Pace coi talebani? Pasticcio di Trump in afghanistan

In un tweet di sabato 7 settembre, Donald Trump ha annunciato che una riunione con i leader Taleban si sarebbe dovuta tenere a Camp David, seconda residenza dei presidenti Usa, in vista di un accordo di pace. Ma, nello stesso tweet, il presidente americano ha anche precisato che la riunione era stata annullata. Da allora non si può dire che le discussioni tra i due campi nemici siano chiuse. Ma l’annuncio del presidente Trump ha sorpreso tutti. Per vari motivi. Innanzi tutto perché nessuno era al corrente di quella riunione prima che venisse bruscamente cancellata dall’agenda presidenziale. E poi perché immaginare di accogliere i capi Taleban sul territorio americano a pochi giorni dell’anniversario dell’11 settembre 2001, pare di cattivo gusto a tutti e soprattutto ai conservatori che sostengono Trump. Infine perché il contenuto dell’accordo di pace, frutto di quasi un anno di trattative a Doha tra gli inviati di pace della Casa Bianca e gli ex complici di Osama bin Laden, non garantisce alcuna stabilità all’Afghanistan.

In un paese perennemente in conflitto e in quasi 18 anni di guerra tra Washington e le milizie islamiste che fino all’ottobre 2001 controllavano il paese, le trattative in corso da un anno in Qatar sembrano un reale progresso. Per la prima volta, ufficialmente, i nuovi e i vecchi padroni del paese si sono seduti allo stesso tavolo nel tentativo di trovare una soluzione al conflitto. A inizio settembre, l’inviato di pace americano, il diplomatico veterano Zalmay Khalizad, ha annunciato un “accordo di principio”, a cui mancava solo la firma di Donald Trump. L’incontro di Camp David doveva essere l’occasione per annunciare al resto del mondo questa tappa importante. Ma l’occasione è sfuggita. Tre giorni dopo, il 10 settembre, il presidente Trump licenziava senza preavviso il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il “super falco” John Bolton. Che cosa è successo? Per comprenderlo bisogna innanzi tutto considerare il contenuto dell’accordo negoziato a Doha. Secondo i termini rivelati da entrambe le parti, gli americani si impegnavano a ritirare 5.400 soldati nei 135 giorni seguenti all’accordo e i restanti 8.600 nei sei mesi successivi, uscendo così definitivamente da un conflitto in cui sono impantanati da quasi vent’anni. In cambio, i talebani promettevano che avrebbero preso le distanze da Al Qaeda e impedito che il loro paese fosse usato come base per degli attacchi contro gli Stati Uniti. L’attuale governo afghano inoltre non era stato associato ai colloqui. Cosa che mostra la poca considerazione di cui gode tanto a Washington che tra i Taleban.

Dopo nove incontri distribuiti su undici mesi, i punti dell’accordo appaiono un po’ deboli. Ma è vero che l’equazione da risolvere è estremamente complessa. Come ha promesso durante la campagna elettorale, Trump vuole ritirare i suoi uomini dall’Afghanistan e mettere fine alla presenza dagli Stati Uniti nella regione. I talebani vogliono evitare di fratturare il loro movimento, già composto da molteplici clan e tendenze politiche ma d’accordo su una questione: il disimpegno rapido dagli americani. Il governo di Kabul, al contrario, non vuole perdere la presenza degli americani nella regione, che ha permesso finora di evitare di ricadere in una guerra civile come negli anni 90 tra forze governative, ribelli islamisti e capi locali. C’è un altro dato aneddotico ma che ha il suo peso: il Qatar spinge perché l’accordo sia firmato sul suo territorio, cosa che consentirebbe al piccolo emirato di ottenere una vittoria strategica sull’Arabia Saudita che gli impone un embargo da due anni. Era dunque questo accordo che doveva essere siglato a Camp David il 9 settembre scorso, prima che Trump fermasse tutto con i suoi tweet.

Ufficialmente l’incontro segreto è stato annullato a causa dell’attentato dei talibani di giovedì 5 settembre, in cui sono morte 16 persone, tra cui un soldato americano: “Se non riescono ad accordarsi per un cessate il fuoco durante i colloqui di pace, probabilmente non hanno neanche il potere di negoziare un accordo significativo. Chi ucciderebbe così tante persone per rafforzare il suo potere contrattuale?”, ha scritto il presidente americano. Ma nessuno crede a questa spiegazione.

I talebani – come è noto da anni – hanno sempre rifiutato di impegnarsi in un cessate il fuoco. Come spiega un diplomatico europeo, di recente imposto a Kabul: “I Taleban discutono e allo stesso tempo combattono. Hanno sempre fatto così”. Il vero motivo che avrebbe spinto Trump ad annullare l’incontro, secondo la stampa americana, sarebbe un altro. Sembra infatti che Trump portasse avanti l’operazione da solo, su pressione dall’inviato speciale Zalmay Khalilzad, nella speranza di ripetere il “colpo di scena” già messo in atto con Kim Jong-un. Ma la linea d’azione del presidente non è condivisa dai suoi collaboratori più stretti: l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, e il segretario di Stato, Mike Pompeo, che privilegiano infatti una politica estera forte (e armata). Ai loro occhi, l’accordo con i talebani, così come era stato immaginato, non era abbastanza interessante per gli Stati Uniti. All’ultimo momento avrebbero dunque convinto Trump a ritirare il suo invito a Camp David. E a farne le spese, tre giorni dopo, è stato John Bolton. Da parte loro, i talebani hanno potuto scaricare su Washington tutte le colpe dell’enorme disguido: “Gli Stati Uniti hanno da perdere più di tutti: la loro opposizione alla pace è chiara agli occhi del mondo, il loro bilancio umano e finanziario è destinato a degradarsi e i loro potere decisionale ne uscirà indebolito”. Hanno anche continuato a martellare: “Venti anni fa, abbiamo proposto un accordo agli americani, la nostra posizione è rimasta la stessa”.

Questo è vero, l’approccio dei talebani non è cambiato: prima vogliono che i soldati americani se ne vadano, poi intendono negoziare con il governo afghano. E sta proprio qui il problema: tutti temono che dopo il ritiro degli americani, gli ex studenti di teologia decidano di rovesciare le autorità di Kabul. E malgrado le decine di miliardi di dollari spesi in reclutamenti, attrezzature e addestramento, l’esercito nazionale afghano non è ancora né affidabile né competente. “Sappiamo che l’intenzione dei talebani è di instaurare uno stato islamico in Afghanistan – ha osservato il diplomatico europeo -, ma non si sa con quali modalità né se sono disposti a partecipare a elezioni libere e ad accettarne comunque i risultati, anche se a loro sfavorevoli. Inoltre: sono disposti a deporre le armi nell’ambito di un programma di amnistia e di integrazione sociale? Non l’hanno mai precisato”.

