Tra Stato e mafia, il fine vita delle società confiscate

“Con la mafia si lavora, senza no”. È il grido di dolore di chi, della confisca dei beni mafiosi per mano dello Stato, ha tratto il lato peggiore: quello dell’abbandono. Questo accade in particolare per aziende e imprese, dove i boicottaggi dei boss uscenti, le lungaggini della giustizia, le banche refrattarie e un mercato stanco danno vita a un buco nero economico-sociale: i dati incrociati del progetto Confiscati Bene 2.0 dell’associazione Libera, dell’Eurispes-l’Istituto di ricerca degli italiani e dell’Anbsc (Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati), a più di vent’anni dalla legge pilota, parlano di circa 14mila aziende passate nelle mani dello Stato, di cui solo uno scarso 20% è stato in grado di resistere nel mercato regolare. Bilancio che con il tempo è andato peggiorando, portando circa il 90% delle aziende a una cessazione o liquidazione.

Per capirci: dalla legge 109 del 1996 che prevede l’uso sociale dei beni (arrivata a rafforzo della Rognoni-La torre), le aziende confiscate e poi, non totalmente ma quasi, lasciate marcire sono quasi 600 all’anno, per un valore in termini di produzione cumulata, nonostante sia la Corte dei Conti sia l’Anbsc dichiarano di non avere tutt’ora un censimento preciso della portata commerciale, di 10 miliardi di euro. “C’è un problema di conservazione del valore patrimoniale delle aziende, dovuta anche dalla rimozione dell’ombrello protettivo delle mafie”, notifica Bruno Frattasi, direttore dell’Anbsc. “Innanzitutto, però, bisogna capire la storia delle aziende: ovvero quante di esse sono state coinvolte nei traffici mafiosi. Il grado di infiltrazione, una volta tornata alla legalità, influisce non poco nello stabilire un piano industriale”.

L’obiettivo dell’intervento statale, detto ciò, sarebbe quello di portare alla luce le attività mafiose con il ruolo di scatole vuote, usate dal boss per il riciclo di denaro, per poi reimmetterle nei flussi legali. Superato lo scoglio della confisca, però, il processo di rehab spesso si interrompe, e non solo nel caso delle aziende di comodo: come sottolineano gli studi dell’Università di Trento e Milano, il virus colpisce anche e soprattutto realtà strutturate, nel 50% dei casi aziende con un capitale medio tra 10 e 20 mila euro, con a disposizione mezzi e infrastrutture di livello. “Il problema è di sistema. Vale a dire che occorrono più cure: dal potenziamento dell’Anbsc, allo snellimento delle procedure”, spiega Gian Carlo Caselli, ex magistrato, oggi direttore dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare. “C’è bisogno di finanziamenti cospicui per impedire che i beni si coprano di muffa o ruggine, offrendo ai mafiosi un argomento per sostenere che “loro” restano i più forti”.

Ma come può salvarsi un’azienda da questo oblio? Nella condizione attuale, molto spesso, non può. L’architettura del fenomeno si avviluppa su vari piani, e le ex aziende mafiose non riescono a essere competitive sul mercato legale perché schiacciate dalla pressione fiscale che le precedenti gestioni evitavano in toto. La messa in regola dei lavoratori in nero, le utenze passate e attuali, la mancanza di fondi per rimettere mano alle strutture che, durante gli anni del processo, cadono in rovina o peggio ancora vengono depredate dalle mafie stesse. Una sopravvivenza messa a dura prova dall’aggravante delle banche: gli istituti fiutando l’arrivo dello Stato, ai primi segnali di un coinvolgimento in indagini antimafia dei clienti chiudono i rubinetti e la possibilità di un qualsiasi finanziamento. Anche dopo che l’azienda è stata tolta ai boss e affidata a un curatore.

Il nodo scorsoio si chiude, quindi, alla gola di quelle cooperative composte molte volte dagli stessi ex dipendenti. Il “Progetto sos legalità imprese e beni confiscati alla mafia” redatto da Unioncamere e finanziato dalla Commissione Europea, per esempio, proponeva una strategia bilaterale per pompare un mercato in calo e arginare la concorrenza illegale. Tante idee, molti soggetti coinvolti, dopidiché silenzio assoluto. Un assist per le famigghie, come quella di Vincenzo Virga e Francesco Pace. E il messaggio che ne deriva è quello di una mafia capace di organizzare il lavoro e di uno Stato che sì interviene, ma lo fa in maniera superficiale, creando così scie di disoccupazione. Nel caso della “Siciliana inerti e bituminosi” di Tommaso ‘Masino’ Coppola, latifondista a libro paga di Matteo Messina Denaro, l’impresa edile alle prime avvisaglie giudiziarie ha interrotto i pagamenti dei dipendenti – così come le banche, i boss mafiosi intuiscono prima la mala parata e le intenzioni delle autorità -, i quali nel giro di pochi mesi si sono ritrovati senza un lavoro, con stipendi arretrati e nessun aiuto dalla politica. “Nel caso dei Coppola, i beni comprendevano anche un residence e alcune villette”, spiega Enzo Palmieri, segretario della Fillea-Cgil di Trapani, territorio dove l’edilizia mafiosa ha radici profonde. “Dopo più di dieci anni, la situazione è di totale abbandono: il dialogo con l’Anbsc ha avuto vita breve, nonostante il seguito delle nostre proposte volte a rivendere i mezzi e a reimpiegare i lavoratori nella manutenzione dei suddetti beni. Solo nel trapanese i dipendenti che sono andati a ingrossare le file di disoccupati sono diverse centinaia”.

