Elettriche, provocano il 40% dei sinistri in più delle altre

Dalla Svizzera uno studio della compagnia assicurativa Axa rivela che le auto a zero emissioni di “taglia grande” (suv e berline) provocherebbero il 40% di sinistri stradali in più rispetto a quelle endotermiche della stessa stazza.

A creare problemi, sempre secondo l’indagine, sarebbe sia l’eccessiva silenziosità dei motori, sia la disponibilità immediata di coppia motrice, non facile da gestire per un automobilista inesperto. In due crash test è stata simulata la guida di questa tipologia di conducente su un veicolo elettrico: nel primo caso l’auto a zero emissioni si trova su una strada secondaria e vuole accelerare leggermente per svoltare a destra. L’accelerazione della EV, però, è più rapida di una qualsiasi auto a combustione interna, e l’elettrica si sposta inavvertitamente sulla corsia opposta. Questo provoca uno scontro frontale con un secondo mezzo che arriva nel senso opposto, a una velocità di 70 km/h così come l’elettrica.

La seconda simulazione ha dimostrato, invece, la pericolosità della silenziosità del motore alimentato a batteria: quando il veicolo esce in retromarcia da un parcheggio, il pedone che in quel momento sta passando dietro non ne sente il rumore, non si accorge delle manovre in corso e viene colpito.

Infine è sull’utilizzo troppo confidente che si fa degli ADAS, che la compagnia assicurativa ha rilevato ulteriori criticità: secondo questa, il 99% di chi guida auto a batterie e con pilota automatico afferma di usare tale tecnologia quasi sempre. Con il rischio di affidarsi fin troppo a sensori e telecamere, abbassando la propria soglia di attenzione.

F8 Spider e 812 GTS. La Ferrari scopre i suoi assi

C’è chi va al salone di Francoforte e chi il salone se lo fa in casa. Come la Ferrari, che proprio a ridosso della kermesse tedesca ha deciso che il palcoscenico della Messe Frankfurt era troppo angusto, e dunque ha allestito accanto alla pista di Fiorano la mostra “Universo Ferrari” da dove ha svelato al mondo ben due novità nello stesso giorno: la F8 Spider e la 812 GTS. Due modelli in grado di impolpare il roaster en plein air del Cavallino, che già poteva contare sulla Portofino. E se la prima, erede della 488 Spider, era in qualche modo attesa, la seconda ha preso di sorpresa un po’ tutti.

Ma andiamo con ordine. La versione scoperta della F8 è un progetto che molto attinge, tecnicamente, da quello della coupé. Pur viaggiando fisiologicamente in parallelo per le caratteristiche peculari proprio del tetto rigido retrattile, che si apre e chiude in 14 secondi fino a una velocità massima di 45 chilometri orari. E se il design, elegantemente curato dal centro stile guidato da Flavio Manzoni, risulta comunque assoggettato alla componente aerodinamica, il compito era anche quello di valorizzare un motore come il 3.9 V8, vincitore del premio “International Engine of the Year” per quattro anni di seguito (dal 2016 al 2019). Ebbene, i tecnici di Maranello l’hanno pompato con 50 cavalli in più rispetto alla 488 Spider, dunque ora sono 720 in totale (185 per litro), garantendo un’erogazione fluida e progressiva, così come la fruibilità immediata e l’assenza di turbo-lag. Il prezzo di listino? Duecentosessantaduemila euro.

L’altra primizia porta il nome di 812 GTS e sì, in pochi se l’aspettavano. Soprattutto perché una spider con motore anteriore V12 di serie mancava a Maranello da cinquant’anni (leggi 365 GTS4 del 1969), serie limitate a parte. Anche in questo caso, la scelta è quella fatta ormai da anni: tetto rigido retrattile, con i medesimi tempi di reazione indicati per la F8 Spider. Il motore 6.5 12 cilindri a V eroga invece 800 cavalli, con una coppia di 718 Newtonmetri, e brucia lo 0-100 in meno di tre secondi, spingendo la vettura a una velocità di punta di 340 orari. In questo caso l’assegno da staccare (o il bonifico, se preferite) è di almeno 336 mila euro.