I talebani finora sono riusciti a far accettare a Washington le loro condizioni: negoziare il ritiro dei soldati e rinviare a più tardi l’accordo con il governo afghano. Ma in Occidente tanti dubitano che gli islamisti intendano davvero confrontarsi in modo pacifico con Kabul. “La maggior parte dei talebani ha sempre vissuto in guerra e non conosce altro modo di vita”, afferma un membro di una Ong che ha lavorato molto nella regione e che, non essendo autorizzato a parlare a nome dell’organizzazione, preferisce rimanere anonimo. “Da cinquant’anni a questa parte, i periodi di pace sono stati molto brevi e i talebani hanno una visione a lunghissimo termine della loro missione sulla terra. Da quasi due decenni resistono alla prima potenza militare del mondo, qualche anno in più non li spaventa. Inoltre, è la guerra che li unisce. Se la guerra finisce, riaffiorano gli antichi conflitti tribali”.

I leader dell’insurrezione ne sono consapevoli: alcuni leader pashtun sono favorevoli a aderire alle regole del gioco democratico, se questo garantisce loro l’autonomia, ma altri ribelli più fondamentalisti non vedono altra alternativa che instaurare un califfato alla Daesh. Per ora, le diverse fazioni e i molteplici gruppi regionali combattono contro un nemico comune. Ma cosa succederà se gli Stati Uniti decidessero di partire? Accetteranno di discutere di pace con Kabul o si lanceranno alla conquista della capitale, come dopo il ritiro dell’Armata Rossa? In questo sciame di ambizioni contraddittorie, la posizione del presidente Ashraf Ghani, ex funzionario della Banca mondiale, non sembra avere alcun valore. Le elezioni presidenziali (in cui Ghani sta facendo campagna per farsi rieleggere) si terranno il 28 settembre. Ma se i talebani non partecipano, è ovvio che faranno di tutto per insaguinare lo scrutinio con nuovi attentati e la morte di altri afghani (sono quasi 1.400 le vittime civili dall’inizio del 2019).

Ghani e i membri del governo lo hanno spesso ripetuto in privato: “Se gli americani decidono un ritiro completo delle truppe, per noi non ci sono speranze”, ha detto uno di loro durante una visita a Parigi a inizio anno. Se la cosa non preoccupa Donald Trump, interessa invece i suoi consiglieri, Bolton e Pompeo, anche se solo per questioni ideologiche.

Per Trump la porta è definitivamente chiusa? Non è detto. Il capo della Casa Bianca, in cerca di una vera vittoria diplomatica dopo il fallimento del tentativo nordcoreano, potrebbe rilanciare di testa sua l’idea di un accordo con i talebani. Mandando via Bolton, si è liberato dell’uomo che, guastandogli la festa, ha impedito la bella foto della stretta di mano con i Taleban. Inoltre, quando Ashraf Ghani verrà rieletto, come sembra probabile, sarà più facile preparare il terreno per le prossime elezioni tra cinque anni, se possibile con gli insorti. I talebani, dal canto loro, non avranno nulla da perdere neanche questa volta. L’invito a Camp David è solo rinviato.

(traduzione Luana De Micco)

Metamorfosi Langhe. Dalla “malora” ai vigneti del Barolo

C’era una volta la Langa di Cesare Pavese e di Beppe Fenoglio, un territorio dell’anima, simbolo della grama condizione umana. Le Langhe della Resistenza, dei falò sulle colline nelle notti d’estate e della “malora”, la malasorte che si abbatteva su una terra che dava poco e sui contadini in miseria. Oggi dire Langhe è dire i vigneti da milioni di euro del Barolo e del Barbaresco, il turismo straniero, il riconoscimento dell’Unesco.
Per raccontare gli uomini e le donne di questo frammento del Piemonte, e soprattutto le sue trasformazioni, da anni il fotografo Bruno Murialdo, classe 1949, nato in una famiglia originaria di Gorzegno, in Alta Langa, va raccogliendo, oltre alle sue foto, le video testimonianze di chi sa che le Langhe, come diceva Pavese, non si perdono, e che le ha vissute, contribuendo a mutarle. Sono interviste, spiega Murialdo, “a decine di persone che hanno fatto la storia del territorio. Una banca dati dell’immagine, insomma, che abbiamo messo in piedi con Marcello Pasquero, Daniele Ferrero e Claudio Rosso, e che è a disposizione di chi vuole scoprire le Langhe attraverso i suoi protagonisti”. Una prima sintesi del lavoro si è tradotta nel cortometraggio Dalla Malora all’Unesco, presentato nei giorni scorsi.

Che cosa viene fuori dalla banca dell’immagine langhetta? Certamente non è più un angolo di quel “mondo dei vinti” descritto da Nuto Revelli, che Murialdo accompagnò nei suoi viaggi negli anni Sessanta-Settanta per le vallate, le montagne e le colline povere della provincia di Cuneo. “C’è la Langa ricca del vino”, ricorda, “quella del Barolo, del Dolcetto, dove un ettaro di vigneto può costare più di un milione di euro, e dove a lavorare tra i filari ci sono macedoni e marocchini, perché gli italiani non vogliono più fare i contadini. È la Langa del turismo favorito dal riconoscimento Unesco; un turismo fatto da svizzeri, tedeschi, americani, australiani, olandesi, che acquistano le cascine in rovina e le ristrutturano usando la pietra, rifacemdo gli antichi muretti a secco dei contadini di una volta. Ci sono 150 chilometri di muretti così, sembra una piccola muraglia cinese”. E poi c’è l’Alta Langa, senza vigneti, almeno per ora. “Una Langa pressochè intatta”, prosegue il fotografo, “con un’enorme biodiversità. Sono posti dove, camminando lungo i sentieri, ti sembra di essere dentro le pagine dei libri di Fenoglio: quel romanticismo c’è ancora, anche se non esistono più le osterie e numerose cascine sono state abbandonate”. Sono ancora gli stessi paesaggi di Una questione privata di Beppe Fenoglio, quelle colline che il protagonista del romanzo, il partigiano Milton, aveva sempre pensato “come il naturale teatro del suo amore” per la ragazza Fulvia.

Le Langhe di ieri e quelle di oggi si incrociano nelle 180 ore di video della banca dati di Murialdo, Pasquero, Ferrero e Rosso. Scorrono i racconti dei patriarchi del vino e dei produttori di formaggio, dei cercatori di tartufi e di campioni di pallone elastico, il gioco per eccellenza delle vecchie Langhe, parente stretto di quello immortalato da Giacomo Leopardi. Ma ci sono anche i nuovi contadini langhetti, gli immigrati dalla ex Jugoslavia e dal Nord Africa che incontri tra le vigne e le piazze di Alba, di Santo Stefano Belbo, di Canelli. Le Langhe cambiano, ma non si perdono.

Roma, chi chiama il Pronto Taxi deve sentire lo spot di Brigano

“Sì, pronto?”. “Buongiorno, vorrei un ta….”. “Sono Enrico Brignano da Roma, volevo ricordarvi che dal 12 settembre vi aspetto al cinema con il mio film. Ah!, ma voi volete un taxi? Allora restate in linea che ve lo cerco subito”. E giù con la solita musichetta improbabile, in attesa di parlare con un vero operatore. Questa è la surreale telefonata che da una settimana sono costretti a subire tutti i clienti di una centrale radio taxi di Roma, la Pronto Taxi, quando chiamano per prenotare un’auto bianca. Si tratta una pubblicità-audio della durata di 22 secondi che scatta sempre e che obbliga gli utenti a subire diverse fasi che vanno dalla negazione, alla rabbia passando per la desolazione.

