Il premier bipartisan: va dai bersaniani e pure dalla Meloni

Giuseppe Conte lo aveva giurato e sembra intenzionato a mantenere le promesse. Per essere davvero il premier di tutti, moltiplica gli impegni, non solo verso i partiti di maggioranza, ma anche verso coloro che si sono fatti portavoce del dissenso verso la sua seconda esperienza di governo.

Si comincia con le prevedibili strizzate d’occhio verso il centrosinistra, ora che il suo esecutivo si è allargato in quella direzione: giovedì è stata confermata la sua partecipazione alla festa di Articolo Uno, diciamo “i bersaniani”, che si terrà nel quartiere popolare di Testaccio, a Roma, per un’intervista con Enrico Mentana. Titolo: “Le sfide per un governo di svolta”. Poi domenica Conte andrà a Lecce per presenziare alle “Giornate del lavoro” organizzate dalla Cgil, in cui parteciperà al confronto con Maurizio Landini, uomo simbolo della sinistra sindacale. Ma il presidente del Consiglio non dimentica le opposizioni e volge lo sguardo anche a destra. Sempre nel weekend, sabato mattina, prenderà parte ad Atreju, l’incontro annuale organizzato dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, presso l’isola Tiberina, a Roma, dove verrà intervistato da Bruno Vespa.

“Ringrazio Luigi, ma non mi candido”

Solomeo non sarà Honolulu e Palazzo Donini non è la Casa Bianca, ma per qualche giorno Brunello Cucinelli, 66 anni, imprenditore del cachemire e ventiquattresimo uomo più ricco d’Italia (fonte: Forbes), ha vissuto da Barack Obama. È evocando l’ex presidente degli Usa infatti che il Pd umbro aveva auspicato la sua candidatura a governatore dell’Umbria. Offerta lusinghiera, ma per ora rifiutata con tante grazie dallo stesso Cucinelli.

Brunello Cucinelli, sembra che fosse il nome perfetto per la Regione.

Ringrazio di quest’onore, la politica mi piace e me ne sono sempre interessato, ma voglio continuare a fare unicamente il mio mestiere di imprenditore. Non c’è alcuna possibilità che io mi candidi a governatore.

Eppure glielo hanno chiesto.

Luigi Di Maio è venuto a trovarmi venerdì scorso e devo dire che è stato un incontro più che cordiale. Essendo lui il capo politico del Movimento ne sono stato davvero onorato.

Dal Pd dicevano che per l’Umbria sarebbe stato come Obama.

Non può che farmi piacere, ne sono affascinato fin dal 2007, quando seguivo i primi discorsi su come immaginava l’America. Continuo a pensare che sia una persona straordinaria.

Al di là del suo nome, trova sensata un’intesa tra 5 Stelle e Pd in Umbria?

Non voglio entrare nel merito dei partiti. Percepisco però una grande sensibilità su alcuni valori, è straordinario rivedere tanti giovani scendere in piazza e affezionarsi al tema del clima, vedere che persino il Papa sostiene un evento ad Assisi per far discutere imprenditori e economisti di dignità del lavoro. E poi dovremmo svoltare anche sui toni, in politica e non solo.

Cioè?

Come Dante diceva “e il modo ancor m’offende”, io vorrei dire “e il modo ancor m’onora”, nel senso che la forma è importante, in politica e non solo. Credo ci sia l’esigenza condivisa di smetterla di sentire solo litigi e espressioni dure: molto meglio recuperare un po’ di garbo.

La sindaca di Assisi: ideale per il patto di San Francesco

La soluzione del “rebus Umbria” è vicina. Per completarlo serve un nome, un volto, uno slogan. Poi anche l’alleanza Pd-M5S sui territori – oltre a quella nazionale – sarà cosa fatta. A 40 giorni dalle elezioni regionali umbre, primo vero test del Conte 2 alle prese con l’ordalia leghista, l’intesa tra i due partiti di governo è sempre più vicina: la lettera di domenica alla Nazione in cui Luigi Di Maio ha infranto il tabù delle alleanze esterne, a patto che si facciano con “candidati civici” e non “impresentabili”, ha fatto breccia nel Pd. Nicola Zingaretti e Dario Franceschini, terrorizzati dal trionfo leghista, ringraziano. Il commissario regionale Walter Verini apre alla trattativa: “Se i 5 Stelle trovano un Barack Obama…”. “La lettera di Di Maio ha provocato una convinzione a rinnovare il Pd, a credere al rinnovamento anche a costo di qualche sacrificio”, conferma un volto storico della sinistra umbra.