Ciò detto non era mai successo che a Maranello presentassero due novità in un giorno, e che in un anno le premiere fossero ben cinque. “L’ultima arriverà entro fine 2019 e magari sarà qualcosa di diverso perché stiamo ripensando la gamma, ma dovete avere la pazienza di aspettare”, ha spiegato il direttore commerciale Ferrari Enrico Galliera. “Tuttavia, anche se avremo più modelli, terremo sotto controllo i volumi. Restiamo fedeli alla filosofia del nostro fondatore: consegnare una vettura in meno di quelle richieste dal mercato”.

La Bce non basta più, il futuro imprevedibile della zona euro

Sta proprio finendo un ciclo: il mandato di Mario Draghi alla Bce scade a novembre, dopo otto anni, e anche questo spiega l’inedita ondata di critiche che ha accompagnato le ultime decisioni del consiglio dei governatori di giovedì scorso. L’accusa che risuona in Germania e rimbalza ora in Italia è che insistere con politiche monetarie straordinarie aggrava i problemi dell’eurozona invece di risolverli.

La Bce ha tagliato ancora il costo del denaro da -0,4 a -0,5 per cento, le banche che depositano la loro liquidità a Francoforte invece che metterla in circolo sostengono quindi un costo aggiuntivo (mitigato dal “tiering”, l’esenzione dal costo di una parte delle riserve). Poi c’è il nuovo programma di Quantitative easing, acquisto di titoli per 20 miliardi di euro al mese, per tenere bassi i rendimenti. I tedeschi protestano perché i risparmiatori vengono penalizzati, non riescono più a far fruttare i propri capitali, mentre le banche vedono svanire il proprio modello di business e si trovano con bilanci più fragili. L’appello di Draghi ai governi per far uscire l’eurozona dalle secche della crescita zero con la politica economica, invece che lasciare il compito alla politica monetaria, viene raccolto dai Paesi sbagliati: non dalla Germania o dall’Olanda, ma dall’Italia che con il governo Conte 2 già annuncia di voler fare più deficit grazie all’effetto positivo delle misure della Bce sul costo del debito.

Un economista autorevole e misurato come Franco Bruni della Bocconi ha pubblicato su Lavoce.info una critica molto severa alla strategia di Draghi e alle sue risposte alle obiezioni, Ogni arma monetaria è a doppio taglio. In sintesi: la strategia della Bce non sta funzionando, l’inflazione è la metà del 2 per cento obiettivo, i tassi troppo bassi non danneggiano soltanto banche inefficienti ma anche i normali risparmiatori (per non parlare dei fondi pensione), il costo del denaro sotto zero genera la “dominanza fiscale”, cioè la quantità di deficit di un governo è stabilita dalle priorità politiche di chi è al potere, visto che il costo di emettere nuovo debito è trascurabile. E questo, scrive Bruni, significa lasciare che siano i governi meno disciplinati “a determinare la velocità di creazione della moneta”.

Critiche pesanti, cui ha risposto sempre su LaVoce Francesco Giavazzi, altro economista bocconiano, della stessa generazione anagrafica e accademica di Bruni e Draghi. In poche righe Giavazzi si limita a osservare che gli argomenti di Bruni “sono, passo passo, quelli che la Bundesbank e il suo presidente propugnano da anni” e poi aggiunge il link a un articolo di due colleghi famosi, Christina e David Romer dal titolo definitivo: L’idea più pericolosa nella storia della Federal Reserve: che la politica monetaria non conti.

Questo pepato scambio ci dice due cose: il dibattito sull’eredità di Draghi è già cominciato e condizionerà molto le prime scelte di Christine Lagarde, sua erede; nessuno sa bene cosa aspettarsi dai prossimi anni, gli ottimisti vedono soltanto una stagnazione, i pessimisti allucinano scenari castrofici i cui ingredienti sono la politica monetaria espansiva, la recessione mondiale che incombe e governi irresponsabili che negli anni di tassi bassi hanno lasciato correre troppo il debito (Italia inclusa).