Il rimpianto delle vecchie gestioni da parte dei lavoratori, l’assenza di tutele e i labirinti giuridici in cui si perdono i beni, sono la cartina tornasole di un mezzo complesso, per efficacia nato pompiere e finito incendiario. “Chi si occupa dei beni confiscati, ovvero gli amministratori giudiziari, sono in genere avvocati, non esperti di imprese edili o agricole”, spiega Salvatore Inguì, coordinatore responsabile di Libera, che parla della questione dei terreni rurali. “Dalla confisca alla riassegnazione passano circa 10 anni: in quel frangente la proprietà è priva di custodia e vittima di punizioni criminali, al tal punto che le cooperative che riescono a subentrare si trovano di fronte a distese desertiche”.

Calabria e Sicilia, seguite da Lazio e Liguria sono le prime regioni colpite, e per tutte la storia non cambia: Libera stima che 9 aziende su 10 chiudono i battenti dopo il sequestro, per un costo della legalità che va oltre le cifre catastali. Tocca la vita delle persone, fuori dalle mafie ma allo stesso tempo dipendenti da esse.

“Salvini ha sbagliato tutto. Ora rischia di sgonfiarsi”

“A Pontida è andata in scena la solita manfrina. Nella Lega ormai non ci sono più voci critiche. Ma del resto quella che si è ritrovata sul pratone non è più la Lega, è qualcos’altro. Vedere una Pontida senza Bossi mi fa male…”. Flavio Tosi è entrato in Lega prima di Matteo Salvini, nel 1990. In quel partito è stato segretario della Liga Veneta, poi è diventato sindaco di Verona, per due mandati, eletto nel 2007 e riconfermato nel 2012. Nel 2015, dopo durissimi scontri con il neo segretario Salvini, Tosi viene espulso dal Carroccio. Dentro e fuori il partito l’ex sindaco di Verona non ha mai risparmiato critiche alla gestione salviniana.

Tosi, ha visto: in un mese Salvini è passato da king maker del governo gialloverde all’opposizione. Secondo lei cosa è successo?

Salvini aveva due problemi: evitare di fare la prossima manovra economica lacrime e sangue, da una parte, e incassare in termini elettorali gli altissimi consensi che gli davano i sondaggi, dall’altra. Il suo piano era far cadere il governo, presentarsi alle elezioni senza Forza Italia, e questo spiega l’operazione di Giovanni Toti, vincerle, e poi potersi permettere di fare il bello e cattivo tempo sulla legge di bilancio. Poteva pure far aumentare l’Iva, tanto ormai le elezioni le aveva vinte.

E invece?

Ha clamorosamente sbagliato i calcoli. Se voleva la crisi, doveva aprirla prima, a ridosso delle Europee. Avrebbe avuto anche la scusa del contrasto col M5S sulla Tav. Aprire una crisi a Ferragosto è molto rischioso e infatti gli è andata male. Il combinato disposto del risultato europeo e dei sondaggi l’hanno fatto entrare in una sorta di delirio di onnipotenza, facendogli dimenticare che l’Italia è una democrazia parlamentare dove è il capo dello Stato che decide se sciogliere o meno le Camere. E il profilo di una maggioranza alternativa era già nell’aria. A quanto sembra ha peccato di ingenuità a fidarsi di Zingaretti, che in un primo momento era per il voto. Ha commesso errori tattici e strategici che dovrebbero far riflettere gli italiani sul suo reale valore come leader politico.

Non lo è?

Lui non ha alcuna esperienza di governo. Non ha mai amministrato nulla, nemmeno un piccolo comune. Si è trovato a fare il vicepremier e il ministro dell’Interno con alle spalle solo esperienze da consigliere comunale ed europarlamentare. E a Strasburgo, tra l’altro, non si vedeva mai.

Però Salvini ha preso un partito moribondo al 3% e l’ha portato al 34%…

Vero, ed è stato abile a trasformare la Lega da partito del Nord a movimento nazionale, individuando nuovi nemici: non più Roma ladrona, ma i tecnocrati di Bruxelles e i clandestini. Detto questo, Salvini prende voti per due motivi. In primis perché ripete a macchinetta certi concetti e alla fine la gente finisce per crederci. Ha battuto per un anno sul tema dell’emergenza sbarchi: è uno dei problemi ma non è “il” problema dell’Italia. In secondo luogo, nel centrodestra Salvini ha sfruttato un vuoto immenso. In questo momento non ci sono alternative: Berlusconi si sta suicidando, Giorgia Meloni non va più in là del suo elettorato di destra. Così quasi tutti gli elettori che prima votavano Forza Italia ora scelgono Salvini. Ma è più per mancanza di alternative che per meriti.

Dopo la debacle governativa, però, nella Lega non si leva alcun un sussurro critico…

In Lega è impossibile, il partito è stato normalizzato da Salvini, tutte le voci contrarie sono state messe ai margini, come Roberto Maroni o Gianni Fava, o buttati fuori, come il sottoscritto. Nel Carroccio nessuno osa alzare la testa perché tutte le liste sono in mano al segretario. Prima c’era più autonomia da parte dei “regionali”, ora invece per statuto tutto è in mano a Via Bellerio. Salvini ha potere di vita e di morte sulle candidature. Chi alza la voce si ritrova automaticamente fuori dalle liste. Il suo è un metodo animalesco di gestione del potere. E lui intorno a sé vuole gente ubbidiente, delle capacità non gli importa nulla. Basti vedere i cosiddetti “economisti”: Borghi, Bagnai… Mi fanno ridere.