Ora, dopo il cambio di passo dei grillini, resta solo uno scoglio da superare: il nome del candidato che sfidi la leghista Donatella Tesei. Per la verità il Pd un nome ce l’aveva già da tempo: il presidente di Confcooperative Andrea Fora, stimato anche dai 5 Stelle e che ha già lanciato la sua campagna a colpi di slogan sull’ambiente (“Energia pulita per l’Umbria”). Dopo la lettera di Di Maio però il suo nome sembra essere passato in secondo piano perché i 5 Stelle chiedono “un passo indietro” del Pd (Fora, per quanto civico, viene da quell’area) a favore di un nome completamente estraneo ai partiti. Non solo: ai grillini non andrebbe giù il processo per frode nelle pubbliche forniture in un’inchiesta del 2017 sulle mense scolastiche. Nel merito, una contestazione non così pesante – è accusato di aver somministrato a un bambino 20 grammi in meno di insalata e piselli rispetto al capitolato – ma dal sicuro impatto mediatico, in una Regione decapitata dallo scandalo sulla Sanità che a maggio ha fatto cadere la giunta di centrosinistra di Catiuscia Marini.

Dal Pd umbro fanno sapere che per il momento in campo c’è solo Fora, ma sembra più una strategia per alzare la posta della trattativa con i 5 Stelle che un netto sostegno al presidente di Confcooperative. Di Maio, invece, il suo “Barack Obama” lo avrebbe pure individuato: Brunello Cucinelli. I due si sono incontrati venerdì scorso, ma il re del cachemire tiene duro e passa le sue giornate a respingere le sirene di chi lo vorrebbe vedere a Palazzo Donini. Saltato Fora e dopo il “no” di Cucinelli (per ora), adesso il nome più forte è quello di Stefania Proietti, sindaca di Assisi che potrebbe mettere d’accordo entrambe le forze politiche.

Quando fu eletta nel 2016 strappando la città di San Francesco al dominio ventennale del centrodestra, Proietti non era iscritta né al Pd né al Movimento 5 Stelle. Era vicina ma equidistante ad entrambi: “Per capirci, era un po’ la Giuseppe Conte di Assisi” dice al Fatto un esponente Pd che conosce bene le strategie del partito in Umbria. Quarantuno anni all’epoca (oggi 44), laureata in Ingegneria meccanica con una tesi sulla sostenibilità ambientale, Proietti era stata prima arruolata per scrivere una parte del programma dei grillini (quella sull’ambiente) e poi aveva chiesto loro un sostegno alla sua candidatura civica. I 5 Stelle però avevano rifiutato rimanendo “duri e puri” sulla regola del “no” alle alleanze e lei aveva trovato una sponda, vincente, nel Pd. Cattolica e ambientalista, Proietti nel weekend è stata a Madrid a un’assemblea della Comunit à di Sant’Egidio, presenti Andrea Riccardi, Marco Impagliazzo, il cardinale Gualtiero Bassetti e e Filippo Grandi, Alto commissario per i rifugiati dell’Onu

L’identikit perfetto per Di Maio e Zingaretti. Lei continua a ripetere che vuole “fare il sindaco di Assisi”, ma ormai il suo nome cresce di ora in ora, da una parte e dall’altra. Altri nomi in campo sono quelli di Luca Ferrucci, professore di Economia all’Università di Perugia che si è più volte esposto a favore dell’alleanza Pd-M5S, ma anche la presidente dell’Istituto Serafico di Assisi, Francesca Di Maolo, che può contare su appoggi di peso in Vaticano. Infine c’è la suggestione della renziana Catia Bastioli, presidente di Novamont, diventata famosa per la polemica sui suoi sacchetti di plastica biodegradabili a pagamento: sarebbe il simbolo di una vera unione green.