La parte difficile del mestiere di banchiere centrale è sempre stata quella di portare via il tavolo degli alcolici quando il party inizia a surriscaldarsi (questa la metafora nel settore): nessun politico ama il banchiere centrale che inizia ad aumentare i tassi perché l’economia sta andando troppo bene e potrebbe generare un eccesso di inflazione. Draghi si è confrontato con la sfida opposta e molto più rara nel suo settore: ha continuato ad aggiungere vino, birra, amari e superalcolici di ogni genere al tavolo ma il party non è mai decollato. O meglio, qualcuno – qui e là nella stanza – ha bevuto senza ritegno e ora barcolla, ma chi doveva animare la festa (i sobri tedeschi) ha continuato a riempire il bicchiere con acqua frizzante.

C’era un alternativa? Sì e no. La Bce avrebbe potuto fare di più e prima: dai tagli dei tassi al Quantitative easing. Ma Draghi ha sempre dovuto vincere le forti resistenze interne al consiglio dei governatori, in particolare quelle della Bundesbank di Jens Weidmann. Nessuno può avere certezze sulla storia controfattuale: un migliore tempismo avrebbe ottenuto risultati su crescita e inflazione più soddisfacenti, ma Draghi ha sempre fatto il massimo che le condizioni politiche consentivano.

Di sicuro oggi i problemi non sono risolti. Scorciatoie come rivedere gli obiettivi della Bce – per esempio fissare come obiettivo di inflazione l’1 per cento invece che il 2 – permetterebbero di celebrare successi effimeri ma confonderebbero i mercati, ha spiegato Draghi. E la politica monetaria moderna si fa condizionando le aspettative degli operatori finanziari. Ma poiché ormai vacilla la fiducia nella capacità della sola Bce di risolvere i problemi e manca una analisi condivisa sugli effetti delle misure straordinarie, quel canale di trasmissione degli impulsi monetari all’economia reale forse è già compromesso. E Christine Lagarde rischia ora di trovarsi una Bce che ha già sparato tutti i colpi di bazooka e può solo sperare in un miracolo da parte di Stati che non si comporatno mai come Francoforte vorrebbe.

Diario di guerra per non morire

Il primo giorno d’estate della fine di questo millennio, sancisce la fine di questa terribile guerra “giusta”. Una guerra necessaria, pacificatrice, almeno così dicono. Una guerra a poche miglia dalle nostre coste. Vicina, ma anche lontana. Perché se le bombe non ce l’hai sopra la testa e le mine sotto il culo tutto è lontano. È durata talmente tanto questa guerra che anche le cronache, i reportage, i documenti scritti e filmati che raccontano eccidi e massacri, hanno finito per assomigliarsi tutti. I nostri telegiornali sono diventati, purtroppo, un sottofondo rumoroso. Non per me! E non per tanti come me che ogni giorno hanno letto questa guerra attraverso gli occhi di una giovanissima drammaturga slava. La chiamano “La puttana degli italiani” perché lei si ostina ogni giorno, anzi da infiniti giorni, a scrivere il suo Diario di Guerra, e un giornale italiano si ostina, grazie a Dio, a pubblicarla. Un nome difficile da pronunciare, si chiama Biljana Srbljanovic e forse avrebbe voluto scrivere sempre e solo per il teatro. Non ha neanche trent’anni e la sua “Trilogia di Belgrado” è rappresentata in mezzo mondo. Io che il teatro lo faccio, nella tranquillità di palchi e retropalchi, tra camerini e ristoranti, dove il nemico è solo qualche critico velenoso o qualche insopportabile collega invidioso, leggendola, mi sembra di essere diventata la persona più fortunata del mondo. Biljana scrive per non morire, e ogni pagina del suo diario è il racconto di un teatro di vita vero. Biljana scrive per non impazzire, per non smarrire il senso e il gusto del vivere. Perché un fatto assurdo come la guerra, lo puoi accettare solo se provi a raccontarlo e quindi, a capirlo. Biljana oggi ha concluso il suo diario. La ringrazio di cuore per tutto quello che ha cercato di farci capire, anche se qui da noi ben pochi hanno capito.