Eppure qualche risultato il governo gialloverde lo stava portando a casa…

Sull’economia era fallimentare: nessuna delle misure messe in campo stava portando risultati sulla crescita. Flat tax e autonomia sono stati una manfrina durata un anno: la prima era impossibile da realizzare; la seconda è stato il grande bluff di Salvini. In realtà lui l’autonomia non la voleva, perché lo ostacolava nella ricerca dei consensi al Sud. E infatti ha fatto saltare il governo fregandosene del processo autonomista in corso. Qualche risultato, invece, l’ha portato a casa sugli sbarchi, che sono oggettivamente diminuiti, rompendo il giochino tra ong e trafficanti.

Ora cosa accadrà? Se il governo dura Salvini potrebbe sgonfiarsi?

Questo governo è nato grazie agli errori di Salvini, è lui che l’ha generato, per questo mi vien da sorridere quando se ne lamenta e grida al complotto o al golpe. Parla come un pugile suonato. Un golpe di cui lui è l’unico protagonista. Detto questo, il premier Conte ha messo in campo nomi rispettabili, come il prefetto Lamorgese. Forse avrei anche osato qualcosa in più: non so, un Draghi o un Cottarelli… Ora tutta la partita si gioca sull’economia e sull’immigrazione. Se questo esecutivo dimostra di continuare una politica seria sugli sbarchi, allora toglierà a Salvini l’unico argomento che ha e a quel punto la Lega inizierà a sgonfiarsi come un soufflè.

Poi c’è l’inchiesta Metropol…

Che il tentativo da parte di certi personaggi di ottenere finanziamenti ci sia stato mi pare evidente. Per Salvini è la spada di Damocle. Poi, però, bisogna costruire una forza alternativa di centrodestra.

La sento interessato.

Certamente. Io sono qui e aspetto. Qualsiasi cosa nuova nasca in quel campo, con Berlusconi come padre nobile, m’interessa. C’è Calenda, c’è Cairo… Vedremo.

La lancetta Renzi è sempre più sulla scissione

Matteo Renzi alza il prezzo. Che si tratti di una scissione o più bonariamente di una separazione consensuale, ormai l’uscita con altri suoi fedelissimi parlamentari dal gruppo del Pd di Camera e Senato per mettersi in proprio con un partito nuovo di pacca, si è materializzata.

Fatto sta che al Nazareno non si parla d’altro anche se per sapere se si tratta di un bluff o di una cosa seria, toccherà aspettare il 20 ottobre ossia che l’ex premier riunisca la sua Leopolda, a cui tutti guarderanno con il fiato sospeso per tutto il prossimo mese. Specie perché i renzianissimi preparano il terreno aumentando il pathos, dando la cosa per ormai fatta. “Le chiacchiere stanno a zero. Di politica nazionale parleremo alla Leopolda e sarà chiaro come mai in passato” dice Renzi in un’intervista al Corriere Fiorentino scelto non a caso come megafono per sostenere i maldipancia di chi non l’ha presa bene la scelta di tener fuori dalla squadra di sottogoverno una rappresentanza toscana. “Capisco la rabbia di Simona Bonafè e di Dario Nardella perché il Pd toscano è il Pd più forte d’Italia ed è logico che loro si sarebbero aspettati un riconoscimento territoriale in occasione della formazione del governo” spiega pur giurando che per sé e i suoi lui non ha chiesto neppure uno “sgabello”. Non la pensa così Carlo Calenda: “La politica italiana è avvincente. Modello Beautiful. Aprono ai 5S, entrano nel Governo e dopo fanno la scissione. Lineare” ha scritto su Twitter commentando le parole di Ettore Rosato a Repubblica a proposito di una “scissione consensuale” dei renziani alla prossima Leopolda. E rispondendo proprio all’ex capogruppo dem alla Camera aggiunge: “Non sono ossessionato (come scrivi) nè da Matteo Renzi nè da voi. Sono piuttosto colpito dalla vostra mancanza di serietà e dalla vostra spregiudicatezza. In fondo vi siete semplicemente trasformati in quello che volevate rottamare. Peccato”.

Nel frattempo nel Pd si scatena la bagarre. C’è chi chiede a Renzi di restare, come Dario Franceschini. “Il Pd è la casa di tutti, è casa tua e casa nostra. Non farlo” dice rivolgendosi direttamente a Renzi. “Una scissione a freddo non avrebbe senso visto anche il modo intelligente e inclusivo in cui Zingaretti ha gestito questa fase” lo pungola Enrico Letta che lo conosce bene e non solo per lo scherzetto dello #staisereno che gli costò il posto da premier a Palazzo Chigi. E come Letta sono in molti a non credere alla scissione. E che Renzi voglia solo alzare la posta, magari per riprendersi il partito in un futuro non tanto lontano. E da subito condizionare il segretario Nicola Zingaretti sospettato di voler riportare a casa LeU e i fuori usciti di Articolo 1 a partire da Massimo D’Alema che con il neo ministro Roberto Speranza brindarono alla sua sconfitta al referendum costituzionale.