Regionali, Di Maio punta anche il Sud: Calabria e Campania

Luigi Di Maio è un pokerista obbligato. Un capo che ha cambiato troppo per non cambiare anche il resto dentro il suo Movimento, deciso a rilanciare sulle regole e sull’identità per mutare perfino il suo dirimpettaio, il Pd. E Nicola Zingaretti deve guardare il suo gioco: per non restare dietro a chi vorrebbe dare le carte a casa sua (Dario Franceschini) e per sfruttare la sponda del grillino, perfetta per modificare ciò che pareva e pare impossibile toccare, nomi e schemi del Pd dei mille feudatari. Sono queste le ragioni profonde della scommessa sulla ruota dell’Umbria di Pd e Cinque Stelle, test per un’alleanza che prova a coagularsi ovunque, dal Lazio al Piemonte fino alla Calabria. Ma l’ancora eventuale esperimento in terra umbra è un azzardo, con le liste da consegnare tra dieci giorni e il candidato, quello vero, quello civico, che ancora non c’è. Però Di Maio e Zingaretti devono insistere, innanzitutto sul nome che andrebbe benissimo a tutti e due, lo stilista e imprenditore Brunello Cucinelli che pure ieri si è tirato fuori: “Non c’è alcuna possibilità che io sia candidato alle elezioni regionali”. Ma forse non è chiusa. “Ci lavoriamo ancora” dicono in serata dai piani alti del Movimento. Continua a provarci, il Di Maio che lo ha già incontrato. E devono sperarci i dem, perché per il M5S il candidato del centrosinistra, l’ex presidente di Confcooperative Umbria Andrea Fora, non può essere un’opzione.

“Serve un reset”

Il capo dei 5Stelle lo ha detto ieri a margine dell’incontro con ministri e sottosegretari del Movimento, a Palazzo Chigi: “In Umbria serve un reset dei candidati”. Quindi niente Fora, ma un altro nome, un civico che Pd e Movimento dovrebbero sostenere lasciandolo libero di costruirsi una giunta di soli tecnici, di “competenti” per dirla come Di Maio. E si torna a Cucinelli. Perché per provare a smontare il suo no devono dargli garanzie di assoluta autonomia, fargli capire quanto sia necessario per fermare il nemico comune, quel Matteo Salvini che è già pronto a prendersi una roccaforte rossa per poi irridere “l’inciucio fallito”.

I rischi e il sondaggio

Il rischio di un’operazione prematura, di un salto fatto troppo in fretta è chiaro a tutti, per primo a Di Maio. Ma nel gioco dei pro e contro il capo ha deciso di violare un altro dogma (e i militanti storici sono tutto un mal di pancia) e di puntare sull’eresia. “Chi non si adatta al campo di battaglia perde” aveva teorizzato sabato incontrando gli aspiranti consiglieri comunali a Roma. Così ecco la lettera alla Nazione di domenica, con l’offerta al Pd di un patto su un candidato civico terzo. Una missiva che Di Maio aveva mostrato prima ad alcuni big del Movimento, raccogliendo anche perplessità. Ma il capo ha tirato dritto. “Questo è un test necessario, dobbiamo vedere come va anche in prospettiva, per capire come regolarci in Emilia Romagna” dice da giorni nei colloqui riservati. Consapevole che quella è la partita che vale il campionato, cioè la tenuta del governo. Però c’è altro. Per esempio un sondaggio riservato di qualche giorno fa, secondo cui il Pd e il Movimento uniti potrebbero giocarsela con il centrodestra. E poi in Umbria senza fare squadra con i dem il Movimento potrebbe crollare. E guai a non presentarsi, “con la desistenza sarebbe peggio, una resa” dicono dai 5Stelle. Soprattutto, c’è la necessità di partire, “perché questo è il momento del dialogo” ricorda il senatore umbro Stefano Lucidi. Il momento di cambiare più o meno ovunque: nel Movimento, e quindi nel Pd.

Cambiare il Sud

Perché Di Maio ha in testa anche quello, costringere i dem a reinventarsi anche dove sembrano più immutabili, nella Campania dell’eterno Vincenzo De Luca come nella Calabria del plurindagato Mario Oliverio. “Un’intesa con noi imporrebbe al Pd di togliere di mezzo tanti impresentabili, di ripulirsi” è il ragionamento. Brutale ma in fondo utile a Zingaretti, che per ridare fiato al partito deve anche ricostruire, liberarsi di maggiorenti troppo ingombranti. Così proprio ieri il commissario dem in Calabria, Stefano Graziano, ha annunciato il taglio netto: “Oggi abbiamo chiarito la posizione del Pd: andare oltre Oliverio, cercare un candidato civico per cambiare la Calabria”. E l’apertura al “civico” per le elezioni (in bilico tra novembre e gennaio) è un chiarissimo invito al M5S.