 

Profeta della natura: prima le piante, poi veniamo noi

L’occasione di conoscere e di ascoltare un insolito scrittore, Stefano Mancuso, che parla come un performer che sa inchiodare il pubblico, scrive come l’autore di un thriller e parla dell’importante ma non eccitante argomento del come salvare il pianeta con la stessa passione che, credo, abbia Greta nei suoi sermoni, ma con una sorta di felice entusiasmo, è un premio letterario estivo di cui Mancuso è stato protagonista. Il libro premiato (non un fatto nuovo per lui, autore molto cercato e molto seguito) è stato La Nazione delle Piante (Laterza Editore ) che segue di poco L’incredibile viaggio delle piante, (pure edito da Laterza) e già l’accoppiata dei titoli ci dice il nuovo e il diverso che troviamo in questo autore. Un noto e seguito scienziato del mondo (la sua sede universitaria è Firenze, ma è spesso in giro per il mondo) ha avuto, diventando scrittore, due efficaci intuizioni. La prima è che la grande maggioranza di noi (parlo di coloro che sono sensibili ai problemi dell’ambiente) guarda l’ambiente (la terra, la natura, il clima) dall’alto in basso, ponendo al di sopra i nostri diritti di uomini-padroni, che devono sapere e capire di più al solo scopo di preservare i frutti del dominio.

Mancuso ha avuto l’idea di raccontare la storia al contrario: prima vengono le piante, dopo veniamo noi, e solo se ci rendiamo conto della loro potenza (sto citando quasi alla lettera). La seconda intuizione è che – a meno di distruggere tutto col metodo Bolsonaro, che è una forma di suicidio collettivo come in certe sette religiose americane – dobbiamo renderci conto che la nostra intelligenza non è unica, la nostra capacità di decidere non è esclusiva e che le piante non sono il nostro giardino. Sono l’ottanta per cento del mondo che per ora autorizza gli uomini e i loro animali a fare da padroni, mentre intanto si diffonde una cultura che potrebbe salvarli o una ottusità egoista in cui risulteremmo perdenti rispetto alla Nazione delle Piante. Le parti del libro e del discorso di Mancuso sulla capacità delle piante di vedere, sapere, capire, ricordare, rispondere, essere dunque parte del mondo vivo, sfidando la persuasione di esclusività degli uomini e degli animali, sono, anche narrativamente, ciò che moltiplica i discepoli di questo profeta in cui nulla è solenne e tutto è logico.

Hai voglia di ascoltare perchè unisce incontrovertibili dati scientifici a riflessioni ed esperienze di vita quotidiana e di rasserenante buon senso. E con lui, la sua scrittura, la sua narrazione che sembra immaginazione ma è rapporto scientifico e con l’appassionata vitalità che scorre nel suo lavoro, finalmente vi rendete conto che ambiente e natura sono qualcosa di immensamente più grande del minimo spazio che politica e cultura (quella migliore) continuano a dedicargli.

Le gaffe del duo Alesina & Giavazzi, ma sul Corriere “basta la parola”

La pezza peggio del buco. Giovedì scorso, sul Corriere della Sera – che è comunque il primo giornale d’Italia – a proposito di Luciana Lamorgese, ministro dell’Interno nel rinnovato governo Conte, si legge “il fatto che sia una donna a ricoprire per la prima volta questo importante incarico”. La frase è scolpita tra gli squilli di ritrovata letizia in omaggio alla personalità “chiamata per restituire autorevolezza e prestigio al ministero degli Interni” e l’editoriale, nientemeno, non certo una lettera scritta da un lettore, porta la doppia firma da sempre garanzia di competenza e autorevolezza in via Solferino. Ebbene sì, fiato alle trombe: Francesco Giavazzi & Alberto Alesina.

A parte il fatto che riferirsi al plurale, per il dicastero dove alloggia anche il Capo della Polizia, vale solo per gli imperi e non per una repubblica dove d’interno ce n’è solo uno, nel più autorevole quotidiano della nazione svetta una stupidaggine subito spernacchiata in tutti i social e quindi Rosa Russo Iervolino che è stata al vertice del Viminale nel 1998 e Annamaria Cancellieri nel 2011 che cos’erano? Una doppia firma come quella di Giavazzi & Alesina, si sa, è come il lassativo Falqui della nota pubblicità: “Basta la parola”. Nessuno si perita, absit iniuria verbis, a correggerne lo strafalcione. Si consideri, insomma, che col Conte 2 l’Italia già veleggia verso il nuovo Rinascimento e fa d’uopo abbondare, oltre che d’aggettivi, di opportuna cosmesi; chi riceve l’articolo – il direttore, il suo ufficio centrale, il correttore di bozze – non osa segnalare agli autori questo eccesso di retorica francamente ridicolo.

