Sta proprio finendo un ciclo: il mandato di Mario Draghi alla Bce scade a novembre, dopo otto anni, e anche questo spiega l’inedita ondata di critiche che ha accompagnato le ultime decisioni del consiglio dei governatori di giovedì scorso. L’accusa che risuona in Germania e rimbalza ora in Italia è che insistere con politiche monetarie straordinarie aggrava i problemi dell’eurozona invece di risolverli.
La Bce ha tagliato ancora il costo del denaro da -0,4 a -0,5 per cento, le banche che depositano la loro liquidità a Francoforte invece che metterla in circolo sostengono quindi un costo aggiuntivo (mitigato dal “tiering”, l’esenzione dal costo di una parte delle riserve). Poi c’è il nuovo programma di Quantitative easing, acquisto di titoli per 20 miliardi di euro al mese, per tenere bassi i rendimenti. I tedeschi protestano perché i risparmiatori vengono penalizzati, non riescono più a far fruttare i propri capitali, mentre le banche vedono svanire il proprio modello di business e si trovano con bilanci più fragili. L’appello di Draghi ai governi per far uscire l’eurozona dalle secche della crescita zero con la politica economica, invece che lasciare il compito alla politica monetaria, viene raccolto dai Paesi sbagliati: non dalla Germania o dall’Olanda, ma dall’Italia che con il governo Conte 2 già annuncia di voler fare più deficit grazie all’effetto positivo delle misure della Bce sul costo del debito.
Un economista autorevole e misurato come Franco Bruni della Bocconi ha pubblicato su Lavoce.info una critica molto severa alla strategia di Draghi e alle sue risposte alle obiezioni, Ogni arma monetaria è a doppio taglio. In sintesi: la strategia della Bce non sta funzionando, l’inflazione è la metà del 2 per cento obiettivo, i tassi troppo bassi non danneggiano soltanto banche inefficienti ma anche i normali risparmiatori (per non parlare dei fondi pensione), il costo del denaro sotto zero genera la “dominanza fiscale”, cioè la quantità di deficit di un governo è stabilita dalle priorità politiche di chi è al potere, visto che il costo di emettere nuovo debito è trascurabile. E questo, scrive Bruni, significa lasciare che siano i governi meno disciplinati “a determinare la velocità di creazione della moneta”.
Critiche pesanti, cui ha risposto sempre su LaVoce Francesco Giavazzi, altro economista bocconiano, della stessa generazione anagrafica e accademica di Bruni e Draghi. In poche righe Giavazzi si limita a osservare che gli argomenti di Bruni “sono, passo passo, quelli che la Bundesbank e il suo presidente propugnano da anni” e poi aggiunge il link a un articolo di due colleghi famosi, Christina e David Romer dal titolo definitivo: L’idea più pericolosa nella storia della Federal Reserve: che la politica monetaria non conti.
Questo pepato scambio ci dice due cose: il dibattito sull’eredità di Draghi è già cominciato e condizionerà molto le prime scelte di Christine Lagarde, sua erede; nessuno sa bene cosa aspettarsi dai prossimi anni, gli ottimisti vedono soltanto una stagnazione, i pessimisti allucinano scenari castrofici i cui ingredienti sono la politica monetaria espansiva, la recessione mondiale che incombe e governi irresponsabili che negli anni di tassi bassi hanno lasciato correre troppo il debito (Italia inclusa).
La parte difficile del mestiere di banchiere centrale è sempre stata quella di portare via il tavolo degli alcolici quando il party inizia a surriscaldarsi (questa la metafora nel settore): nessun politico ama il banchiere centrale che inizia ad aumentare i tassi perché l’economia sta andando troppo bene e potrebbe generare un eccesso di inflazione. Draghi si è confrontato con la sfida opposta e molto più rara nel suo settore: ha continuato ad aggiungere vino, birra, amari e superalcolici di ogni genere al tavolo ma il party non è mai decollato. O meglio, qualcuno – qui e là nella stanza – ha bevuto senza ritegno e ora barcolla, ma chi doveva animare la festa (i sobri tedeschi) ha continuato a riempire il bicchiere con acqua frizzante.
C’era un alternativa? Sì e no. La Bce avrebbe potuto fare di più e prima: dai tagli dei tassi al Quantitative easing. Ma Draghi ha sempre dovuto vincere le forti resistenze interne al consiglio dei governatori, in particolare quelle della Bundesbank di Jens Weidmann. Nessuno può avere certezze sulla storia controfattuale: un migliore tempismo avrebbe ottenuto risultati su crescita e inflazione più soddisfacenti, ma Draghi ha sempre fatto il massimo che le condizioni politiche consentivano.
Di sicuro oggi i problemi non sono risolti. Scorciatoie come rivedere gli obiettivi della Bce – per esempio fissare come obiettivo di inflazione l’1 per cento invece che il 2 – permetterebbero di celebrare successi effimeri ma confonderebbero i mercati, ha spiegato Draghi. E la politica monetaria moderna si fa condizionando le aspettative degli operatori finanziari. Ma poiché ormai vacilla la fiducia nella capacità della sola Bce di risolvere i problemi e manca una analisi condivisa sugli effetti delle misure straordinarie, quel canale di trasmissione degli impulsi monetari all’economia reale forse è già compromesso. E Christine Lagarde rischia ora di trovarsi una Bce che ha già sparato tutti i colpi di bazooka e può solo sperare in un miracolo da parte di Stati che non si comporatno mai come Francoforte vorrebbe.