Tutto va abbastanza veloce, ma l’impatto è di quelli che stordiscono. Prima ci si rende conto di essere stati presi in giro, quando a quel “Pronto?” non si fa in tempo a rispondere, dal momento che si viene bruscamente interrotti dal seguito del promo. Poi, c’è la fase della rassegnazione: aspettare pazientemente che lo spottone termini. E, alla fine, per i clienti che non hanno riattaccato pensando di aver sbagliato numero – o che non hanno accettato di “subire” la nuova strategia di marketing – scatta la fase della rabbia: si è perso del tempo ad aspettare qualcosa che non si è scelto di ascoltare in attesa, invece, di usufruire di un servizio di trasporto pubblico. Che, notoriamente, deve andare veloce perché si ha sempre fretta di raggiungere la stazione, l’aeroporto o di arrivare in tempo a una riunione che si trova dall’altra parte di una città inghiottita dal traffico. Così, se già risulta snervante passare al telefono interminabili minuti mentre si è intrattenuti da iper abustate musichette, come la Quattro stagioni di Vivaldi, Per Elisa di Beethoven o Con te partirò di Bocelli – che per la cronaca prevedono dei compensi che i centralini aziendali devono pagare alla Siae per il diritto d’autore – essere costretti a subire l’ascolto di una pubblicità, di cui non è stata dichiarata la presenza, risulta una pratica odiosa e poco trasparente.

Il ricordo va alle forme di pubblicità occulta sui social network utilizzate dagli influencer, Chiara Ferragni in testa, fino a quando nell’estate 2018 l’Autorità della Concorrenza e del Mercato ha imposto l’uso di hashtag specifici (#ad e #adv) per rendere più chiara la partecipazione ad attività sponsorizzate. Quindi: soldi che gli influencer percepiscono. E anche nel caso della promozione del film di Brignano l’Authority ha avviato delle verifiche sulla legittimità dell’uso della numerazione, dal momento che si tratta di una telefonata urbana totalmente a carico di chi chiama.

Contattata dal Fatto, la Cooperativa Pronto Taxi 6645 ci ha fatto prima sapere che i 22 secondi di promo fanno parte di un “cambio pubblicitario” stipulato con la produzione del film e che la sponsorizzazione durerà fino al 30 settembre e che, comunque, si può bypassare la noia dell’ascolto utilizzando l’app o collegandosi al sito. Poi, l’illuminazione: “Per venire incontro alle esigenze dei nostri clienti, abbiamo eliminato l’obbligo dell’ascolto”, ha annunciato il presidente di Pronto Taxi, Daniele Laudonio.

“Operazione girasole”, la mafia si può battere anche solo con un fiore

La mafia uccide solo d’estate, il titolo del celebre film di Pif, non nasceva solo dalla fervida fantasia dell’autore. Rimandava invece alla storia vera e maledetta di Palermo e della Sicilia. Che tra luglio e settembre conta più di una decina di anniversari di sangue innocente. Ognuno dei quali può dunque valere per questa sconosciuta storia estiva. Che mantiene intatto il suo fascino solo se si rispetta il velo dell’anonimato. Basti sapere che è vera. Tutto inizia quando, in vista di uno di questi anniversari, una specie di tam tam civico risuona timidamente tra Palermo e altre decine di città italiane. Viene chiamato “operazione girasole”. Il nome è scelto da una persona mossa da ammirazione verso la figura della vittima, di cui si favoleggia che appunto il girasole fosse il fiore preferito. L’ideatore contatta una sua volontaria, che decide di farne una iniziativa nazionale.

Così nella data stabilita spuntano da nord a sud girasoli anonimi, non raccontati dalla stampa e nemmeno dal movimento antimafia, che ne è del tutto all’oscuro. Deposti nei luoghi più vari, portati dal vento leggero di un amore di popolo, che prende il volto di esponenti del volontariato, di semplici cittadini, perfino di bambini, anche di clown di corsia. Ricorda una delle animatrici, dalla provincia di Lecce: “Le nostre chat sono state sommerse di pensieri e di girasoli. E ancora ne arrivano. C’è chi chiede scusa se la foto o il video è uscito male, chi, coinvolto nell’iniziativa, chiama a raccolta anche i vicini e li fa scendere in corteo sotto una targa, chi ringrazia commosso perché, dopo tanti anni, è riuscito a portar con sé il parente malato, che non usciva mai di casa. C’è chi porta i bambini a suonar la pizzica in onore della vittima, che non sanno nemmeno chi sia”. Quanto alla regista di tutto, la volontaria da cui siamo partiti, ha sacrificato a questa causa parte delle sue ferie, macinando chilometri in auto per raggiungere con il fiore prescelto anche i luoghi più simbolici. Si chiama C. C., e non ama che appaia il suo nome. Da seguace di madre Teresa di Calcutta, e diversamente dai politici “in favore di telecamera”, pensa che le opere di bene siano tali soprattutto se compiute senza farlo sapere. È grazie al suo coordinamento che vengono raccolti video realizzati con i contributi dei molti cittadini accorsi: frasi, immagini, memorie.

C. C., che anche in altri anniversari ha esercitato il suo impegno di memoria con il linguaggio dei fiori, racconta con ironia gentile le timidezze di suoi compagne e compagni di avventura, disponibili a farsi in quattro con il lavoro manuale ma del tutto incapaci di stabilire contatti con dei perfetti sconosciuti. E ci tiene a ricordare di avere fissato sin dall’inizio una sola regola: “Cerchiamo semplici cittadini, no a strumentalizzazioni”. Un rischio ricorrente. “Spesso il singolo contattato proponeva il coinvolgimento di questa o quella associazione, questo o quel partito, questa o quella sigla. Ma sono stati tutti puntualmente rifiutati con garbo. Fino all’ultimo il mio sforzo è stato di proteggere il candore dell’iniziativa, la spontaneità dei tanti contributi di cittadini che lontano da riflettori e telecamere, senza alcun secondo fine, manifestavano la loro riconoscenza e il loro affetto verso una persona caduta per loro”.

“Penso al papà di Amatrice – prosegue la donna – che ha perso due figli nel terremoto: non volendo rinunciare a partecipare, si è inventato una via da dedicare, non essendocene una in quel comune. O ad Alice, la bimba di Udine che dopo aver ascoltato dalla mamma la storia della nostra vittima ha voluto disegnare un girasole fronte-retro, caso mai ci fosse stato il vento. O a Stefano, pizzaiolo aretino, che ha noleggiato un furgone per portare i suoi dipendenti a girare nei comuni della provincia – Montevarchi, Certaldo, Terranova – e mi ha detto ‘così oggi ai miei ragazzi insegno qualcosa di buono.’”