Tutto fa brodo nell’Italia che torna in Europa e però la pezza diventa peggio del buco quando il giorno dopo, per fronteggiare gli sghignazzi, il duo Falqui, se ne esce con questo capolavoro di furbizia politically correct: “Una dimenticanza di cui ci scusiamo con le due ministre e che dimostra quanto sia radicato, anche in noi, che pure abbiamo applaudito alla nomina di Luciana Lamorgese, il pregiudizio di genere”.

Carini, vero? Nessuno, comunque, confezionando il primo giornale della nazione, osava ricordare loro quel che – con professionale paraculaggine – soavemente volgeva in dimenticanza. Lo stesso quotidiano, in fondo – il 6 settembre – è quello che fa del primo segretario presso l’ambasciata di Russia Andrej Nikolaevich Kharchenko, nato nel 1987, un losco mestatore presente all’Hotel Metropol durante la nota vicenda Savoini. La gaffe è già bella che archiviata. Il Kharchenko che il Corriere identifica tra gli astanti del Metropol non è il diplomatico e va da sé che una cosa così, fatta a un’altra nazione – la Francia, gli Usa o Israele – sarebbe finita nel peggiore dei modi: dal capo cosparso di cenere al licenziamento in tronco del direttore in persona.

Più che una fake news, questa del caso Kharchenko – così come quella delle due ministre espunte – è un rimestare nel calderone delle parole in guerra. E in quel non correggere il duo Falqui non c’è tanto, la rimozione – non lo smottamento del vero nel verosimile – piuttosto il lapsus identificativo proprio dei padroni delle parole. Vale per tutti, ovviamente per tutti quelli che in forza di un padronato egemonico decidono l’alfabeto anche per la restante parte, ed è, per interposto perbenismo borghese, l’applicazione del caro e sempre efficace Karl Marx: “Calunniate, calunniate, qualcosa resterà”.

Quando il futuro marito ha una relazione e si dilegua con la “wedding planner”

Ti racconto la mia storia, supponendo che tra tante storie di gente disastrata nei sentimenti che ti sono arrivate, questa possa classificarsi prima nella lista delle più terribilmente sfigate. Non te la racconto perché mi è passata, ma perché non l’ho raccontata a nessuno dei dettagli (genitori e sorella a parte), visto che me ne vergogno abbastanza. A maggio avrei dovuto sposarmi. Cerimonia in chiesa, 120 invitati da tutta Italia, un vestito da principessa povera comprato a rate come il motorino, cena godereccia nella migliore osteria di campagna vicina alla nostra città natale. Mi sono occupata di tutto io, finché una mia cugina mi spiega che la sua più cara amica è una wedding planner in erba e visto che siamo sposi molto belli (le ha mostrato lei i nostri profili, io ho 24 000 follower perché mi occupo di estetica) in cambio di qualche tag e ringraziamento su Instagram ci organizza l’allestimento nell’osteria e la festa dopo cena in giardino gratis. Io mi stupisco ma accetto. Avevo finito i soldi per il superfluo e qualche fiore in più sul tavolo mi pareva manna dal cielo. La incontro, mi fa una strana impressione. Bellissima, appariscente, giovane, biondissima e molto algida. Prendiamo accordi e poi fissiamo un secondo incontro sul posto a cui viene anche il mio futuro marito. Questa volta è più affabile e espansiva, scherza, non fa che dire: “Che sposi meravigliosi!”. Finisce lì. Era gennaio. Da lì ad aprile la sento altre volte, è tornata rigida e sfuggente, ma fa il suo lavoro finché a un mese dalle nozze si eclissa. La chiamo e non mi risponde più. Mi blocca su Instagram. Contatto allarmata mia cugina. “Che ha la tua amica wedding planner?”, le chiedo. Lei non sa nulla, giorni dopo mi scrive imbarazzata che l’amica riferisce che non sta bene, ha un grosso problema familiare. Mi lamento del fatto che non mi abbia avvisata, ma alla fine avrebbe lavorato gratis e non posso neppure reclamare danni o altro. Ne parlo col mio futuro marito che dice “Amen” e la chiude lì. Negli ultimi tempi è spesso accigliato, forse per lo stress, lo lascio in pace.