“Lerner, maledetto ebreo!”: la metamorfosi delle “sciure” in verde

“Ebreo, maledetto ebreo. Riaprite i forni crematori”. A insultare il giornalista Gad Lerner non è un militante leghista che agita bandiere o bastoni. È una signora bionda sui sessanta, una che stamattina potreste incontrare davanti a un asilo che aspetta tranquillamente il nipotino. Ma il sole rovente di Pontida l’ha trasformata: il trucco sciolto, le vene che sporgono sulla fronte. “Maledetto ebreo”, urla in faccia a Lerner, colpevole di aver fatto il proprio lavoro. Sembra che la donna non si accorga di ciò che dice. Quando gliene chiedi ragione balbetta, torna per un attimo la nonna che forse è: “Non ho detto niente”.

Ecco la metamorfosi dei militanti leghisti arrivati a decine di migliaia per il rito del bagno di folla nel mitico pratone di Pontida. Eccolo il partito che vuole i pieni poteri, che sogna di conquistare tutta l’Italia, ma è ancora intriso di Nord. Basta guardare le bandiere: tricolori (che nei primi tempi di Umberto Bossi ti avrebbero fatto secco se li tiravi fuori), Leoni di San Marco e vessilli del Friuli Venezia Giulia. Perfino una bandiera russa. Dal Sud un paio di striscioni. Ma no, non sono gli stessi leghisti di una volta, quelli con il volto paonazzo che scendevano dalle valli del bergamasco. Quelli che urlavano “Roma ladrona” e “Terùn”, ma poi ci andavi a mangiare le salsicce a fine comizio. Una volta non trovavi, come accade oggi, gente con il tatuaggio “credere, obbedire, combattere”. Ragazzi con il ciondolo di Mussolini appeso al collo che ti dice: “Siamo pronti alla marcia su Roma”. Mario Borghezio che chiosa: “Fosse per me scenderei a Roma con la baionetta”. La Lega di Bossi era anti-fascista. E non basta l’omaggio al Senatùr che Salvini lancia dal palco. I leghisti sono tutti fascisti? No, sarebbe falso e sbagliato liquidarli così. È un partito trasversale. C’è Olga Rotondi che arriva da Milano e scende da una Porsche con il maglione verde: “Basta tasse”. C’è Mattia Semprini che invece emerge da una Panda (prima serie, senza vernice) che non ha lavoro “perché facevo l’operaio, ma i clandestini mi hanno rubato il posto”. Ci sono comitive di anziani che arrivano in pullman – ben 150 hanno intasato le strade di montagna – come si va in pellegrinaggio e sventolano immagini della Vergine. “Oggi è il giorno di Maria Addolorata”, li saluta dal palco Salvini in versione cattolica. E ci sono tanti giovani; ragazze adoranti con le Hogan e le unghie smaltate che filmano ogni respiro del leader. Ci sono anche gli stand vecchia maniera: il tendone dell’Umanitaria Padana con foto delle missioni in Africa e ragazzini neri in bella vista (“Aiutiamoli a casa loro”), lo stand della Lega nel Mondo dove c’è anche un responsabile per la Russia, in vero un po’ imbarazzato. Ci sono le ecumeniche salsicce, la gente allegra che ha fatto duecento chilometri perché ci crede e scioglie la passione in una birra. Già, in questo la Lega pare trasversale come la Dc anni ’60. Cosa unisce i fan del Carroccio? La rabbia, si direbbe. Quella che fa tirare un ceffone a un giornalista di Repubblica. Che fa vomitare insulti razzisti. “Merda, schiavo”, piove addosso a chi scrive. Acqua fresca rispetto agli insulti antisemiti.

“Ringraziamo le forze dell’ordine”, Salvini non manca di blandire polizia e carabinieri. Aggiunge: “Ma ai nostri comizi possono venire senza armi, perché con noi non c’è pericolo”. Falso. Se ieri non ci fossero stati cinque agenti a riaccompagnarlo all’auto, Lerner se la sarebbe vista brutta.

Vero, se ci parli, se lo guardi negli occhi, anche chi urla “maledetto ebreo” si sgonfia come un soufflé. L’odio non è ancora radicato. Ma in alcuni, nemmeno pochi, c’è. “Vinceremo”, urla Salvini e chissà se percepisca l’eco sinistra di quelle parole. “Vinceremo, dateci il potere”, rispondono Mario e Giada, pensionati di Torino. “Vinceremo”, fa eco il ragazzo con il Duce appeso al collo.

Regionali, Di Maio apre al Pd: “Candidati civici, via i partiti”

La prima cosa certa è che il Pd in Umbria dovrà fare un passo indietro sull’appoggio ad Andrea Fora, almeno a sentire i 5 Stelle. Un nome su cui i dem sono intenzionati a tenere, almeno per il momento. “Perché – spiega il commissario regionale Walter Verini – è quello più competitivo tra quelli che hanno dato disponibilità a correre: non è un candidato del Pd, ma civico. Se poi i 5 Stelle tirano fuori il Barack Obama dell’Umbria, vedremo”. Parte con il freno il dibattito avviato dopo l’appello di Luigi Di Maio che ha proposto un patto civico per arrivare ad eleggere in regione un governatore fuori dalle appartenenze partitiche. Che porti fuori dalle secche la regione travolta dallo scandalo Sanitopoli e le dimissioni di Katiuscia Marini. Di Maio insiste con Brunello Cucinelli, imprenditore umbro, simbolo dell’eccellenza del cachemire, che però dovrebbe destinare il suo ingente patrimonio in un blind trust. E piace anche ad ampi settori del Pd, anche se non ha ancora sciolto la riserva e rimane piuttosto scettico.

