l’incapacità di vedersi secondo, la volontà di stare nel gioco da protagonista.

E allora, poco importa se i sondaggi a sua disposizione non sono entusiasmanti (si parla di un 3% di consenso), poco importa se l’operazione nasce già in affanno e con poca chiarezza su quale sarà la sua consistenza. Pensata con questa tempistica e preparata tra mezzi annunci e mezze smentite (anche questo un copione ormai noto), si tratta di una scissione in due fasi: si inizia con i gruppi parlamentari in questi giorni; il lancio del nuovo soggetto politico alla Leopolda a ottobre. Una sorta di contenitore “civico”, a partire dai Comitati Azione Civile, ormai nati da più di un anno.

Intanto Renzi ha chiamato Conte e gli ha assicurato il suo sostegno. I problemi e le incognite sono andati avanti per tutta la giornata di ieri: tanto per cominciare non sono chiuse le trattative con i singoli parlamentari. Alla Camera, dove bastano 20 deputati, i renziani costituiranno un gruppo nuovo: in prima linea Luigi Marattin (che dovrebbe fare il capogruppo), Maria Elena Boschi, Ettore Rosato, Anna Ascani, Roberto Giachetti, Luciano Nobili…

Al Senato, la cosa è più complicata. Ed è già partita tutta in salita. A sondare (e pressare) i 35 potenziali “uscenti” sono stati Renzi, Bonifazi e Rosato. A sera, il pallottoliere ne contava 15, di cui 7 incerti. Con un Andrea Marcucci, che a un certo punto si è chiamato fuori, davanti allo svuotamento del gruppo che presiede. Le indecisioni personali vengono prima dei problemi tecnici. Per formare un gruppo, con il nuovo Regolamento, c’è bisogno di un simbolo che si è presentato alle elezioni. Renzi lo sta chiedendo da mesi a Riccardo Nencini (Psi), che però ieri sera pareva sfilarsi. L’alternativa sarebbe spostare una serie di fedelissimi nel Gruppo Misto e giocare su due tavoli, visto che Marcucci, prima di tutto, resterà a capo del gruppo Pd. Pronti a uscire sono lo stesso Renzi, Francesco Bonifazi e un piccolo nucleo, guidato da Tommaso Cerno e Teresa Bellanova (che sarà pure il capo-delegazione mel governo). Ci sarà Pier Ferdinando Casini. In forse, a questo punto, Nencini.

Anche su nome e simbolo vanno avanti le discussioni. E non solo su quello. Per tutta la giornata di ieri Lorenzo Guerini e Luca Lotti hanno cercato di fermare Renzi. Loro, con Base Riformista, restano nel Pd, hanno scelto un’altra partita: quella di condizionare Zingaretti dall’interno. Una tattica che parte da quando lo stesso Lotti voleva convincere l’allora solo governatore del Lazio a correre al congresso come candidato renziano.

Qui si apre un’altra partita: Renzi vorrebbe muovere alcuni di quelli che restano come sue pedine. È il caso, in Senato, di Alan Ferrari e Dario Stefano. Oltre a Marcucci. Il suo posto, però, è il primo bersaglio del Pd zingarettiano. L’ex premier si aspetta che in molti lo seguano, nei prossimi mesi. Ma la realtà potrebbe essere un’altra: da Dario Nardella a Alessia Morani, molti “renziani” sono saldamente posizionati nei dem. Tutto da vedere anche quanti si muoveranno da Forza Italia: in prima fila ci sarebbe Mara Carfagna, che però continua a negare.

“Dietro l’angolo c’è l’effetto Rutelli”, era il commento più gettonato ieri. L’Api, formazione dell’ex sindaco di Roma, non superò la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. Il riferimento non è puramente casuale.

Quei morsi in movimento

Più che una sedutadi consiglio municipale, è finita come nelle peggiori riunioni di condominio. Anzi, come un match di Mike Tyson. La scorsa settimana, il minisindaco del V Municipio di Roma, Giovanni Boccuzzi, sarebbe stato aggredito con un morso al naso da un consigliere del municipio, Alessandro Stirpe. Secondo i testimoni, poco dopo un incontro consiliare, Brunetti lavora al computer, ma all’arrivo di Boccuzzi nella stanza sarebbe scattata la scintilla, e dopo uno scambio di battute al vetriolo, Stirpe gli avrebbe dato un morso. Ora Boccuzzi starebbe valutando se sporgere denuncia, o se chiedere l’espulsione del consigliere mordace. Motivo del contendere sarebbe stato l’“eccessivo protagonismo” dei due, che ha portato nel tempo a un deteriorarsi del rapporto a livello personale, non certo le loro idee politiche, dato che sono entrambi pentastellati. Intanto Boccuzzi smorza i toni: “In tutte le famiglie si litiga, altrimenti sarebbe tutto piatto“. E anche Stirpe afferma: “Non c’è nulla da commentare, continuerò a far parte del Movimento”.

Proprio ora che il M5S si è riappacificato col Pd, i due esponenti grillini sembrano aver preso il “vizietto” degli alleati di centrosinistra: in mancanza di conflitti esterni, litighiamo fra di noi. Giusto per non perdere l’allenamento.