Tutti i segnali

D’altronde in queste ore di segnali incrociati ne stanno piovendo in serie. Partendo dal Lazio, la regione che è stata l’incubatrice dell’abbraccio tra giallorossi, dove il M5S potrebbe entrare in maggioranza. Il presidente del Consiglio regionale Daniele Leodori, zingarettiano della prima ora, schiva le metafore: “Vista la situazione nazionale, ho difficoltà a capire perché possa destare stupore un nostro eventuale accordo con il M5S”. Oggi il Pd voterà volentieri una legge sul compostaggio dei rifiuti presentata dalla capogruppo dei 5Stelle, la veterana Roberta Lombardi, fautrice dell’accordo. E presto in giunta, al posto dei neo-sottosegretari dem Manzella e Bonaccorsi, entreranno assessori tecnici scelti assieme dai giallorossi. Poi c’è l’Emilia Romagna, dove l’attuale governatore Stefano Bonaccini dovrebbe farsi da parte se reggesse il lodo Di Maio (candidato civico comune). Nell’attesa, ieri la consigliera del M5S Silvia Piccinini, critica sull’accordo con i dem, è stata comunque votata vice-presidente della commissione Politiche sociali con l’appoggio dei Democratici. E poi c’è la sindaca di Torino Chiara Appendino, a cui Di Maio aveva proposto di fare la ministra nell’esecutivo giallorosso. Domenica scorsa, intervistata dal direttore del Fatto Marco Travaglio a Settimo Torinese, ha rilanciato: “La spinta nazionale potrebbe portare a liste civiche locali nel 2021”. Però prima c’è l’Umbria, e ci sono da patti da mantenere. “Ci aspettiamo che il Pd voti il taglio dei parlamentari assieme a noi entro la metà di ottobre” ha detto Di Maio nella riunione con i suoi ministri. Un messaggio fatto trapelare per scuotere i dem, gelidi sul tema. Ma disponibili, su tutto il resto.

Il morbo smemorino

Una terribile malattia sta colpendo tutti i Matteo che fanno politica. È una forma selettiva di demenza giovanile che attacca la memoria. I primi sintomi si sono riscontrati in Matteo Orfini, di cui avevamo perso memoria anche noi, finché non l’abbiamo rivisto in una MaratonaMentana tutto sdegnato per l’intesa “contro natura” Pd-M5S: aveva dimenticato che nel 2013 definì “inimmaginabile e inesistente in natura un governo Pd-Pdl-Monti e senza Grillo”, poi due mesi dopo votò il governo Letta senza Grillo con B. e Monti. Il contagio s’è diffuso rapidamente a Renzi, quello che doveva ritirarsi in caso di sconfitta al referendum e invece restò. Poi si diede un gran daffare per regalare il palcoscenico al terzo Matteo, l’altro Cazzaro, con l’astuta strategia dei pop corn. Infettato a sua volta dal virus smemorino, Salvini passò 15 mesi a rinnegare le sue battaglie precedenti: No Tav anzi Sì, No Triv anzi Sì, No inceneritori anzi Sì, No Benetton anzi Sì. Poi rovesciò il suo governo e iniziò ad accusare Conte e Di Maio che non c’entravano una mazza. Fino all’apoteosi di Pontida, dove mancava poco che si scordasse come si chiama.

Lì ha sventolato una presunta bimba di Bibbiano (che però è di Milano), immemore di aver ordinato di “tenere i bambini fuori dalla politica” quando suo figlio scorrazzava nel mar del Papeete sull’acquascooter della Polizia. Poi ha accusato Conte, restando serio, di avere “svenduto l’Italia all’Europa per le poltrone”. Ora, Conte la poltrona ce l’aveva già grazie alla fiducia di Salvini. Che l’8 agosto presentò una mozione di sfiducia. Il 20 agosto Conte lo demolì in Senato e lui, mentre replicava a rutti, ritirò la mozione di sfiducia. Conte a quel punto avrebbe potuto restare. Invece salì al Quirinale a mollare la poltrona senza che più nessuno glielo chiedesse, mentre Salvini restò imbullonato alla sua. E iniziò a stalkerare Di Maio per offrirgli la poltrona di premier e tenere la sua e quelle degli altri leghisti incollate ai rispettivi culi. Intanto l’altro cazzaro Matteo, che da tre anni menava chiunque nominasse i 5Stelle, prese a menare chiunque si opponesse ai 5Stelle. E ora si scinde dal Pd che ha fatto quel che ha detto lui per fondare un bel centrino, come se qualcuno ne avvertisse l’impellente bisogno. Lui che nel 2017, quando la scissione la fecero Bersani &C., la bollò come “una delle parole peggiori” e così ritrasse i fuorusciti: “Se fossero rimasti nel Pd, in Parlamento non ci sarebbero più rientrati: frustrati nella prospettiva di tornare a occupare gli scranni… decidono di andarsene… nel tentativo di logorare il segretario”. Ora ovviamente ha rimosso tutto. Ma stava dipingendo, a futura memoria, il suo autoritratto.