“Tutte le forze che credono nel bene comune di questa regione- ha scritto Di Maio su La Nazione – facciano un passo indietro, rinunciando ai propri candidati Presidente, e mettano fuori dalle liste quei candidati che hanno avuto a che fare con il passato di questa regione e gli impresentabili”. E ha chiesto che i giallo-rosa sottoscrivano un comune “appello ai cittadini, proponendo alle migliori risorse di questa regione di farsi avanti. Queste risorse ci sono. Chiedendo ad una personalità all’altezza di proporsi come Candidato Presidente. Sosteniamolo e diamogli autonomia piena per formare una squadra di super-competenti, senza interferenze della vecchia politica”.

Gli fa eco Filippo Gallinella che tutti pensavano potesse essere il candidato del M5S in Umbria: “Non so quanti risponderanno all’appello di Luigi. Io sarei contento se si riuscisse a trovare un accordo”. Che sarebbe il primo di natura pre-elettorale, per il Movimento. Si tratta del primo test elettorale di Matteo Salvini contro il Conte2. Lo sa bene il Pd che teme che il capo del Carroccio usi la ribalta del 27 ottobre come una clava. Per questo il segretario dem Nicola Zingaretti si dice pronto a dialogare del patto civico proposto da Di Maio:nelle prossime 24/48 ore verranno messi al lavoro gli sherpa regionali.

Per Dario Franceschini che ha lavorato ventre a terra per l’alleanza giallo-rosa, le parole di Di Maio sono importanti anche in prospettiva: anche per le altre tornate elettorali a partire dall’Emilia Romagna. Anche per Vasco Errani, già governatore della Regione, la proposta dei 5 Stelle “può aprire una fase nuova”. Anche lui con tutto lo stato maggiore di LeU è pronto a dare semaforo verde al patto civico per l’Umbria. “Sinistra Italiana – spiega Nicola Fratoianni – è già impegnata in questo percorso sostenendo la coalizione Umbria Civica Verde e Sociale con decine di liste civiche”.

La reazione della Lega, che sente già in tasca la vittoria, non si fa attendere. “Sono disperati”, dice Salvini affiancato sul palco di Pontida da Lucia Borgonzoni, che vorrebbe tanto conquistare al Carroccio l’Emilia Romagna, e da Donatella Tesei che corre per il centrodestra in Umbria. E che taglia corto: “Vinceremo nonostante l’inciucio. 50 anni di sinistra hanno distrutto il tessuto produttivo umbro ma ora tutti insieme, grazie alla Lega, libereremo la regione”.

Il referendum e Bibbiano: la messa di Salvini a Pontida

Referendum e bambini di Bibbiano sul palco. Matteo Salvini sul pratone di Pontida le tenta tutte per riconquistare la scena politica. Una partita giocata in casa, davanti ad almeno ventimila persone caldissime anche per il caldo tropicale. Ma il tono del leader pare scheggiato della recente débâcle; non bastano le promesse (“Ci riprenderemo i ministeri con gli interessi”) e non sembra esserci convinzione nel pugno agitato in aria. “Se smonteranno il decreto sicurezza, sarà un’occasione di referendum, perché sia il popolo ad opporsi alle scelte del palazzo. Sull’immigrazione la vedo grigia”, annuncia il leader. Promette: “Raccoglieremo cinque milioni di firme per difendere i sacri confini del nostro Paese, perché i nostri nonni non hanno dato la vita sul Piave per le ong”. Il pratone, gremito, sembra gonfiarsi, esplodere. A fianco di Salvini sono schierati i governatori del Nord: Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Luca Zaia che raccoglie quasi gli stessi consensi del leader. Ma in zone diverse dell’elettorato, lo vedi fisicamente nel pratone dove le prime file si agitano per Matteo mentre nelle retrovie ci si sbraccia per Luca. Ma è un discorso diverso dal passato quello di Salvini. I toni sono leghisti, il messaggio è democristiano. Cerca di piacere a tutti, addirittura agli ex elettori del Pci: “Enrico Berlinguer era una persona integerrima”. Applauso. Salvini aggiunge: “Una volta i comunisti parlavano agli operai, oggi ai banchieri”. Chissà se qualcuno ricorda che proprio questo prato fu comprato con l’aiuto della banca di Lodi di Gianpiero Fiorani.

Ma il Pantheon del leader non scontenta nessuno: cita Margaret Thatcher, Giovanni Paolo II, Rosario Livatino ed Enzo Ferrari. Senza contare Giacomo Leopardi. Alla fine arriva “Libertà è partecipazione” di Giorgio Gaber. Salvini che mira al governo vuole rassicurare: “Amiamo i nostri avversari come dice il Vangelo. L’odio e la paura non abitano qui. Quando dico ‘prima gli italiani’ intendo anche chi è arrivato dall’altra parte del mondo rispettando la legge”.