“O ancora a Sofia, ragazza che lotta contro la spina bifida che non smetteva più di ringraziarmi – continua C. C. – O a Patrizia che avrebbe dovuto occuparsi di Firenze, solo che all’ultimo minuto la mamma è stata ricoverata e allora l’ha raggiunta mettendo il girasole nel comune di Concordia, in Veneto. O a Jenny, la scout non vedente che si è fatta accompagnare a Corridonia”. Fa un elenco infinito, C.C., illuminando un tenue ma splendido sentiero di storia civile. Volete sapere dov’è ora la nostra volontaria? A Calcutta, nella casa di madre Teresa. È andata lì a spendere il resto delle ferie. Prima di partire ha scritto: “Non vedo l’ora di arrivare”.

Rol, l’uomo che per anni ha incantato Fellini e Agnelli

Non poteva che nascere e vivere a Torino, che, secondo una certa tradizione, farebbe parte, assieme a Lione e a Praga, del cosiddetto triangolo della magia bianca. Nella città della Sindone e del Museo Egizio, d’altronde, ci passarono Nostradamus e il leggendario conte di Saint-Germain, che vi sarebbe addirittura sepolto, oltre a Giuseppe Balsamo detto il conte di Cagliostro e all’alchimista Fulcanelli, quello del Mistero delle Cattedrali. Gustavo Adolfo Rol (Torino, 1903-1994), tuttavia, non amava essere chiamato sensitivo o veggente, e tantomeno medium. A Roberto Gervaso, che lo intervistò nel dicembre del 1978 per il Corriere della Sera e che gli chiese di dare una definizione di se stesso, rispose di essere “un essere molto più alla buona, meno importante, ma diverso”. E aggiunse di non possedere poteri paranormali, ma “possibilità”, che si manifestavano attraverso la telepatia, la chiaroveggenza, la precognizione, la levitazione, la telecinesi e la materializzazione di oggetti.

Una signora, Domenica Fenoglio, che lo aveva frequentato a lungo, raccontò a un giornalista di Novella: “Una volta andai da lui mentre dipingeva. Il pennello si mosse da solo, si alzò fino al soffitto e tornò nelle sue mani. ‘Hai paura?’, mi chiese. ‘No’, gli risposi; mi disse ‘brava’ e continuò a dipingere”. Eppure non volle mai sottoporre i suoi “prodigi” a controlli di tipo scientifico. E a chi, per questa ragione, metteva in dubbio quelle facoltà oltre il normale, come lo scienziato Tullio Regge, Rol replicò in una lettera, il 6 luglio del 1986: “Lei invoca, a giusta ragione, controlli rigorosi ma chiede la presenza di ‘prestigiatori professionisti di alto calibro capaci di scoprire immediatamente qualsiasi trucco del ciarlatano di turno’. Io mi domando a che cosa servono queste persone nel caso specifico che il ciarlatano non esista. Quel rapporto della mente col meraviglioso al quale accennavo verrebbe immediatamente turbato col risultato facilmente intuibile: la distruzione in partenza dell’esperimento”.

Amato da Federico Fellini e dall’avvocato Gianni Agnelli, da Franco Zeffirelli e da Cesare Romiti, da Pittigrilli e da Dino Buzzati, l’uomo che aveva quelle “possibilità”, e che anche Walt Disney volle conoscere, nel 1942 fu convocato da Benito Mussolini a Villa Torlonia. Il Duce gli disse: “Mi dicono che fate delle previsioni. Come va la guerra?”. Dopo avere indugiato per qualche secondo, Rol parlò: “Duce, per me la guerra è perduta”. Mussolini lo incalzò: “E il Duce?”. E Rol: “Gli italiani lo allontaneranno nella primavera del 1945”. Mussolini, allora, diede un gran pugno sul tavolo e ordinò di congedarlo.

Gustavo Adolfo Rol è morto venticinque anni fa, il 22 settembre del 1994, a Torino, dove era nato in un famiglia borghese benestante il 20 giugno del 1903. Tre lauree, antiquario e pittore, scoprì le sue facoltà, secondo quanto raccontava, quando volle provare a indovinare tutte le carte di un mazzo. Cadeva il 28 luglio 1927, era a Parigi. Sulla agenda annotò: “Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla!”.

Ad apprezzarlo, tra i primi, ci furono il giornalista Renzo Allegri, Dino Buzzati e Federico Fellini. Rammentava l’autore de Il deserto dei Tartari: “Ma ‘il personaggio di gran lunga più interessante’ racconta Fellini che sta a sé, completamente fuori di questa galleria di fenomeni più o meno patologici, il personaggio portentoso è il dottor Gustavo Rol, di Torino. Anche lei certo ne ha già sentito parlare. Non si tratta di un mago più dotato degli altri. È un signore civilissimo, colto, spiritualmente raffinato, che ha fatto l’università, dipinge, si è dedicato per anni all’antiquariato. Ma dispone di tali poteri che non si capisce come non sia famoso in tutto il mondo”. Sempre Buzzati, negli anni Sessanta, sul Corriere della Sera narrò che “un altro prodigio avvenne in un ristorante, pure a Torino. Avevano finito di pranzare, era già stato pagato il conto. ‘Andiamo?’ propose Fellini. ‘Andiamo pure’ rispose Rol. Fellini fece per avviarsi all’uscita ma si accorse che Rol stava seduto. ‘Non ti alzi?’ gli chiese. ‘Ma io sono già alzato’ fece Rol. ‘Io sono in piedi’. Fellini guardò meglio: Rol era alzato, infatti, ma aveva la statura di un nano. Il dottor Gustavo Rol, che sfiora il metro e ottanta, non era più alto di un bambino di dieci anni. Qualcosa di folle, di allucinante: come Alice nel paese delle meraviglie. ‘Su, andiamo, andiamo’ fece Rol a Fellini annichilito”.

Piero Angela, invece, ha sempre messo in dubbio le sue “possibilità”, e soprattutto i “fenomeni” che ne scaturivano. Le dimostrazioni di Rol, a cui Angela aveva assistito, dall’utilizzo di carte da gioco alla lettura in libri chiusi, per lui erano probabili trucchi illusionistici. “Per decenni Rol”, ha sostenuto Angela, “si è prodotto nei salotti torinesi, davanti (come lui stesso afferma) a ‘scienziati, medici, letterati, artisti, religiosi, atei, filosofi, militari, uomini politici, capi di stato e di governo, gente di ogni classe sociale’, ecc.: cioè tutte persone… incompetenti in trucchi! Perché invece non ha mai voluto fare i suoi ‘esperimenti’ sotto l’occhio di un esperto? Neanche una volta?”. Della stessa opinione era Tullio Regge. Quando Rol morì, scrisse su La Stampa: “Personalmente io ho visto solamente esperimenti fatti con carte da gioco e non ho rilevato di certo facoltà paranormali: in molti casi usò in modo ovvio le ‘forzature’ dei prestigiatori”. Anche se “rimane il ricordo”, concludeva Regge, “di una personalità eccezionale, e inimitabile, veri o falsi che fossero i suoi esperimenti”.