“Principe” Giannelli: sotto rete il palleggio è fantasia

Montpellier: Park&Suite Arena Stadium. “Il palleggiatore è un ruolo di servizio, un ruolo se vogliamo umile,” dice di sé Simone Giannelli (palleggiatore azzurro) dopo l’avvio di questo Campionato europeo di pallavolo, che ha visto l’Italia trionfare contro Portogallo, Grecia e ieri la Romania battuta 3-1. “Devi alzare la palla per mettere nelle migliori condizioni il tuo attaccante. Il bello e la difficoltà del ruolo è capire a chi dare la palla, valutare in un attimo chi ha più possibilità di fare punto. E non è solo una valutazione tattica, ma soprattutto umana”.

E di questo ragazzo classe 1996 alto due metri, colpiscono le mani. Le mani di Simone Giannelli sono estese come pianure e con i pollici rivolti all’esterno. Le stesse che ora tiene intrecciate e muove durante l’intervista sono quelle da cui in partita deve passare ogni palla. Il gioco è presto detto: si riceve (o si difende), si palleggia, si attacca. Dei tre tocchi consentiti, a lui spetta il secondo. La sua azione deve inanellare la prima all’ultima. Ed è lì, in questo continuo esercizio di unione, che sta il talento di Simone. Per come gioca, nel mondo dell’arte lo si direbbe un “fantasista”, uno che padroneggia la tecnica, ma vi mescola molta libertà. È uno dei migliori al mondo, ma lui resta ponderato. “I complimenti fanno piacere, ma io gioco per divertirmi. Vado avanti senza crearmi pressioni, con entusiasmo. Anche aiutato dalle persone che fanno parte della mia vita sportiva, la pallavolo è un divertimento”. E pensare che aveva iniziato col tennis: “A tre anni avevo già la racchetta in mano perché mio padre è maestro di tennis. Ho fatto anche sci e calcio. La pallavolo è capitata per caso. Ci giocava mia sorella e al sabato sera andavo a vederla. Sembrava divertente e ho iniziato”.

Cresciuto nel vivaio della Trentino Volley (oggi è il capitano della prima squadra) esordisce in campo a 17 anni in serie A. “Ricordo tutto di quel giorno. Era il 27 ottobre 2013, giocavamo contro Ravenna. Ero il secondo di Jack Sintini già dall’anno precedente e dalla panchina entro per sostituirlo a muro. Battiamo noi, per la precisione Lele Birarelli. Quando la palla torna nel nostro campo, la alzo allo schiacciatore Alex Ferreira. Punto! È stata una grande emozione perché ho dimostrato che meritavo il campo, che potevo starci”. Dopo l’azione, Simone torna in panchina perché il servizio seguente, Birarelli lo sbaglierà. “A fine partita, Lele si è scusato per l’errore, perché ero rimasto poco in campo. Mi ha dimostrato che quando si è campioni, lo si è anche fuori dal campo”.

E tra i campioni della nazionale azzurra (già qualificata per le Olimpiadi di Tokyo 2020), Giannelli milita dal 2015. Senza nessun rimpianto per una carriera mancata da tennista, anche se il suo mito è l’intramontabile Roger Federer, “per l’umiltà” precisa Simone, nella pallavolo ad attrarlo sin da subito è stato il sentimento di squadra. “Far parte di una squadra significa pensare al bene di tutti, anteporlo a ogni tipo di individualismo”. Ma a colpire, della pallavolo, c’è il fatto che non si ha con l’avversario nessuno scontro fisico, il contatto è possibile solo tra compagni. “Dopo ogni punto, fatto o subìto, ci si ritrova in mezzo al campo e ci si abbraccia. Questa è una cosa bellissima per noi giocatori. Con questo benevolo corpo a corpo, ognuno dà la propria energia all’altro, soprattutto nelle situazioni difficili”. Suscitano uno strano, e bellissimo s’intende, effetto le parole di Simone che rivendica con orgoglio anche i suoi famosi baci a Osmany Juantorena, ogni volta che insieme mettono a segno la loro velocissima pipe (attacco dalla seconda linea), tanto che sul web ne è stata fatta anche una gif: “È il mio modo per dire ai miei compagni che sono con loro, che quel gesto tecnico era stupendo”.