Al M5S vanno frecciate light. Il Pd si merita pochi affondi. Il nemico è lui: Giuseppe Conte. Sul grande schermo compare una sua foto con Angela Merkel: “Uno dei due almeno ha difeso il suo popolo. L’altro lo ha svenduto”. Tattica politica, ma quel discorso in Parlamento – con Conte che spara a zero e il ministro accanto che tace – a Salvini brucia ancora.

Salvini chiude con il botto: fa salire sul palco Greta, una delle bambine di Bibbiano. La mostra, con altri piccoli, a folla e tv. Applausi.

Ma mi faccia il piacere

Libero e bello/1. “L’allarme di Berlusconi: ‘Sono tornati i comunisti’” (Libero, 5.9). “Berlusconi: al governo due partiti comunisti” (il Giornale, 10.9). Tenete a casa i bambini, se no ve li mangiano.

Libero e bello/2. “I comunisti non mangiano più bimbi. Si accontentano solo degli insetti” (Libero, 15.9). Come non detto, allarme rientrato.

Libero e bello/3. “L’involuzione della specie politica. Poveri noi, agli Esteri da De Gasperi a Di Maio” (Libero, 12.9). Invece vuoi mettere Berlusconi, Frattini e Alfano.

Libero e bello/4. “Il governo prepara una rapina. Se hai soldi in banca non saranno più tuoi” (Libero, 14.9). Vanno tutti sul conto di Conte.

La sanzione. “I giochi proibiti di Malagò. Lettera al Cio: ‘Punite l’Italia’. Due note segrete per fermare la riforma dello Sport. Suggerendo la possibile esclusione da Tokyo 2020 e la revoca di Milano-Cortina 2026” (Repubblica, 13.9). E sulle prime il Cio pensava proprio di punirci: poi ha ritenuto che, come punizione per lo sport italiano, basti e avanzi Malagò.

Merli culturali. “Franceschini vuol sposarsi ‘già alle regionali’ con i 5Stelle e dunque con Bonisoli che ai Beni culturali gli ha sfasciato la bella riforma, che ora Franceschini (non) può rifare” (Francesco Merlo, Repubblica, 13.9). Slurp.

In gran forma. “Noi vigileremo in difesa dei confini e del chinotto” (Matteo Salvini, segretario Lega Nord, Tg2 Post, 5.9). Più che il chinotto, mi sa che è il solito mojito.

In gran firma. “La mossa di Salvini: ‘Un referendum contro il proporzionale’” (Repubblica, 15.9). “Salvini, referendum anti-proporzionale: ‘Conte traditore’” (La Stampa, 15.9). Dev’essere un omonimo del Salvini che nel 2017 votò il ritorno al proporzionale col Rosatellum insieme a Pd e FI: altrimenti si darebbe del traditore da solo.

Legge Basaglia. “Di Conte tenete d’occhio l’ombra, non il resto. Il premier sta mostrando risvolti psicologici inquietanti” (Claudio Risè, La Verità, 8.9). Elettrochoc e camicia di forza.

Nanoparticelle. “Pronti i nuovi gruppi renziani. Il piano scissione agita il Pd” (Corriere della sera, 15.9). La famosa scissione dell’atomo.

Non solo rubli. “Soldi pubblici per Mr. Russiagate. Nei mesi caldi della trattativa a Mosca per finanziare il partito di Salvini, Savoini colleziona consulenze pagate dalla Regione Lombardia” (l’Espresso, 15.9). È rientrato nell’euro.

Toghe gialle. “Quando il figlio dell’elevato Grillo è stato accusato di stupro, Grillo ha fatto Di Maio ministro degli Esteri, cercando la copertura del Pd che controlla i giudici, come si è visto bene con il caso Palamara” (Vittorio Sgarbi, deputato FI, 9.9). Ma i giudici non erano diventati grillini?

Schifanismi. “Presidente Conte, lei cadrà qui, in Senato, come abbiamo fatto in modo che nel 2008 cadesse il governo di Romano Prodi” (Renato Schifani, senatore FI, 10.9). Comprando un po’ di senatori?

Medaglie di bronzo. “La Terza Italia, i democratici anti-trasformisti… Quelli che non si piegano all’agiografia di ‘Conte statista’. Quelli che avrebbero ritenuto necessario votare, sia pure senza farsi dettare i tempi da Salvini… Ignazio Marino eee. Una minoranza di persone, sia pure di rilievo, da Carlo De Benedetti a… Emma Bonino (ieri bravissima sul Pd ‘diversamente populista’), o nel Pd Matteo Richetti… È illuminante qui ascoltare Arturo Parisi, che fondò qualcosa di un po’ più serio del Conte 2, ossia l’Ulivo… Certo colpiscono le idee magistrali di Emanuele Macaluso” (Jacopo Iacoboni, La Stampa, 11.9). Se questa è la Terza Italia, attendiamo serenamente la Quarta.

I titoli della settimana/1. “Le due facce del killer. Il gigante buono e quell’amore non corrisposto” (il Giornale a proposito di Massimo Sebastiani, reo confesso di avere strangolato a morte la ventottenne Elisa Pomarelli, 8.9). Figurarsi se era un gigante cattivo.

I titoli della settimana/2. “Migranti, l’Europa non ci sente” (Repubblica, 12.9). “Italia, cade il muro. Svolta sui migranti. La Ue a Palazzo Chigi: non vi lasceremo più soli” (Repubblica, 15.9). Urge sincronizzare i titoli.

