“Con la mafia si lavora, senza no”. È il grido di dolore di chi, della confisca dei beni mafiosi per mano dello Stato, ha tratto il lato peggiore: quello dell’abbandono. Questo accade in particolare per aziende e imprese, dove i boicottaggi dei boss uscenti, le lungaggini della giustizia, le banche refrattarie e un mercato stanco danno vita a un buco nero economico-sociale: i dati incrociati del progetto Confiscati Bene 2.0 dell’associazione Libera, dell’Eurispes-l’Istituto di ricerca degli italiani e dell’Anbsc (Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati), a più di vent’anni dalla legge pilota, parlano di circa 14mila aziende passate nelle mani dello Stato, di cui solo uno scarso 20% è stato in grado di resistere nel mercato regolare. Bilancio che con il tempo è andato peggiorando, portando circa il 90% delle aziende a una cessazione o liquidazione.
Per capirci: dalla legge 109 del 1996 che prevede l’uso sociale dei beni (arrivata a rafforzo della Rognoni-La torre), le aziende confiscate e poi, non totalmente ma quasi, lasciate marcire sono quasi 600 all’anno, per un valore in termini di produzione cumulata, nonostante sia la Corte dei Conti sia l’Anbsc dichiarano di non avere tutt’ora un censimento preciso della portata commerciale, di 10 miliardi di euro. “C’è un problema di conservazione del valore patrimoniale delle aziende, dovuta anche dalla rimozione dell’ombrello protettivo delle mafie”, notifica Bruno Frattasi, direttore dell’Anbsc. “Innanzitutto, però, bisogna capire la storia delle aziende: ovvero quante di esse sono state coinvolte nei traffici mafiosi. Il grado di infiltrazione, una volta tornata alla legalità, influisce non poco nello stabilire un piano industriale”.
L’obiettivo dell’intervento statale, detto ciò, sarebbe quello di portare alla luce le attività mafiose con il ruolo di scatole vuote, usate dal boss per il riciclo di denaro, per poi reimmetterle nei flussi legali. Superato lo scoglio della confisca, però, il processo di rehab spesso si interrompe, e non solo nel caso delle aziende di comodo: come sottolineano gli studi dell’Università di Trento e Milano, il virus colpisce anche e soprattutto realtà strutturate, nel 50% dei casi aziende con un capitale medio tra 10 e 20 mila euro, con a disposizione mezzi e infrastrutture di livello. “Il problema è di sistema. Vale a dire che occorrono più cure: dal potenziamento dell’Anbsc, allo snellimento delle procedure”, spiega Gian Carlo Caselli, ex magistrato, oggi direttore dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare. “C’è bisogno di finanziamenti cospicui per impedire che i beni si coprano di muffa o ruggine, offrendo ai mafiosi un argomento per sostenere che “loro” restano i più forti”.
Ma come può salvarsi un’azienda da questo oblio? Nella condizione attuale, molto spesso, non può. L’architettura del fenomeno si avviluppa su vari piani, e le ex aziende mafiose non riescono a essere competitive sul mercato legale perché schiacciate dalla pressione fiscale che le precedenti gestioni evitavano in toto. La messa in regola dei lavoratori in nero, le utenze passate e attuali, la mancanza di fondi per rimettere mano alle strutture che, durante gli anni del processo, cadono in rovina o peggio ancora vengono depredate dalle mafie stesse. Una sopravvivenza messa a dura prova dall’aggravante delle banche: gli istituti fiutando l’arrivo dello Stato, ai primi segnali di un coinvolgimento in indagini antimafia dei clienti chiudono i rubinetti e la possibilità di un qualsiasi finanziamento. Anche dopo che l’azienda è stata tolta ai boss e affidata a un curatore.
Il nodo scorsoio si chiude, quindi, alla gola di quelle cooperative composte molte volte dagli stessi ex dipendenti. Il “Progetto sos legalità imprese e beni confiscati alla mafia” redatto da Unioncamere e finanziato dalla Commissione Europea, per esempio, proponeva una strategia bilaterale per pompare un mercato in calo e arginare la concorrenza illegale. Tante idee, molti soggetti coinvolti, dopidiché silenzio assoluto. Un assist per le famigghie, come quella di Vincenzo Virga e Francesco Pace. E il messaggio che ne deriva è quello di una mafia capace di organizzare il lavoro e di uno Stato che sì interviene, ma lo fa in maniera superficiale, creando così scie di disoccupazione. Nel caso della “Siciliana inerti e bituminosi” di Tommaso ‘Masino’ Coppola, latifondista a libro paga di Matteo Messina Denaro, l’impresa edile alle prime avvisaglie giudiziarie ha interrotto i pagamenti dei dipendenti – così come le banche, i boss mafiosi intuiscono prima la mala parata e le intenzioni delle autorità -, i quali nel giro di pochi mesi si sono ritrovati senza un lavoro, con stipendi arretrati e nessun aiuto dalla politica. “Nel caso dei Coppola, i beni comprendevano anche un residence e alcune villette”, spiega Enzo Palmieri, segretario della Fillea-Cgil di Trapani, territorio dove l’edilizia mafiosa ha radici profonde. “Dopo più di dieci anni, la situazione è di totale abbandono: il dialogo con l’Anbsc ha avuto vita breve, nonostante il seguito delle nostre proposte volte a rivendere i mezzi e a reimpiegare i lavoratori nella manutenzione dei suddetti beni. Solo nel trapanese i dipendenti che sono andati a ingrossare le file di disoccupati sono diverse centinaia”.
Il rimpianto delle vecchie gestioni da parte dei lavoratori, l’assenza di tutele e i labirinti giuridici in cui si perdono i beni, sono la cartina tornasole di un mezzo complesso, per efficacia nato pompiere e finito incendiario. “Chi si occupa dei beni confiscati, ovvero gli amministratori giudiziari, sono in genere avvocati, non esperti di imprese edili o agricole”, spiega Salvatore Inguì, coordinatore responsabile di Libera, che parla della questione dei terreni rurali. “Dalla confisca alla riassegnazione passano circa 10 anni: in quel frangente la proprietà è priva di custodia e vittima di punizioni criminali, al tal punto che le cooperative che riescono a subentrare si trovano di fronte a distese desertiche”.
Calabria e Sicilia, seguite da Lazio e Liguria sono le prime regioni colpite, e per tutte la storia non cambia: Libera stima che 9 aziende su 10 chiudono i battenti dopo il sequestro, per un costo della legalità che va oltre le cifre catastali. Tocca la vita delle persone, fuori dalle mafie ma allo stesso tempo dipendenti da esse.