Padernello, il castello rinasce per la “coesione sociale”

“Salvatico è quel che si salva”. Il celebre gioco di parole di Leonardo svela una verità mai tanto centrale quanto nell’Italia di oggi: in tutti i campi (dalla politica alla cultura, dalla gastronomia alla vita sociale) ciò che salva cresce lontanissimo dal mainstream, dalle dirette tv, dalla ribalta dei social. Sono i luoghi minori, fuori dai circuiti, difficili da raggiungere e poco, o per nulla, celebrati quelli in cui è possibile ritrovare se stessi, e dare un senso al proprio percorso. Luoghi dove si riattiva il circuito vitale, e carico di futuro, tra le pietre storiche del nostro patrimonio culturale e un popolo in cerca di qualcosa in cui sperare.

Se volete un esempio – se volete entrare in un esempio – andate al Castello di Padernello, nella Bassa tra Brescia e Cremona. È uno spettacolare maniero del tardo Trecento, grande da avere oltre cento stanze e ancora circondato dal suo fossato, con tanto di ponte levatoio funzionante. Fondato e abitato dai Martinengo, passo nell’Ottocento ai Salvadego che lo abitarono fino al 1965 (quando già da tempo era stato vincolato e dichiarato monumento nazionale): da allora iniziò, con l’abbandono e la cessazione della manutenzione, una lenta decadenza. Nel 2002 si raggiunse il punto più basso: il crollo di parte della mura esterne e del tetto fece capire che si era a un bivio fatale. E, contrariamente a quanto accade nella maggior parte dei casi nell’Italia di oggi, si ebbe la forza e la lungimiranza di scegliere la strada più difficile e impegnativa: quella del riscatto.

Il 31 maggio 2005 il Castello uscì dall’asse proprietario di origine feudale che l’aveva posseduto per oltre sei secoli, e iniziò a diventare un bene comune: un passo tutt’altro che ovvio – anzi, quasi profetico – in un’Italia in cui contemporaneamente lo Stato svende ai privati parti anche assai pregiate del suo patrimonio demaniale. Padernello fu acquistato dal Comune di Borgo San Giacomo per il 51% e per il 49% da privati: e si scelse di costituire una fondazione di partecipazione ‘Castello di Padernello’, senza scopo di lucro, che portasse “il Castello e il borgo, ad essere un centro vitale, culturale, di storia e d’arte, inserendosi in un contesto più ampio di recupero di valori fondanti sull’educazione alla salvaguardia del patrimonio culturale per concorrere a rendere più stretto il rapporto tra la storia del territorio ed il suo futuro”. Successivamente, la quota dei privati si è ridotta al 22%, e la restante quota è ora della stessa Fondazione Castello di Padernello (16%), della Banca del Territorio Lombardo ex Bcc Pompiano e Franciacorta (10%) e della Fondazione Cogeme Onlus (1%). Tutte le proprietà hanno concesso in comodato d’uso gratuito trentennale l’immobile alla Fondazione, che sta esemplarmente restaurando e recuperando la struttura architettonica (e non solo: nella soffitta è stato, per esempio, rinvenuto uno strepitoso archivio familiare, le cui filze e pergamene giacevano in stato pietoso, e che oggi invece sono restaurate e catalogate) e curando la rivitalizzazione culturale del monumento.

Quando il presidente della Fondazione, Domenico Pedroni, ti guarda con il suo sorriso sereno e concreto e ti dice che, in pratica, lo scopo della Fondazione è produrre “coesione sociale”, capisci perché è stata inclusa nell’Archivio della Generatività sociale, che raccoglie e segnala le “storie dell’Italia che costruisce un futuro sostenibile e contributivo”. In questi 14 anni il lavoro – tutto volontario: e fondato sul volontariato vero, non sullo sfruttamento di giovani professionisti disperati, come spesso accade – della Fondazione ha riannodato i fili tra la comunità e il castello, puntando su una capillare cura del territorio, culminata, per esempio, nell’accoglienza delle straordinarie opere botaniche dell’artista Giuliano Mauri. Ma non c’è solo l’arte: la Fondazione sta avviando la creazione di un centro di competenza sull’economia circolare come nodo di raccolta e diffusione delle documentazioni e delle buone pratiche di economia circolare e di una impresa sociale per il recupero, restauro e riutilizzo, biciclette, radio e altri materiali, che diventi una nuova opportunità lavorativa.

Anche in questo Padernello è “salvatico”: mentre i celeberrimi musei nazionali – su cui torna a stendersi l’ombra del grande mercificatore Dario Franceschini – si trasformano in outlet di un lusso esclusivo dal sapore neofeduale, questo meraviglioso castello medioevale perso nel nulla lavora per una svolta inclusiva che costruisca una modernità giusta e sostenibile.

In qualche modo, forse era destino: dal Settecento le sale del Castello ospitavano quel Ciclo di Padernello che è il più strepitoso complesso di tele di Giacomo Ceruti, un gigante (di statura europea) della pittura lombarda della realtà che ha dedicato tutta la sua vita a raffigurare i poveri, i marginali, i diversi. Ci si può chiedere perché i ricchi e privilegiati proprietari di Padernello si circondassero di quelle pitture sconvolgenti: oggi, tuttavia, la loro pressante richiesta di ascolto è stata infine accolta. E il “loro” castello è diventato un incubatore di giustizia, ambientale e sociale. Un castello che salva: perché salvatico.

Il cibo sprecato ci costa ben 15 miliardi l’anno

In un mondo in cui 800 milioni di persone non hanno cibo e in cui nel 2050, per sfamare 9 miliardi, dovremo produrre il 70% in più di alimenti, un terzo della produzione globale di cibo viene sprecata, tra cibo perso durante la produzione e quello letteralmente gettato nel secchio. Metà della frutta e degli ortaggi, il 25% della carne – equivalente a 75 milioni di mucche – il 35% del pesce, il 20% dei prodotti lattiero-caseari. 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, 1,6 se si considera la parte non edibile degli alimenti, secondo i dati 2019 della Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition. E purtroppo lo spreco è destinato ad aumentare del 61,5% entro il 2030, con un allontanamento dall’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo sostenibile, che prevede per quella data il dimezzamento dello spreco attuale. La differenza tra paesi è scioccante: si sprecano 95-115 kg di cibo procapite all’anno in Europa e in America, contro i 6-11 kg nell’Africa sub-Sahariana e del Sud-est asiatico.

Un terzo di cibo sprecato, purtroppo, significa anche acqua buttata – 250.000 miliardi di litri, tre volte il lago di Ginevra – Significa suolo consumato invano – 1,4 miliardi di ettari, il 30% della superficie agricola disponibile – E ancora, soldi sprecati: secondo uno studio pubblicato dalla Fao, Food Wastage Footprint – full cost accounting, i costi vivi e nascosti ammonterebbero a 2.600 miliardi di dollari, di cui 700 miliardi di costi ambientali e 900 sociali. Gettare cibo non è più solo un enorme problema morale, ma anche ambientale, perché aggrava il riscaldamento globale. Lo spiegano bene sia il rapporto “Combattere spreco e perdite alimentari, la chiave per tutelare l’ambiente”, dell’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), sia l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) su “Cambiamento climatico e territorio”: allo spreco alimentare sono associate emissioni di gas serra per circa 3,3 miliardi di tonnellate, pari a circa l’8% delle emissioni totali (se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto come paese emettitore dopo Cina e Usa). Tra l’altro, i cambiamenti climatici aggravano le perdite da filiera, visto che eventi avversi possono distruggere interi raccolti.

