Nella giungla delle tasse sulla casa la parola semplificazione resta ancora lontana. È avvolta nel caos quella sui rifiuti, la Tari. A inizio estate a ricordarcelo è stato il consueto dossier elaborato dal Servizio Politiche Territoriali della Uil, secondo cui il caro immondizia tra il 2015 e il 2019 si è fatto sentire non poco con un aumento medio dell’1,6%, con addirittura il +35,6% registrato a Lecce. “L’andamento dei costi della Tari, anche se sganciati dal blocco delle aliquote degli anni scorsi, dimostrano come quest’anno – aveva spiegato Ivana Veronese, segretaria confederale Uil – la pressione fiscale a livello locale aumenterà per le famiglie. Rimane il dato del costo molto alto di questa tassa, così come il tema dell’efficienza del servizio. Le tariffe della Tari devono assicurare la copertura integrale dei costi sia di investimento sia di gestione del servizio e, più è alto il costo del servizio, troppo spesso a causa di inefficienze, tanto più saranno alte le tariffe”. Più che una vaticinio la realtà.
A metterlo nero su bianco è ora il monitoraggio dell’Osservatorio tasse locali di Confcommercio, dedicato alla gabella sui rifiuti pagata da imprese e cittadini. Numeri alla mano, emerge che la spesa per pagare la Tari è cresciuta senza sosta, quasi raddoppiando dal 2010 con i servizi di raccolta che restano però per molti Comuni al di sotto della sufficienza. L’Osservatorio calcola che la Tari vale nel 2018 ormai 9,5 miliardi, in aumento del 2,15% rispetto al 2017, ma in crescita del 76% rispetto alla spesa per la tassa sui rifiuti dal 2010 quando ammontava a 5,4 miliardi. La Tari è, quindi, sempre più sinonimo di salasso e spesso chi paga il conto più salato è quello che in cambio ottiene il servizio peggiore. Il caso di Roma è eclatante, dal momento che il Lazio è la Regione con la tassa sui rifiuti più alta: 261 euro pro capite, in aumento del 7% sul 2017. La Tari più bassa si registra, invece, in Molise (130 euro). “A fronte di costi sempre più alti – scrive l’associazione dei commercianti – calano livello e quantità dei servizi offerti dalle amministrazioni locali: solo 5 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte e Veneto) si collocano sopra il livello di sufficienza”.
Un quadro dalle tinte assai fosche per famiglie e imprese che potrebbe, forse, subire una sterzata entro i prossimi mesi quando l’Arera, l’Autorità dell’energia elettrica e del gas, varerà la riforma delle tariffe sui rifiuti con maggiore trasparenza e qualità. L’Authority definirà, infatti, nuovi criteri tariffari e nuovi obblighi informativi da applicare in tutta Italia, introducendo una graduale omogeneizzazione. “Si partirà da condizioni molto diversificate”, dice il presidente dell’Arera Stefano Besseghini, spiegando che eventuali variazioni tariffarie “saranno legate alla riscontrabilità di miglioramenti nella qualità gestionale oppure a modifiche del perimetro di intervento nei servizi”. La qualità dei servizi poi “sarà valutata come un investimento”, aggiunge l’Authority, e “si creerà una correlazione tra gli eventuali aumenti e il motivo che li ha generati”.
In attesa della riforma, non ci sono però buone notizie neanche per le decine di migliaia di proprietari di casa che tra il 2014 (l’anno di introduzione della Tari) e il 2017 hanno pagato la tassa maggiorata e che attendono dal Comune di residenza il rimborso promesso sulle somme non dovute per la quota variabile delle pertinenze (box, garage, cantine, soffitte). Va, infatti, ricordato che la Tari si compone di una parte fissa e di una variabile: la prima è calcolata in euro al metro quadro, mentre la seconda varia a seconda del numero di persone che compongono il nucleo familiare. Ma alla luce delle varie sentenze pronunciate da Corte dei Conti e, soprattutto, dalla Commissione tributaria provinciale di Milano, la sensazione è che quel credito appare sempre più inesigibile. Un passo indietro per capire meglio. L’errore di calcolo, scoperto nel 2017 dal deputato M5s Giuseppe L’Abbate, interessa circa il 10% dei Comuni e si è creato nella quantificazione della parte variabile. Questa dovrebbe basarsi sulla quantità (misurata in chili) di rifiuti indifferenziati annui conferiti. Ma il calcolo è stato fatto tenendo conto solo del numero di componenti del nucleo. E qui è nato il problema: in diversi Comuni si è aggiunto un calcolo “liberamente interpretato” alla quota variabile. Così, dopo lo scoppio del caso, migliaia di contribuenti hanno chiesto i rimborsi, non sempre con esito positivo. A Milano, ad esempio, 145mila proprietari di box, che dal 2014 hanno pagato la tassa rifiuti in eccesso, sono rimasti a bocca asciutta. Il Consiglio di Stato, a novembre scorso, ha infatti respinto il ricorso dei cittadini e il Comune, almeno per ora, non rimborserà 50 milioni di euro. Ai milanesi vanno però aggiunti gli aventi diritto residenti a Genova, Napoli, Rimini, Cagliari, Siracusa, Ancona, Catanzaro e in centinaia di Comuni minori.