Fatto sta Selvaggia che arriviamo ai primi di maggio, ovvero a due settimane prima delle nozze e il mio computer è rimasto dimenticato in ufficio, mi serve, accendo il portatile del mio quasi mio marito che in quel momento è in palestra. Mi si apre all’istante una chat di facebook. “Ti prego parlami”. È lei. La wedding planner evaporata. Il cuore mi esplode. “Non posso smettere di amarti, qualunque cosa tu voglia”, è il secondo messaggio. Scorro la conversazione. Il primo messaggio gliel’ha mandato lui la sera stessa in cui l’ha conosciuta con me in osteria. (“Grazie per il tempo e la disponibilità, oltre che per il tuo sorriso”) La loro relazione va avanti quasi da subito, dunque da 4 mesi. Quello che leggo mi traumatizza. Piango, prendo il telefono, lo chiamo ma è spento. Scappo di casa, vado da mia madre. Quando mi chiama gli urlo di tutto, mi dice che l’aveva lasciata, poi no, che era indeciso e insomma, saltiamo in aria. Matrimonio, amore, futuro, non ho più niente. Lui ora sta con lei. Io con il mio vestito da povera e con una rabbia che non si placa. Ciao
Valentina

Dicono che le wedding planner rendano il matrimonio qualcosa di indimenticabile. Direi che almeno non si tratta di pubblicità ingannevole. Consiglio spassionato: la prossima volta chiama Enzo Miccio.

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L’umanesimo partorirà l’Anticristo. A Medjugorje messaggio per Salvini

Papa Francesco scandisce in modo serio e grave la parola “scisma” (nulla in Vaticano si pronuncia a caso) e la confusione sopra e sotto il Cielo aumenta in maniera esponenziale. Chi sono gli scismatici? Addirittura, sabato scorso, il Foglio ha presentato in versione “conservatrice” lo stesso Bergoglio, impegnato a frenare le spinte centrifughe della Chiesa teutonica del cardinale progressista Marx (nomen omen!).

In realtà, lo sguardo del pontefice argentino è rivolto a quegli ambienti tradizionalisti che dall’America del nord arrivano fino alla cattomassoneria italica (oggi salviniana) che dal 2015 gli ha mosso guerra per spodestarlo. È la destra clericale che riconosce solo il primato della Dottrina e che ha cercato di “liberarsi” di Francesco in vari modi: “correzione pubblica” per dichiararlo eretico (i Dubia sulla comunione ai risposati di Burke e Caffarra); lo scandalo dei preti pedofili a scoppio ritardato (i dossier di monsignor Viganò) per farlo dimettere; persino la supplica alla Vergine per fargli fare la stessa fine di Giovanni Paolo I (il vescovo Luigi Negri).

Ora, appunto, non resta che lo scisma, favorito anche dalle polemiche di questi mesi sul Sinodo dell’Amazzonia dove i clericali farisei ravvisano aperture sacrileghe al panteismo e al paganesimo. Però le due chicche settimanali dei farisei anti-bergogliani incrociano la novità politica del Conte due.

La prima riguarda il nuovo umanesimo predicato dal premier in sintonia con Francesco. Dopo l’umanesimo cavallo di Troia della massoneria e dell’eresia dei Catari, si registra un salto di qualità. Il network clericale ha infatti rispolverato una profezia del cardinale Biffi al Meeting ciellino del 1991, sulla scia dello scrittore russo Solov’ëv. In pratica, l’Anticristo si manifesterà quando la Chiesa si ridurrà a una mera pretesa umanista e solidale.

Poi c’è il monito celeste di Antonio Socci. Il giornalista ha rivelato che il 25 agosto, “nel pieno della crisi di governo”, è arrivato un messaggio della Madonna di Medjugorje che avrebbe fatto arrabbiare Bergoglio. Questo: “Figlioli, testimoniate con il rosario in mano che siete miei”. Per Socci, non si sono dubbi: il destinatario è uno solo. Indovinate chi?