In Italia, dove 2,7 milioni di persone sono costrette a chiedere aiuto per il cibo, lo spreco ammonta a 15 miliardi di euro, quasi un punto di Pil, di cui oltre 3 miliardi è lo spreco da filiera (il 21,1%) e quasi 12 lo spreco familiare, il più grave e più difficile da aggredire (Rapporto Waste Watcher /Last Minute Market 2019). Infatti, sul fronte degli sprechi della grande distribuzione – ipermercati e supermercati – moltissimo si è fatto, grazie anche alla legge Gadda 166 del 2016, che ha stabilito che gli operatori del settore alimentare possano cedere gratuitamente le eccedenze alimentari ad associazioni e istituzioni caritatevoli. Pur senza arrivare all’obbligo francese (la Francia è tra le più virtuose, insieme al Ruanda e alla Colombia), la legge ha prodotto un aumento delle donazioni del 36% al 2018, secondo il Banco Alimentare, protagonista in Italia nel recupero dello spreco: 90.000 sono state le tonnellate di alimenti recuperati nel 2018 e donati a circa 7.569 strutture caritative, arrivando ad aiutare 1,5 milioni di persone bisognose, con un risparmio di 13 milioni di tonnellate di Co2. “La sensibilità generale di tutti gli attori della filiera con i quali noi collaboriamo è aumentata – spiega Giovanni Bruno, Presidente della Fondazione Banco Alimentare – ma ad oggi dobbiamo tenere conto del fatto che non tutte le strutture caritative con noi convenzionate sono dotate di celle frigorifere adatte a gestire alimenti deperibili”. Un altro intervento che potrebbe ridurre significativamente lo spreco è quello nelle scuole, che, come spiega sempre Bruno, dovrebbero essere dotate di un abbattitore, “che fa scendere le temperature in un tempo brevissimo, impedendo la proliferazione batterica del cibo”. L’obiettivo, però, è ancora lontano. Più facile da attuare subito, invece, è una robusta educazione alimentare, sia in casa che a scuola. È l’ambito in cui lavora da anni la società Last Minute Market, presieduta dal professor Andrea Segré, attraverso la campagna “Spreco Zero”, che ha appena lanciato un kit, scaricabile, di buone pratiche per le scuole, nelle cui mense si perdono 90 grammi di cibo a pasto per studente.

Come spiega nel libro Il metodo spreco zero (Bur), le azioni per ridurre lo spreco sono tantissime, dal compilare liste precise prima di comprare, all’effettuare acquisti ridotti e ripetuti, dal consultare le etichette (ricordando che la data associata all’indicazione “consumare preferibilmente il” non è una scadenza) al chiedere la famosa doggy bag con gli avanzi al ristorante. “Con un po’ di impegno si può arrivare ad avere il bidone della spazzatura senza nessuno spreco, risparmiando 450 euro l’anno”, precisa Segré, che suggerisce anche di non acquistare prodotti eccessivamente sottocosto.

Ma le pratiche che abbattono lo spreco sono, per fortuna, sempre più diffuse: alcune in arrivo – l’industria produrrà confezioni che aumentino la shelf life, la vita da scaffale, del prodotto, mentre si discute di differire la scadenza del latte – altre invece già attive. Come i frigoriferi condivisi in strada in cui i ristoranti mettono le eccedenze, diffusissimi ad esempio a Shanghai (dove hanno raggiunto 230.000 famiglie). E poi app utili come Too Good To Go, che segnalano i ristoranti più vicini presso cui ritirare cibo cucinato a pochi euro. Il digitale, infine, è stato fondamentale anche per il progetto di un Banco Alimentare virtuale – Virtual Food Network – avviato da Red de Alimentos Chile: una piattaforma che mette in connessione chi produce eccedenze con i vari Banchi Alimentari. Con la rete, davvero, lo spreco non dovrebbe avere più ragion d’essere.

L’assistente vocale ci spia e sembra continuerà a farlo

Apple ha creato un falso senso di privacy”: la sentenza mediatica, su Twitter, accompagna la foto di una pubblicità della società di Cupertino che recita “ciò che accade sul tuo telefono resta sul tuo telefono”. Uno spot enorme, che copre l’intera facciata di un palazzo e avalla concetti ripetuti continuamente dall’azienda in un momento di scandali, indagini e multe trasversali: la privacy prima di tutto, niente profitti dai dati degli utenti, la garanzia di rispettare i regolamenti.

Peccato che poi, il 30 luglio, il quotidiano inglese The Guardian, pubblichi una rivelazione non da poco: Siri, l’assistente vocale di Apple presente su tutti gli iPhone, ascolta le conversazioni. A raccontarlo, sotto anonimato, sono stati i dipendenti di un’azienda che lavorava per la società. Hanno spiegato come molti dialoghi degli utenti erano ascoltati dalle imprese appaltatrici per valutare il servizio e migliorarlo. Gli appaltatori, spiegava la testata inglese, avevano il compito di annotare, ad esempio, se l’attivazione dell’assistente vocale fosse intenzionale o meno, se la richiesta rivolta a Siri fosse esaudibile e se Siri fosse stata d’aiuto. “Una piccola parte delle richieste viene analizzata per migliorare l’assistente e la dettatura – ha spiegato inizialmente Apple al Guardian -. Ma le richieste dell’utente non sono associate all’Id Apple dello stesso. Le risposte vengono analizzate in strutture sicure e tutti i revisori hanno l’obbligo di aderire ai severi requisiti di riservatezza”. La società aveva aggiunto che il controllo riguardava meno dell’1% delle attivazioni giornaliere di Siri e che quelle utilizzate erano solo di pochi secondi. Due settimane fa, però, Apple ha dovuto abbandonare la strategia della giustificazione e semplicemente scusarsi con i suoi utenti: “Come risultato della nostra revisione abbiamo realizzato di non essere stati interamente all’altezza dei nostri alti ideali e per questo ci scusiamo”.