Non c’è machismo, né fobie varie nella pallavolo e nelle parole di Simone, che i compagni chiamano “Gian”, “Gianna” ma anche “Principe” (a chiamarlo così, spiega è solo Juantorena). Un ragazzo discreto, il sorriso largo e gli occhi vivissimi, impegnato nel sociale – è “orgogliosamente” testimonial Admo (donatori di midollo osseo) –, che la celebrità non ha cambiato. “Sono legato alla mia famiglia, e alla mia ragazza. Quando voglio staccare, viaggio con loro”. Sul futuro una volta abbandonata la pallavolo giocata è vago, “Non mi vedo come allenatore, vorrei fare altro”. Per adesso, studia Scienze dell’alimentazione, “con scarsi risultati, purtroppo per mancanza di tempo” (sorride), si diletta in cucina ed è goloso di pizza.

Champions: 292 anni per l’inno

Domanda da un milione di dollari per gli appassionati della Champions League che domani sera, con un cartellone niente male (si parte con Napoli-Liverpool e Borussia Dortmund-Barcellona e si prosegue mercoledì con Atletico Madrid-Juventus e PSG-Real Madrid), riapre i battenti: lo sapevate che l’inno della Champions ha 292 anni? Avete capito bene: duecentonovantadue. Come dite? Non è possibile perchè la Coppa dei Campioni ha 64 anni (nacque nel 1955) e venne ribattezzata Champions League solo 27 anni fa, nel 1992, dopo il totale restyling del suo format (fino ad allora vi partecipavano solo le squadre vincitrici in patria); e in ogni caso, 292 anni fa il calcio non era nemmeno stato inventato se è vero che la prima squadra spuntò a Cambridge nel 1846 (173 anni fa) e la prima Football Association si formò in Inghilterra il 26 ottobre 1863 (156 anni fa)? Tutto vero e documentato. Ma tornando alla musichetta che manda in deliquio gli appassionati di pallone in ogni angolo del mondo, sapete tanto per cominciare chi l’ha composto?

A comporre su mandato dell’Uefa l’inno della Champions, che nella versione ufficiale è eseguito dall’Academy of St. Martin in the Fields e dalla Royal Philharmonic Orchestra di Londra fu, nel 1992, il compositore e direttore d’orchestra inglese Tony Britten; che nel suo curriculum vanta anche incursioni pop come la supervisione nei famosissimi musical The Rocky Horror Show e Oliver! ed esperienze in televisione e cinema come la direzione di produzione di Robocop. Desiderando la Uefa rendere epocale la svolta del suo torneo più prestigioso, che rispetto alla vecchia Coppa dei Campioni si apriva appunto alla partecipazione di un numero assai maggiore di club (le nazioni più importanti avrebbero potuto schierarne al via addirittura quattro), l’idea era di connotare il cambiamento facendo risuonare negli stadi, prima di ogni partita, un inno che fosse al tempo stesso orecchiabile, solenne ed emozionante.

Che cosa fece allora il maestro Britten? Si chiuse per qualche giorno nel suo studio e passò il tempo ad ascoltare opere di grandi compositori del passato; fino a che, un bel giorno, non si imbattè in Zadok the Priest, un inno d’incoronazione composto nel 1727 dal grande musicista tedesco Georg Friedrich Handel su testo tratto dalla Bibbia di Re Giacomo: uno dei quattro inni d’incoronazione composti in onore di re Giorgio II di Gran Bretagna che ancora oggi viene cantato ad ogni incoronazione (anche se in Inghilterra non lo ascoltano dal 1952 quando salì sul trono Elisabetta). Britten non ebbe dubbi: avrebbe plasmato l’inno della Champions da una costola di Zadok the Priest e il nuovo inno avrebbe avuto la solennità dei secoli di storia, l’ispirazione del genio assoluto (Handel) e il tocco di classe finale del musicista (e assemblatore, e arrangiatore) contemporaneo, Britten in persona. E così fu. E mai, a memoria d’uomo, risuonò in uno stadio di calcio qualcosa di più emozionante, di più coinvolgente, di più travolgente di Champions League (perchè è così che s’intitola l’inno), brano composto a quattro mani da Handel featuring Britten, la collaborazione più pazza della storia, a tre secoli di distanza tra la morte del grande maestro Georg Friedrich e la bella e folle idea del furbissimo discepolo Tony.