Vestiti azzurri o rigore? Basta non finire poi in mutande

Visitando zoo e parchi con animali, ho sempre pensato che la natura, in genere non benigna verso le donne, ci avesse dato almeno una virtù: quella della bellezza vistosa, che invece nel mondo animale spetta ai maschi, visto che le specie femminili sono molto meno ricche di criniere e piume. Così, ho sempre visto la norma che impone, nei palazzi e nelle manifestazioni ufficiali del potere, completo scuro a lui e libertà totale a lei, una piccola concessione, la possibilità di manifestare la propria allegra varietà. In più, essendo allergica a divise e imposizioni coatte di ogni tipo, non potevo che rallegrarmi nel vedere donne che hanno sfondato il tetto di cristallo indossare vestiti colorati e gonne a fiori (oppure, appunto, un vestito azzurro elettrico). Certo, a pensarci bene, questa differenza viola un principio di eguaglianza, in apparenza soprattutto a sfavore degli uomini, perché impedisce loro di manifestare, attraverso un abito, un loro modo di essere (e quindi anche a noi di capire un po’ di più chi sono, visto che l’abito un po’ il monaco lo fa). E poi, in fondo, li inchioda in maniera troppo severa al loro ruolo plurimillenario e triste di soldati, persone in divisa tutte dedite alla patria. A pensarci bene, però, la regola non avvantaggia neanche noi, perché finisce per concentrare l’attenzione sempre sull’involucro esterno, antico e triste destino femminile. Le soluzioni sarebbero due: o si impone a ambo i sessi di vestirsi rigorosamente in giacca e cravatta o si lascia liberi entrambi. Il rigore bisex sembrerebbe l’opzione migliore, ma a pensarci bene la seconda è più coerente con i tempi. Perché, per quanto un ministro vestito con pantaloni rossi e camicia a quadretti possa sembrare poco credibile, poco senso ha ormai che lo stesso indossi un completo al giuramento per il governo e poco dopo, sui social, si mostri, letteralmente, in mutande.

Se anche i parlamentari mettessero la divisa

Non ho messo un tailleur neanche il giorno della laurea, e dopo cinque secondi che indosso una giacca sopra una camicetta mi dibatto come un gatto nel sacco. Per non parlare dei tacchi, che oltre i cinque centimetri mi dànno un’andatura da ubriaca. È questo il vero motivo per cui non ho scelto un lavoro serio né mi sono mai candidata alle elezioni. Perché sono convinta che l’autorevolezza passi anche dal vestito, e purtroppo i tessuti elasticizzati sono ontologicamente poco autorevoli fuori da una palestra. Se facessi la parlamentare o la ministra, mi sentirei a disagio sbracciata, casual o civettuola in un’aula di uomini in giacca e cravatta: è più una scena da tivù (tiggì compresi), dove in ogni stagione i maschi sono sempre vestiti di tutto punto, accanto a femmine con braccia e gambe scoperte, disparità, fra l’altro, che va contro la fisiologia, perché noi in genere siamo le più freddolose, e l’aria condizionata folle negli studi ci ammazza. La soluzione per uniformare il look dei rappresentanti del popolo c’è. Se magistrati e avvocati ambosessi portano la toga sopra i vestiti, perché non adottarla anche alla Camera e al Senato, dove peraltro era la mise delle origini? Uguale per tutti, bianca con la banda purpurea, come quella di Cicerone e di Cesare, drappeggiata con dignità sulla spalla. Risolverebbe tutti i dubbi di dress-code, darebbe maestà a ogni fisico, maschile o femminile, e neutralizzerebbe la freccia più vile all’arco di avversari politici o giornalisti cretini: il body shaming. Non dico che con una bella toga i politici ritroverebbero la contenuta e nobile gestualità degli oratori romani e magari anche il senso della res publica. Ma anche nel peggiore dei casi, le sedute parlamentari diventerebbero rievocazioni di Animal House, che sarebbe un bel progresso. E sappiamo già chi urlerebbe “Toga! Toga! Toga!” brandendo un rosario.