Certo, Siri non è l’unico. La pratica dell’ascolto esterno per migliorare i servizi riguarda la stragrande maggioranza dei dispositivi dotati di assistenti vocali, da quelli sugli smartphone a quelli per le smart home e la domotica. Ad aprile era toccato ad Alexa, l’assistente vocale di Amazon. La notizia era stata data da Bloomberg. In sostanza, molti dipendenti Amazon ascoltavano campioni di registrazioni audio provenienti dai dispositivi Echo Dot dell’azienda: circa mille frammenti di conversazione per ciascun lavoratore da trascrivere in ogni turno di lavoro da nove ore, provenienti da case e uffici. L’iter prevedeva trascrizione e poi feedback al software, per allenare gli algoritmi. Ad esempio, venivano raccolti dei campioni di audio per richieste specifiche, come “Taylor Swift”, poi il dipendente aveva il compito di indicare al sistema di intelligenza artificiale che la richiesta dell’utente era quella di ascoltare delle canzoni della cantante, così che lo stesso sistema potesse imparare. Molte richieste trascritte venivano poi confrontate con le elaborazioni dall’assistente vocale per capire il livello della sua capacità di riconoscimento e comprensione. Si è però poi anche scoperto che alcuni dipendenti avevano il compito di annotare qualsiasi altra cosa avesse rilevato il dispositivo, incluse le conversazioni in sottofondo e le informazioni personali, per essere etichettate poi come “dati critici”. Amazon ha confermato la pratica, assicurando di annotare “solo un numero estremamente minimo di interazioni” e “da clienti casuali” e di avere “sistemi di sicurezza rigorosi” e “tolleranza zero per gli abusi”. Ha assicurato che “i dipendenti non hanno accesso diretto alle informazioni che permettono di identificare la persona o l’account”.

Ma può bastare come rassicurazione? Difficile dirlo. Nelle scorse settimane, altri leaks e altre inchieste hanno rivelato che lo stesso riguarda Google (Wall Street Journal), che Facebook appalta ad aziende esterne la trascrizione dei messaggi vocali della chat Messenger (Bloomberg) e che Microsoft fa ascoltare sia le conversazioni di Skype attraverso il servizio di traduzione simultanea, sia i comandi vocali all’assistente Cortana, nonché per Xbox tramite la camera frontale Kinect (Motherboard). Secondo una previsione degli analisti britannici di Juniper Research, l’uso degli assistenti vocali è destinato a triplicare nei prossimi anni e l’azienda stima che ci saranno 8 miliardi di assistenti vocali digitali in uso entro il 2023, rispetto ai 2,5 miliardi del 2018. Nel 2020, saranno circa 20 milioni solo sulle automobili “smart” mentre Google ha già contato la presenza di Google Assistant su almeno un miliardo di dispositivi nel Mondo. Con la diffusione delle smart home e l’automazione di ogni aspetto della quotidianità, poi, ci sarà bisogno di addestrare gli algoritmi a livelli sempre più alti. Intanto, Microsoft ha deciso di sospendere l’ascolto delle registrazioni solo per Xbox, mentre per Skype e Cortana la pratica verrà solo esplicitata nella privacy policy. Amazon ha annunciato una modifica ai termini di contratto, con cui sarà possibile declinare il consenso all’ascolto mentre Google e Apple, già sotto osservazione delle autorità per la privacy, hanno dichiarato di avere interrotto completamente il programma. Scelta, però, forse solo momentanea. Se Google prevedeva già la possibilità di rifiutare l’adesione, Apple ha annunciato che inserirà un’opzione di consenso nei prossimi aggiornamenti.

Mille euro a figlio incrinano il bilancio: micro crediti ad hoc. Solo per la scuola

Costa caro tornare fra i banchi di scuola. Al suono della campanella, i genitori italiani avranno già sborsato circa mille euro a figlio. Per far fronte alle spese quasi un milione di famiglie ricorrerà a un piccolo prestito, nonostante, secondo quanto rilevato dall’Osservatorio Findomestic in un’indagine realizzata con Doxa, il budget medio sia in lieve calo (-2%). È un segnale del progressivo impoverimento del Paese con le famiglie che iniziano a ricorrere ai finanziamenti anche per piccoli importi. Secondo le stime del Codacons, quest’anno il rientro in classe costerà tra i 400 e 500 euro alle scuole medie e circa 600 al liceo, mentre alle elementari ne basteranno 50. Ma solo per libri e dizionari. Bisogna poi aggiungere circa 533 euro di corredo scolastico e, in alcuni casi, anche i contributi (fra i 50 e i 100 euro annui) chiesti alle famiglie per l’acquisto di risme di carta, carta igienica o la vernice necessaria alla tinteggiatura dei locali. In totale quindi la spesa supererà i mille euro a figlio.

Cifre che possono anche mettere in crisi il bilancio, soprattutto nelle famiglie monoreddito e con più figli. Di qui l’aumento dei finanziamenti anche se per Assofin resta ancora un fenomeno limitato. Dei 39,5 miliardi e mezzo di prestiti chiesti dagli italiani fra gennaio e luglio, la domanda di prestiti per libri e università è solo una piccola fetta di una indefinita categoria da 3 miliardi. Ma è certo che il fenomeno è in ascesa: secondo le stime dell’Osservatorio Findomestic-Doxa, aumentano le famiglie che ricorrono ai piccoli finanziamenti per la scuola: dal 2% del 2017 al 3,6% del 2019. Inoltre un sondaggio di Facile.it e Prestiti.it, su un campione di 122mila utenti, rivela come nella prima parte del 2019 siano stati erogati 71 milioni di finanziamenti per coprire le spese legate a scuola, università e, più in generale, alla formazione con un aumento dell’importo medio (7.960 euro) del 5% rispetto all’anno prima.

Gli italiani sono diventati più poveri? Di certo fanno più attenzione a come spendono i soldi, soprattutto in occasione di esborsi straordinari come l’inizio dell’anno scolastico. E si affidano di più all’usato come rivela Findomestic che registra un maggior ricorso a libri (52% del campione intervistato, +4 punti percentuali) e abiti di seconda mano (il 10,7% del campione, +3,3 punti). Inoltre hanno anche iniziato ad accettare l’idea che i propri figli possano indebitarsi per pagarsi gli studi. Proprio come accade negli Usa, dove il 66% di laureati di università pubbliche e il 75% degli atenei privati hanno contratto un mutuo per studiare.

Per le banche che si sono sbizzarrite sul tema, è un mercato in lenta e progressiva crescita che porta interessi con tassi che possono variare dal 3 al 10%, spese di istruttoria (tra zero e l’1%), commissioni mensili e persino penali di estinzione anticipata (circa 1%). Da Intesa uno studente può ottenere un prestito senza garanzia alla condizione di mantenersi in regola con gli studi e di iniziare a restituire la somma, dopo due anni, al tasso del 2%. Da Unicredit può ottenere un finanziamento da 15mila euro con un tasso annuo globale del 3,67%. Ma solo se studia in Bocconi, alla Luiss, al Politecnico di Milano o all’Università di Bologna. Al Banco Bpm, con Agos, per finanziare le spese scolastiche, si può accedere ad una linea revolving (importo fino a 3mila euro) che consente di restituire il debito con una rata di 100 euro al mese. Ma a un tasso che va dall’iniziale 4,95% fino all’8,95. In Bnl invece si può chiedere un prestito compreso fra i 500 e i 3mila euro su 12 mesi con zero spese di istruttoria e un tasso annuo effettivo del 3,37%. Da Ubi, infine, si può avere un finanziamento senza spese d’istruttoria con un tasso Irs a dieci anni più l’1,5% di spread e senza garanzie. Nell’ultimo anno le richieste sono state più di 100 per un importo medio di 7.500 euro. Il segnale di un Paese che cambia. Anche nell’istruzione.