L’incubo del centro unico prenotazioni

Ci sono situazioni che accadono in Italia che ricordano la serie tv Black mirror e ci fanno dimenticare di far parte del G7, il club dei paesi più ricchi. Come questa: i medici di famiglia del Lazio anche nell’ultima settimana sono rimasti appesi al telefono fino a 40 minuti nel tentativo di prenotare una visita d’urgenza per i propri pazienti, rinunciandoci. Perché non hanno tempo da vendere, le sale d’attesa sono strapiene di persone da assistere, e perché è inaccettabile che dall’altra parte del telefono non risponda un operatore quasi subito. Come è sempre stato. Fino alla fine di luglio, quando il servizio call center di Recup (il centro unico di prenotazione regionale) a cui hanno accesso i cittadini tramite lo 069939 e i medici chiamando un numero a loro riservato (800986867), è passato dalla cooperativa aCapo alla Gpi spa. Per un mese prenotare le visite è stato impossibile: la linea cadeva o non prendeva. Dieci giorni fa, dopo le sollecitazione da parte della Regione, la situazione sembrava risolta. Ma l’incubo, almeno per i medici (talvolta costretti a spedire i pazienti in pronto soccorso), continua.

Gratis e alla portata di tutti: i tanti vantaggi dei contanti, negati in Italia

Per l’uso dei contanti l’Italia sarebbe la pecora nera d’Europa, a pari demerito con la Grecia o il Montenegro, ben distante dai paesi avanzati. Questa è la storiella che si sente ripetere da anni, cioè da quando le banche per i propri interessi di bottega hanno dichiarato la guerra al contante (War-on-Cash, in inglese è più fine), ammantandola di nobili fini e attivando uffici stampa e giornalisti amici.

Ebbene, non è vero niente. Banconote e monete sono sostanzialmente altrettanto diffuse in Stati, come la Germania o l’Austria, che non passano certo per paradisi dell’illegalità e dell’evasione né per economie scalcinate. Anche in quei paesi grosso modo l’80% degli acquisti avviene in contanti e ancora di più per quelli di importo piccolo o piccolissimo, che è ridicolo regolare in altra maniera. Ma non è finita, in Germania la banca centrale, la rigorosissima Bundesbank, non svolge nessuna opera di denigrazione dei contanti, ma anzi partecipa a varie iniziative e addirittura organizza convegni scientifici a loro difesa.

In essi se ne sottolineano costantemente i vantaggi, che sono soprattutto i seguenti. Primo: non costano nulla, perché né banche né società di pagamenti elettronici raschiano via commissioni. Secondo: funzionano sempre, anche senza corrente elettrica, smartphone o Internet. Terzo: sono utilizzabili anche da bambini e altre persone senza conto in banca. Quarto: tutelano la riservatezza, non permettendo il tracciamento delle abitudini di consumo. Quinto: danno il senso della spesa e della disponibilità residua.

Il governatore stesso della Bundesbank, Jens Weidmann, sottolinea come i soldi siano l’unica cosa che di regola ogni persona ha sempre con sé, ovviamente chi più chi meno. In Germania verrebbe preso per un mentecatto chi andasse a decantare baggianate come il No-Cash-Day o il No-Cash-Trip ovvero il giorno o il viaggio senza contanti, di nuovo in inglese.

Certo che l’obiettivo di contrastare l’illegalità è condivisibile, ma è tutto da vedere quanto servano i limiti alle banconote. In ogni caso è ridicola la recente trovata dell’ufficio studi della Confindustria di una tassa del 2% sui prelievi in contanti: come se un tale modesto onere fosse in grado di spaventare evasori e riciclatori. Corretta al contrario l’osservazione di Carl-Ludwig Thiele, per anni membro del consiglio direttivo della banca centrale tedesca: “Non mi è noto che nei Paesi con un limite massimo per i contanti ci sia meno criminalità”.

www.ilrisparmiotradito.itTwitter @beppescienza

Rifiuti, caos Tari: stangata tariffe e rimborsi sempre più lontani

Nella giungla delle tasse sulla casa la parola semplificazione resta ancora lontana. È avvolta nel caos quella sui rifiuti, la Tari. A inizio estate a ricordarcelo è stato il consueto dossier elaborato dal Servizio Politiche Territoriali della Uil, secondo cui il caro immondizia tra il 2015 e il 2019 si è fatto sentire non poco con un aumento medio dell’1,6%, con addirittura il +35,6% registrato a Lecce. “L’andamento dei costi della Tari, anche se sganciati dal blocco delle aliquote degli anni scorsi, dimostrano come quest’anno – aveva spiegato Ivana Veronese, segretaria confederale Uil – la pressione fiscale a livello locale aumenterà per le famiglie. Rimane il dato del costo molto alto di questa tassa, così come il tema dell’efficienza del servizio. Le tariffe della Tari devono assicurare la copertura integrale dei costi sia di investimento sia di gestione del servizio e, più è alto il costo del servizio, troppo spesso a causa di inefficienze, tanto più saranno alte le tariffe”. Più che una vaticinio la realtà.