I titoli della settimana/3. “Un’armata di carabinieri e giudici invade la casa di Grillo in Sardegna” (La Verità, 13.9). Ripristinata per l’occasione la leva obbligatoria.

La morte di un padre: diventare adulti da un attimo all’altro

Come ci si scherma dal dolore? Come si può andare avanti dopo che la propria vita si è frantumata all’improvviso, con “un urlo e un tonfo sulle note del Bolero”? Si può scegliere di cancellare il passato e soprattutto i ricordi, oppure si può provare a ricucire la ferita con un materiale pregiato, come l’oro – l’arte giapponese del kintsugi –, e renderla in questo modo unicamente nostra. Se lo chiede Francesco Musolino, già collaboratore di questo giornale e adesso al suo esordio narrativo con “L’attimo prima”. Una scrittura delicata, leggera ma non per questo meno penetrante. Anzi, la storia che Francesco ci racconta è un viaggio in profondità nell’animo umano attraverso la necessità di diventare adulti.

Il suo Lorenzo è un ragazzo che lavora in un’asettica agenzia di viaggi senza aver mai lasciato la Sicilia, programma vacanze per soli adulti e si finge vegetariano. Ma non era così che sarebbe dovuta andare ed è da questa consapevolezza che Lorenzo fugge. Figlio di Sara e Leandro, con la sorella Elena è cresciuto sotto il tavolo di legno del ristorante dei genitori. Un rifugio da cui guardare gli altri, una cucina amorevole e genuina, come amorevoli e genuini sono i rapporti in famiglia. Lorenzo sogna di diventare chef, ha osservato sua madre, ha studiato tutte le ricette, ma non ha mai messo le mani su un alimento. Ed è per questo che i genitori decidono di mandarlo a Milano, all’Accademia della Cucina. Lorenzo sta per spiccare il suo volo, ma esattamente “l’attimo prima” qualcosa si rompe. Leandro muore di domenica, mentre ascolta la sua musica. È un attimo, che come un terremoto si porta giù tutto: famiglia, speranza, futuro lontano dalla Sicilia madre e matrigna, che regala la bellezza e sciagura. I sogni di Lorenzo finiscono dietro a una scrivania. Almeno fino a quando non decide di far pace con il dolore e imparare a conviverci, ricucendo pazientemente la lacerazione con un filo d’oro.

Quello di Musolino è un percorso lenitivo che passa attraverso la crescita. Nel momento in cui un padre muore la condizione di figlio cessa, ma solo sulla carta. Perché l’assenza – “anche quando non ti sto pensando” – rimane sempre a guardia delle emozioni. Allora si diventa adulti trasformando il dolore in forza. Lorenzo ci riuscirà, ritrovando i suoi sogni e se stesso. Francesco, che di Lorenzo ha tanto, c’è già riuscito.

“Un anello con troppi buchi, Mister Tolkien”

Che siate alla ricerca di un volo per la Nuova Zelanda per mettervi sulle tracce degli hobbit, o che stiate ancora piangendo per l’infausto destino dei metalupi, non c’è dubbio: le epiche fantasy create da Tolkien e Martin sono ormai diventate dei pilastri dell’immaginazione collettiva. Il creatore del Trono di Spade si è sempre professato “un autentico fan” del professore di Oxford, citandolo come ispirazione per i propri lavori. Ma nel discorso dopo il conferimento della medaglia Burke al Trinity College di Dublino, si è lasciato andare ad alcuni commenti poco felici sul Signore degli Anelli: “È uno dei più grandi libri del XX secolo, ma non penso che sia perfetto. Vorrei poter discutere col professor Tolkien di alcuni aspetti della sua opera”. E poi: “Se penso al finale, quando Aragorn diventa re, si legge che ‘regnò saggiamente per cento anni’. Facile scrivere una frase simile, ma vorrei sapere il regime fiscale che ha adottato, e cosa ha fatto di fronte alle carestie, e poi gli orchi? Non sono morti tutti in guerra, alcuni sono scappati sulle montagne; Aragorn li ha cercati e sterminati? Anche i bambini?”.

Considerazioni già espresse in un’intervista a Rolling Stone nel 2014, ma che in questi giorni, complice il passaparola sui social, hanno acceso gli animi più di un “Dracarys!”. Pungenti come le frecce di Legolas le repliche di chi, pur essendo fan di entrambi, prende le parti del filologo: dal goliardico “Speriamo che Tolkien non legga l’intervista”, all’ormai rituale “Ma perché parla dei libri degli altri e non finisce di scrivere i suoi?”. Eh già, perché anche i sostenitori imperituri di Martin, sono sempre più impazienti: lo scrittore avrebbe dovuto terminare le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (di cui il Trono di Spade costituisce il primo volume), già anni fa. E molti non hanno apprezzato che la serie tv continuasse e finisse ben prima dell’uscita dei due libri mancanti, I venti dell’inverno (ad oggi in lavorazione) e Un sogno di primavera, per leggere la parola “Fine”. Puntuale il commento della Società Tolkeniana Italiana: “La conclusione de Il Signore degli Anelli è figlia della concezione dell’opera, che ha un’impostazione tra fiaba e mito, lungamente studiata e appositamente strutturata, che quindi ricalca gli stilemi di quel tipo particolare di letteratura. Martin ha redatto una lunga cronaca, pianificata solo a grandi linee, e ora ha il problema di doverla concludere in modo coerente con quanto già dato alle stampe, senza modelli a cui rifarsi. Martin si pone questioni (le politiche di Aragorn) che per Tolkien semplicemente non hanno senso”. I dubbi del creatore di Westeros sarebbero quindi scaturiti dal diverso approccio al genere: quanto più epico e immaginifico Tolkien, tanto più “politologo” e iperrealistico Martin. Ma c’è chi maligna che abbia colto l’occasione per riaccendere i riflettori sullo spin-off del Trono di Spade, che seguirà le vicende dei primi Targaryen, proprio ora che il mondo del cinema è tornato ad appassionarsi al suo maestro: dopo il film biografico su Tolkien arriverà nel 2020 una serie prequel sulla Terra di Mezzo.