Modello Usa: indebitarsi per lo studio dei ragazzi

L’articolo 34 della Costituzione afferma che la Repubblica deve garantire il diritto dei “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”, a “raggiungere i gradi più alti degli studi”: un obiettivo importante per realizzare una democrazia effettiva che però è ancora irrealizzato. Mentre molte decine di migliaia di diplomati affollano i test di ammissione alle facoltà a numero chiuso, sempre più spesso purtroppo il “pezzo di carta” non basta per costruirsi un futuro, perché l’ascensore sociale è bloccato ormai da decenni. In parole povere, ai neolaureati l’Italia di oggi non offre le stesse opportunità che ha concesso una generazione fa ai loro genitori. Da qui la fuga di cervelli, cervellini e cervelloni che viene registrata tra i fattori che frenano lo sviluppo del Paese. A farle da contraltare, in un paradosso solo apparente, cresce di anno in anno il numero di italiani che si indebitano per pagare ai propri figli un percorso di studi universitario o di ulteriore specializzazione superiore. D’altronde una società che si impoverisce non può che ricorrere al debito nel tentativo di concretizzare il suo obiettivo di scalata sociale. Una spirale, quella delle rate per poter studiare, lungo la quale l’Italia si sta incamminando e che rischia di allinearla alle worst practices, le pratiche peggiori di alcuni altri Paesi occidentali.

Non esistono dati ufficiali sul fenomeno dell’indebitamento delle famiglie per pagare gli studi ai figli. Il che è curioso, visto l’abbondare di statistiche finanziarie registrate in molte sedi ufficiali. Una recente ricerca sull’indebitamento degli italiani elaborata da Federconsumatori sostiene però che l’anno scorso ben 889 mila famiglie italiane hanno chiesto un prestito per pagare gli studi ai figli, per un importo medio di 7.970 euro: si tratta di quasi 7,1 miliardi di debiti. Poco, a paragone dei circa 97 miliardi di debiti complessivi delle famiglie, ma molto per chi deve pagare. Se questo è il dato sul flusso di nuovo debito per gli studi acceso nel 2018, nulla si può conoscere invece sullo stock di debiti accumulati a questo scopo durante gli anni, sul loro rimborso e sulla quantità di famiglie che vi sono coinvolte.

Il motivo per cui gli italiani accendono questi finanziamenti è presto detto: mantenere un figlio all’università, specie se “fuorisede” (sono 600mila gli universitari italiani in questa condizione), può costare oltre 10mila euro l’anno, come spiega Link Coordinamento Universitario, formazione universitaria di sinistra. La cifra può esplodere al doppio o al triplo se l’Alma mater scelta per i figli è privata, o se si tratta di un master postuniversitario. A differenza di altri Paesi europei, però, in Italia gli studenti che hanno diritto a borse di studio sono un quarto rispetto ai loro colleghi in Francia, e l’esenzione dalle tasse è garantita solo al oggi 17,6% degli iscritti, contro il 35% in Francia e il 25% in Germania.

La soluzione proposta dal governo è stata quella di creare accordi con le banche per finanziare il “prestito d’onore”, una forma di finanziamento (in alcuni casi anche sino a 50mila euro rimborsabili in 30 anni) degli studi a condizioni agevolate, senza garanzie e con dilazioni ampie del rimborso, ottenibile però entro una certa età e con requisiti di merito. C’è poi il Fondo per lo studio della Presidenza del Consiglio, garantisce sino al 70% dei finanziamenti per gli studi ottenuti da persone tra i 18 e i 40 anni, con rimborsi tra i 3 e 15 anni. Per quanto agevolato, sempre di debito però si tratta.

Il problema è comunque lo stesso di altri Paesi: l’istruzione universitaria e le scuole di alta specializzazione sono un obiettivo sempre più importante per molti giovani, ma in un’epoca di stipendi che non crescono e di prospettive professionali incerte resta la domanda se il gioco valga la candela. Se lo domandano, ed esempio, i giovani e soprattutto le giovani statunitensi: mentre dal 1987 al 2018 il reddito mediano disponibile di una famiglia negli Stati Uniti è cresciuto del 14%, il costo degli studi universitari è raddoppiato. Ecco perché alla fine dell’anno scorso i prestiti agli universitari erano esplosi a 1.500 miliardi di dollari (1.300 miliardi di euro) dai 500 miliardi del 2006: in 10 anni l’indebitamento per ottenere una laurea si è triplicato in valore assoluto ma, grazie alla crescita del numero degli studenti, si è “solo” raddoppiato a livello procapite.

Dopo la tesi, però, i redditi non sono più quelli di una volta e rimborsare i debiti diventa sempre più difficile: tanto che nel 2018 l’11,4% del debito degli universitari Usa, 166,4 miliardi di dollari, veniva rimborsato in ritardo o era già in default. A patire di più sono le donne e le minoranze: sulle ragazze Usa pesano i due terzi del debito totale, pari a 929 miliardi di dollari, e poiché non esiste parità a livello di stipendi (le laureate, specie afroamericane, sono pagate quasi il 40% in meno dei laureati bianchi), la catena del debito è più difficile da ripagare proprio per chi ne ha invece maggiormente bisogno: le ragazze provenienti da famiglie povere delle minoranze.

Ma il problema del debito universitario non è confinato solo alla sponda occidentale dell’Atlantico. Nel Regno Unito a marzo 2018 i prestiti studenteschi hanno raggiunto i 105 miliardi di sterline (118 miliardi di euro) e ogni anno crescono al ritmo di 16 miliardi di sterline, sulle spalle di oltre un milione di studenti. Nel 2050, di questo passo, arriveranno a 450 miliardi di sterline, oltre 500 miliardi di euro. Il fenomeno dell’indebitamento studentesco sta cominciando a emergere anche in Francia, dove secondo gli ultimi dati dai 200 ai 300mila ragazzi, il 10% della popolazione studentesca, hanno chiesto un prestito per potersi pagare l’università.

Mentre le famiglie si indebitano, c’è anche ci prova ad aggirare il problema iniziando ad accantonare sin da quando i figli sono piccoli risorse finanziarie da destinare nel tempo ai loro studi. Ma non sempre il meccanismo funziona. Alcuni anni fa, ad esempio, la società Arfin promuoveva sul mercato italiano “100 e lode”, una polizza assicurativa che prometteva 120mila euro per finanziare gli studi universitari ai giovani che, a determinate condizioni, avessero ottenuto il massimo punteggio alla maturità. Peccato che nel 2010 la compagnia assicuratrice è finita in liquidazione coatta amministrativa, lasciando a bocca asciutta i clienti che avevano sottoscritto le sue polizze (e pagato i premi) e i cui figli si sono diplomati con il massimo dei voti. Già l’Antitrust aveva già sanzionato la stessa Arfin per la pubblicità ingannevole della polizza “100 e lode”, perché non aveva spiegato con chiarezza che per ottenere i finanziamenti non bastava il massimo dei voti alla maturità ma serviva anche il superamento di alcuni esami di inglese con voti elevati.