A metterlo nero su bianco è ora il monitoraggio dell’Osservatorio tasse locali di Confcommercio, dedicato alla gabella sui rifiuti pagata da imprese e cittadini. Numeri alla mano, emerge che la spesa per pagare la Tari è cresciuta senza sosta, quasi raddoppiando dal 2010 con i servizi di raccolta che restano però per molti Comuni al di sotto della sufficienza. L’Osservatorio calcola che la Tari vale nel 2018 ormai 9,5 miliardi, in aumento del 2,15% rispetto al 2017, ma in crescita del 76% rispetto alla spesa per la tassa sui rifiuti dal 2010 quando ammontava a 5,4 miliardi. La Tari è, quindi, sempre più sinonimo di salasso e spesso chi paga il conto più salato è quello che in cambio ottiene il servizio peggiore. Il caso di Roma è eclatante, dal momento che il Lazio è la Regione con la tassa sui rifiuti più alta: 261 euro pro capite, in aumento del 7% sul 2017. La Tari più bassa si registra, invece, in Molise (130 euro). “A fronte di costi sempre più alti – scrive l’associazione dei commercianti – calano livello e quantità dei servizi offerti dalle amministrazioni locali: solo 5 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte e Veneto) si collocano sopra il livello di sufficienza”.

Un quadro dalle tinte assai fosche per famiglie e imprese che potrebbe, forse, subire una sterzata entro i prossimi mesi quando l’Arera, l’Autorità dell’energia elettrica e del gas, varerà la riforma delle tariffe sui rifiuti con maggiore trasparenza e qualità. L’Authority definirà, infatti, nuovi criteri tariffari e nuovi obblighi informativi da applicare in tutta Italia, introducendo una graduale omogeneizzazione. “Si partirà da condizioni molto diversificate”, dice il presidente dell’Arera Stefano Besseghini, spiegando che eventuali variazioni tariffarie “saranno legate alla riscontrabilità di miglioramenti nella qualità gestionale oppure a modifiche del perimetro di intervento nei servizi”. La qualità dei servizi poi “sarà valutata come un investimento”, aggiunge l’Authority, e “si creerà una correlazione tra gli eventuali aumenti e il motivo che li ha generati”.

In attesa della riforma, non ci sono però buone notizie neanche per le decine di migliaia di proprietari di casa che tra il 2014 (l’anno di introduzione della Tari) e il 2017 hanno pagato la tassa maggiorata e che attendono dal Comune di residenza il rimborso promesso sulle somme non dovute per la quota variabile delle pertinenze (box, garage, cantine, soffitte). Va, infatti, ricordato che la Tari si compone di una parte fissa e di una variabile: la prima è calcolata in euro al metro quadro, mentre la seconda varia a seconda del numero di persone che compongono il nucleo familiare. Ma alla luce delle varie sentenze pronunciate da Corte dei Conti e, soprattutto, dalla Commissione tributaria provinciale di Milano, la sensazione è che quel credito appare sempre più inesigibile. Un passo indietro per capire meglio. L’errore di calcolo, scoperto nel 2017 dal deputato M5s Giuseppe L’Abbate, interessa circa il 10% dei Comuni e si è creato nella quantificazione della parte variabile. Questa dovrebbe basarsi sulla quantità (misurata in chili) di rifiuti indifferenziati annui conferiti. Ma il calcolo è stato fatto tenendo conto solo del numero di componenti del nucleo. E qui è nato il problema: in diversi Comuni si è aggiunto un calcolo “liberamente interpretato” alla quota variabile. Così, dopo lo scoppio del caso, migliaia di contribuenti hanno chiesto i rimborsi, non sempre con esito positivo. A Milano, ad esempio, 145mila proprietari di box, che dal 2014 hanno pagato la tassa rifiuti in eccesso, sono rimasti a bocca asciutta. Il Consiglio di Stato, a novembre scorso, ha infatti respinto il ricorso dei cittadini e il Comune, almeno per ora, non rimborserà 50 milioni di euro. Ai milanesi vanno però aggiunti gli aventi diritto residenti a Genova, Napoli, Rimini, Cagliari, Siracusa, Ancona, Catanzaro e in centinaia di Comuni minori.