Al di là dei titoli altisonanti dati dai giornali al suo intervento e al clamore che ne è scaturito, la questione va ridimensionata: a Martin, da buon nerd e amante del fantasy, non sono bastate le oltre mille pagine sulla Compagnia dell’Anello per sentirsi soddisfatto al punto da non porsi più domande su un possibile prosieguo. Ma non è forse questo lo scopo di un buon libro? Assorbire i lettori fino al punto di desiderare che il viaggio (insieme ai Nove Viandanti nel mondo di Arda) continui.

Salva-italiano e pure l’ambiente: non solo “nerd” sul Devoto-Oli

Vale per la lingua ciò che vale per la terra. La lingua è viva, ma non solo: è madre. Dinnanzi al mondo che muta, essa genera sempre parole nuove. Alcune graziose come “inzupposo” – si dice di biscotto, che è particolarmente permeabile – altre orribili (eticamente) come “antimigranti” – nel linguaggio giornalistico o nella querelle politica, proprio di chi si oppone sistematicamente all’accoglienza dei migranti e al riconoscimento dei loro diritti –, o “nerdare”, che nello slang giovanile equivale a dedicare molto tempo a videogiochi, serie televisive, nuove tecnologie e, più in generale, a tutte le passioni tipiche di un nerd, sostantivo preso in prestito dalla lingua anglosassone. Tutti questi e altri neologismi possiamo scovarli nel Nuovo Devoto-Oli, edizione 2020, degli eponimi creatori Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, cui si sono aggiunti come autori Luca Serianni e Maurizio Tifone, che opera una cosciente svolta ecologica grazie all’uso di carta certificata, un accordo con l’associazione Treedom che darà vita in Sicilia alla foresta “Gli alberi e le parole”. L’edizione odierna prevede 75.000 voci, 250.000 definizioni e 45.000 locuzioni, anche 400 risultati tra neologismi e nuovi significati. Altri esempi? “Rimpiattare”, recuperare gli avanzi di un pasto per rielaborarli e servirli nuovamente, o “instragrammare”, pubblicare e condividere sul famoso social.

Già lo scrittore e critico letterario Alfredo Panzini nel lontano 1905 raccolse i neologismi scientifici e giornalistici a lui coevi in Dizionario Moderno, registrando così la naturale tendenza di procreazione della lingua italiana (e di ogni lingua). Le forze che spingono alla formazione di nuove parole possono essere endogene (interne alla lingua stessa) o esogene (provenienti dalle altre lingue).

Eppure, sorge un dubbio: così trascinati nostro malgrado verso una lingua futuribile, non stiamo forse obliando la sua memoria? Non a caso la memoria viene spesso associata nella nostra cultura all’idea di tesoro: Sant’Agostino scrive di un palazzo della memoria e Petrarca di uno scrigno colmo di gemme. Quante sono, allora, le parole che ci lasciamo alle spalle ma, soprattutto, quanto dimentichiamo e perdiamo di noi con la loro scomparsa?

Già nel 1993, nel Saggio La ricerca di una lingua perfetta, Umberto Eco manipolava il mito della Torre di Babele per esplorare il concetto di koiné (lingua unica), augurando alle generazioni venture che una corretta e “vigilata” commistione delle lingue potesse crearne una, appunto, “perfetta” che serbasse e allo stesso tempo generasse memoria. Un’utopia che, a oggi, sembra non essersi avverata per via di un forte squilibrio tra quelle forze endogene ed esogene (in favore delle seconde) cui si accennava prima. Le nuove generazioni e i nuovi media sono terreno fertile per forestierismi e tecnicismi. Giunge all’uopo il Nuovo Devoto Oli con tre rubriche salva-italiano. “Per dirlo in italiano”, che propone alternative alle imperanti espressioni inglesi (“carta fedeltà” per fidelity card, o “gara” per match); “questioni di stile” che illumina le sfumature di parole che erroneamente si intendono appurate (“alcuno” al singolare è un sinonimo più elevato di “nessuno”, mentre al plurale ha funzione di articolo partitivo); e “parole minate”, che corregge gli errori più comuni.

Queste rubriche intercettano una sempre crescente curiosità filologica degli italiani, ben testimoniata anche dal volume La Crusca risponde. 2006-2015, terzo della serie inaugurata nel 1995, che raccoglie circa duecento quesiti sul lessico e sulla grammatica italiana. Tra le più curiose: il romanesco “scialla” così in voga tra i giovani sarebbe un melting-pot dall’arabo inshallah (letteralmente “grazie a Dio” ma usato come intercalare). A dimostrazione che, allora, la ricerca della lingua perfetta forse è ancora possibile.